Non solo boxe. Anche basket, calcio e football americano. Storie di ricchi diventati poveri…

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La triste storia di Riddick Bowe, un tempo campione del mondo dei massimi e oggi venditore di pollo fritto ad Harlem, ha generato curiosità, stupore, tristezza. In molti si sono chiesti se tutti i pugili finiscano male, altri se sia solo la boxe ha provocare disperazione. Le risposte sono negative in entrambi i casi.

Senza lanciarmi in un lungo elenco di nomi potre qui ricordare Schmeling, Maske, Holmes (foto sotto), Mazzinghi, Trinidad, Khaoxai Galaxy, Hagler. Tutti grandi campioni, tutti in grado di godersi un sereno e ricco dopo carriera.

Il problema non è il pugilato. Tutti gli sport sono toccati dalla maledizione che arriva dal giorno del ritiro dalle scene.

NEW YORK, NY - DECEMBER 16: Former professional boxer Larry Holmes attends the "Grudge Match" screening benefiting the Tribeca Film Insititute at Ziegfeld Theater on December 16, 2013 in New York City. (Photo by Dimitrios Kambouris/Getty Images)

Recentemente il caso di Andreas Breheme ha riaperto il capitolo calcio.

Ex giocatore dell’Inter di Trapattoni, punto di riferimento del Bayern, l’uomo che ha segnato il rigore che ha consegnato alla Germania la Coppa del Mondo a Italia ’90 è finito in bancarotta. Investimenti falliti, disastrosa gestione dei propri commerci, inattitivà lavorativa continua per almeno dieci anni. Con l’aggiunta di un divorzio dispendioso.

Il calcio è teatro frequente di triste vicende. Dalla ricchezza alla miseria in pochi anni.

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Il sindacato dei calciatori tedeschi dice che il 75% dei giocatori a fine carriera non sa guadagnarsi da vivere al di fuori del loro sport.

La Xpro, l’associazione che si prende cura dei giocatori inglesi, ha svolto un’inchiesta che ha portato a risultati ancora più drammatici: il 60% ha problemi finanziari entro cinque anni dal ritiro, il 20% finisce in bancarottam il 33% divorzia.

In Italia, un’indagine del 2010, ha stabilito che il 61% dei giocatori dopo il ritiro resta senza occupazione. Non credo che negli ultimi cinque anni le cose siano cambiate.

Nella NBA sono finiti male anche i grandi.

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Scottie Pippen (foto sopra) è finito sui giornali per gravi problemi finanziari: avrebbe perso 147 milioni di dollari a causa di investimenti poco produttivi e affari sbagliati, Latrell Spreweel ha perso letteralmente tutto, Allen Iverson è finito senza un dollaro, Shawn Kemp non sa come pagare gli alimenti ai sette figli avuti da sei donne diverse.

Gli alimenti sono una delle uscite che incidono maggiormente sul bilancio degli ex. Ma c’è dell’altro.

A rovinare Vin Baker, 13 anni nella NBA e cento milioni di dollari solo di stipendio, è stato l’alcool. È stato tagliato dai Boston Celtic quando avrebbe potuto guadagnare ancora 35 milioni. Oggi lavora da Starbucks.

Le spese folli, il tenore di vita spericolato, la passsione per le macchine. Ma anche la dipendenza dal gioco d’azzardo hanno rovinato Antoine Walker: 110 milioni di dollari di solo stipendio, otto milioni di debiti che non può pagare.

All’incubo della caduta in disgrazia non sfugge neppure la NFL, il regno dei superstipendi.

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Andre Rison nel ’95 prese dai Cleveland Browns l’ingaggio più alto mai intascato da un wide receiver: 17 milioni di dollari. Le altre stagioni di attività si sono mosse su cifre comunque elevate. Tre anni fa è stato condannato a cinque anni con la condizionale per non avere pagato 300 (trecento) dollari mensili di alimenti al figlio.

Dermontti Dawson (foto sopra), Hall of Fame defender, uno dei miti del Football americano. Per evitare la bancarotta ha presentato rolex falsi, macchine per i pesi e addirittura un cane bastardino della figlia. Non ce l’ha fatta, 69 milioni di debiti erano troppi per riparare.

Dalla ricchezza esagerata alla miseria.

Perché?

Il mondo in cui vivono questi fenomeni dello sport ha una dimensione irreale. Fa loro credere che siano indispensabili non le cose di cui hanno davvero bisogno, ma quelle che vogliono.

Molti vengono da condizioni di estrema povertà. Lavorano duro per arrivare a raggiungere un obiettivo. Alla fine ce la fanno, sono ricchi, hanno realizzato il sogno. Ma non sanno come gestirlo.

Sonto tanti quelli che diventano milionari da giovanissimi, in un periodo della vita in cui si è vulnerabili. Il problema è che loro si sentono Superman, invincibili. Niente, pensano, potrà sconfiggerli.

Investimenti sbagliati, fiducia in broker che altro non sono che squali attorno alla preda, commerci in attività che non conoscono. E poi soldi buttati in ville in cui potrebbero abitare cento persone, loro ci vivono al massimo con la compagna di turno. Macchine, macchine, macchine. Roba che un autosalone si fermerebbe, loro invece vanno avanti sullo stesso ritmo fino a quando non crolla tutto e si accorgono di non avere più niente.

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I campioni vivono di sport e bella vita sin da giovanissimi. Una larghissima percentuale non sa nulla di finanza e si fida della prima persona che si propone di moltiplicare i loro soldi o magari di fargli pagare meno tasse.
La conclusione in molti di questi casi è disastrosa.
Se a questo aggiungete i problemi legati al divorzio, e il conseguente esoso esborso di alimenti, vi accorgerete che non è così difficile fallire velocemente.
In un mondo in cui la soglia della povertà è stata sfondata più volte in basso, in una società in cui la disoccupazione giovanile avanza galoppando e in Italia arriva a superare il 40%, in un universo del lavoro che non riesce a proporre panorami che ispirino un minimo di ottimismo, lo sportivo ex milionario che finisce rovinato non raccoglie comprensione.
Ma penso che sarebbe un errore mettere via il problema con una scrollata di spalle. Non è il singolo caso, non è il fatto in sé a destare apprensione. Ma il problema nella sua totalità. Il peso sociale che ha e la filosofia di vita che l’ha generato dovrebbero indurci perlomeno a qualche riflessione.
Viviamo in una società che ha azzerato i valori positivi.

Carte-di-credito

Guadagnare in fretta, senza curarsi troppo di quello che si lascia per strada è l’unico obiettivo che una grandissima percentuale di giovani si pone. Si arriva al successo, quando non si finisce prima travolti dai propri sogni, privi di qualsiasi scudo. Strappati alle famiglie in giovanissima età, poco attenti allo studio, fuori dalla realtà dei comuni esseri mortali, gli sportivi professionisti vivono in un universo parallelo. Quando smettono piombano nella vita di tutti i giorni e scoprono che per andare avanti non basta avere preso a calci un pallone, averlo tirato in un canestro o averlo portato oltre la linea del touch down.

No, non è solo la boxe a creare miseria dalla ricchezza.
Lo sport scatena passioni, genera imperi economici. Ma è un mondo difficile. Un pugile quando scende dal ring inizia la sua battaglia più dura. E, almeno in questo, non cè differenza con le altre discipline.

 

 

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