La boxe rischia di andare in crisi anche in Germania! E negli Stati Uniti accade che…

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Boxe italiana in crisi. Ma non solo.

Incertezza totale in una Germania che sembra sia destinata a vivere gli ultimi mesi di champagne e caviale.

Kohl ha chiuso da tempo, l’impossibilità di rinnovare il contratto con ZDF Tv lo ha convinto a farsi da parte, la sua famiglia non ha raggiunto con la televisione quell’accordo che le avrebbe consentito di proseguire l’attività.

Sauerland rischia la stessa fine. Fino al 2014 è stato legato alla televisione pubblica ARD che gli garantiva il contributo di un milione di euro a riunione, con spese di produzione a carico dell’organizzazione. Chiusa quell’avventura, si è legato alla tv privata Sat 1 che ha ridotto a circa 400.000 euro l’impegno economico per evento.
Il contratto scade a dicembre 2016 o aprile 2017, a seconda dell’interlocutore scelto per ottenere una risposta. Rinnovare l’accordo appare al momento difficile, anche se non impossibile. Comunque finisca dovrebbe esserci una contrazione dell’offerta, sia dal punto quantitativo che da quello finanziario.

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C’è poi la situazione americana.

Il panorama si sta delineando, ma anche qui non ci sono certezze.

Bob Arum continua a favoleggiare di sfide che non possono rappresentare il futuro del pugilato (Pacquiao vs Lomachenko, ad esempio), De La Hoya naviga a vista.

La HBO restringe gli investimenti (-20% di riunioni in confronto al 2014) a fronte di un -10% di audience rispetto allo scorso anno.

Al Haymon abbandona per casse esangui il ruolo di monopolizzatore del mercato e sancisce il suo ritorno alla professione di semplice promoter accettando la sfida tra Terry Crawford (Top Rank) e il suo John Molina jr (Premier Boxing Championship) fissata per il 10 dicembre a Omaha, valida per i titoli Wbc e Wbo dei superleggeri.

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La nuova situazione porterà alla riduzione degli appuntamenti pugilistici e a un drastico taglio dei compensi. Le borse pagate finora da Haymon avevano creato una situazione molto simile alla bolla speculativa che ha mandato in crisi l’intero mondo dell’economia. Qui non ci sono di mezzo Paesi e governi, ma il popolo della boxe.

O si abitua a un veloce ritorno alla normalità o rischia di affondare.

Nonostante questa sensasazione di acqua alla gola, il pugilato insiste nel farsi del male. Dovrebbe compattarsi, agire in modo cristallino, non esporsi a figuracce. E invece continua a percorrere a tutta velocità la discesa che porta verso il burrone.

Le 17 categorie di peso sono accettate da tutti come una realtà inevitabile. Anche quando, come accade per sei di loro, la differenza è di soli 1360 grammi! E, insisto, come se non bastasse si parla di catchweight con inquietante noncuranza.

I campioni del mondo sono quattro se si considerano le sigle principali. Nove se si mettono nel conto anche le altre.

Una categoria, nove campioni.

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E c’è chi come la Wba si sente in dovere di esagerare. E allora via con supercampioni, campioni, interim e campioni indiscussi…

È la stessa Wba che, invischiata in cause legali e minaccie di richieste di risarcimento multimilionarie, non è riuscita a dare la risposta a un semplice quesito: il match tra Anthony Joshua e Wladimir Klitschko è valido per il titolo dei massimi?

È lo stesso Ente che ha ancora come campione Tyson Fury a quasi un mese dall’annuncio, fatto da Tyson Fury medesimo, di abbandono della corona.

In giro ci sono anziani signori che continuano a salire sul ring come se niente fosse.

A gennaio Bernard Hopkins compirà 52 anni, Roy Jones jr ne farà 48. Non si sono ancora ritirati. C’è un organizzatore che allestisce lo spettacolo, arbitri che accettano di dirigere i match, giudici che compilano i cartellini.

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Tutto normale.

Perché?

Perché, caso unico nel panorama dello sport mondiale, non esiste un unico ente di riferimento che possa avere autorità assoluta sull’attività pugilistica. E approfittando dell’assenza di governo, tutti vanno tranquillamente avanti generando il caos.

La boxe è nobile, gli uomini invece non sempre lo sono.

L’altro giorno riflettevo su questa frase che ho usato più di una volta nei miei libri. Ne parlavo con Alessandro Ferrarini, in Italia pochi conoscono il pugilato mondiale come lui. Davanti al mio pessimismo totale, alle mie nefaste previsioni su questo sport, mi rispondeva con considerazioni letterarie/filosofiche che mi restituivano un po’ di speranza.

Per quante nefandezze faccia l’universo pugilistico, questo sport resisterà sempre. Andrà giù, ma saprà rialzarsi. Se neppure i peccati commessi in numero esagerato hanno ucciso la boxe, questo vuol dire che non morirà mai”.

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E mi ricordava la seconda novella della prima giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio.

Quella in cui il giudeo Abraam va alla corte di Roma e vede le malvagità dei chierici. Tornato a Parigi si fa cristiano.

Ma come? Ma perché?

Perché a Roma non ha visto devozione o stantità da parte della Chiesa. Ma lussuria, avarizia, frode, invidia, superbia. E nonostante tutto ha constato come la religione consolidasse il suo potere.

Sembra un po’ il destino della boxe.

Il suo popolo, gli abitanti di questo orribile e affascinante pianeta, insistono a farsi del male da soli. Ma il pugilato resiste. Ergo, non morirà mai.

Ma, lo dico sottovoce, non fidatevi ciecamente del Boccaccio…

 

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L’Italia della boxe. Dirigenti, nazionali, professionisti, tv e rapporto con l’Aiba…

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Facciamo il punto della situazione del pugilato italiano.

1. Dirigenti.

Regna il silenzio assoluto. Al momento non si sa neppure chi voglia scendere in campo nelle elezioni presidenziali di febbraio. Dopo l’annuncio della non ricandidatura di Alberto Brasca si sono susseguite più voci.

Una racconta il tentativo di convincere Vittorio Lai (Sardegna) a presentarsi candidato. Un’altra evidenziava l’intenzione, poi rientrata, di tentare la scalata da parte di Flavio D’Ambrosi (Lazio). L’ultima, è di questi giorni, sussurra addirittura un ripensamento dello stesso Brasca.

Voci, rumors come dicono negli Stati Uniti. Nessun annuncio ufficiale.

Anche l’opposizione tace. Si parla di una probabile candidatura, ma il soggetto interessato prende tempo in attesa di pronunciarsi. Dovrebbe farlo in questi giorni.

Dal 31 dicembre scomparirà la Lega Pro Boxe nella versione in cui è stata concepita. Rientrerà nella Fpi con la veste di Lega degli Organizzatori. Quali sarà esattamente il ruolo che svolgerà e chi la guiderà non è dato saperlo.

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2. Le nazionali.

Azzerato o quasi il quadro tecnico con il mancato rinnovo del contratto a Francesco Damiani e Raffaele Bergamasco, si stanno studiando nuove soluzioni. Sembra certo che il centro di potere, fissato da anni a Santa Maria degli Angeli, possa essere attaccato. Il decentramento degli allenamenti, la preparazione alle sfide fatta direttamente nelle società di appartenenza, la minore centralità assoluta del sistema sono argomenti di interessanti discussioni. Tutto questo in attesa di conoscere chi dovrà gestire sotto il profilo tecnico l’intera situazione.

Resta in piedi il progetto di un maestro cubano, anche se non si capisce come possa la sola nazione di provenienza garantire la qualità del tecnico.

Si delineano schieramenti pro e contro l’arrivo di un supervisore che possa proporre un proprio piano strategico. Dovrebbe essere un elemento di provate capacità, con esperienza a livello internazionale, un curriculum pugilistico di grande livello, in possesso di sufficiente carisma, con la carte in regola per godere di rispetto e amicizie a livello mondiale. Si parla di questo e di quello, ma non mi sembra ci siano decisioni a breve scadenza.

Nel frattempo c’è una nazionale interamente da ricostruire.

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3. I professionisti.

Situazione complicata e con poche certezze. C’è una televisione interessata alla boxe, FoxSports, ma sembra proprio che tranne alcune rare eccezioni (il titolo Wba di De Carolis, ad esempio) non intenda occuparsi del movimento nazionale. Sportitalia ha perso forza e recentemente ha dimostrato con la sua programmazione di non tenere in grande considerazione il nostro pugilato. La Rai si riserva alcuni titoli italiani, ma ha diradato in maniera consistente l’inserimento della boxe in palinsesto.

A rendere più pesante il problema, c’è il fatto che i numeri dell’audience non sono confortanti. Sembra non lo siano stati addirittura per Spence vs Bundu. Match che avrebbe dovuto attirare un grande interesse, trasmesso in chiaro e in un orario ideale. Eppure gli indici di ascolto pare non siano stati gratificanti.

Senza promozione, sui giornali e all’interno della stessa rete titolare dei diritti, diventa una sorta di caccia al tesoro. Pochi fortunati conoscono canale e orario di messa in onda. Per non parlare dell’insufficiente popolarità degli stessi protagonisti dell’evento. Insomma, ci si rivolge a un pubblico ristretto e lo si costringe a un superlavoro per capire dove e quando sintonizzarsi. Si viaggia al buio e quasi tutto è affidato al caso.

È un male cronico del pugilato di casa nostra. Ma in tempi di magra diventa ancora più pesante sopportarne il peso.

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4. L’Aiba.

L’Italia è una di quelle nazioni che si è affidata mani e pugni all’Aiba. La crisi che l’Ente mondiale sta attraversando la tocca direttamente. Il cambiamento improvviso di atteggiamento nei confronti del professionismo ha costretto la Fpi a un tango statutario, mi si perdoni l’espressione, che oserei definire triste e deludente. Si è passati da professionisti male del mondo a professionisti benefattori del pugilato. E la Federazione ha dovuto prima espellerli e poi riprenderli nella casa madre. Il peccato è stato quello di accettare tutto senza porsi neppure il dubbio se fosse giusto o no. E così ora non si sa come muoversi davanti a una gestione mondiale che viaggia su un binario morto. Sconosciuti, e siamo a novembre, i piani 2017 per quanto riguarda il settore professionistico (APB) e le World Series of Boxing. Non si conoscono i pugili coinvolti, le franchigie che aderiscono al progetto, le sedi, le televisioni che dovrebbero coprire l’evento e il movimento di denaro che dovrebbe spingerlo. E sulla pagina ufficiale Aiba, alla voce calendario 2017 figura un solo evento. I Mondiali elite di settembre ad Amburgo. E il resto?

 

Rissa sul ring di Portorico, match non previsto tra Lopez e il secondo di Vasquez (video)

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Ieri notte, 29 ottobre, Juan Manuel “Juanma” Lopez (35-5, 32 ko) ha sconfitto per ko 11 Wilfredo “Papito” Vasquez jr (24-7-1, 19 ko) sul ring del Roberto Clemente Coliseum di San Juan di Portorico. Lopez ha travolto di colpi il rivale, spedendolo al tappeto. L’arbitro ha fermato il match. Il vincitore ha manifestato apertamente la sua esultanza, la cosa ha fatto infuriare l’angolo dello sconfitto che non aveva gradito il modo in cui si era chiuso il match.

Un secondo di Vasquez jr è salito sul ring. Lopez gli si è lanciato contro, ma è stato centrato da un gancio sinistro d’incontro. Da quel momento si è scatenato l’inferno. Nella rissa è intervenuto anche il maestro di Juanma e il pubblico ha cominciato a lanciare di tutto. Non è stato un bel vedere. L’incontro si svolgeva al catchweight di 58,153, poco meno di mezzo chilo sotto i superpiuma.

Aiba, non sarà più una commissione ma un computer a scegliere le giurie…

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L’Aiba non ha ancora completato l’inchiesta sul mondo arbitrale, dopo le violente contestazioni avvenute in riferimento a molti strani verdetti della recente Olimpiade brasiliana.

I 36 arbitri/giudici che hanno operato a Rio 2016 restano dunque sospesi da ogni attività in attesa della conclusione dell’indagine.

Del resto, Mondiali giovanili a parte, non ci sono eventi internazionali in arrivo.

Deciso invece un importante provvedimento.

Fino ad oggi era una commissione di tre persone a gestire il sorteggio dei cinque arbitri/giudici che officiavano in ogni match dei grandi tornei. Ora l’Aiba ha deciso che, per rendere più trasparente l’operazione, il sorteggio sarà affidato direttamente a un computer.

Eliminato anche il club dei magnifici sette: gli arbitri/giudici che avevano conseguito il massimo nella scala gerarchica con l’attribuzione delle cinque stelle al merito. L’Ente si è accordo che il gruppo aveva raggiunto un potere eccessivo.

L’incertezza intanto regna sovrana.

Nel programma ufficiale del 2017 al momento figura un solo appuntamento: i Mondiali elite, che si svolgeranno ad Amburgo (Germania) dal 22 al 30 settembre.

Non c’è traccia di APB, né di WSB.

 

Bob Dylan: “Il Nobel? Se potrò, andrò a ritirarlo”. Ma ci faccia il piacere…

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Due settimane fa il premio Nobel per la letteratura è stato assegnato a Bob Dylan, fantastico cantastorie.
Per sette giorni la segreteria del Nobel ha cercato di mettersi in contatto con lui, ricevendo in risposta un silenzio assoluto.
Ieri il 75enne di Duluth ha rilasciato un’intervista esclusiva al Daily Telegraph. Un evento raro, erano due anni infatti che non parlava con i giornalisti. Al fortunato interlocutore ha confessato: “È difficile da credere, emozionante e incredibile. Chi non sognerebbe una cosa del genere?“.
Probabilmente lui.
Alla domanda se il prossimo 10 dicembre andrà a ricevere il premio dal Re di Svezia a Stoccolma, l’artista americano ha risposto così: “Andrò se potrò“.
Il premio, tanto per ricordarlo, prevede un assegno da 750mila sterline (poco più di 832.000 euro).
Primo dubbio: come mai ha impiegato due settimane per rispondere?
Ho chiamato e mandato email ai suoi collaboratori più stretti e ho ricevuto risposte molto cordiali. Per ora è sicuramene abbastanza” aveva detto qualche giorno fa Sara Danius, segretaria permanente dell’Accademy.
È vero che the answer is blowin’ in the wind (la risposta soffia nel vento), ma al telefono che squillava lui non si è mai neppure accostato.
Fosse sordo?
E poi, che significa Andrò se potrò?
Se non vuole venire, non verrà. Sarà comunque una grande festa” aveva tagliato corto Sara Danius prima di chiudere l’affannosa ricerca del menestrello.
Il premio sarò consegnato dal Re di Svezia il 10 dicembre prossimo.
Dylan vuole farci credere che ancora non conosce i suoi impegni per quella data?
Quanti giorni dovranno passare
Prima che lui risponda alla Svezia?
Quanti mari il Nobel dovrà attraversare
Prima di riposare tra le sue braccia?
Sì, quante volte dovranno richiamarlo
Prima che lui faccia sapere?
La risposta, amico mio, soffia nel vento
La risposta soffia nel vento….

Un membro autorevole dell’Accademia di Svezia, lo scrittore  Per Wastberg, ha definito il vincitore di quest’anno “Maleducato e arrogante”.
Andrò se potrò“?
Ma ci faccia il piacere…

Sandro Mazzinghi, un uomo nato per combattere. La “battaglia” di Stoccolma…

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Tra qualche giorno saranno passati cinquant’anni dalla difesa dell’europeo superwelter di Sandro Mazzinghi a Stoccolma contro l’idolo di casa
Bo Högberg. Un match duro, spietato.

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Quella di Reine Bo “Bosse” Högberg è una storia piena di colpi di scena. Andato via di casa poco più che bambino, si imbarca su alcune navi da trasporto. Viaggia nascosto nella stiva o in cabina, ma solo dopo essersi fatto assumere a tempo come mozzo. In ogni porto approdi, la prima cosa che fa è quella di cercare un ring su cui battersi.
Picchiatore, playboy, è dotato di una grande capacità di infilarsi negli affari sbagliati. Cresciuto a Göteborg, città conosciuta come l’anima creativa e visionaria della Svezia, ne assorbe lo spirito anarchico uscendo spesso dagli schemi e faticando a gestire una vita decisamente non regolare.
Conosce la prigione, poi torna a boxare.
Il giorno di Capodanno del ’66 batte Visintin a Copenaghen e conquista il titolo europeo dei superwelter. Lo perde contro Leveque in un match pazzesco. Bo si rompe la mascella al primo round, ma va avanti sino alla fine rimanendo sconfitto ai punti.
«Nella vita a volte bisogna fare i fatti, non sempre ci si può giustificare usando solo le parole».
La sua compagna è Anita Lindblom, cantante e attrice. Una bella ragazza dal viso tondo, i capelli a caschetto, corti e biondi.
D’inverno, quando siede a bordo ring indossa una pelliccia di visone bianco. Ha una personalità forte, una spiccata carica di sensualità, dicono che sia lei a comandare in casa. Di certo è lei che gestisce la carriera del marito. E così, dal momento che la sfida contro Mazzinghi sarà la scena finale del lungometraggio Io pugile sulla vita di Bo, chiede l’esclusiva dei diritti di ripresa cinematografica.
«Signora, per averli deve pagare».
«Quanto?»
«Millecinquecento corone».
«Non pago. E se non mi accordate il diritto, mio marito non sale sul ring».
Gli organizzatori dell’Europeo sono l’ex campione mondiale dei pesi massimi Ingemar Johansson e il re delle roulette Bertil Kimtsson. Non si fanno certo impressionare dalle parole della bionda barricadera.
Chiamano Bo Petterson. Il 24enne di Gothenburg ha un record di 13-2-1 e, soprattutto, è inserito nel cartellone della riunione di Stoccolma, dovrà sostenere otto riprese al limite dei medi contro Peter Sharpe.
È in peso ed è allenato.
«Bo, sono Ingemar».
«È saltato il mio match?»
«Tranquillo. Va tutto bene».
«E allora perché mi chiami?»
«Voglio sapere se, in caso di necessità, saresti pronto a batterti contro Mazzinghi per il titolo».
«E Högberg?»
«Non preoccuparti per lui, ha dei problemi con la moglie. Allora, saresti d’accordo a fare il match?»
«E la borsa di quanto sarebbe?»
«Il giusto, vedrai che non ci saranno problemi».
«Considerami pronto».
«Grazie, sapevo di poter contare su di te. Ti faccio sapere a breve».
Basta e avanza per convincere Anita a ritirare i progetti di contestazione.
A Petterson va un piccolo premio per la disponibilità dimostrata.
Sandro intasca dieci milioni e sale sul ring…

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Anteprima diAnche i pugili piangono” (Sandro Mazzinghi. Un uomo senza paura, nato per combattere) di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 228 pagine, 15 euro.
IN LIBRERIA DAL 17 NOVEMBRE.

 

Bob Arum, Pacquiao, Lomachenko e una boxe sempre più da circo…

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Bob Arum, 84 anni, gira come una trottola in cerca di nuovi spettacoli da piazzare. Non esistendo, al momento, protagonisti assoluti da vendere nel mondo della pay per view, il capo della Top Rank fa lavorare la fantasia.

L’ultimo colpo di genio è quello di cercare di mettere su una sfida tra Manny Pacquiao e Vasyl Lomachenko. Per ora ha ottenuto una mezza risposta affermativa da parte di entrambi. Ma restano molti ostacoli sul cammino. Il principale è il peso, che sarà inevitabilmente un catchweight. Ovvero: il limite, non previsto da alcuna categoria, a cui i due dovranno scendere (Pacquiao) o salire (Lomachenko) per potersi sfidare.

La banda dell’alfabeto (Wbc, Wba, Ibf, Wbo, Ibo e tutte le altre sigle in circolazione) si affanna a difendere la frammentazione del pugilato in 17 categorie. Dice che servono a salvaguardare l’incolumità dei pugili, a non obbligarli a diete sconsiderate. E poi accetta incontri fissati a pesi che non esistono nelle tabelle.

Nov. 19, 2014, Macau, China    ---  "RE-FLEXING ON ALGIERI "  --   Superstar Manny Pacquiao flexes  during his final day of training on Wednesday of "Fight Week" as he prepares for his upcoming championship fight against New York's undefeated (20-0) WBO Jr. Welterweight champion Chris "Real Rocky" Algieri.          Promoted by Top RankÆ and Sands China Ltd., in association with MP Promotions, Joe DeGuardia's Star Boxing, Banner Promotions and Tecate, the Pacquiao vs. Algieri world welterweight championship event will take place Saturday, November 22, at the Cotai Arena in The Venetian Macao Resort in Macau,China.  It will be produced and distributed live by HBO Pay-Per-View beginning at 9:00 p.m. ET / 6:00 p.m. PT.      ----    Photo Credit : Chris Farina - Top Rank (no other credit allowed) copyright 2014

È una pratica che non sopporto.
La cosa però non desta scandalo. Il pugilato è diventato una giungla e tutti sono abituati a muoversi in mezzo al caos al punto che qualsiasi orrore assume i contorni della normalità.
Nessuno fa più caso al fatto che le categorie siano passate da otto a diciassette, che ogni singola categoria sia passata da un unico detentore a quattro (calcolando le sigle maggiori) o otto (mettendoci dentro tutto il resto della banda dell’alfabeto), che la Wba si sia inventata la possibilità di dare lo stesso titolo a quattro persone diverse. Tutto normale. E da qualche tempo ecco riuscire fuori il catchweight.

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Fate pure un match a un limite di peso concordato tra i due clan, ma per quale stramaledetto motivo deve essere considerato campionato di una categoria che prevede un altro limite?
Chiunque amministri un campione si sente in diritto di gestire la boxe secondo le proprie ambizioni, vendette, risentimenti, interessi. Insomma sempre e comunque in chiave soggettiva, ignorando quello che è il regolamento scritto.
Una volta si diceva che la mafia bloccasse la possibilità di buoni pugili di battersi per il titolo a meno che non venissero a patti con l’organizzazione criminale. Oggi le cose sono solo apparentemente cambiate.
Tutti accettano che a scegliere quando e con chi difendere il mondiale sia il promoter e non l’Ente che gestisce la cintura. La boxe oltre ad essere l’unico sport ad avere più di un campione del mondo per ogni categoria è anche l’unico in cui l’atleta è libero di scegliere l’avversario da affrontare.

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Il 5 novembre Pacquaio si batterà con Jessie Vargas per il titolo Wbo dei welter, 147 libbre ovvero 66,668 kg.
Il 26 novembre Vasyl Lomachenko accetterà la sfida di Nicholas Walters per la corona Wbo dei superpiuma, 130 libbre ovvero 58,967.
Ci sono otto chili di differenza. E questo dovrebbe già far pensare all’impossibilità di realizzare l’evento.

Dice Arum che si potrebbe fissare il catchweight a 137 libbre ovvero 62,142. E io mi chiedo: quanto serio sarebbe costringere un uomo di 37 anni (Pacquiao) che ha già dato il meglio in passato a calare di quasi sei chili dal peso in cui oggi sale sul ring? Un fisico già spossato dalla lunga attività si vedrebbe costretto a sottoporsi a diete e allenamenti sfibranti per rientrare nel limite. Il filippino vedrebbe così ridurre la massa muscolare, la capacità atletica e la resistenza ai colpi. Non sarebbe sicuramente al meglio, come non lo sarebbe Lomachenko con quattro chili in più.

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La boxe mi sembra sempre di più un circo con nani e ballerine pronte a esibirsi per far contento l’impresario di turno.

Peso a parte, Arum è poi così sicuro che Pacquiao batterà Vargas e Lomachenko avrà la meglio con Walters?

Io credo che se le cose dovessero andare come il capo della Top Rank sogna, nella primavera del 2017 sarà più possibile vedere il filippino contro Terry Crawford per il titolo Wbc/Wbo dei welter che in un match con l’ucraino. Ammesso che il ragazzo del Nebraska passi indenne la difesa del titolo prevista per il 10 dicembre.

 

Eric Molina il 10 dicembre sarà l’avversario di Joshua a Manchester

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Il giornalista Przemek Garczarczyk lo ha annunciato sul suo profilo Twitter, Eric Molina l’ha fatto suo. Notizia e foto. La prima dice che sarà proprio il peso massimo texano a sfidare Anthony Joshua il 10 dicembre. La seconda offre l’immagine di Eric assieme al papà Ricardo in un aeroporto texano questa mattina. Sono attesi a Manchester nelle prime ore di stasera, pronti per la conferenza stampa in cui Eddie Hearn di Matchroom annuncerà la sfida.

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Eric Molina ha 34 anni e un record di 25-3, 19 ko.
Tutte e tre le sconfitte sono arrivate prima del limite.
Il 13 giugno 2015 contro Deontay Wilder, ko9.
Il 18 febbraio 2012 contro Chris Arreola, ko1.
Il 13 marzo 2007, al debutto, contro Ashanti Jordan, ko1.
Il match sarà trasmesso in diretta televisiva in Italia da FoxSports.

FoxSports, diretta tv per il mondiale di De Carolis contro Zeuge

epa05428710 Italian boxer Giovanni De Carolis (R) fights against German boxer Tyron Zeuge (L) at the Max-Schmeling-Halle in Berlin, Germany, 17 July 2016. Carolis won the fight against Zeuge. EPA/SOEREN STACHE

Preso!

Altro bel colpo di Fox Sports che il 5 novembre da Potsdam (Germania) trasmetterà il titolo Wba dei supermedi tra Giovanni De Carolis (24-6-1, 12 ko) e Tyron Zeuge (18-0-1, 10 ko). Per questo secondo match (il primo si è chiuso in parità), collegamento in diretta dalle 23 sul canale 204 del bouquet di Sky. Telecronaca di Mario Giambuzzi, commento tecnico di Alessandro Duran.

Il 12 novembre in diretta la riunione di Montecarlo: Luis Ortiz (25-0) vs Malik Scott (38-2-1) vacante Wba Intercontinentale massimi; Jason Sosa (19-1-4) vs Stephen Smith (24-2) titolo Wba superpiuma: Jamie McDonnell (28-2-1) vs Liborio Solis (25-4-1) titolo Wba gallo.

Certa anche la trasmissione della difesa del titolo Ibf dei pesi massimi da parte di Anthony Joshua. Data probabile: 10 dicembre, sede: Manchester Arena. Rivale: favorito Eric Molina.

Non è esclusa una sorpresa nei prossimi giorni. Chissà che Fox Sports non riesca a fare un altro colpo e si assicuri Manny Pacquiao vs Jessie Vargas del 5 novembre a Las Vegas, titolo Wbo dei welter in palio.

Storia di Jimmy Ellis e di uno scomodo amico, Muhammad Ali…

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Sono passati poco più di 45 anni dalla notte in cui Jimmy Ellis ha affrontato Muhammad Ali per il titolo vacante NABF dei pesi massimi. Questa è la sua storia.

JAMES ALBERT ELLIS era nato a Louisville, nel Kentucky.

Una sera, era ancora un bambino, ne stava davanti alla tv a guardare un programma che lo faceva tanto ridere, poi era arrivato il papà e aveva cambiato canale.

“Tomorrow’s Champions”, i campioni di domani, andava in onda ogni settimana.

Jimmy aveva accennato una timida protesta, poi si era messo comodo in poltrona e aveva ripreso a guardare la tv. Aveva subito riconosciuto un amico, due anni più piccolo di lui. L’aveva visto tirare pugni veloci, muoversi sul ring senza paura.

Aveva affrontato e sconfitto ai punti un altro ragazzo di nome Runny O’Keefe. Eravamo a metà degli anni Cinquanta.

Cassius Marcellus Clay abitava su Grand Avenue, nel West End. Un quartiere tra 7th Street e Algonquin Parkway abitato quasi esclusivamente da neri, ma senza avere necessariamente l’impronta della miseria devastante che marchiava i ghetti di altre città.

Jimmy l’aveva incontrato alla Central High School di Louisville. Cassius gli aveva raccontato di come riuscisse a guadagnarsi qualche dollaro spazzando i pavimenti del Nazareth College, una biblioteca gestita dalle monache.

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«Ti ho visto in Tv, dove hai imparato a fare quelle cose?»

«Vado in palestra, mi alleno. Sono bravo».

«E dove sarebbe questa palestra?»

«È la Columbia Gym sulla 4th Street, a sud di York Street. C’è un bravo insegnante».

«Chi è?»

«Si chiama Joe Elsby Martin».

A Jimmy l’idea piaceva, ma da solo non avrebbe mai trovato il coraggio di andare. E non aveva voglia di farsi accompagnare da un ragazzo più piccolo di lui. Aveva così chiesto aiuto a un altro amico, Donnie Hall.

Joe Martin era un poliziotto che gestiva la palestra per passione. La Columbia era aperta cinque giorni a settimana, dal lunedì al venerdì, dalle sei alle otto di sera.

Lì Ellis si era trovato subito bene. Da dilettante aveva affrontato due volte Cassius: una vittoria e una sconfitta.

Forse non erano davvero amici, ma di certo si rispettavano. Viaggiavano su mondi paralleli. Diventato Muhammad Ali, Clay si sarebbe preso il mondo. Ellis si sarebbe accontentato di fargli da sparring.

Jimmy aveva un fisico proporzionato ma mancava di quella mole naturale che ti fa scegliere la categoria più pesante.

Era un tipo pacioso. Ultimo dei dieci figli del pastore Walker Ellis, religioso e amante del canto si esibiva con il coro della domenica in chiesa.

Sul ring sapeva farsi rispettare. Boxava da peso medio e aveva messo assieme un buon record. Poi era arrivato il maledetto 1964. Quattro match, tre sconfitte contro Rubin “Hurricane” Carter, Don Fullmer e George Benton. In quel match aveva guadagnato una borsa di cinquecento dollari, buona per l’epoca. Ma aveva perso l’incontro. Aveva così pensato che fosse meglio ritirarsi.

Il suo amico aveva cambiato nome proprio in quella stagione. Aveva sconfitto Sonny Liston, era diventato il padrone dei pesi massimi. Forse poteva aiutarlo.

Ellis aveva preso carta e penna. E aveva scritto una lettera ad Angelo Dundee, coach e manager di Ali.

“Sto pensando di chiudere con la boxe, ma prima vorrei fare un ultimo tentativo per vedere se ho la possibilità di essere ancora un pugile. Mi piacerebbe firmare un contratto con un buon manager. Magari di New York, se tu pensassi di non avere tempo per gestire la mia carriera. In realtà spero che tu possa aiutarmi.

Jimmy Ellis

P.S. Aiiiuuuuutoooooo.”

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Angelo quella seconda occasione gliela aveva concessa. Jimmy era volato a Miami ed era tornato ad allenarsi con Muhammad Ali.

Si era operato di tonsille e questo aveva scatenato una crescita rapida e improvvisa, fino a trasformarlo in un peso massimo. Non un gigante, mai oltre gli ottantanove chili, ma comunque in grado di battersi con i migliori della categoria.

Lentamente, con costanza e allenamento, aveva scalato le classifiche.

Ali procedeva spedito, difendeva il titolo nella rivincita contro Liston e poi con Patterson, Chuvalo, Cooper, London, Williams, Mildenberger, Terrell e Zora Folley. Poi si rifiutava di prestare servizio militare e veniva privato della corona.

La Wba imponeva un torneo a otto per la successione. Jimmy sconfiggeva Leon Martin, Oscar Bonavena e andava in finale contro Jerry Quarry.

Il pomeriggio del match che valeva la cintura il telefono squillava nella stanza di Ellis.

«Ciao campione!»

«Ciao campione!»

Da tempo avevano preso a salutarsi così. Ali gli era stato vicino durante la preparazione, gli aveva anche fatto da sparring e adesso non ce la faceva proprio a trattenersi. Doveva dargli qualche consiglio.

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«Balla campione, balla, andiamo a prenderci il titolo».

«Ballerò, ma non come te. Ci sono molte strade per andarsi a prendere un titolo».

«Vai e vinci».

«Ballerò, mi muoverò un po’, poi scivolerò di lato e piazzerò il colpo che mi regalerà la vittoria».

«Coraggio amico, sono con te».

«Ciao campione!»

«Ciao campione!»

Il match contro Quarry l’aveva vinto con merito ed era diventato campione del mondo dei massimi. Aveva danzato, ma non aveva incantato. Non possedeva la velocità, la personalità, la potenza dei colpi, il carisma di Ali. Era una copia sbiadita dell’originale.

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Difendeva la cintura contro Floyd Patterson e poi andava a sedersi a bordo ring per il match tra Joe Frazier e quel Jerry Quarry contro cui aveva faticato poco tempo prima.

Smoking Joe distruggeva il rivale di una notte e quando Arthur Mercante gli sollevava il braccio, si appoggiava alle corde fissando Ellis negli occhi.

Frazier agitava nell’aria il micidiale sinistro.

«Ehi, Jimmy, ne ho lasciato qualcuno per te».

«Ti distruggeremo», gli rispondeva pacifico Dundee.

«Quando vuoi, baby. Quando vuoi».

Era il 26 giugno del 1969.

Otto mesi dopo salivano sul ring del Madison Square Garden.

Per quasi tre round Ellis riusciva a tenere il ring con dignità, a creare qualche problema a Frazier. Poi il gancio sinistro di Smokin’ Joe faceva sparire qualsiasi pensiero dalla testa del campione. Frastornato, intontito e senza più forze, si ripresentava al centro del quadrato all’inizio della quarta ripresa che si trasformava in un calvario. Frazier era un toro infuriato. Caricava, sbuffava, sembrava davvero che uscisse del fumo dai suoi guantoni.

Pe-pam!

Il gancio sinistro spediva giù Jimmy che dopo il conteggio si rialzava faticosamente. Mancavano poco più di trenta secondi alla fine della ripresa. Troppi. Chiuso all’angolo, veniva travolto da una serie lunga, terribile. Crollava a faccia in giù. Lentamente, con infinita fatica e tanto orgoglio, si rimetteva in piedi. Il suono del gong non interrompeva il conteggio di Tony Perez. All’otto, il ragazzo di Louisville si strascinava verso l’ angolo.

Quando suonava l’inizio della quinta ripresa, Angelo Dundee guardava l’arbitro e gli faceva segno che era finita.

Lungo e sofferto era il recupero.

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Tre match per ritrovare un minimo di fiducia, poi la sfida contro l’amico di infanzia, il ragazzo per cui aveva cominciato a boxare.

Doveva affrontare Muhammad Ali.

Angelo Dundee era il manager di entrambi e aveva scelto Ellis. Non per affetto, ma perché con lui la percentuale della borsa sarebbe stata più alta. Anche i grandi hanno le loro debolezze.

Ogni grande ha le sue manie. Anche Ali ne aveva una. In combattimento indossava solo tre tipi di pantaloncini: con banda nera o rossa, ma sempre bianchi.

Bundini Brown era, a seconda dei casi, il giullare, il consigliere, il compagno fidato a cui dare ogni tipo di incarico. Compreso quello di preparare la borsa con gli indumenti per il match.

Quella volta si era dimenticato di prendere i pantaloncini.

Non era stato facile calmare Ali che aveva accettato di salire sul ring solo quando gliene avevano portati un paio totalmente bianchi. Di due misure più grandi della sua taglia, ma comunque bianchi.

Era l’estate del ‘71.

«Ciao campione»

«Ciao campione».

«Stavolta saremo rivali»

«Jimmy lo so che sei forte. Per diventare mio sparring devi essere veramente bravo».

«Ali ti rispetto, ma cercherò di batterti».

«Coraggio amico, andiamo a divertirci».

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Jimmy cercava di mostrare la sua bravura, voleva fargli vedere quanto fosse migliorato.

Ali era tornato indietro nel tempo. Volava come una farfalla e pungeva come un’ape. Poi nel quarto round piazzava un destro che faceva tremare l’intero corpo di Ellis. Da quel momento il match viveva nell’attesa del colpo finale. Nella dodicesima ripresa un montante sinistro centrava Jimmy, lo scuoteva. Un’altra serie lo portava sull’orlo dell’abisso. A quel punto Ali si fermava, aspettava che qualcuno fermasse quella mattanza. L’arbitro Jay Adson capiva al volo e chiudeva l’impari sfida.

«Ali perché ti sei fermato?»

«Ho visto nei suoi occhi una grande sofferenza».

«Ti sei fermato perché era un tuo amico?»

«Mi sono fermato perché è un uomo come me. E io non voglio uccidere un uomo sul ring».

«È stato un match facile?».

«Sono stato in gamba, ho battuto il peso massimo più forte del mondo dopo di me».

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Non ci sarebbero stati altri picchi nella carriera di Jimmy Ellis, la gloria era alle spalle. Il presente era la moglie Mary Etta e i loro figli: Jamesetta, James jr, Inez, Mary, Sonya e Jeffrey. Una vita tranquilla, senza colpi di scena, almeno fino a quando il destino non cominciava ad accanirsi contro di lui.

Un incidente d’auto lo rendeva parzialmene cieco, la moglie moriva dopo quasi cinquant’anni di vita in comune, due anni prima lui aveva cominciato a soffrire di demenza senile.

Il sei giugno del 2014 Jimmy Ellis se ne andava per sempre.

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Testo tratto da Dentro i secondi, lo sport degli ultimi che diventano primi di Franco Esposito e Dario Torromeo. Edizioni Absolutely Free. Pagine 326, prezzo 16 euro.