Perché tra i giornali e l’Italia maglia nera del rugby c’è un legame così forte?

L’Italia del rugby ha collezionato a Marsiglia, contro una Francia parente lontana della grande squadra di una volta, la quindicesima sconfitta consecutiva al Sei Nazioni.

Prima di porre la domanda che mi porto dentro da sempre, credo sia necessario fare un riassunto delle puntate precedenti.

L’Italia…

  1. Nella storia azzurra della competizione (2000-2018) ha vinto 12 partite su 92, incassando l’87% di sconfitte.
  2. È arrivata dodici volte ultima su diciotto partecipazioni.
  3. Non vince una gara da quattro edizioni.
  4. Nei confronti delle altre cinque nazioni ha un record di 12 vittorie, 79 sconfitte e 1 pareggio.
  5. Nella Coppa del Mondo (dal 1987) non ha mai fatto meglio della prima fase a gironi.
  6. Occupa il quattordicesimo posto della classifica mondiale dietro Nuova Zelanda, Inghilterra, Irlanda, Australia, SudAfrica, Galles, Scozia, Argentina, Isole Fiji, Francia, Giappone, Georgia, Tonga.

Resta in piedi solo la Grande Bellezza del gioco, a prescindere da quale squadra lo pratichi.
Gli stadi per il Sei Nazioni sono ancora pieni, ma un segnale d’allarme è già arrivato. Partito sulla Rai, traslocato su La 7, poi sulla Tv a pagamento Sky, è infine approdato su DMax, sembra con soddisfazione di tutti. Resta il fatto che i network che oggi sono in testa a livello nazionale lo hanno ceduto senza strapparsi i capelli.

Gli unici fedelissimi restano i media della carta stampata. Inserti pubblicitari, redazionali in appoggio a piedini pubblicitari, inviati a ogni partita anche quando non vengono coperte le sfide della serie A di calcio.

Davanti a una inquietante lista di risultati catastrofici, in qualsiasi altro sport la procedura sarebbe stata la stessa: inchieste, processi, articoli avvelenati che chiedono le dimissioni a scalare dal presidente all’ultimo impiegato, strali infuocati su allenatori e giocatori. Niente di tutto questo è accaduto. Le giustificazioni per il fallimento a livello competitivo del team sono da tempo le stesse.

  1. Giochiamo sempre contro i migliori.
  2. Gli stadi sono pieni.
  3. Lo spettacolo è decisamente meno avvelenato rispetto agli altri sport.

Contesto il primo punto. Oltre alle squadre del Sei Nazioni, davanti a noi nel ranking mondiale abbiamo Nuova Zelanda, Australia, SudAfrica, Argentina, Isole Fiji, Giappone, Georgia e Tonga. Cioè altri otto team. Quindi, non giochiamo sempre contro i migliori.

Secondo punto, gli stadi pieni. Sono da sempre convinto che il rugby sia riuscito a realizzare quello che altri sport hanno solo sognato: vendere un’idea, a prescindere da chi siano i protagonisti che interpretano la storia. Fino a quando funzionerà, soprattutto in una nazione che non ha alle spalle una tradizione di successi, gli stadi per il Sei Nazioni rimarranno pieni. Il successo del prodotto rugby è legato a un’intuizione di marketing. A lungo termine potrebbe accusare un calo irreversibile, soprattutto se a supportarla non ci fosse la concretezza di una squadra competitiva. Ma anche se tutto dovesse continuare sulla linea degli stadi sempre pieni, il concetto rimarrebbe immutato. Il rugby vincerebbe le sue battaglie, mentre l’Italia continuerebbe a perdere le partite.

Terzo punto. Al centro del pacchetto promosso dai creatori della campagna c’è la pubblicità di uno sport incontaminato da beghe interne, una disciplina in cui dopo ogni scontro ci si ritrova da grandi amici al bar per una birra, la spettacolarità della sfida in se stessa. In quanto a beghe interne ci andrei cauto. La lite, di qualche anno fa, tra Federazione e giocatori per una questione di premi aveva fatto suonare un altro campanello d’allarme. Se il grande pubblico dovesse scoprire che dietro il concetto di amore universale tra uomini duri c’è della gente normale e non disincantati cavalieri senza paura, tutto rischierebbe di crollare. A quel punto il popolo del rugby, ne sono sicuro, resterebbe fedele allo sport che ama. Ma l’intero sistema rischierebbe di confinarsi in una nicchia di audience che non potrebbe più generare quel giro di soldi che attualmente è l’unica giustificazione della presenza dell’Italia nel Sei Nazioni.

E adesso la domanda, anzi due domande.

Perché i giornalisti, davanti a numeri così devastanti, non attaccano a fondo l’Italia del rugby?
Perché i quotidiani che non coprono la serie A di calcio, il mondiale di motociclismo (se non con collaboratori), la Formula 1, Giro e Tour nella sua totalità, hanno sistematicamente un inviato a ogni partita dell’Italrugby?

 

 

A 9 anni è già una stella del rugby, travolge tutti e va in meta. Virale un suo video…

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Non ha ancora compiuto nove anni. Si chiama Meaalofe Te’O ed è una stella del rugby giovanile australiano. In questo video, postato su Facebook da Usa Seven Rugby e visto da trenta milioni di persone, si mostra in tutta la sua forza.

Porta il numero 17 e a causa del suo strapotere la Lega Giovanile australiana sta pensando di porre dei limiti di peso nelle gare di campionato. Veloce e potente Meaalofe ha portato al trionfo la sua squadra, i Doveton Steelers, in molte partite. L’incontro di cui si possono vedere le riprese è stato giocato a Canberra ed è stato vinto dagli Steelers per 20-10.

Il rugby (per soldi) rischia faccia e futuro

kovUna brutta storia.

Da qualsiasi parte la si guardi.

Volano gli stracci nel rugby di casa nostra.

La Federazione scrive un comunicato ufficiale in cui annuncia che gli azzurri hanno abbandonato il ritiro (stavano preparando la prossima Coppa del Mondo) per una questione di premi (soldi, insomma): la Fir voleva vincolarli ai risultati, gli atleti pretendevano che restassero in vigore i vecchi criteri che li legavano alle presenze.

I giocatori rispondono con un post su Facebook in cui denunciano la Federazione e l’accusano. Altro che sciopero! Sono stati cacciati dal ritiro. La Fir li avrebbe messi a disposizione immediata delle squadre (in caso di mancata presentazione rischiano una multa) disdicendo con effetto immediato le prenotazioni delle stanze. E l’argomento del contendere sarebbero stati sì i premi, ma anche la non perfetta organizzazione del piano per affrontare l’avventura in Coppa.

Posizioni dure che farebbero escludere qualsiasi trattativa.

Uscita la notizia, su Forum, social network e in genere sull’intero web, si sono scatenati i commenti.

Due le correnti di pensiero.

La prima prende spunto dal caos per ricoprire di guano il rugby.

La seconda individua i denigratori tra i calciofili e li invita a guardare dentro l’immondizia di casa propria prima di lanciare insulti.

A mio avviso entrambe le chiavi di lettura sono sbagliate.

Pallone-rugby-800x600È un male tipicamente italico quello di giustificare le proprie nefandezze additando quelle altrui, come se questo bastasse a ripulirle. E poi non è stato mai il calcio a chiedere il confronto sul piano etico. È stato il mondo del rugby a farne una bandiera.

Noi siamo quelli che affrontano lo sport nella maniera giusta, ci danniamo in campo per il risultato e quando l’arbitro fischia la fine siamo tutti amici”.

Tutti proprio no, a vedere la guerra a pallettoni tra Federazione e giocatori.

Ma non credo sia neppure giusto gridare allo scandalo per una vicenda che fa ormai parte integrante di qualsiasi sport professionistico. Etica e professionismo sembra proprio che siano diventati due sostantivi che non possono più stare nella stessa frase.

Se fossi un amante/praticante/dirigente del rugby mi preoccuperei. Ma non per il fatto in se stesso, quanto per le conseguenze che potrebbe avere.

Il successo mediatico e promozionale di questo sport si regge su un’idea. Sullo spirito che il gioco ispira, sulla capacità di veicolare il concetto base di forza/pensiero/rispetto che è al centro del sistema.

italia_olimpico_rugby_gettyIl rugby italiano infatti non può certo appoggiarsi ai risultati. Da quando è entrato nel Sei Nazioni ha perso l’84% delle partite giocate, per dieci volte è arrivato ultimo e in cinque occasioni non ha vinto neppure una gara. Rotolando all’indietro è scivolato al numero 15 della classifica mondiale dietro Nuova Zelanda, Sudafrica, Irlanda, Inghilterra, Galles, Australia, Francia, Argentina, Samoa, Scozia, Fiji, Tonga, Giappone, Georgia. In Coppa del Mondo, a cui partecipa dal 1987, non è mai andato oltre la prima fase a gironi.

Messa via la spinta dei trionfi (che non ci sono), resta in piedi quella della Grande Bellezza del gioco, a prescindere da quale nazione lo pratichi.
Gli stadi per il Sei Nazioni sono ancora pieni, ma il segnale d’allarme avrebbe già dovuto essere ascoltato. Partito sulla Rai, traslocato su La 7, poi sulla Tv a pagamento Sky, è infine approdato su DMax, sembra con soddisfazione di tutti. Ma resta il fatto che i network che oggi sono in testa a livello nazionale lo hanno ceduto senza strapparsi i capelli.

Il lavoro promozionale forse comincia ad accusare qualche crepa, la crescita del movimento non è stata quella che la Fir avrebbe dovuto ottenere. E così a tenere in piedi tutto il castello rimane sempre la stessa geniale, ma anche incredibilmente fragile “idea”.

Se il grande pubblico si accorge che dietro queso concetto c’è della gente normale e non disincantati cavalieri senza paura, tutto rischia di crollare. A quel punto il popolo del rugby, ne sono sicuro, resterebbe fedele allo sport che ama. Ma l’intero sistema rischierebbe di confinarsi in una nicchia di audience che non potrebbe più generare quel giro di soldi sorprendente che attualmente giustifica la presenza dell’Italia nel Sei Nazioni.

Credo sarebbe il caso di darsi una calmata. Meglio discutere senza prendersi a cazzottoni, provare a uscirne alla grande attraverso l’arma del dialogo.

Altrimenti?”

Altrimenti rischiano di farsi tutti molto male.