La Spagna esce dalla boxe pro’

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PRIMA o poi doveva accadere. La Spagna ha acuito ufficialmente il distacco tra il terzo mondo pugilistico e le grandi potenze della boxe. Presto arriveremo a una mappatura più precisa di quelli che sono i reali valori di questo sport. Da una parte Stati Uniti, Germania, Inghilterra e tanti altri Paesi in cui il pugilato è vivo, florido. Nazioni in cui ci sono arene piene, promotori con soldi a sufficienza per allestire grandi programmi, televisioni che trasmettono regolarmente incontri (un inciso: la chiusura annunciata di Sportitalia a partire dall’1 novembre è un colpo per tutta l’informazione sportiva, ma anche e soprattutto per la boxe che aveva in quella rete un punto di riferimento importante). Dall’altra avremo nazioni che vivranno la loro vita dietro il sipario. Perché dei dilettanti se ne parla (e solo per qualche giorno) esclusivamente in occasione di Olimpiadi e Mondiali.

Con una lettera a Mauricio Sulaiman (nella foto riproduciamo il documento ufficiale), direttore esecutivo del Wbc, e una nota informativa apparsa sul sito della Federazione Pugilistica Spagnola, il presidente della Federazione iberica Antonio Martin Galan ha tolto la sua nazione dal panorama del pugilato professionistico. Ha scelto l’Aiba, il dilettantismo in esclusiva.

Questo il testo della nota: “Alla luce dei recenti sviluppi e seguendo le raccomandazioni dell’AIBA, il nostro presidente ha interrotto i suoi rapporti con il World Boxing Council e l’Ebu, enti dedicati alle organizzazioni professionistiche di pugilato.

La lettera esprime, in maniera leggermente più estesa, lo stesso concetto.

Il campione Wbc dei medi, l’argentino Sergio “Maravilla” Martinez ha svolto una parte fondamentale della sua carriera in quella nazione. E’ stato lì che ha ricevuto aiuto, protezione e opportunità dalla Federazione, quando era diretta da Ruben Martinez, all’epoca anche vice presidente del Wbc.

Sergio Martinez, ha così commentato il fatto sul sito del World Boxing Council: “E’ una decisione deplorevole che può essere capita solo perché è stata presa per salvaguardare gli interessi del pugilato olimpico sotto la pressione intollerabile dell’Aiba. I monopoli che si vogliono creare sono dannosi per la concorrenza e per il lavoro all’interno del mondo pugilistico.

La boxe professionistica spagnola ha avuto inizio nei primi decenni del secolo scorso e può vantare undici campioni del mondo. Ci sono Javier Castillejo, Pedro Carrasco, “Perico” Fernandez, Miguel Velazquez, Jose Manuel Duran, Cecilio Lastra, José Antonio López, Gabriel Campillo, Kiko Martinez e Jorge Mata. Il primo pugile spagnolo che ha conquistato un titolo mondiale è stato Baltazar Sangchilli nei pesi gallo.

Oltre a questi ci sono stati altri atleti di grande popolarità come il basco Paulino Uzcudun, che ha combattuto contro i migliori pesi massimi del suo tempo, tra cui Joe Louis e Primo Carnera ed ha vinto per tre volte la corona continentale. Idoli della Spagna intera sono stati Josè Urtain e Roberto Castanon, picchiatori, potenti e capaci di infiammare il pubblico sino a riempire le arene come accadeva una volta quando, dalla metà degli anni Venti alla metà degli anni Settanta, Madrid e Barcellona erano le capitali della boxe europea. Ora, è tutto finito.

Che fine faranno i professionisti di quel Paese? L’annuncio non gioverà a nessuno. Non gioverà certamente a  Kiko Martinez che ha in programma il titolo Ibf dei supergallo per il 21 dicembre contro Jeffrey Mathebula. Con quale affiliazione combatterà? E, soprattutto, chi ratificherà il suo match dal momento che dovrebbe svolgersi a Elche nella Comunità Valenciana?

Non se ne gioveranno i quattro campioni della Comunità europea o i tredici pugili inseriti nelle classifiche Ebu.

E porterà il problema anche in casa nostra. Luca Giacon è affiliato con la Federazione Professionistica Spagnola, che non esiste più. Sotto la bandiera di quale Federazione andrà ora a boxare?

Il World Boxing Council, sul suo sito, ha così commentato la nota informativa della federazione iberica: “Oggi è stato scritto un nuovo capitolo della storia. Il pugilato spagnolo è scivolato in un burrone e questo, ovviamente, non può giovare a nessuno.

Ricordo che l’Aiba aveva negato a sei pugili spagnoli la partecipazione agli ultimi Campionati del Mondo dilettanti appena conclusisi ad Almaty, in Kazakistan, solo alla vigilia dell’evento.

La “colpa” della Federazione iberica era stata quella di avere fatto combattere i propri atleti in una serata giudicata dall’Aiba a carattere professionistico.

Presto vivremo la stessa situazione con la Federazione Pugilistica Italiana? Quando arriverà il ripudio ufficiale del pugilato professionistico da parte della Fpi? Che fine faranno i nostri cinque campioni europei? Michele Di Rocco, Leonard Bundu, Devis Boschiero, Emiliano Marsili, Simona Galassi assieme a tutti gli altri pugili attualmente affiliati con la Fpi attendono una risposta. Possibilmente in termini più rapidi di quella che non è mai stata data a Giulia “Silver Cloud” Grenci. Ricordate? Troppo forte per fare i campionati europei, troppo debole per disputare i campionati italiani…

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Russo batte il popolo del web

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IL popolo della boxe non gode quasi mai. Da quando il web ha ampliato i confini di un mondo che si ciba di lamentele, il movimento della lacrima travolge chiunque abbia l’ardire di sorridere.

Floyd Mayweather è noioso, Vasyl Lomachenko non è quel fenomeno che si dice, Rigondeaux fa una boxe poco spettacolare.

E ancora. Arturo Gatti sì che era un grande pugile, faceva una boxe esaltante. Opinione rispettabile, ma allora perché dare fuori da matti quando si obietta che la boxe è violenza?

Clemente Russo è uno che nel pentolone mediatico ci è finito dal primo momento in cui è salito sul ring. Gli insulti che riceve sono in gran numero superiori ai complimenti. Nei pesi massimi ha vinto l’oro ai Mondiali di Chicago 2007. Ora ha bissato alla grande il successo ad Almaty. Ha conquistato l’argento alle Olimpiadi di Pechino 2008 e Londra 2012. Ha vinto le World Series of Boxing. Ha battuto Danny Price, Oleksandr Usyk, Deontay Wilder, Egor Mekhontsev.

Si può dire che la sua boxe non piace, che spesso è confusa, fatta più di astuzia ed esperienza che di un talento classico. Si può anche dire che sul ring sia sgraziato, poco affascinante. Ma non si può assolutamente dire che non sia un dilettante di valore assoluto. Un campione. Non basta disputare oltre 220 match per essere un atleta di successo. Bisogna conquistare i traguardi importanti.

E lui questi successi li ha sempre inseguiti con determinazione. Ricordate la semifinale dei Giochi di Londra? Contro Mammadov sembrava fosse finita dopo appena un round e due conteggi. E invece ne è uscito vincitore.

A dicembre 2012 un brutto incidente ne aveva segnato la storia. Sul web è stato anche scritto che si era inventato l’infortunio per evitare di affrontare Usyk! La diagnosi medica parlava di due vertebre incrinate e della lesione di un nervo del braccio sinistro che aveva ridotto la sua funzionalità al 30%. Non si è arreso. Ha lavorato duro, ha avuto il coraggio di cercare fuori dai confini della boxe qualcuno che potesse aiutarlo. L’ha trovato in Vittoriano Romanacci, storico coach della lotta azzurra. Si è impegnato, ha recuperato. Ed ha vinto.

Quando in una calda mattinata londinese gli ho chiesto quale fosse la chiave delle sue vittorie, mi ha risposto con quel sorriso con cui sembra prendere in giro il mondo intero.

Cuore e testa. Vinco così. Il cuore per trovare il coraggio di soffrire, la testa per motivazioni e orgoglio.”

E’ onesto con se stesso. Gli ricordavo i fischi del pubblico dopo il bruttissimo match con il cubano Lardouet Gomez e lui replicava.

 “I fischi sono stati la reazione al fatto che non avevano visto del pugilato. Perché, è vero, quella sera di boxe non se ne è vista per niente.

E’ sposato con Laura Maddaloni, judoka. La domanda era stata inevitabile.

Con tua moglie parli anche di pugilato?

Certo, ma più di judo.

Lo hai praticato?

Mi diverte farlo ogni tanto.

Sei bravo?

Non mi hai visto contro il cubano?

Alle critiche è abituato. Gliene sono arrivate a fiumi dopo i primi match olimpici.

È l’invidia, guaglio’. Ho letto un commento molto bello di Marco Maddaloni, mio cognato. Diceva: “Ragazzi, purtroppo l’invidia è l’arma peggiore che viene puntata contro il campione”. Anche se non hai nulla contro Usain Bolt, avresti voluto che vincesse Gatlin. Non può vincere sempre lo stesso. Hanno goduto tantissimo anche sulle sconfitte della Pellegrini. Sono dei gufi maledetti, chi vince dà fastidio. E’ così da sempre. E poi c’è un’altra cosa…

Dimmi…

Stravinci e l’aversario nun nè bbuono, straperdi e si ‘nu scemo, che amma a fa’? Voglio prendere i fischi sino alla fine, me ne strafrotto. L’importante è il risultato. Andrò a casa con una medaglia.

E così era stato Londra, come era stato a Pechino. Come aveva fatto ai Mondiali di Chicago e adesso ha fatto ad Almaty.

Russo sul ring è resistente, abile nella difesa (“Il mio maestro, Domenico Brillantino, mi ha insegnato che è un’arte determinante in questo sport. Non l’ho mai dimenticato”) e sa colpire rapido per poi uscire altrettanto velocemente dalla replica dell’avversario. Porta i colpi attraverso strane traiettorie. Impossibili per chiunque altro, ma non per lui. E fa risultati. E’ questo che deve entrare nella testa di tutti. Fino ad oggi ha centrato vittorie importanti ai massimi livelli. Potrà non piacere, ma è sicuramente un dilettante fortissimo.

Russo è anche uno dei pochi personaggi di grande spessore del pugilato dilettantistico. Ha il gusto della provocazione, sa muoversi davanti alla macchina da presa (sia in televisione che al cinema), regge bene l’impatto con le domande più cattive. Ha un Fan Club che conta quasi settemila aderenti, è stato protagonista di due reality e di una pellicola sulla sua vita tratta da un racconto di Roberto Saviano.

Non so cosa avrebbe fatto da professionista. Mi dispiace non ci abbia provato. Resto dell’idea che un pugile che si limiti al dilettantismo rimanga un incompiuto. Ma rispetto la sua scelta. Come dovrebbe essere rispettata quella di ogni pugile. Solo per salire quei gradini ed entrare sul ring serve un grande coraggio. Quello che sicuramente non ha chi sfrutta l’occasione che il web gli offre per lanciarsi in offese senza limiti.

Vincere quello che ha vinto Clemente Russo non è così facile come pensa chi se ne sta seduto davanti un computer e sa mettere insieme solo parole cattive.

Arrivare quattro volte sul tetto del mondo è impresa di cui pochi sono capaci. Ecco perché Russo merita rispetto. E va appaludito.

Cosa che non si può certamente fare con i politici di mestiere. La Fpi mostra il petto facendosi bella con le tre medaglie mondiali. Fa finta di non sapere che con l’assistenzialismo ai dilettanti di Stato ha azzerato il professionismo e minacciato pericolosamente anche il futuro di un dilettantismo che non ha ancora trovato gli eredi di chi comanda la scena dal 2004.

I dilettanti di Stato

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SONO rimasti in tre, gli stessi che erano saliti sul podio a Chicago. Sei anni fa.

L’Italia continua a vivere alimentandosi del suo passato e senza guardare al futuro. Ma attenti, l’analisi dei risultati va fatta tenendo sempre a mente il quadro intero della situazione.

Questi sono Mondiali di transizione. Il meglio del dilettantismo è passato professionista. Sette vincitori olimpici di Londra 2012 hanno scelto di testare il loro valore assoluto. Tante altre medaglie dei Giochi li hanno seguiti su questo percorso. I nostri no. Non lo fanno ormai dal 2004. Sono eterni dilettanti. Cammarelle, Russo e Valentino (i signori del podio) hanno collezionato in tre quasi settecento match in maglietta!

I dieci della nazionale appartengono ai Gruppi Militari. Nessuno di loro ha mai seriamente pensato a passare professionista. Si sono rifiutati di crescere. Nelle “giovanili” a vita, lo sport dei grandi non fa per loro.

Oggi un dilettante ha una situazione economica più che buona. Stipendio del Gruppo Militare, diaria della nazionale, premi e bonus fanno un pacchetto che i migliori professionisti di casa nostra si sognano. E il salario delle Fiamme Oro, dell’Esercito, delle Fiamme Azzurre o della Forestale è a vita, pensione compresa. La loro scelta sotto questo profilo è dunque giusta, corretta, saggia.

Ma il discorso non può limitarsi a questo.

A livello dilettantistico Roberto Cammarelle e Clemente Russo sono in vetta alla montagna.

Il supermassimo ha vinto tre medaglie olimpiche: bronzo Atene 2004, oro Pechino 2008, argento (per colpa di un furto clamoroso) a Londra 2012. Ed è stato anche due volte campione del mondo. Nello sport sono soprattutto i numeri a indicare la forza di un atleta. E Roberto appartiene alla schiera dei grandi dilettanti. Anche perché da anni combatte nonostante problemi enormi alla schiena gli impediscano di allenarsi come vorrebbe.

Il massimo di Marcianise ha già in carniere due argenti olimpici. Ha battuto, per chi l’avesse dimenticato, Danny Price, Oleksandr Usyk, Deontay Wilder, Egor Mekhontsev. E se aggiungiamo un oro ai Mondiali di Chicago 2007 potremo capire come questo istrione possa non piacere a molti, ma abbia vinto abbastanza per non essere messo in discussione.

Ma quale è il valore assoluto dei nostri?

Nella vita di un atleta che ha scelto la boxe come disciplina in cui misurarsi, il dilettantismo occupa solo una parte del percorso. L’altra è il professionismo che rappresenta la crescita, la maturazione, il confrontarsi su livelli diversi. Se non affronti anche questa seconda fase, sei un incompiuto. E quindi non puoi essere confrontato con gli altri pugili. Teofilo Stevenson, a mio avviso, sarà sempre inferiore a Muhammad Ali. Come Roberto Cammarelle sarà sempre un gradino sotto Francesco Damiani. Cosa avrebbero fatto in un confronto a livello professionistico? Con i se ed i ma non si stilano le classifiche.

Cinque atleti nei quarti di finale in un Mondiale, tre sul podio. Segnale di una nazione in salute? Direi invece risultato figlio di una situazione contingente. Il livello medio è sceso, i migliori sono andati via, i nostri sono rimasti gli stessi.

Io, nonostante questo exploit, continuo a pensare che il nostro pugilato sia in sofferenza. L’investimento totale delle risorse fatto dalla presidenza Falcinelli e proseguito dalla presidenza Brasca ha portato a ottimi risultati a livello dilettantistico, bruciando totalmente il professionismo.

E questo, oltre a fare del pugilato uno sport minore, la dice lunga su cosa ci aspetti.

La Fpi ha circoscritto lo sviluppo a un numero minimo di pugili. Il risultato finale è che, grazie ai dilettanti di Stato, abbiamo goduto di un periodo di vacche grasse. Nel momento di esaltazione generale non posso non pensare che il futuro non sarà nostro. Gli azzurri sono in avanti con gli anni, dietro non c’è quasi nulla. E quello che avevamo (leggi Vincenzo Mangiacapre, un grande talento che rischiamo di perdere) non lo stiamo tutelando.

Tutto questo mi porta con penssimismo a pensare che un futuro pugilistico noi, purtroppo, non lo avremo.

Il pugile miope e vegano

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STAVO aspettando il match di Roberto Cammarelle, quando ho visto inquadrato dalla tv kazaka un gigante afroamericano. Mi ha colpito subito. Non per l’ingombrante capigliatura stile rasta tenuta a freno da un mega elastico, ma perché indossava un paio di occhiali da vista mentre sfilava sin sotto il ring e anche quando saliva i gradini che portavano sul quadrato. Solo una volta all’angolo i suoi secondi glieli hanno tolti. Non mi era mai capitato di vedere sul ring un pugile con gli occhiali. Non perché non esistano pugili miopi o presbidi, ma perché ero convinto che in casi di carenze visive fosse obbligatorio l’uso delle lenti morbide.

Ho preso in mano il Regolamento Sanitario della Federazione Pugilistica Italiana e al comma 9 dell’Articolo 9 ho trovato la risposta al mio dubbio.

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Evidentemente il giovanotto è affetto da una leggera miopia e per il regolamento mondiale può fare a meno delle lenti.

Incuriosito sono andato a cercare la sua storia.

Ho letto il nome sul video: Lenroy Thompson jr. L’ho cercato invano nel sito della Federazione americana, niente anche su Internet. Non ne ho trovato traccia nella squadra Usa ai Mondiali. Poi ho aperto il file con le informazioni che riguardavano il supermassimo Cam F. Awesome ed ho capito.

Ho cominciato a navigare su Google e la storia finalmente è stata più chiara.

Lenroy Thompson jr e Cam F. Awesome sono la stessa persona.

Il 16 febbraio Lenroy ha smesso di esistere ed è diventato Cam F.

Assodato che Awesome sta per Fantastico, la domanda era: per cosa sta F.? Lo ha spiegato lui stesso in una recente intervista a un sito americano.

“Cam, vuol dire Fun, divertente?”

Potrebbe essere

“Vuol dire Family?”

Potrebbe

“Friend?”

Forse

“Non vorrà mica dire Fuc…?”

Esatto!

Quindi Cam Fuc.. Fantastico.

Provocatorio il ragazzo.

Cam è un giovanotto di 25 anni, alto 1.91 per 99 chili di peso. L’anno del fattaccio era arrivato a 123 kg. Il fattaccio è la squalifica di dodici mesi subita alla vigilia dei Giochi di Londra 2012. Aveva vinto i Trial, ma per tre volte non si era fatto trovare ai controlli antidoping della Wada. Aveva sfogato nel cibo la rabbia per il suo peccato. Poi si era trasferito da New York a Kansas City, nella palestra di John Brown (coach del Tommy Morrison dilettante).

Lenroy aveva perso sponsor, assicurazione medica e la grande occasione olimpica. Alla Ringside Gym aveva incontrato Bill Mackey e aveva scoperto la Engine2diet.

Era diventato vegano (la dieta vegana classica esclude tutti gli alimenti di origine animale: carne, pesce, molluschi e crostacei, latte e derivati, uova, miele. Ammette qualunque alimento di origine vegetale, oltre ad alghe, funghi e batteri). In 28 giorni aveva perso 14 chili. Assieme ai chili aveva lasciato anche il suo vecchio nome. L’attendeva una nuova vita.

Sul ring di Almaty, negli ottavi di finale dei Mondiali, ha affrontato Magomedrasul Medzhidov. L’azero, bronzo a Londra 2012, è il campione uscente della categoria avendo vinto l’oro a Baku 2011.

Cam F. Awesome ha perso ai punti, non facendo vedere nulla di quello che aveva promesso (velocità, precisione, ritmo, potenza). Ma ha sempre sorriso, anche quando l’arbitro lo ha contato per un knock down che mi era sembrato più figlio di una scivolata che di un colpo.

Niente paura, oggi Lenroy non esiste più. Lo ha sostituito un gigante miope e vegano, che ha adottato una parolaccia e un’esagerazione come nuovo nome, ma ha ritrovato la pace con se stesso. Ha tutte le ragioni per sorridere.

(Dario Torromeo da Boxeringweb.net)

Il giornalismo sportivo

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I giornali sportivi sono in caduta libera, anche nel mese di maggiore vendita dell’anno (parlo di agosto, il rapporto di cui indico le cifre è quello fra il 2012 e il 2013) hanno registrato un calo preoccupante di vendite (fonte Accertamento Diffusione Stampa): – 18% circa la Gazzetta dello Sport, – 20% il Corriere dello Sport, – 27% Tuttosport. E pensare che agosto 2012 è stato occupato per quasi metà del tempo (12 giorni per l’esattezza) dall’Olimpiade di Londra. E durante i Giochi, come potrete udire dalle parole di qualsiasi dirigente di quotidiano sportivo, “Si vende poco, meno del solito. Anzi, non vendiamo una copia in più”.

“Le cifre durante Pechino 2008 e Londra 2012 dicono il contrario”

“E’ stato il calcio a farci vendere”

Da tempo i giornali sportivi stanno precipitando. Eppure continuano ad usare la stessa formula. Le novità rilevanti sono a quota zero. Le ultime invezioni importanti (interviste e pagelle) risalgono a quasi quarant’anni fa. Dall’inizio degli anni Novanta in poi c’è stata una lenta, ma costante omologazione nei contenuti. Figlia anche dell’impossibilità di accesso alle fonti. I campioni ormai parlano solo con le Tv. Per mancanza di una loro cultura sull’uso dei media, perché non si fidano dei giornalisti, perché apparire in televisione fa più felici gli sponsor.

Le rivoluzioni di Giorgio Tosatti e Gino Palumbo sono state le ultime.

In un recente intervento a Pontremoli, dopo aver ricevuto il Premio Bancarella 2013 alla carriera, Mario Sconcerti ricordava come il suo più grande cruccio fosse quello di non essere riuscito a cambiare il linguaggio dei giornali sportivi nel periodo in cui era stato vice-direttore della Gazzetta e poi direttore del Corriere.

Tutto questo per dire che mi sembra non si faccia abbastanza per combattere quelli che sono i colpi inflitti dalla crisi economica.

Il nemico di sempre è la televisione. Così dicono gli alti in grado, ma è una storia già sentita sin dalla fine degli anni Sessanta. Allora Antonio Ghirelli ribaltò la situazione, trasformando la televisione da nemico in alleato. Lasciando alla tv la cronaca dell’evento e prendendosi tutto il resto.

Ora, in molti casi, la resa è totale. Il racconto di una partita non ha un’evoluzione naturale. Si comincia con gli spogliatoi, si prosegue con le pagelle e in fondo c’è l’analisi della partita.

Ho chiesto più volte il perché di questa scaletta.

La partita l’hanno vista tutti su Sky o Mediaset.”

E’ quasi vero, ma ci sono tre obiezioni grandi come un palazzo davanti a questa affermazione.

Primo. I telespettatori che seguono Sky e Mediaset Premium (quattro milioni e 760mila abbonati il primo, audience massimo di una partita poco sopra 1,8 milioni; due milioni di abbonati il secondo) non rappresentano la totalità dei lettori.

Secondo. Il tifoso/lettore non ha visto solo la partita. Ha guardato anche tutte le interviste. Che sono poi le stesse che appaiono il giorno dopo sui giornali. Perché, forse non tutti lo sanno, le dichiarazioni dei giocatori più importanti vengono fatte solo davanti alle telecamere. I cronisti sono davanti al teleschermo a registrarle. Quindi tutto già visto, già ascoltato, già “letto”. Perché metterlo in apertura del racconto?

Terzo. L’elemento in più che il quotidiano può dare rispetto alla televisione è l’opinione del proprio giornalista. La chiave di lettura totalmente personale che l’inviato offre dell’evento. Perché non si sfrutta questo elemento come si dovrebbe?

Ma qui entriamo in un terreno minato. Una volta nei giornali c’era un eccesso di tecnicismo, gli articoli erano pieni di riferimenti tattici. Oggi si fatica a trovare un chiaro discorso analitico che ci spieghi cosa è successo. Mancano gli specialisti.

Mancano nel calcio, mancano soprattutto in tutti gli altri sport. A volte ci si affida a cronisti che conoscono poco la materia, che si avventurano in semplicistiche valutazioni o scivolano sulla strada più facile di una cronaca senza sentimento. Perché, bisogna avere il coraggio di ammetterlo, sono in numero calante (in modo inquietante) anche i narratori.

Le storie dello sport sono fantastiche. Bisogna avere voglia di scarpinare, studiare, affannarsi e poi bisogna avere la capacità di metterle in un articolo che riesca a farsi leggere.

Altro falso alibi, a mio avviso, è quello legato “all’inutilità” della notizia. Tanto c’è Internet che anticipa tutti, dando informazioni in tempo reale. Perché affannarsi nella rincorsa di quelli che una volta erano chiamati scoop?

In Italia sono 37 milioni gli utenti di Internet (fonte 11° Rapporto Censis sulla comunicazione e Demos-Coop), ma solo il 12% di loro legge i quotidiani online. Il che porta alla conclusione che (in totale) i lettori dei quotidiani online sono circa 4,4 milioni. I tre giornali sportivi, nell’edizione cartacea, da soli mettono assieme 6,4 milioni di lettori. Non mi sembra che il colpevole di tutto possa essere scovato online.

Non vorrei essere frainteso. Tv e Internet sono ostacoli consistenti alla diffusione della stampa su carta. Ma non possono essere l’alibi per il crollo verticale. Non possono essere sempre e comunque citati come scusa per non fare resistenza (gli unici provvedimenti finora adottati dall’editoria sono stati il taglio degli organici).

C’è una diffusa paura delle novità.

Un giorno, qualche anno fa, ho portato in redazione una storia fantastica. Un pugile me l’aveva raccontata in esclusiva. Era il ritratto di un ragazzo cresciuto tra un padre alcolizzato e violento, una sorella tossicomane e la miseria che faceva da sfondo. Diventato uomo quel ragazzo era caduto anche lui nell’alcoolismo e nella tossicodipendenza. La boxe, lo sfinimento degli allenamenti in palestra, la dedizione a un lavoro manuale che lo fiaccava al punto da togliergli qualsiasi altro desiderio lo avevano aiutato a uscire dal tunnel. Quando si era ripreso, quando aveva cominciato a godere di una vita normale, si era strappato un tendine. Sembrava fosse la fine del sogno e il rientro nel dramma di un’esistenza a rischio. Un medico coraggioso lo aveva rimesso in piedi. Ora era guarito e una settimana dopo quella intervista si sarebbe battuto per il titolo mondiale.

Facciamo due pagine. Abbiamo la storia, abbiamo le foto, abbiamo l’esclusiva” avevo proposto pieno di entusiasmo.

Non lo conosce nessuno. Mettiamo tutto in una pagina che è anche troppo

Ecco, credo che sia abbastanza rappresentativo della poca voglia di uscire dagli schemi.

In alcuni elementi dei vertici dei giornali non c’è neppure la voglia di scoprire cosa offra lo sport oltre al calcio.

Quando, prima di andare in pensione, davanti alla richiesta di personaggi importanti da portare in redazione per un forum dissi che mi sembrava una buona idea quella di far venire Federica Pellegrini, mi sentii rispondere: “Ma è conosciuta?

I vertici troppo spesso non lasciano la loro stanza di comando da decenni, non sempre si fidano degli inviati sul posto e questo li porta a non conoscere più la realtà delle cose. Anche loro vivono cibandosi di quello che offre la televisione.

Sono iscritto a un gruppo online su Facebook. Si chiama “Leggo la Gazzetta alla rovescia”. Siamo in tanti a farlo e ci sentiamo ogni giorno di più come i soldati del 7° Cavalleria di George Armstrong Custer a Little Bighorn. Prossimi a essere sterminati da Lakota, Cheyenne e Arapaho. Assediati, soli e senza nessuno che arrivi in nostro aiuto. Ma non ci arrendiamo.

La crisi economica ha portato alla riduzione degli organici, al taglio drastico delle trasferte. Un giornale senza inviati non può farcela. Le storie riprese dalla Tv o da Internet sono vecchie. Non c’è approfondimento che tenga se alla base c’è un’ignoranza della materia. Nel senso che se non si è dentro al sistema, se non si conoscono i dettagli, se non si riesce a parlare con i protagonisti difficilmente si può scrivere qualcosa che possa far dire al lettore: “Ho speso bene i miei soldi.”

I nemici veri del giornalismo sportivo moderno non sono dunque solo Tv e Internet.

E’ nella fretta con cui si confezionano i quotidiani. “Non si fanno più le inchieste” era il motivo ricorrente delle lamentele dei vecchi inviati di qualche tempo fa. La risposta era sempre la stessa: la velocità delle idee e la necessità di consensi pretende un modello flessibile, facilmente modificabile in corsa. E questo non poteva certo essere realizzato mettendo in cantiere un’inchiesta.

Per i giornali sportivi quella risposta non regge. Si sa quasi tutto prima. Le poche volte che la notizia rende necessario lo stravolgimento del timone (l’ordine in cui si susseguono le pagine sull’edizione che andrà in stampa), si può operare senza grandi intoppi e correre ai ripari.

Gli unici stravolgimenti dell’editoria sportiva in tempi recenti sono stati quelli realizzati sul piano grafico. Ora le pagine sono di più facile lettura, rendono spesso più immediato il senso della proposta. Ma, a mio parere, i contenuti sono scaduti e scadono ogni giorno di più.

E, sempre più spesso, c’è un calo di credibilità. Il calcio mercato è diventato ancora di più una corsa a chi la spara più grossa. Cento nomi sui titoli, novantanove non corrispondano al vero. E quando esce il centesimo si mette la foto del giornale in cui era stata data la notizia, con un titolo che sembra ironico (“Noi l’avevamo scritto!”), ma che invece fa solo parte del copione di un film che non mi piace più.

Ci si riempie la bocca parlando di “cultura sportiva”. E poi si scopre che il rapporto tra spazio lasciato agli sport vari e quello dedicato al calcio è al massimo di 15 a 100 su due dei tre quotidiani. E che se alla riunione del mattino provi a proporre un’inchiesta sull’educazione motoria nelle scuole elementari, ti guardano come un marziano tossicodipendente che ha appena cambiato spacciatore ed ha ricevuto una dose tagliata male. Non fa vendere? E’ probabile, ma allora non si invochi la dea cultura usandola come paravento per nascondere la triste verità.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate di tutto questo.

Il silenzio della boxe

Ching-Kuo Wu alle ultime elezioni per la presidenza del CIO, tenutesi a Buenos Aires, ha dimostrato di avere almeno due grandi difetti. Non è in grado di fare valutazioni politiche, non è in grado di procurare consensi all’esterno della sua disciplina. E’ stato infatti l’unico candidato eliminato al primo turno di consultazioni. Vuol dire che non ha saputo creare neppure una parvenza di alleanza. Non si va alla guerra se non è necessario e soprattutto se non si hanno le armi per combattere. E questo dovrebbe essere l’uomo capace di rivoluzionare uno sport difficile ma affascinante come il pugilato?
E poi, perché nascondere il risultato? La sconfitta fa parte dello sport. Annuncio della candidatura con squilli di tromba sul sito ufficiale dell’Aiba. Figuraccia ignorata, senza neppure dare la notizia della nomina del nuovo presidente Thomas Bach.
C’è la speranza che tla disfatta di Wu ci salvi dalla fine ingenerosa che l’Aiba sta programmando per la boxe professionistica? Ne dubito, anzi sono convinto del contrario.
Evidentemente finora non sono stato abbastanza chiaro nell’esporre il mio punto di vista sull’APB, il professionismo targato AIBA. Non lo combatto perché va ad aggiungere una nuova sigla a quelle già esistenti. Sono convinto che lo sbaglio non sia quello di avere dieci, undici o venti sigle. L’anomalia è che ce ne sia più di una. Ogni sport serio ha un campione del mondo. Il pugilato ne ha almeno quattro!

La necessità di avere un solo nome come punto di riferimento è talmente avvertita tra gli appassionati che in giro ci sono più enti che stilano le proprie classifiche, ignorando le varie sigle. Noi adottiamo quelle del Transnational Boxing Ranking Board e ci sembra, ma forse siamo di parte, siano quelle più attendibili (nella foto, Sugar Ray Robinson a sinistra contro Randy Turpin. Era l’epoca in cui il campione del mondo era ancora soltanto uno).
Non mi piace l’AIBA per il metodo che ha deciso di usare per raggiungere i suoi obiettivi. “Le Federazioni i cui professionisti non combatteranno nell’APB saranno escluse dai Giochi Olimpici.” E ancora: “Chiunque partecipi a campionati di altre sigle, sarà escluso per sempre dall’AIBA.” Come chiamereste queste regole? Io sono per la democrazia, per la discussione, per il rispetto delle altrui opinioni. Non posso stare dalla parte di chi vuole imporre con la forza i suoi interessi.
In via subordinata, sono pieno di dubbi sull’efficacia di un professionismo di questo tipo. Sei dei dieci vincitori dell’oro olimpico a Londra 2012 la pensano come me. Hanno detto no all’AIBA: Zou Shiming (minimosca), Luke Campbell (gallo), Vasyl’ Lomachenko (leggeri), Ryota Murata (medi), Oleksandr Usyk (massimi), Anthony Joshua (supermassimi). Hanno accettato di rimanere con l’associazione che fa capo a Wu: due cubani (Ramirez, mosca, e Iglesias Sotolongo, superleggeri); un kazako (Sapiev, welter); un russo (Mechoncev, mediomassimi).
Sappiamo tutti quanto sia difficile lasciare Cuba.
Su questo Paese è stata costruita ad arte la “leggenda” della scelta storica del professionismo. La partecipazione alle World Series of Boxing è stata fatta passare come una decisione epocale. Purtroppo non è cambiato nulla. I soldi che spetteranno alla squadra cubana nelle WSB andranno ai dirigenti che a loro volta ne girerano parte (secondo i propri criteri) ai pugili. Esattamente come era prima. Nessuno sconvolgimento etico, nessuna voglia di rinnegare il passato. Solo un adeguamento, un cambiamento di parole, di termini per una realtà che resta la stessa. Il dilettantismo è morto, lo ha ucciso l’AIBA. Cuba non aveva più un campo dove operare, ha accettato le WSB che restano comunque una competizione ibrida, priva di una precisa identifcazione.
Non rappresentano di certo il professionismo. Non lo sono per il valore medio dei partecipanti, perché negano a chi non fa parte del gruppo di misurarsi con gli altri, perché rifiutano il confronto con i migliori atleti del mondo.
Sento e leggo alcune voci favorevoli alle WSB portare come “prova a favore” il fatto che alcuni professionisti siano stati sconfitti durante incontri ufficiali di quel torneo. Siamo onesti. Si parla di pugili che non si sono mai affacciati neppure alla ribalta europea, che non hanno vinto titoli oltre (e in rari casi) quelli nazionali. Insomma il confronto a livello assoluto va fatto con Marquez, Ward (nella foto), Froch, Mayweather, Rigondeaux, Klitschko. Per favore, siamo seri. Questi sono professionisti.
Germania, Inghilterra e Stati Uniti non hanno il minimo dubbio. Loro rappresentano la boxe moderna. Hanno televisioni che garantiscono attività. I problemi nascono in nazioni povere, di pugili (mi riferisco al numero) e di soldi. L’Italia su tutte.
L’attività langue, i match dei nostri campioni europei subiscono continui rinvii, non sempre le borse per i titoli vengono versate nei tempi previsti. Tutti si lamentano, ma nessuno fa un piccolo passo per cercare di frenare il lento, costante, inarrestabile declino.

Abbiamo cinque campioni d’Europa (Boschiero, Bundu, nella foto, Di Rocco, Marsili e Simona Galassi), quattro sfidanti ufficiali (Sarritzu, G. Branco, Spada e Ndiaye), dovremmo sentirci ricchi. Invece facciamo tanta fatica anche a gestire l’ordinaria amministrazione.
A tutto questo va ad aggiungersi l’incapacità cronica del pugilato italiano di individuare un obiettivo comune, di lottare assieme per provare a rallentare la caduta. Ognuno degli operatori è convinto che può salvare il suo orticello e ignora il significato del termine coalizione. Tutti sono convinti nel loro campo di potercela fare.
La gestione politica del problema sarebbe toccata alla Federazione che se ne è invece bellamente tirata fuori. Convinta anche lei di sopravvivere inseguendo unicamente i propri interessi, soprattutto (pensano) senza rischiare nulla ed evitando accuratamente qualsiasi conflitto. Il dilettantismo è morto e non se ne sono accorti. Presto subiranno identica fine le società (almeno quelle che non snatureranno la loro origine per trasformarsi in palestre di fitness e affini) e la stessa Federazione. Così, quando ci si metterà davanti a un tavolo per capire cosa stia succedendo, ci si accorgerà che è tutto finito. E nessuno ha fatto niente per evitare il massacro. Rassegniamoci, il futuro di chi ama la boxe è la visione in streaming dei match organizzati al di fuori del nostro Paese. In Italia, dal 31 dicembre 2016 in poi, ci sarà solo il deserto.