Il caso Loris Stecca

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CONOSCEVO Loris Stecca. Parlo al passato perché non so quali vicende abbiano attraversato la sua vita in questi ultimi anni.

Come pugile mi ha sempre entusiasmato.

Ero a bordo ring a Milano quando ha distrutto Leo Cruz ed è diventato il più giovane pugile italiano campione del mondo. Roba forte, era la prima metà degli anni Ottanta. Un campione del mondo di boxe riempiva le pagine dei giornali, era sempre in televisione, le sue foto campeggiavano sulle copertine delle riviste popolari. Loris si faceva cullare da tutto questo, assumeva in ogni momento della vita il ruolo da protagonista che il ring aveva confezionato per lui.

Non era facile per un ragazzo di 24 anni resistere a tutte quelle sirene. Ospitate, nuovi amici che sembrava avessero sempre e solo voluto il suo bene, soldi, popolarità. E un diverso stato sociale che spostava in alto l’asticella dei suoi desideri. E lo convinceva che non poteva fare a meno di cose che prima neppure sapeva esistessero.

Poi, è arrivato Victor Callejas. Ero al Mets Pavillon di Guaynabo, Portorico, la notte della prima sconfitta. Un caldo appiccicoso ti avvolgeva in ogni momento della giornata, un’atmosfera quasi irreale. Tanti colori e una voglia di prendere la vita a ritmo lento. Loro, i portoricani, avevano preparato per lui un bel trappolone. Pepito Cordero era il boss che tutto comandava, l’uomo che ti riceveva nel suo ufficio con una pistola in bella mostra sulla scrivania. Un bambino di dieci anni, suo figlio, dettava ordini come il più irascibile dei promoter. Erano loro a gestire l’intera vicenda.

Lo avevano fatto allenare in una cella. Tre pareti di mattoni e una quarta fatta di sbarre. Lì dentro c’era un piccolo ring, fuori i tifosi locali che avevano costruito la loro colonna musicale con insulti e grida contro lo straniero. E quando non bastavano le parole, arrivano gli sputi. Un inferno.

Callejas aveva il pugno pesante e Loris, già stanco per quella vigilia fatta di cattiverie, aveva ceduto di schianto.

Ero a bordo ring a Rimini il giorno della rivincita. Ho visto tutto. La determinazione di Callejas, il dolore di Stecca per una mascella fratturata dopo poco tempo, la sua grinta nell’andare avanti nonostante le fitte gli stessero torturando anche il cervello. Poi, uno sforzo terribile e quel piccolo ciclone romagnolo illudeva un Palasport incredibilmente pieno (fuori c’erano i bagarini che rivendevano i biglietti a dieci volte il loro prezzo iniziale!).

Ma quando la luce si spegneva e tutto si perdeva in un buio irreale, finiva anche la carica di Loris. Tornava la corrente, si riprendeva a combattere. Ma la sopportazione del dolore non bastava più, adesso il rischio era diventato troppo alto.

Correva dall’alto delle gradinate anche la mamma di Loris, correva giù urlando di paura. Temeva per quello che aveva appena visto. Saliva sul ring in un ultimo disperato tentativo di proteggere il figlio.

Si era chiusa in quel momento la carriera di Loris Stecca, ragazzo prodigio del pugilato italiano. Le successive quindici vittorie avrebbero dovuto portarlo a una nuova occasione mondiale che non era mai arrivata. Un incidente, un’auto che lo investiva e lo toglieva dal grande giro. La boxe messa via per sempre.

Ero con lui davanti alla Darsena di Rimini in un pomeriggio di fine estate. Mi raccontava una vita senza pause. Un’esistenza fatta di qualche picco e altrettanti burroni. Me lo ricordo quel giorno. Il racconto di Loris mi aveva lasciato una strana sensazione dentro. Quel ragazzo ormai diventato uomo nascondeva una grande inquietudine. Ce l’aveva con il mondo intero. Si sentiva un perseguitato, aveva netta la percezione che gli avessero rubato qualcosa di molto importante.

Mi aveva parlato del suo divorzio, mi aveva confessato i problemi che aveva con il figlio, ma alla fine mi aveva tranquillizzato. Mi aveva giurato di avere ritrovato una serenità che credeva perduta. Una nuova compagna, una nuova paternità. Aveva un lavoro che gli garantiva uno stipendio sicuro. Non era certo all’altezza dei guadagni da pugile, ma gli regalava la certezza che ogni mese avrebbe avuto qualcosa per portare avanti la sua vita. I tempi erano cambiati e questo risultato non era cosa da poco.

Da allora non l’ho più incontrato di persona, l’ho sentito in qualche occasione al telefono. Come quella volta che aveva annunciato il suo ennesimo ritorno sul ring o quando aveva minacciato di buttarsi dal ponte dell’autostrada. Tentativo quest’ultimo a cui non avevo creduto molto. Una sua telefonata mi aveva avvertito preventivamente di cosa avrebbe provato a fare.

Conoscevo Loris Stecca. E adesso lo ritrovo coinvolto in una vicenda così brutta da sfiorare la tragedia.

Non so come siano andate la cose. Per questo non azzardo né analisi, nè introspezioni psicologiche come in molti hanno fatto sui giornali. Ancora una volta sono rimasto sorpreso da come siano state trattate senza alcuna delicatezza vicende che avrebbero avuto bisogno dei guanti bianchi e invece sono state affrontate a picconate sulla base di alcuni ritagli d’archivio. La figura del pugile violento è la più facile da disegnare. Come se avvocati, ingegneri, architetti, poliziotti, nobili e magistrati non commettessero reati.

Ma sono rimasto scosso anche dalle reazioni di quel popolo del web che mi fa sempre più paura. Molti tifosi di boxe hanno avuto per Loris Stecca parole di conforto, hanno offerto pacche virtuali sulle spalle, incitamenti a resistere. Per tutti gli altri protagonisti della vicenda ci sono stati solo insulti.

Sono stati presi di mira (a parole, per carità) i giornalisti che avevano riportato la notizia. “Non sanno niente, come si permettono di sparare le loro solite cazzate!” Sono andato a verificare. Ogni notizia pubblicata sino a quel momento dai cronisti (soltanto il giorno dopo sarebbero entrati in campo gli opinionisti/sociologi tuttofare) raccontava semplicemente i fatti ed era riportata piena di “sembra” e “avrebbe”. Una prudenza che in molti casi i colleghi non avevano avuto, ansiosi di mettere il mostro in prima pagina. Ma il solo scrivere che Loris Stecca era sotto indagine per tentato omicidio era stato giudicato peccato mortale.

E poi, gli stessi che avevano accusato la stampa di avere scritto su cose che non conoscevano, si sono lanciati in insulti pesanti nei confronti di quella che era l’unica vittima accertata. La signora accoltellata. Hanno subito scelto da che parte stare. Hanno offerto un ritratto psicologico del campione anche quelli che con lui avranno parlato al massimo una volta, poche battute e avevano già capito tutto.

Io, lo ripeto, non so ancora cosa sia realmente accaduto. E per questo non emetto giudizi e non mi lancio in interpretazioni affrettate. Resto con i miei ricordi. Quelli di un pugile entusiasmante, quelli di un uomo che ha sempre cercato di prendere la vita di petto. Sul ring, come ho sempre scritto, è assai più facile combattere.

Cerchiamo tutti assieme di non lanciarci in giudizi a prescindere. Non cadiamo nell’errore di emettere una condanna prima che siano accertate le responsabilità. Ma non prendiamocela con chi ha il diritto/dovere di informare, anche perché lo fa di professione. E, soprattutto, ricordiamoci che qualsiasi sia la motivazione e chiunque l’abbia fatto, la violenza non potrà mai essere giustificata.

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Biaggi secondo Doohan

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E’ uscito in questi giorni “OLTRE, nelle pieghe della mia vita”, il libro in cui Paolo Scalera ha raccontato Max Biaggi (Rizzoli, 353 pagine, 18 euro). All’interno c’è un passo che mi riguarda direttamente (pagina 141) e fa riferimento a un’intervista esclusiva a Mick Doohan alla vigilia del GP Città di Imola del 1998. Le dichiarazioni dell’australiano fecero scalpore. Ve le ripropongo.

SOTTO il tendone, un sorridente Mick Doohan accetta di parlare di quello che è il motivo dominante di questa stagione: la rivalità con Max Biaggi. Lo fa con la stessa irruenza con cui ha dominato la mezzo litro in questi anni.

-Lei ha vinto gli ultimi quattro mondiali nella 500. Quale è stato il suo avversario più difficile?

«In ogni stagione ho avuto un rivale forte e temibile. La prima Schwantz, poi Beattie, Criville e Okada. Tutti forti, anche se la lotta più grande è stata quella contro me stesso.»

-Biaggi dove lo collocherebbe in una classifica degli avversari più pericolosi?

«Non è ancora all’altezza di quei quattro. Finora non mi ha mai battuto. Lui ha vinto due gare: nella prima ho rotto il motore, nell’altra ho avuto un incidente. E’ inferiore agli altri. Io ho perso tre gare e 75 punti. Se lui fosse davvero bravo come racconta, ora sarebbe molto più avanti, invece il campionato è completamente aperto.»

-Max dice che la sua moto è più potente di quella che la Honda ha dato a lui. Cosa risponde?

«Biaggi cerca scuse. Abbiamo le stesse moto, lui dice bugie per apparire più bravo di quanto non sia. Basta guardare le gare alla televisione per capire chi ha ragione. Ho perso molto rispetto nei suoi confronti da quando sento questi discorsi. Mi fa ridere, si comporta come un bambino.»

-Perchè mai dovrebbe fare questo?

«Perchè è un insicuro che cerca di apparire forte davanti ai suoi tifosi.»

-Lei non sembra avere una grande opinione di Biaggi.

«E’ un prodotto, non una persona reale. Pensa troppo a come deve apparire. Non mi meraviglio, di tipi come lui è pieno il mondo. E’ uno strano individuo. Ha l’assillo di mostrarsi come un eroe. Ama troppo se stesso.»

-Come giudica Max pilota?

«Bravo, veloce, pieno di talento. E’ uno che sa come tirare fuori il meglio dalla moto che guida.»

-E come persona?

«E’ finto, di plastica.»

-Ma non eravate amici, non dividevate lo stesso aereo?

«Io ho affittato un aereo, lui mi ha chiesto di venire con me, abbiamo diviso le spese. Ma anche in volo abbiamo parlato poco. L’aereo è abbastanza grande.»

-A Imola sarete ancora vicini in prima fila.

«Avremo la stessa moto e guideremo sulla stessa pista. Io avrò il vantaggio di dovere sopportare una pressione minore. Il mio obiettivo è vincere la gara. Gli altri dovranno pensare al campionato. Una corsa in moto è al 90% testa e al 10% un assemblaggio di altre cose. Sono tanti anni che lotto nella 500, ho già messo in preventivo un eventuale calo. Sono da molte stagioni ai vertici della classifica, sono pronto all’eventualità di una discesa. E’ questo il vantaggio che ho su di loro: la mente è allenata, non sente alcun peso.»

-Quattro mondiali. Avrebbero potuto essere di più se non ci fosse stato quel drammatico incidente di Assen?

«Forse. Ma ormai ho messo nel dimenticatoio quel terribile infortunio. Ho imparato la lezione, ho fatto esperienza. Aiutato dal dottor Costa e da una grande forza di volontà sono tornato a correre ed a vincere. Ecco, l’amore per le moto e il gusto della vittoria sono le molle che mi hanno fatto riprendere e diventare campione del mondo. Biaggi ancora non ha subito un infortunio vero, è per questo che non sa neppure cosa voglia dire lottare per tornare in alto. Questo, nella sfortuna, è un altro mio grande vantaggio. Quando la caduta è drammatica e rischia di diventare tragedia, nel periodo in cui stai uscendo dall’incubo, cambi totalmente. La tua visione delle cose ha un’angolazione al 100% diversa da quella che avevi prima. Capisci veramente il significato di lotta.»

-L’amore per la moto. Cosa sono per lei le corse?

«Sono la vita. Sono quella cosa per cui ogni giorno mi muovo, lavoro, lotto. Io vinco prima di tutto per me stesso, poi per il team ed i tifosi.»

-E la vittoria cosa rappresenta?

«Tutto. Il secondo è soltanto il primo dei perdenti.»

-E per quanto tempo andrà avanti a correre?

«Già all’inizio di questa stagione avevo pensato di smettere. Poi ho ricominciato ed ho visto che ancora mi divertivo. Ma il mio futuro in pista è limitato. Forse smetterò il prossimo anno. Deciderò comunque stagione per stagione.»

-Cosa farà quando smetterà di correre?

«Per un anno intero penserò solo a divertirmi, poi tornerò nel mondo dei motori. Vorrei avere un ruolo importante che mi consenta di aiutare i giovani talenti a fare sport.»

-Se dovesse avere un figlio che le chiedesse di correre in moto, cosa gli direbbe?

«A dieci anni potrei anche metterlo su una moto. Ma non lo spingerei a correre, nè sarei felice se decidesse di farlo.»

-Cinque gare alla fine del mondiale. Quale sarà la più dura?

«Saranno tutte molto difficili, soprattutto quella australiana. Sembra che la corsa di Phillip Island sia stregata per me.»

-Dopo i giudizi che ha dato su Biaggi, forse non sarete più amici.

«Io non sono nemico di nessuno, almeno fino al momento di andare in pista. E poi scuse e bugie le ha messe in giro Max, non io.»

Mick Doohan quella gara l’ha poi vinta ed ha vinto anche quell’edizione del mondiale davanti a Max Biaggi, che a Imola ’98 è arrivato terzo terzo, preceduto dall’australiano e dallo spagnolo Alex Crivillé.

Nella testa di un portiere

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IL RUOLO del portiere mi affascina. Quali pensieri ha nella testa quando i compagni si muovono dall’altra parte del campo? Cosa lo tormenta quando un attaccante avversario punta la sua porta? Così, ormai tanti anni fa, ho cercato le risposte nelle parole di un grande protagonista. Francesco Toldo, oggi 42enne allenatore dei portieri della nazionale Under 21, all’epoca giocava ancora con la Fiorentina. Poi sarebbe andato all’Inter. Ha disputato 413 partite in Serie A e 28 con la nazionale italiana, con cui è stato vice-campione europeo nel 2000. E’ un’intervista datata, direte voi. Quando l’ho riletta mi è sembrata attuale. Non pretendo che abbiate la mia stessa opinione, fatemi sapere cosa ne pensate.

-Francesco Toldo, quando ha scoperto che stare in porta non era poi così male?

«Una sera di inverno, a Padova. Avevo 15 anni e giocavo con l’Usma all’oratorio di Caselle. Nevicava, nessuno voleva mettersi in porta. Ho detto: vado io. Mi sono divertito così tanto che non ho più smesso»

-E quando ha capito che quella sarebbe diventata la sua professione?

«Dopo il primo anno a Trento, nel 1991. Guadagnavo 800.000 lire al mese, non vedevo sbocchi. Volevo smettere, non avevo soddisfazioni. A giugno mi stavo preparando al campionato di C2, pensando che difficilmente l’avrei portato a termine. Dovevo essere riserva, guardare le partite dalla panchina. Poi, all’improvviso…»

-Cosa è accaduto?

«L’allenatore mi ha schierato titolare fin dalla Coppa Italia. Da allora è andata sempre meglio. E ora eccomi qui»

-Chi era quell’allenatore?

«Cavasin»

-Quali sono le qualità che un portiere deve avere per essere bravo?

«Un carattere forte, equilibrio interno; sapere governare la pressione, le emozioni. E poi deve essere scattante, sempre attento, avere intuito»

-Una volta si diceva che il portiere doveva essere anche un po’ matto

«Ed era vero. E’ vero anche oggi.»

«In che senso?»

«Nel senso che deve possedere spregiudicatezza, spavalderia»

-A vederla fuori dal campo la figura del portiere matto non sembrerebbe corrispondere al suo ritratto

«In me convivono due personalità. Una è estroversa, capace di gesti di grande spavalderia. L’altra mi porta a non espormi in pubblico, a preferire la tranquillità delle persone che conosco. Il giocatore e l’uomo percorrono strade diverse»

-Da ragazzi si ha sempre qualcuno da ammirare. Chi era il suo idolo?

«Non ho dubbi: Dino Zoff. La vittoria al Mondiale dell’82 mi ha esaltato, quel portiere è sempre presente nella mia mente»

-Cosa le piaceva di Zoff?

«Il carisma, la capacità di non perdere mai la calma. E poi il suo modo di interpretare il ruolo. Nessun gesto superfluo, sempre una grande concretezza»

-L’attaccante avversario vola verso la sua porta. Cosa le passa nella testa in quel momento?

«Penso a come levargli la palla. Aspetto che faccia un passo falso, che si allunghi troppo il pallone. Poi, mi tuffo sui suoi piedi e spero che vada bene»

-Calcio di rigore. Ci si può illudere di sapere prima dove andrà il pallone?

«Si possono studiare i rigoristi, si può cercare di capire dai gesti, dal movimento degli occhi, dove potrà tirare. Si può anche invogliare il rigorista a calciare da una parte, cercare di condizionarlo. E poi buttarsi, perchè se ti butti dalla parte dove va il pallone, lo prendi»

-Il miglior rigorista italiano?

«Del Piero. Ma anche gli olandesi…»

-Il più bravo a parare i rigori?

«Pino Taglialatela»

-Il portiere si sente solo in campo?

«Spesso. Nella sua mente è chiaro il concetto che dovrà combattere da solo contro tutti, a volte anche contro i suoi compagni che involontariamente possono fare deviazioni pericolose»

-L’errore, quello che nel gergo popolare viene chiamata “la papera”. Cosa accade dopo?

«Un errore clamoroso può farti perdere totalmente la concentrazione e allora la tua partita è finita. Entri in crisi e non ti riprendi più. E’ in occasioni come questa che devi essere forte, trovare il coraggio di reagire»

-La “papera” che non dimenticherà mai?

«Fiorentina-Pistoiese del ’93. Ero appena arrivato a Firenze, stavamo vincendo 1-0. Pioveva, il terreno era scivoloso. Ho fatto un’uscita bassa nel vertice alto dell’area grande di rigore. Sono scivolato, ho tentato di tenere il pallone dentro l’area. Ma io sono andato avanti col corpo e la palla è rimasta lì, pronta per essere calciata dentro da un giocatore della Pistoiese»

-Dopo quanto si è ripreso?

«Subito. Per fortuna, abbiamo vinto 4-1»

-E la parata che ricorda con più gioia?

«Il primo rigore preso a De Boer contro l’Olanda agli Europei (foto

-Come ci si sente in quei momenti?

«Come un leone»

-I suoi attaccano e lei li guarda da lontano. A cosa si pensa?

«Sei vigile, in attesa che accada qualcosa. Sai che devi farti trovare sempre pronto, non puoi permetterti distrazioni. Neppure con la mente. E poi cammini per attenuare la tensione. Sa che un portiere perde anche tre chili durante una partita? E che fa tanti chilometri anche lui? Il nostro è un lavoro che non ammette pause»

-Ha mai pensato di diventare un attaccante?

«No, non ne avevo le caratteristiche»

-Non le è mai passato per la testa di lanciarsi in avanti per recuperare un gol di svantaggio?

«L’ho fatto in due sole occasioni. Una con la Fiorentina ed una in Triestina-Ravenna 1-0, quando inaugurammo il campo Nereo Rocco. Il calcio d’angolo l’avevamo già battuto e io non ero ancora arrivato nella loro area. Per poco non prendiamo il 2-0»

-Piove. Sarà una giornata difficile per il portiere?

«No. Peggio il vento e il sole in faccia. Quelli sono i grandi nemici»

-Il portiere italiano di oggi che le piace di più?

«Abbiati»

-I guanti, lo strumento del mestiere. Ne ha un paio speciale?

«Li scelgo assieme allo sponsor prima del campionato. La tecnologia ha fatto passi da gigante. Oggi sono leggeri e garantiscono la presa. No, non credo di avere guanti molto diversi da quelli che usano gli altri portieri»

-I compagni la chiamano mai con un soprannome?

«Una volta ero “la piovra”, ora sono solo Francesco»

-Rimpiange qualcosa dei tempi in cui, bambino, giocava all’oratorio?

«No. Li ricordo con piacere e allegria, ma sono contento della mia vita di oggi»

-A che età un portiere è al massimo della sua condizione?

«Tra i 25 e i 30 anni. Prima deve prendere tante di quelle botte in faccia ed abituarsi a prenderle con serenità»

-Il portiere è diverso in tutto dai suoi compagni, ha addirittura un allenatore personale. Può definire le caratteristiche essenziali di un buon preparatore di portieri?

«Deve essere stato bravo nel suo ruolo e non deve essersi dimenticato i tempi in cui giocava. Deve capire la psicologia di quelli che allena, capire un attimo prima cosa passi nella testa del giocatore che ha davanti. Deve addirittura entrare nella sua testa, solo quando riuscirà a farlo sarà in perfetta sintonia con l’altro e potrà lavorare bene»

-Come va con il suo preparatore qui a Firenze?

«Pazzagli? Un fenomeno, è un grande con cui non si può non andare d’accordo»

-Chi la aiuta nei momenti difficili?

«L’allenamento duro che ho fatto in settimana e me stesso. Come dice quel proverbio? “Chi fa da sè, fa per tre“. Mi faccio aiutare anche dalla fede in Dio. Non è che Lui possa essere scomodato per una banalità come un calcio di rigore, ma avere fede vuole dire sentirsi sereno e tranquillo dentro. Non avere paura di niente. E questo aiuta, qualsiasi sia la professione che uno ha scelto nella vita»

Tiberio Mitri, bello e maledetto

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LA RAI ha recentemente trasmesso una bella storia: la sfida tra Jack LaMotta e Tiberio Mitri. Un amico l’ha vista e mi ha detto che gli sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più sul nostro pugile. Lo accontento riproponendo l’articolo che ho scritto per raccontare la morte del campione istriano.

PER qualche ora quel corpo straziato è rimasto senza un nome. Poi, la verità: l’uomo diviso in due da un treno, alle 6.48 di ieri mattina a Roma, era Tiberio Mitri.

La scena della tragedia è all’altezza del ponte di Porta Maggiore, vicino ai capannoni delle Ferrovie: otto binari che costeggiano un muro, subito fuori dalla Stazione Termini. Il treno Roma-Civitavecchia delle 6.40 ha già preso velocità. Il macchinista si accorge, nel buio del mattino, di un uomo che cammina al centro del binario. Suona tre volte il segnale di allarme, ma quel vagabondo lì davanti continua a ciondolare. Non si sposta. La frenata è lunga, purtroppo inutile.

Il corpo dell’uomo è devastato dall’impatto. Aveva occhiali da vista. Era vestito con un giubbotto blu; un maglione con sotto la giacca del pigiama. Calzava un paio di scarpe malridotte.

Nei pantaloni conservava la ricevuta del pagamento del canone televisivo e il passaporto. Sarà l’unico elemento che consentirà l’identificazione: Tiberio Mitri, nato a Cavana (Trieste) il 12 luglio 1926. Morto a Roma, il 12 febbraio 2001.

L’epitaffio sulla tomba è già pronto. L’ha scritto lui stesso, molto tempo fa, nel libro “Una botta in testa” in cui raccontava la sua vita: «Lo dedico ai diseredati come me, a quelli che pur emergendo sono tornati alle origini: tutto ciò che si crea in una vita si può distruggere in dieci secondi

Una carriera da pugile professionista cominciata subito dopo la guerra, quando per chi aveva perso un marito, un figlio o un padre, le ferite non riuscivano a chiudersi. Agli inizi degli Anni Cinquanta, il grande sogno travolgeva la vita di questo ragazzo triestino.

Era biondo Tiberio, un fisico atletico, il volto da attore. Ma tirava di boxe e lo faceva con ottimi risultati. Prima campione italiano dei medi, poi europeo. Adesso l’occasione mondiale. Arrivava con le parole di un messaggero dal nome famoso: Saverio Turiello. Era il portavoce di Jim “Big” Norris, il capo della famiglia, e di Frankie Carbo, il suo uomo fidato. Mitri avrebbe sfidato Jack La Motta, al Madison Square Garden di New York.

Era bello Tiberio, boxava bene. E aveva una moglie dalle curve generose. Fulvia Franco era stata eletta Miss Italia nel ’48, inseguiva il mito del cinema e gli Stati Uniti (soprattutto la costa californiana, Hollywood) sembravano una grande occasione anche per lei.

Erano i tempi in cui le donne di successo portavano le gonne al polpaccio, avevano vitini di vespa, cappello e guanti in ogni stagione. Le maggiorate, così le chiamavano, avevano qualcosa in più. Forme generose da esaltare in abiti che strizzavano il corpo.

Tiberio Mitri e Fulvia Franco riempivano le cronache dei giornali, non solo di quelli sportivi. il giorno delle nozze c’erano diecimila persone sul sagrato della chiesa. Quasi fossero attorno a un ring. Erano una coppia la cui fisicità prorompente incantava o intimidiva, a seconda della personalità di chi la subiva.

Tiberio aveva vinto a Parigi contro Dauthille, aveva pareggiato a Londra con Dick Turpin, aveva conquistato l’europeo a Bruxelles contro Cyrille Dellannoit, lo aveva difeso a Parigi con Jean Stock. Adesso c’era il Toro del Bronx, il toro scatenato che sarebbe stato raccontato molti anni dopo in modo meraviglioso da Robert De Niro nel film di Martin Scorsese.

Su quel match è stato detto e scritto di tutto. Frank Carbo l’avrebbe messo in piedi disegnando anche il finale, La Motta si era lasciato convincere. Il vice-capo della famiglia si sarebbe arreso solo quando quel biondo italiano aveva mostrato a tutti che il Mondiale non l’avrebbe mai vinto. Non era l’uomo giusto per lui. Toro Scatenato aveva aggredito il ragazzo italiano dal primo gong e si era fermato solo dopo l’ultima delle quindici riprese. Tiberio era rimasto in piedi, coraggioso nella bufera. Ma aveva perso quasi ogni round di quella sfida.

Nella vita di Mitri c’è stato un altro momento fatale, stavolta però disegnato dalla magia di una vittoria. Roma, 2 maggio del ’54, stadio Torino (il Flaminio di oggi). La gente stava ancora prendendo posto a sedere. Pasquale e Graziano Jovinelli, grandi organizzatori del tempo, chiacchieravano tra loro cercando di indovinare come sarebbe finito l’europeo tra Tiberio e Randolph Turpin. Anche loro, come molte centinaia di spettatori, non avrebbero visto nulla. Il gancio sinistro del ragazzo di Trieste fulminava il rivale. Un minuto e cinque secondi e tutto era già finito.

Veloce la gioia, lungo e straziante il dolore. Mitri ha trascinato la sua vita da una tragedia all’altra. Due figli, entrambi morti giovani e in situazioni drammatiche. Aveva appena 28 anni Alex quando una overdose l’aveva ucciso. Tiberia era nata nel ’67, l’Aids l’aveva uccisa.

Tre le donne che avevano vissuto con lui, tre storie finite male. Con Fulvia Franco c’era stata la separazione, troppe cose li dividevano. Non era durata neppure con Helen de Lys Meyer, la mamma americana di Tiberia. L’ultima con cui aveva diviso la vita era stata Marinella Caiazzo. Aveva 33 anni, venti in meno di Tiberio, quando si era innamorato di quell’uomo il cui volto aveva conservato i lineamenti d’angelo, nonostante la vita avesse già scritto per lui mille pagine dolorose. L’aveva lasciato tre anni fa, quando il ragazzo di Trieste aveva cominciato a riempire di violenza le loro giornate.

Era solo Tiberio. Viveva al numero 15 di via Luciano Manara, a due passi da piazza Santa Maria in Trastevere. Di lui si occupavano i ragazzi della comunità di Sant’Egidio. Proprio loro, mercoledì, l’avevano portato in una palestra di pugilato. E lì aveva ritrovato momenti di lucidità. Il Parkinson ed il morbo di Alzheimer gli avevano concesso una piccola tregua. Aveva promesso ai giovani atleti che sarebbe tornato a trovarli.

Qualche pugile, l’ex campione di kick boxing Giorgio Perreca, la nuora, il nipote David. A turno cercavano di non farlo sentire solo. Ma Tiberio spesso non li riconosceva, a volte diventava violento ed era difficile stargli accanto.

Tiziano Amadio è il macellaio che ha un negozio a due passi dalla casa di Mitri. Per un lungo periodo aveva bussato ogni giorno alla sua porta per costringerlo a prendere le medicine. Un giorno era stato respinto a forza, quasi assalito. E lui, giustamente, si era spaventato.

Dicono che l’ex campione vivesse di elemosina, ma la verità è un’altra. Tiberio Mitri, campione di pugilato, non era in grado di gestirsi. La malattia e quel che restava dei vizi che avevano divorato la sua vita (droga e alcool lo avevano anche portato in prigione) si erano presi l’anima. Aveva una pensione, che spesso si dimenticava di ritirare; le sue risorse non erano così inaridite. Vagava come un ombra, scordandosi di prendere i soldi. Per questo, a volte, chiedeva denaro in giro. A Trastevere, come a Termini. Vittima di se stesso, più che di un destino crudele.

Era bello Tiberio. E il cinema non se l’era fatto scappare. Da ragazzo aveva fatto il cromatore, il panettiere, il radiotecnico. Da giovanotto si era divertito di più. Diciassette film accanto a nomi famosi: Sordi, Gassman, Totò, Fabrizi, Brazzi, Peppino De Filippo. Alcuni anche con ruoli importanti, come ne “Il nostro campione” (del ’55), “Un uomo facile” (1958), “Angeli dalle mani bendate” (’61). Aveva rifiutato una sola parte, quella di un uomo tradito, nel film “Grido” che Michelangelo Antonioni gli aveva proposto. La tormentata storia di amore e odio con Fulvia Franco aveva segnato per sempre la sua vita.

Il ring lo aveva lasciato il 21 settembre del 1957, dopo una vittoria. L’Italia stava prendendo coscienza del mondo che cambiava, l’automobile aveva allargato i nostri orizzonti. Si viaggiava all’estero e i giornali ampliavano le proprie cronache illustrando i misteri della corrida, le gioie della Provenza e il romanticismo di una gita sul Reno. Ma un pugile vede i confini che gli si stringono addosso proprio nel momento in cui scende, per l’ultima volta, dal ring. Lì era padrone di sè e del suo futuro, la vita non era altrettanto disposta a fare concessioni. Soprattutto per uno che pretendeva di prenderla per la gola.

Era bello Tiberio. Anche adesso, anche dopo i mille pugni della vita. Aveva un volto solare, liscio, disegnato per piacere alle donne. I capelli lisci ne addolcivano i tratti già leggeri. Uno sguardo intenso che negli ultimi tempi però, aveva perso quella luce che aveva riempito i giorni felici.

Nel suo mondo di ombre, Tiberio Mitri si sentiva solo e inseguiva un porto che esisteva solo nella sua mente. Più volte aveva raccontato di volere partire. Una sera aveva anche preparato la borsa, ci aveva messo dentro un paio di camicie e si era chiuso alle spalle la porta di casa. Poi, era tornato sui suoi passi.

Ieri si è messo qualcosa sopra gli abiti della notte ed ha vagabondato per Roma. La polizia ferroviaria sta ancora cercando di capire come sia finito su quel binario. Non credo volesse suicidarsi, come ha sospettato qualcuno. Penso, più semplicemente, che il vecchio campione si sentisse ormai definitivamente sconfitto. La malattia aveva vinto. Camminava senza meta, senza avere la minima coscienza di dove si trovasse.

Per lui, i versi di Francesco Guccini.

E intanto corre corre corre sempre più forte

e corre corre corre verso la morte

e niente ormai può trattenere

l’immensa forza distruttrice

aspetta solo lo schianto e poi che giunga il manto

della grande consolatrice

Il testo è dedicato al sogno infranto dell’anarchia. Nessuno più di Tiberio è stato anarchico nel profondo dell’anima.

Nel bene e nel male.

Mandela e il senso della boxe

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NELSON Mandela è morto a 95 anni. Dell’enorme peso politico e sociale di quest’uomo potrete leggere da altre parti. Qui voglio ricordare il suo strettissimo legame con lo sport.

Ha sempre creduto oltre misura in questa attività dell’uomo.

Lo sport ha il potere di cambiare il mondo.

Era una delle sue frasi preferite. E anche se non credo sia vero, o almeno non lo sia in assoluto, è un’espressione che mi ha sempre fatto piacere sulle labbra di uno spirito libero.

E’ stato per ventotto anni prigioniero, pena ridotta rispetto alla condanna all’ergastolo per atti di sabotaggio.

In carcere il pugilato lo ha aiutato ad andare avanti. L’ha amato fin da ragazzo, quando andava ad allenarsi in una piccola palestra di Soweto. Ha boxato da dilettante, un peso medio che preferiva la tecnica alla bagarre. Uno che aveva colto l’essenza di questa disciplina.

Amo la scienza del pugilato: la strategia di attaccare e indietreggiare allo stesso tempo. La boxe significa uguaglianza. Sul ring il colore, l’età e la ricchezza non contano nulla. Ma più che il combattimento, a me piace l’allenamento regolare e costante, l’esercizio fisico che la mattina dopo ti fa sentire fresco e rinvigorito.

Si preparava dal lunedì al giovedì, aveva continuato a farlo anche in prigione. Diceva che l’aiutava a stemperare il dolore della libertà negata.

La boxe è un modo per perdermi in qualcosa di diverso dalla lotta politica” aveva scritto nel suo ultimo libro “Conversazioni con me stesso”.

E’ stata una passiona durata tutta la vita. Uscito dal carcere ha continuato a coltivarla come l’età gli permetteva.

Ha incontrato campioni famosi. E’ stato affascinato da Muhammad Ali, al punto da conservare nel suo ufficio da primo presidente nero del Sudafrica i guantoni avuti in regalo dal “più grande”. Ha parlato a lungo e in privato con Sugar Ray Leonard che gli ha donato una delle sue cinture mondiali. Anche questa è andata ad aggiungersi ai cimeli a cui teneva di più. I fuoriclasse facevano la fila per una foto al suo fianco. Le potete vedere in giro su Internet. C’è quella con Leonnox Lewis o Marvin Hagler tra le più famose. Ci sono gli incontri, commoventi, con Joe Frazier e tanti altri campioni.

Madiba, come lo chiamavano affettuosamente un po’ tutti, aveva capito la grande influenza che lo sport aveva sull’uomo. E l’aveva usato come terapia, una medicina per curare la depressione e l’isolamento.

Per quattro anni aveva chiesto ai suoi custodi di poter mettere in piedi una squadra di calcio, anzi come diremmo in Italia di calcetto. Cinque detenuti, tutti neri e poco più che ventenni, condannati a spaccare pietre per 75 anni.

Permesso più volte negato. Così la piccola squadra si era dovuta accontentare di giocare in silenzio all’interno delle celle trasformando in pallone alcuni fogli di carta arrotolati. Poi era arrivato il sì del direttore e finalmente, nell’ora d’aria, era nata la Macana Football Association. La squadra dei detenuti che aveva appreso regole e istruzioni dal libro della Fifa chiesto in prestito alla Biblioteca carceraria.

Per sessanta minuti al giorno tornavano a sentirsi liberi.

Lo sport per Mandela è stato anche e soprattutto il rugby. La sua foto all’Ellis Park con la maglia numero 6 regalatagli dal capitano degli Springbok Jacobus Francois Pienaar è diventata famosa almeno quanto quella di Ali che sbeffeggia Liston finito al tappeto sul ring di Lewiston.

Come aveva più volte ricordato agli affiliati dell’African National Congress “Non ci può essere sport normale in una società anormale.” E solo quando il mondo aveva visto lui, nero, al centro di una nazionale composta quasi esclusivamente da bianchi aveva capito che finalmente un passo importante era stato compiuto sul cammino dell’integrazione razziale. Quattordici bianchi e un nero, Chester Williams. Con Nelson Mandela al centro. Un piccolo passo per il rugby, un grande passo per l’umanità.

Sono volati in Sudafrica solo per stringergli la mano John McEnroe (“Quando mi ha detto che ero un simbolo per lui, ho capito che la mia vita non era stata del tutto inutile”), Ruud Gullit, Lilian Thuram e cento altri ancora.

E quando nel 2010 nel giorno della chiusura del primo mondiale di calcio disputato in terra africana (la cerimonia di apertura si era svolta, guarda caso, l’11 giugno: esattamente quarantasei anni dopo la condanna all’ergastolo di Mandela e dei suoi sette compagni di lotta) ha attraversato lo stadio su una piccola macchina elettrica, mostrando senza paura e con molto orgoglio il suo corpo già devastato dalla malattia, a molti è venuto in mente quel 19 luglio del 1996 quando Muhammad Ali con mano tremante aveva acceso il tripode dell’Olimpiade di Atlanta.

Ecco che la boxe tornava prepotente nella vita di Madiba.

Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso” amava ripetere.

E’ il motto che sintetizza meglio la vita di un Premio Nobel per la Pace, di un uomo che non si è davvero mai arreso.

In difesa della boxe

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UN AMICO mi ha chiesto di commentare l’ennesima campagna per l’abolizione del pugilato. Il dramma di Magomed Abdusalamov, entrato in coma il 2 novembre scorso dopo il match perso ai punti contro Mike Perez, ha scosso l’opinione pubblica. Il russo era imbattuto in 18 incontri, tutti vinti prima del limite. Pochi giorni prima il peso gallo Francisco Franky Leal era morto in seguito ai colpi subiti contro Raul Hirales, che l’aveva superato per ko 8. Un medico inglese, John Hardy dell’University College di Londra, ha pubblicato sulla rivista New Scientist un duro atto d’accusa contro questo sport chiedendo che sia vietato nel mondo.

Ho provato a rispondere al mio amico. Ho cercato di farlo tralasciando i rituali raffronti con altri sport. Football americano e hockey su ghiaccio, ad esempio. Discipline di contatto che fanno dello scontro fisico il momento principale e hanno nelle statistiche degli infortuni numeri inquietanti. Più della boxe. Ho provato a rispondere guardando dentro di me e cercando di essere il più sincero possibile.

Per prima cosa, gli ho detto, posso offrirti le parole della scrittrice americana Joyce Carol Oates: “Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a conannarla pienamente negli altri… Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. E’ probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo essere fisico era Dio…

Poi, ho continuato, posso risponderti meno nobilmente con le parole che ho usato nel mio libro “E chiamavano me assassino”: “Sul ring la sofferenza è solo per il risultato. Il pugile ha paura, ma non di farsi male. Ha paura di perdere. Non viene sconfitto soltanto il suo orgoglio, non perde soltanto il match. Con la sconfitta vede sparire una parte del suo futuro e torna a un passo dalla miseria da dove ha cominciato.

Sono successivamente sceso su un piano più pratico.

Nel pugilato moderno il coefficiente di rischio è stato ridotto al minimo nella maggior parte dei Paesi del mondo. Ma resta. Ed è con quel “minimo” che devono confrontarsi gli uomini di coscienza.

Il pugilato ha salvato tanti ragazzi. Non solo con la sicurezza economica che ha accompagnato il successo. Ma anche con alcuni fondamentali insegnamenti di vita.

Il rispetto delle regole e degli altri, cosa assai rara in una società moderna che perdona qualsiasi scorciatoia se finalizzata al raggiungimento del traguardo.

Il rispetto per il proprio corpo, consci che sul ring non si può bluffare.

La cultura del sacrificio, consapevoli che solo facendolo diventare parte della propria esistenza si possano realizzare i sogni.

La capacità di incanalare la forza fisica attraverso un percorso strategico che richiede intelligenza e autocontrollo.

La certezza che la paura va affrontata. La boxe è uno dei rari momenti della vita in cui vai incontro al dolore, anziché fuggirne, perché sai che è l’unico modo per riuscire a farcela.

Ma tutto questo non mi impedisce di chiedere alcuni accorgimenti a un mondo che amo, certo del fatto che le storture non siano nell’anima del pugilato quanto nei comportamenti delle persone che ne fanno parte.

Bisognerebbe togliersi dalla testa l’equazione pugilato = machismo. La boxe forma l’uomo, non lo trasforma in “macho” vocabolo che, riportando la definizione della Treccani, significa: “un uomo che tenda a esibire una virilità esagerata e appariscente, assumendo in generale atteggiamenti tali da esprimere sicurezza, forza, aggressività.

Se facessimo nostro questo punto di partenza, riusciremmo più facilmente ad accettare l’idea che spingersi oltre il limite non sia un atto di coraggio, ma un errore. Il pugile in sofferenza palese va fermato e questo possono farlo soprattutto l’arbitro ed il suo angolo.

Non mi sono mai scagliato contro uno stop anticipato.

Prendiamo il clan del pugile. Un ragazzo affida nelle mani del maestro la propria vita. Esatto, la propria vita. Perché nel corso del match spesso non ha sufficiente serenità per giudicare le sue condizioni fisiche (il 90% dei pugili a cui, durante un incontro, si chiede: te la senti di andare avanti?, risponde “sì”). Tocca al maestro capire esattamente la situazione, imporre tempi di combattimento, ma anche fermare la sfida quando pensa sia diventata troppo pericolosa. Molte delle tragedie del ring sarebbero state evitate se gli uomini d’angolo fossero stati sufficientemente accorti.

L’arbitro è l’altra persona a cui è affidato il compito di bloccare il combattimento nel caso in cui i rischi superino il lecito. Quante volte abbiamo visto un pugile subire una punizione drammatica senza che il terzo uomo sul ring intervenga?

Riducete poi la pretesa di trovarvi ogni volta davanti a una guerra. Non sto dicendo di trasformare la boxe in un match di scherma. Dico solo che non mi sembra necessario portare fino all’estremo un match, non è lecito accusare di codardia un atleta che chiede di essere fermato se non se la sente più di andare avanti. La boxe ha la sua forza nel rispetto che insegna. Per  l’avversario, per gli altri, per se stessi. Il coraggio un pugile lo dimostra già salendo sul ring. Tifosi e addetti ai lavori dovrebbero ricordarlo. Sempre. Un pugile che vince prendendo pochi colpi non è da fischiare, è da applaudire.

Infine voglio parlare dei cosiddetti “collaudatori”. Lo so, sono indispensabili nella crescita di un atleta che abbia qualità e ambizioni per arrivare in alto. Ma anche qui bisognerebbe fissare dei limiti. Girano l’Europa, il mondo, pugili che hanno una collezione infinita di sconfitte. In molti giustificano la loro presenza sul ring con il fatto che siano “bravi perdenti”, gente che cede quasi sempre ai punti. Non penso sia una giustificazione, sono invece certo sia un’aggravante. Ma credete davvero che continuare a prendere colpi match dopo match, per l’intero arco dell’incontro, sia un fatto positivo? La somma dei pugni raccolti durante 30, 40, 50 sconfitte produce quasi sempre un risultato terribile. Trasforma le statistiche in un elemento a favore di chi vorrebbe condannare alla scomparsa questo sport. E, soprattutto, rovina degli uomini. Ricordiamolo.

Il pugilato con il passare degli anni ha fatto passi da gigante nella tutela degli atleti. Resta però quel minimo coefficiente di rischio (minimo, non perché lo dica io, lo testimoniano le cifre). E allora ognuno di noi dovrebbe chiedersi se sia giusto o meno affrontarlo per avere in cambio i benefici che ho sopra esposto.

Per quanto mi riguarda ho deciso. Io sto con la boxe.