Anche la pietà è razzista?

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UN INTERO Paese sotto l’incubo della violenza. Cinque anni fa l’Organizzazione delle Nazioni Uniti aveva inserito il Venezuela tra le nazioni più pericolose del mondo con il non invidiabile record di 56 omicidi ogni 100.000 abitanti.

Sedicimila assassini nel solo 2012, con un incremento del 14% rispetto all’anno precedente; 2576 morti ammazzati nei primi due mesi del 2013”.

Queste le cifre ufficiali riferite dal presidente Nicolas Màduro.

Il quotidiano El Universal propone altri numeri: gli assassini del 2012 sarebbero 26.000, 73 ogni 100.000 abitanti, secondo posto tra le nazioni più violente del mondo.

E così ora che gli omicidi sono diventati quasi una norma, in Venezuela sono oltre 70 al giorno quando la media nel resto del globo è di 8, si rischia di farsi scivolare addosso tutto. Almeno fino a quando non viene toccato qualcuno che ti sembra di conoscere, qualcuno di cui hai letto sui giornali o hai visto alla televisione. E’ una nuova forma di razzismo basata sull’indice di popolarità del morto? Anche la pietà per scattare deve ricevere la giusta spinta o è la triste realtà della vita?

Non dovrebbero esserci morti più importanti di altri, ma dobbiamo ammetterlo. Non abbiamo la stessa sensibilità per ogni pena del mondo. Abbiamo sempre bisogno di qualcosa che ci costringa a pensare, riflettere, protestare, indignarci. Può bastare un ricordo, a volte un’immagine, la lettera di un amico, una vittima che conoscevamo.

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Antonio Cermeno (foto) avrebbe compiuto 45 anni il prossimo 6 marzo.

El Coloso, come lo chiamavano i tifosi per quella sua figura da piccolo gigante: 55/57 chili per 177 centimetri di altezza, era stato il campione dei pesi supergallo e dei piuma per la World Boxing Association.

I telegiornali locali suggeriscono sia stato ammazzato in un regolamento di conti.

Lo hanno rapito davanti all’albergo Makro La Urbina, sul prolungamento della Rómulo Gallegos con la Vieja Petare a Guarenas. Lo hanno minacciato con delle armi, messo dentro una vecchia Chevrolet Suburban assieme alla moglie Maria Carolina Salas e ad altre due signore. Poi sono fuggiti via sgommando.

Ma non dovevano essere dei professionisti. Stavano ancora scappando quando si sono accorti che avevano finito la benzina. Sono entrati in un’area di servizio. E’ stato a quel punto che qualcuno ha visto quei tipi dentro la macchina, li ha visti ed ha pensato che si stavano agitando un po’ troppo. Suoni di clackson e urla hanno aiutato Maria Carolina e le altre due donne a scappare. Antonio Cermeno non ce l’ha fatta. L’auto ha ripreso la corsa lasciando sull’asfalto buona parte delle gomme.

Poche tempo dopo, nelle prime ore di una mattina come tante, l’ex campione del mondo è stato ritrovato in un cespuglio lungo l’autostrada che porta a Barloven sulle alture di Caugagua. Morto, ucciso con un colpo di pistola alla testa.

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Proprio come era stata assassinata la ventiduenne reginetta di bellezza Genesis Carmona (foto) qualche settimana mentre la stavano rapinando. Proprio come era stata fatta fuori da quattro banditi miss Venezuela, la splendida Monica Spear, all’inizio dell’anno assieme all’ex marito Henry Berry davanti alla figlioletta di cinque anni.

Morti che seguono altri morti. Non c’è più freno alla violenza dilagante in Venezuela.

L’agenzia InSight Crime ha analizzato la situazione e ha messo in fila le quattro principali cause che scatenano il terrore.

1. Elevata corruzione.

2. Mancanza di investimenti per le forze dell’ordine.

3. Debole controllo delle armi.

4. Espansione del traffico di droga

Il Venezuela è diventato il Paese preferito per il transito della cocaina proveniente da Bolivia, Perù, Columbia e con destinazione Stati Uniti.

La gente ha provato a protestare. L’ha fatto con la rabbia generata da una situazione difficile. Accanto all’alto tasso di criminalità, c’è la carenza di prodotti base, i frequenti blackout, l’inflazione galoppante che ha ormai superato il 50%.

Protestano e vengono uccisi. Tre i morti durante la manifestazione della scorsa settimana. Il Governo ha pensato che la militarizzazione sia l’unica via di uscita. Ha così affiancato tremila soldati alla polizia e pensa di aggiungerne altrettanti nelle prossime settimane. Credo che questa sia una strada che porti verso la dittatura, non certo alla soluzione del problema.

Antonio Josè Verdù Cermak aveva smesso di combattere nel 2006. Era stato un degno campione, un abile tecnico dotato di buona velocità. Sul ring aveva avuto un lungo regno da protagonista: una sola sconfitta e trentuno vittorie dal 1990 al 1998. Poi qualcosa non era andato per il verso giusto, vecchi fantasmi erano tornati a galla e in due lunghi anni (dal 9 agosto del 2002 al 31 luglio del 2004) aveva disputato un solo incontro.

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Per due volte aveva sfiorato il carcere. Era stato accusato di frode, per un totale di 21.000 dollari americani nel giugno del 2003; di rapimento e rapina nell’ottobre dello stesso anno. Se l’era cavata entrambe le volte. Il 16 di questo mese il giudice Yarleny Martin aveva fatto cadere la seconda accusa perché il denunciante non si era presentato in tribunale.

Nel fratemmpo Antonio sembrava decisamente cambiato. Lavorava a un progetto per il recupero dei giovani in difficoltà (foto). Ne allenava a decine in una vecchia palestra, dava loro i rudimenti di uno sport duro, ma capace di insegnare a stare lontani dai guai.

Poi è arrivata una macchina di sbandati, magari proprio di quelli che Cermeno stava cercando di recuperare, è la storia si è trasformata in tragedia.

Il telegiornale ha detto tre parole, “regolamento di conti”, e nella mente si sono insinuati dubbi, sospetti. A migliaia di chilometri di distanza non posso che portare solidarietà alla parte buona del Venezuela, a chi lotta per un domani migliore, a chi si rifiuta di essere schiavo della violenza. Per il resto, ignorando al momento la realtà dei fatti, devo portare rispetto a un campione scomparso. Nella speranza di riuscire anch’io a sconfiggere il razzismo di una pietà che spesso scatta solo a comando.

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Campioni, il buio dopo il ritiro

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QUANDO NUOTAVA, Grant Hackett era “lo Squalo”. Era arrivato ai Mondiali di Melbourne 2007 senza avere mai perso sui 1500 sl negli ultimi dieci anni e con due ori olimpici in tasca. Qualche mese prima aveva incontrato Candice Alley, professione cantante, e aveva capito che la vita non era solo una piscina, sveglie all’alba, ore di allenamenti macinati fissando una riga nera sul fondo.

Lei aveva origini italiane, il nome sui certificati di nascita era Candice Marie Giannarelli, aveva lunghi capelli biondi, un viso d’angelo e un sorriso che catturava l’anima. Lui se ne era subito innamorato. Pazzamente. Le aveva chiesto di sposarlo al termine di una giornata romantica.

L’aveva svegliata all’alba, avevano fatto una lunga corsa in macchina, una gita in mongolfiera sopra le montagne di Dandenong nella Yarra Valley. Poi erano andati in barca sul lago. Lì le aveva regalato un anello di platino e diamanti da 4.2 carati, roba da 250.000 dollari australiani. Le aveva anche dedicato una canzone, “That I would”. Il matrimonio era arrivato poco dopo.

Poi la carriera aveva cominciato ad andare in discesa. Le vittorie erano diventate sempre più rare, ma lui non voleva arrendersi. Quando l’aveva fatto, il destino gli aveva presentato il conto (nella foto in alto Grant e Candice in un momento felice, sotto l’appartamento degli Hackett distrutto dalla furia di Grant).

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L’agonismo di vertice impone ritmi che non tutti possono reggere. Il corpo e la mente sono sottoposti a stress duri da assorbire. Un campione viene costruito nel tempo e per farlo si comincia molto presto. E’ poco più di un bambino e già deve affrontare un percorso pericoloso. Lo sport lo porta lontano dagli affetti della famiglia, lo costringe a scelte precoci, a volte lo spinge addirittura verso l’alienazione. Il futuro campione vive sotto vetro. Allenamenti e riposo, allenamenti, gare, ancora allenamenti. Poco studio, poca voglia di conoscere il mondo reale, di informarsi su cosa sia veramente la vita. C’è un lungo momento in cui pensa che sia solo allenamenti e competizioni. Se vinci guadagni, se perdi torni da dove hai cominciato. Non tutti hanno la fortuna di avere accanto persone che sappiano seguirli nel cammino verso il successo, non considerandoli solo atleti ma anche esseri umani bisognosi di aiuto.

Quando giungono al capolinea sono impreparati. Hanno diffcoltà a spezzare il cerchio, ad accettare l’idea del ritiro. Sanno che da quel momento in poi non saranno più considerati campioni. Le luci si spegneranno, niente più ruoli da protagonista. E anche se saranno pieni di soldi, dovranno cercare subito qualcosa che riesca a colmare il vuoto in cui stanno precipitando.

Il male li travolge. Se saranno soli a fronteggiarlo e non avranno i “mezzi” culturali per farlo, rischieranno di soccombere.

Se all’abbandono dell’attività agonistica si aggiungerà la lacerazione dei rapporti umani, allora quelli che fino a poco tempo prima erano degli eroi cominceranno a camminare sull’orlo di un burrone.

Nel 2011 la storia d’amore tra Grant e Candice è finita. Ora in comune hanno due figli, Charlize e Jagger, e nulla più. La rottura è stata definitiva nel 2011 quando la polizia è dovuta intervenire in una lite domestica. Quella degli Hackett. Lui era ubriaco e aveva devastato casa.

Adesso Grant Hackett è sbarcato a Los Angeles (foto sotto). L’ex campione dice di essere volato in California solo per riposarsi, “Per ricaricare le batterie e nulla più”. Il manager ed il papà dicono che è lì per disintossicarsi. “Gli ultimi due anni sono stati un inferno.” Era diventato schiavo dei sonniferi, prendeva Stilnox come se fossero caramelle. “Dipendenza da medicinali“, malattia da curare.

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Un altro fenomeno dello sport incapace di gestire il buio che c’è dopo il ritiro, un altro in crisi di astinenza da successo.

Lui ha provato a curare il “male” a colpi di sonnifero, altri hanno scelto strade differenti.

I soldi sono spesso l’unica cosa che rimane al campione quando si spengono le luci. E allora perché non comprarsi, o meglio illudere di comprarsi, la felicità?

Qualcuno come Scottie Pippen, protagonista della Nba, ha creduto che fosse un jet costato quattro milioni di dollari, più uno per ripararlo, e mai decollato. Altri come John Daly, mago del golf, hanno scelto come succedaneo il gioco. In sette ore ha perso 2,7 milioni di dollari alle slot machine. A quel punto non ha smesso di scommettere, ma è solo passato dai gettoni da 5000 dollari a quelli da 500…

C’è chi ha identificato la felicità con la sicurezza. Aveva avuto un’infanzia difficile, doveva coabitare con decine di parenti in una piccola abitazione, quando ha accumulato in banca abbastanza dollari si è chiesto: perché non prendermi una rivincita sulla vita? E’ così Evander Holyfield ha dato a un agente immobiliare venti milioni per una villa con 109 stanze, udici delle quali da letto, 17 bagni, un teatro, una pista da bowling e una piscina olimpica. Non è servita a scacciare i demoni della solitudine.

Il successo dà alla testa, i soldi producono a volte effetti ancora più deleteri. I giganti dello sport quando sono in attività ne guadagnano talmente tanti da non sapere neppure quanti siano.

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Mike Tyson aveva intascato 300 milioni di dollari, ma continuava a combattere perché: “Devo dare da mangiare ai miei figli.”. Latrell Sprewell (foto), giocatore Nba, davanti alla proposta di un contratto triennale da 21 milioni rifiutava dicendo: “Pochi, ho una famiglia da sfamare.

Lo sport di vertice porta spesso i suoi protagonisti fuori dal mondo. Li fa vivere in una dimensione irreale. Se non sono abbastanza forti rischiano di rimanerne schiacciati. E quando ne sono fuori per età o infortuni ne restano totalmente dipendenti. Per questo cercano di trovare una terapia sostitutiva che rimpiazzi il potere da successo. Il gioco, la villa extralusso, i soldi, i medicinali. Ma tutto questo può al massimo lenire momentaneamente il dolore, non può certo curare il male alla radice.

Se sono abbastanza fortunati da avere lasciato una piccola porta aperta e hanno abbastanza forza morale, possono farcela. Devono eliminare in fretta la corte dei miracoli che li ha accompagnati in tutti gli anni di gloria e rifugiarsi tra le braccia di chi gli vuole veramente bene. Un amico fidato, la moglie, il papà, la mamma. Chiunque possa regalargli affetto e consigli. Chiunque sia sempre stato innamorato dell’uomo e non del campione. 

Nel 2024 la fine dei quotidiani?

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IN APPARENZA siamo un popolo schiavo della tecnologia. Le due ore di blocco di WahtsApp hanno trascinato nel panico moltissime persone, la sua vendita per 19 miliardi a Facebook ha provocato angoscia e terrore. Siamo anche fedeli ai messaggi via Twitter, alle email, agli Sms, a Pinterest, Instagram, Facebook. Ma, realmente, quanti sono gli italiani che passano ore e ore davanti a un computer?

Gli ultimi dati Istat dicono che c’è un clamoroso ritardo rispetto al resto d’Europa. Nel nostro Paese solo il 33,5% della popolazione usa Internet, contro il 70% su cui si muove la media europea. Colpa dei ritardi sulla banda larga. In Italia le famiglie che hanno una connessione superveloce sono il 55% contro il 73% del resto d’Europa.

Le notizie le vediamo su Google (25,1%), il motore di ricerca più cliccato. Poi ci spostiamo su Facebook, You Tube, Yahoo e Wikipedia. Ecco dove gli italiani vanno a scavare per tenersi aggiornati.

Facciamo fatica a entrare nel nuovo mondo e già abbiamo abbandonato il vecchio. I quotidiani, dati dicembre 2012/dicembre 2013, continuano a perdere copie a ritmi così veloci da fare prevedere una catastrofe. Un solo giornale supera le 300.000 copie di venduto. I grandi negli ultimi dieci anni hanno ridotto del 50% la loro diffusione.

Nel 1982 in Italia si vendevano otto milioni di copie, nel 2012 si è scesi a quattro, la previsione è che tra cinque anni precipiteremo a due. Andando avanti con questi ritmi al massimo nel 2024 i quotidiani non esisteranno più. Anche perché assieme al crollo delle vendite c’è quello dei ricavi pubblicitari.

Siamo un popolo di sedentari. Costa fatica prendere l’ascensore (o scendere le scale), arrivare sino all’edicola, tirare fuori i soldi, tornare a casa, leggere il giornale. Meglio sedersi sul divano e accendere la televisione. Le statistiche dicono che fa così l’80% degli italiani. E solo l’8% dei nostri connazionali ha Sky, questo vuol dire che la quasi totalità si informa su Rai, Mediaset o La7.

La pluralità dell’informazione rende il cittadino libero. Andare a caccia di notizie su siti che offrono una scarsa attendibilità è pericoloso. Pensare che la comunicazione passi attraverso i social network è un rischio. Così facendo si tende a diventare autoreferenziali, a ghettizzarsi all’interno di piccole comunità in cui i singoli membri parlano tra di loro pensando di rappresentare il mondo intero. Qui non si tratta solo di salvare i giornali, si tratta di salvare noi stessi.

La perduta credibilità e il distacco dal mondo reale hanno spesso accumunato quotidiani e politica. In aggiunta i giornalisti hanno lottato poco per la libertà di espressione e molto per la difesa dei privilegi. Da qualche tempo però una parte della stampa ha provato a cambiare, ha tentato di dare al pubblico quello che il pubblico vuole. Un’informazione più puntuale, a volte aggressiva. Il prossimo passo sarà quello di alzare ancora di più il livello qualitativo del prodotto, unico salvagente possibile per continuare a resistere.

I giornali hanno ancora mille difetti, ma senza di loro se ne andrebbe parte della nostra libertà. E ci consegneremmo totalmente a un’informazione televisiva imperniata su un bipolarismo Rai/Mediaset che in tempi recenti ha dato l’idea di un’unica identica fonte di orientamento per il popolo italiano. Perché, ne sono quasi certo, i quotidiani online avranno un numero di utenti accettabile sino a quando saranno gratuiti. Poi, subiranno la stessa fine del cartaceo.

Non può essere questo il nostro futuro. Non voglio crederci.

 

Incubi e magie del Sahara

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LA NENIA del Muezzin fende l’aria, si insinua nelle case. Ricorda ai fedeli l’obbligo della preghiera, ṣalāt al-ṣubḥ. Mi sveglio e non riesco a riprendere sonno. Sono le 4.30 del mattino di un caldo gennaio dell’87. Dopo tre ore la gente è in strada e io mi rivolto ancora nel letto. Gli uomini vestono i boubou, l’abito tradizionale della Mauritania. Le donne hanno gli chechs, lunghi pezzi di lino avvolti attorno alla testa. Vagano tutti senza una meta. Lo scorrere del tempo assume una diversa unità di misura. Le distanze si misurano in ore di viaggio, non in chilometri.

Al mercato di Atar, appena dietro la piazza principale, la carne sui banchi dei macellai è avvolta da nuvole di mosche che si azzuffano per succhiare più a lungo gocce di sangue. Non si alza neppure una mano per scacciarle.

Poco più in là le donne pestano la polvere che servirà per colorare le tele dei boubou e degli chechs. Tutto attorno è confusione.

Ai tavoli di piccole trattorie offrono cous-cous e riso con carne di cammello. Non so raccontarne il sapore, ogni volta che me lo hanno proposto ho scosso il capo in un gentile segno di diniego.

Fuori dalla città c’è solo sabbia. Il sole martella di giorno e il freddo arriva puntuale la notte. Poi ci sono le mosche. Sono tante, mi sembra siano milioni. C’è poca poesia nel primo impatto con il deserto della Mauritania, Sahara centrale.

Sto correndo incontro alla Parigi-Dakar. Una galoppata di cinquecento chilometri, dieci ore di strada dalla capitale Nuackchott attraverso un panorama che cambia continuamente. Distese sconfinate di sabbia, spruzzate di verde, migliaia di pietre. Poi di nuovo sabbia.

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Sono in macchina con due colleghi e un autista del posto. Viaggiamo a una media di 35 kmh. L’autista manovra il volante della Peugeot 504 come se stesse guidando un vecchio camion con rimorchio senza servosterzo. Poi tira fuori dal tascone del boubou un astuccio di cuio. Riempie il bocchino d’argento con una pallina di qualcosa assai simile al tabacco e aspira. Per una decina di minuti quella che era una tranquilla velocità di crociera si trasforma in un’andatura da Gran Premio, poi torna la calma. Fino alla successiva tirata.

Lungo il cammino enormi copertoni, scheletri di auto bruciate. Comincio a fantasticare su quali misteriose storie si possano nascondere dietro quelle carcasse. In una delle soste confido i miei dubbi a un amico. Nessun mistero sono semplicemente le indicazioni per i concorrenti. E’ tutto segnato sul “road book”. Le auto bruciate sono il ricordo tangibile di imprese sfortunate chiuse con l’abbandono. Della gara e della macchina. Ora quelle auto servono come segnapista.

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Incontriamo solo due villaggi in cinquecento chilometri di strada, San Just e Boisson. Case basse, senza tetto. Non piove molto da queste parti. Il vento è l’unica cosa che abbonda.

La macchina procede saltando da una buca all’altra. Non stiamo marciando sul tole oundulé, gli avvallamenti di sabbia alti dai tre ai cinque centimetri che con ritmo regolare tormentano per centinaia di chilometri i concorrenti nel deserto d’Algeria. Però i salti sono abbastanza fastidiosi e il mio rispettabile sedere ha tutto il diritto di lamentarsi. Solo 160 chilometri su 500 sono parzialmente asfaltati. Il resto è sassi e sabbia su piste che il vento nasconde. Finalmente arrivo ad Atar.

René Metge, uno degli organizzatori, confessa un segreto.

E’ qui che i concorrenti scoprono perché chiamiamo “Inferno” il deserto della Mauritania. E’ nella tappa da Tiddjika ad Atar che se ne accorgono.”

L’ho capito anch’io, non è difficile. Dune alte fino a 400 metri ci si parano davanti. Quando arrivi ai loro piedi o hai la macchina in piena spinta e riesci a passarle, o ti blocchi e resti lì finché non arriva qualcuno ad aiutarti. Se ad accompagnarti c’è la signora sfortuna, arriva anche il vento che ti soffia contro. A quel punto tutto cambia aspetto e tu non sai neppure dove sei. Non ti resta che affidarti alla bussola di bordo. O, se ci credi, puoi cominciare a pregare.

Se hai la jella marchiata sulla pelle, può anche succedere che dopo avere superato l’inferno un cane ti tagli la strada e finisca la corsa tra le ruote della tua moto. Cadi e la vittoria sfuma all’improvviso. Chiedete a Neveu se volete una conferma.

La corsa ha così tanto fascino da conquistarti al primo impatto, anche se è un’esperienza massacrante. Non ce la fai proprio a odiare la Dakar. Come potresti davanti alle storie che sa raccontare?

C’è gente che si è persa e ha ritrovato la strada giusta seguendo una piccola stella indicatagli dai Tuareg. Chiedete a Batti Grassotti, torinese e unico italiano in gara con una Kawasaki 650.

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La Parigi-Dakar è perdersi al bivacco fra migliaia di tende la mattina all’alba subito dopo il briefing. O sentirsi con il morale a terra e la benzina che sta per finire proprio mentre sei in mezzo al deserto. E poi ritrovare il sorriso e la speranza succhiando carburante a un’auto cappottata e ormai fuori gara. Crudele, forse anche spietato. Ma sicuramente utile per salvarti.

Se la prendi per il verso sbagliato puoi pensare che sia un’avventura come tante.

A Lorenzo è accaduto proprio così. Lui è di Rovigo e ha partecipato a un concorso indetto da un’industria di calzature. Primo premio: la partecipazione alla corsa. E’ arrivato secondo, ma il vincitore si è rotto le dita della mano destra a due giorni dalla partenza ed ha rinunciato. Così è stato sostitutito da Lorenzo che si è presentato al raduno di Parigi con un materasso e un cuscino. Quando gli hanno spiegato che non era proprio così che si dormiva in pieno deserto, ha cercato di giustificarsi.

Senza cuscino non riesco a prendere sonno.”

Glielo hanno buttato in strada, perso per sempre.

Con sé aveva un coltello da foresta dell’Amazonia, tipo Jungle Jim. Lama enorme e dentro il manico cavo tutto l’occorrente per la sopravvivenza. Aveva anche gli ami da pesca, utilissimi nel deserto. Gli hanno chiesto perché non avesse portato il machete.

Era troppo grande, non entrava nella sacca.”

L’hanno subito soprannominato Rambo. Quando l’ho incontrato era giallo per la sabbia, aveva il viso rigato dalla fatica e poca voglia di parlare. Dubito che alla fine della storia continuerà a considerarsi come il fortunato vincitore di un premio.

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Questa corsa è anche il mostruoso Daf di Jan De Roy che tutti qui chiamano “L’Olandese Volante”. Quando arriva a sirene spiegate, moto e auto si fanno da parte. Il suo Turbotwin crea ammirazione e scompiglio.

Già l’aspetto del pilota, un gigante dallo sguardo cattivo, contribuisce a creare tensione. Dicono sia un iracondo. Non ho alcuna voglia di incontrarlo.

Ma non è solo lui a destare sgomento. Il suo Daf con il telaio in lega d’alluminio riesce a suscitare altrettanto timore. La parvenza di carrozzeria si limita alla lamiera della cabina, il resto è in vetroresina. Ha una potenza di mille cavalli, sedici marce e una velocità massima di 200 kmh.

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C’è odore di soldi ovunque. La Peugeot ha investito dieci miliardi nell’operazione. Macchine da trecento milioni che corrono in un Paese dove il reddito annuo pro capite è di 600.000 lire. Auto che consumano da fare paura: un litro ogni due chilometri. Marciano a velocità da Formula 1 con punte di 220 kmh e medie vicine ai 150.

Tanti soldi. Ma qui la gente è davvero povera. Te ne accorgi guardando i volti e le gambe dei bambini, la magrezza dei vecchi, i rarissimi negozi, i mercati all’aperto, la gente che cammina a piedi nudi sulla polvere di sabbia. Ne hai la certezza leggendo i rapporti del ministero della sanità francese. La Mauritania è la zona africana con la più alta percentuale di morti per malattie infantili. L’agricoltura offre un reddito striminzito, il commercio non dà vie d’uscita. La corsa regala un momento di allegria, non porta ricchezza e complica la vita.

Un circo infernale di 1500 persone che si spostano freneticamente, troppo veloci per lasciare una traccia.

E’ una gara massacrante. Sbalzi di temperatura che vanno dai 30° del giorno ai 7° della notte, poco tempo per recuperare la fatica, ancora meno per dormire. C’è poi la tensione della guida, gli scossoni, l’accumulo di stanchezza dopo avere guidato per settecento chilometri a ritmi pazzeschi.

Uomini vestiti di sabbia cavalcano moto che somigliano a mostri preistorici. Auto nascoste dagli adesivi degli sponsor volano verso la fine della loro avventura nel deserto. I nuovi eroi vanno a caccia dell’impresa sensazionale ficcandosi a testa bassa nel mistero. Amano i loro mezzi, forse più di quanto dicano di amare se stessi. Passano davanti alle meraviglie dell’Africa senza fermarsi.

Io sono stato scosso dal cielo nel deserto, dalla possibilità di girarmi attorno e guardare sino all’orizzonte senza vedere altro che sabbia, dai colori di quest’Africa povera, dall’unica oasi che ho incrociato lungo il cammino. Immagini di desolato squallore e magica bellezza.

A essere sincero, ho provato meraviglia anche davanti a una Coca Cola ghiacciata pagata cinquanta onguiyas, più o meno mille lire, in uno strano posto di ristoro spuntato dal nulla in mezzo al deserto.

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Altri hanno apprezzato col cuore il panorama. Patrick Tambay durante la tappa che portava da Nema a Ridijika voleva addirittura fermarsi per scattare delle foto. Il paesaggio l’aveva stregato. Il navigatore si è opposto. Urla, liti, poi finalmente l’accordo. Patrick continuava a pigiare sull’accelleratore e Lemoyne spingeva il pulsante per gli scatti della macchinetta. Hanno fatto splendide foto e hanno anche vinto la tappa.

Lascio Arat, prossima tappa Nouadhibou. La Parigi-Dakar continua e non posso neppure brindare al suo successo con un goccio di vino. In Mauritania l’alcool è proibito.

New York Times e stampa italiana

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E’ DIVERSO il modo di fare giornalismo. Non dico che gli americani siano nel giusto e gli italiani sbaglino. Ma affrontano le questioni in modo decisamente differente. E non sto qui a parlare del Washington Post e dello scandalo Watergate paragonato alla connivenza coi politici di molte delle nostre testate, parlo di qualcosa di assai meno traumatico per le sorti di un popolo.

All’Olimpiade di Sochi 2014 si è scatenato l’inferno dopo la finale di pattinaggio artistico femminile. Le polemiche ci sono state, ovunque. Ma noi e gli americani abbiamo affrontato l’argomento in modo diametralmente opposto.

Il New York Times, offrendo anche un’affascinante elaborazione tecnico/grafica della gare di quelle che considerava le due protagoniste (foto ripresa dal New York Times: sopra Adelina Sotnikova, sotto Yuna Kim), ha anche chiesto un’analisi ad Adam Leib che qualcosa di pattinaggio artistico dovrebbe capire, essendo l’allenatore e lo specialista tecnico della squadra statunitense.

Leib ha detto che il successo della Sotnikova era meritato. E ha spiegato, con parole semplici, anche il perché.

Le sue combinazioni hanno un valore più alto perché ha scelto il più difficile doppio salto, il doppio axel. Ha ricevuto punteggi più alti anche per la fluidità di pattinaggio, l’altezza e la distanza. Ha aggiunto un 10% di bonus per avere eseguito la combinazione nella seconda  parte del programma. Il doppio salto della Kim era uno dei più semplici, per cui aveva un basso valore di base. Inoltre l’entrata era facile e si è concluso con poca velocità.

Ha anche illustrato perché le trottole della russa abbiano portato più punti di quelle della coreana.

L’articolo era accompagnato da una doppia tabella che evidenziava come, dove e perché la Sotnikova avesse meritato l’oro più della Kim.

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I giornali italiani hanno affidato valutazioni e commenti a colleghi che in molti casi vedevano (al massimo) per la decima volta una gara di pattinaggio artistico. Ci si è basati più su quello che diceva la pancia che su quanto suggerisse un’analisi tecnica. Si è affrontato il giudizio sulla gara facendosi guidare soprattutto dalle emozioni.

Un po’ come hanno fatto due dei tre commentatori di Sky. Urletti e un vocabolario da addetti ai lavori. La platea del pattinaggio artistico non ha molte occasioni di mostrarsi attraverso la televisione italiana. E quando lo fa, raramente ha un pubblico come quello che, ha avuto in occasione della finale olimpica. Ritengo infatti siano completamente fuori norma l’8% di share (numero di televisori sintonizzati sul canale ogni 100 tv accese in quel momento) con un picco di 1,9 milioni di spettatori su Sky, e ancora di più lo siano il 10% di share e i 2,7 milioni in chiaro di Cielo.

E allora, chiamate pure i movimenti sul ghiaccio con il loro nome. Usato un gergo da addetti ai lavori. Inondateci di Lutz, Flip, Axel, Loop, Salchow e Toe. Ma prendetevi un attimo di tempo per spiegarci cosa vogliono dire. Lo hanno fatto in una sola occasione dopo la gara, ma subito si sono scusati per avere compiuto un gesto di divulgazione utile almeno al 70% dei telespettatori.

Io non sono un esperto di pagginaggio artistico. Per questo mi sono affidato al loro commento. Ma dopo avermi detto che la Kim era la più grande pattinatrice di tutti i tempi, Katarina Witt e Sonja Henie comprese, dopo il verdetto finale hanno cominciato a mettere assieme qualche dubbio sul fatto che avesse davvero vinto la gara olimpica. Così mi disorientate!

Il diverso modo di affrontare lo sport arriva anche dall’eccesso di valutazioni che si regala agli atleti italiani. Solo da noi qualche giornalista è arrivato a dire che forse avevano scippato l’oro a Carolina Kostner (foto), bravissima, meravigliosa, ma che nessun altro cronista del mondo ha visto più su del bronzo ampiamente meritato. Gli italiano l’hanno detto da tifosi, senza mettere assieme alla denuncia un dossier tecnico in grado di supportarla.

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Non dico che il New York Times avesse ragione e l’intera stampa italiana torto. Non ho la competenza per pronunciare un giudizio. Ma ho il coraggio di dirlo: posso valutare un’esibizione di pattinaggio artistico solo a pelle. A simpatia, a gusto estetico. Sono un incompetente in materia. Lo so, per questo non prendo in mano la bacchetta e comincio a darle giù a tutti.

Quindi per me possono avere ragione l’uno o l’altro. Quello che trovo sbagliato da una parte e giusto dall’altra è il modo di affrontare l’argomento. Il metodo usato. Magari la stampa italiana, supportando le sensazioni con il parere dettagliato (e confortato da adeguate tabelle) di un grande esperto avrebbe dato un peso maggiore alle proprie considerazioni.

Ma il giornalismo sportivo italiano ormai naviga a vista. E’ convinto che per farsi sentire si debba urlare. E ha perso completamente di vista la specializzazione. Ognuno ha il diritto di scrivere su qualsiasi argomento. Senza fermarsi un attimo ad analizzarlo più a fondo di quanto il proprio cuore abbia fatto. Ci può stare finché si tratta di calcio, materia che tutti i 60 milioni di miei connazionali, dal bebè ai nonni, è convinto di conoscere. Ma se si affrontano altre discipline servirebbe un sapere meno approssimativo, più profondo.

Chi mi conosce dirà: parli proprio tu che hai scritto di tutti gli sport. Vero, ma il taglio dei miei pezzi aveva solo bisogno di una documentazione di base sull’argomento trattato. Perché io raccontavo storie, facevo interviste, disegnavo i personaggi. Ho scritto di atletica leggera, ma non mi sono mai sognato di analizzare la rincorsa, lo stacco o il superamento dell’asticella nel salto in alto o di sproloquiare sulla frequenza dei passi nella gara dei 110 ostacoli. Al massimo parlavo di Ben Johnson che scappava da Seul dopo essere stato trovato positivo al controllo antidoping, o di Mike Powel che (infortunato) affondava il viso stravolto da dolore nella sabbia del salto in lungo ad Atlanta 1996. Altre dinamiche.

Oggi imperano quelle che io chiamo polemiche senza pezze di appoggio. La stampa scritta che dovrebbe tentare di separarsi quanto più possibile dalla violenza verbale della Rete finisce con l’usare lo stesso linguaggio. I due prodotti diventano sempre più spesso simili. Con l’unica variante di non poco conto che Internet è gratis e non bisogna uscire di casa per comprarlo.

Continuiamo così, facciamoci del male.

Scrivere di boxe

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IL PUGILE è ballerino e attore. Mette in gioco fisicità, individualità, totale coinvolgimento di mente e di corpo; esplora i limiti della resistenza, va a caccia di una soglia del sacrificio da alzare sempre di più. Trasporta sul palcoscenico del ring il racconto drammatico di tutto quello che ha vissuto prima, di tutto quello che spera potrà vivere dopo. Accade così che ogni combattimento diventi una storia da raccontare, perché sul quadrato i pugili non salgono solo con il proprio corpo, ma si fanno accompagnare dalle esperienze della loro esistenza, dalle proprie personalità, dalle paure e dai sogni.

Scrive Joyce Carol Oates.

Nessun altro soggetto è, per lo scrittore, così intensamente personale come la boxe. Scrivere di pugilato significa scrivere di se stessi; e scrivere di pugilato ci obbliga a indagare non solo la boxe, ma i confini stessi della civiltà, cos’è o cosa dovrebbe essere umano. Anche se un incontro di boxe è una storia senza parole, ciò non significa che non abbia un testo o un linguaggio, che, in qualche modo, sia rozza, primitiva, inarticolata. Significa soltanto che quel testo è improvvisato nell’azione; il linguaggio è un raffinato dialogo tra pugili (tanto neurologico che psicologico, un dialogo di riflessi istantanei) che si svolge in adesione concorde nell’arcano volere del pubblico”.

I pugili sono eroi affascinanti. La violenza è la causa delle critiche più severe nei confronti della boxe. Ma i più tenaci detrattori sono quelli che si fermano al primo livello di lettura, quelli che non vanno a scavare nell’anima dei pugili e del mondo.

Ci aiuta a capire, ancora una volta, Joyce Carol Oates con il saggio “Sulla boxe”.

Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a condannarla pienamente negli altri. … Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. È probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo essere fisico era Dio…

Jack London, autore di Zanna Bianca e Martin Eden, giornalista sportivo e narratore di match famosi, ha scritto due racconti dedicati alla boxe: “The Mexican” e “A piece of steak”.

“Una bistecca” è la storia di un pugile a fine carriera che si batte per dare da mangiare alla famiglia. Al pomeriggio della sfida, che potrebbe regalargli qualche giorno di serenità, sogna un vero pasto. Ma non ha i soldi per permetterselo.

Affronta un giovane peso massimo. Forte e senza problemi a fargli da peso sulle spalle. Soffre, subisce, poi quando la fatica livella i valori arriva a un passo dalla vittoria. L’altro va giù, ma riesce rialzarsi e vincere. Sarebbe bastata un po’ di forza in più e il match, assieme alle trenta sterline di borsa, sarebbe stato suo.

Scrive London.

Tornò con la mente a quell’attimo dell’incontro in cui aveva tenuto sul filo della sconfitta un Sandel vacillante e annebbiato. Cristo, con quella bistecca ce l’avrebbe fatta! Gli era mancata proprio quella bistecca per il colpo decisivo, e aveva perso. Tutto per quella bistecca.

A volte la storia è lì, così forte da farti pensare che sarebbe facile raccontarla. Il compito di uno scrittore dovrebbe essere quello di cogliere il messaggio lanciato dalla realtà per trasformarlo in una storia da narrare in un libro. Il pugilato trasmette emozioni talmente forti che la cosa più difficile diventa quella di passarle al setaccio, di selezionare solo quelle più pure, meno contaminate.

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Prendete “Million dollar baby”, la storia inserita nel libro “Lo sfidante” di F.X. Toole, nome d’arte di Jerry Boyd scrittore con un passato da allenatore. Quella che Maggie Fitzgerald e il suo maestro Frankie Dunn mettono in scena è la rappresentazione della solitudine, di quanto si possa essere soli in un mondo in cui nessuno crede sia giusto regalare un minuto agli altri. Loro due, attraverso la boxe, riescono a scacciare questa spiacevole sensazione, a diventare una famiglia. Non nel senso comune del termine, ma in quello più alto, spirituale. E’ l’essenza stessa del pugilato ad avvicinarli. Ma dura poco, perché la vita spesso prende più di quanto dia. Un incidente, figlio di una scorrettezza dell’avversaria, trasforma Maggie in un essere vegetale, incapace di gestire la propria vita. E lei chiede a Frankie un ultimo atto d’amore. Il vecchio manager, dopo una lacerante crisi di coscienza, pratica l’eutanasia.

Scrive Toole.

L’ombra fugace di un’ala di uccello si stagliò sulla parte opposta e passò attraverso il vetro della finestra. Frankie richiuse l’occhio con la punta di un dito, e si accertò che il polso di Maggie si fosse fermato. Con le scarpe in mano, ma senza più l’anima, scese silenziosamente lungo le scale posteriori e se ne andò, gli occhi asciutti come una foglia in fiamme.

Bisogna avere la forza di governare i fatti, resistendo alla tentazione di scivolare nella retorica. La forza espressiva del pugilato non si limita a fornire spunti per la narrazione delle intricate vicende dei singoli come rappresentazione della scena generale.

Ha la capacità di andare oltre, di disegnare lo scenario di un’intera società.

È quello che fa un grande giornalista, premio Pulitzer nel 1994 e direttore del New Yorker, come David Remnick in “Il re del mondo”. È la storia della società americana, narrata seguendo il percorso di vita di Muhammad Ali. Lì dentro c’è tutto. L’economia degli Stati Uniti, i segreti dei Presidenti, il razzismo che offende le coscienze, il Vietnam, il Black Power, Malcolm X e i Musulmani neri. Un percorso disegnato da un maestro che usa i pennelli dell’anima per dipingere le storture di una società.

Scrive Remnick.

«Clay era il mio nome da schiavo», mi dice sottovoce mentre, con l’avanzare del pomeriggio, la stanchezza si fa sempre più visibile sul suo viso. Sta per attaccare uno dei suoi più vecchi ritornelli. «Senti dire Kruscev e sai che è un russo. Ching ed è cinese. Goldberg, ebreo. Che cosa è Cassius Clay? È una cosa che salta agli occhi. George Washington non è il nome di un nero. È una cosa che balza agli occhi. L’Islam era forte e potente. Era una cosa che potevo toccare con mano. Da piccolo avevo imparato che Gesù Cristo era bianco, tutti quelli dell’Ultima Cena erano bianchi. Poi arrivano questi musulmani e mettono in discussione le cose. E io credo di aver dato il mio contributo»”.

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Il pugilato è argomento ideale per un testo teatrale. Pensate al mondiale tra George Foreman e Muhammad Ali, 30 ottobre 1974. Ali arriva a quel match dopo essere diventato campione del mondo, avere abbracciato l’islamismo e cambiato il suo nome, avere rifiutato di andare a combattere in Vietnam, perso il titolo. È alla fine di un percorso di vita che lo ha portato a essere protagonista nello sport, ma soprattutto nella società americana, che il campione sale sul ring di Kinshasa.

Due protagonisti assoluti nel cuore dell’Africa nera. Sono entrambi afro-americani, ma agli occhi degli spettatori George Foreman è il bianco che ha tradito i fratelli.

Ali è invece il compagno che ognuno di loro vuole accanto. Il tifo è solo per lui. Arrivano a urlare la rabbia in un canto di distruzione.

«Ali bumaye, Ali bumaye».

Ali uccidilo, Ali uccidilo.

Foreman picchia per sei round, l’altro subisce, lascia sfogare la furia senza logica del campione, poi lo porta sull’orlo del burrone, lo fa dubitare di se stesso. E alla fine lo spinge giù.

«Nella boxe niente è gratis, tranne il dolore», commenterà Big George Foreman.

Quell’incontro offriva spunti ideali per un libro. E Norman Mailer, agitatore del mondo letterario americano, vincitore del Pulitzer nel 1969, autore de “Il nudo e il morto” e “Un sogno americano”, co-fondatore del Village Voice, non si era fatto sfuggire l’occasione. “The match” è il titolo dell’opera, 240 pagine per raccontare quella che sembra essere la geniale intuizione di un artista ed è invece più semplicemente la narrazione della realtà interpretata da uno scrittore.

Scrive Mailer.

La stagione delle piogge, con due settimane di ritardo, si era abbattuta sullo stadio. Le acque del Cosmo erano scese sul Congo. La stagione delle piogge era arrivata e le stelle del paradiso africano erano venute giù”.

Non è la sceneggiatura di un’opera teatrale che pretende un epilogo simbolico, con l’acqua che arriva a sommergere ogni bruttura. È solo la rappresentazione artistica della realtà.

Ha raccontato boxe magnificamente Joe R. Lansdale in “L’anno dell’uragano”. Scrittore di noir, vincitore dell’American Mistery Award, autore di venti romanzi tra cui Bad Chili che ha avuto un buon successo anche in Italia, Landsdale narra una vicenda che ha come scenario l’America di inizio Novecento e come tema l’infinità volgarità del razzismo.

Scrive Landsdale.

La folla era rada ma rumorosa. Abbastanza rumorosa da far dimenticare a ‘Lil’ Arthur la tempesta che infuriava di fuori. La folla continuava ad urlare: “Ammazza il negro”, e aveva preso a scandire in coro “I negri sono tutti uguali”, una canzoncina orecchiabile che ‘Lil’ Arthur non riusciva a non farsi piacere.

Le storie di boxe americana raccontano le storture delle lotte tra bianchi e neri, mentre da noi narrano più spesso il film di una guerra antica e mai finita. Quella tra ricchi e poveri. Lo fa con mano da artista Pietro Grossi in “Pugni”, un libro in cui parla della sfida tra un ragazzo soprannominato “Il Ballerino”, bravo, ricco e insicuro, e un altro che tutti chiamano “La Capra”, povero, sordo e forte. E’ la rappresentazione di uno dei tanti momenti in cui la vita è una metafora della boxe, come dice provocatoriamente Joyce Carol Oates. Entrambi i ragazzi conoscono solo il linguaggio della boxe per riuscire ad esprimersi.

Scrive Grossi, giovane fiorentino che con questo libro è stato finalista al Premio Strega ed al Premio Viareggio.

Se devo pensare al momento più duro della mia vita, se devo isolare un attimo della mia esistenza e stupidamente attaccargli il cartellino del più duro di tutti, devo attaccarlo a quei sei o sette minuti lassù sul ring, quella quarta e quinta ripresa. La Capra non era più quel ragazzo sordo con la fronte come un muro e gli occhi bui che faceva il pugile, la Capra era d’un tratto la vita stessa, che mi aveva preso e portato fuori da quel mondo di balocchi in cui ero un fenomeno.

I pugni di questi eterni eroi diventano protagonisti di mille storie che si rincorrono nel grande libro della boxe. Ogni nazione ne ha almeno uno da celebrare. Lo ha adorato nel suo cammino sui ring di tutto il mondo, ne ha fatto un simbolo ignorandone i difetti ed esaltandone i pregi. Lo ha seguito con amore incondizionato in ogni impresa. E ne ha conservato il ricordo nel profondo del cuore.

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In “E chiamavano me assassino”, narro la tragica storia di Stanley Ketchel, campione di inizio Novecento. Un uomo travolto dalla violenza per tutta la sua giovane vita, un uomo che ha vissuto inseguendo dignità e rispetto sul ring, temendo che un solo colpo potesse ricacciarlo indietro in quel passato che gli faceva così paura. Non sapeva chi fosse suo padre, ignorava quale fosse il suo vero nome. Morirà ucciso da un marito geloso a soli 24 anni.

Nel pugilato non c’è dolore, nessuno sul ring lo sente. Il dolore arriva quando ti rendi conto che non puoi vincere, è il sapore amaro della sconfitta il dolore più forte. La ferita, il colpo allo stomaco, il pugno potente sono dolori che non vengono avvertiti dal pugile. Le sofferenze fisiche arrivano la mattina dopo, quando ti sembra che ogni parte del tuo corpo voglia urlare per i colpi presi la sera prima. Anche un sospiro provoca fitte lancinanti. Ma sul ring la sofferenza è soltanto per il risultato. Il pugile ha paura, ma non di farsi male. Ha paura di perdere. Non viene sconfitto solo il suo orgoglio, non perde soltanto il match. Con la sconfitta vede sparire una parte del suo futuro e torna a un passo dalla miseria da dove ha cominciato.

Nel tempo il pugilato è cambiato, ma la vita di tutti i giorni per i tipi come Stanley Ketchel è rimasta la stessa.

In un racconto di boxe si mettono insieme personaggi come Dempsey, Robinson, Ali, Tyson, Benvenuti, Loi, Mazzinghi, Carnera, Chavez, Sanchez, Arguello, Stevenson, Duran e altri ancora sino a completare l’alfabeto della gloria.

Si mettono assieme racconti di sangue, sudore e lacrime. Ci sono dentro passioni travolgenti, amori e tradimenti.

La storia della boxe è la storia della vita.

Di notte verso la California

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LA RAGAZZA è bionda, la pelle leggemente abbronzata. E’ magra e veste elegante. Siede accanto al camino nella grande hall del Ritz Carlton di Aspen, Colorado. Il suo uomo è vicino aii sessanta, ha un fisico asciutto, indossa un vestito di Armani. Deve avere qualche milione di dollari in banca. Stanno ascoltando un gruppo che canta dal vivo.

Capelli neri e lisci. Lunghi e pettinati all’indietro dove sono raccolti in una coda di cavallo. Occhiali improbabili, orecchino al lobo sinistro. E’ la voce guida del duo che sta intrattenendo ricchi signori e belle ragazze. Cantano “Tears in Heaven” (http://www.youtube.com/watch?v=JxPj3GAYYZ0&feature=youtu.be), testo e parole di Eric Clapton dedicati a Connor, il figlio avuto da Lori Del Santo. Il bambino di quattro anni morto in un tragico incidente.

“Would you know my name if I saw you in heaven?

Would it be the same if I saw you in heaven?

I must be strong and carry on

‘Cause I know I don’t belong here in heaven”

“Saprai il mio nome se ci vedremo in Paradiso?

Sarà lo stesso se ci vedremo in Paradiso?

Devo essere forte e andare avanti

Perchè lo so che non è il mio posto il Paradiso”

Sono uno dei pochi a sentirmi triste dentro. Forse perché ascolto le parole. La gente attorno a me parla, balla, beve. E’ la mia ultima sera prima di lasciare la città. Leonardo Coen, un collega, mi invita alla Woody Creek Tavern. A pranzo ci sono autentici cow boy. A cena l’umanita che popola il locale si fa più interessante.

Una ragazza, credo abbia da poco passato i vent’anni, gioca a biliardo. Indossa jeans aderenti, un top nero e sopra una maglietta bianca trasparente. Quando si china in avanti per tirare il colpo il seno abbondante fatica a non uscire dall’ampia scollatura. Non sempre ci riesce. Il compagno di gioco è un tizio alto e magro, i suoi capelli credo non abbiano incontrato acqua da molto tempo.

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La sala è piena. Birre, bistecche, chili e quesadilla circolano in grande quantità. Alle pareti spiccano articoli di giornale, foto sbiadite. C’è un chiasso infernale. Si urlano le ordinazioni, le voci si accavallano.

Il tizio alto e magro, quello che non si lava mai i capelli, si siede sopra il biliardo, sotto una tv sempre accesa anche se nessuno la guarda. Prende sulle gambe la provocante giocatrice. Cominciano un gioco diverso da quello di prima, ma che sembra appassionarli decisamente di più.

Finalmente le birre arrivano al nostro tavolo. E’ notte, la neve scende su Aspen.

La mattina dopo mi sveglio a fatica. Le birre mandate giù devono essere state decisamente troppe. Dico al tassista di andare veloce, rischio di perdere l’aereo. Quando arrivo, il quadro delle partenze ha un’indicazione inquietante.

09:00 Denver, delayed. (volo ritardato)

Tre ore dopo la scritta cambia.

09:00 Denver, cancelled. (volo cancellato)

La città è sotto una tormenta di neve, impossibile dire quando si tornerà alla normalità. Non so a che ora riuscirò a partire. Perderò la coincidenza per la California.

Perché non andiamo da Aspen a Mammouth Mountain in macchina?

Leo lo dice come se fosse la cosa più normale del mondo.

Milleduecento miglia da fare in un giorno e mezzo, dobbiamo essere lì per una nuova tappa della Coppa del Mondo di sci. Quattro Stati da attraversare, dal Colorado alla California passando per Utah e Nevada, centinaia di chilometri lungo la I-50. La strada più solitaria d’America.

Va bene, accetto.

Siamo in tre sul fuoristrada. Il terzo uomo è Claudio Colombo, compagno di mille avventure.

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Prendiamo la Interstate 70. Quaranta miglia e siamo già fermi per mangiare. Glenwood sembra deserta, in realtà ha seimila abitanti ed ha vissuto giorni felici sino alla Grande Depressione. Dalla seconda guerra mondiale in poi ha un’economia si regge sul turismo che viene di riflesso da Aspen.

Camminando verso il ristorante, ci fermiamo davanti a una vetrina. Al centro, illuminata da due lampade, c’è una foto formato poster di John Wayne vestito da cow boy. Costa 175 dollari, una pazzia. Uno di noi vorrebbe comprarla, lo frena solo la paura di una lunga, interminabile presa in giro.

Mangio qualcosa che non so identificare. Mi sembra una gigantesca insalata con sopra avanzi di ragù dei giorni scorsi.

Proseguiamo sulla I-70, passiamo per Fruita, Loma ed eccoci a Salina. Siamo entrati nello Utah. Meno di duemila abitanti, la cittadina sembra dormire tranquilla. Sono da poco passate le nove quando apro la porta dello Shaheen’s Restaurant. E’ un locale messicano, ma a gestirlo è una famiglia di cacciatori di Dallas. Decine di teste d’alci attaccate alle pareti. Siamo nella terra dei Mormoni.

La cameriera è una biondina molto carina. Mi sembra si senta troppo bella per vivere lì.

Mi porti un’Anchor Porter, per favore.”

“Non ne ho.”

Allora una Rock Bottom Dark.

“Non ne ho.”

Una Sam Adams.”

“Non ne ho.”

Mi ricordo che da queste parti la sera è proibito servire alcolici superiori al 3.2%. Beata ragazza, era così difficile dirlo?

Meglio così. Dobbiamo fare ancora duecento miglia per arrivare a Ely dove ci fermeremo per dormire.

A Scipio prendiamo per 12 miglia la I-15 in direzione South. A Holden siamo di nuovo sulla I-50 e marciamo verso North. Eccoci a Delta, poi i 2400 metri del Sacramento Pass e finalmente Ely.

La strada che porta dallo Utah al Nevada offre splendidi scenari. Vai avanti per centinaia di chilometri senza incrociare una persona. Non è un caso che negli States chiamino la I-50 “la strada più solitaria del mondo”.

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Attraversiamo il deserto. Il cielo è limpido e pieno di stelle, sono più di quante sia mai riuscito ad ammirarne in tutta la vita. La Via Lattea è davanti ai  miei occhi ed è di un’ affascinante bellezza. L’aria è tersa, priva di contaminazioni, mi sento in un mondo diverso da quello in cui ho vissuto sino a poche ore fa. Il brutto è che fra qualche ora tornerò in quel mondo.

Passiamo accanto a maestose montagne e le sento vicine come fossero persone, i canyon mi regalano invece una sensazione di potenza.

Una frenata improvvisa, una sterzata rischiosa. Il coniglio selvatico è salvo. Desert cottontail e fit fox, volpi che arrivano sino a mezzo metro di lunghezza, sono gli unici esseri viventi che incontriamo nella nostra lunga notte attraverso il deserto.

Accendo la radio, Bruce Springsteen canta “Glory days” (http://www.youtube.com/watch?v=6vQpW9XRiyM). Un inno alla malinconia, quando i ricordi ti lasciano senza nulla e tu non puoi fare a meno di aggrapparti ai pochi giorni di gloria sfumati nel tempo che fugge via.

“Now I think I’m going down to the well tonight

And I’m going to drink till I get my fill

And I hope when Iget old I don’t sit around thinking about it

But I probably will

Yeah, just sitting  back trying to reapture a little of the glory off,

Well time slips away

And leaves you with nothing, mister, but

Boring stories of”

“Penso che andrò giù al bar stanotte

e berrò fino a fare il pieno

e spero che quando sarò vecchio non mi metterò seduto a ripensarci,

anche se probabilmente lo farò:

già, seduto a cercare di catturare un poco della gloria passata

Ma il tempo fugge via

E ti lascia senza nulla, amico,

solo noiose storie di giorni di gloria”

Ely è città di frontiera. Il primo punto di riferimento per i giocatori che cercano la realizzazione dei propri sogni nel Nevada. Blackjack, roulette, slot machine. Tutto, meno che i dadi. Non si trova un posto per giocare in cinquecento miglia di strada da Jackpot a Las Vegas.

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Quando entriamo nell’albergo guardo l’orologio. Segna l’1:30 della notte. C’è un signore al video-poker. Il resto è silenzio. Per chi è stato anche una sola volta a Las Vegas, Ely ha l’aspetto di un luogo senza futuro.

Il letto è comodo, dormo il sonno dei giusti. Colazione robusta. Uova strapazzate, bacon, fette di pane tostato, succo d’arancia, latte e dolci. Siamo di nuovo in macchina. Copper Flat, Egon Rouge, i 2300 metri del Passo Robinson Summit, White Pine Mountains, Eureka.

Un grande cartello, a meno di un chilometro dalla città, ricorda a tutti i bei tempi quando centoventi saloon e decine di alberghi accoglievano la folla di turisti che piombava a Eureka.

C’è molta Italia in questo posto sconvolto da un vento che alza nuvole di sabbia e fa rotolare sulla strada grossi cespugli le cui radici non hanno legami profondi col terreno. Emigranti delle nostre terre sono arrivati quaggiù nel 1870. Non parlavano una parola di inglese, ma lavoravano onestamente e con grande impegno nelle miniere. Molte costruzioni sono frutto di menti italiane. Il Brick Building di Celso Tatti, il Colonnade Hotel dei Benevolenti, il Saloon Lani e Repetto.

Vedo l’insegna di un ristorante. E’ ancora chiuso. Poggio le mani sulla vetrina per annullare gli effetti del riflesso e scruto all’interno. Tavoli polverosi, sedie rotte, pareti screpolate. Deve essere chiuso da un secolo. Cinquanta metri e trovo un altro posto dove vendono cibo. Un tavolo di legno, posate che hanno conosciuto tempi migliori. Una signora senza sorriso mi presenta il menù. Bistecca, patatine fritte, strudel di mele, due birre. Totale, dieci dollari. Fosse così anche nell’altra America viaggiare non sarebbe solo un sogno. A Eureka con 18 dollari trovi un posto letto all’Hotel Alpine. Non è il Danieli di Venezia, ma ti puoi accontentare.

Un cartello sulla porta di un negozio di robivecchi attira la mia attenzione.

Apriamo ogni mattina alle 9, ma possiamo aprire anche alle 10 o alle 8. A volte non apriamo per niente. Chiudiamo ogni giorno alle 5 del pomeriggio, ma possiamo anche stare aperti fino alle 6 o chiudere alle 3. Sabato e domenica restiamo chiusi, ma se passate potete anche trovarci aperti. Se avete proprio bisogno, chiamateci a casa. Non ci troverete”.

Entro e compro una guida della città, “A step back into history” (un passo indietro nella storia). Un po’ pretenziosa.

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Lasciamo Eureka, scendiamo dalle Diamond Mountains, attraversiamo la Diamond Valley dove la US 50 curva verso ovest. Passiamo il Cancello del Diavolo ed entriamo nelle Manogany Hills. Superiamo Summit Mountain e Antelope Peak oltre i 3300 metri. Piombiamo nella Monitor Valley.

Austin è la malinconica testimonianza del decadimento di una città. Le miniere d’oro e d’argento l’aveva fatta ricca, oggi solo trecento persone popolano questo paesotto triste e solitario.

Abbiamo poca benzina. Per centinaia di chilometri non abbiamo incontrato case, figuratevi quale sia la nostra speranza di incrociare una stazione di rifornimento. Procediamo e dopo una decina di minuti davanti a noi si manifesta una visione miracolosa. Un cartello di legno con la forma di una grossa freccia che indica la sinistra, una scritta rossa.

Food, drink, gas

Giriamo per un viottolo pieno di buche. Cinquanta metri, uno spiazzale di terra ricoperta di neve. Un grosso lucchetto blocca la pompa di benzina. Parcheggiamo davanti a una costruzione bassa, bianca, con le tegole per tetto e una scritta in rosso su sfondo bianco: “Cold Spring Station”. Si apre la porta ed esce un gigante di due metri con una lunga barba nera, il pancione fatica a stare dentro un camicia a quadri rossi e neri. Come direbbe un mio amico: “Si vede subito che non ha un filo di magro.” Viene verso di noi, lo seguono tre bastardini scodinzolanti. Leo lo riprende con la telecamera professionale con cui ha immortalato ogni momento del viaggio. Pochi secondi dopo gli fa rivedere la scena.

Il barbone ride, chiama ad alta voce la moglie. Lei esce dalla casetta bianca. Indossa una maglietta a maniche corte, si strofina l’avambraccio sinistro con la mano destra. “E’ fresco oggi.” Ci saranno cinque gradi sotto lo zero, è in maniche corte con una maglietta e niente più. E dice: “E’ fresco oggi.”

Dal saloon esce un altro uomo. E’ enorme, fatica a rimanere dritto. Barcolla, ha gli occhi socchiusi e umidi. La testa deve pesargli terribilmente vista la fatica che fa a tenerla dritta. Ride e ci invita a bere una birra. Lui è un mastodontico, noi abbiamo sete. Entriamo.

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Il saloon è buio. Due uomini e una donna, cappellaccio da cow boy e stivali a punta, se ne stanno appoggiati al bancone. Altri quattro, stesso abbigliamento, occupano due tavolini in fondo alla sala. Non riesco a capire da dove possano essere arrivati. Case non ne abbiamo viste. Chiedo al padrone.

Da dove viene questa gente?

“Dalle loro case.”

Questo lo supponevo, ma quanto distano da qui le loro case?

“Dipende, anche cento chilometri.”

E fanno cento chilometri per bere una birra?

“Fanno cento chilometri per stare con gli amici, scambiare qualche parola con una persona che non sia la moglie o il marito, ridere, scherzare e poi riprendere a lavorare da domani mattina.”

Mi sembra tutto molto strano.”

“Perché voi europei avete un concetto di distanza diverso dal nostro.”

Beviamo, facciamo benzina, salutiamo e siamo di nuovo in viaggio. La tabella di marcia è stressante.

Passiamo Falon ed entriamo a Reno, la città dei divorzi veloci, la città fondata dalla tribù indiana dei Washo. Cena e si riparte. Il ristorante, scelto a caso, è italiano. Impressionante il numero di ristoratori del nostro Paese che operano negli States. Claudio ha da tempo lanciato una scommessa: “Ogni volta che in una città americana non troverò un ristorante con la scritta “Italian cuisine” ti pagherò la cena.” Finora non ha mai pagato.

Di nuovo in viaggio. E’ la 395 direzione South la strada che ci porterà a destinazione. A Vinton entriamo in California. Poi passiamo velocemente Bishop, Bridgeport, Lee Virgin. Mancano 36 miglia a Mammouth Mountain quando scopriamo che l’indicatore della benzina segna rosso fisso. E’ notte, tutti i distributori sono chiusi.

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Fa freddo, la temperatura esterna è di 15 gradi sotto lo zero. L’idea di rimanere bloccati ci innervosisce. Con un filo di gas, sfruttando al meglio le discese e badando a non fare bruschi cambi di marcia, imbocchiamo la strada che collega la città al nostro albergo. Sono quattro miglia, ma al momento lo ignoriamo. L’auto si inerpica lentamente sulla salita. Neve e ghiaccio attorno a noi. Ed è la stagione in cui gli orsi si svegliano dal lungo letargo invernale. Ad ogni curva le speranze di farcela diminuiscono, gli occhi sono fissi sull’indicatore della benzina, la lancetta bloccata sullo 0.

Ancora una curva, magia. Le luci del Mammouth Mountain Inn ci accolgono festose, finalmente siamo a casa. Sono le 2 di notte, abbiamo lasciato l’aeroporto di Aspen da 36 ore. Ci abbracciamo, Ce l’abbiamo fatta. Non abbiamo realizzato un’impresa da record, ma è stata sicuramente una bella avventura.

Follie d’artista a Sochi

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UNA FANCIULLA, ANZI NO. E’ IL GIORNO DELLA MORTE

Sarah Reid (Canada) Skeleton
“La donna raffigurata sulla fronte del casco la definirei un tipo fanciullesco. Rappresenta una parte di me. Ma poiché quello che pratico è uno sport molto duro, denominerei questa pittura Giorno della Morte.”

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NUMERO DI TELEFONO SUL CASCO, ARRIVANO 50 FOTO DI RAGAZZE NUDE

Alexey Sobolev (Russia) Snowboard

Il giovanotto si annoiava. A ventidue anni si è pieni di energia e al Villaggio Olimpico non c’era modo di sfogarla. Così Alexey ha deciso di scrivere il suo numero di telefono sull’elmetto. Così, tanto per incoraggiare qualche ragazza a chiamarlo. In meno di tre giorni ha ricevuto più di duemila tra messaggi, chiamate e SMS. Moltre le foto arrivate, tra queste almeno cinquanta raffiguravano belle figliole senza nulla addosso. Insomma, nude. Il giovanotto aveva fatto anche una specia di denuncia politica, con le Pussy Riot raffigurate sul suo skeleton. Inutile interrogarlo in proposito. “Non l’ho disegnato io.” Stop, fine dei messaggi. Ora sarebbe divertente sapere a quante signorine l’intraprendente ragazzo risponderà.

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LA ROSSA INFIAMMA LA NEVE CON L’AQUILA AMERICANA

Katie Uhlaender (Usa) Skeleton
Finora si era fatta notare soprattutto per la sua capigliatura che era di un rosso fiamma. Adesso chiunque la riconoscerà per l’aquila che appare sulla testa. Del resto l’intero completo richiamava i colori della sua nazione.

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LO CHIAMANO BEL CERVELLO E LUI QUEL CERVELLO LO METTE SUL CASCO

John Fairbairn (Can) Skeleton
Un paio di anni fa lo speaker che annunciava la sua discesa in pista durante una gara in Germania, l’aveva chiamato per sbaglio Fairbrain. Immediatamente il suo tecnico Keit Loach aveva cominciato a prenderlo in giro chiamandolo con quello che in breve tempo era diventato il suo soprannome. Bel cervello. Ecco spiegato il perché di quel disegno arancione sul caso.

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CRESCIUTA IN UN RANCH, SCEGLIE IL TESCHIO DI UN CAVALLO

Melissa Hollingsworth (Canada) Skeleton
Adora da sempre i cavalli, una passione che l’ha seguita anche in Russia. “Sono cresciuta in un ranch nell’Alberta, i cavalli fanno parte della mia vita.” Sul casco non poteva farsi disegnare niente altro che il teschio dell’animale che ama.

 

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DIETRO CI SONO LA FAMIGLIA E IL CANE, DAVANTI C’E’ L’AQUILA AMERICANA

Ryan Miller (Usa) Hockey Ghiaccio
Stelle e strisce. Bianco, rosso e blù. E poi un’aquila pronta a sbranare chiunque osi sfidarla sul lato sinistro e un patriota deciso a combattere sino all’ultima goccia di energia per difendere il Paese sul destro. Così si presenta il casco sul davanti. Ma è sulla parte posteriore che arriva il tocco di tenerezza. Disegnati come se fossero bamboline russe, ci sono tutti i compomenti della famiglia Miller. Lui con accanto la moglie (l’attrice Noween deWulf) e poi il loro cane Puck. Dietro al terzetto c’è un orologio che segna le 5. Inutile fare domande. “Da qualche parte del mondo saranno pure le 5″ risponde immancabilmente Ryan. Credo basti così.

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OCCHI SUL FUTURO IN RICORDO DI VANCOUVER

Tina Maze (Usa) Sci
Questo casco (foto sotto) lo indossava a Vancouver 2010. E le aveva portato due medaglie d’argento. Era completamente bianco, in alto spiccavano due splendidi occhi. Il disegno dei suoi occhi. Tina è una sciatrice che guarda avanti, si proietta nel futuro. Anche se il presente ha un colore che ama. Quello dell’oro. Una bella ragazza, una grande atleta, un talento d’artista che si esibisce sulla neve.

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Umberto Branchini, il Cardinale

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L’incontro con la mafia a New York, gli incendi di Azevedo, le furbate di Gimenez e del borseggiatore triste. Undici campioni del mondo, 43 campioni d’Europa. L’addio alla boxe, amareggiato da un ambiente che non sentiva più suo…

 

Era l’alba, le strade di Modena erano deserte. Umberto e Mara Jockey procedevano lentamente. Un bambino di otto anni che sognava di diventare driver. E la sua cavalla.

La famiglia Branchini era nell’ippica dal 1894. Era un driver Fausto, il nonno, un agricoltore che comprava cavalli americani in Austria. Era un driver Nello, il papà. Guidatori sarebbero diventati il fratello Fausto e il figlio Marco.

Ma Umberto no, lui non ce l’avrebbe fatta. Era stata la mamma a dargli la brutta notizia, l’aveva fatto usando le parole del babbo. Glielo aveva detto mentre preparava la cena, mentre aspettavano assieme che Nello tornasse da San Siro.

Guidare cavalli non fa per te. Meglio che continui a studiare.”

Una delle più grosse delusioni della vita, una sorta di pugnalata.

Non sarebbe mai più salito su un sulky, ma la passione gli sarebbe sempre rimasta dentro.

Messo via il sogno dell’ippica, era cominciata la grande avventura nel pugilato.

D’inverno la palestra era in una cantina di Rua Pioppa, al numero 13. A Modena, ovviamente. D’estate si trasferiva nella scuderia di viale Fontanelli.

In breve la boxe lo aveva preso in maniera totale, al punto da sacrificare in qualche occasioni la famiglia. Aveva sposato Elena nel ’44, a guerra ancora in corso. Lui era in tournèe in Spagna quando era nata l’unica figlia, morta sei mesi dopo per un misterioso virus.

Umberto aveva tentato anche la strada del cinema. Era stato a lungo con Roberto Rossellini. Aveva fatto il guardarobiere, l’ispettore di produzione, l’aiuto regista. Aveva lavorato per “Un pilota ritorna”, “La nave bianca” e “L’uomo del mare”. Filme degli anni Quaranta. Ma la boxe era stata più forte di qualsiasi tentazione.

Una sola grande passione riusciva a tenere testa al pugilato. L’amore folle e sregolato per dolci e gelati. Mi aveva raccontato più volte, sempre con divertito candore, un’incredibile impresa.

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Erano i tempi in cui la Perugina aveva lanciato un concorso di figurine, quello dell’introvabile “Feroce Saladino”. Umberto e Bruno “Raffa” Zambarbieri, popolare procuratore, avevano deciso di approfittare dell’autentica mania che aveva travolto l’Italia intera. Avevano scoperto che a Milano, al Bar Venezia che stava all’inizio di Corso Buenos Aires, davano la cioccolata a metà prezzo se gli lasciavi la figurina. Ogni sera facevano visita al locale e mandavano già quaranta tavolette di cioccolato a testa.

Poi c’era stata la scommessa con Danilo Bolzoni, un amico di Modena.

Umberto aveva appena finito di pranzare ed era sceso al bar per un caffè. Gli era passato davanti agli occhi un cabaret di pastarelle e non era riuscito a trattenere uno sguardo languido, uno sguardo d’amore che di solito si riserva alle belle ragazze.

Sono trenta, Umberto. Non sarai mica capace di mangiarle tutte?

Ne mangio anche cento, se le paghi tu.”

Affare fatto.”

Il conto alla fine era stato diviso a metà. Branchini si era fermato a novantasei. A tradirlo era stata la golosità. Nella scelta aveva cominciato dalle pastarelle al riso, quelle che rimanevano sullo stomaco e non andavano più giù.

Era un piacere ascoltarlo. Me ne stavo seduto davanti a lui e mi sembrava di entrare in un film.

Quando mi parlava dell’America, si faceva serio. Mi raccontava spesso di come ce l’aveva fatta a uscire senza danni da più di una situazione pericolosa. Come una volta, era il 1947, gli era accaduto a New York.

Il rumore dell’acqua che scendeva dalla doccia copriva qualsiasi altro suono. Era per questo che non si era accorto di nulla. Quando era tornato in camera da letto per poco non era svenuto. Seduto sulla poltrona c’era un omino con un cappello nero calato sino a metà fronte.

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Il mio nome è Antonucci, il capo vuole vederti.”

Chi è questo capo e perché vuole vedermi?

Si chiama Frankie Carbo. Ha saputo che un suo pugile, Livio Minelli, ha messo al tappeto Tony Pellone in allenamento nella palestra di Stillman. Domani ne parleranno tutti i giornali. Il capo vuole organizzare un match tra Minelli e Pellone a Detroit. E’ chiaro che a perdere quel match sarà il suo pugile.”

Ma, veramente dovrei parlarne con il ragazzo.”

Torno qui tra due giorni.”

Quarantotto ore dopo una lunga limousine nera si era fermata sotto l’albergo. Branchini era salito su. L’autista aveva guidato lentamente nel traffico di New York sino al Copacabana Night Club. Attorno a un grande tavolo tondo, in fondo al locale, sedevano dodici ballerine della compagnia di Carmen Miranda. Accanto a loro, dodici gangster. Al centro, Frankie Carbo.

All’America si cono due modi di fare soldi. Tanti, stando con me. Nessuno stando contro di me. Se accetti di collaborare, entro sei mesi tornerai a casa con mezzo milione di dollari. Se accetti, ti presto cinquemila dollari per scommettere sul mio pugile. Ovviamente mi devi assicurare che il tuo Minelli perderà.

Veramente, ma…

Non avere paura, puoi anche dirmi di no. Ricorda però che se lo fai, dovrai dire di no a tutti.

Umberto era uscito dal night ancora scosso per quell’incontro. La mattina dopo aveva comprato due biglietti aerei. Lui e Livio Minelli erano tornati a casa. Ma la storia non era certo finita lì.

Qualche tempo dopo era tornato a New York. Un peso massimo che amministrava, tale Fidel Arcignieca, combatteva al Madison Square Garden contro Gomez numero 8 del mondo. La borsa era di quattromila dollari. Al primo round il pugile di Branchini aveva messo al tappeto il rivale con un pugno che nessuno aveva visto. Nella seconda ripresa Arcignieca era finito ko senza essere stato neppure sfiorato. Era chiaramente un match combinato. E Branchini non ne sapeva niente. Sarebbe riuscito a spiegarlo alla mafia?

Lo spagnolo era tornato in albergo con ottomila dollari, metà erano il frutto della borsa e l’altra metà il compenso per l’accordo. Umberto non aveva voluto una sola di quelle banconote, continuava a temere che prima o poi gli uomini di Frankie Carbo gli avrebbero fatto visita. Per fortuna quelli non erano mai fatti vedere.

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Umberto mi raccontava spesso storie divertenti, aneddoti che sembravano frutto solo della fantasia e invece erano pura realtà.

C’era un suo pugile, un bravo peso piuma romano, che di professione faceva il borsaiolo. Aveva uno sguardo perennemente triste, neppure davanti a un buon colpo riusciva a sorridere. Andava a tutte le riunioni, si mettava in fila come se dovesse comprare il biglietto e invece sfilava i portafogli. Poi a fine serata gli faceva il resoconto e non era mai sotto le centomila lire. Cifre da capogiro per il 1956. Una volta gli aveva anche giocato un brutto scherzo. Per togliersi dagli impicci gli aveva infilato in tasca uno dei portafogli rubati. Umberto non aveva capito subito cosa fosse successo, poi aveva preso il portafoglio. Era vuoto e il signorino era già sparito.

Ma la storia che mi piaceva di più era quella di Everaldo Costa Azevedo. Il manager non sapeva se fosse religioso o semplicemente superstizioso. Prima di ogni match importante accendeva ceri in ogni parte della stanza d’albergo, bagno compreso. Con questo modo di fare aveva incendiato parecchie camere.

Una volta, erano a Caracas, le tendine delle finestre avevano preso fuoco, ma lui non voleva spegnerle.

Se c’è l’incendio, vinco.”

L’assurdo era che le cose andavano proprio così. Ogni volta che il fuoco delle candele incendiava qualcosa nella stanza d’albergo, lui vinceva il match. Ma non era una buona ragione per devastare tutti gli hotel in cui andavano.

A Los Angeles, prima del mondiale contro Carlos Palomino, aveva inscenato lo stesso rituale. Branchini e il dottor Sturla avevano visto il fumo uscire dalla stanza, per entrare avevano dovuto buttare giù la porta e una volta dentro si erano dannati l’anima per spegnere le fiamme.

Azevedo quell’incontro l’aveva poi perso ai punti.

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Juan Carlos Gimenez era un tipo incredibile. In occasione di un match in Indonesia aveva deciso di conquistare la simpatia del pubblico. Era salito sul ring con il fez dei musulmani ed era stato osannato da metà della folla. Finito il combattimento era andato al centro del ring, si era inginocchiato e si era fatto il segno della croce per ingraziarsi i cristiani. Ma quelli non erano ingenui, avevano capito il trucco. Un attimo dopo si era scatenato l’inferno.

Branchini e Gimenez erano dovuti scappare via. Quando stavano tornando in albergo su una macchina scoperta erano stati raggiunti dai tifosi che li avevano ricoperti di insulti. E le brutte parole venivano da musulmani e cristiani. Senza distinzione di religione.

Umberto Branchini, classe 1914, è stato il più grande manager che la boxe italiana abbia mai avuto. L’unico che sia entrato nella Hall of Fame. Ha gestito undici campioni del mondo e quarantatrè campioni europei in sessant’anni di attività. Lo chiamavano “Il Cardinale”, soprannome regalatogli dal giornalista Sergio Roscani, per la sua competenza, per il modo di gestire le situazioni. Anche le più complicate. Raramente perdeva la calma. Aveva tatto e cultura. Parlava inglese, francese, spagnolo e portoghese. E’ stato il primo manager moderno della nostra boxe. Aveva contatti ovunque, si teneva informato, spendeva milioni dell’epoca in bollette telefoniche.

Era entrato nel mondo del pugilato nei primi anni Trenta. Aveva capito che quell’ambiente gli piaceva all’Olimpiade di Amsterdam nel 1928. C’era andato con alcuni amici, tra cui Enzo Ferrari. Le tre medaglie d’oro italiane l’avevano esaltato. Aveva provato a tirare qualche colpo sul ring. Niente di professionale, ma abbastanza per fargli capire meglio quello sport.

Probo Campioli era stato il primo pugile. Aldo Minelli il primo campione italiano. Ha gestito tra gli altri Burruni (il primo campione del mondo), Chionoi, Carrasco, Udella, Cuello, Mattioli, Loris e Maurizio Stecca, Damiani (foto sopra), Nati, Kamel Bou-Ali.

Se ne è andato per sempre nel marzo del 1997. La boxe l’aveva già lasciata, disgustato da un mondo che non sentiva più suo.

Rimini, il birro e le svedesi

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Dedico questo ritratto della Rimini di una volta a chi ama le storie di provincia, i film di Pupi Avati, il Fellini dei Vitelloni, l’atmosfera magica delle città di mare quando l’estate vola via. Italo Cucci mi ha raccontato la maggior parte dei personaggi, io li ho messi assieme ad altri ricordi e ho scritto questo racconto.

IL BIRRO viveva di notte. Alle cinque del mattino scendeva dalla collina del “Paradiso”. Usciva in compagnia di una donna dal dancing che allora era di Ivo Del Bianco, quello che aveva girato “Il principe fusto” con Maurizio Arena, ed oggi appartiene a Gianni Fabbri. Quello che ha il fratello che fa il semiologo a Parigi.

Scendendo a valle il birro incrociava i contadini che portavano la verdura al mercato. Cominciava all’alba la loro giornata di lavoro.

La città dormiva. Rimini conservava ancora quel sapore aristocratico che le permetteva di rivaleggiare con la Versilia dove “La Bussola” di Sergio Bernardini dettava legge, In Romagna faceva tappa quella che allora chiamavano “cafe society”. Nobili, politici, cinematografari, starlette e aspiranti attori si davano appuntamento qui. Al “Paradiso” incontravi i reduci di Cortina, In pedana c’erano i complessi di don Pedro Urbina o di Romano Mussolini. Se eri fortunato incappavi in un concerto di Chet Baker, re del jazz moderno.

Sulla pista da ballo spargevano borotalco per scivolare meglio. Erano i tempi del mambo, del cha-cha-cha. Twist e hully gully sarebbero arrivati dopo. A ballare ci si andava con un unico scopo. Imbarcare una bella donna.

Chi aveva pochi soldi in tasca puntava su divertimenti meno impegnativi. I più giovani si tassavano e d’inverno affittavano il salone di un albergo chiuso per ferie. Se c’erano ancora soldi prendevano il juke-box. Altrimenti si dovevano accontentare del grammofono. I dischi erano quelli di Natalino Otto, Claudio Villa, Nilla Pizzi. L’Orchestra Casadei era già famosa negli anni Quaranta, le “criminal song” di Fred Buscaglione avevano conquistato tutti.

Al dancing, con il biglietto di ingresso avevi diritto a una consumazione. Le finanze e lo spirito del giovanotto dettevano la scelta della seconda bibita. Dalla Cedrata Tassoni al vermut con ghiaccio, sempre più su sino alla vetta del desiderio. Un whisky.

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Andava forte l’orchestra di Riccardo Rauchi (foto) con cui raccoglieva applausi il “cantante pazzo”, un tenebroso signore che faceva rock and roll. Si chiamava Sergio Endrigo e il suo successo era “Non occupatemi il telefono”. Rideva. “Io che amo solo te”, “Viva Maddalena”,  i singhiozzi. Tutta roba che sarebbe venuta solo qualche anno dopo.

Un ragazzo con la chitarra e l’aria triste, giacche pesanti anche in estate, cominciava a farsi conoscere. Il suo nome era Domenico Modugno. Si esibiva in canzoni dialettali. Van Wood cantava “Butta la chiave”, Umberto Bindi era di casa al “Kansas City” dove abitualmente suonava Luciano Fineschi. Il talent scout era Marcello Minerbi che assieme a Tullio Romano e Carlò Timò avrebbe creato Los Marcellos Ferial. Un trio di goliardi e amici nato come parodia dei Los Hermanos Rigual. Per nascondere le loro origini italiane giravano su una Chevrolet decappottabile con targa venezuelana. Il successo sarebbe arrivato con “Sei diventata nera” e “Angelita di Anzio”,

In molti si erano presi una cotta per il jazz. Nel dopoguerra gli americani avevano portato i V-disc, 78 giri “king size” di musica classica e moderna. Avevano fatto conoscere Glenn Miller, Benny Goodman, Duke Ellington. E la gente se ne era innamorata.

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I punti di ritrovo erano il Saviolino, l’Embassy (foto), Villa Alta e il Paradiso. La mondanità era quella che, cambiando città, avremmo rivisto nella “Dolce vita” di Federico Fellini.

L’Embassy era il dancing numero uno. C’era Fred Buscaglione (foto sotto). Si passavano interi pomeriggi a chiacchierare. Al centro dei discorsi c’era spesso il barman, mitico personaggio a cui Fred aveva dedicato anche il verso di una canzone: “Elio il barista è un ragazzo molto in vista”. Al Sombrero si dava da fare uno che avrebbe fatto strada. Silvio Berlusconi si esibiva assieme al suo ex compagno di banco Fedele Confalonieri che l’accompagnava al pianoforte. Intrattenevano il pubblico. Berlusconi raccontava barzellette e cantava rifacendosi ai francesi Gilbert Becaud e Yves Montand. Suonava anche chitarra e contrabasso. Avrebbe smesso nei primi anni Sessanta.

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Valerio Zurlini girava “Un’estate violenta” e “La ragazza con la valigia”, Jacqueline Sassard recitava in “Non siamo angeli”. Il Teatro Novelli era il regno dell’operetta. “La vedova allegra”, “Il paese dei campanelli” erano entrati nella vita di molti riminesi.

Sui muri della città c’erano grandi manifesti color giallo paglierino. Le scritte più piccole erano in nero. In rosso, tutto maiuscolo, il nome di una delle più note compagnie del momento: DE ZAN. Il papà Enrico era un cantante affermato, un tenore. Artista anche la moglie Maria Mascagno. Il figliolo, un giovane Adriano, si muoveva dietro le quinte. Presto sarebbe diventato la voce televisiva del ciclismo.

Due giornali scandivano i tempi della mondanità. “Lo Specchio” di Roma e “Le Ore” di Milano. Olghina de Robilant era la cronista più nota. Il settimanale romano si occupava di aristocrazia, nobiltà e alta finanza. Quello milanese raccoglieva le vicende dei neo ricchi, le storie dei “cummenda” e delle loro segretarie, le scappatelle, gli amori di un fine settimana.

I jeans li avevano in pochi. Quelli che pensavano di conoscere la moda se ne andavano in giro con i pantaloni bianchi larghi in fondo e una camicia nera. La macchina era la “500” o la “Topolino” (foto sotto). Con una “110 Fiat” decappottabile già potevi parlare di lusso. La passione dei più esuberanti era il Galletto, lo scooter con le ruote alte della Moto Guzzi.

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Non erano molti quelli che avevano la possibilità di andare fuori a cena. La gente provava un po’ di invidia per chi poteva permettersi di sedersi a un tavolo a mangiare mentre l’orchestra suonava dal vivo. E così ci si radunava fuori dai ristoranti. Il più noto era “Notte e dì”. Si ascoltava la musica e si guardavano i ricchi come se fossero animali dietro la vetrina.

Il gioco dei proveri era il “cirol”. Picchiavi con il bastone un pezzetto di legno e cercavi di lanciarlo il più lontano possibile. Il calcio era di moda, ma marciava forte anche il pugilato. Al bar si parlava delle imprese di Aldo Montanari, Duilio Bianchini o Alfredo Neri detto “il green”. Le palestre erano quelle della Libertas e del Dopolavoro Ferrovieri. Pugile ce n’erano tanti. Rimini poteva permettersi di sfidare con una squadra al completo Bologna, Forlì, Pesaro o Ferrara. Le sale erano piene, frequentate anche dalla nobiltà. Come il conte Perticani che a Savignano aveva proprietà in tutta la zona.

I ragazzi che nel ’46, dopo una guerra che aveva devastato la città, vendevano ferro e pulivano mattoni per racimolare qualche lira, avevano un sogno nel cuore. Diventare un birro.

L’esame lo tenevano al Bar Kansas City. Il premio era la patente di birro e la possibilità di sedersi in uno dei tavoli con una posizione strategica per imbarcare le svedesi. Le domande erano assurde e per essere promossi non serviva dare risposte esatte. Si era accettati solo in base all’umore degli anziani.

Il birro scandiva la giornata secondo ritmi precisi. Non si alzava mai prima delle quattro del pomeriggio. Non andava a letto mai prima delle sei del mattino. Sempre pallido, mai un filo di abbronzatura andava a involgarire il corpo. Quando faceva straordinare apparizioni in spiaggia, spinto sempre dallo stesso richiamo “Mamma vuole conoscerti”, sembrava un alieno appena approdato sulla Terra.

Si faceva vedere al bar attorno alle sette del pomeriggio. Il primo giro era nei piccoli dancing. Se imbarcava, bene. Altrimenti andava al “Paradiso”. Viveva di notte e l’unica occupazione era la caccia alla straniera. La via migliore del successo era quella di “fare i treni”. Il birro sapeva tutto sugli orari di arrivo dalla Francia, Inghilterra e Svizzera. Etichettava le conquiste secondo una precisa graduatoria.

Alla stazione di Rimini c’era una sala d’aspetto di prima classe frequentata solo da questi giovanotti. Calzavano mocassini sui piedi nudi, segno di libertà e spregiudicatezza. Fino a qualche tempo prima il massimo era rappresentato dai calzini rossi sui jean con risvolto alto. Giocavano a carte, si raccontavano le loro avventure.

Quando il treno arrivava e la straniera scendeva, il birro scattava. Le prendeva la valigia, si offriva di accompagnarla. Quando ne valeva la pena scomodava perfino Martel, un vetturino alto due metri e con due mani gigantesche. La carrozzella portava la signorina, lentamente, fino alla pensione.

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La spiaggia era il luogo sacro dell’avventura. Un punto di ritrovo. A tutte le ore, ma soprattutto di notte. Si parlava, si giocava, ci si appartava. Le cabine erano in legno e molti erano quelli che le bucavano per spiare le signore arrivate al mare senza i mariti. C’erano le tende, non gli ombrelloni. Si giovana a paletta con racchette di legno e pallina da tennis, a pallavolo. Si ascoltava musica.

Il bagno di mezzanotte era un passo avanti nella conquista. Voleva dire che c’era amore.

Quando l’estate finiva i birri si radunavano al bar e raccontavano le loro conquiste. Qualcuno partiva per raggiungere la tedeschina in Germania o la biondina dell’ultima settimana in Svezia. I birri erano cinici, maschilisti, ma anche sentimentali.

Quelle estati riminesi erano abitate da strani personaggi.

Lelo si presentava come editore di una catena di giornali. Era il proprietario dell’edicola principale di Rimini. Shantung grigio, camicia bianca, sempre elegante.

Nerone era il latin lover del momento. Girava con un abito nero, gessato. Era alto, moro di carnagione, capelli scuri da cui nasceva il soprannome. Raccontava mille storie e tutti stavano ad ascoltarlo, anche se sapevano che molte di quelle avventure esistevano solo nella sua mente.

Poi c’era Silvio detto “Bigulin”. Scendava in strada con smoking e farfallina nera. Sempre profumato e ben pettinato. Declamava poesie d’amore. Batteva forte tre volte il piede in terra e annunciava: “Dove passa Silvio, passa l’amore.”

Il Carlini di professione faceva il commerciante. Vendeva cravatte. La sua vera passione era raccontare barzellette e lanciare “sordini”, pernacchie insomma, che si potevano ascoltare in tutta la città.

La cocaina circolava negli ambienti più eleganti. La gente meno pretenziosa si divertiva con roba assai meno pericolosa. Si andava al cinema. All’Arena delle stelle o all’Embassy. Due biglietti in galleria ti permettevano di vedere un bel film e ti garantivano l’intimità per pomiciare.

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Il sogno americano era sempre presente. Juke-box, jazz e cinema avevano portato la cultura d’Oltreoceano in Romagna. Nel dopoguerra erano arrivati i pacchi dell’ERP, il programma di sviluppo americano, i V-disc (foto), il pane bianco, la cioccolata e tutta quella musica piena di ritmo che veniva fuori dagli altoparlanti e dalle radio. Come non farsi contagiare?

Sulle spiagge erano tornati i tedeschi. Qualcuno aveva una gamba in meno, lasciata in una guerra maledetta magari proprio sulla linea gotica. Portavano con loro figli e moglie. Li portavano a vedere dove avevano combattuto, sofferto e dove adesso avrebbero potuto tornare a essere felici.

La fine di quella Rimini romantica è cominciata a metà degli anni Sessanta. Le prime megadiscoteche, “La locanda del lupo” o “La baia degli angeli”, hanno annunciato l’arrivo di un nuovo mondo. I Beatles comandavano le classifiche con “Please please me” e “Love me do”, Elvis Presley era ancora sulla cresta dell’onda e la “gioventù bruciata” si apprestava a celebrare il decimo anniversario della morte di James Dean. Il professor Eugenio Pagnini era soprannominato “Olimpic Gen”. Insegnava al Liceo Classico Giulio Cesare, quello in cui aveva studiato Federico Fellini, e aveva fatto conoscere ai riminesi quello strano sport chiamato baseball. I figli della guerra avevano attorno ai vent’anni. Le svedesi erano sempre numerose. I birri, quelli veri con la patene, cominciavano invece a scarseggiare.

Oggi i birri non scendono a valle dalla collina del “Paradiso”. Di contandini lungo le strade non ce ne sono più. Adesso si corre contromano in autostrada, possibilmente a fari spenti. Si bucano gli stop di notte, droga e alcool sono spesso la compagnia più desiderata.

Divertirsi è una fatica mortale.

Chissà cosa direbbe Martel.