Ricky Hatton rivela: “Depresso e drogato, ho tentato più volte il suicidio”

coverRicky Hatton, oggi 38 anni, sul ring era un guerriero senza paura.
Fuori non è mai stato troppo sicuro di sè. Per allontanare i fantasmi della solitudine, mangiava. Tanto, troppo. Lontano dal match riusciva ad andare anche venti chili fuori peso. Ma sapeva anche fare di peggio.
Ritiratosi dopo quindici anni di professionismo, nel 2012 ha imbucato il tunnel nero. Quel posto apparentemente senza fine dove vanno a cadere molti sportivi di successo dopo il ritiro.
È caduto in depresssione, ha cominciato a bere.
Andava al pub, si nascondeva in un angolo buio, mandava giù alcool come se fosse acqua e piangeva istericamente.
L’ha raccontato lui stesso alla BBC radio.
Ha raccontato come dall’alcool sia passato alla droga per poi precipitare nel nulla assoluto della depressione più cupa.
Prendevo un coltello, mi nascondevo dal mondo e pensavo fortemente che avrei fatto meglio a uccidermi. Il suicidio mi sembrava l’unica soluzione per uscire da una vita infelice. Ho anche cercato di uccidermi bevendo fino a morire“.
Ci ha provato più volte, fortunatamente non c’è mai riuscito.
L’alcolismo è stato il primo male ad essere curato. Con depressione e droga è stata più dura. Gli serviva qualcosa per allontanarsi dalla realtà. Tutto gli appariva scuro, inutile. Riusciva solo a pensare al male.
I pugili, come qualsiasi sportivo di successo, hanno bisogno di assistenza quando smette di fare attività. La boxe è uno sport solitario. Sul ring sei la persona più sola del mondo, così finisci di esserlo anche quando si spendono le luci“.
È una condizione comune a molti campioni, soprattutto a quelli con un infanzia difficile.
La povertà da cui veniamo non ci aiuta a gestire il futuro lontano dallo sport“.
Il mondo in cui i campioni vivono per tanti anni ha una dimensione irreale.

pugileMolti vengono da condizioni di estrema povertà. Lavorano duro per arrivare in alto. Alla fine ce la fanno, sono ricchi, hanno realizzato il sogno. Ma non sanno come gestire il dopo. Gli mancano i mezzi culturali e gli appoggi esterni per muoversi in un universo che non è più quello familiare dello sport a cui si erano abituati.
Sonto tanti quelli che diventano ricchi da giovanissimi, in un periodo della vita in cui si è vulnerabili. Il problema è che loro si sentono Superman, invincibili. Niente, pensano, potrà sconfiggerli.
In un mondo in cui la soglia della povertà è stata sfondata più volte in basso, in una società in cui la disoccupazione giovanile avanza galoppando, in un universo del lavoro che non riesce a proporre panorami che ispirino un minimo di ottimismo, lo sportivo ex milionario che è in difficoltà non suscita comprensione.
Ma credo che sarebbe un errore mettere via il problema con una scrollata di spalle. Non è il singolo caso, non è il fatto in sé a destare apprensione. Ma il problema nella sua totalità. Il peso sociale che ha e la filosofia di vita che l’ha generato dovrebbero indurci perlomeno a qualche riflessione.
Viviamo in una società che ha azzerato i valori positivi.
Guadagnare in fretta e senza crearsi troppi problemi, senza curarsi troppo di quello che si lascia per strada è l’unico obiettivo che una grandissima percentuale di sportivi si pone. Si arriva al successo privi di qualsiasi scudo protettivo. Strappati alle famiglie in giovanissima età, poco attenti allo studio, fuori dalla realtà dei comuni esseri mortali, i professionisti vivono in un universo parallelo. Quando smettono piombano nella vita di tutti i giorni e scoprono che per andare avanti non basta avere preso a calci un pallone, averlo tirato in un canestro o averlo portato oltre la linea del touch down.
No, non è solo la boxe a creare miseria e problemi di gestione della propria vita.
Un pugile quando scende dal ring inizia la sua battaglia più dura.
E, almeno in questo, non cè differenza con le altre discipline.
Oggi Ricky Hatton è allenatore e promoter di successo.

mayweatherHa chiuso la carriera con un record di 45-3, 32 ko. Qualcosa si è rotto dopo la sconfitta contro Floyd Mayweather jr in match a cui era arrivato dopo 43 successi consecutivi. Ha lasciato il pugilato con due titoli in bacheca: superleggeri e welter. È stato un campione. Sul ring non ha mai avuto paura di niente e di nessuno.
Ma si è accorto presto che la vita fuori dallo sport è per uomini duri.
E prima di capire che l’unica cosa da fare era quella che gli veniva più facile, cioè combattere, ha pensato di abbandonare tutto. Anche la vita.
Per fortuna non l’ha fatto e oggi ha potuto raccontare la sua storia alla BBC.

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