Mike Tyson diventa un fumetto per la Tv

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MIKE TYSON prova a reinventarsi per l’ennesima volta.

È stato attore a Broadway dove ha interpretato un monologo sulla sua vita intitolato “Undisputed true” (L’indiscussa verità) per la regia di Spike Lee.

Ha lavorato al cinema con un paio di cammei nella serie “Una notte da leoni” (http://www.youtube.com/watch?v=4TbnXqhHJkk), dove interpretava se stesso.

Ha scritto l’autobiografia intitolandola semplicemente “True”, la verità.

E adesso sbarca nel mondo dei fumetti.

Mike Tyson Mysteries” è la serie per adulti che dal prossimo autunno andrà in onda in tarda serata sul canale Adult Swim. Mezzora per ogni episodio, il linguaggio sarà duro almeno quanto le scene dove sarà necessaria la violenza.

L’idea è dell’ex campione del mondo.

Il genere? Un misto tra Scooby Doo e A-Team.

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Saranno in quattro contro i cattivi.

Iron Mike avrà il ruolo di un detective, sarà ovviamente il capo e darà la voce al suo personaggio.

Con lui agirà un nevrotico fantasma doppiato da Jim Rash. Interpreterà il marchese di Queensberry.

E qui apro una parentesi.

Nel 1866 molto era cambiato nel mondo della boxe . Erano state introdotte le London Prize Ring Rules. Fino ad allora il pugilato era stata solo una lotta brutale, vietata in parecchi Stati d’America. Poi, finalmente, era arrivato John Sholto Douglas: l’ottavo marchese di Queensberry.
In realtà le nuove regole erano state opera di un giornalista: John Graham Chambers. Era stato lui a fissare la durata di un round in tre minuti, a rendere obbligatorio l’uso dei guantoni (stabilendone la forma, ma non il peso), a imporre all’arbitro di contare seguendo la cadenza di un cronometrista, a inventare il knock out ed a fissarlo dopo un conteggio di 10 secondi.
La boxe stava perdendo il suo fascino, bisognava fare qualcosa per renderla più eccitante. Di interminabile contese, vissute su pochi colpi, erano cariche le storie che uomini pieni di alcool raccontavano in ogni saloon d’America.
Graham Chambers aveva segnato la svolta.

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Il marchese di Queensberry aveva dato il suo patrocinio, introdotto la forma rettangolare del ring, il numero e la tensione delle corde, il peso dei guantoni. Soltanto nel 1920 l’America avrebbe scoperto, in tutta la sua pienezza, la nobile arte.
Ecco, ho divagato per raccontare meglio quale peso abbia avuto il Marchese nella storia del pugilato.

Ma torniamo alla serie televisiva e parliamo degli altri due personaggi che si accompagneranno a Mike e al Marchese.

Yung Hee, coreana, figlia adottiva di Mike sarà il vero cervello del gruppo. Avrà la voce di Rachel Ramros.

A completare il gruppo ci sarà un piccione alcolizzato che nella precedente vita è stato un uomo. Purtroppo avrà il dono della parola e il suo sarà il linguaggio più scurrile, la voce sarà quella di Norm Macdonald.

In passato altri personaggi dei fumetti si erano impossessati del corpo e dello spirito di un pugile, ricordo su tutti Dick Fulmine che si rifaceva in qualche modo a Primo Carnera.

Stavolta il rapporto è diretto. Il personaggio del detective Mike non avrà solo le sembianze di Tyson, ma anche la sua inconfondibile voce e la voglia di risolvere tutto a suon di pugni.

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L’anteprima (http://www.youtube.com/watch?v=P58WJ-4PxcU) al San Diego Comic-Con ha ottenuto un grande successo. In autunno vedremo dunque la prima puntata.

Per capire quanto possa rendere Iron Mike come attore basta andarsi a rivedere il corto President’s speach (http://www.youtube.com/watch?v=SnxNnJYziMY), parodia del film “Il discorso del re”.

Per ora Tyson ha portato in televisione le sue avventure nella versione fumetto, nel 2015 vedremo la storia della sua vita sul grande schermo. A interpretare il più giovane campione del mondo dei pesi massimi sarà Jamie Fox.

Dopo avere recitato nella parte di Drew Bundini Brown nel film su Ali, questo attore di talento darà corpo e voce a un altro pugile di enorme popolarità.

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La boxe è… un sogno a Las Vegas

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ME NE STAVO appoggiato alle corde di un ring che si incastrava fra pareti scrostate, tappezzate da locandine di match del passato. Il “Ringside Gym” di Johnny Tocco, al numero 9 di West Charleston Boulevard angolo Main Street, era una piccola palestra. Ma era anche un santuario della boxe.

Qui si allenavano i migliori.

Tappeti che da tempo avevano perso il loro colore ospitavano volenterosi fighter impegnati nella ginnastica a terra, una stanza con il soffitto in cartongesso pieno di buchi era il posto per chi praticava il vuoto. Non c’erano tapis roulant, panche per i pesi o macchine speciali per gonfiare i muscoli.

In un lato, appena dopo la porta di ingresso erano appoggiate un paio di cyclette. L’unico che ho visto darci dentro è stato Mike Dokes. Aveva pedalato con grande energia, poi era sceso sudato come se fosse appena uscito dalla doccia. Per coprirsi non aveva usato un accappatoio. Si era messo sulla pelle una pelliccia di finto visone.

L’ex campione del mondo dei pesi massimi se ne stava lì, grondante sudore, maleodorante, ancora vestito da pugile ma avvolto nella pelliccia, a guardare due messicani che facevano i guanti.

Johnny era arrivato a Las Vegas da St Louis nei primi anni Cinquanta.

Nel maggio del 1955 aveva preso la grande decisione.

Era al Cashman Field per vedere il cubano Nino Valdes battersi contro Archie Moore in un match per il titolo dei massimi dello stato del Nevada. Arbitro e giudice unico l’ex campione del mondo James J. Braddock (lo chiamavano Cinderella Man da quando era diventato campione del mondo nel ’35 battendo Max Baer, ricordate almeno il film?).

Aveva vinto il mitico Archie Moore. Ma non era stato questo a far decidere Johnny Tocco, il fatto era che lì si sentiva davvero a casa sua. Non si sarebbe più mosso da Las Vegas.

Ero lì, in quella palestra piena di gente che aveva scelto sangue, sudore e lacrime con il sogno di vivere in qualche lussuosa ville della città del gioco, di alloggiare nelle suite di alberghi che avevano visto solo al cinema.

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Ero a pochi minuti dalla Strip, ma da quelle parti si respirava un’aria diversa. E non certo per colpa dell’enorme sigaro che Johnny portava perennemente all’angolo della bocca. Quello per fortuna era spento.

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Era la scritta in giallo su sfondo rosso che mi aveva affascinato fin dalla prima volta che l’aveo vista.

Arrivavo nel santuario del dolore dopo essermi lasciato alle spalle roulette, slot machines e belle donne di poco vestite. Su quel ring avevano sudato Larry Holmes, Mike Tyson, Marvin Hagler, Evander Holyfield e cento altri ancora.

Tocco era decisamente su di peso, sfiorava il quintale. Aveva lo sguardo da duro. Sussurravano che avesse resistito anche a James Norris, Frankie Carbo e Blinky Palermo: i boss del giro grande quando la mafia era padrona del pugilato.

Nonostante il suo atteggiamento intimidatorio la gente gli voleva bene.

Era nato a St Louis nel 1910. A otto anni aveva scoperto la boxe, amore a prima vista. Non si erano più lasciati.

La sua vita l’aveva passata in palestra. Aveva allenato Sonny Liston, era stato all’angolo di campioni, aveva fatto il cutman in decine di mondiali. Attorno a lui i pugili sudavano, faticavano, si impegnavano. Quando entravano in quel locale sapevano di andare incontro al dolore.

A farli andare avanti era il profumo della boxe. Un odore forte che penetrava nelle narici e metteva direttamente a contatto con il sacrificio. Picchiavano ed erano picchiati. Lo sapevano. Nello stesso momento in cui mettevano i piedi sul tappeto del ring sapevano che avrebbero dovuto lasciare a casa la paura. Non c’era spazio per altro tra quelle dodici corde. Loro, l’avversario e un arbitro che era lì solo per far rispettare le regole.

L’odore acre del sudore, dolce degli unguenti, sgradevole del cuoio.

E poi i rumori che diventavano la colonna sonora dentro quelle mura. Il suono della pera, ad esempio. Non si potevano accostare se non avevano i tempi giusti. Dovevano sentirli nell’anima, non provare a cercarli fuori. La pera era una sintesi della boxe. Sollecitava riflessi, ritmo, misura.

Chiunque entrava in quella palestra sapeva perché era lì, era pronto a tirare fuori tutte le energie per andare oltre il limite della sofferenza. Un’asticella che si alzava a ogni allenamento, tenendo sempre bene a mente il match che sarebbe venuto, il prossimo ostacolo da superare.

Tutto questi mi passava per la testa. Ero lì dentro e mi sentivo parte di un mondo fantastico. Ero lì solo per guardare e raccontare quel che vedevo, ma mi piaceva davvero quell’atmosfera magica.

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Sono passati trent’anni o poco meno da quando ho vissuto le emozioni che ho appena descritto. Una vita nel pugilato, tanti ricordi. Nella testa porto una splendida sintesi di Paul Haggis, lo sceneggiatore di Million Dollar Baby: “Se c’è una magia nella boxe è quella di combattere battaglie al di là di ogni sopportazione, al di là di costole incrinate, reni fatti a pezzi e retine staccate. È la magia di rischiare tutto per realizzare un sogno che nessuno vede tranne te.”

Johnny Tocco quel sogno l’ha inseguito per oltre quarant’anni e lungo il cammino ha lasciato salute e affetti.

Sposato, divorziato, sposato una seconda volta con Roseann.

Una figlia e un figlio, quattro sorelle. Erano ancora tutti vivi quando lui stava soffrendo per un diabete devastante che l’aveva addirittura costretto all’amputazione della gamba sinistra. Eppure Johnny si sentiva solo, come è solo un pugile sul ring.

Tre infarti, un pacemaker, il diabete. Costretto a rimanere in casa, a non fumare il sigaro, a non guidare. Prigioniero senza neppure la gioia di sentirsi vivo nella sua vecchia palestra.

L’aveva venduta pochi mesi prima di morire. Centomila dollari e la firma sul contratto avevano chiuso una storia cominciata sessant’anni fa. Gli servivano i soldi. Vendevano le magliette della sua palestra in tutto il mondo, ma nessuno gli pagava i diritti. Gli avvocati avevano detto che ci voleva una montagna di dollari solo per cominciare la causa. Così lui si era rassegnato a vivere delle quote dei pugili che frequentavano Ringside. Gli bastavano appena per vivere. Aveva accumulato debiti per 35.000 dollari: gli erano serviti per pagare le spese mediche per la moglie, morta appena prima di lui, e per il diabete.

Nella boxe aveva fatto di tutto. Aveva lavato i pavimenti delle palestre, svuotato i secchi all’angolo. Era stato coach, cutman, spesso protagonista. Nel 1954 aveva comprato un vecchio bar e l’aveva trasformato nel

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Se ne stava seduto in un minuscolo ufficio, oppure guardava la sessione di sparring appoggiato alle corde. I campioni passavano, lui restava.

Nell’agosto del 1997, a 87 anni, se ne è andato per sempre. Pesava sessanta chili, era diventato l’ombra di quella roccia di uomo che il mondo della boxe aveva amato. Faticava a camminare, perdeva spesso l’equilibrio, si sentiva terribilmente fuori da tutto. E questa era la sensazione che gli dava più fastidio.

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Oggi la palestra appartiene a Elisabeth Benitez e a suo marito James Smith, nipote di Indian Johnny Smith professionista degli anni Trenta. Hanno provato a restaurarla, ma i pugili si sono opposti. Hanno accettato una ripulita e via. Non si sarebbero sentiti a loro agio in una palestra moderna. L’unico ritocco concesso è stato un grande murales accanto alla porta di ingresso. Nel dipinto ci sono molti miti del pugilato americano, tra loro c’è anche il ritratto di Johnny Tocco.

Dopo essere stato via per qualche anno, Johnny è finalmente tornato a casa.

Giornali e pugilato. Ormai è guerra

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CRONACHE nazionali del Corriere della Sera di oggi, martedì 29 luglio.

Pagina 14 dell’edizione di Roma.

Il pezzo d’apertura è dedicato alla fecondazione assistita.

La spalla è un colonnino sul dramma senza fine della Concordia.

A centro pagina la sorpresa. Una fotonotizia di pugilato a quattro colonne!

Un volto centrato da un pugno e poche righe per spiegare che i colpi alla mascella fanno male e possono provocare il ko.

Non capisco. Non ha senso. A meno che i giornali non stiano passando dalla fase uno (disinteresse totale) alla fase due (guerra) del loro rapporto con il pugilato. Se così fosse, lo dicano senza celarsi dietro colpi bassi.

Faccio il giornalista da oltre quarant’anni e non ho mai visto una fotonotizia collocata in un contesto meno appropriato di questo.

Fuori dallo sport, senza alcun collegamento con la cronaca che è il settore in cui è stata inserita.

È in una collocazione illogica: quale relazione ci sia tra la fecondazione assistita, la Concordia e un pugno alla mascella non riesco proprio a capirlo. Ma evidentemente il redattore che l’ha pensata e il capo servizio che lo ha istruito avranno una spiegazione. Mi piacerebbe conoscerla.

Guerra dunque, è l’unica risposta che riesco a darmi.

Non so se chi ha inserito quel fuori contesto si sia accorto che i due pugili sono dei dilettanti. Inserendo quello che ha ritenuto un messaggio negativo ha dunque dichiarato guerra alla Federazione Pugilistica Italiana, ma anche al Coni, al Comitato Olimpico Internazionale, all’ordine mondiale dei medici sportivi, a milioni di pugili che si battono sui ring di tutto il mondo.

Dubito che se ne accorgeranno, ma chi ha sensibilità per farlo ci resterà sicuramente male.

Non estremizzo.

Non c’era una sola ragione per inserire quella foto se non quella di rafforzare l’avversione che la stampa italiana ha ormai da tempo nei confronti della boxe.

Non mi lamento, sia chiaro. Hanno sottolineato una cosa che so benissimo: i pugni alla mascella fanno male. Ma guarda un po’, chi l’avrebbe mai detto.

È come ricordarci che in sauna fa caldo e in Alaska fa freddo.

Dal momento però che siamo nel campo dell’ovvio, si rafforza la domanda di partenza: perché questa fotonotizia ha trovato spazio sul primo giornale italiano che ignora sistematicamente lo sport del pugilato?

Nei tempi passati, non parlo di cento anni fa, mi riferisco a un’epoca molto più vicina, il Corriere della Sera era tra i più attenti testimoni delle imprese della nostra boxe. Aveva giornalisti di spessore che si occupavano di questo sport: Mario Gherarducci prima, Claudio Colombo poi. Bravi scrittori, conoscitori della materia e con una grande voglia di raccontare.

Poi la boxe è scesa di interesse generale e gli specialisti non sono più esistiti. O perlomeno non sono più stati testimoni oculari degli eventi.

Capiamoci bene, tanto per non dare campo a equivoci.

Non metto la testa nella sabbia. Ho occhi per vedere e testa per capire. Il pugilato italiano attraversa una fottuta crisi. Di qualità media, di personaggi, di promozione, di credibilità. Ma se questo giustifica il ridimensionamento mediatico, non assolve il colpo basso.

No, quella fotonotizia di boxe all’interno di una pagina dominata da un servizio sulla fecondazione assistita non l’ho capita. A meno che non sia l’inizio di una guerra per l’abolizione del pugilato. Se così fosse, lo dicano.

La boxe è combattimento leale, senza trucchi. La vita non sempre lo è.

 

Il mito di Super D, Bad Boy cinese

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LIN DAN è un Bad Boy, un cattivo ragazzo. Uno di quelli che piacciono alle donne. È uno sportivo, è ricco e famoso. Ma se lo incroci in una delle nostre città certo non lo fermi per chiedergli un autografo.

Ha vinto due Olimpiadi e cinque Mondiali, nel suo sport è in corsa per essere il più grande di sempre. Ma confessalo, non sai proprio chi sia.

Ha guadagnato venti milioni di dollari, gira in Porsche, posa come modello per Dolce&Gabbana, dalle sue parti è una star della pubblicità. Ma ancora non hai capito che cosa faccia per vivere.

I paparazzi lo inseguono dovunque vada, lui e sua moglie Xie Xingfang (stella nello stesso sport del marito) sono la coppia più fotografata della nazione. Li hanno paragonati a David Beckham&Victoria Posh Adams dei tempi d’oro. Niente, non sei neppure vicino a capire di chi sto parlando.

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Li chiamano “Condor Couple”, da una novella di Loris Cha: la storia di un guerriero impetuoso e della sua più tranquilla e anziana compagna. Lui ha 30 anni, lei due di più. Ma questo non vi aiuta a risolvere il mistero.

Il fatto è che non riusciamo neppure a pensare che fuori dal nostro mondo possano esistere sportivi ricchi e popolari come da noi lo sono i calciatori.

Lin Dan non vuole che lo chiamino Bad Boy. “Preferisco Super Dan.” Modesto lo è, per carità. Dovreste conoscerlo questo signore. Io l’ho incrociato due volte: a Pechino 2008 e Londra 2012. Ha vinto entrambe le edizioni dei Giochi, unico a riuscirci nel suo sport.

Il badminton.

Primo in ordine di popolarità in Cina seguito da calcio, basket e tennistavolo.

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Mancino, arrogante, bravo. In campo è una sorta di McEnroe d’epoca. Ha tentato di picchiare l’allenatore della Corea del Sud, ha preso a pugni in faccia il suo coach Ji Xipeng davanti a compagni di squadra e giornalisti.

È un eroe popolare. Il suo sito sul social network QQ ha quasi ventitrè milioni di followers. È l’unico giocatore di badminton ad avere realizzato (a 28 anni) il Super Grand Slam vincendo i nove maggiori tornei, Olimpiadi e Mondiali compresi.

E pensare che i genitori sognavano diventasse un pianista.

Schiaccia a 280 kmh, vola come una creatura mostruosa e picchia il volano con una cattiveria bestiale. Ha scoperto il badminton a 8 anni, a 12 era nella scuola dell’Esercito di Liberazione del Popolo, a 18 è arrivato in Nazionale senza più uscirne.

Ha un’altra cosa in comune con i nostri calciatori. I tatuaggi. Ne ha cinque.

Due sul braccio destro: la scritta “Sino alla fine del mondo” che è il titolo di una canzone popolare, ma anche quello della sua biografia; più una doppia F: sta per Fang Fang che è il soprannome della moglie.

Due sul braccio sinistro: la croce cristiana, simbolo di amore per la nonna; più cinque stelle che rappresentano gli Slam vinti.

Uno dietro il collo: LD, le sue iniziali.

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Sembrava dovesse ritirarsi dopo la vittoria a Londra 2012, è ancora in campo. Gioca molto meno. Nel 2014 è rientrato dopo sei mesi di stop. È tornato a vincere e recentemente ha piazzato il colpo grosso conquistando gli Australian Open, primo Slam da due anni a questa parte.

Super Dan, Bad Boy, Super D: chiamatelo come volete l’unica cosa certa è che Li Dan è una stella dello sport.

In Cina è un mito, in Italia non lo conosce nessuno o quasi.

Chiedo perdono a chi ama questo sport dalle nostre parti (soprattutto a quelli della F.I.Ba, la Federazione Badminton), non devono prendersela. Anche se li capisco. È un po’ come se in Cina ignorassero Lionel Messi. Paese che vai, sport che trovi.

(da Wikipedia) “Il badminton è uno sport praticato in singolo o in coppia su di un campo rettangolare diviso da una rete di altezza 1,55 metri. Il gioco consiste nel colpire un volano con una racchetta facendogli oltrepassare la rete e mandandolo nella metà campo opposta dove dovrà essere ribattuto al volo dall’avversario. Tra i più veloci sport di racchetta, il badminton è uno sport in cui si rendono necessarie prestanza fisica, agilità e prontezza di riflessi. L’effetto è spettacolare con scambi rapidi, cambi di fronte e movimentati recuperi.

Vi è tutto più chiaro? Se vi capita di vedere su qualche canale televisivo un tizio strano che insulta anche l’arbitro, ma quando schiaccia vi fa venire la pelle d’oca come ai tempi di Goran Ivanisevic, ora sapete chi è. Ha appena ripreso a giocare, mi sembrava giusto farvelo conoscere.

 

Tre casi: Tavecchio, il calcio, i giornali

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NON SO come finirà questa storia.

L’unica certezza che ho me l’ha data ancora una volta il mondo del calcio: è sempre convinto di potersi permettere qualsiasi cosa.

Il candidato presidente, anzi colui che era dato per certo alla guida della FIGC, ha parlato di giocatori che oggi fanno i titolari nel nostro campionato e ieri mangiavano banane.

Carlo Tavecchio (foto) si è presentato così ai suoi elettori.

Pensavo che davanti a una frase di stampo razzista tutti avrebbero preso le distanze. Mi sono convinto di essere un inguaribile ottimista.

Andrea Abodi, presidente della Lega di serie B, ha commentato: “Per me il razzismo è una cosa seria. Quel passaggio è stato inopportuno, infelice e inaccettabile. Senza sensibilità e rispetto non si va da nessuna parte, ma attenzione: una frase non fa di una persona un razzista. Noi dirigenti abbiamo molti, ma molti più doveri dei tifosi. Dobbiamo prestare molta, ma molta più attenzione a comportamenti e linguaggi.

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Sostegno a Tavecchio anche dal presidente della Lega di serie A, Maurizio Beretta (foto): “Si registrano dichiarazioni che tendono a strumentalizzare per finalità diverse una battuta infelice, priva di qualsiasi connotazione razzista e per la quale il presidente Tavecchio si è prontamente scusato. La vita del presidente Tavecchio è una continua testimonianza di azioni contro ogni forma di discriminazione.

E voi volete un nuovo calcio, pensate che sia possibile con questi dirigenti?

A Beretta verrebbe voglia di chiedere perché “Oggi titolari quelli che ieri mangiavano banane” non sia una frase razzista. È forse pubblicità per il commercio ortofrutticolo?

Da Abodi mi piacerebbe sapere in maniera chiara e inequivocabile come la pensi. Gli equilibrismi non mi piacciono. Definisce la frase inopportuna, infelice, inaccettabile, senza sensibilità. Ma poi dice che una frase non fa di una persona un razzista.

Il fatto è che chi ha compiti istituzionali deve pensarci dieci volte prima di parlare. Le frasi razziste non possono essere perdonate, perché sono la punta dell’iceberg, esprimono un disagio profondo.

Signori del calcio, chiedetevi in piena onestà se Tavecchio sia davvero il nuovo che stavamo aspettando, l’uomo che riunirà tutti sotto una grande bandiera e condurrà lo sport più popolare d’Italia fuori dal pantano in cui è caduto.

Chiedetevelo e per favore non rispondete, meglio pensare che non abbiate capito la domanda.

Passato il polverone, dopo una lunga serie di distinguo e di precisazioni, il mondo del calcio voterà Carlo Tavecchio presidente della FIGC.

Mi viene il sospetto che molti frequentatori di questo mondo del pallone che supera ogni fantasia si difenderebbero così, senza stare tanto a pensarci su: “Noi non siamo razzisti, sono loro che sono negri.”

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L’unica speranza, pensate dove sono arrivato, la ripongo nella politica. Dopo le grida di condanna, dovrebbero passare ai fatti.

Magari Giovanni Malagò (foto), presidente del Coni, potrebbe consigliare a Tavecchio di fare un passo indietro, magari qualcosa si potrebbe ancora fare. Magari…

Anche perché non si tratta solo di una frase razzista, che già sarebbe sufficiente. Qui c’è il vecchio modo di pensare che un uomo di potere possa permettersi di dire tutto quello che gli passa per la testa senza pagarne le conseguenze. Spero che qualcuno si adoperi per un reale cambiamento, ma ci credo poco.

È il calcio, bellezza.

Lo so benissimo.

Un’ultima annotazione. Il giorno del fatto i tre giornali sportivi hanno dato pochissimo rilievo in prima pagina al “caso Tavecchio”. Dopo avere monitorato la ribellione del popolo del web per 24 ore, hanno cambiato rotta.

E ancora si chiedono perché perdono copie…

Il caso Nibali: paura di amare…

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ER VICHINGO è basso, nero di capelli e di pelle, sopracciglie folte e barba ispida. L’hanno chiamato subito così, senza aspettare che si presentasse con il vero nome. Noi di Roma siamo gente strana, capaci per il gusto di una battuta di rovinare un’amicizia. Il paradosso, il contrasto estremo fanno parte del nostro modo di esprimerci. E così quel ragazzo che sfiora appena l’1.60 è diventato Er Vichingo. Non se l’è mai presa, è uomo di sport.

Gli piace il ciclismo e in questi giorni soffre.

Quando ne parliamo lui comincia sempre dallo stesso punto.

Il caso Nibali.

Le prime volte me ne stavo lì chiedendomi quale mai fosse questo “caso”, dal momento che Enzareddu come lo chiamano quelli di Messina e dintorni stava dominando il Tour de France. Nessun cedimento, nessuna polemica, nessuno screzio. Poi ho capito.

Er Vichingo aveva paura di innamorarsi.

Io gli dicevo di starsene tranquillo, di godere dell’invidia altrui. Gli ricordavo qualche verso della mitica “Bartali” di Paolo Conte.

E i francesi ci rispettano

che le balle ancora gli girano

Se proprio non riuscivo a farlo sorridere, andavo oltre.

Tra i francesi che s’incazzano

e i giornali che svolazzano

Tutto inutile. Er Vichingo se ne stava lì in silenzio.

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Poi, venerdì l’ho incontrato di nuovo. Era ancora più triste.

Che è successo, Vichingo?

Mi ha chiamato un amico dalla Francia e mi ha detto che due grandi giornali hanno cominciato a lanciare sospetti. Lo sapevo, non dovevo ricascarci. Non dovevo innamorarmi di nuovo del ciclismo.”

Lo saluto, torno a casa, mi informo.

Le Monde e Liberation hanno guidato la cordata. Il primo ha messo anche in rete un lungo articolo intitolato “Astana, passato riciclato”. Ha ricordato come il boss della squadra di Nibali abbia dei trascorsi da dimenticare: Alexander Vinokourov è stato espulso per doping al Tour del 2007. Il quotidiano ha tracciato un profilo pieno di ombre dell’Astana. Qualcun altro ha scritto che il debutto Vincenzo Nibali l’ha fatto con la Fossa Bortolo di Dario Frigo, che nel Tour del 2005 è stato addirittura fermato dalla polizia assieme alla moglie per essere stati trovati in possesso di Epo.
Chiamo il mio amico e provo a smorzare la tensione.

Vichingo, ascolta Paolo Conte. I francesi non sanno perdere, si incazzano e lanciano giù qualsiasi cosa.

Poi faccio appello al discorso tecnico. Mi atteggio a esperto e gli spiattello lì alcuni dati.

Nella scalata che andava da Ayros-Arboux a Hautacam, 13,6 chilometri con un dislivello di 1.064 metri e una pendenza del 7,8%, Nibali è arrivato su in 37’26”. Pensa che nel 1996 Riis aveva chiuso in 34’35” e nel 2000 Armstrong aveva impiegato 36’25”. Lo vedi? È la differenza che c’è fra un campione e uno scarso o, a vederla in altro modo, tra un dopato e uno pulito. Mettila come vuoi e falla finita di tormentarti.

So bene che non è così semplice. Il ciclismo è sport che regala emozioni forti, come la boxe sa arrivare al cuore, tocca i sentimenti. E così ti fai prendere e non stai più a pensare. È il bello dell’amore.

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Questo siciliano che viene da lontano è l’esaltazione della normalità. Uno che va all’attacco in salita, in discesa, sul pavè, in montagna e in pianura. Ma senza mai scomporsi, sempre col sedere attaccato sul sellino.

Ha gambe, testa e cuore. Ha imparato a vincere lentamente, dal 2007 in poi. È arrivato in vetta attraverso la sofferenza.

È in possesso di un carisma naturale, non ha bisogno di urlare per farsi sentire.

Enzareddu è uno di noi, ma è anche capace di fare cose fantastiche.

Ci piace perché non sta lì a calcolare col bilancino emozioni e rischi. Dà sempre tutto, rischiando in proprio.

Ma è proprio questa immagine dell’uomo che sfida il mondo a farci venire i brividi, a riempire la testa de Er Vichingo di dubbi.

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Abbiamo già dato in passato. E ci siamo ritrovati innamorati traditi. Correvamo con i campioni, soffrivamo per loro. E alla fine ci sentivamo felici, senza stare lì a farci tante domande. E abbiamo pagato queste cambiali d’affetto firmate in bianco. Abbiamo giurato che non ci saremmo mai più ricascati.

Così oggi abbiamo paura, paura di innamorarci di nuovo e siamo lì a tormentarci di mille domande.

Il “caso Nibali” è tutto qui.

Non ci sono sospetti, non ci sono segreti annunciati, non ci sono informatori dietro le quinte che confermino le incazzature dei francesi.

Sembra proprio che si possa fare festa senza temere un brusco risveglio.

Fidiamoci di Vincenzo Nibali, lo Squalo.

Non ce la faccio. Quando in amore ti scotti è difficile amare di nuovo senza avere paura.”

Er Vichingo ha lanciato l’ultima sentenza e io sto qui a chiedermi perché un tradimento passato sia così forte da pesare anche su chi in questo momento colpe non ne ha.

Tennis folle, gioca il doppio col fantasma!

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TAYLOR Townsend contro tutte. Non per scelta, ma per regolamento, alla fine di una giornata davvero unica.

Giovedì (in Italia era la prima mattina di venerdì) stava giocando il doppio contro Rodionova/Hingis quando con un dritto centrava la nuca della sua compagna Liezel Huber, mettendola in pratica ko! Lacrime della poverina, dolori, rinuncia. In qualsiasi torneo di tennis Townsend-Huber si sarebbero ritirate, ma non si stava giocando un torneo qualsiasi.

La coppia difendeva i colori dei Philadephia Freedoms nella World Team Tennis e non poteva dare forfait solo perché una delle due si era infortunata. Lo imponeva il regolamento. Così Taylor ha portato a conclusione una curiosa sfida uno/contro due. Ha perso, come era ovvio che fosse, anche perché le norme della WTT sono davvero bizzarre.

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La Townsend non solo doveva opporsi da sola contro la coppia delle Washington Kastles, ma doveva farlo facendosi accompagnare dall’inquietante presenza del fantasma della Huber.

Non poteva rispondere ai servizi a cui avrebbe dovuto rispondere Liezel.

Non poteva sostituirsi alla compagna quando era il suo turno di battuta.

Ha provato a creare dei diversivi, ballando e agitantodosi, ma è stato inutile.

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Ha anche conquistato qualche punto, accompagnata dalle urla di incoraggiamento da parte del pubblico. E si giocava a Washington! Ma non ce l’ha fatta.

Anastasia Rodionova e Martina Hingis non hanno voluto rischiare nulla. Dopo avere fallito un paio di servizi sul “Fantasma Huber” con la pallina che beffardamente usciva dalle linee, hanno deciso di battere da sotto…

Taylor Townsend l’ha presa bene, una grande risata per ridurre la tensione e poi qualche vincente tanto per non perdere l’abitudine.

La signorina Grandi Forme continua a tenere botta.

Tanto per ricordarvi di chi sto parlando, vi ripropongo il servizio che ho scritto sulla ragazza durante il Roland Garros di quest’anno.

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https://dartortorromeo.com/2014/05/29/la-rivincita-della-signorina-grandi-forme/

 

 

Stampa: i giovani, i vecchi, le quote rosa

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BEN ARRIVATO a Luigi Gubitosi, il direttore generale della Rai che guadagna (beato lui) 650.00 euro l’anno. Quello che prima di annunciare il nuovo piano editoriale a sindacati e consiglio di amministrazione, lo ha illustrato all’Espresso. Ci mancava solo lui nel gruppo di quelli che, cambiano le parole ma resta intatto il senso, si sono pronunciati sulla retorica del via i vecchi, servono giovani.

Il gruppo Rai ha un personale anziano: 860 sopra i 60 anni, solo 120 sotto i 31.”

E allora? È questo il Grande Male della televisione di Stato?

Mi dà profondamente fastidio l’espressione: “Serve gente giovane.” Allo stesso modo non sopporto: “C’è bisogno di più donne nei posti di comando” o “Il nostro Paese ha necessità di gente con maggiore esperienza.

Mi sembrano espressioni qualunquiste e credo che siano il frutto di un razzismo puro.

Sono convinto che nei posti chiave debbano andarci persone competenti, oneste e con molta voglia di impegnarsi. Non ha alcuna importanza la loro età o il loro sesso. Un giovane può essere un’autentica capra e un vecchio può essere un genio. Vale lo stesso concetto al contrario. Capra il vecchio, genio il giovane. L’età non è una discriminante, né a favore né contro.

Essere donna non garantisce efficienza. Come non la garantisce il fatto di essere uomo. Reputo le quote rosa un insulto al genere femminile. Non si dovrebbe entrare in un posto in cui si prendono decisioni importanti per il solo fatto di appartenere a un genere. Donne e uomini sono ugualmente dotati di intelletto, spirito di iniziativa e intraprendenza.

Non ho mai fatto distinzioni di razza e se proprio sono costretto a giudicare una persona la valuto per le sue capacità. Non sto lì a dire più posti ai neri, bianchi, gialli, rossi o a qualsiasi colore abbia la loro pelle.

salva

A questo punto sento già sollevarsi le accuse di machismo, di difesa dei privilegi acquisiti (in fondo con i miei 65 anni sono etichettabile senza dubbio tra i “vecchi”, mi si concedano almeno le virgolette), di salvaguardia dei parrucconi, di misogenia.

Lo so anch’io che oggi per un giovane è difficile trovare lavoro, figuratevi arrivare a un posto di comando. Lo so anch’io che una donna deve faticare più dell’uomo per imporsi nella società moderna e che in molti vorrebbero che ricoprisse più ruoli, all’interno e fuori della famiglia, mentre non si chiede lo stesso sacrificio agli uomini.

Ma lavorare tanto, faticare per ottenere qualcosa non significa ottenere automaticamente la patente di fenomeno.

Forse dovremmo farla finita di esprimerci per categorie.

I giovani, i vecchi, i rumeni, i filippini, quelli del nord, quelli del sud, le donne, gli uomini, i bianchi, i neri, i milanesi, i napoletani. Basta. Entriamo nel merito. Non facciamoci occupare il cervello da un codice a barre che ci dice per bocca di luoghi comuni imposti da altri quello che è giusto e quello che è sbagliato.

La testa è mia e la gestisco io.” Parafrasando uno slogan del femminismo militante in cui al posto della testa c’era qualche altra cosa, mi approprio del concetto. E vi invito a fare altrettanto.

Per carità, non venitemi a dire: non c’è lavoro, l’Italia è alla fame, i politici rubano, i ricchi non pagano le tasse, le donne sono discriminate, i giovani sono lasciati soli. Non volevo certo negare tutto questo. I problemi sono reali, quello che vorrei è che fossero affrontati e (possibilmente) risolti da persone capaci.

Me ne frego se saranno uomini, donne, giovani o vecchi.

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Altrimenti, tanto per restare in tema Rai, resterà sempre attuale la frase di un direttore di rete: “Ho assunto un giornalista di destra, uno di sinistra e uno di centro. Avrò pur diritto di assumere ogni tanto uno bravo, o no?

Montanelli, Biagi, Brera, tanto per citarne tre del passato. E oggi Gianni Clerici, Eugenio Scalfari. Li avreste fermati, li fermereste solo perché erano o sono abbondantemente over 70?

L’editoria vive un momento drammatico. Cominciato, a mio avviso, la prima volta che per mascherare un taglio di personale qualcuno si è inventato la frase “Tutti devono sapere fare tutto.” Era il paravento dentro il quale si nascondeva l’accorpamento delle mansioni, non per ottimizzare il servizio ma per fare guadagnare di più chi di quel giornale era il proprietario.

Il mondo è pieno di frasi ad effetto create per mascherare qualcosa. Quella del “serve gente giovane” è una delle tante che mi fa imbestialire. Ma io sono un vecchio e per di più pensionato, non ho diritto di protestare.

Permettetemi almeno di precisare che non sto dicendo di portare l’età pensionabile oltre il centesimo anno di età…

Sto solo cercando di dire che, nel rispetto delle leggi attuali che regolano l’uscita dall’attività, il lavoro dovrebbe essere assegnato secondo i meriti, non guardando l’anno di nascita o il genere di appartenenza.

Papà allenatore e ultras, che sventura!

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E’ TORNATO a vincere un torneo e improvvisamente mi sono ricordato di lui.

Per un attimo mi è sembrato che stessi leggendo la storia di un veterano, di un tennista sul viale del tramonto che era riuscito a piazzare l’ultima stoccata.

La confusione è durata un attimo, so benissimo che Bernard Tomic ha solo ventuno anni. Ma ne ha fatte e passate così tante che è come se ne avesse vissuti almeno il doppio.

L’Australia in crisi di talenti aveva puntato su di lui, lo chiamavano A-Tomic Blast: la raffica atomica. Li aveva incantati con un rovescio che faceva male, un ottimo servizio e tanta solidità negli scambi da fondocampo. Era stato un autentico talento da junior e saliva in fretta la classifica da professionista fino ad arrivare al numero 27 del mondo a 18 anni.

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Quando vinci, i giornalisti non si fanno tante domande. Anche i tifosi guardano solo il lato positivo delle cose. Tutti sapevano che Bernard aveva problemi con il resto del mondo. Soffriva di una sindrome da accerchiamento, non sentiva amore e fiducia attorno a lui. Lo sapevano, ma allo stesso tempo gli piaceva ignorarlo.

Lui ripeteva continuamente la stessa frase: “Sono un vero australiano?” Lo chiedeva a tutti, poliziotti compresi.

Il dubbio gli veniva dal fatto di avere un papà croato e una mamma serba, dall’essere lui stesso nato in Germania, sbarcato nella Gold Coast quando aveva meno di quattro anni.

A picconare la sua fiducia ci pensava John Tomic, il padre. Era stato lui a regalargli la prima racchetta quando aveva solo sei anni. L’aveva comprata per cinquanta cent a una svendita a esaurimento. Una Slazenger con cui Bernard si era innamorato del tennis.

Era il 1999.

Nel 2005 arrivava il primo contratto con l’IMG.

John non aveva mai giocato a tennis nella sua vita, eppure era convinto di potere essere la guida tecnica del ragazzo. Aveva lasciato il vecchio lavoro di tassista e si era dedicato alla preparazione del figlio. Quando le cose non andavano come pensava dovessero andare, urlava e insultava tutti. Avversari compresi. Lo avevano cacciato quando Bernard era junior, lo avevano sospeso a tempo indeterminato quando era professionista.

Il ragazzo era costantemente pieno di dubbi e in totale sfiducia. Lo psicologo Jeff Bond diceva: “Pensa solo ai soldi e alla popolarità, non più allo sport che pratica. Avrebbe bisogno di un amico con cui parlare. Non solo di un padre che lo gestisce sempre e comunque.” Sulla stessa lunghezza d’onda il tecnico ed ex giocatore Darren Cahill che aveva postato su Twitter: “Qualcuno lo metta su un aereo e lo spedisca a casa. Ha bisogno di ritrovare se stesso.

Tomic rotolava all’indietro. Viveva in una sua dimensione. Correva come un folle in macchina, neppure tre multe nello stesso giorno riuscivano a frenarlo. Sembrava avesse addirittura tentato di strangolare un amico, ma lui si era difeso dicendo che era tutto un gioco. Si era lasciato con una fidanzata, poi con un’altra. Aveva cercato di svicolarsi dal blocco paterno. Con Tony Roche e Pat Rafter era durata poco. Pat Cash non aveva neppure voluto cominciare.

rotto

La carriera stava precipitando. E aveva solo vent’anni. Il papà non si arrendeva. Giustificava qualsiasi errore del figlio e dava sempre e comunque la colpa agli altri. Fino a quando nel maggio del 2013 non aveva aspettato Thomas Drouet (foto sopra), lo sparring di Bernard, fuori da un albergo di Madrid e l’aveva aggredito fratturandogli il naso, procurandogli una ferita lacero contusa all’arcata sopraccigliare sinistra e alcuni traumi abrasivi nella parte posteriore del collo.

A quel punto la squalifica era diventata definitiva. Non lo volevano più nell’area di gioco, non sarebbe potuto entrare neppure se si fosse comprato il biglietto.

Bernard perdeva sul campo e non faceva nulla fuori per recuperare. L’episodio che l’aveva riportato sui giornali era datato novembre dello scorso anno. Tre foto all’interno del SinCity Nightclub sulla Gold Coast lo ritraevano mentre una coppia di ballerine di lapdance praticamente nude si dimenava sulle sue ginocchia.

Cominciava il 2014 ritirandosi al termine del primo set contro Rafa Nadal agli Australian Open. Si operava all’anca. Tornava a giocare e perdeva in 28 minuti e venti secondi contro Jarno Nieminen a Miami: la partita più breve dell’intera era Open. Falliva le qualificazioni a Roma e Madrid. Perdeva al primo turno contro Kazan a Nizza e Gasquet al Roland Garros.

Indietro, indietro fino al numero 124 all’inizio della scorsa settimana: peggior risultato degli ultimi tre anni.

Poi cominciava il torneo di Bogotà, un ATP 250 con un prize money di quasi 700.000 dollari. E lo vinceva, battendo quattro giocatori che lo superavano in classifica compreso in finale Ivo Karlovic: numero 29 del mondo.

E così mi sono ricordato di Bernard Tomic, il giovane vecchio. Il “bambino” come l’ha chiamato la stampa di casa per sottolineare il suo comportamente non certo da uomo maturo.

Un altro potenziale campione che ha voluto tentare la roulette russa.

Il genitore/allenatore raramente esalta il talento del figlio.

padre

Fin da piccoli, parlo dai 5/6 anni in su, i bambini vengono sottoposti a uno stress da prestazione che raggiunge il suo apice attorno ai 12/15 anni. Il gioco scompare, la gioia di divertirsi tra coetanei affoga negli stimoli a fare sempre meglio, sempre di più. Così è stato per Bernard.

Situazione che si è aggravata con il passare del tempo. John Tomic (foto sopra) ha pensato di rimuovere qualsiasi ostacolo potesse impedire al suo ragazzo di andare avanti. Insultava e minacciava rivali, arbitri, sparring, pubblico. Il giovanotto deve aver pensato che quello fosse il modo giusto di vivere e si è adeguato.

La generazione dei genitori ultras esiste da tempo. Ora, di pari passo con l’imbarbarimento della società, sta facendo passi all’indietro da gigante. E a farne le spese sono i ragazzi.

Bernard Tomic è tornato a vincere cinque partite di fila, un torneo. Niente di trascendentale, ma è pur sempre un nuovo inizio. A 21 anni ha tutto il tempo per riprendersi la gioventù.

 

Bundu tra sogni, intrighi e rimpianti

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VEDERE la famiglia Bundu in giro per il mondo è un piacere. André e Frida, i figlioli, sono pieni di entusiasmo. Leonard e Giuliana sembra non si stanchino mai. Difficile capire, se non li conosci, quanto possa essere duro il lavoro del papà pugile.

Leo ha sguardo attento e risata pronta. Sembra proprio che la vita gli sorrida. Eppure di problemi ne ha avuti anche lui.

È nato a Freetown, babbo della Sierra Leone e mamma fiorentina. Lui architetto che lavorava per il governo, lei insegnante di matematica. Media borghesia insomma, ma il giovanotto non si sentiva pronto per restare nei confini della normalità. Entrava e usciva da piccole bande, partecipava con orgoglio a qualche rissa. Riempiva le giornate di problemi per i genitori.

Aveva sette anni Leo quando è morto il papà. Ne aveva 16 quando è sbarcato a Firenze con la mamma avendo ben chiari nella testa alcuni concetti. Doveva smetterla di cacciarsi nei guai e doveva tenersi alla larga dal calcio.

Di questo sport non capisco niente. Non so giocarlo, da bambino mi scartavano subito. Dopo la morte del babbo vivevo con mamma, mia sorella e un gruppo di cugine. Tutte donne che mi ripetevano in continuazione “Basta calcio, non esiste solo quello”. E io ho creduto alle loro parole. Così adesso quando mi invitano a qualche trasmissione e si parla di pallone io faccio la figura del cretino.

Prima di capire che doveva cambiare strada ha impiegato un po’ di tempo. È entrato in palestra quasi per caso, più per farsi nuovi amici che per praticare uno sport. Il locale era a poche centinaia di metri da casa della mamma a Firenze. È stato lì che ha scoperto la boxe, se ne è innamorato e non l’ha più lasciata.

Da dilettante si è levato qualche soddisfazione, oro ai Giochi del Mediterraneo del ’97 e bronzo ai Mondiali del ‘99, ma poteva fare di più. E questo lo sa. Faceva il pugile senza troppo impegno.

Ero poco serio per uno sport così duro.”

ebu bundu vs moscatiello 1

Si stava lasciando scivolare lungo la strada della noia. Persa la voglia di allenarsi, mancavano gli stimoli per andare avanti. Si era così ritrovato a 31 anni con una scelta importante da prendere. E aveva deciso. Si sarebbe assunto tutte le responsabilità. Adesso sapeva cosa avrebbe fatto da grande: il pugile professionista.

Accanto a ogni grande uomo c’è una grande donna. Non sono parole messe lì per caso. La storia di Leonard Bundu (foto sopra, a destra, contro Moscatiello) lo conferma.

Giuliana ha cambiato la mia vita, le ha dato una svolta. Grazie a mia moglie ho capito che era arrivato il momento di crescere.”

Di esperienze ne aveva messe abbastanza in cascina. Per un periodo di tempo si era sentito strano dentro. Pelle nera e accento toscano facevano sorridere la gente che lo incrociava in strada. Il razzismo no, non l’ha conosciuto. A parte qualche “Sporco negro” urlatogli in faccia nel bel mezzo di una litigata.

Niente di grave.”

E poi c’era la Firenze multietnica, ma anche “Una città che faticava ad accettare nuove entrate, che si chiudeva a volte in cerchie ristrette e per chi veniva da fuori diventava tutto un po’ più difficile.”

La famiglia gli ha regalato tranquillità. E il professionismo gli ha anche dato qualche soddisfazione economica, oltre che sportiva.

Attaccante dotato di buona tecnica, ma non della castagna che stende i rivali, Leo è il miglior rappresentante della boxe italiana. È un piacere vederlo combattere. Ha talento, senso tattico e classe cristallina. Mi fa un po’ rabbia sapere che la sua popolarità è ristretta nei confini del pugilato. Fuori dalla nicchia di estimatori, fuori da Firenze non ha avuto quel che meritava. Un po’ per colpa di un lavoro di promozione che non è nelle corde della boxe di casa nostra, un po’ per la disattenzione dei giornalisti che difficilmente si accostano a un campione di pugilato per il solo fatto che è bravo.

Piero-Pelu-e-Leonard-Bundu

Tifosi fedeli ne ha tanti, tra questi c’è anche Piero Pelù (foto) ex Litfiba ma anche ex compagno di Antonella, la sorella di Leo.

Oggi Bundu è a una svolta della carriera. Per sua sfortuna tira pugni in una categoria, quella dei welter, che è piena di fenomeni (Mayweather, Pacquiao e Porter detengono i titoli di sigla). Ma un angolino, anche solo per il piacere di togliersi uno sfizio, se lo sta ritagliando.

L’1 agosto a Wolverhampton nel West Midlands dell’Inghilterra difenderà l’europeo contro Frankie Gavin, cliente assai scomodo e anche lui in corsa per l’occasione mondiale. Poco più di due settimane dopo a Carson, California, si affronteranno Dell Brook e Shane Porter detto Sthowtime per il titolo Ibf. Il prossimo sfidante alla corona verrà dal match tra Dan Ion e il vincente di Bundu-Gavin.

Incroci, sfide, sogni. Ma senza perdere di vista la realtà. Il 21 novembre Leo compirà 40 anni. L’età in cui avrebbe voluto chiudere con la boxe.

Diciamo che mi sono posto come limite i 40, vado avanti fino a quel giorno. Poi, basta. Non ce la faccio più.”

Me l’aveva confessato non molto tempo fa. Molto probabilmente ci ha ripensato. Perché lui è uno che non si accontenta mai. Prima della sfida con Daniele Petrucci mi aveva detto che il sogno era quello di disputare almeno una volta l’europeo. Ora che non solo l’ha conquistato, ma lo ha anche difeso cinque volte, si chiede perché non dovrebbe provare con qualcosa di più importante.

Giusto, lo merita.

Mentre cerca di capire cosa gli riservi il domani pugilistico, Leo ha messo le basi per il futuro della vita. Ha lasciato Firenze e si è trasferito con la famiglia a Cisterna di Latina. È entrato a far parte dell’attività della famiglia della moglie. Coltivano peperoncini e ne sfruttano i derivati: oli, polveri, marmellate.

cucina

Nel tempo libero si diverte in cucina. Hanno un forno a legna e lui mi ha giurato di essere un maestro con pizze e pane. A fargli da guida ancora una volta Giuliana che fino a qualche tempo fa curava un blog di cucina sul web (Giuliana, Leonard, André e Frida in una foto di Giovanni Bortoloni per il libro “Ricette delle nuove famiglie d’italia” di Benedetta Cucciedito da Pendragon).

Papà della Sierra Leone e mamma fiorentina lui. Padre napoletano e mamma austriaca lei.

Siamo cittadini del mondo” commenta Leonard accompagnando il tutto con una risata.

È una bella persona questo ragazzo di quasi quarant’anni che per la seconda volta consecutiva va a difendere quello che è suo all’estero. Le borse buone sono fuori dai nostri confini (poco più di 60.000 euro il compenso per l’intero clan di Bundu, manager e maestro compresi), questo è certo.

E poi da queste parti fare il pugile sembra sia diventato una colpa. Il silenzio assoluto o quasi domina l’attività dei nostri fighter. Anche di quei campioni che hanno capito gli errori e da più anni si sono incamminati sulla giusta strada. Anche di quelli che sul campo di gara, sia esso un ring, un tatami o una pedana hanno conquistato titoli e gloria.

premio

Quelli come Leonard Bundu insomma. Uno che l’European Boxing Union ha riconosciuto come miglior pugile della stagione 2013 (foto).

La sua storia e la sua boxe meriterebbero di più. Spero che almeno in questa occasione in cui si gioca titolo e futuro contro un rivale estremamente pericoloso, la stampa italiana si levi di dosso la cronica pigrizia e lo celebri come merita.