I soliti esagerati. Calcio nordamericano, Portland batte Kansas City dopo 22 rigori!

Prima partita dei playoff nel campionato di calcio nordamericano, la Mls (Major League Soccer).
Si affrontano Portland Timbers e Sporting Kansas City al Providence Park davanti a 21.144 spettatori paganti.
I tempi regolamentari si concludono sul 2-2: 57′ Rodney Wallace (T), 87′ Kevin Ellis (S).
Si va ai supplementari, ancora parità: 96′ Krisztian Nemeth (S), 117′ Maximiliano Urruti (T).
Saranno i calci di rigore a decidere.
Ne servono ventidue per individuare un vincitore.
Tirano tutti i giocatori delle due squadre. Gol, parate, pali.
Finisce 7-6 per Portland.
Adam Kwrasey, il portiere dei vincitori, prima trasforma il suo penalty e poi para quello del collega Jon Kempin.
I Portland Timers accedono ai quarti di finale grazie alla più lunga serie di rigori nella storia dei playoff Mls.

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Auguri Maradona, 55 anni di una vita presa a calci. Spesso erano magie, altre solo peccati…

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Diego Armando Maradona ha festeggiato i primi 55 anni. Ha scritto la storia del calcio, il suo magico sinistro ci ha regalato autentici capolavori. Il regista Paolo Sorrentino lo ha ufficialmente omaggiato nella notte degli Oscar a Los Angeles. Sul campo è stato un fenomeno. Nella vita ha spesso peccato, come hanno fatto altri grandi calciatori, musicisti, pittori, scrittori, fenomeni di ogni genere a cui è non stato concesso di vivere il momento della loro arte senza macchiarlo con il buio degli errori. Ha peccato, ma le brutture della vita non possono impedirci di conservare i ricordi delle magie e delle emozioni che ha saputo regalarci quando aveva come fedele compagno un pallone.

Mi ricordo Maradona e il secondo scudetto del Napoli, Napoli 29 aprile 1990.

Ricordo settantamila persone sugli spalti del San Paolo e almeno mille negli spogliatoi a fine partita.

Ricordo il servizio d’ordine che ferma qualsiasi giornalista.

Ricordo che nel ventre dello stadio attorno a Diego ci sono almeno trecento tifosi.

Ricordo Maradona, bagnato di champagne dalla testa ai piedi, intervistato da Giampiero Galeazzi.

Ricordo l’intera squadra in mutande che urla “Chi non salta rossonero è / chi non salta rossonero è.”

Ricordo Napoli bloccata dalle macchine, coperta da un unico immenso bandierone azzurro, assordata dai clackson e dalla trombette.

Ricordo gli spettatori che intonano “Oje vita, oje vita mia / oje core ‘e chistu core / si stata ‘o primmo ammore / e ‘o primmo e ll’ùrdemo sarraje pe’ me!”

Ricordo i cinque chilometri a piedi per raggiungere la redazione in mezzo a un mare di persone ubriache di felicità.

Ricordo i fuochi d’artificio, Luigi Necco che corre in mezzo al campo tentando di parlare con Maradona, Giampiero Galeazzi innaffiato di champagne che urla al microfono le sue domande.

Ricordo la festa al Vomero, a Rione Sanità, a Forcella.

Ricordo Napoli impazzita di gioia e Diego Armando Maradona al centro di ogni canto.

Sì, io mi ricordo.

maradonaEscluso con rimpianto nel 1978, deluso nel 1982, finalmente nel 1986 Diego Armando Maradona aveva vinto il suo titolo.

Era diventato campione con un’Argentina che schierava questi titolari: Pumpido, Cuciuffo, Olarticoechea, Brown, Ruggeri, Batista, Burruchaga, Giusti, Valdano, Maradona, Enrique.

Il segno su quei Mondiali era tutto suo. L’aveva lasciato nella sfida all’Inghilterra. Prima con la “la mano di Dio”, poi con l’infinita corsa palla al piede verso la porta di Shilton (foto sotto). Cinque giocatori saltati con movenze da ballerino, talento d’artista e capacità di incantare come solo i grandi uomini di spettacolo riesco a fare. Anche i difensori inglesi sembravano esserne affascinati. A qualcuno di loro era sembrato un fantastma, un folletto imprendibile. Andavano per randellarlo e si trovavano a colpire l’aria. Il gol più bello nella storia dei Mondiali. Quello che rimarrà per sempre nei nostri occhi.

Ma come molti campioni dello sport e dell’arte Diego Armando Maradona ha peccato.

Anche questi ricordi fanno parte della storia.

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La telefonata a Gigi Pavarese, il direttore sportivo di quei tempi, non annunciava aria di tempesta.

Scordati tutto, ma non dimenticarti la telecamera. Voglio riprendere la Piazza Rossa.

Era la mezzanotte di una domenica senza partite, la Nazionale aveva dettato un turno di riposo al campionato. Diero era convinto di partire per Mosca. Il giorno dopo, lunedì 5 novembre 1990, all’aeroporto c’erano tutti. Mancava solo Maradona.

Giocatori, dirigenti e giornalisti avevano già in tasca la carta d’imbarco, ma da Diego non erano ancora arrivati segnali.

Il Napoli voleva provarci sino in fondo. La partita di andata contro lo Spartak Mosca era finita 0-0, c’era la possibilità di passare il turno.

Luciano Moggi era il direttore generale di quella squadra. Era arrivato sino in via Scipione Capece. Non l’avevano fatto neppure entrare in casa. Ci avevano provato i grandi amici di Diego. Parlo di Ciro Ferrara, Fernando Di Napoli, Massimo Crippa. Li aveva accolti Claudia Villafane.

Non lo potete neppure vedere”.

Lui era nella stanza accanto, in quella che era la sede della Maradona Production. I tre erano tornati di corsa verso l’aeroporto. Il volo era decollato con due ore di ritardo.

El Pibe si era presentato a Mosca nella serata di martedì dopo avere noleggiato un aerotaxi pagandolo trenta milioni di lire. Era sceso all’Hotel Savoy.

A mezzanotte aveva espresso un desiderio.

Voglio vedere la Piazza Rossa”.

Era chiusa, recintata e protetta dai soldati. Si preparava ad ospitare la celebrazione dell’ottantesimo anniversario della rivoluqione bolscevìca. Ma lui era Diego Armando Maradona.

I soldati gli avevano aperto uno spiraglio della recinzione, l’avevano fatto entrare. Aveva così potuto riprendere nella notte moscovita la magia della Piazza.

Era stata l’unica gioia di quell’avventura. Diego era andato in panchina, aveva giocato solo uno spezzone di partita, aveva fatto un passaggio al bacio per Incocciati che non era però riuscito a fare gol, aveva realizzato il suo calcio di rigore nella serie che deoveva designare ilvincitore del turno eliminatorio, era uscito dalla Coppa Campioni.

Ora il re era nudo e il mondo sapeva quanto grosso fosse il suo vizio.

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La droga l’aveva incontrata nel lusso della villa di Pedralbes a Barcellona. A Napoli aveva continuato la discesa all’inferno.

Era stato punito due volte per positività all’antidoping: cocaina nella parita del 17 marzo 1991 contro il Bari, efedrina in Argentina-Nigeria del Mondiale Usa 1994: un doping “dell’età della pietra.” Un infernale miscuglio.

Poi erano arrivati l’alcol e un’alimentazione senza freni che l’aveva portato a pesare 140 chili (foto sopra), gli aveva rovinato cuore e polmoni. Aveva risvegliato l’epatite cronica contratta a Barcellona.

Erano seguiti i ricoveri in ospedale, le operazioni, addirittura il coma del 4 gennaio 2000 a Punta del Este in Uruguay. La paura di morire.

Solo come può esserlo un tossicodipendente, anche se accanto aveva la famiglia, Diego si faceva accompagnare da un altro peccato grave. Era ricco e popolare. Per questo il vizio non l’abbandonava mai, era diventato il compagno più fedele della sua vita.

Il santo peccatore veniva celebrato in campo e accompaganto verso la distruzione quando usciva dallo stadio. Sfatto, obeso, incapace di gestirsi, con il cuore di un’ottantene e il fisico che aveva assunto dimensioni inquietanti.

Era sull’orlo del precipizio. Vittima e carnefice. Faceva male soprattutto a se stesso, ma colpiva anche chi gli voleva bene.

Poi, come se non bastassero quelli che aveva, erano arrivati altri guai. L’evasione fiscale, gli interessi che galoppavano veloci. In mezzo gli insulti a mezzo mondo Pelè compreso, gli spari ai giornalisti, l’operazione alla bocca per colpa del morso di un cane. Anche lui ce l’aveva con Diego.

E ultima botta con le foto con Carmine Giuliano boss della camorra a Forcella. Maradona ha sempre negato di avere legami con il clan. Anche se aveva ammesso di avere ricevuto dei regali. Rolex d’oro, addirittura una Volvo 900 appena uscita sul mercato. Diceva che in cambio gli chiedevano solo di farsi fotografare al loro fianco, magari sdraiati su una vasca da bagno a forma di conchiglia.

Diego camminava su un filo sospeso sopra un burrone. Ragionava di pancia. Era perso, dannato, irriconoscibile.

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Ed erano tutti lì a domandargli perché facesse loro del male. Vedere l’idolo rotolare all’indietro aveva trasformato i suoi tifosi in creditori. Avevano investiti in sentimenti e ora si sentivano traditi.

Pochi pensavano al suo dramma, alla vita ai confini della tragedia in cui si era cacciato. Poi con und dribbling dei suoi riusciva a ritrovare la luce.

Sono sei anni che non mi drogo” diceva alla vigilia del Mondiale in Sudafrica nel 2010 in un’intervista alla televisione argentina.

Poco tempo prima si era sentito a un passo dalla morte.

Ho visto El Barba.”

Ed era tornato a vivere.

Eccessivo come sempre nelle sue mainifestazioni era addirittura tornato da protagonista nel calcio. Aveva allenato la nazionale ai Mondiali. Liti, discussioni, accuse. Ma erano eccessi da benedire. Facevano parte della vita.

Come molti campioni del passato, personaggi che crollano sotto il peso dell’amore altrui e dei propri vizi, Diego Armando Maradona ha conosciuto il bene e il male di questo mondo. I giorni della poverà e quelli della ricchezza. Ha attraversato il cammino della vita senza porsi dei limiti. Sesso, droga, alcol, cibo. Tutto e subito, in maniera esagerata.

Non dovrebbe meravigliarsi se continuano ancora a presentargli il conto.

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Italia ’90 è stato un Mondiale vissuto come un grande tradimento.

Infortunato alla caviglia, era riuscito ugualmente a recitare da protagonista. Da un suo assolo chiuso con un assist per Caniggia era venuta la vittoria sul Brasile negli ottavi. Poi c’era stata la sfida con l’Italia al San Paolo di Napoli, destino beffardo. Non aveva giocato da Maradona, ma non aveva sbagliato il calcio di rigore nella serie che aveva scelto la vincitrice e l’Argentina era volata in finale.

A Roma i tifosi dell’Olimpico avevano fischiato il suo inno nazionale. E Diego, inquadrato in primo piano dalle telecamere li aveva ringraziati a modo suo.

Hijos de puta”, figli di puttana.

Poi ci aveva pensato l’arbitro messicano Edgardo Codesal Méndez che aveva generosamente punito con il rigore un veniale fallo su Voeller. Brehme non aveva sbagliato la trasformazione.

Maradona aveva chiuso in lacrime, insultando pubblico, dirigenti della Fifa e quelli italiani.

E’ stata una farsa, ha vinto la mafia.”

Questo e tante altre cose ancora è stato Diego Armando Maradona.

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Il pù grande uomo di spettacolo degli ultimi cinquant’anni” così l’ha definito Paolo Sorrentino in risposta a chi gli chiedeva perché mai avesse dedicato l’Oscar de “La Grande Bellezza” anche a lui. Era un attestato di riconoscenza per le gioie che aveva regalato a lui ed a Napoli con i due scudetti e la Coppa Uefa. Sul campo di calcio era un dio senza rivali. Su questo non credo ci sia qualcuno che possa dissentire.

Valentino vs Marquez. Mi ricordo quella volta che Doohan disse: Biaggi è finto, è di plastica…

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La scorsa settimana un’intervista in cui Valentino Rossi attaccava Marc Marquez ha scatenato un mare di polemiche. In gara a Sepang le cose sono andate, se possibile, anche peggio. E adesso sarà Valencia a decidere il mondiale 2015. Ma io voglio restare a quell’intervista che mi ha ricordato molto una mia chiacchierata con Mick Doohan alla vigilia del GP CIttà di Imola 1998. Le dichiarazioni dell’australiano fecere scalpore come quelle di Valentino in questi giorni. Ve le ripropongo, tanto per rendere l’idea di cosa possa dire un campione quando vuolte attaccare (a parole) un rivale,

Sotto il tendone, un sorridente Mick Doohan accetta di parlare di quello che è il motivo dominante di questa stagione: la rivalità con Max Biaggi. Lo fa con la stessa irruenza con cui ha dominato la mezzo litro in questi anni.

-Lei ha vinto gli ultimi quattro mondiali nella 500. Quale è stato il suo avversario più difficile?

«In ogni stagione ho avuto un rivale forte e temibile. La prima Schwantz, poi Beattie, Criville e Okada. Tutti forti, anche se la lotta più grande è stata quella contro me stesso.»

-Biaggi dove lo collocherebbe in una classifica degli avversari più pericolosi?

«Non è ancora all’altezza di quei quattro. Finora non mi ha mai battuto. Lui ha vinto due gare: nella prima ho rotto il motore, nell’altra ho avuto un incidente. E’ inferiore agli altri. Io ho perso tre gare e 75 punti. Se lui fosse davvero bravo come racconta, ora sarebbe molto più avanti, invece il campionato è completamente aperto.»

-Max dice che la sua moto è più potente di quella che la Honda ha dato a lui. Cosa risponde?

«Biaggi cerca scuse. Abbiamo le stesse moto, lui dice bugie per apparire più bravo di quanto non sia. Basta guardare le gare alla televisione per capire chi ha ragione. Ho perso molto rispetto nei suoi confronti da quando sento questi discorsi. Mi fa ridere, si comporta come un bambino.»

-Perchè mai dovrebbe fare questo?

«Perchè è un insicuro che cerca di apparire forte davanti ai suoi tifosi.»

-Lei non sembra avere una grande opinione di Biaggi.

«E’ un prodotto, non una persona reale. Pensa troppo a come deve apparire. Non mi meraviglio, di tipi come lui è pieno il mondo. E’ uno strano individuo. Ha l’assillo di mostrarsi come un eroe. Ama troppo se stesso.»

-Come giudica Max pilota?

«Bravo, veloce, pieno di talento. E’ uno che sa come tirare fuori il meglio dalla moto che guida.»

-E come persona?

«E’ finto, di plastica.»

-Ma non eravate amici, non dividevate lo stesso aereo?

«Io ho affittato un aereo, lui mi ha chiesto di venire con me, abbiamo diviso le spese. Ma anche in volo abbiamo parlato poco. L’aereo è abbastanza grande.»

-A Imola sarete ancora vicini in prima fila.

«Avremo la stessa moto e guideremo sulla stessa pista. Io avrò il vantaggio di dovere sopportare una pressione minore. Il mio obiettivo è vincere la gara. Gli altri dovranno pensare al campionato. Una corsa in moto è al 90% testa e al 10% un assemblaggio di altre cose. Sono tanti anni che lotto nella 500, ho già messo in preventivo un eventuale calo. Sono da molte stagioni ai vertici della classifica, sono pronto all’eventualità di una discesa. E’ questo il vantaggio che ho su di loro: la mente è allenata, non sente alcun peso.»

-Quattro mondiali. Avrebbero potuto essere di più se non ci fosse stato quel drammatico incidente di Assen?

«Forse. Ma ormai ho messo nel dimenticatoio quel terribile infortunio. Ho imparato la lezione, ho fatto esperienza. Aiutato dal dottor Costa e da una grande forza di volontà sono tornato a correre ed a vincere. Ecco, l’amore per le moto e il gusto della vittoria sono le molle che mi hanno fatto riprendere e diventare campione del mondo. Biaggi ancora non ha subito un infortunio vero, è per questo che non sa neppure cosa voglia dire lottare per tornare in alto. Questo, nella sfortuna, è un altro mio grande vantaggio. Quando la caduta è drammatica e rischia di diventare tragedia, nel periodo in cui stai uscendo dall’incubo, cambi totalmente. La tua visione delle cose ha un’angolazione al 100% diversa da quella che avevi prima. Capisci veramente il significato di lotta.»

-L’amore per la moto. Cosa sono per lei le corse?

«Sono la vita. Sono quella cosa per cui ogni giorno mi muovo, lavoro, lotto. Io vinco prima di tutto per me stesso, poi per il team ed i tifosi.»

-E la vittoria cosa rappresenta?

«Tutto. Il secondo è soltanto il primo dei perdenti.»

-E per quanto tempo andrà avanti a correre?

«Già all’inizio di questa stagione avevo pensato di smettere. Poi ho ricominciato ed ho visto che ancora mi divertivo. Ma il mio futuro in pista è limitato. Forse smetterò il prossimo anno. Deciderò comunque stagione per stagione.»

-Cosa farà quando smetterà di correre?

«Per un anno intero penserò solo a divertirmi, poi tornerò nel mondo dei motori. Vorrei avere un ruolo importante che mi consenta di aiutare i giovani talenti a fare sport.»

-Se dovesse avere un figlio che le chiedesse di correre in moto, cosa gli direbbe?

«A dieci anni potrei anche metterlo su una moto. Ma non lo spingerei a correre, nè sarei felice se decidesse di farlo.»

-Cinque gare alla fine del mondiale. Quale sarà la più dura?

«Saranno tutte molto difficili, soprattutto quella australiana. Sembra che la corsa di Phillip Island sia stregata per me.»

-Dopo i giudizi che ha dato su Biaggi, forse non sarete più amici.

«Io non sono nemico di nessuno, almeno fino al momento di andare in pista. E poi scuse e bugie le ha messe in giro Max, non io.»

Mick Doohan quella gara l’ha poi vinta ed ha vinto anche quell’edizione del mondiale davanti a Max Biaggi, che a Imola ’98 è arrivato terzo terzo, preceduto dall’australiano e dallo spagnolo Alex Crivillé.

Ex pugile, padre di dieci figli, protagonista di un video porno gay. “Mi hanno drogato!”

MackA metà dello scorso mese Yusaf Mack passeggiava verso casa della nonna, tra la 40th Street e Lancaster Avenue a Filadelfia, quando un gruppo di ragazzi ha cominciato a fissarlo. Nessuno di loro diceva una parola, ma non gli staccavano gli occhi di dosso.

Yusaf è un signore di 35 anni dal fisico esuberante. Un metro e ottantacinque per ottanta chili. È stato pugile con un discreto record: 31-8-2, 17 ko e due tentativi mondiali andati male nei mediomassimi e supermedi Ibf contro Tavoris Cloud e Carl Froch.

Si girava in continuazione, voleva capire se ce l’avessero con lui e nel caso così fosse era curioso di sapere il perché. Era il 16 ottobre scorso. Yusaf non era più un pugile in attività dal 25 ottobre del 2014. Una sconfitta ai punti in sei riprese contro Cory Cummings l’aveva convinto a scendere dal ring. Non era certo una celebrità. E allora perché quelli continuavano a fissarlo?

Era stato uno che lo conosceva, un amico, a farsi avanti. La storia l’ha raccontata per primo il sito americano philly.com.

-Ehi amico, te la devi passare proprio male!

Che dici? Perché mi parli così?

-Solo uno che se la passa davvero male può accettare di girare un film porno gay con scene di sesso spinto tra tre uomini.

Ma che dici? A me piacciono le donne. Ho dieci figli, ho fatto il primo che avevo poco più di quattordici anni. Mi prendono in giro perché dicono che non perdono, mi chiamano il fornicatore. E tu mi vieni a parlare di scene di sesso con altri uomini? Sei pazzo oltre che bugiardo”.

-Forse sarò pazzo, ma c’è un film che ti inchioda. Quello che si ammucchia con altri due uomini sei tu. Non ci sono dubbi.

NYDNIl video circola ancora su Internet. E sembra proprio che uno dei tre protagonisti sia Yosaf. In quanto a sesso, non c’è il minimo dubbio che lo stiano facendo.

Lui ha cercato di spiegare la vicenda in un’intervista al Daily News.

-Yusaf, come è andata?

A gennaio ho letto su Facebook un’offerta per girare un film porno dietro buon pagamento. Ho risposto, ma non mi hanno fatto più sapere nulla”.

-E poi?

A giugno mi hanno chiamato, mi hanno detto di presentarmi. Ho preso il treno, poi il bus e sono arrivato nel Bronx. Avevo l’indirizzo in tasca. Sono andato. Mi hanno aperto e appena entrato nell’appartamento ho visto tre, quattro ragazze nude che giravano per le stanze. Allora mi sono detto: qui bisogna prepararsi. Ho chiesto qualcosa che mi aiutasse. Ho preso una pillola e l’ho buttata giù con l’aiuto della vodka”.

Fin qui sembra il normale approccio per girare una scena hard.

Il fatto è che da quel momento in poi non ricordo più niente. Il buio totale. La prima immagine che mi viene in mente dopo aver mandato giù la pillola è quella che mi immortala sulla banchina della stazione ferroviaria sulla 30th Strada. In tasca avevo 4.500 dollari. Il resto è nebbia, buio, niente”.

Alla perdita di memoria, Yosaf associa il fatto di come non sia più riuscito a entrare nella sua pagina di Facebook. Ha perso la parola chiave ed ha dovuto cambiare account. Il sito che manda su Internet il video porno gay non ha mai risposto alle sue chiamate.

yusaf_mack3Il Daily News ha ipotizzato la possibilità che Mack, noto nel giro con il soprannome di Mack Attack, sia stato drogato. Magari con una pillola di GHB, gamma-Hydrobutyric acid. Una pasticca che abbatte le inizibioni e favorisce la pratica sessuale. La chiamano anche date rape doping, in altre parole la usano gli stupratori quando vogliono rendere arrendevoli le vittime.

Le uniche volte che ho toccato un uomo è stato durante un match” ha detto Yosaf Mack che ha rimandato a tempo indeterminato il matrimonio con l’ultima fidanzata.

È cresciuto a Filadelfia, ai Mill Creek Apartments nella zona ovest della città. Si è diplomato alla University City High School. Il pugilato è da sempre il suo grande amore, è entrato per la prima volta in palestra a sette anni. Ha guadagnato buone borse, anche se non eccezionali. Ma evidentemente non è riuscito a farle fruttare.

In crisi di soldi ha accettato di girare quel film porno.

Ora che anche i suoi figli gli chiedono perché abbia fatto sesso con altri due uomini e perché il tutto sia visibile in un video, ha capito di trovarsi in un grosso pasticcio.

 

La Gazzetta titola “pugile suonato” riferendosi allo sfidante mondiale Dierry Jean

coverDierry Jean ha 33 anni, un record di 29-2 con 20 vittorie per ko. È nato ad Haiti, ma risiede a Montreal in Canada.
Sabato ha perso per kot 10 contro Terry Crawford nel mondiale Wbo dei superleggeri.
La Gazzetta dello Sport sul suo sito lo ha definito “pugile suonato“.
L’ha fatto perché Jean, scosso dai colpi di Crawford, ha sbagliato angolo nel quarto round.
È un po’ come se davanti a un titolo non esatto qualcuno commentasse “giornalista suonato” sbaglia titolo. E accade, eccome se accade. Come reagirebbe il collega?
Ancora una volta si prende a schiaffi il pugilato.
Non ho mai letto “quella pippa del centravanti sbaglia un gol a porta vuota“.
Nell’era in cui si misurano le parole e ci si avvita giustamente sui “non” per definire nel modo più soft chi già soffre di suo per una menomazione fisica, il più venduto quotidiano italiano non ci pensa due volte e spara “pugile suonato“.
Stavolta si è passato il limite. Le parole pesano. Un titolo può essere più violento di un pugno.

2Perché la stessa aggressività non c’è davanti ai santoni del pallone?
Perché non si usano parole pesanti come macigni anche davanti a una partita di calcio?
Non ho mai letto “calciatore macellaio” (con tutto il rispetto per i macellai) riferito a quei giocatori che entrano in modo da causare danni permanenti agli avversari.
Non sarebbe giusto, non è nella deontologia professionale, nell’educazione, nel vivere civile. Sono quindi contento che non accada, ma perché la boxe deve fare eccezione?
E pensare che alla radice di questo sport c’è il rispetto, parola di cui non tutti sembrano conoscere il significato.

Lo strano caso di Gennady Golovkin, un re della boxe che fatica a diventare star universale

Gennady Golovkin è imbattuto, 32 ko su 34 match con una striscia di ventuno vittorie prima del limite. GGG è un campione che detiene nei pesi medi quattro cinture mondiali. Eppure fatica a trovare riconoscimenti fuori dal mondo pugilistico. Il suo esordio in pay per view contro David Lemieux ha registrato appena 152.000 acquirenti. L’organizzatore si è detto soddisfatto considerando la concomitanza con la partita di baseball tra Mets e Cubs che ha sottratto all’evento molti potenziali compratori. Ma non sono certo numeri da stella assoluta. Mayweather nei suoi quindici match in ppv ha segnato da 365.000 a 4,4 milioni.

Qualcosa però si sta muovendo.

All’interno dell’universo della boxe il suo nome è una garanzia. Il solo fatto che abbia cominciato il cammino nella ppv è significativo. E poi ci sono altre cifre a testimoniarlo. Tutti venduti i 20.548 biglietti del Madison Square Garden per un incasso al botteghino di oltre due milioni di dollari. Record di introiti per il merchandising. Buona vendita dei diritti televisivi all’estero: ppv in Canada, alti ascolti in Germania, Polonia, Russia e Kazhakistan.

È indubbio che Golovkin abbia i numeri per “sfondare”.

Accade sempre più spesso che oggi un pugile abbia qualità tecniche da fuoriclasse, ma non riesca ugualmente a entrare nelle case della gente che magari ha sentito parlare di boxe una volta o poco più. Attirare l’attenzione di uomini e donne di ogni fascia d’età, di ogni ceto sociale è un’impresa difficile. Solo pochi pugili moderni sono riusciti a farlo in modo totale. Penso a Muhammad Ali, Mike Tyson, Sugar Ray Leonard, Marvin Hagler. Neppure Floyd Mayweather jr ce l’ha fatta, almeno sino a quando non ha incrociato i guantoni con Manny Pacquiao.

Il carisma, una simpatia naturale, qualcosa che lo distingua dagli altri. Ecco cosa serve per diventare una superstar, uno che conoscono nei bar dove non si parla mai di boxe o nei salotti dove questo sport è trattato addirittura con diffidenza. Gennady Golovkin potrebbe farcela, ancora non c’è riuscito.

Eppure ha tutto quello che serve.

Dotato di un fisico che ricorda più quello di un nuotatore che quello di un pugile: gambe piccole e torace sviluppato, il 33enne kazako ha grande capacità di bilanciamento, favorito come è da un’ottima potenza di gambe. Sincronia nei movimenti e a una solida tecnica generano notevole potenza al momento di scaricare il colpo.

Quello che più mi colpisce e la capacità di muoversi a un costante ritmo elevato. Una buona scelta di tempo e la giusta pazienza nel cercare la soluzione vincente ne hanno fatto un fuoriclasse assoluto.

Stare davanti a uno con la potenza di Golovkin genera panico” ha detto Matthew Macklin, una delle sue vititme.

Usa con disinvoltura il jab, fa danni con il destro e chiude spesso la sfida con il gancio sinistro corto al corpo.

Nato incontrista si è trasformato in attaccante sotto la guida del coach Abel Sanchez. Oggi sa svolgere entrambi i ruoli con sufficiente padronanza.

Golovkin ha una storia tragica alle spalle.

Padre minatore, scomparso alla vigilia del match contro Andy Lee. Un incontro saltato per permettere a Gennady di rendere l’ultimo omaggio al genitore.

Morti anche i due fratelli maggiori, Vadim nel 1990 e Sergej nel 1994, mentre servivano l’esercito russo. La famiglia non ha celebrato i funerali senza i corpi nelle bare, il governo non li ha mai restituiti.

È stata una vita da vagabondo. Fino al 2006 in Kazakhistan, nella città di minatori Karaganda, la sua patria. Poi in Germania sino al 2012, quando si è trasferito a Los Angeles per andarsi ad allenare a Big Bear con Abel Sanchez.

Sposato con Alina, padre di un bambino a cui ha dato il nome di Vadim in ricordo del fratello a cui era molto legato.

Grande da dilettante: oro ai Mondiali di Bangkok 2003, argento all’Olimpiade di Atene 2004 sconfitto da Ahmed Khan, 345 vittorie e 5 sconfitte.

Ancora più forte da professionista.

Nell’intera carriera, 382 combattimenti, non è mai andato al tappeto.

Detto questo, resta difficile capire perché non sia ancora riuscito a bucare la barriera che separa la popolarità settoriale da quella universale.

È un ragazzo che si presenta bene, non banale nelle dichiarazioni, un combattente che ha sempre vinto. Forse la lacuna sta nella gestione del personaggio. Forse per elevare il suo status a quello di uomo simbolo ha bisogno di un avversario di spessore mediatico indiscutibile.

E il prossimo rivale lo sarà.

La sfida che intriga di più è quella al vincente tra Miguel Cotto vs Saul Canelo Alvarez per il titolo Wbc in programma il 21 novembre. Alvarez ha già detto che non incontrerà Golovkin al limite dei pesi medi (160 libbre), mentre è disposto a farlo a 155. Il presidente Mauricio Sulaiman ha affermato che se il vincitore di quella sfida non salirà sul ring contro il kazako gli sarà tolta la cintura e Golovkin sarà proclamato nuovo campione.

L’altra possibilità è quella di affrontare il vincente tra Andy Lee vs Billy Joe Saunders in cartellone il 19 dicembre per la cintura Wbo.

Gennady Golovkin aspetta, non ha fretta.

Campione ben pagato (due milioni di dollari l’ultima borsa) ha cominciato la scalata alle sponsorizzazioni importanti. Ha esordito con uno spot per gli orologi Apple all’interno del Monday Night di Football Americano. È il segnale che finalmente anche la pubblicità si è accorta di lui. Se lo merita. Il pugilato ha bisogno di un campione così, ha bisogno che diventi un personaggio universale capace di regalare nuova energia a questo sport.

 

Ex pugile diventa Primo Ministro del Canada, un bel titolo non apparso sui nostri giornali

JTIo non l’ho letto. Forse mi sarà sfuggito.

EX PUGILE DIVENTA PRIMO MINISTRO DEL CANADA

Sarebbe stato un bel titolo. L’etichetta di pugile i giornali la cuciono addosso anche a chi davanti a una palestra è solo passato un paio di volte. Basta che compia un gesto criminoso e zac, il delinquente diventa un ex pugile per qualche bel titolone in cronaca.

La mia è una provocazione, ma è fortemente ancorata alla lettura della realtà.

Justin Trudeau ha un cognome importante. Non tutti possono vantare un papà che è stato Primo Ministro e a cui è stato addirittura intitolato un aeroporto intecontinentale, quello di Montreal.

Ma Justin Trudeu, 44 anni il prossimo Natale, è anche uno che è riuscito a sconvolgere più volte il pronostico. Due giorni fa ha vinto le elezioni canadesi alla guida del Partito Liberale, con un margine di voti talmente ampio da garantirsi la maggioranza assoluta in Parlamento.

JT è stato un pugile. Per carità, poca cosa. Ma in palestra si è allenato e si allena davvero, ha fatto un paio di match da dilettante e soprattutto si è esibito in diretta tv sulla distanza delle tre riprese contro il senatore Patrick Brazeau del Partito dei Conservatori.

Era il 31 marzo del 2012, la sfida era a sfondo benefico e serviva per raccogliere fondi a favore della ricerca per combattere il cancro. Ma non è stato certo un incontro incruento. Brazeau era favorito 3/1. Aveva un passato sportivo importante. Cintura nera di karate e tanto allenamento. Il fisico più massiccio era lì a testimoniarlo. Nonostante fosse più basso di sette centimetri, pesava un chilo e mezzo in più (83 contro 81,5, match dunque a cavallo tra mediomassimi e massimi leggeri).

Se le erano date sul serio, anche se lo stile era un po’ arruffone e poco tecnico. Primo round per Brazeau (calzoncini e maglietta blu), poi era venuto fuori Trudeau che aveva fatto contare più volte il rivale, gli aveva fatto sanguinare il naso e aveva costretto l’arbitro a fermare l’incontro prima che finisse la terza e ultima ripresa decretando il kot.

In platea ad applaudire c’erano anche la mamma del vincitore Margaret e la moglie Sophie.

pugileFino a quel momento la figura di Justin Trudeau era disegnata dai giornalisti come quella di un giovane gracile, poco aggressivo, impreparato alla durezza della lotta politica, non pronto per la scalata alla poltrona di Primo Ministro. Da quel momento in poi l’immagine del giovanotto è completamente cambiata. Un match di boxe gli ha regalato credibilità, sicurezza, leadership.

L’altro invece è rotolato all’indietro e nel tempo ha collezionato una disgrazia dietro l’altra. Prima estromesso dal Comitato Centrale del partito, poi sospeso dal Senato, quindi accusato di violenza domestica e successivamente di violenza sessuale.

Il pugilato aveva indicato un politico di successo ed era stato in grado di assicurargli un’immagine positiva.

imageMi sarebbe piaciuto che tutto questo fosse apparso sui nostri quotidiani, sempre pronti a sottolineare con enfasi le degenerazioni della boxe e a etichettare i pugili come criminali nell’anima. Anche quelli che la palestra l’hanno solo vista in fotografia. Se sono pugili loro perché non dovrebbe esserlo chi sul ring c’è salito davvero, anche se solo per tre match, uno dei quali in realtà era un’esibizione (ma senza freni…).

Un ultima nota. Sapete come era soprannominato dagli amici Justin Trudeau quando tirava di boxe?

Pretty Boy.

Che ne dici Floyd?

Una ragione ci sarà se è diventato primo ministro…

 

Dentro i secondi. La storia di Nobby Stiles, la tigre sdentata…

La storia di Nobby Stiles, centrocampista dell’Inghilterra campione del mondo nel ’66, detto “la tigre sdentata”.

Danza Nobby. Vola come una farfalla, pungi come un ape.

Impossibile anche il solo pensarlo.

Doveva esserci qualche disturbo nella comunicazione, il messaggio non poteva essere per lui. Non c’era nessun Bundini Brown accanto a Norbert “Nobby” Peter Stiles. “The hands can’t hit what the eyes can’t see”. Le mani non possono picchiare quello che gli occhi non vedono, diceva Muhammad Ali.

Nobby non aveva bisogno di vedere, randellava qualsiasi cosa facesse rumore e non avesse la maglietta dell’Inghilterra. Nobby’s dance.

Il ballo di Nobby è entrato nella storia in un giorno di luglio del Sessantasei.

In un clima di eccitazione collettiva l’Inghilterra vinceva la prima e unica Coppa del Mondo di calcio allo stadio di Wembley, davanti a novantatremila spettatori.

Stiles, ebbro di una felicità così intensa che mai aveva provato prima, saltellava sull’erba. Nella mano sinistra teneva alta la Coppa del Mondo, nella destra stringeva i suoi denti finti. Gli mancavano tutti i superiori: incisivi centrali e laterali, canini. Aveva un sorriso da film dell’orrore. Li aveva persi giovanissimo in uno scontro di gioco. Ma non si curava certo della sua immagine in quel momento, anche se c’era la televisione a immortalarlo in un primo piano che ancora commuove i tifosi inglesi…

(estratto da una delle trenta storie di “Dentro i secondi” di Franco Esposito e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

Dentro i secondi. La storia di Nobby Stiles, la tigre sdentata

La storia di Nobby Stiles, centrocampista dell’Inghilterra campione del mondo nel ’66, detto “la tigre sdentata”.

Danza Nobby. Vola come una farfalla, pungi come un ape.

Impossibile anche il solo pensarlo.

Doveva esserci qualche disturbo nella comunicazione, il messaggio non poteva essere per lui. Non c’era nessun Bundini Brown accanto a Norbert “Nobby” Peter Stiles. “The hands can’t hit what the eyes can’t see”. Le mani non possono picchiare quello che gli occhi non vedono, diceva Muhammad Ali.

Nobby non aveva bisogno di vedere, randellava qualsiasi cosa facesse rumore e non avesse la maglietta dell’Inghilterra. Nobby’s dance.

Il ballo di Nobby è entrato nella storia in un giorno di luglio del Sessantasei.

In un clima di eccitazione collettiva l’Inghilterra vinceva la prima e unica Coppa del Mondo di calcio allo stadio di Wembley, davanti a novantatremila spettatori.

Stiles, ebbro di una felicità così intensa che mai aveva provato prima, saltellava sull’erba. Nella mano sinistra teneva alta la Coppa del Mondo, nella destra stringeva i suoi denti finti. Gli mancavano tutti i superiori: incisivi centrali e laterali, canini. Aveva un sorriso da film dell’orrore. Li aveva persi giovanissimo in uno scontro di gioco. Ma non si curava certo della sua immagine in quel momento, anche se c’era la televisione a immortalarlo in un primo piano che ancora commuove i tifosi inglesi…

 

(estratto da una delle trenta storie di “Dentro i secondi” di Franco Esposito e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

Perché Deejay Tv ha aspettato un’ora prima di mandare in onda il match di De Carolis?

vincent-feigenbutz (1)Una domanda: perché il match di De Carolis è andato in onda su Deejay Tv in differita di un’ora?

La trasmissione “La grande notte della boxe” aveva come orario di inizio le 23:00, l’incontro di Karlshrue è partito alle 22:50. Normalmente quando un network compra i diritti televisivi di un evento riceve le immagini all’inizio dell’evento stesso. È accaduto anche stavolta, lo dimostra il fatto che la sfida del romano al tedesco Feigenbutz è stata registrata e mandata in onda dalle 23:50, quando in realtà già si conosceva l’esito del combattimento.

Perché allora non attaccare alle 23:00 con la parte registrata e andare in chiusura sfasando la messa in onda di soli dieci minuti rispetto alla realtà?

In poche parole, potevamo vedere De Carolis quasi in diretta e ce l’hanno fatto vedere in differita a risultato già noto. Perché?

E poi perché mai è stato scelto di coprire lo spazio d’attesa con dodici riprese di uno dei più brutti e noiosi match degli ultimi vent’anni?

La sfida tra Torosian e Lawal è la testimonianza di quanto la boxe ami farsi del male da sola. L’etichetta che gli è stata appiccicata sopra recita: campionato del mondo Global Boxing Union. Ma per favore, se quello fra quei due signori era un mondiale io sono candidato al Premio Nobel.

Loro (e quando dico loro intendo Enti di qualsiasi tipo e organizzatori) sono padroni di fare quello che vogliono, ma noi non dovremmo essere costretti a guardare lo scempio perpretato nei confronti della boxe solo perché vogliamo gustarci uno spettacolo vero come quello di Giovanni De Carolis all’assalto del titolo interim Wba dei supermedi.

Il pugilato non è stato trattato bene anche stavolta.