Lungo la strada più solitaria del mondo, in mezzo al deserto, sognando California…

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Questa è una storia di vent’anni fa. Un viaggio da Aspen in Colorado a Mammouth Mountain in California. Attraversando il deserto, andando incontro all’avventura. Non mi stancherò mai di raccontarla, è per uomini e donne di buona volontà . È un racconto lungo, ma penso valga la pena di andare fino in fondo.

La ragazza è bionda, la pelle leggemente abbronzata. E’ magra, sensuale, elegante. Siede accanto al camino nella grande hall del Ritz Carlton Hotel di Aspen, Colorado. Il suo uomo è vicino ai sessanta, ha un fisico asciutto, capelli grigi e corti, indossa un vestito di Armani. Deve avere qualche milione di dollari in banca, si vede da come governa la situazione. Stanno ascoltando un gruppo che canta dal vivo.

Capelli neri e lisci. Lunghi e pettinati all’indietro dove sono raccolti in una coda di cavallo. Occhiali improbabili, orecchino al lobo sinistro. E’ la voce guida del quartetto che sta intrattenendo ricchi signori e belle ragazze. Cantano “Tears in Heaven”, testo e parole di Eric Clapton dedicati a Connor, il figlio avuto da Lori Del Santo. Il bambino di quattro anni morto in un tragico incidente.

“Would you know my name if I saw you in heaven?

Would it be the same if I saw you in heaven?

I must be strong and carry on

‘Cause I know I don’t belong here in heaven”

Saprai il mio nome se ci vedremo in Paradiso?

Sarà lo stesso se ci vedremo in Paradiso?

Devo essere forte e andare avanti

Perchè lo so che non è il mio posto il Paradiso

Sono uno dei pochi a sentirmi triste dentro. Forse perché ascolto le parole. Gli altri parlano, ballano, bevono. E’ la mia ultima sera prima in città. Domani parto. Un collega, mi invita alla Woody Creek Tavern.

A pranzo ci sono autentici cow boy” mi dice.

Ma è all’ora di cena che l’umanita che popola il locale si fa più interessante.

Una ragazza, credo abbia da poco passato i vent’anni, sta giocando a biliardo. È di una bellezza calda, burrosa. Indossa jeans aderenti cuciti sulla pelle, un mini top nero e sopra una maglietta bianca trasparente che copre davvero poco. Quando si china in avanti per tirare il colpo il seno abbondante fatica a non uscire dall’ampia scollatura. Non sempre ci riesce. Il compagno di gioco è un tizio alto e magro, i suoi capelli non devono avere un buon rapporto con la doccia.

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La sala è piena. Birre, T-bone steak, chili e quesadilla circolano in grandi quantità. Alle pareti spiccano vecchi articoli di giornale, foto sbiadite. C’è un chiasso infernale. I camerieri urlano le ordinazioni alla cuina, le voci si accavallano.

Il tizio alto e magro, quello che non si lava mai i capelli, appoggia le mani sul biliardo e dopo una breve giravolta si siede direttamente sul bordo a pochi centimetri dal panno verde. Se ne sta appena sotto un televisore che è sempre acceso, anche se nessuno lo guarda. La ragazza poggia la stecca sul panno, fa un piccolo salto anche lei e si assesta sulle gambe del giovanotto. Cominciano un gioco diverso da quello di prima, ma che sembra appassionarli decisamente di più.

Finalmente le birre arrivano al nostro tavolo. E’ notte, la neve scende su Aspen.

La mattina dopo mi sveglio a fatica. Devo avere bevuto troppo. Dico al tassista di andare veloce, rischio di perdere l’aereo. Quando arrivo, il quadro delle partenze ha un’indicazione inquietante.

09:00 DENVER DELAYED (volo ritardato)

Tre ore dopo la scritta cambia.

09:00 DENVER CANCELLED (volo cancellato)

La città è sotto una tormenta di neve, impossibile dire quando si tornerà alla normalità. Non so a che ora riuscirò a partire. Perderò la coincidenza per la California.

Perché non andiamo da Aspen a Mammouth Mountain in macchina?

Il mio amico lo dice come se fosse la cosa più normale del mondo.

Milleduecento miglia da fare in un giorno e mezzo, dobbiamo essere lì per una nuova tappa della Coppa del Mondo di sci, abbiamo appena visto quella di Aspen. Quattro Stati da attraversare, dal Colorado alla California passando per Utah e Nevada, centinaia di chilometri lungo la I-50. La strada più solitaria d’America.

È il passaporto per una nuova avventura, non posso perdere l’occasione.

Andiamo”.

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Prendiamo la Interstate 70. Quaranta miglia e facciamo la prima sosta, abbiamo fame. Glenwood sembra deserta, in realtà ha seimila abitanti e ha vissuto giorni felici sino alla Grande Depressione. Dalla seconda guerra mondiale in poi ha un’economia che si regge sul turismo che viene di riflesso da Aspen.

Camminando verso il ristorante, ci fermiamo davanti a una vetrina. Al centro, illuminata da due lampade, c’è una foto formato poster di John Wayne vestito da cow boy. Costa 175 dollari, una pazzia. Uno di noi vorrebbe comprarla, lo frena solo la paura di una lunga e interminabile presa in giro.

Mangio qualcosa che non so identificare. Mi sembra una gigantesca insalata con sopra avanzi di ragù dei giorni scorsi.

Proseguiamo sulla I-70, passiamo per Fruita, Loma ed eccoci a Salina. Siamo entrati nello Utah. Meno di duemila abitanti, la cittadina dorme tranquilla. Sono da poco passate le nove quando apro la porta dello Shaheen’s Restaurant. E’ un locale messicano, ma a gestirlo è una famiglia di cacciatori di Dallas. Decine di teste d’alci attaccate alle pareti.

Siamo nella terra dei Mormoni.

La cameriera è una biondina molto carina. A me sembra si senta addirittura troppo bella per vivere lì.

Un’Anchor Porter, per favore.”

“Non ne ho.”

Una Rock Bottom Dark.

“Non ne ho.”

Una Sam Adams.”

“Non ne ho.”

Mi ricordo che da queste parti la sera è proibito servire alcolici superiori al 3.2%.

Beata ragazza, era così difficile dirlo?

Meglio così. Dobbiamo fare ancora duecento miglia per arrivare a Ely dove ci fermeremo per dormire.

A Scipio prendiamo per 12 miglia la I-15 in direzione South. A Holden siamo di nuovo sulla I-50 e marciamo verso North. Eccoci a Delta, poi i 2.400 metri del Sacramento Pass e finalmente Ely.

La strada che porta dallo Utah al Nevada offre splendidi scenari. Vai avanti per centinaia di chilometri senza incrociare una persona. Non è un caso che negli States chiamino la I-50 “la strada più solitaria del mondo”.

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Attraversiamo il deserto. Il cielo è limpido e pieno di stelle, sono più di quante sia mai riuscito ad ammirarne in tutta la vita. La Via Lattea è davanti ai  miei occhi ed è di un’ affascinante bellezza. L’aria è tersa, priva di contaminazioni, mi sento in un mondo diverso da quello in cui ho vissuto sino a poche ore fa. Il brutto è che fra qualche ora tornerò lì.

Passiamo accanto a maestose montagne e le sento vicine come fossero persone, i canyon mi regalano invece una sensazione di potenza.

Una frenata improvvisa, una sterzata rischiosa. Il coniglio selvatico è salvo. Desert cottontail e fit fox, volpi che arrivano sino a mezzo metro di lunghezza, sono gli unici esseri viventi che incrociamo nella nostra lunga notte attraverso il deserto.

Accendo la radio, Bruce Springsteen canta “Glory days”. Un inno alla malinconia, quando i ricordi ti lasciano senza nulla e tu non puoi fare a meno di aggrapparti ai pochi giorni di gloria sfumati nel tempo che fugge.

“Now I think I’m going down to the well tonight

And I’m going to drink till I get my fill

And I hope when Iget old I don’t sit around thinking about it

But I probably will

Yeah, just sitting  back trying to reapture a little of the glory off,

Well time slips away

And leaves you with nothing, mister, but

Boring stories of”

Penso che andrò giù al bar stanotte

e berrò fino a fare il pieno

e spero che quando sarò vecchio non mi metterò seduto a ripensarci,

anche se probabilmente lo farò:

già, seduto a cercare di catturare un poco della gloria passata

Ma il tempo fugge via

E ti lascia senza nulla, amico,

solo noiose storie di giorni di gloria

Ely è città di frontiera. Il primo punto di riferimento per i giocatori che si illudono di realizzare cercano i propri sogni nel Nevada. Blackjack, roulette, slot machine. Tutto, meno che i dadi.

Non si troverà un altro posto per giocare in cinquecento miglia di strada da Jackpot a Las Vegas.

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Quando entriamo nell’albergo guardo l’orologio. Segna l’1:30 della notte. C’è un signore al video-poker. Il resto è silenzio. Per chi è stato anche una sola volta a Las Vegas, Ely ha l’aspetto di un luogo senza futuro.

Il letto è comodo, dormo il sonno dei giusti. Colazione robusta. Uova strapazzate, bacon, fette di pane tostato, succo d’arancia, latte e dolci. Siamo di nuovo in macchina. Copper Flat, Egon Rouge, i 2.300 metri del Passo Robinson Summit, White Pine Mountains, Eureka.

Un grande cartello, a meno di un chilometro dalla città, ricorda a tutti i bei tempi quando centoventi saloon e decine di alberghi accoglievano la folla di turisti che piombava a Eureka.

C’è molta Italia in questo posto sconvolto da un vento che alza nuvole di sabbia e fa rotolare sulla strada grossi cespugli le cui radici non hanno legami profondi col terreno. Emigranti delle nostre terre sono arrivati quaggiù nel 1870. Non parlavano una parola di inglese, ma lavoravano onestamente e con grande impegno nelle miniere. Molte costruzioni sono frutto di menti italiane. Il Brick Building di Celso Tatti, il Colonnade Hotel dei Benevolenti, il Saloon Lani e Repetto.

Vedo l’insegna di un ristorante. E’ ancora chiuso. Poggio le mani sulla vetrina per annullare gli effetti del riflesso e scruto all’interno. Tavoli polverosi, sedie rotte, pareti screpolate. Deve essere chiuso da un secolo. Cinquanta metri e trovo un altro posto dove vendono cibo. Un tavolo di legno, posate che hanno conosciuto tempi migliori. Una signora senza sorriso mi presenta il menù. Bistecca, patatine fritte, strudel di mele, due birre. Totale, dieci dollari. Fosse così anche nell’altra America, viaggiare non sarebbe solo un sogno. A Eureka con 18 dollari trovi un posto letto all’Hotel Alpine. Non è il Danieli di Venezia, ma ti puoi accontentare.

C’è un cartello sulla porta del negozio di robivecchi accanto al ristorante.

Apriamo ogni mattina alle 9, ma possiamo aprire anche alle 10 o alle 8. A volte non apriamo per niente. Chiudiamo ogni giorno alle 5 del pomeriggio, ma possiamo anche stare aperti fino alle 6 o chiudere alle 3. Sabato e domenica restiamo chiusi, ma se passate potete anche trovarci aperti. Se avete proprio bisogno, chiamateci a casa. Non ci troverete”.

Entro e compro una guida della città, “A step back into history” (un passo indietro nella storia). Un po’ pretenziosa.

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Lasciamo Eureka, scendiamo dalle Diamond Mountains, attraversiamo la Diamond Valley dove la US 50 curva verso ovest. Passiamo il Cancello del Diavolo ed entriamo nelle Manogany Hills. Superiamo Summit Mountain e Antelope Peak oltre i 3.300 metri. Piombiamo nella Monitor Valley.

Austin è la malinconica testimonianza del decadimento di una città. Le miniere d’oro e d’argento l’aveva fatta ricca, oggi solo trecento persone popolano questo paesotto triste e solitario.

Abbiamo poca benzina. Per centinaia di chilometri non abbiamo incontrato case nè stazioni di rifornimento. Procediamo e dopo una decina di minuti davanti a noi si manifesta una visione miracolosa. Un cartello di legno con la forma di una grossa freccia che indica la sinistra, una scritta rossa.

“FOOD, DRINK, GAS”

Giriamo per un viottolo pieno di buche. Cinquanta metri, uno spiazzale di terra ricoperta di neve. Un grosso lucchetto blocca la pompa di benzina. Parcheggiamo davanti a una costruzione bassa, bianca, con le tegole per tetto e una scritta in rosso su sfondo bianco: “Cold Spring Station”. Si apre la porta ed esce un gigante di due metri con una lunga barba nera, il pancione fatica a stare dentro un camicia a quadri rossi e neri. Come direbbe un mio amico della Garbatella: “Si vede subito che non ha un filo di magro.” Viene verso di noi, lo seguono tre bastardini scodinzolanti.

Il barbone ride, chiama ad alta voce la moglie. Lei esce dalla casetta bianca. Indossa una maglietta a maniche corte, si strofina l’avambraccio sinistro con la mano destra. “E’ fresco oggi.” Ci saranno cinque gradi sotto lo zero, è in maniche corte, una maglietta e niente più. E dice: “E’ fresco oggi.”

Dal saloon esce un altro uomo. E’ enorme, fatica a rimanere dritto. Barcolla, ha gli occhi socchiusi e umidi. La testa deve pesargli terribilmente vista la fatica che fa a tenerla dritta. Ride e ci invita a bere una birra. Lui è mastodontico, noi abbiamo sete. Entriamo.

7˜

Il saloon è buio. Due uomini e una donna bionda (jeans aderenti, cappellaccio da cow boy e stivali a punta) se ne stanno appoggiati al bancone. Altri quattro, stesso abbigliamento, occupano due tavolini in fondo alla sala. Non riesco a capire da dove possano essere arrivati. Case non ne abbiamo viste. Chiedo al padrone.

Da dove viene questa gente?

“Dalle loro case.”

Questo lo supponevo, ma quanto distano da qui le loro case?

“Dipende, anche cento chilometri.”

E fanno cento chilometri per bere una birra?

“Fanno cento chilometri per stare con gli amici, scambiare qualche parola con una persona che non sia la moglie o il marito, ridere, scherzare. Domani torneranno a lavorare”.

Mi sembra tutto molto strano”.

“Perché voi europei avete un concetto di distanza diverso dal nostro”.

Beviamo, facciamo benzina, salutiamo e siamo di nuovo in viaggio. La tabella di marcia è stressante.

Passiamo Falon ed entriamo a Reno, la città dei divorzi veloci, la città fondata dalla tribù indiana dei Washo. Ceniamo, mezzo bicchiere di birra e si riparte. Il ristorante, scelto a caso, è italiano. Impressionante il numero di ristoratori del nostro Paese che operano negli States. Uno dei miei amici ha da tempo lanciato una scommessa: “Ogni volta che in una città americana non troverò un ristorante con la scritta “Italian cuisine” ti pagherò la cena.” Finora non ha mai pagato.

Di nuovo in viaggio. È la 395 direzione South la strada che ci porterà a destinazione. A Vinton entriamo in California. Poi passiamo velocemente Bishop, Bridgeport, Lee Virgin. Mancano 36 miglia a Mammouth Mountain quando scopriamo che l’indicatore della benzina segna rosso fisso. E’ notte, di distributori non c’è traccia.

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Fa freddo, la temperatura esterna è di 15 gradi sotto lo zero. L’idea di rimanere bloccati ci innervosisce. Con un filo di gas, sfruttando al meglio le discese e badando a non fare bruschi cambi di marcia, imbocchiamo la strada che collega la città al nostro albergo. Sono quattro miglia, ma nel momento in cui la percorriamo ancora non lo sappiamo. L’auto si inerpica lentamente sulla salita. Neve e ghiaccio attorno a noi. Ed è la stagione in cui gli orsi si svegliano dal lungo letargo invernale. Ad ogni curva le speranze di farcela diminuiscono, gli occhi sono fissi sull’indicatore della benzina, la lancetta pende decisamente su una lettera che mi terrorizza, E. Empty, vuoto!

Ancora una curva, magia.

Le luci del Mammouth Mountain Inn ci accolgono festose, finalmente a casa. Sono le 2 di notte, abbiamo lasciato l’aeroporto di Aspen da 36 ore. Ci abbracciamo, ce l’abbiamo fatta. Non abbiamo realizzato un’impresa da record, non abbiamo scoperto il nuovo mondo. Ma è stata sicuramente una bella avventura.

 

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Storia (un po’ malinconica) di quando il birro e Rimini facevano sognare le svedesi


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Dedico questa storia a chi ama le città di provincia, i film di Pupi Avati, il Fellini dei Vitelloni, l’atmosfera magica delle città di mare quando l’estate vola via. È un racconto che mi porto dietro da tempo, è la mia coperta di Linus. Ogni volta che sono triste, lo rileggo. Parla della Rimini di una volta. Ha una vena malinconica, ma fa bene al cuore.

Il birro viveva di notte. Alle cinque del mattino scendeva dalla collina del “Paradiso”. Usciva in compagnia di una donna dal dancing che allora era di Ivo Del Bianco, quello che aveva girato “Il principe fusto” con Maurizio Arena, ed oggi appartiene a Gianni Fabbri. Quello che ha il fratello che fa il semiologo a Parigi.

Scendendo a valle il birro incrociava i contadini che portavano la verdura al mercato. Cominciava all’alba la loro giornata di lavoro.

La città dormiva. Rimini conservava ancora quel sapore aristocratico che le permetteva di rivaleggiare con la Versilia dove “La Bussola” di Sergio Bernardini dettava legge, In Romagna faceva tappa quella che allora chiamavano “cafe society”. Nobili, politici, cinematografari, starlette e aspiranti attori si davano appuntamento qui. Al “Paradiso” incontravi i reduci di Cortina, In pedana c’erano i complessi di don Pedro Urbina o di Romano Mussolini. Se eri fortunato incappavi in un concerto di Chet Baker, il re del jazz moderno.

Sulla pista da ballo spargevano borotalco per scivolare meglio. Erano i tempi del mambo, del cha-cha-cha. Twist e hully gully sarebbero arrivati dopo. A ballare ci si andava con un unico scopo. Imbarcare una bella donna.

Chi aveva pochi soldi in tasca puntava su divertimenti meno impegnativi. I più giovani si tassavano e d’inverno affittavano il salone di un albergo chiuso per ferie. Se c’erano ancora soldi prendevano il juke-box. Altrimenti si dovevano accontentare del grammofono. I dischi erano quelli di Natalino Otto, Claudio Villa, Nilla Pizzi. L’Orchestra Casadei era già famosa negli anni Quaranta, le “criminal song” di Fred Buscaglione avevano conquistato tutti.

Al dancing, con il biglietto di ingresso avevi diritto a una consumazione. Le finanze e lo spirito del giovanotto dettevano la scelta della seconda bibita. Dalla Cedrata Tassoni al vermut con ghiaccio, sempre più su sino alla vetta del desiderio. Un whisky.

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Andava forte l’orchestra di Riccardo Rauchi con cui raccoglieva applausi il “cantante pazzo”, un tenebroso signore che faceva rock and roll. Si chiamava Sergio Endrigo e il suo successo era “Non occupatemi il telefono”. Rideva. “Io che amo solo te”, “Viva Maddalena”,  i singhiozzi. Tutta roba che sarebbe venuta solo qualche anno dopo.

Un ragazzo con la chitarra e l’aria triste, giacche pesanti anche in estate, cominciava a farsi conoscere. Il suo nome era Domenico Modugno. Si esibiva in canzoni dialettali. Van Wood cantava “Butta la chiave”, Umberto Bindi era di casa al “Kansas City” dove abitualmente suonava Luciano Fineschi. Il talent scout era Marcello Minerbi che assieme a Tullio Romano e Carlò Timò avrebbe creato Los Marcellos Ferial. Un trio di goliardi e amici nato come parodia dei Los Hermanos Rigual. Per nascondere le loro origini italiane giravano su una Chevrolet decappottabile con targa venezuelana. Il successo sarebbe arrivato con “Sei diventata nera” e “Angelita di Anzio”,

In molti si erano presi una cotta per il jazz. Nel dopoguerra gli americani avevano portato i V-disc, 78 giri “king size” di musica classica e moderna. Avevano fatto conoscere Glenn Miller, Benny Goodman, Duke Ellington. E la gente se ne era innamorata.

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I punti di ritrovo erano il Saviolino, l’Embassy, Villa Alta e il Paradiso. La mondanità era quella che, cambiando città, avremmo rivisto nella “Dolce vita” di Federico Fellini.

L’Embassy era il dancing numero uno. C’era Fred Buscaglione. Si passavano interi pomeriggi a chiacchierare. Al centro dei discorsi c’era spesso il barman, mitico personaggio a cui Fred aveva dedicato anche il verso di una canzone: “Elio il barista è un ragazzo molto in vista”. Al Sombrero si dava da fare uno che avrebbe fatto strada. Silvio Berlusconi si esibiva assieme all’ex compagno di banco Fedele Confalonieri che l’accompagnava al pianoforte. Intrattenevano il pubblico. Berlusconi raccontava barzellette e cantava rifacendosi ai francesi Gilbert Becaud e Yves Montand. Suonava anche chitarra e contrabasso. Avrebbe smesso nei primi anni Sessanta.

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Valerio Zurlini girava “Un’estate violenta” e “La ragazza con la valigia”, Jacqueline Sassard recitava in “Non siamo angeli”. Il Teatro Novelli era il regno dell’operetta. “La vedova allegra”, “Il paese dei campanelli” erano entrati nella vita di molti riminesi.

Sui muri della città c’erano grandi manifesti color giallo paglierino. Le scritte più piccole erano in nero. In rosso, tutto maiuscolo, il nome di una delle più note compagnie del momento: DE ZAN. Il papà Enrico era un cantante affermato, un tenore. Artista anche la moglie Maria Mascagno. Il figliolo, un giovane Adriano, si muoveva dietro le quinte. Presto sarebbe diventato la voce televisiva del ciclismo.

Due giornali scandivano i tempi della mondanità. “Lo Specchio” di Roma e “Le Ore” di Milano. Olghina de Robilant era la cronista più nota. Il settimanale romano si occupava di aristocrazia, nobiltà e alta finanza. Quello milanese raccoglieva le vicende dei neo ricchi, le storie dei “cummenda” e delle loro segretarie, le scappatelle, gli amori di un fine settimana.

I jeans li avevano in pochi. Quelli che pensavano di conoscere la moda se ne andavano in giro con i pantaloni bianchi larghi in fondo e una camicia nera. La macchina era la “500” o la “Topolino”. Con una “110 Fiat” decappottabile già potevi parlare di lusso. La passione dei più esuberanti era il Galletto, lo scooter con le ruote alte della Moto Guzzi.

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Non erano molti quelli che avevano la possibilità di andare fuori a cena. La gente provava un po’ di invidia per chi poteva permettersi di sedersi a un tavolo a mangiare mentre l’orchestra suonava dal vivo. E così ci si radunava fuori dai ristoranti. Il più noto era “Notte e dì”. Si ascoltava la musica e si guardavano i ricchi come se fossero animali dietro la vetrina.

Il gioco dei poveri era il “cirol”. Picchiavi con il bastone un pezzetto di legno e cercavi di lanciarlo il più lontano possibile. Il calcio era di moda, ma marciava forte anche il pugilato. Al bar si parlava delle imprese di Aldo Montanari, Duilio Bianchini o Alfredo Neri detto “il green”. Le palestre erano quelle della Libertas e del Dopolavoro Ferrovieri. Pugili ce n’erano tanti. Rimini poteva permettersi di sfidare con una squadra al completo Bologna, Forlì, Pesaro o Ferrara. Le sale erano piene, frequentate anche dalla nobiltà. Come il conte Perticani che a Savignano aveva proprietà in tutta la zona.

I ragazzi che nel ’46, dopo una guerra che aveva devastato la città, vendevano ferro e pulivano mattoni per racimolare qualche lira, avevano un sogno nel cuore. Diventare un birro.

L’esame lo tenevano al Bar Kansas City. Il premio era la patente di birro e la possibilità di sedersi in uno dei tavoli con una posizione strategica per imbarcare le svedesi. Le domande erano assurde e per essere promossi non serviva dare risposte esatte. Si era accettati solo in base all’umore degli anziani.

Il birro scandiva la giornata secondo ritmi precisi. Non si alzava mai prima delle quattro del pomeriggio. Non andava a letto mai prima delle sei del mattino. Sempre pallido, mai un filo di abbronzatura andava a involgarire il corpo. Quando faceva straordinarie apparizioni in spiaggia, spinto sempre dallo stesso richiamo “Mamma vuole conoscerti”, sembrava un alieno appena approdato sulla Terra.

Si faceva vedere al bar attorno alle sette del pomeriggio. Il primo giro era nei piccoli dancing. Se imbarcava, bene. Altrimenti andava al “Paradiso”. Viveva di notte e l’unica occupazione era la caccia alla straniera. La via migliore del successo era quella di “fare i treni”. Il birro sapeva tutto sugli orari di arrivo dalla Francia, Inghilterra e Svizzera. Etichettava le conquiste secondo una precisa graduatoria.

Alla stazione di Rimini c’era una sala d’aspetto di prima classe frequentata solo da questi giovanotti. Calzavano mocassini sui piedi nudi, segno di libertà e spregiudicatezza. Fino a qualche tempo prima il massimo era rappresentato dai calzini rossi sui jean con risvolto alto. Giocavano a carte, si raccontavano le loro avventure.

Quando il treno arrivava e la straniera scendeva, il birro scattava. Le prendeva la valigia, si offriva di accompagnarla. Quando ne valeva la pena scomodava perfino Martel, un vetturino alto due metri e con due mani gigantesche. La carrozzella portava la signorina, lentamente, fino alla pensione.

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La spiaggia era il luogo sacro dell’avventura. Un punto di ritrovo. A tutte le ore, ma soprattutto di notte. Si parlava, si giocava, ci si appartava. Le cabine erano in legno e molti erano quelli che le bucavano per spiare le signore arrivate al mare senza i mariti. C’erano le tende, non gli ombrelloni. Si giovana a paletta con racchette di legno e pallina da tennis, a pallavolo. Si ascoltava musica.

Il bagno di mezzanotte era un passo avanti nella conquista. Voleva dire che c’era amore.

Quando l’estate finiva i birri si radunavano al bar e raccontavano le loro conquiste. Qualcuno partiva per raggiungere la tedeschina in Germania o la biondina dell’ultima settimana in Svezia. I birri erano cinici, maschilisti, ma anche sentimentali.

Quelle estati riminesi erano abitate da strani personaggi.

Lelo si presentava come editore di una catena di giornali. Era il proprietario dell’edicola principale di Rimini. Shantung grigio, camicia bianca, sempre elegante.

Nerone era il latin lover del momento. Girava con un abito nero, gessato. Era alto, moro di carnagione, capelli scuri da cui nasceva il soprannome. Raccontava mille storie e tutti stavano ad ascoltarlo, anche se sapevano che molte di quelle avventure esistevano solo nella sua mente.

Poi c’era Silvio detto “Bigulin”. Scendava in strada con smoking e farfallina nera. Sempre profumato e ben pettinato. Declamava poesie d’amore. Batteva forte tre volte il piede in terra e annunciava: “Dove passa Silvio, passa l’amore”.

Il Carlini di professione faceva il commerciante. Vendeva cravatte. La sua vera passione era raccontare barzellette e lanciare “sordini”, pernacchie insomma, che si potevano ascoltare in tutta la città.

La cocaina circolava negli ambienti più eleganti. La gente meno pretenziosa si divertiva con roba assai meno pericolosa. Si andava al cinema. All’Arena delle stelle o all’Embassy. Due biglietti in galleria ti permettevano di vedere un bel film e ti garantivano l’intimità per pomiciare.

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Il sogno americano era la moda. Juke-box, jazz e cinema avevano portato la cultura d’Oltreoceano in Romagna. Nel dopoguerra erano arrivati i pacchi dell’ERP, il programma di sviluppo americano, i V-disc, il pane bianco, la cioccolata e tutta quella musica piena di ritmo che veniva fuori dagli altoparlanti e dalle radio. Come non farsi contagiare?

Sulle spiagge erano tornati i tedeschi. Qualcuno aveva una gamba in meno, lasciata in una guerra maledetta magari proprio sulla linea gotica. Portavano con loro figli e moglie. Li portavano a vedere dove avevano combattuto, sofferto e dove adesso avrebbero potuto tornare a essere felici.

La fine di quella Rimini romantica è cominciata a metà degli anni Sessanta. Le prime megadiscoteche, “La locanda del lupo” o “La baia degli angeli”, hanno annunciato l’arrivo di un nuovo mondo. I Beatles comandavano le classifiche con “Please please me” e “Love me do”, Elvis Presley era ancora sulla cresta dell’onda e la “gioventù bruciata” si apprestava a celebrare il decimo anniversario della morte di James Dean. Il professor Eugenio Pagnini era soprannominato “Olimpic Gen”. Insegnava al Liceo Classico Giulio Cesare, quello in cui aveva studiato Federico Fellini, e aveva fatto conoscere ai riminesi quello strano sport chiamato baseball. I figli della guerra avevano attorno ai vent’anni. Le svedesi erano sempre numerose. I birri, quelli veri con la patente, cominciavano invece a scarseggiare.

Oggi i birri non scendono a valle dalla collina del “Paradiso”. Di contandini lungo le strade non ce ne sono più. Adesso si corre contromano in autostrada, possibilmente a fari spenti. Si bucano gli stop di notte, droga e alcool sono spesso la compagnia più desiderata.

Divertirsi è una fatica mortale.

Chissà cosa direbbe Martel.

Incubi e magie del Sahara

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LA NENIA del Muezzin fende l’aria, si insinua nelle case. Ricorda ai fedeli l’obbligo della preghiera, ṣalāt al-ṣubḥ. Mi sveglio e non riesco a riprendere sonno. Sono le 4.30 del mattino di un caldo gennaio dell’87. Dopo tre ore la gente è in strada e io mi rivolto ancora nel letto. Gli uomini vestono i boubou, l’abito tradizionale della Mauritania. Le donne hanno gli chechs, lunghi pezzi di lino avvolti attorno alla testa. Vagano tutti senza una meta. Lo scorrere del tempo assume una diversa unità di misura. Le distanze si misurano in ore di viaggio, non in chilometri.

Al mercato di Atar, appena dietro la piazza principale, la carne sui banchi dei macellai è avvolta da nuvole di mosche che si azzuffano per succhiare più a lungo gocce di sangue. Non si alza neppure una mano per scacciarle.

Poco più in là le donne pestano la polvere che servirà per colorare le tele dei boubou e degli chechs. Tutto attorno è confusione.

Ai tavoli di piccole trattorie offrono cous-cous e riso con carne di cammello. Non so raccontarne il sapore, ogni volta che me lo hanno proposto ho scosso il capo in un gentile segno di diniego.

Fuori dalla città c’è solo sabbia. Il sole martella di giorno e il freddo arriva puntuale la notte. Poi ci sono le mosche. Sono tante, mi sembra siano milioni. C’è poca poesia nel primo impatto con il deserto della Mauritania, Sahara centrale.

Sto correndo incontro alla Parigi-Dakar. Una galoppata di cinquecento chilometri, dieci ore di strada dalla capitale Nuackchott attraverso un panorama che cambia continuamente. Distese sconfinate di sabbia, spruzzate di verde, migliaia di pietre. Poi di nuovo sabbia.

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Sono in macchina con due colleghi e un autista del posto. Viaggiamo a una media di 35 kmh. L’autista manovra il volante della Peugeot 504 come se stesse guidando un vecchio camion con rimorchio senza servosterzo. Poi tira fuori dal tascone del boubou un astuccio di cuio. Riempie il bocchino d’argento con una pallina di qualcosa assai simile al tabacco e aspira. Per una decina di minuti quella che era una tranquilla velocità di crociera si trasforma in un’andatura da Gran Premio, poi torna la calma. Fino alla successiva tirata.

Lungo il cammino enormi copertoni, scheletri di auto bruciate. Comincio a fantasticare su quali misteriose storie si possano nascondere dietro quelle carcasse. In una delle soste confido i miei dubbi a un amico. Nessun mistero sono semplicemente le indicazioni per i concorrenti. E’ tutto segnato sul “road book”. Le auto bruciate sono il ricordo tangibile di imprese sfortunate chiuse con l’abbandono. Della gara e della macchina. Ora quelle auto servono come segnapista.

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Incontriamo solo due villaggi in cinquecento chilometri di strada, San Just e Boisson. Case basse, senza tetto. Non piove molto da queste parti. Il vento è l’unica cosa che abbonda.

La macchina procede saltando da una buca all’altra. Non stiamo marciando sul tole oundulé, gli avvallamenti di sabbia alti dai tre ai cinque centimetri che con ritmo regolare tormentano per centinaia di chilometri i concorrenti nel deserto d’Algeria. Però i salti sono abbastanza fastidiosi e il mio rispettabile sedere ha tutto il diritto di lamentarsi. Solo 160 chilometri su 500 sono parzialmente asfaltati. Il resto è sassi e sabbia su piste che il vento nasconde. Finalmente arrivo ad Atar.

René Metge, uno degli organizzatori, confessa un segreto.

E’ qui che i concorrenti scoprono perché chiamiamo “Inferno” il deserto della Mauritania. E’ nella tappa da Tiddjika ad Atar che se ne accorgono.”

L’ho capito anch’io, non è difficile. Dune alte fino a 400 metri ci si parano davanti. Quando arrivi ai loro piedi o hai la macchina in piena spinta e riesci a passarle, o ti blocchi e resti lì finché non arriva qualcuno ad aiutarti. Se ad accompagnarti c’è la signora sfortuna, arriva anche il vento che ti soffia contro. A quel punto tutto cambia aspetto e tu non sai neppure dove sei. Non ti resta che affidarti alla bussola di bordo. O, se ci credi, puoi cominciare a pregare.

Se hai la jella marchiata sulla pelle, può anche succedere che dopo avere superato l’inferno un cane ti tagli la strada e finisca la corsa tra le ruote della tua moto. Cadi e la vittoria sfuma all’improvviso. Chiedete a Neveu se volete una conferma.

La corsa ha così tanto fascino da conquistarti al primo impatto, anche se è un’esperienza massacrante. Non ce la fai proprio a odiare la Dakar. Come potresti davanti alle storie che sa raccontare?

C’è gente che si è persa e ha ritrovato la strada giusta seguendo una piccola stella indicatagli dai Tuareg. Chiedete a Batti Grassotti, torinese e unico italiano in gara con una Kawasaki 650.

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La Parigi-Dakar è perdersi al bivacco fra migliaia di tende la mattina all’alba subito dopo il briefing. O sentirsi con il morale a terra e la benzina che sta per finire proprio mentre sei in mezzo al deserto. E poi ritrovare il sorriso e la speranza succhiando carburante a un’auto cappottata e ormai fuori gara. Crudele, forse anche spietato. Ma sicuramente utile per salvarti.

Se la prendi per il verso sbagliato puoi pensare che sia un’avventura come tante.

A Lorenzo è accaduto proprio così. Lui è di Rovigo e ha partecipato a un concorso indetto da un’industria di calzature. Primo premio: la partecipazione alla corsa. E’ arrivato secondo, ma il vincitore si è rotto le dita della mano destra a due giorni dalla partenza ed ha rinunciato. Così è stato sostitutito da Lorenzo che si è presentato al raduno di Parigi con un materasso e un cuscino. Quando gli hanno spiegato che non era proprio così che si dormiva in pieno deserto, ha cercato di giustificarsi.

Senza cuscino non riesco a prendere sonno.”

Glielo hanno buttato in strada, perso per sempre.

Con sé aveva un coltello da foresta dell’Amazonia, tipo Jungle Jim. Lama enorme e dentro il manico cavo tutto l’occorrente per la sopravvivenza. Aveva anche gli ami da pesca, utilissimi nel deserto. Gli hanno chiesto perché non avesse portato il machete.

Era troppo grande, non entrava nella sacca.”

L’hanno subito soprannominato Rambo. Quando l’ho incontrato era giallo per la sabbia, aveva il viso rigato dalla fatica e poca voglia di parlare. Dubito che alla fine della storia continuerà a considerarsi come il fortunato vincitore di un premio.

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Questa corsa è anche il mostruoso Daf di Jan De Roy che tutti qui chiamano “L’Olandese Volante”. Quando arriva a sirene spiegate, moto e auto si fanno da parte. Il suo Turbotwin crea ammirazione e scompiglio.

Già l’aspetto del pilota, un gigante dallo sguardo cattivo, contribuisce a creare tensione. Dicono sia un iracondo. Non ho alcuna voglia di incontrarlo.

Ma non è solo lui a destare sgomento. Il suo Daf con il telaio in lega d’alluminio riesce a suscitare altrettanto timore. La parvenza di carrozzeria si limita alla lamiera della cabina, il resto è in vetroresina. Ha una potenza di mille cavalli, sedici marce e una velocità massima di 200 kmh.

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C’è odore di soldi ovunque. La Peugeot ha investito dieci miliardi nell’operazione. Macchine da trecento milioni che corrono in un Paese dove il reddito annuo pro capite è di 600.000 lire. Auto che consumano da fare paura: un litro ogni due chilometri. Marciano a velocità da Formula 1 con punte di 220 kmh e medie vicine ai 150.

Tanti soldi. Ma qui la gente è davvero povera. Te ne accorgi guardando i volti e le gambe dei bambini, la magrezza dei vecchi, i rarissimi negozi, i mercati all’aperto, la gente che cammina a piedi nudi sulla polvere di sabbia. Ne hai la certezza leggendo i rapporti del ministero della sanità francese. La Mauritania è la zona africana con la più alta percentuale di morti per malattie infantili. L’agricoltura offre un reddito striminzito, il commercio non dà vie d’uscita. La corsa regala un momento di allegria, non porta ricchezza e complica la vita.

Un circo infernale di 1500 persone che si spostano freneticamente, troppo veloci per lasciare una traccia.

E’ una gara massacrante. Sbalzi di temperatura che vanno dai 30° del giorno ai 7° della notte, poco tempo per recuperare la fatica, ancora meno per dormire. C’è poi la tensione della guida, gli scossoni, l’accumulo di stanchezza dopo avere guidato per settecento chilometri a ritmi pazzeschi.

Uomini vestiti di sabbia cavalcano moto che somigliano a mostri preistorici. Auto nascoste dagli adesivi degli sponsor volano verso la fine della loro avventura nel deserto. I nuovi eroi vanno a caccia dell’impresa sensazionale ficcandosi a testa bassa nel mistero. Amano i loro mezzi, forse più di quanto dicano di amare se stessi. Passano davanti alle meraviglie dell’Africa senza fermarsi.

Io sono stato scosso dal cielo nel deserto, dalla possibilità di girarmi attorno e guardare sino all’orizzonte senza vedere altro che sabbia, dai colori di quest’Africa povera, dall’unica oasi che ho incrociato lungo il cammino. Immagini di desolato squallore e magica bellezza.

A essere sincero, ho provato meraviglia anche davanti a una Coca Cola ghiacciata pagata cinquanta onguiyas, più o meno mille lire, in uno strano posto di ristoro spuntato dal nulla in mezzo al deserto.

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Altri hanno apprezzato col cuore il panorama. Patrick Tambay durante la tappa che portava da Nema a Ridijika voleva addirittura fermarsi per scattare delle foto. Il paesaggio l’aveva stregato. Il navigatore si è opposto. Urla, liti, poi finalmente l’accordo. Patrick continuava a pigiare sull’accelleratore e Lemoyne spingeva il pulsante per gli scatti della macchinetta. Hanno fatto splendide foto e hanno anche vinto la tappa.

Lascio Arat, prossima tappa Nouadhibou. La Parigi-Dakar continua e non posso neppure brindare al suo successo con un goccio di vino. In Mauritania l’alcool è proibito.

Di notte verso la California

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LA RAGAZZA è bionda, la pelle leggemente abbronzata. E’ magra e veste elegante. Siede accanto al camino nella grande hall del Ritz Carlton di Aspen, Colorado. Il suo uomo è vicino aii sessanta, ha un fisico asciutto, indossa un vestito di Armani. Deve avere qualche milione di dollari in banca. Stanno ascoltando un gruppo che canta dal vivo.

Capelli neri e lisci. Lunghi e pettinati all’indietro dove sono raccolti in una coda di cavallo. Occhiali improbabili, orecchino al lobo sinistro. E’ la voce guida del duo che sta intrattenendo ricchi signori e belle ragazze. Cantano “Tears in Heaven” (http://www.youtube.com/watch?v=JxPj3GAYYZ0&feature=youtu.be), testo e parole di Eric Clapton dedicati a Connor, il figlio avuto da Lori Del Santo. Il bambino di quattro anni morto in un tragico incidente.

“Would you know my name if I saw you in heaven?

Would it be the same if I saw you in heaven?

I must be strong and carry on

‘Cause I know I don’t belong here in heaven”

“Saprai il mio nome se ci vedremo in Paradiso?

Sarà lo stesso se ci vedremo in Paradiso?

Devo essere forte e andare avanti

Perchè lo so che non è il mio posto il Paradiso”

Sono uno dei pochi a sentirmi triste dentro. Forse perché ascolto le parole. La gente attorno a me parla, balla, beve. E’ la mia ultima sera prima di lasciare la città. Leonardo Coen, un collega, mi invita alla Woody Creek Tavern. A pranzo ci sono autentici cow boy. A cena l’umanita che popola il locale si fa più interessante.

Una ragazza, credo abbia da poco passato i vent’anni, gioca a biliardo. Indossa jeans aderenti, un top nero e sopra una maglietta bianca trasparente. Quando si china in avanti per tirare il colpo il seno abbondante fatica a non uscire dall’ampia scollatura. Non sempre ci riesce. Il compagno di gioco è un tizio alto e magro, i suoi capelli credo non abbiano incontrato acqua da molto tempo.

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La sala è piena. Birre, bistecche, chili e quesadilla circolano in grande quantità. Alle pareti spiccano articoli di giornale, foto sbiadite. C’è un chiasso infernale. Si urlano le ordinazioni, le voci si accavallano.

Il tizio alto e magro, quello che non si lava mai i capelli, si siede sopra il biliardo, sotto una tv sempre accesa anche se nessuno la guarda. Prende sulle gambe la provocante giocatrice. Cominciano un gioco diverso da quello di prima, ma che sembra appassionarli decisamente di più.

Finalmente le birre arrivano al nostro tavolo. E’ notte, la neve scende su Aspen.

La mattina dopo mi sveglio a fatica. Le birre mandate giù devono essere state decisamente troppe. Dico al tassista di andare veloce, rischio di perdere l’aereo. Quando arrivo, il quadro delle partenze ha un’indicazione inquietante.

09:00 Denver, delayed. (volo ritardato)

Tre ore dopo la scritta cambia.

09:00 Denver, cancelled. (volo cancellato)

La città è sotto una tormenta di neve, impossibile dire quando si tornerà alla normalità. Non so a che ora riuscirò a partire. Perderò la coincidenza per la California.

Perché non andiamo da Aspen a Mammouth Mountain in macchina?

Leo lo dice come se fosse la cosa più normale del mondo.

Milleduecento miglia da fare in un giorno e mezzo, dobbiamo essere lì per una nuova tappa della Coppa del Mondo di sci. Quattro Stati da attraversare, dal Colorado alla California passando per Utah e Nevada, centinaia di chilometri lungo la I-50. La strada più solitaria d’America.

Va bene, accetto.

Siamo in tre sul fuoristrada. Il terzo uomo è Claudio Colombo, compagno di mille avventure.

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Prendiamo la Interstate 70. Quaranta miglia e siamo già fermi per mangiare. Glenwood sembra deserta, in realtà ha seimila abitanti ed ha vissuto giorni felici sino alla Grande Depressione. Dalla seconda guerra mondiale in poi ha un’economia si regge sul turismo che viene di riflesso da Aspen.

Camminando verso il ristorante, ci fermiamo davanti a una vetrina. Al centro, illuminata da due lampade, c’è una foto formato poster di John Wayne vestito da cow boy. Costa 175 dollari, una pazzia. Uno di noi vorrebbe comprarla, lo frena solo la paura di una lunga, interminabile presa in giro.

Mangio qualcosa che non so identificare. Mi sembra una gigantesca insalata con sopra avanzi di ragù dei giorni scorsi.

Proseguiamo sulla I-70, passiamo per Fruita, Loma ed eccoci a Salina. Siamo entrati nello Utah. Meno di duemila abitanti, la cittadina sembra dormire tranquilla. Sono da poco passate le nove quando apro la porta dello Shaheen’s Restaurant. E’ un locale messicano, ma a gestirlo è una famiglia di cacciatori di Dallas. Decine di teste d’alci attaccate alle pareti. Siamo nella terra dei Mormoni.

La cameriera è una biondina molto carina. Mi sembra si senta troppo bella per vivere lì.

Mi porti un’Anchor Porter, per favore.”

“Non ne ho.”

Allora una Rock Bottom Dark.

“Non ne ho.”

Una Sam Adams.”

“Non ne ho.”

Mi ricordo che da queste parti la sera è proibito servire alcolici superiori al 3.2%. Beata ragazza, era così difficile dirlo?

Meglio così. Dobbiamo fare ancora duecento miglia per arrivare a Ely dove ci fermeremo per dormire.

A Scipio prendiamo per 12 miglia la I-15 in direzione South. A Holden siamo di nuovo sulla I-50 e marciamo verso North. Eccoci a Delta, poi i 2400 metri del Sacramento Pass e finalmente Ely.

La strada che porta dallo Utah al Nevada offre splendidi scenari. Vai avanti per centinaia di chilometri senza incrociare una persona. Non è un caso che negli States chiamino la I-50 “la strada più solitaria del mondo”.

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Attraversiamo il deserto. Il cielo è limpido e pieno di stelle, sono più di quante sia mai riuscito ad ammirarne in tutta la vita. La Via Lattea è davanti ai  miei occhi ed è di un’ affascinante bellezza. L’aria è tersa, priva di contaminazioni, mi sento in un mondo diverso da quello in cui ho vissuto sino a poche ore fa. Il brutto è che fra qualche ora tornerò in quel mondo.

Passiamo accanto a maestose montagne e le sento vicine come fossero persone, i canyon mi regalano invece una sensazione di potenza.

Una frenata improvvisa, una sterzata rischiosa. Il coniglio selvatico è salvo. Desert cottontail e fit fox, volpi che arrivano sino a mezzo metro di lunghezza, sono gli unici esseri viventi che incontriamo nella nostra lunga notte attraverso il deserto.

Accendo la radio, Bruce Springsteen canta “Glory days” (http://www.youtube.com/watch?v=6vQpW9XRiyM). Un inno alla malinconia, quando i ricordi ti lasciano senza nulla e tu non puoi fare a meno di aggrapparti ai pochi giorni di gloria sfumati nel tempo che fugge via.

“Now I think I’m going down to the well tonight

And I’m going to drink till I get my fill

And I hope when Iget old I don’t sit around thinking about it

But I probably will

Yeah, just sitting  back trying to reapture a little of the glory off,

Well time slips away

And leaves you with nothing, mister, but

Boring stories of”

“Penso che andrò giù al bar stanotte

e berrò fino a fare il pieno

e spero che quando sarò vecchio non mi metterò seduto a ripensarci,

anche se probabilmente lo farò:

già, seduto a cercare di catturare un poco della gloria passata

Ma il tempo fugge via

E ti lascia senza nulla, amico,

solo noiose storie di giorni di gloria”

Ely è città di frontiera. Il primo punto di riferimento per i giocatori che cercano la realizzazione dei propri sogni nel Nevada. Blackjack, roulette, slot machine. Tutto, meno che i dadi. Non si trova un posto per giocare in cinquecento miglia di strada da Jackpot a Las Vegas.

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Quando entriamo nell’albergo guardo l’orologio. Segna l’1:30 della notte. C’è un signore al video-poker. Il resto è silenzio. Per chi è stato anche una sola volta a Las Vegas, Ely ha l’aspetto di un luogo senza futuro.

Il letto è comodo, dormo il sonno dei giusti. Colazione robusta. Uova strapazzate, bacon, fette di pane tostato, succo d’arancia, latte e dolci. Siamo di nuovo in macchina. Copper Flat, Egon Rouge, i 2300 metri del Passo Robinson Summit, White Pine Mountains, Eureka.

Un grande cartello, a meno di un chilometro dalla città, ricorda a tutti i bei tempi quando centoventi saloon e decine di alberghi accoglievano la folla di turisti che piombava a Eureka.

C’è molta Italia in questo posto sconvolto da un vento che alza nuvole di sabbia e fa rotolare sulla strada grossi cespugli le cui radici non hanno legami profondi col terreno. Emigranti delle nostre terre sono arrivati quaggiù nel 1870. Non parlavano una parola di inglese, ma lavoravano onestamente e con grande impegno nelle miniere. Molte costruzioni sono frutto di menti italiane. Il Brick Building di Celso Tatti, il Colonnade Hotel dei Benevolenti, il Saloon Lani e Repetto.

Vedo l’insegna di un ristorante. E’ ancora chiuso. Poggio le mani sulla vetrina per annullare gli effetti del riflesso e scruto all’interno. Tavoli polverosi, sedie rotte, pareti screpolate. Deve essere chiuso da un secolo. Cinquanta metri e trovo un altro posto dove vendono cibo. Un tavolo di legno, posate che hanno conosciuto tempi migliori. Una signora senza sorriso mi presenta il menù. Bistecca, patatine fritte, strudel di mele, due birre. Totale, dieci dollari. Fosse così anche nell’altra America viaggiare non sarebbe solo un sogno. A Eureka con 18 dollari trovi un posto letto all’Hotel Alpine. Non è il Danieli di Venezia, ma ti puoi accontentare.

Un cartello sulla porta di un negozio di robivecchi attira la mia attenzione.

Apriamo ogni mattina alle 9, ma possiamo aprire anche alle 10 o alle 8. A volte non apriamo per niente. Chiudiamo ogni giorno alle 5 del pomeriggio, ma possiamo anche stare aperti fino alle 6 o chiudere alle 3. Sabato e domenica restiamo chiusi, ma se passate potete anche trovarci aperti. Se avete proprio bisogno, chiamateci a casa. Non ci troverete”.

Entro e compro una guida della città, “A step back into history” (un passo indietro nella storia). Un po’ pretenziosa.

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Lasciamo Eureka, scendiamo dalle Diamond Mountains, attraversiamo la Diamond Valley dove la US 50 curva verso ovest. Passiamo il Cancello del Diavolo ed entriamo nelle Manogany Hills. Superiamo Summit Mountain e Antelope Peak oltre i 3300 metri. Piombiamo nella Monitor Valley.

Austin è la malinconica testimonianza del decadimento di una città. Le miniere d’oro e d’argento l’aveva fatta ricca, oggi solo trecento persone popolano questo paesotto triste e solitario.

Abbiamo poca benzina. Per centinaia di chilometri non abbiamo incontrato case, figuratevi quale sia la nostra speranza di incrociare una stazione di rifornimento. Procediamo e dopo una decina di minuti davanti a noi si manifesta una visione miracolosa. Un cartello di legno con la forma di una grossa freccia che indica la sinistra, una scritta rossa.

Food, drink, gas

Giriamo per un viottolo pieno di buche. Cinquanta metri, uno spiazzale di terra ricoperta di neve. Un grosso lucchetto blocca la pompa di benzina. Parcheggiamo davanti a una costruzione bassa, bianca, con le tegole per tetto e una scritta in rosso su sfondo bianco: “Cold Spring Station”. Si apre la porta ed esce un gigante di due metri con una lunga barba nera, il pancione fatica a stare dentro un camicia a quadri rossi e neri. Come direbbe un mio amico: “Si vede subito che non ha un filo di magro.” Viene verso di noi, lo seguono tre bastardini scodinzolanti. Leo lo riprende con la telecamera professionale con cui ha immortalato ogni momento del viaggio. Pochi secondi dopo gli fa rivedere la scena.

Il barbone ride, chiama ad alta voce la moglie. Lei esce dalla casetta bianca. Indossa una maglietta a maniche corte, si strofina l’avambraccio sinistro con la mano destra. “E’ fresco oggi.” Ci saranno cinque gradi sotto lo zero, è in maniche corte con una maglietta e niente più. E dice: “E’ fresco oggi.”

Dal saloon esce un altro uomo. E’ enorme, fatica a rimanere dritto. Barcolla, ha gli occhi socchiusi e umidi. La testa deve pesargli terribilmente vista la fatica che fa a tenerla dritta. Ride e ci invita a bere una birra. Lui è un mastodontico, noi abbiamo sete. Entriamo.

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Il saloon è buio. Due uomini e una donna, cappellaccio da cow boy e stivali a punta, se ne stanno appoggiati al bancone. Altri quattro, stesso abbigliamento, occupano due tavolini in fondo alla sala. Non riesco a capire da dove possano essere arrivati. Case non ne abbiamo viste. Chiedo al padrone.

Da dove viene questa gente?

“Dalle loro case.”

Questo lo supponevo, ma quanto distano da qui le loro case?

“Dipende, anche cento chilometri.”

E fanno cento chilometri per bere una birra?

“Fanno cento chilometri per stare con gli amici, scambiare qualche parola con una persona che non sia la moglie o il marito, ridere, scherzare e poi riprendere a lavorare da domani mattina.”

Mi sembra tutto molto strano.”

“Perché voi europei avete un concetto di distanza diverso dal nostro.”

Beviamo, facciamo benzina, salutiamo e siamo di nuovo in viaggio. La tabella di marcia è stressante.

Passiamo Falon ed entriamo a Reno, la città dei divorzi veloci, la città fondata dalla tribù indiana dei Washo. Cena e si riparte. Il ristorante, scelto a caso, è italiano. Impressionante il numero di ristoratori del nostro Paese che operano negli States. Claudio ha da tempo lanciato una scommessa: “Ogni volta che in una città americana non troverò un ristorante con la scritta “Italian cuisine” ti pagherò la cena.” Finora non ha mai pagato.

Di nuovo in viaggio. E’ la 395 direzione South la strada che ci porterà a destinazione. A Vinton entriamo in California. Poi passiamo velocemente Bishop, Bridgeport, Lee Virgin. Mancano 36 miglia a Mammouth Mountain quando scopriamo che l’indicatore della benzina segna rosso fisso. E’ notte, tutti i distributori sono chiusi.

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Fa freddo, la temperatura esterna è di 15 gradi sotto lo zero. L’idea di rimanere bloccati ci innervosisce. Con un filo di gas, sfruttando al meglio le discese e badando a non fare bruschi cambi di marcia, imbocchiamo la strada che collega la città al nostro albergo. Sono quattro miglia, ma al momento lo ignoriamo. L’auto si inerpica lentamente sulla salita. Neve e ghiaccio attorno a noi. Ed è la stagione in cui gli orsi si svegliano dal lungo letargo invernale. Ad ogni curva le speranze di farcela diminuiscono, gli occhi sono fissi sull’indicatore della benzina, la lancetta bloccata sullo 0.

Ancora una curva, magia. Le luci del Mammouth Mountain Inn ci accolgono festose, finalmente siamo a casa. Sono le 2 di notte, abbiamo lasciato l’aeroporto di Aspen da 36 ore. Ci abbracciamo, Ce l’abbiamo fatta. Non abbiamo realizzato un’impresa da record, ma è stata sicuramente una bella avventura.

Rimini, il birro e le svedesi

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Dedico questo ritratto della Rimini di una volta a chi ama le storie di provincia, i film di Pupi Avati, il Fellini dei Vitelloni, l’atmosfera magica delle città di mare quando l’estate vola via. Italo Cucci mi ha raccontato la maggior parte dei personaggi, io li ho messi assieme ad altri ricordi e ho scritto questo racconto.

IL BIRRO viveva di notte. Alle cinque del mattino scendeva dalla collina del “Paradiso”. Usciva in compagnia di una donna dal dancing che allora era di Ivo Del Bianco, quello che aveva girato “Il principe fusto” con Maurizio Arena, ed oggi appartiene a Gianni Fabbri. Quello che ha il fratello che fa il semiologo a Parigi.

Scendendo a valle il birro incrociava i contadini che portavano la verdura al mercato. Cominciava all’alba la loro giornata di lavoro.

La città dormiva. Rimini conservava ancora quel sapore aristocratico che le permetteva di rivaleggiare con la Versilia dove “La Bussola” di Sergio Bernardini dettava legge, In Romagna faceva tappa quella che allora chiamavano “cafe society”. Nobili, politici, cinematografari, starlette e aspiranti attori si davano appuntamento qui. Al “Paradiso” incontravi i reduci di Cortina, In pedana c’erano i complessi di don Pedro Urbina o di Romano Mussolini. Se eri fortunato incappavi in un concerto di Chet Baker, re del jazz moderno.

Sulla pista da ballo spargevano borotalco per scivolare meglio. Erano i tempi del mambo, del cha-cha-cha. Twist e hully gully sarebbero arrivati dopo. A ballare ci si andava con un unico scopo. Imbarcare una bella donna.

Chi aveva pochi soldi in tasca puntava su divertimenti meno impegnativi. I più giovani si tassavano e d’inverno affittavano il salone di un albergo chiuso per ferie. Se c’erano ancora soldi prendevano il juke-box. Altrimenti si dovevano accontentare del grammofono. I dischi erano quelli di Natalino Otto, Claudio Villa, Nilla Pizzi. L’Orchestra Casadei era già famosa negli anni Quaranta, le “criminal song” di Fred Buscaglione avevano conquistato tutti.

Al dancing, con il biglietto di ingresso avevi diritto a una consumazione. Le finanze e lo spirito del giovanotto dettevano la scelta della seconda bibita. Dalla Cedrata Tassoni al vermut con ghiaccio, sempre più su sino alla vetta del desiderio. Un whisky.

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Andava forte l’orchestra di Riccardo Rauchi (foto) con cui raccoglieva applausi il “cantante pazzo”, un tenebroso signore che faceva rock and roll. Si chiamava Sergio Endrigo e il suo successo era “Non occupatemi il telefono”. Rideva. “Io che amo solo te”, “Viva Maddalena”,  i singhiozzi. Tutta roba che sarebbe venuta solo qualche anno dopo.

Un ragazzo con la chitarra e l’aria triste, giacche pesanti anche in estate, cominciava a farsi conoscere. Il suo nome era Domenico Modugno. Si esibiva in canzoni dialettali. Van Wood cantava “Butta la chiave”, Umberto Bindi era di casa al “Kansas City” dove abitualmente suonava Luciano Fineschi. Il talent scout era Marcello Minerbi che assieme a Tullio Romano e Carlò Timò avrebbe creato Los Marcellos Ferial. Un trio di goliardi e amici nato come parodia dei Los Hermanos Rigual. Per nascondere le loro origini italiane giravano su una Chevrolet decappottabile con targa venezuelana. Il successo sarebbe arrivato con “Sei diventata nera” e “Angelita di Anzio”,

In molti si erano presi una cotta per il jazz. Nel dopoguerra gli americani avevano portato i V-disc, 78 giri “king size” di musica classica e moderna. Avevano fatto conoscere Glenn Miller, Benny Goodman, Duke Ellington. E la gente se ne era innamorata.

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I punti di ritrovo erano il Saviolino, l’Embassy (foto), Villa Alta e il Paradiso. La mondanità era quella che, cambiando città, avremmo rivisto nella “Dolce vita” di Federico Fellini.

L’Embassy era il dancing numero uno. C’era Fred Buscaglione (foto sotto). Si passavano interi pomeriggi a chiacchierare. Al centro dei discorsi c’era spesso il barman, mitico personaggio a cui Fred aveva dedicato anche il verso di una canzone: “Elio il barista è un ragazzo molto in vista”. Al Sombrero si dava da fare uno che avrebbe fatto strada. Silvio Berlusconi si esibiva assieme al suo ex compagno di banco Fedele Confalonieri che l’accompagnava al pianoforte. Intrattenevano il pubblico. Berlusconi raccontava barzellette e cantava rifacendosi ai francesi Gilbert Becaud e Yves Montand. Suonava anche chitarra e contrabasso. Avrebbe smesso nei primi anni Sessanta.

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Valerio Zurlini girava “Un’estate violenta” e “La ragazza con la valigia”, Jacqueline Sassard recitava in “Non siamo angeli”. Il Teatro Novelli era il regno dell’operetta. “La vedova allegra”, “Il paese dei campanelli” erano entrati nella vita di molti riminesi.

Sui muri della città c’erano grandi manifesti color giallo paglierino. Le scritte più piccole erano in nero. In rosso, tutto maiuscolo, il nome di una delle più note compagnie del momento: DE ZAN. Il papà Enrico era un cantante affermato, un tenore. Artista anche la moglie Maria Mascagno. Il figliolo, un giovane Adriano, si muoveva dietro le quinte. Presto sarebbe diventato la voce televisiva del ciclismo.

Due giornali scandivano i tempi della mondanità. “Lo Specchio” di Roma e “Le Ore” di Milano. Olghina de Robilant era la cronista più nota. Il settimanale romano si occupava di aristocrazia, nobiltà e alta finanza. Quello milanese raccoglieva le vicende dei neo ricchi, le storie dei “cummenda” e delle loro segretarie, le scappatelle, gli amori di un fine settimana.

I jeans li avevano in pochi. Quelli che pensavano di conoscere la moda se ne andavano in giro con i pantaloni bianchi larghi in fondo e una camicia nera. La macchina era la “500” o la “Topolino” (foto sotto). Con una “110 Fiat” decappottabile già potevi parlare di lusso. La passione dei più esuberanti era il Galletto, lo scooter con le ruote alte della Moto Guzzi.

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Non erano molti quelli che avevano la possibilità di andare fuori a cena. La gente provava un po’ di invidia per chi poteva permettersi di sedersi a un tavolo a mangiare mentre l’orchestra suonava dal vivo. E così ci si radunava fuori dai ristoranti. Il più noto era “Notte e dì”. Si ascoltava la musica e si guardavano i ricchi come se fossero animali dietro la vetrina.

Il gioco dei proveri era il “cirol”. Picchiavi con il bastone un pezzetto di legno e cercavi di lanciarlo il più lontano possibile. Il calcio era di moda, ma marciava forte anche il pugilato. Al bar si parlava delle imprese di Aldo Montanari, Duilio Bianchini o Alfredo Neri detto “il green”. Le palestre erano quelle della Libertas e del Dopolavoro Ferrovieri. Pugile ce n’erano tanti. Rimini poteva permettersi di sfidare con una squadra al completo Bologna, Forlì, Pesaro o Ferrara. Le sale erano piene, frequentate anche dalla nobiltà. Come il conte Perticani che a Savignano aveva proprietà in tutta la zona.

I ragazzi che nel ’46, dopo una guerra che aveva devastato la città, vendevano ferro e pulivano mattoni per racimolare qualche lira, avevano un sogno nel cuore. Diventare un birro.

L’esame lo tenevano al Bar Kansas City. Il premio era la patente di birro e la possibilità di sedersi in uno dei tavoli con una posizione strategica per imbarcare le svedesi. Le domande erano assurde e per essere promossi non serviva dare risposte esatte. Si era accettati solo in base all’umore degli anziani.

Il birro scandiva la giornata secondo ritmi precisi. Non si alzava mai prima delle quattro del pomeriggio. Non andava a letto mai prima delle sei del mattino. Sempre pallido, mai un filo di abbronzatura andava a involgarire il corpo. Quando faceva straordinare apparizioni in spiaggia, spinto sempre dallo stesso richiamo “Mamma vuole conoscerti”, sembrava un alieno appena approdato sulla Terra.

Si faceva vedere al bar attorno alle sette del pomeriggio. Il primo giro era nei piccoli dancing. Se imbarcava, bene. Altrimenti andava al “Paradiso”. Viveva di notte e l’unica occupazione era la caccia alla straniera. La via migliore del successo era quella di “fare i treni”. Il birro sapeva tutto sugli orari di arrivo dalla Francia, Inghilterra e Svizzera. Etichettava le conquiste secondo una precisa graduatoria.

Alla stazione di Rimini c’era una sala d’aspetto di prima classe frequentata solo da questi giovanotti. Calzavano mocassini sui piedi nudi, segno di libertà e spregiudicatezza. Fino a qualche tempo prima il massimo era rappresentato dai calzini rossi sui jean con risvolto alto. Giocavano a carte, si raccontavano le loro avventure.

Quando il treno arrivava e la straniera scendeva, il birro scattava. Le prendeva la valigia, si offriva di accompagnarla. Quando ne valeva la pena scomodava perfino Martel, un vetturino alto due metri e con due mani gigantesche. La carrozzella portava la signorina, lentamente, fino alla pensione.

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La spiaggia era il luogo sacro dell’avventura. Un punto di ritrovo. A tutte le ore, ma soprattutto di notte. Si parlava, si giocava, ci si appartava. Le cabine erano in legno e molti erano quelli che le bucavano per spiare le signore arrivate al mare senza i mariti. C’erano le tende, non gli ombrelloni. Si giovana a paletta con racchette di legno e pallina da tennis, a pallavolo. Si ascoltava musica.

Il bagno di mezzanotte era un passo avanti nella conquista. Voleva dire che c’era amore.

Quando l’estate finiva i birri si radunavano al bar e raccontavano le loro conquiste. Qualcuno partiva per raggiungere la tedeschina in Germania o la biondina dell’ultima settimana in Svezia. I birri erano cinici, maschilisti, ma anche sentimentali.

Quelle estati riminesi erano abitate da strani personaggi.

Lelo si presentava come editore di una catena di giornali. Era il proprietario dell’edicola principale di Rimini. Shantung grigio, camicia bianca, sempre elegante.

Nerone era il latin lover del momento. Girava con un abito nero, gessato. Era alto, moro di carnagione, capelli scuri da cui nasceva il soprannome. Raccontava mille storie e tutti stavano ad ascoltarlo, anche se sapevano che molte di quelle avventure esistevano solo nella sua mente.

Poi c’era Silvio detto “Bigulin”. Scendava in strada con smoking e farfallina nera. Sempre profumato e ben pettinato. Declamava poesie d’amore. Batteva forte tre volte il piede in terra e annunciava: “Dove passa Silvio, passa l’amore.”

Il Carlini di professione faceva il commerciante. Vendeva cravatte. La sua vera passione era raccontare barzellette e lanciare “sordini”, pernacchie insomma, che si potevano ascoltare in tutta la città.

La cocaina circolava negli ambienti più eleganti. La gente meno pretenziosa si divertiva con roba assai meno pericolosa. Si andava al cinema. All’Arena delle stelle o all’Embassy. Due biglietti in galleria ti permettevano di vedere un bel film e ti garantivano l’intimità per pomiciare.

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Il sogno americano era sempre presente. Juke-box, jazz e cinema avevano portato la cultura d’Oltreoceano in Romagna. Nel dopoguerra erano arrivati i pacchi dell’ERP, il programma di sviluppo americano, i V-disc (foto), il pane bianco, la cioccolata e tutta quella musica piena di ritmo che veniva fuori dagli altoparlanti e dalle radio. Come non farsi contagiare?

Sulle spiagge erano tornati i tedeschi. Qualcuno aveva una gamba in meno, lasciata in una guerra maledetta magari proprio sulla linea gotica. Portavano con loro figli e moglie. Li portavano a vedere dove avevano combattuto, sofferto e dove adesso avrebbero potuto tornare a essere felici.

La fine di quella Rimini romantica è cominciata a metà degli anni Sessanta. Le prime megadiscoteche, “La locanda del lupo” o “La baia degli angeli”, hanno annunciato l’arrivo di un nuovo mondo. I Beatles comandavano le classifiche con “Please please me” e “Love me do”, Elvis Presley era ancora sulla cresta dell’onda e la “gioventù bruciata” si apprestava a celebrare il decimo anniversario della morte di James Dean. Il professor Eugenio Pagnini era soprannominato “Olimpic Gen”. Insegnava al Liceo Classico Giulio Cesare, quello in cui aveva studiato Federico Fellini, e aveva fatto conoscere ai riminesi quello strano sport chiamato baseball. I figli della guerra avevano attorno ai vent’anni. Le svedesi erano sempre numerose. I birri, quelli veri con la patene, cominciavano invece a scarseggiare.

Oggi i birri non scendono a valle dalla collina del “Paradiso”. Di contandini lungo le strade non ce ne sono più. Adesso si corre contromano in autostrada, possibilmente a fari spenti. Si bucano gli stop di notte, droga e alcool sono spesso la compagnia più desiderata.

Divertirsi è una fatica mortale.

Chissà cosa direbbe Martel.

Sì, io mi ricordo / 2

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MI RICORDO Maradona e il secondo scudetto del Napoli, Napoli 29 aprile 1990.

Ricordo settantamila persone sugli spalti del San Paolo e almeno mille negli spogliatoi a fine partita.

Ricordo il servizio d’ordine che ferma qualsiasi giornalista.

Ricordo che nel ventre dello stadio attorno a Diego ci sono almeno trecento tifosi.

Ricordo Maradona, bagnato di champagne dalla testa ai piedi, intervistato da Giampiero Galeazzi.

Ricordo l’intera squadra in mutande che urla “Chi non salta rossonero è / chi non salta rossonero è.”

Ricordo Napoli bloccata dalle macchine, coperta da un unico immenso bandierone azzurro, assordata dai clackson e dalla trombette.

Ricordo gli spettatori che intonano “Oje vita, oje vita mia / oje core ‘e chistu core / si stata ‘o primmo ammore / e ‘o primmo e ll’ùrdemo sarraje pe’ me!”

Ricordo i cinque chilometri a piedi per raggiungere la redazione in mezzo a un mare di persone ubriache di felicità.

Ricordo i fuochi d’artificio, Luigi Necco che corre in mezzo al campo tentando di parlare con Maradona, Giampiero Galeazzi innaffiato di champagne che urla al microfono le sue domande.

Ricordo la festa al Vomero, a Rione Sanità, a Forcella.

Ricordo Napoli impazzita di gioia e Diego Armando Maradona al centro di ogni canto.

Sì, io mi ricordo.

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MI RICORDO Massimiliano Rosolino oro nei 200 misti, Sydney 21 settembre 2000.

Ricordo la frazione a rana, la vasca dei miracoli.

Ricordo Massi che tocca la piastra, alza le braccia al cielo, sale sul blocco e comincia a ballare.

Ricordo che credevo di avere già visto tutto con il doppio oro di Domenico Fioravanti.

Ricordo che parlando col mio amico Roberto Perrone ci siamo detti che dopo il bronzo di Rummulo non ci avrebbe stupito più nulla.

Ricordo il fascino di Bondi Beach, i surfisti che come cavallette riempiono la spiaggia e poi sfidano le onde, la contagiosa allegria di una delle più belle città del mondo.

Ricordo i viaggi in metro nella notte, dal Centro Stampa al nostro albergo.

Ricordo di un ragazzo che prende in giro quattro giornalisti italiani facendoci credere di essere il terzo portiere della nazionale di calcio.

Ricordo che solo una volta scesi abbiamo finalmente il lampo e recitiamo nome e volto del vero terzo portiere azzurro.

Ricordo Rosolino che in meno di due minuti diventa il protagonista dei nostri Giochi.

Ricordo il mare, le spiagge, la gioventù di Sydney. E so che mi porterò per sempre questa città nel cuore.

Sì, io mi ricordo.

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MI RICORDO lo scandalo Ben Johnson sui 100 metri, Seul 24 settembre 1988.

Ricordo la faccia di Ben, una palla da biliardo.

Ricordo le guance piene, gli occhi grandi, rossi e sempre tristi.

Ricordo uno stupore continuo su quel volto.

Ricordo la serenità di una casa da tè appena fuori dal centro.

Ricordo il terrore che ci facciano mangiare carne di cane.

Ricordo come un giornalista coreano mi fa passare la paura. “Se ti proponessero carne di cane te ne accorgeresti subito. E’ decisamente la più cara.

Ricordo un collega che si concede un Vecchia Romagna a cena e scarica la carta di credito.

Ricordo il braccio alzato di Johnson dopo la vittoria e lo stupore di tutti nel vedere il tempo.

Ricordo la faccia di Ben nascosta in un giubbotto nero mentre scappa verso l’aeroporto.

Ricordo il collega Sergio Rizzo che viene a svegliarmi alle 2:30 della notte.

Ricordo cosa gli rispondo.

Ricordo l’arrivo all’hotel su in collina dove Johnson alloggia.

Ricordo che impiego dieci minuti a scoprire che non è più lì.

Ricordo le parole di esaltazione del capo delegazione canadese dopo la conquista dell’oro.

Ricordo il momento in cui, dopo la rivelata positività al controllo antidoping, il capo delegazione si riferisce a Ben Johnson chiamandolo il giamaicano-canadese.

Ricordo che quando l’aereo che lo riporterà a Toronto è appena decollato, il velocistà è già tornato a essere un giamaicano.

Sì, io mi ricordo.

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MI RICORDO la Parigi-Dakar, deserto della Mauritania gennaio 1987

Ricordo la cantilena del Muezzin che chiama i fedeli alle cinque preghiere canoniche e mi sveglia ogni mattina alle 4:30.

Ricordo un chiosco che vende Coca Cola al centro del nulla.

Ricordo un volo da Atar a Nuoachott, lo steward che si lancia di corsa verso il fondo dell’aereo e con un tuffo spegne il fornelletto che un neofita dell’aria voleva accendere per preparare la colazione.

Ricordo l’attesa delle moto e delle macchine accanto al traguardo e lo stupore nel vederle apparire dal nulla.

Ricordo le acrobazie delle moto su dune che avrebbero messo a terra chiunque.

Ricordo i bambini che fanno festa attorno alle auto ferme ad Atar.

Ricordo un camioncino che si ferma accanto a un marciapiede di Nuoachott e due signori che assalgono una bionda tendando di portarla via.

Ricordo quattro giornalisti che tirano la ragazza per le gambe, mentre i due provano a caricarla sul camioncino trascinandola per le spalle.

Ricordo il nostro sospiro di sollievo quando quelli vanno via.

Ricordo un ragazzo al seguito della corsa.

Ricordo che è arrivato con un materasso e un cuscino.

Ricordo la bellezza del deserto all’alba, il fascino dei colori che ti rubano gli occhi, il silenzio della notte, le stelle che ti sembrano vicine come non mai.

Ricordo un poliziotto che vuole sequestrami la macchina fotografica perché, dice, sto fotografando segreti militari.

Ricordo che lotto per non dargliela e gli faccio presente che il segreto militare è solo una lavagna con su scritto a colpi di gesso l’orario dei voli.

Ricordo un senso d’avventura che poche volte ho incontrato ancora.

Sì, io mi ricordo.

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MI RICORDO il mondiale Patrizio Oliva-Ubaldo Sacco, Montecarlo 15 marzo 1986.

Ricordo le urla di mamma Catena a bordo ring, il malore di Giovanna, la sorella.

Ricordo il pianto di Patrizio portato in trionfo dal suo gruppo.

Ricordo Rocco Agostino che per scuoterlo nei momenti più duri gli grida contro parole terribili.

Ricordo la tensione di quindici interminabili riprese.

Ricordo il sinistro di Oliva che lavora come un martello pneumatico.

Ricordo Sacco che cerca di mettere pressione al nostro campione.

Ricordo la festa nella piazza del Casinò, Patrizio in smoking e Nilia raggiante al suo fianco.

Ricordo gli occhiali scuri a coprire un volto segnato dalla battaglia. E’ diventato anche lui un guerriero come volevano tutti. Lo è diventato per una cintura mondiale.

Ricordo le domande a raffica del grande Teo Betti, di Franco Esposito e Franco Daniele.

Ricordo il grido di Patrizio sul ring subito dopo la vittoria. Strilla “Ciro, Ciro”. Il nome del fratello morto di tumore a soli quindici anni.

Ricordo che questo mondiale lo sento un po’ mio. Non ho preso pugni, non mi sono sacrificato in allenamento, non ho sudato nel footing del mattino, non ho sofferto la fame per rientrare nel peso, non ho sentito il dolore per i colpi di Sacco nè di quelli che l’hanno preceduto. Non ho messo sul piatto nè talento, nè coraggio. Ma ho scommesso la mia reputazione di giornalista su un amico. E lui mi ha dato ragione.

Sì, io mi ricordo.

2. fine

(prima puntata https://dartortorromeo.wordpress.com/2014/02/07/si-io-mi-ricordo/)

Sì, io mi ricordo

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MI RICORDO il mondiale medi Hagler-Hearns, Las Vegas 15 aprile 1985.

Ricordo il Meraviglioso che schizza come una pallottola dal suo angolo al suono del primo gong e dà inizio alla guerra.

Ricordo Bertha, sua moglie, che urla senza smettere mai. “Alla testa Marvin, alla testa.”

Ricordo la festa per l’ennesimo matrimonio di Jack LaMotta due giorni prima alle piscine del Caesars Palace. Lui tutto vestito di bianco e minuscolo papillon nero suona un piano a coda e spara battute come una volta sparava pugni.

Ricordo la sua voce. “Una delle mie mogli era una donna davvero strana. Le piaceva fare l’amore sul sedile posteriore della nostra macchina. L’unica cosa che mi chiedeva era di guidare con attenzione.

Ricordo il Cobra che torna all’angolo alla fine del secondo round lanciando uno sguardo di sfida al nemico di una notte. E’ paura.

Ricordo il vento del deserto che ci avvolge in una manto di gelo.

Ricordo il gancio di Hagler che si abbatte come una mannaia su Hearns.

Ricordo gli occhi dell’uomo di Detroit fissi nel vuoto. Aperti, spalancati per guardare in faccia la paura.

Ricordo l’arbitro Richard Steele che lo aiuta a stendersi sul tappeto e il maestro Emanuel Steward che lo accompagna all’angolo.

Ricordo Marvin Hagler che esulta mentre i fratelli Petronelli lo portano in trionfo e la gente urla per liberare rabbia, tensione e paura accomunate in una notte piena di magia.

Sì, io mi ricordo.

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MI RICORDO la finale Goran Ivanisevic-Patrick Rafter, Wimbledon 9  luglio 2001.

Ricordo gli occhi di fuoco di Goran. “Ero fermo, attaccato alla linea di fondo e mi chiedevo: che ci faccio qui? Era come se avessi i piedi nella sabbia. Volevo muovermi, ma non ci riuscivo. I due Goran che erano in me avevano cominciato a litigare, erano entrambi nervosi. Io dicevo: Ragazzi, calmatevi. Ma loro non mi ascoltavano. Sentivo che non sarei uscito vivo da quella situazione. Poi è arrivato il terzo Goran, quello che viene quando ci sono le emergenze, quello col cervello, e ha detto: Ragazzi siamo in un campo meraviglioso, rilassatevi. Tre ace di fila. E’ cominciata in quel momento la mia nuova vita.”

Ricordo la pioggia del giorno prima, l’interminabile fila notturna fuori dallo stadio per comprare i biglietti, le bandiere e le urla dei nuovi tifosi ammessi nel tempio.

Ricordo la faccia triste e allegra di papà Sdrijan mentre abbassa le sopracciglia e stringe il naso verso i suoi baffoni. Sembra voglia scomparire. Ha tre by-pass e i medici gli hanno sconsigliato qualsiasi emozione. Ma lui non ce l’ha fatta a stare lontano da quel Cavallo Pazzo di suo figlio.

Ricordo la calma apparente di Patrick Rafter, il passo da pantera sul verde dell’erba londinese. Il suo serve and volley, la bellezza di un viso senza tempo.

Ricordo Ivanisevic in lacrime che bacia la pallina prima di servire il terzo match-point. Le parla, le chiede di fare il suo dovere.

Ricordo il silenzio dello stadio subito dopo che Rafter annulla lo svantaggio con un pallonetto, subito prima che Goran giochi il quarto match point.

Ricordo l’ultimo servizio del croato, l’errore di Pat, la voce di Ivanisevic: “Non vorrei che qualcuno venisse a svegliarmi per dirmi: ehi, hai perso un’altra volta.

Ricordo Goran Ivanisevic che sale sulle gradinate ad abbracciare il papà per poi piangere assieme lacrime di gioia.

Sì, io mi ricordo.

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MI RICORDO la scarcerazione di Mike Tyson, Plainfield 25 marzo 1995.

Ricordo il freddo che mi gela le ossa, la voce senza emozione della guardia che alle 4:30 del mattino mi chiede perché mai un giornalista italiano sia arrivato laggiù per aspettare “quello lì.”

Ricordo l’incontro del giorno prima con Muhammad Siddwwq, l’uomo che l’ha convertito alla religione islamica.

Ricordo quattro telecamere che riprendono la porta della stanza 606 dell’albergo di Indianapolis dove è stata stuprata Desireé Washington.

Ricordo il portiere che risponde al telefono ripetendo come una triste litania sempre la stessa frase: “No signore, mi dispiace. La stanza 606 non è libera. Ho prenotazioni per almeno un anno.

Ricordo il termometro che segna cinque gradi sotto lo zero, l’alba che spunta e mille reporter che si accalcano dietro il cordone messo lì a frenarne l’esuberanza.

Ricordo Mike Tyson che esce dal carcere in completo nero, camicia bianca e un grosso bottone in argento a chiudere il colletto. Sul capo ha una papalina bianca traforata.

Ricordo Muhammad Ali che lo aspetta nella Moschea mentre centinaia di uomini con passo veloce si avviano verso quell’edificio in mattoni rossi calpestando un grande prato ghiacciato nelle prime ore di un gelido mattino.

Ricordo che vestono abiti neri, lunghi cappotti, candide camice. Hanno capelli e barbe lunghe, incolte.

Ricordo Don King che non riesce a trattenere le sue fragorose risate, lo ricordo mentre tenta invano di inginocchiarsi fingendo di pregare.

Ricordo Tyson che entra in un bireattore Lear da 12 posti e vola verso la libertà.

Sì, io mi ricordo.

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MI RICORDO Francesca Schiavone vincere il Roland Garros, Parigi 5 giugno 2010.

Ricordo questa piccola donna che si rotola sul campo mischiando terra e sudore, che si sdraia sul Centrale, bacia e poi mangia quella superficie che le HA regalato una gioia così forte da farle male.

Ricordo quella calda domenica in cui cambia la storia del nostro tennis.

Ricordo il fantastico rovescio a una mano di Francesca, le sue geniali invenzioni, la capacità di inventarsi una partita sempre diversa.

Ricordo che attorno a lei tutti piangono mentre lei allarga il sorriso sino a quando non le riempie il volto. Ha bisogno di dire a tutti che si sente felice.

Ricordo la festa nel clan italiano.

Ricordo lei che dice “Mamma, papà, vi amo” al microfono sul Centrale mentre Samantha Stosur siede sola e a capo chino sulla panchina dove ha coltivato un sogno finito male.

Ricordo un paio di voleé davvero complicate della Schiavo.

Ricordo quel suo ossessivo mettersi le mani sul viso e chiedersi due, tre, dieci volte: “Ma cosa ho fatto? Cosa ho fatto?

Ricordo il presidente Angelo Binaghi che mi chiede se sia proprio vero che abbiamo vinto il Roland Garros, o se invece il torneo debba ancora cominciare.

Ricordo la celebrazione del trionfo in un ristorante italiano.  Poi i canti nella notte parigina e la promessa di Francesca. “Non cambierò mai. Il prossimo anno voglio arrivare di nuovo sino in fondo.” Non erano parole perse nel vento.

Sì, io mi ricordo.

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MI RICORDO l’oro sui 200 sl di Federica Pellegrini, Pechino 13 agosto 2008.

Ricordo la delusione dei 400 sl appena due giorni prima, quel senso di impotenza, le mille domande senza risposte.

Ricordo quel suo non restare mai ferma prima della finale dei 200 sl.

Ricordo che mentre lei sale sul blocco numero 3 penso che prima o poi un’italiana ce la farà, che i nostri sogni non possono sempre morire a un metro dal traguardo.

Ricordo una mangiata di strane cose appena sotto la Grande Muraglia. Un tavolo con al centro un portapietanze tondo pieno di cibo. Giorgio Pasini di Tuttosport, Roberto Perrone del Corriere della Sera ed io.

Ricordo che non ci chiediamo cosa sia quella roba che stiamo mangiando in una taverna che in Italia non avremmo mai frequentato.

Ricordo che il giorno dopo mi sento felice per non essere stato male.

Ricordo la felicità piena, vissuta senza freni sulle tribune della piscina olimpica sino alla virata di Federica ai 150 metri.

Ricordo l’angoscia dell’ultima vasca con Sara Isakovic che rosicchia centimetro dopo centimetro.

Ricordo le parole di Federica qualche giorno dopo quella finale quando lascia solo a noi la paura. Lei è sempre stata sicura che nessuno le avrebbe tolto quello che inseguiva da quattro anni, da quando a 16 aveva toccato seconda ai Giochi di Atene.

Ricordo l’abbraccio con Roberto Perrone nello stesso momento in cui la Pellegrini tocca da vincitrice la piastra.

Ricordo le lacrime di Federica, i suoi pugni nell’acqua, lo sguardo incantato verso il tabellone elettronico che indica il nuovo record del mondo.

Ricordo un accenno di pianto mentre ascolta l’Inno di Mameli.

Ricordo Federica che canta sottovoce e batte le mani a ritmare quella musica che significa oro, successo, felicità.

Sì, io mi ricordo.

1. continua