Quindici anni fa il ciclone Tyson travolge la Gran Bretagna. Storia di quei giorni…

Mike TysonQuindici anni fa Mike Tyson travolgeva Lou Savarese sul ring dell’Hampden Park di Glasgow. Prima aveva travolto l’intera Gran Bretagna. Questo è il racconto di quei giorni.

Il fatto è accaduto al Grosvenor House Hotel di Londra, in una suite da due milioni e mezzo a notte. Due avvocati si sono presentati in albergo, hanno bussato alla porta del signor Mike Gerald Tyson e gli hanno presentato un’ingiunzione di pagamento (le cifre sono in lire):

1. Orologio con diamanti e zaffiri: 420 milioni

2. Braccialetto di smeraldi e diamanti: 510 milioni

3. Due orologi tascabili con diamanti: 340 milioni

Totale: 1.270 milioni (a cui vanno aggiunti gli interessi)

L’ingiunzione era stata depositata all’Alta Corte di Londra dallo studio Kerman&Co, uno dei più famosi della città. La rivendicazione veniva da Laurence Graf, proprietario di una gioielleria in Bond Street. Il pugile aveva fatto spese lo scorso gennaio, quando era venuto in Inghilterra per il suo primo match europeo. Non aveva mai pagato. Era certo che lo avesse fatto Frank Warren, l’organizzatore della riunione di allora e di quella di domani. Per convincerlo a saldare i suoi debiti, aveva anche minacciato di lasciare l’Inghilterra a 24 ore dalla sfida con Julius Francis. Il promoter lo aveva rassicurato. Non ha mai messo mani al portafoglio.

warrenRicevuta l’ingiunzione, Tyson ha chiamato Warren. La ricostruzione di quello che sarebbe avvenuto nella suite dell’ex campione del mondo è stata fatta dal quotidiano scozzese Glasgow Daily Record. Iron Mike avrebbe urlato ogni tipo di insulti, picchiato l’organizzatore, minacciato di lanciarlo dalla finestra (la suite è al settimo piano). Solo l’intervento della sicurezza dell’albergo avrebbe evitato guai peggiori. «Pensavamo volesse ucciderlo» ha detto un testimone oculare al quotidiano. L’autista di Warren avrebbe accompagnato il promoter in un ospedale privato dove gli sarebbe stata riscontrata la frattura di quattro costole e della mascella destra. Fin qui il giornale.

«E’ tutta immondizia, denuncerò li denuncerò» ha dichiarato in un comunicato Frank Warren, dopo di che è scomparso e per la prima volta non ha presenziato alla conferenza stampa che precede una sua riunione.

Ieri Mike Tyson, per gioco, si è diverto a ballare (vestito con un kilt rosso e blù) sul tetto della Mercedes da 120 milioni che l’organizzatore gli ha messo a disposizione. Il danno? Sei milioni di lire.

-Tyson, cosa c’è di vero nelle voci di una rissa con Warren?

«Non vendo e non fumo crack».

-Ma ha minacciato di lanciarlo dalla finestra?

«Se non ho lanciato dalla finestra Don King, non lancerò dalla finestra nessuno».

arbitroa terraE’ più arrogante che mai il vecchio Mike («Io sono due volte più uomo di tutti quelli che parlano di me»). Se ne va in giro con un cappelletto beige di Armani, maglietta nera e pesante giubotto a ripararlo dal clima autunnale di questa città grigia. Davanti all’albergo stazionano una cinquantina di persone che vogliono un suo sguardo, un autografo, un saluto. Lui sorride e per un attimo dimentica di essere inseguito da drammi e tragedie.

Se la vita di Mike Tyson è un inferno, per lui e soprattutto per quelli che lo incrociano, quella di Lou Savarese è la storia di un bravo ragazzo di famiglia. Origini italiani nel passato (il nonno era di Sorrento), tradizioni di casa nostra nel presente: ha fatto il viaggio di nozze tra Pescara, Milano e Como; ha chiamato Ciro, in onore del papà, il primogenito che è nato otto settimane fa. E’ vegetariano, ha una moglie che l’adora. Luisa fa la maestra elementare e vorrebbe venire a lavorare un anno in Italia con quegli scambi culturali che sono frequenti tra i due Paesi. Luisa lo ama, ma non vedrà il match alla tv. Non ce la fa, soffrirebbe troppo. Non guarderà l’incontro neppure la mamma di Lou, è stata operata pochi giorni fa: quattro by-pass per dare forza al cuore. E’ a lei che dedicherà un’eventuale successo. E sì perchè, se Tyson rimarrà tranquillo, all’Hampden Park di Glasgow ci sarà una riunione.

Steve Fitch urla. L’uomo chiamato coccodrillo riempie di parole il salone del peso dove mille persone si danno spintoni e strillano improperi per rubare un centimetro di spazio e vedere Mike Tyson salire sulla bilancia. Fitch è un ex galeotto, uno dei tanti che affollano il clan di Iron Mike. Ha passato otto anni in prigione per omicidio preterintenzionale, sequestro di persona e rapina a mano armata. Adesso fa il buffone di corte, minacciando i nemici dell’uomo che paga i suoi viaggi in giro per il mondo. E’ un copione già visto decine di volte, ma in questa occasione ha i toni sfumati, tutto sembra più finto di sempre.

fitchMike Tyson è di buonumore, sale sulla bilancia e segna 100.600. E’ il segnale di una preparazione più curata di quanto tutti noi crediamo.

La burrascosa vicenda con Frank Warren, il promoter non si è visto neppure ieri, ha portato Iron Mike all’ennesimo capolinea della sua vita. Ora Shelly Finkel dovrà fare miracoli per riuscire a trovargli altri teatri dove esibirsi.

Mike lo sa, ma per la prima volta sente di avere qualcuno veramente vicino. «Allah mi ha dato quest’ultima occasione. Posso riprendermi quello che è sicuramente mio: il mondiale dei pesi massimi. Lo so, sono stato io a rovinare tutto. Ma Lui mi ha riportato sulla giusta strada e, un piccolo passo alla volta, sto andando a recuperare quello che era mio». Ha un’idea precisa anche dei tempi in cui l’evento dovrà tenersi. «A settembre voglio definire la questione e togliere a Lewis quel titolo che mi appartiene».

Anche Lou Savarese, come era già accaduto in passato a tanti avversari di Tyson, diventa un protagonista passivo. E’ grande e grosso, ma la sua presenza viene appena avvertita. E lo sguardo con cui ha lasciato ieri la sala non era esattamente quello di un indomito guerriero pronto alla battaglia. La scheda ufficiale fornita dall’organizzazione (che ha tutto l’interesse a magnificare le doti dei duellanti) dipinge in modo chiaro il valore dell’italo-americano: «I suoi punti deboli? Scarsa capacità difensiva; mancanza di velocità; poca resistenza ai colpi: è andato al tappeto sei volte; prolungata inattività: non combatte da dieci mesi». Perchè mai dovrebbe battere Iron Mike?

pesoCome sempre, Holyfield escluso, l’unico che può sconfiggere Tyson è Tyson stesso. La sua mente, di questo ne sono certo, è sotto stress. Non prende più gli antidepressivi ordinatigli dal medico per curare i problemi psicologici che lo accompagnano in ogni ora della sua vita. Questo lo rende irascibile, violento, poco razionale. Potrebbe fare del male a se stesso.

Sembra siano stati venduti trentamila biglietti. Ha ragione Tyson quando dice che il mondiale di Lewis contro Grant ha fatto fatica a trovare acquirenti, mentre a lui per riempire il Madison Square Garden basterebbe masturbarsi sul ring. Per chiudere sulle dotte citazioni di Iron Mike, riporto quella contro la regina Elisabetta: «Io l’ultima volta che sono venuto in questo Paese ho lasciato qui l’80% dei miei guadagni e lei non è venuta neppure all’aeroporto a salutarmi».

Lou Savarese lascia il salone senza che nessuno si curi di lui. Iron Mike è ancora sul palco a giocare, a ridere e scherzare.

Tyson non sa incanalare, nei limiti posti dalle regole, la sua violenza esplosiva. Ha distrutto in 38″ i sogni e la resistenza di Lou Savarese, aggrendolo con una furia devastante, togliendogli forza e lucidità. E poi ha continuato a colpire, ignorando il tentativo di fermare il match fatto dall’arbitro John Coyle, finendo con il picchiare anche lui. Ho visto la faccia di Mike trasformarsi, diventare feroce, quando ha capito che l’avversario stava soffrendo. Era un animale che sentiva l’odore del sangue della preda. Era un uomo pericoloso.

Ha detto a Jim Gray, di Showtime-Tv: «Voglio uccidere la gente, voglio squartare i loro stomaci e mangiare i loro bambini».

In conferenza stampa hanno chiesto a Shelly Finkel, il suo manager: «Come commenti questa dichiarazione?»

Quel tranquillo signore ha risposto: «A Mike piacciono i bambini»,

«Sì, ben cotti» ha urlato dal fondo il giornalista Mike Katz.

La sala è stata scossa dalle risate.

Quel bravo figliolo di Lou Savarese è riuscito a tirare un solo pugno, un jab sinistro, neppure andato a segno. Dopo 11″ era già a terra, ce lo aveva mandato un gancio sinistro alla tempia. Dopo 38″ era ko.

Adesso tutti parlano di Lennox Lewis.

«Voglio il tuo cuore, voglio mangiare i tuoi bambini. Voglio strapparti il cuore e fartelo mangiare», queste il pacato messaggio lanciato dal signor Mike Gerald Tyson subito dopo il match.

0Lennox Lewis ha detto che potrebbero incontrarsi all’inizio del prossimo anno. La Commissione Atletica del Nevada ha confermato che molto difficilmente concederà la licenza a Tyson. La Gran Bretagna, bastava leggere i giornali di ieri, è terra bruciata. Showtime e Hbo non hanno ancora cominciato a trattare. Frank Warren (l’occhio destro rosso e la camminata rigida) sembra abbia deciso di non denunciare Iron Mike per l’agressione rivelata dal Glasgow Daily Record. «Shelly Finkel gli ha fatto dimenticare tutto con cinque milioni di dollari» ha detto Mike Marley: giornalista, manager, ex uomo di fiducia di Don King. Sarà anche così, ma lo stesso Warren non ha promesso nulla: «Non so se tornerò ad organizzare un match di Tyson. Dovrò pensarci a lungo».

«Sono il più brutale e spietato pugile di sempre» insiste l’ex campione del mondo.

«Mike è salito sul ring carico di rabbia, il match è durato troppo poco per smaltirla tutta» limita i danni Finkel.

Tutto sommato mi è andata bene, poteva picchiare me e tutti i trentamila spettatori che hanno preso acqua e freddo allo stadio di Hampden Park.

«Sono Sonny Liston» urla Tyson. Come lui, è l’anima nera del mondo. Ex galeotto, pugile di grande potenza e infiniti problemi. Solo sul ring sapeva gustarsi la vita. Pugni, violenza. Un unico modo di esprimersi. Liston è finito ucciso in un triste albergo di Las Vegas. Hanno fatto credere che fosse vittima di un’overdose. Ma lui aveva il terrore degli aghi, la verità andava cercata da un’altra parte.

«Scopriremo la morte di Tyson leggendo su un giornale che lo hanno accoltellato in un vicolo di New York» ha detto Larry Holmes. Molti la pensano come lui.

«Sono il pugile più brutale e selvaggio di sempre» urla Iron Mike.

Le sue grida volano nel vento umido di pioggia di una Glasgow sempre più triste.

 

 

 

 

 

Advertisements

Il presidente Brasca difende Fpi, Aiba e Falcinelli. Oliva replica alle contestazioni…

olivaSul sito della Fpi, il presidente Alberto Brasca ha replicato a quanto detto da Patrizio Oliva in un’intervista che gli ho fatto nei giorni scorsi

Scrive Brasca. “È un attacco ingeneroso che mi ha sorpreso e amareggiato ma non posso che prenderne atto. Ognuno è libero di pensarla come vuole. Mi pare però doveroso, per chiarezza verso i nostri tesserati e appassionati, rispondere alle questione sollevate”.
1) L’Italia è fuori dalle WSB”.  Si, nella passata edizione abbiamo ritenuto di aiutare e sostenere il rilevante impegno organizzativo e finanziario della Italia Thunder perchè il torneo consentiva la qualificazione olimpica. Abbiamo qualificato infatti Manfredonia mancando di un soffio la doppia qualificazione di Mangiacapre e Vianello. Per tutti i partecipanti è stata comunque una straordinaria opportunità di misurarsi ad alto livello e quindi di crescere.
L’edizione 2016 non prevede la qualificazione olimpica e si sovrappone temporalmente al torneo continentale di qualificazione olimpica. Abbiamo pertanto deciso di concentrare la preparazione dei nostri atleti verso il torneo di qualificazione olimpica, non inserendo a calendario l’impegno delle WSB, che peraltro ha visto la stessa Italia Thunder rinunciare formalmente all’iscrizione per la prossima stagione.
Rivendico con convinzione questa scelta.
2) Il passo falso dell’APB”. Personalmente non ho mai nascosto le mie perplessità sul format APB, soprattutto sul versante della sostenibilità degli oneri finanziari di cui  l’AIBA si è fatta carico direttamente. Abbiamo consentito la partecipazione degli atleti richiestici, primo perchè sono stati offerti loro contratti molto vantaggiosi a totale carico AIBA, secondo perchè il torneo APB offriva l’opportunità della qualificazione olimpica, felicemente conseguita da Clemente Russo.
È un’affermazione infondata che la FPI abbia speso “somme ingenti per l’attività di un solo atleta”.  Sul punto preciso che i due eventi AIBA svoltisi a Milano e che hanno visto come protagonista Russo sono stati a totale carico dell’AIBA e degli organizzatori privati dell’evento. Nessuna spesa è gravata sulla FPI.
Non so se e come l’AIBA darà seguito all’esperienza APB. Di sicuro si può affermare che nessun osservatore serio può ravvisare nell’avvio dell’esperienza APB la genesi della crisi del professionismo italiano e internazionale, che ha ben altre cause e che più volte sono state illustrate. Paradossalmente mi sento di dire che forse è vero il contrario: il “rischio APB” ha stimolato una risveglio del professionismo tradizionale.
3)L’AIBA non si cura del dilettantismo, tranne che per due manifestazioni, Mondiali e Olimpiadi”. Si possono rivolgere le critiche più feroci all’AIBA o a qualunque altra istituzione pubblica e privata. La libertà di critica è per me sacra. Ma non si possono fare affermazioni che non rispondono alla realtà. Mai, dico mai in tutta la storia della boxe dilettantistica internazionale si è avuto un calendario così denso di tornei e campionati, promossi e organizzati dall’AIBA, come in questi ultimi anni. Non è una valutazione, è un fatto.
4) La FPI doveva minacciare il boicottaggio olimpico”. I due precedenti che conosco sono quelli degli USA alle Olimpiadi di Mosca e quelli dell’URSS alle Olimpiadi di Los Angeles. Furono già allora due scelte sciagurate ma in qualche modo giustificate da un duro conflitto politico tra  due grandi potenze internazionali. La FPI che boicotta le Olimpiadi per opporsi ad un progetto dell’AIBA sarebbe una sfida temeraria al comune senso del ridicolo.
In tutti gli sport ci sono organismi internazionali sovraordinati alle Federazioni Sportive Nazionali ed è una condizione ovviamente necessaria per consentire uniformità di regole a livello internazionale. L’AIBA comprende 195 federazioni e alle sue regole, peraltro democraticamente approvate nei congressi, ciascuna Federazione Nazionale è tenuta ad attenersi, se intende partecipare alle competizioni internazionali ed avere il riconoscimento di federazione olimpica.
Lo sottolineo ancora una volta perchè a qualcuno sfugge: stare alle regole internazionali non è un’opzione discrezionale ma un obbligo giuridico. A meno che non si ipotizzi un pugilato autarchico!
5) Falcinelli ha molto da farsi perdonare”. Non so quali sono le gravi colpe attribuite a Falcinelli nei confronti del pugilato italiano. Scorrendo il suo curriculum di pugile, di tecnico societario, di responsabile delle nazionali azzurre, di dirigente federale e internazionale credo che il pugilato italiano gli sia debitore almeno di un po’ di riconoscenza. Ed anche tanti campioni che ha valorizzato e portato ai massimi successi! Non credo abbia bisogno di essere difeso da me. Lo farà da solo se ritiene e se ne avrà il tempo e la voglia.
6) La FPI si è privata dei professionisti ed ha tagliato gran parte dell’attività dilettantistica”.  L’accusa è precisa e circostanziata. Ma è infondata. Stiamo ai fatti.
Sui “professionisti” rivendico con orgoglio quello che in piena sintonia con la Lega Pro Boxe abbiamo portato avanti. Abbiamo accelerato il processo di autonomia della Lega, abbiamo concertato regole nuove e più snelle, siamo usciti dalla gabbia della Legge 91/81 con forti vantaggi fiscali per le Società Organizzatrici e per l’intero comparto Pro, abbiamo semplificato i protocolli e le visite mediche consentendo una contrazione dei tempi e dei costi, riversiamo alla Lega l’intero ammontare delle quote di affiliazione e tesseramento nonché la riscossione delle tasse organizzative, ci assumiamo le spese arbitrali per i titoli italiani, provvediamo alla copertura assicurativa dei pugili tesserati, abbiamo favorito il passaggio al settore Pro che oggi è il doppio dei tesserati rispetto a dieci anni fa, valorizziamo gli eventi professionistici ed i singoli pugili su Boxe Ring e sui nostri siti web. Erano anni che non si registrava una voglia di ripresa del mondo del professionismo italiano come in questa stagione. Non ne rivendico il merito. Registro il fatto.
Sul fronte “dilettantistico” vorrei che qualcuno mi spiegasse dov’è il taglio “di gran parte” dell’attività. Sotto il profilo quantitativo negli ultimi dieci anni abbiamo raddoppiato i tesserati e l’attività: si svolgono da qualche anno in Italia circa mille riunioni con diecimila combattimenti l’anno, un plafond mai raggiunto nella storia del pugilato italiano. Sotto il profilo qualitativo siamo oggi stabilmente tra le prime dieci squadre al mondo. Partecipiamo con una intensità senza precedenti e con successi significativi a tutti i campionati internazionali junior, youth e schoolboy organizzati sotto l’egida dell’AIBA e della EUBC. Il movimento femminile ci sta regalando soddisfazioni impensate ed è in continua crescita. Nel settore giovanile mai come adesso i bambini sono al centro dell’attenzione federale. Al Trofeo nazionale del CONI, in corso in questi giorni a Lignano Sabbiadoro, siamo presenti con rappresentative di bambini provenienti da ben 15 regioni. E’ dunque evidente che non c’è stato alcun “taglio” di attività.
7)L’ammanco milionario della Federazione”. Nessuno, ma proprio nessuno, ha mai minimizzato la gravità dei fatti che hanno pesantemente colpito la nostra Federazione in quegli anni.  E’ pur vero, però, che Sino alla scoperta del misfatto nessuno ha mai avuto il minimo sospetto di quello che stava accadendo. L’abilità delittuosa della funzionaria infedele e la furbesca diluizione negli anni delle sottrazioni effettuate hanno tratto tutti in inganno. E’, per contro, altrettanto vero ed incontestabile, e lo rivendico con orgoglio, che una volta venuti alla luce i fatti vi è stata una pronta e corale reazione amministrativa e giudiziaria che ha portato in breve tempo alla condanna dei responsabili – in sede penale, civile e contabile – e recentemente anche della Banca tesoriere, per una negligente gestione dei conti correnti. E preciso che azioni per il risarcimento proseguono con rigore e, sia pure con i tempi della giustizia italiana, ci hanno già consentito alcuni recuperi ed altri significativi pensiamo siano ormai vicini all’esito finale. Credo sia da respingere fermamente, dunque, il tentativo di strumentalizzare una vicenda accaduta molti anni fa e rispetto alla quale la FPI ha posto in essere ogni dovuto e consequenziale atto. Si sono nel frattempo succeduti due Congressi e credo davvero sia tempo di chiudere quella triste pagina e guardare avanti.

Ho chiesto al campione olimpico e mondiale di rispondere alle contestazioni

Patrizio, parliamo delle Wsb.
“La Fpi, come dice Brasca, ha fatto il torneo perché consentiva la qualificazione olimpica. Risultato dell’investimento: un solo atleta qualificato, Manfredonia. Adesso l’Italia è fuori dall’edizione 2016. I fatti confermano quello che avevo detto”.

I professionisti dell’Aiba, l’Apb.
“Brasca dice che le riunioni di Milano sono stati a totale carico dell’Aiba e dell’organizzatore dell’evento e io gli credo. Ma leggendo il sito federale, per altri eventi simili, si ha un’impressione diversa. “La FPI ringrazia tutti gli Enti Patrocinanti (Regione Lazio, Assessorato Qualità della Vita Cultura e Benessere del Comune di Roma e il CONI), (Sting Sports, Boxeur Des Rues, Energetic Source, Gruppo Cita, Human Tecar, Pizza e Mortazza, Acqua Egeria) … che hanno collaborato sia all’organizzazione che alla riuscita dell’evento” (Roma, 24 ottobre 2014). “Il Campione del Mondo 2013 … si è trovato di fronte sul ring del Centro Sportivo ItalCementi (serata organizzata dalla FPI con la collaborazione della Bergamo Boxe)  …” (Bergamo, 21 novembre 2014). Sulla validità del torneo vorrei che fosse Brasca a esaminare i fatti, cioè i pugili partecipanti, e dicesse se sono il meglio che la boxe mondiale di oggi possa offrire”.

L’Aiba, dice il presidente, ha a cuore il dilettantismo.
“Oggi la federazione mondiale si chiama International Boxing Association, ha tolto la parola Amateur (dilettante) lasciandola solo nel logo. Mi sembra una chiara dichiarazione di intenti su quali siano le priorità in casa Aiba. Hanno a cuore il dilettantismo e chiamano professionisti i loro dilettanti e li fanno combattere su 3 riprese, poi su cinque da 2’, di nuovo su 3. E ancora su 6, 8, 12 e ancora su 3…”.

Brasca ha definito “una sfida temeraria al comune senso del ridicolo” la possibilità di un boicottaggio olimpico.

“Il mio era chiaramente un paradosso. Lui parla anche di democrazia. A me non sembra molto democratica la clausola che vieta ogni contatto con qualsiasi ente professionistico e impone un professionismo esclusivamente targato Aiba pena l’esclusione dalle Olimpiadi. Sono atteggiamenti che meritavano almeno una contestazione ufficiale”.

Il presidente dice che Falcinelli ha sempre operato bene.

“Non ho criticato l’operato di Falcinelli come pugile, allenatore della nazionale o presidente della Fpi. L’ho criticato come dirigente dell’Aiba. E poichè, come molti (e chissà che tra questi non ci sia anche lei), non condivido la politica di quell’Ente, ho pensato che fosse sbagliato appoggiarla in toto. L’Aiba non ha il monopolio dei mali del pugilato moderno, sarebbe ridicolo pensarlo. Speravo che il presidente avesse maggiore considerazione della mia intelligenza. L’Aiba però si muove attuando sistemi che non tengono in alcun conto altri organismi legali e riconosciuti e non offre alternative ai lavoratori professionisti. Diventarne portavoce, a mio avviso, reca solo danni al movimento pugilistico. Questo era il concetto che ho cercato di esprimere”.

La Fpi, i professionisti e i dilettanti.

“La Lega Pro Boxe sarà l’unica a gestire il professionismo dal primo gennaio 2016. E questo, è vero, sarà un risultato raggiunto grazie anche alle scelte federali. È certo presidente che sia qualcosa di cui vantarsi? Spero che lei si voglia prender gioco di noi quando dice “il “rischio APB” ha stimolato una risveglio del professionismo tradizionale”. Rischio? L’80% degli ori olimpici sono passati al professionismo tradizionale, nessun campione è passato all’Aiba. E poi augurarsi che arrivi un diluvio con la speranza che dopo ci sarà il sole mi sembra un modo diciamo insolito di vedere la realtà”.

E per ultimo la questione dell’ammanco in Federazione.

“Brasca dice che la “furbesca diluizione negli anni delle sottrazioni effettuate hanno tratto tutti in inganno”. Mi permetta presidente, colpevole è chi sottrae denaro pubblico, ma altrettanto colpevole (di inefficienza, mancato controllo, incompetenza) è chi consente che il reato sia perpretato per anni. Nell’intervista citavo Milas Kundera e “L’insostenibile leggerezza dell’essere”: “E si disse che la questione fondamentale non era: Sapevano o non sapevano?, bensì: “Si è innocenti solo per il fatto che non si sa? Un imbecille seduto sul trono è sollevato da ogni responsabilità solo per il fatto che è un imbecille?”. Non dico che i capi della Federazione fossero degli imbecilli, dico che il solo fatto di non sapere non li assolve. Non mi sembra che nessuno dei dirigenti federali che avevano l’obbligo di controllare abbia mai chiesto scusa agli affiliati. Solo a quel punto sarà arrivato il momento di chiudere quella triste pagina e andare avanti”.

 

 

 

Branco vs Malignaggi, europeo welter 24 ottobre a Sheffield. Quasi fatta…

europeoPaul Malignaggi ha superato facilmente Laszlo Fazekas (27-21-1), pugile ungherese che aveva il compito di testare le condizioni attuali dell’italo americano dopo la severe sconfitta prima del limite contro Danny Garcia.

Adesso parte la fase più impegnativa del programma.

Sembra proprio che il 24 ottobre alla Sheffield Arena vedremo l’europeo dei pesi welter tra il detentore Gianluca Branco (45 anni, 49-3-1, le tre sconfitte subite contro pugili come Matthew Hatton, Miguel Cotto e Arturo Gatti) e Malignaggi (34 anni, 34-7).

Branco ha conquistato il titolo il 22 novembre scorso battendo per kot 5 Rafal Jackiewicz.

Il match dovrebbe essere inserito in una riunione organizzata da Eddie Hearn che avrà come clou il titolo Ibf dei welter ta Kell Brook (35-0) e Diego Gabriel Chaves (23-2-1).

L’Ebu ha già dato l’ok alla disputa del match. Leonard Bundu resta lo sfidante ufficiale.

Hearn sembra voglia proprorre al vincente di Branco vs Malignaggi la possibilità di affrontare Ezekiel Brinsly Reid Brook, meglio conosciuto come Kell Brook, se questi superasse, come si pensa, Chaves.

Nella serata vedremo anche l’europeo dei supergallo tra Gavin McDonnell (13-0-2) e Jeremy Parodi (37-2-1).

Stasera Paul Malignaggi sarà allo stadio Meazza per assiste alla principale partite della giornata di Serie A tra la capolista Inter e la seconda in classifica Fiorentina. Domani mattina ripartirà per gli Stati Uniti per riprendere la sua attività di commentatore televisivo.

Storia di Junior, ragazzo triste che sogna la NFL: è alto 2,13 e pesa quasi 200 kg…

koverIl ragazzo si farà, ma non ha certo le spalle strette.

Non è il Nino di De Gregori. Lui si chiama John Kram, ha 17 anni e vive in California dove gioca lineman nella squadra di football americano Martin Luther King High School di Riverside. Non puoi non notarlo.

È alto 2,13 e pesa 199,5 chili.

Non poteva essere altrimenti. John Robert (il papà) è 2,10, Cindy (la mamma) arriva a 1,83. Lui era già 1,84 alla fine delle elementari per 151 chili.

Problemi con la sua mole ne ha sempre avuti.

1Fatica a trovare i vestiti, per questo deve comprarli solo online. Fatica a trovare le scarpe, sono pochi i negozzi che hanno in vendita il 55. E fatica anche a dormire. Si deve stendere in diagonale anche sul letto di casa.

John, che gli amici chiamano Junior, non ha avuto la stessa infanzia degli altri ragazzini. Era spesso triste. Faticava a trovare amici. Adorava andare a Disneyland, ma non riusiciva a godersi alcun gioco. Non entrava nelle macchine, negli scivoli, nelle case dei misteri e in qualsiasi altro divertimento.

Poi ha scoperto il Football Americano. È lo sport che fa per lui.

2Ma sembrava che anche lì non ci fosse gioia per Junior. Cadendo, aveva fratturato il braccio di un compagno. Voleva andare via, si sentiva inadeguato. Pensava di essere solo fonte di guai. Il coach gli ha spiegato che un incidente involontario può capitare a chiunque, l’ha convinto a continuare.

Ora ha fatto una selezione nazionale a Los Angeles. Molte squadre di College (campionato NCAA) hanno dimostrato interesse. Ma gli hanno detto che dovrà perdere peso per acquisire maggiore mobilità.

squadraE così si è messo a dieta, pollo e pesce per un totale di tremila calorie giornaliere. Se il programma alimentare lo porterà a perdere i chili che servono entrerà nella NFL e sarà il più grosso giocatore che questo campionato abbia mai avuto. E ritroverà il sorriso.

Si chiamava ancora Clay, aveva paura di volare e a Roma ’60 non avrebbe mai vinto se…

koverNel 1960 aveva volato verso l’Olimpiade di Roma indossando per l’intero viaggio un paracadute. L’aereo continuava a ballare. Ogni turbolenza era seguita al massimo da venti minuti di tregua, poi ne arrivava un’altra. Scossoni continui, a volte sembrava che l’aeroplano andasse giù in picchiata, pensavi che niente potesse fermarlo. Poi, come per magia, si stabilizzava.

“Air pocket” dicevano gli americani, noi li chiamavamo “vuoti d’aria”. Seduto nelle prime file, assieme ai compagni di squadra, un ragazzo dalle guance piene e i capelli ricci, stringeva forte al petto il paracadute che aveva comprato in un negozio di residui bellici prima di partire. E quando la turbolenza passava, riprendeva a parlare.

Cassius Marcellus Clay parlava, parlava, parlava. Non si fermava mai, era il suo modo per tenere lontana la paura. Qualche anno dopo avrebbe imparato che le parole potevano essere usate anche per combattere.

Joe Martin era il suo primo allenatore. Un signore alto, magro, con pochi capelli e un paio di baffetti sottili. Un poliziotto che gestiva una palestra e aveva capito quanto talento e determinazione si nascondessero in quel chiacchierone.

Martin aveva dovuto parlare per quattro ore prima di convincerlo a salire sull’aereo.

divisaQuando era entrato per la prima volta in palestra, Clay era uguale alle migliaia di ragazzi che l’avevano preceduto. A Joe Martin non aveva dato la scossa, lo aveva accolto come uno dei tanti.

Nessuno scopritore di talenti avrebbe capito al primo colpo chi avesse davanti. C’era voluto un anno per scoprire le carte. Cassius aveva una determinazione unica nell’inseguire il grande sogno. Ma aveva anche una velocità che nessun altro pugile possedeva. Nè quelli della sua età, nè quelli più grandi. Sapeva sacrificarsi, era

impossibile convincerlo a non uscire per ultimo dalla palestra. Lui e Joe Martin avevano lavorato tanto, Cassius aveva raggiunto buoni risultati e adesso che avrebbe dovuto raccogliere i frutti più importanti, si rifiutava di partire.

Seduti su una panchina del Central Park di Louisville, Clay e Martin continuavano a studiare la situazione.

spogliatoio«Perché non posso andare a Roma in treno come ho fatto per i Golden Gloves?».

-Perché i treni non viaggiano sull’acqua, Cassius. E tra l’America e l’Italia c’è l’Oceano.

«Potrei prendere la nave».

-Sarebbe un viaggio troppo lungo e faticoso.

«E allora non vado».

-E allora perdi la più grande occasione della tua vita.

«L’aereo mi fa paura».

-Non c’è altro mezzo.

«E se andassimo con la tua station wagon? Ne abbiamo fatti di viaggi assieme su quella macchinona».

-C’è l’Oceano, Cassius, non dimenticarlo. E poi anche in California, per i Trials, siamo

andati in aereo.

«E ancora non ho dimenticato la paura che mi ha fatto compagnia durante tutto quel volo. Avevo lo stomaco sottosopra, ero terrorizzato. No, non parto».

-Stai per buttare via la possibilità di diventare un grande pugile. Devi andare a Roma, vincere l’Olimpiade e farti conoscere dal mondo intero.

«Ci penserò su»

palasportAlla fine, Cassius Marcellus Clay quell’aereo l’aveva preso. E ora si ritrovava al centro dell’incubo che gli aveva fatto compagnia nelle notti che avevano preceduto il suo viaggio più importante. Ma stavolta non si trattava di un sogno. Era la realtà. L’aereo ballava e lui stringeva al petto il suo paracadute da guerra.

Era seduto su un posto lato corridoio. Lontano dal finestrino. Non aveva alcuna intenzione di guardare fuori. Non voleva trovarsi faccia a faccia con il suo grande nemico, la paura di volare. Ancora una turbolenza. Poi, finalmente, l’atterraggio all’aeroporto di Roma.
Era l’agosto del 1960. Cinquantacinque anni fa.

La favola di Cassius Marcellus Clay poteva cominciare. Ancora non sapeva che, diventato Muhammad Ali, avrebbe conquistato il mondo.

 

Malignaggi è a Milano. Mi ha detto: L’europeo sarà il sigillo della mia italianità

koverPaul Malignaggi ha 34 anni e un record di 33-7. È stato campione del mondo Ibf dei superleggeri e Wba dei welter sconfiggendo Vyacheslav Senchenko fino a quel momento imbattuto dopo 32 math. Figlio di genitori siciliani, ha vissuto la sua gioventù a Bensonhurst, Brooklyn, New York. Sabato disputerà per la prima volta un incontro in Italia. Combatterà al Teatro Principe di Milano contro l’ungherese Lazslo Fazekas (27-21-1) in un match che sarà trasmesso qualche giorno dopo da Sportitalia.
Malignaggi è arrivato stasera, mercoledì 23 settembre, a Milano (rifinirà la preparazione alla Opi Gym, foto sotto). L’ho intervistato. È un bel personaggio, non lo scopro certo oggi. Un pugile spettacolare, uno che ha a cuore le emozioni dei tifosi. Leggete cosa mi ha detto.

Paul, bentornato in Italia. Hai fatto buon viaggio?

“A parte il fatto che mi hanno perso le valige, direi di sì”.

Che effetto ti fa questo tuo debutto in Italia?

“Sono orgoglioso di combattere qui. Anche se il match è a Milano e io mi sento uomo del sud, sarò felice di esibirmi su una piazza così importante”.

Hai bei ricordi del nostro Paese?

“Ci sono venuto spesso, anche recentemente. Ho passato a Siracusa il mese di agosto. Mamma è di lì, papà invece è di Palazzolo. Visito spesso i miei parenti”.

opiE cosa ti ha conquistato della Sicilia?

“Il mare e, purtroppo, il cibo”.

Purtroppo?

“Sono goloso. Cannoli e arancini mi piacciono tanto. E quando torno negli Stati Uniti sono sempre qualche chilo sopra il limite consentito…”

Vieni da Marbella. Ti sei allenato lì?

“Sì, sono arrivato venerdì per assuefarmi al fuso orario. Sono con il mio team: Salvatore Scalora, Anthony Catanzaro, Orlando Carrasquillo. Anche se non è un match per il titolo ci tengo a fare bella figura”.

Hai combattuto il primo di agosto contro Danny Garcia. Non ti sembra un po’ presto tornare sul ring?

“Alla mia età devo combattere con maggiore frequenza. Non posso permettermi lunghe pause, rischierei di perdere il ritmo”.

Cosa ti senti di promettere alla gente che verrà a vederti?

“Vorrei offrire un grande spettacolo. Voglio fare un bel match per fare capire a tutti quanto mi senta orgoglioso di essere italiano. Mi piace essere un campione sul ring e anche fuori. Vincere in questa occasione mi sembra un obiettivo minore. Devo regalare emozioni”.

Ti senti orgoglioso di essere italiano, quindi al titolo europeo tieni molto?

“Lo vedo come un occasione per mettere il sigillo sulla questione. Io sono italiano da parte di genitori, ma anche da parte di nonni. Parlo italiano, amo questo Paese. L’europeo sarebbe un modo meraviglioso per dire al mondo quanto sia felice di avere conquistato un titolo così importante da italiano”.

Conosci Gianluca Branco, l’hai visto combattere?

“L’ho visto dal vivo due volte. Contro Miguel Cotto e contro Arturo Gatti. È uno tosto, uno che sa farsi rispettare. Ha qualità. Anche se quei due match li ha persi, ha dimostrato di essere un campione. Sarebbe un bel match”.

Cambiamo un attimo discorso. Pensi che il ritiro di Floyd Mayweather jr sia definitivo?

“Fossi nei suoi panni continuerei a combattere. Ha ricevuto molte offerte. Il prossimo anno l’MGM Grand aprirà un’altra Arena a Las Vegas che sarà il doppio di quella attuale e vorrebbe inaugurarla proprio con un match di Mayweather. Gli farà un’offerta talmente alta che sarebbe folle rinunciare”.

Torniamo al titolo europeo. Che sensazione ti dà il pensiero di poterlo disputare?

“Mi emoziona. Sarà un’esperienza speciale, qualcosa che mi farà provare le stesse sensazioni di un mondiale. Perché, anche se a livello assoluto vale di meno, ha attorno degli aspetti speciali. Mi servirà a sentirmi ancora più italiano”.

paulie-malignaggi-shadow-boxes-onnbsp10-9-in-bro-1144Quale è il tuo ricordo più bello di tanti anni di pugilato?

“Ce ne sono tanti. Il primo titolo da dilettante, il debutto da professionista: una notte splendida, indimenticabile. Ho avuto la fortuna di vivere molte esperienze forti, molti momenti emozionanti. Anche se alla fine i mondiali sono quelli che ricordo con maggiore affetto”.

Sei cresciuto in una zona difficile di New York, cosa ricordi di quei giorni?

“A quei tempi Brooklyn era piena di problemi, molti di più di quanti non ne abbia adesso. Ero un ragazzo vivace, così i miei genitori hanno pensato di farmi scaricare tutta questa voglia di menare le mani in una palestra. È stato mio nonno, Umberto Vinci, ad accompagnarmi. I parenti di sicuro non pensavano che alla fine sarei diventato un pugile. Volevano solo togliermi dai guai”.

La boxe ti è piaciuta al primo impatto?

“Sì. È stata la prima volta nella vita che ho temuto di perdere qualcosa. Fino a quel momento non mi spaventavo di niente, perché non ero legato a nulla. Il pugilato mi ha conquistato subito e non volevo perderlo per nessuna ragione al mondo”.

E tu piacevi al pugilato?

“Non era facile capirne i meccanismi. Ma proprio per questo mi sono attaccato ancora di più. Sono fatto così. Se una cosa mi piace ed è difficile, io mi accanisco e mi impegno fino a quando non riesco a farla. Sono una testa dura. All’inizio prendevo botte, ma andavo avanti. Non ho mai pensato di finirla lì”.

Dopo il match, torni subito negli Stati Uniti?

“Ho degli impegni televisivi, faccio il commentatore. Ma porto sempre nel cuore la Sicilia. E conto di tornarci presto”.

Appuntamento dunque a sabato. Cosa vedremo?

“Un grande spettacolo”.

Ali e Frazier, quarant’anni fa il match più drammatico. Thrilla in Manila…

kover

È stato uno dei più drammatici match nella storia della boxe. A Manila l’1 ottobre 1975 Muhammad Ali sfidava Joe Frazier per il mondiale dei massimi e alla fine del combattimendo confessava: “Nella mia vita non sono mai stato così vicino alla morte”. The Thrilla in Manila era apena stato celebrato.

Primo gong.

C’è grande tensione nell’aria. Le offese di Ali hanno lasciato il segno. Smokin’ Joe è un mare in tempesta. Avanza ondeggiando, schiuma rabbia. Vuole spazzare via il nemico, l’uomo che ha ricambiato la sua amicizia con terribili e ingiuste parole.

Ali riesce a rimanere elegante nella bufera. Il jab sinistro fa il suo lavoro. Il campione scarica rapidi uno-due. Sono il segnale di una condizione migliore di quella che si pensava potesse avere.

I primi round per lui sono in discesa.

Va via veloce, rapido di braccia, forte nella mente.

Per quattro riprese c’è un solo padrone lassù.

destroali

Fumano i guantoni di Frazier, ma non riescono a incendiare l’incontro. L’altro si rifugia alle corde.

«Vai via da quel dannato angolo, smettila di giocare!» urla Angelo Dundee avvertendo il pericolo.

Fra-zier, Fra-zier, Fra-zier.

Nella quinta ripresa la folla del Coliseum intuisce che qualcosa sta cambiando. Joe spara pugni terribili, quel gancio sinistro è un’arma devastante che stenderebbe chiunque.

«L’ho picchiato con colpi che avrebbero buttato giù le mura della città. E lui è rimasto in piedi», si rammaricherà lo sfidante.

Eppure Ali non è mai stato così fragile, così vulnerabile come in questi momenti.

Rischia di venire travolto da quella furia scatenata che non accenna a concedersi pause.

frazier1

«Non può andare avanti così per quindici round. Non sprecare energie, prima o poi crollerà», Angelo Dundee ne è certo. O finge di esserlo.

Ma Frazier continua ad avanzare, a oscillare sul tronco, a evitare i colpi dritti del campione. Sembra un toro infuriato. Sbuffa e picchia, sbuffa e picchia. È sotto nel punteggio, ma se continuerà a pressare in quel modo, le sorti del combattimento torneranno incerte.

Balla Ali. Per la prima volta dall’inizio del match, balla.

Non l’hanno fermato le mazzate che l’altro gli ha sparato contro torturando il suo corpo sino a farlo urlare di dolore. E adesso sente che è arrivato il momento di chiudere il conto. Ha ancora qualche energia da spendere. Undicesimo e tredicesimo round sono una passerella infernale per Joe. Prende colpi, incassa e continua a venire avanti. Ma adesso c’è meno rabbia in lui. Il mare in tempesta si sta placando.

Nella tredicesima ripresa ventisette volte il diretto destro di Ali va a segno, quei colpi dritti trasformano il volto di Frazier in una tragica maschera. Ha gli occhi gonfi e chiusi. Cerca di sentire il rivale, ormai non lo vede più. I colpi che prende sulla faccia servono a fargli capire dove si trova il nemico. Chiede al dolore di indicargli la strada da percorrere, è l’ultima speranza per vincere.

A-li, A-li, A-li.

biglietto

Il pubblico, come spesso accade, si schiera con chi in quel momento sembra il più forte. Ha capito che per l’altro la storia sta arrivando alla parola fine.

Il quattordicesimo round è un calvario per l’uomo di Filadelfia. La faccia fa da bersaglio fisso per il campione che continua a picchiare.

«Mio Dio, guardalo. Non ha più forza, non ha più potenza. Campione, è tutto tuo».

Dundee, gli occhiali appannati e i capelli appiccicati alla nuca, non ha dubbi.

Per dieci volte l’uno-due di Ali trasforma il volto dello sfidante in un triste punching-ball.

I colpi di Frazier partono di lato, sono soprattutto ganci.

Quelli di Ali seguono traiettorie più lineari, sono diretti, jab, ma anche serie lunghe, interminabili.

Esausti i due protagonisti si preparano agli ultimi tre minuti di uno dei più drammatici match che la storia del pugilato ci abbia regalato.

«Angelo, cut off. Cut ’em off».

Ali non grida, non ne ha la forza. La sua richiesta di aiuto arriva dal fondo dell’anima.

occhiojoe

«Angelo tagliami i guantoni. Tagliali via».

Vuole finirla lì.

Ha le braccia appoggiate sulle corde, lo sguardo rivolto verso il basso, guarda il tappeto dove quella notte ha ballato solo per pochi istanti. Ha dominato gli ultimi round, ma sa di avere esaurito ogni energia.

«Non torno al centro del ring. Quell’uomo è pazzo».

Il vecchio manager non accetta la situazione. Vuole calarsi sino in fondo al dramma. Solo così saprà trovare una soluzione per uscirne vincitori, ancora una volta.

Dall’altra parte del ring, Joe sputa il paradenti. E con il paradenti sputa un fiotto di sangue. Ha l’occhio sinistro pesto e chiuso. Sono due round che da quella parte vede davvero poco.

Eddie Futch gli dà i sali. Poi, fa la più dolorosa delle scelte.

«Joe, cosa c’è che non va con la sua mano destra?».

«Non posso vederla».

«Sto per fermare il match, stai prendendo una punizione troppo pesante».

«No, no. Eddie non puoi farmi questo».

«Non potevi vedere niente negli ultimi due round. Perché pensi che possa cambiare tutto nella quindicesima ripresa?».

«Voglio lui, capo».

«Siediti figliolo. È finita. Nessuno dimenticherà mai quello che hai fatto qui stasera».

Futch chiama Padilla, con i gesti e con le parole gli fa segno che il suo pugile si ferma lì.

Ali fatica ad alzarsi, lo tengono su il dottor Ferdie Pacheco e Bundini Brown, mentre Angelo Dundee si volta lentamente verso il centro del ring. Un mezzo giro della testa gli basta per capire che il suo uomo rimarrà sul tetto del mondo.

Muhammad Ali is in the ring surrounded by his trainers, handlers and doctors after winning in the 14th round against Joe Frazier at the Coiseum in Manila, Oct. 1, 1975. (AP Photo)

Il campione non ha neppure la forza per esultare. Non ha energie per rimanere in piedi. Lo tengono per le braccia gli uomini dell’angolo, ma non può bastare. Ali finisce giù, al tappeto. Ha vinto, ma ha pagato caro quel successo.

«È stata la cosa più vicina alla morte che mi sia capitata di affrontare nella mia vita», sussurra con un filo di voce.

Qualcuno chiede a Frazier.

«Joe, sapevi cosa avresti rischiato se fossi tornato al centro del ring?».

«La vita».

«Ed eri disposto a farlo?».

«».

 

A cento anni fa cinque record del mondo: 100 in 26″99 e poi alto, peso, disco, lungo…

koverCinque record del mondo in un pomeriggio.
Non male. Don Pellmann, nato a Milwaukke e residente a Santa Clara, può essere soddisfatto.
A cento anni compiuti non poteva chiedere di meglio.
Il signor Pellmann, una moglie (Maggie, 92 anni) e tre figli, è venuto al mondo nel 1915. Ha un lontano passato da ginnasta e da specialista dell’alto. Il suo cruccio è l’asta. Quando era più giovane, diciano fino agli ottant’anni, si allenava con un’asta di bambù atterrando sulla sabbia del parco giochi per bambini vicino casa. Ora non ha più tempo e, forse, neppure la voglia.Shorts, magliettina e cappelletto con regolare visiera, Don Pellman ha battuto i primati degli ultracenenari
100correndo i 100 metri in 29″99
altosaltando in alto 90,20 centimetri
discolanciando il disco a 16,65 metri
pesoe il peso a 6,60 metri, saltando in lungo 1,77 metri.

Ha fallito il sesto tentativo di record, quello con il salto con l’asta dove non è riuscito a superare l’asticella posta a 94 centimetri.
Sono abbastanza soddisfatto” ha detto Pellman a Karen Crouse del New York Times che ha raccontato la storia da San Diego dove era in corso l’Olimpiade Senior.
Per la prima volta in cento anni e 127 meeting, Don si è fatto massaggiare da un professionista, Ardy Riego. Non ha però seguito molto i consigli del suo allenatore Bud Hell, ex giavellottista. Invano il coach, 87 anni, gli ha consigliato di bere acqua per non rimanere disidratato. Nonostante i 37 gradi della California il nostro campione si è sistematicaemente rifiutato.
Aveva anche detto no alle medaglie d’oro (“Ne ho fin troppe“), poi ha ceduto alle insistenze degli amici.
Don Pellman, cento anni e cinque record del mondo sotto il sole cocente di San Diego.
Un applauso di cuore.

Ex campione dei massimi salva bimbo di otto anni aggredito da un pit bull

00

Le due del pomeriggio di sabato scorso, South Side di Chicago.
Demarcus Feltus, un bambino di otto anni, sta giocando sulla East 90th Street a Chatham.
Un pit bull esce da una casa del blocco 100 e si lancia di corsa sul ragazzino azzannandogli la gamba. Le urla di Demarcus si alzano nel cielo, ma nessuno scende in suo aiuto. Dolore e paura formano una miscela pazzesca.
Dal nulla esce fuori un omone nero. Un 48enne alto 1.93 per oltre cento chili di peso. Quel signore prende una mazza da golf e cerca di far allontanare il cane dal ragazzo.
La mazza si rompe nella bocca dell’animale inferocito, a quel punto la bestia si avventa contro il soccorritore. Gli morde le mani, le gambe, lo stomaco. L’omone lo tempesta di pugni, sa come fare. E alla fine lo mette ko.
Il nostro eroe si chiama Danell “Doc” Nicholson. Ha rappresentato gli Stati Uniti ai Giochi di Barcellona 1992. Boxe, categoria pesi massimi. È stato sconfitto al terzo turno da Felix Savon. Passato professionista ha vinto il titolo Ibo e ha chiuso la carriera con un record di 42-5-2, 32 successi per ko.

01
È stata dura, mi sembrava di combattere contro una bestia” scherza.
Ruth Baltimore, la nonna di Demarcus, dice che il nipotino è stato fortunato che quell’uomo fosse così forte.
Adesso non fatemi passare per un eroe. Ho fatto quello che ciascuna persona avrebbe fatto. Aiutare un ragazzo ferito. Lo rifarei in ogni momento” dice a Vince Girasole, il reporter che ha curato il servizio per la CbsChicago Tv e ha reso pubblica la notizia.
Il padrone del cane è stato denunciato per averne perso il controllo, non ha neppure la licenza per tenerlo.

Malaika, storia di un’idea folle e vincente. La boxe in aiuto dei bambini cubani

pugiliok

Malaika per me è sempre stato il titolo di una canzone di Miriam Makeba.

Un testo bello e triste, accompagnato da una melodia struggente. Il racconto di un amore povero, di una grande e tormentata passione.

Nei giorni scorsi ho sentito di nuovo quella parola che in swahili significa angelo, ma a volte può anche significare ragazzino. A pronunciarla è stato un signore con uno spiccato accento emiliano. Un ragazzo degli anni Sessanta.

Lui è Samuel Sammy Fabbri e Malaika Aiuti per i Bambini è l’associazione che presiede.

Assieme a un gruppo di amici Samuel lotta contro il turismo sessuale a Cuba, la povertà africana, la mancanza di medicinali in ogni zona povera del mondo.

Da qualche tempo si sono messi in testa un’idea che a prima vista può sembrare folle, se sei ottimista puoi chiamarla ambiziosa, di sicuro mi piace definirla eccitante.

Si chiama Progetto Cuba Boxeo.

ragazzinoguantoni

Portare il pugilato a Cuba è come pretendere di vendere ghiaccio agli eschimési. Ma se interpreti il concetto di sport come aiuto per chi rischia ogni giorno di perdersi sulla cattiva strada, allora le cose cambiano. Da quelle parti molti ragazzini e ragazzine hanno sperimentato sulla loro pelle che se non ti fai tante domande puoi guadagnare in una sola giornata molto di più di quanto i padri portino a casa dopo un mese di lavoro massacrante. L’obiettivo che Malaika si è prefisso è quello di far capire che alla fine di quel percorso c’è solo il buio, spesso la tragedia.

Samuel e i suoi amici (Roberto Celi, Daniel Gombia, Mussa Rajabu Abdu che ha preso il posto di Roberta Paolini ed è diventata il referente in Tanzania, Alexander Limonta, Vanessa Celi e il presidente onorario Eusebio Leal) hanno scelto la boxe come mezzo per aiutare quei bambini a interpretare meglio la vita.

A qualcuno è sembrato strano che un’associazione umanitaria scegliesse il pugilato come ancora di salvezza. È sembrato strano a chi non conosce a fondo questo sport.

La boxe non è solo, come dice la mia mamma, due che si picchiano” mi racconta sorridendo Samuel. Col tempo in tanti hanno capito il concetto.

Il primo ostacolo è stato quello di ottenere il riconoscimento dall’INDER (Istituto Nacional de deportes, educatiòn fisica y recraciòn). Il passato di Malaika come associazione umanitaria impegnata nel mondo attraverso la donazione di materiale sanitario, arti artificiali, medicine, articoli sportivi e musicali in Paesi con problemi diversi ha dato al gruppo un peso sociale importante. Sufficiente per convincire il governo cubano.

Il ring è stato piazzato all’interno di un gruppo di palazzi cadenti e malandati tra calle San José e calle Aguila/Amistad, nel barrio Colòn all’Havana vecchia. Nel centro storico, in un quartiere che quelli del luogo chiamano bandolero. Diciamo, difficile.

Sembra che quella palestra sia lì da sempre.

ingresso

Una scritta sulle lamiere accoglie i piccoli atleti.

Gimnasio de boxeo. Niños de Cuba. Centro Habana.

E poi la bandiera nazionale e l’indirizzo email dell’associazione (associazionemalaika@gmail.com).

Il ring è appoggiato in fondo a uno spazio che ha per confini tre palazzi.

allenamento

Mura annerite dal fumo e dal tempo, vernice scrostata, colori che hanno conservato appena un vago ricordo del passato. È un ritorno all’antico, a chi viene dalle palestre italiane sembra di fare un viaggio all’indietro sino agli anni dell’immediato dopoguerra quando tutto aveva l’odore della sofferenza e c’era tanta voglia di ricominciare.

 

Sotto, sull’asfalto, i ragazzini fanno ginnastica e mimano i colpi. Anche loro, come quei giovanotti iracheni di cui ho parlato qualche tempo fa, usano il muro come punching ball. Non si lamentano mai. Se ne stanno tutti in fila ad ascoltare le parole dei maestri. E sognano un futuro da campioni.

Gli insegnanti ufficiali e a tempo pieno sono Daniel Casanova e Jorge Donatiel, sono loro che quotidianamente faticano, soffrono e si entusiasmano per un lavoro che amano. Ma non è una rarità vedere da quelle parti Josè Gomez: oro olimpico ai Giochi 1980 e ai Mondiali del ’78. Uno che nella finale olimpica di Mosca è riuscito a battere Alexander Savchenko, il picchiatore sovietico che sino a quel punto del torneo aveva messo ko tutti i suoi rivali.

A dare una mano c’è anche Alexander Lorenzo Limonta, ex pugile della nazionale e grande amico di Malaika.

O addirittura il mitico Felix Savon, tre volte oro ai Giochi.

Parlare ai bambini, insegnare la nobile arte, fargli capire quanto sia importante il rispetto delle regole, delle persone, di se stessi.

È questo il difficile compito dei maestri. E la boxe è il mezzo che usano con passione e amore.

kevinerisdani

Sono trentadue i giovani, dagli otto ai ventuno anni, che frequentano gratuitamente il gimnasio, la palestra a cielo aperto che ha catturato il cuore e la fantasia dei piccoli cubani.

Ricordatevi di me. Mi chiamo Kevin Zamora, sono il futuro campione di boxe della mia Cuba”, sguardo pacioso ma buon talento e tanta grinta per questo ragazzino di otto anni che cerca tra le sedici corde una risposta alle sue domande.

È mancino. Come lo è il suo amico Erisdani, 10 anni.

La boxe è la mia grande passione. Un giorno difenderò i colori di Cuba ai Giochi Olimpici. Mi chiamo Erisdani Moiron”.

Malaika Aiuti per i Bambini è nata nei primi anni Novanta. Il progetto Cuba Boxeo è del 2013.

Samuel ha praticato il pugilato. Ha cominciato per caso. Viveva anche lui in un quartiere difficile, Barca a Bologna: un’alta concentrazione di alloggi popolari. Ogni mattina saliva sul 18, un autobus con due fermate a rischio: Barca, appunto, e Pilastro. In uno di quei giorni in cui ti sembra che l’unica soluzione sia menar le mani, Samuel si è sentito battere sulla spalla da un signore.

Mi chiamo Tonino Tarozzi, faccio il maestro di boxe alla Sempre Avanti. Perché non vieni a trovarmi?”.

SA

Era appena nato uno splendido rapporto di stima e affetto che resiste ancora oggi che Tonino purtroppo non c’è più. Sammy la boxe l’ha fatta per molti anni. E a Cuba è anche andato ad allenarsi. Alexander Limonta lo ha portato in una palestra mitica intitolata a Kid Chocolate, nato Eligio Sardiñas Montalvo e diventato il primo campione del mondo cubano. In quel gimnasio il fuoriclasse caraibico si allenava, si preparava a stupire il mondo. C’era magia tra quelle vecchie mura e Samuel ne è rimasto contagiato per sempre. Innamorato di Cuba e della boxe.

Anche il rapporto con la Sempre Avanti Bologna si è fatto ogni giorno più forte. Ed è stata proprio la società emiliana a donare guantoni, fasce, paracolpi e molto altro ancora a Malaika. Non è detto che un giorno non si faccia un vero e proprio gemellaggio con doppia trasferta e relative esibizioni.

Samuel ha un passato da guida turistica e istruttore subacqueo. Ora edita un giornale, “L’appennino a cavallo”, che si occupa di eventi e trekking.

Lui e quelli di Malaika sono stati tra i primi a portare aiuti in Kenya e in molte altri Paesi africani o ad Haiti subito dopo il terremoto. Ogni volta hanno dovuto ingaggiare lunghe battaglie con le compagnie aeree (Kenya Airways, Turkish, Air France, Klm) per ottenere un costo accessibile per il trasporto della merce. Tanto per dare un’idea, quando sono andati ad Haiti hanno portato tre quintali di materiale sanitario…

Recentemente hanno raggiunto un accordo con Air France e Klm. Ora il trasporto non è più un problema.

bambino

Malaika Aiuti per i Bambini si impegna su più fronti, sostenuta dalle proprie forze, dalla voglia del gruppo di fare qualcosa di concreto per chi soffre e dalle donazioni di materiale piuttosto che di soldi di chi ancora pensa che al mondo sia meglio vivere assieme che da soli, di chi è convinto che uno spazio comune sia di tutti e non di nessuno.

Samuel, Roberto, Daniela, Mussa, Alexander, Vanessa ed Eusebio hanno capito l’essenza del pugilato. Fortificare se stessi per capire gli altri e, scesi dal ring, lottare assieme a loro nel rispetto delle regole. Ancora un colpo a segno da parte di uno sport troppo spesso travolto dalle critiche di chi non lo conosce.

Se qualcuno di voi volesse contattarli, aiutarli o soltanto capire può chiedere amicizia sulla pagina Facebook di Malaika Aiuti per i Bambini o scrivere all’indirizzo email associazionemalaika@gmail.