Mondiali. Mangiacapre, l’orgoglio non basta. Eliminato

L’orgoglio, il carattere, la voglia di lottare, di guardare avanti.
Vincenzo Mangiacapre ha messo tutto sul piatto, non è bastato, non poteva bastare.
Chinzorig Baatarsukh gli ha rubato il tempo. In tutti i sensi. Si è appropriato del futuro. Lo ha sistematicamente anticipato in ogni azione.
Il mongolo ha comandato la scena, l’azzurro è sembrato lento nell’uscire dalle traiettorie dei pugni dell’avversario, poco rapido nei movimenti di gambe. E ha peccato nella fase difensiva, lasciandosi più volte sorprendere dai colpi dell’asiatico.
Vincenzo ci ha messo tutto quello che aveva. Ma la freschezza atletica di Baatarsukh lo ha sconfitto. Era chiaro alla vigilia che sarebbe stata una montagna difficile da scalare. Trentadue anni e centocinquanta match sono un bagaglio pesante da portare sul ring.
Occorreva rapidità in uscita quando si provava un attacco, maggiore precisione nei colpi (spesso ha sbagliato la distanza finendo con l’andare a vuoto), un ritmo più alto. Ci voleva tutto questo per sconfiggere il mongolo. Orgoglio, carattere e voglia di lottare non sono bastate ad annullare il divario. Peccato, ma la sconfitta, anche se netta, non è una condanna.
Vincenzo Mangiacapre ha dato il massimo di quello che oggi aveva dentro.

67 KG (sedicesimi) Chinzorig Baatarsukh (Mgl) b. Vincenzo Mangiacapre 5-0 (30-27, 29-28, 29-28, 30-27, 30-27).

Mondiali. Di Serio, troppo poco per battere il brasiliano

Non so se Raffaele Di Serio avesse un problema di qualsiasi natura, se così non fosse fatico a capire cosa possa essergli accaduto. Ha lasciato per tre round (esclusa parte della ripresa iniziale) il pallino in mano a Louiz Do Nascimento Chalot. Il brasiliano ha preso il centro del ring, lo ha pressato, anticipato, beffato sul tempo, non gli ha concesso spazi per provare a mettere a segno qualche colpo, è entrato e uscito dalla guardia dell’azzurro senza mai rischiare.
Per carità, non c’è stata alcuna punizione. Il casertano non ha mai accusato oltremisura i colpi, non mi è mai sembrato in affanno per i pugni ricevuti. Se dovessi citare la pecca più evidente, direi che la condizione fisica non mi è parsa ottimale. Ho visto una maratona in cui il primo correva e l’altro passeggiava. Non si è trattato di superiorità tecnica, almeno non mi è sembrato. A mancare è stata una spregiudicatezza comportamentale che è andata a fare compagnia a un calo fisico arrivato troppo presto.
Peccato. Il brasiliano è bravo, ma non è certo un fenomeno. Attaccandolo in controtèmpo, provando a frenarne la mobilità sulle gambe con dei colpi sotto, intimidendolo con un atteggiamento più aggressivo, avrebbe cambiato le cose. O forse no. Ma almeno avremmo avuto la risposta alle domande che ciascuno di noi si è fatto.
Non c’è niente di male a perdere contro uno più bravo. Accade spesso nello sport, anche se pochi lo ammettono. Stavolta è accaduto. Louiz Do Nascimento Chalot è stato più bravo. E ha vinto.
Per tutti, meno per il giudice argentino che ha visto in vantaggio il nostro. Gli ha assegnato le prime due riprese e ha chiuso con un 29-28 che non mi sembra rispecchi la realtà di quello che è accaduto nel combattimento.

57 KG (sedicesimi) Louiz Do Nascimento Chalot (Bra) b. Raffaele Di Serio 4-1 (30-27, 30-27, 29-28, 28-29, 30-27).

Mondiali. Cavallaro passa senza problemi, torna sabato


Match intenso, ma non bello. Salvatore Cavallaro ne esce a testa alta, è stato lui a tirare quasi tutti i colpi andati a segno in questa sfida. Un pugilato sempre in affanno quello di Anton Embulajev. Una condotta di gara confusa, il gesto tecnico sporcato da troppe incertezze, l’unica abilità mostrata quella di legare in clinch.
L’azzurro ha tenuto un buon ritmo per tutti e tre i round, ha spinto sempre e comunque provando con i colpi dritti, con qualche gancio. Ha tenuto in mano il combattimento dall’inizio alla fine. E, breve inciso, non riesco proprio a capire quel cartellino del giudice guatemalteco che ha visto il primo round in favore del finnico. Cosa l’abbia portato a pensare che Emulajev meritasse quel 10-9 resta un mistero. Mi fermo qui, sarebbe paradossale recriminare su una singola ripresa, quando il verdetto finale è in così larga misura a favore dell’italiano.
Lascio da parte le sottigliezze e dico che Cavallaro ha offerto una buona prova, anche se i tanti colpi andati a vuoto sono un segnale di allarme. Contro rivali più consistenti quell’imprecisione potrebbe essere pagata cara.
Prossimo appuntamento sabato 30 ottobre, nei sedicesimi dei 75 kg, contro il bielorusso Kiryl Samodurau.

75 Kg. (trentaduesimi) Salvatore Cavallaro b, Anton Emulajev (Fin) 5-0 (30-27, 30-27, 30-27, 30-27, 29-28).

Wallin vs Whyte e la strana dichiarazione di un teste…

Quello che sto per raccontare è un giallo, un mistero al momento insoluto. L’ambientazione, il giudice, il procuratore, l’avvocato della difesa sono personaggi inventati. Ma i fatti, le dichiarazioni dei protagonisti, l’accusato e il testimone a discarico appartengono alla realtà. Le testimonianze di Dillian Whyte e Alen Babic sono prese dalle loro interviste, rispettivamente a Sky Sports e Boxing Social.
Ho voluto scrivere l’articolo come se la scena si svolgesse all’interno di un tribunale perché è questo il luogo in cui, credo, meriterebbe essere dibattuta. Ho usato alcuni protagonisti di fantasia perché ho l’impressione, sicuramente discutibile, che il tutto sia più vicino alla commedia che al dramma.

Tribunale di New York. Fuori piove, la pandemia ha resto tutti più cupi, ma la gente continua a correre come nei giorni felici. Molti i posti liberi in aula.
Sul bancone del giudice, siede un signore in carne, poco oltre la cinquantina, colorito olivastro, accento sudamericano. Il procuratore è un uomo che ha passato da poco i sessanta, ha capelli grigi e lo sguardo indagatore. Il difensore è un tipo in età avanzata, capelli bianchi e barba corta dello stesso colore.

Giudice: Siamo qui riuniti per discutere il caso Otto Wallin vs Dillian Whyte, i due avrebbero dovuto affrontarsi il 30 ottobre prossimo alla 02 Arena di Londra per il titolo ad interim del World Boxing Council. L’imputato, signor Dillian Whyte, è accusato dalla controparte di avere annullato la sfida per un infortunio alla spalla senza averlo in realtà subito, o perlomeno di non averlo subito in maniera invalidante. La controparte ha denunciato l’imputato di avergli procurato un grave danno economico. Parola al procuratore.

Procuratore: Vostro onore, il signor Whyte ha numerosi precedenti che vanno a sostegno della nostra tesi di non sincere dichiarazioni. Ha rifiutato quattro milioni di dollari come borsa per affrontare Tyson Fury, giudicandoli, testuale, spazzatura. Ha fatto causa al WBC che, a suo dire, lo avrebbe tenuto troppo a lungo in attesa del mondiale. Nel 2012 è stato squalificato dopo essere stato trovato positivo doping ed è rimasto fermo per due anni. Conclusa la squalifica si è fatto operare alla spalla destra, una spalla ancora dolorante che l’avrebbe portato alla richiesta di annullamento del match contro il nostro assistito Otto Wallin. A nostro avviso il signor Dillian Whyte è persona inaffidabile. Chiediamo che porti in aula una prova tangibile dell’infortunio. Una risonanza magnetica che testimoni il danno subito. In caso contrario chiediamo la sua squalifica, l’annullamento di tutti gli accordi presi con la sua organizzazione, con il signor Wallin e con chiunque altro possa portarlo a una sfida mondiale contro Tyson Fury che, a nostro avviso, è la vera ragione che lo ha spinto verso l’annullamento dell’evento del 30 ottobre.

Giudice: Avvocato (difensore di Whyte) cosa ha da dire a tutela del suo cliente?

Avvocato: Ci meravigliamo delle parole del procuratore, siamo indignati davanti alle allusioni fatte. Abbiamo prove e testimonianze che convalideranno l’evidenza del danno fisico subito dal nostro assistito.

Giudice: Avvocato, quale è il suo primo testimone?

Avvocato: Chiamo al banco il signor Dillian Whyte.

Giudice: Venga signor Whyte e pronunci il giuramento.

Whyte: Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza.

Giudice: Lo giura?

Whyte: Lo giuro.

Procuratore: Quando ha capito che non avrebbe potuto affrontare il match contro il signor Otto Wallin?

Whyte: Quando ho comunicato ufficialmente all’organizzatore Eddie Hearn di Matchroom la mia indisponibilità. Sono devastato perché ho fatto un ottimo allenamento, una grande preparazione. Ero in splendida forma e ho avuto dei lusinghieri test con gli sparring. Non vedevo l’ora di mettere ko Wallin, l’avrei fatto nella prima metà dell’incontro”.

Avvocato: Non c’era alcuna possibilità di salire sul ring e battersi contro il suo avversario?

Whyte: No, il dolore era troppo forte.

Avvocato: Grazie, ho finito.

Giudice: Procuratore, vuole procedere con i contro interrogatorio?

Procuratore: Mi riservo di farlo in seguito.

Giudice: Avvocato, ha altri testimoni?

Avvocato: Per confermare la reale entità chiamiamo sul banco dei testimoni il signor Alen Babic.

Giudice: Venga al banco signor Babic e pronunci il giuramento.

Babic: Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza.

Giudice: Lo giura?

Babic: Lo giuro.

Giudice: Prego, avvocato.

Avvocato: Lei signor Babic ha visto il signor Whyte in allenamento, come stava?

Babic: Male.

Avvocato: Le sembrava accusasse dei dolori?

Babic: Sì.

Avvocato: Così forti da farlo rinunciare al match?

Procuratore: Obiezione Vostro Onore, il signor Babic non è né medico, né fisiatra, né ortopedico. Il suo giudizio non è quindi da esperto, di conseguenza non è rilevante.

Giudice: Accolta.

Avvocato: Riformulo la domanda. Guardandolo in allenamento, lei, da pugile professionista, pensava potesse affrontare un match?

Babic: No.

Avvocato: Grazie, ho finito.

Giudice: Procuratore, a lei il testimone.

Procuratore: Da dove arriva la sua sensazione che Whyte provasse dolore?

Babic: Faceva davvero fatica quando sollevava pesi e cose del genere. “Non mi piace” gli ho detto. Ma Dillian è Dillian. Fa quello che vuole. Non vedevo come questo potesse aiutarlo con la spalla, è andata male.

Procuratore: In che senso, è andata male?

Babic: Nel senso che non ha fatto sparring per le ultime due o tre settimane.

Procuratore: Grazie, non ho altre domande.

Giudici: Ci sono altri testimoni?

Avvocato: Non da parte nostra.

Procuratore: No.

Giudice: Potete formulare le vostre arringhe. A lei, avvocato.

Avvocato: Il signor Dillian Whyte è un pugile paziente. Ha aspettato quasi due anni prima che il WBC gli consentisse di disputare il titolo, ha lavorato duramente dopo l’operazione alla spalla, si è allenato con serietà per la sfida a Otto Wallin. Solo la sfortuna e il risentimento di un vecchio dolore gli hanno impedito di mantenere l’impegno. Chiediamo che la richiesta non procuri danni al nostro assistito, che la trattativa per la sfida a Tyson Fury per il mondiale WBC non si arresti e che Dillian Whyte possa vedere rispettato il suo ruolo di sfidante ufficiale.

Giudice: A lei procuratore.

Procuratore: Credo che il caso abbia una doppia possibile soluzione. La prima che il signor Dillian Whyte presenti una risonanza magnetica che avalli la sua tesi e confermi l’infortunio. In questo caso, siamo disposti a ridiscutere la situazione. La seconda che il signor Whyte sia condannato a pagare i danni procurati al signor Wallin con l’annullamento del match senza fondati motivi per farlo. E la testimonianza del signor Babic ne è conferma eclatante. Se, come ha giurato il signor Babic, nelle ultime tre settimane non ha potuto fare sparring, perché è arrivato solo ventuno giorni dopo a comunicare l’infortunio all’organizzatore? Solo perché può farlo, in quanto Eddie Hearn/Matchroom oltre che organizzatori sono anche i suoi manager? E se Babic ha testimoniato il vero, ne deduciamo che Whyte ha testimoniato il falso quando ha detto di avere fatto ottime sedute di sparring sino alla fine. Concludendo, chiediamo che sia condannato per avere giurato il falso, gli sia tolta la possibilità di allungare i termini per un match contro Otto Wallin e soprattutto gli sia impedito di aprire una trattativa con Tyson Fury.

Giudice: Grazie, signori. Mi ritiro per decidere.

Cosa deciderà il giudice, che nella realtà si chiama Consiglio Esecutivo del World Boxing Council, lo sapremo nei prossimi giorni. Di certo dopo i ripetuti ricorsi in tribunale da parte di Dillian Whyte il WBC, già condannato una volta a New York a soddisfare le richieste del pugile, si trova in evidenti difficoltà.
E il pugilato?
La risposta amico mio vola nel vento, la risposta vola nel vento…

Fury il favorito. Due secondi di speranza per Wilder …


A volte un sigaro
è solo un sigaro
(Sigmund Freud)


Il puzzle sembra avere una soluzione sin troppo semplice.
Qualsiasi strada io provi a prendere, mi porta sempre alla stessa conclusione. Tyson Fury è il chiaro favorito contro Deontay Wilder nel mondiale massimi Wbc.
Lo è perché ha dimostrato di essere più forte nei primi due incontri. Hanno disputato 19 round e il britannico, secondo la maggior parte degli osservatori, ne ha vinti 15 (lui dice 17, ma nessun pugile racconta la verità su sé stesso).
Lo è perché boxa meglio, tecnicamente e tatticamente. Lo ha fatto vedere soprattutto nel secondo combattimento, quando ha attaccato come se non ci fosse un domani. Wilder se pressato, messo sotto tiro, costretto a boxare andando indietro, è più debole di quando è lui ad avere l’iniziativa. Il raggio di azione del diretto destro si riduce, lo spazio in cui può tirarlo si accorcia. E la potenza diventa meno efficace di quando può spararlo a tutto braccio.
Lo è perché lui, Fury, può cambiare schema tattico sul ring. L’altro no. Più povero tecnicamente, lo sfidante non riesce a modificare in corsa un piano prestabilito. Si affida solo e sempre all’unica arma in suo possesso.
È nel vero Deontay quando dice che gli avversari devono fare un match perfetto, mentre a lui bastano due secondi. Destro dritto e bum, l’altro è al tappeto fino all’out. Ma proprio perché tutto il tesoro di casa è nascosto in un’unica soluzione, l’obiettivo diventa ancora più difficile da raggiungere. La vittoria di Wilder appare alla vigilia figlia di una concausa di eventi eccezionali, per questo improbabile.
Metto sul piatto l’analisi e penso che il risultato, il pronostico, sia troppo semplice da individuare. E se lo è, temo di avere fatto qualcosa di sbagliato in fase di analisi.
Freud dice che a volte un sigaro è solo un sigaro. A volte quello che si vede è quello che è. Prendo le distanze, mi scuso, ma la paura di sparare a salve mi porta a un ulteriore sviluppo dell’indagine.
Vado a cercare altrove.
Wilder ha cambiato allenatore. Averne uno nuovo potrebbe avergli giovato? Anche qui seguo una logica, non mi affido a ipotesi senza appoggi concreti. E la conclusione che ne viene fuori è, ancora una volta la stessa. Nessun elemento a favore, difficilmente ne avrà giovamento.
Ha licenziato Mark Breland. Non credo per il cattivo lavoro fatto, quanto per avere gettato l’asciugamano nel secondo match con Fury. L’ego di un campione, soprattutto dei pesi massimi, è smisurato. Meglio cercare colpevoli altrove, piuttosto che addossarsi i peccati commessi.
E allora, via Breland ed ecco Malik Scott. Un neofita a questo livello. Pugile sino a cinque anni fa, non si è mai mosso su palcoscenici così impegnativi come coach. E poi non credo che Wilder possa cambiare modo di boxare, non credo possa farlo a 35 anni e dopo 44 combattimenti da professionista. E allora viene il sospetto che l’uomo dell’Alabama l’abbia fatto unicamente per appagare il proprio ego, per sentirsi dire le cose vuole sentirsi dire, non quelle di cui avrebbe bisogno.
Tutto questo mi ha riportato indietro nel tempo, a Mike Tyson vs James Buster Douglas a Tokyo, febbraio 1990. Iron Mike veniva da una serie di 37 vittorie consecutive, era imbattuto. Episodi che ne avevano gonfiato l’autostima, instillando nella testa la convinzione di essere imbattibile. Debilitato da un’infezione intestinale da virus, poco allenato, aveva aggiunto a questi aspetti negativi l’assunzione di nuovi allenatori: Jay Bright e Aaron Snowell, due vecchi amici.
Due ragazzi che non potrebbero insegnare neppure come si nuota a un pesce” aveva commentato Teddy Atlas.
E aveva perso per ko.
Non dico che Malik Scott meriti una definizione come quella che Atlas ha sparato sulla coppia di amici, ricordo l’episodio solo per sottolineare come la psiche di un campione lo porti a volte a cercare di nuotare in un mare piatto e senza correnti, piuttosto che investire su allenamento e nervi tesi per gestire la barca quando l’Oceano è in tempesta.
Ormai l’avrete capito, So cercando disperatamente un ma che possa aiutarmi a individuare un dubbio. Alla fine sono stato premiato, l’ho trovato. Mi è stato detto che, nonostante un’apparente tranquillità e la solita tracotante sicurezza nelle uscite ufficiali, in realtà Tyson Fury sia davvero furioso, agitato.
Voleva Anthony Joshua. Lo voleva per unificare i titoli, per guadagnare cento milioni di dollari, per aumentare la sua popolarità sino a farla diventare universale. Lo voleva soprattutto perché era certo di batterlo. E adesso il pesce grosso non c’è più. Al suo posto c’è la trappola Deontay Wilder. Un match in cui ha tutto da perdere.
Dovesse batterlo avrebbe chiuso una questione che tutti avevano già dato per chiusa, fino a quando un ex giudice non ha deciso che il terzo incontro fosse obbligatorio.
Dovesse perdere, difficilmente si rimetterebbe in piedi. Sicuramente non si rimetterebbe in piedi avendo davanti le stesse prospettive di oggi.
È questo che alla fine regala un po’ di incertezza al mondiale.
Fury per vincerlo non deve mai perdere la concentrazione, deve avere la giusta tensione per tutto il tempo in cui rimarrà sul ring. Perché una cosa giusta Wilder l’ha detta: a lui basta trovare due secondi di incertezza per metterlo ko.

Momo Duran sul tetto del mondo in una notte magica

di Dario Torromeo

Ripropongo un’intervista, credo dica meglio di tanti racconti chi sia davvero Massimiliano Momo Duran e cosa abbia fatto nel mondo della boxe. Quale cammino abbiano percorso lui e la sua famiglia.

Il telefono suona due sole volte, prima che arrivi il terzo squillo Massimiliano ha già la cornetta in mano.
Dimmi Rocco.
“Sapevi che avrei chiamato?”
Lo speravo.
“Ho una grande notizia per te”.
Dimmi Rocco.
“Prova a indovinare”.
Il titolo europeo?
“Sali”.
Non dirmi che è il mondiale.
“E invece te lo dico. Hai la possibilità di fare il titolo. Hai un’ora di tempo per decidere. Prendere o lasciare”.
Ti richiamo.
Cinque minuti dopo Carlo torna a casa.
Papà, ha chiamato Rocco. Posso fare il mondiale.
“Te la senti? Ne sei convinto?”
Certo.
“E allora andiamo a prenderci questo titolo”.
È nata così la grande avventura di Massimiliano Duran.
La telefonata che gli ha cambiato la vita partiva da Genova, destinazione Ferrara. Era la tarda primavera del 1990.
Due mesi dopo, il 27 luglio di quell’anno: venti giorni dopo Italia ’90, si batteva sul ring di Capo d’Orlando contro il grande Carlos De Leon.

Ciao Massimiliano, vogliamo parlare di quella notte?
Volentieri Dario, comincio dicendoti come mi sentivo dopo quella telefonata di Rocco Agostino. Mi sembrava di essere protagonista di un sogno.
Se chiudi gli occhi, quale è la prima immagine che ti torna alla mente?
Quella di un signore che dal palazzo accanto all’hotel dove alloggiavo in attesa del match a Capo d’Orlando, mi ha visto e salutato. Due minuti dopo ero circondato da una marea di ragazzi, nell’edificio vicino c’era una scuola e loro volevano conoscere lo sfidante al titolo.
Altri tempi, altra popolarità per il pugilato.
Il match era trasmesso in diretta da Rai2, telecronista Mario Guerrini, interviste di Franco Costa. Stadio pieno.
Nello spogliatoio, prima dell’incontro, sia tu che Carlo avete detto che eravate sicuri della vittoria.
Il mio obiettivo era quello di diventare campione italiano. C’ero riuscito, poi avevo avuto questa enorme fortuna. Non potevo sprecarla. Sapevo che sarebbe stato un match difficile, De Leon era un campione con grande esperienza. Ma ero preparato a tutto. Papà mi aveva detto molte cose, mi aveva raccontato dei trucchi che i pugili usavano sul ring. Mi aveva messo in guarda sulle ditate negli occhi e i colpi alla gola. Non aveva tenuto delle lezioni, mi aveva raccontato queste storie mentre mangiavamo. Come se nulla fosse. E puntualmente il portoricano mi aveva fatto vedere in concreto cosa significasse subire quelle scorrettezze. Ero preparato. Mi allenavo a Bogliasco assieme a tanti campioni. Vedevo gli altri andare a combattere per un titolo e spesso tornare vincitori. Mi sentivo parte di una scuderia importante. Ero convinto di vincere, di farcela. Non potevo sciupare un’occasione del genere. Mi sentivo in grado di accarezzare il cielo, di toccare il fuoco senza farmi male
.
Carlos De Leon aveva disputato quindici titoli mondiali, tu avevi fatto in tutto quindici match. Lui era stato più volte campione, aveva una borsa da 500.000 dollari in arrivo per una sfida con George Foreman, era più esperto e maturo. Perché eri così sicuro di farcela?
Non è che fossi certo in assoluto. È che l’avevo visto combattere e mi ero fatto l’idea che se lo avessi preso in velocità, se avessi usato il mio sinistro come sapevo, se avessi avuto le gambe per reggere il ritmo delle dodici riprese, sarei potuto scendere dal ring da campione.
Alla fine è andata proprio così, anche se la conclusione non è stata quella immaginata.
Ho vinto per squalifica all’undicesima ripresa. Lui era già stato scorretto in quel round, mi aveva buttato in terra con una spinta. L’arbitro Logist aveva trasformato quella scorrettezza in un knock down e mi aveva contato. Poi era andata anche peggio. Dopo il suono del gong che decretava la fine della ripresa, con l’arbitro in mezzo, lui mi aveva colpito in faccia con un gancio destro. Io avevo guardato Logist e avevo visto che non aveva intenzione di fare niente neppure quella volta. Allora ho pensato che mettendo il ginocchio al tappeto avrei potuto farlo ammonire, così avrei pareggiato il conto. Ma in quel momento si è scatenato l’inferno.
Sono volati sul ring chili di spaghetti, una scena che è stata mandata in onda dalle televisioni di tutto il mondo.
È vero, a ripensarci mi viene da ridere. Uno degli sponsor aveva fatto distribuire un pacco di spaghetti per ogni spettatore. La gente, sentendosi tradita, ha manifestato in quel modo la sua disapprovazione
.
Campione del mondo per squalifica, al termine di un match in cui eri comunque davanti nei cartellini dei tre giudici.
Era andato tutto come avevamo previsto. Ero avanti di due e tre punti, il terzo aveva il pari. Per il verdetto è stata determinante la mediazione dell’avvocato Antonio Sciarra, all’epoca alla guida del professionismo. Ha parlato con l’inglese Clark, il rappresentate del Wbc, e sono arrivati alla decisione più giusta. Altri dirigenti, altri tempi.

Carlo dopo il match mi diceva che avrebbe voluto portarti negli Stati Uniti, invece non è andata così.
Il piano era quello. Prima una difesa a Ferrara contro Anaclet Wamba, in quello che sarebbe stato il mio ultimo match in Italia. Poi la sfida contro Thomas Hearns negli States. L’accordo era già stato raggiunto. Lui voleva vincere un’altra corona dopo quelle dei welter, superwelter, medi, supermedi e mediomassimi. Io avrei preso una borsa da un milione dei dollari. La mia vita sarebbe completamente cambiata.
E invece non è andata così.
La mia vita è cambiata, ma non nel senso che avevo pensato. Papà è morto e io ho visto saltare tutto per aria. Ero arrivato troppo in alto per gestire tutto da solo. Non sapevo come fare, mi mancava quella guida che avevo sempre avuto. Non ho avuto la capacità di tirarmi fuori da quella situazione. Ho sofferto un casino, chi avevo attorno ne ha approfittato e io non mi sono neppure difeso.
Cosa è accaduto?
Borse che cambiavano in continuazione, match che venivano spostati senza informarmi. Cose normali fuori dal ring, ma io non ero preparato ad affrontarlo. Per me era qualcosa di insostenibile. Ci sono rimasto così male che quando ho smesso di fare il pugile ero disgustato dalla boxe, sono rimasto un anno senza neppure mettere piede in palestra.
Eri molto legato a tuo padre, del resto tutta la tua famiglia è molto unita. Lasciando un attimo tranquilli mamma Augusta e tuo fratello Alessandro, dimmi: quali sono le cose più belle che Carlo ti ha detto da uomo e da pugile?
Da pugile, una volta alla fine di un allenamento a Bogliasco, mi ha detto: “Massimiliano sono contento, adesso sei forte e maturo. Andrai lontano”. È stato grande. Da uomo mi ha detto una cosa che mi ha profondamente toccato: “Ti ringrazio per quello che stai facendo per tuo fratello Alessandro, non ti rendi neppure conto di quanto tu lo stia aiutando”. Ero già campione del mondo, probabilmente se mi fossi montato la testa e avessi fatto il fenomeno lui ne avrebbe risentito.
Di Alessandro sei stato anche l’allenatore. Come era il vostro rapporto?
Abbiamo dormito per sei anni nella stessa stanza. Credi che qualcuno potesse conoscerlo meglio di me? Conoscevo i suoi punti di forza e le sue paure. Su una cosa potevamo discutere all’infinito senza essere d’accordo. Lui diceva che se un pugile non ha talento non va da nessuna parte. Io gli rispondevo che quel che diceva era vero, senza talento non si può costruire nulla. Ma se non hai accanto una persona che quel talento riesce a fartelo esprimere al cento per cento, puoi rimanere per sempre un incompiuto che non arriva fino a dove sarebbe potuto arrivare. Non lo ammetterà mai, ma credo di avere avuto un ruolo importante nella sua carriera: i titoli li ha vinti con me accanto. Lui lo sa, anche perché quando veniva all’angolo non potevo dirgli una cosa che già la stava facendo.
Come sarebbe stata la famiglia Duran senza la boxe?
Non so cosa rispondere. Avevo quindici anni e già avevo deciso. Mi divertivo a fare il pugilato, ero contento di farlo. Sentivo l’orgoglio di essere diverso, di essere in grado di fare cose che altri non riuscivano a fare.
L’idea che saresti potuto arrivare al mondiale, quando è arrivata?
Se devo scherzare, dico che una volta eravamo a tavola Alessandro, Kalambay ed io. Ridendo ho detto: ecco tre campioni del mondo, Sumbu dei medi, Ale dei welter ed io dei mediomassimi. È andata proprio così, anche se ho cambiato categoria. Ma quella era solo una battuta. Se devo essere serio dico che da quando ho cominciato pensavo a obiettivi sempre più importanti, passo dopo passo. Intendo dire che ci credevo, sognavo di arrivarci, non che ne fossi sicuro.
E dopo il mondiale come ti sei sentito?Mi sembrava di volare.
In palestra adesso hai una cintura speciale del World Boxing Council. Che significato ha?
È stata una gioia, un momento di felicità. Devo ringraziare il presidente Mauricio Sulaiman e Mauro Betti, un amico, una persona seria. È una cintura realizzata appositamente per l’Italia, per il torneo che avevo in mente. Ci sono i simboli di tutte le regioni italiane e al centro quello della Repubblica. Ne sono orgoglioso, anche se non è finita come avevo sognato.
Chiudo con una domanda poco impegnativa. Chi ti ha regalato il tuo soprannome?
È stato quello svitato di mio zio. All’esordio da professionista dovevo incontrare Momo Cupelic che si è presentato a Ferrara con dei mutandoni che non vedevo da anni. Erano da militare, con lo spacco davanti. Da vergognarsi, anche se devo dire che oggi Cupelic le avrebbe suonate a tanti. Quando in allenamento non andavo, avevo poca voglia o non facevo le cose per bene, mio zio continuava a ripetermi: “Non fare il Momo, non fare il Momo”. Così quel soprannome mi è rimasto addosso, un giornalista l’ha scritto in un articolo ed è stata la fine. Ma mi ha portato fortuna e quindi dico: Grazie Momo.
Massimilano chiude con una risata questa lunga chiacchierata.È il testimone di un pugilato che forse non tornerà più. Quello dei match in diretta sulla Rai, degli stadi pieni, dei nostri campioni che partono nettamente sfavoriti e battono il grande di turno.
Oggi Momo allena e lo fa con la stessa passione di sempre.
In questa intervista però c’è una domanda sbagliata, colpa mia.
Perché sono andato a chiedere a un Duran cosa sarebbe stata la sua famiglia senza il pugilato?
Come dice la scrittrice americana Joyce Carol Oates: “La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe”.
I Duran lo sanno benissimo.


Massimiliano Momo Duran è nato a Ferrara il 3 novembre 1963.
Altezza: 1.87
Categoria: cruiser (massimi leggeri)
Record: 19-6-0 (8 ko)

HALL OF FAME ITALIA 2021 IL 30 OTTOBRE A FORLI’

Il 30 ottobre serata di gala nell’ex Chiesa San Giacomo Apostolo (nell’area dei Musei San Domenico) a Forlì, piazzale Guido da Montefeltro 12, per la terza edizioni della Hall of Fame Italia, manifestazione ideata e organizzata dal quotidiano online boxeringweb.net che quest’anno avrà come partner il Comune di Forlì. Per l’edizione 2021, il Comitato Direttivo della manifestazione (composto da sette giornalisti: Gualtiero Becchetti, Flavio Dell’Amore, Franco Esposito, Alessandro Ferrarini, Davide Novelli, Vittorio Parisi, Dario Torromeo) ha deciso di inserire nell’albo d’oro della Hall of Fame Italia: Duilio Loi (campione mondiale dei superleggeri), Loris Stecca(campione mondiale dei supergallo), Patrizio Sumbu Kalambay (campione mondiale dei medi), Massimiliano Duran (campione mondiale dei massimi leggeri), Roberto Cammarelle (oro, argento e bronzo in tre diverse Olimpiadi nei supermassimi).Tra i Pionieri il riconoscimento andrà a Cleto Locatelli (campione europeo dei leggeri).Presenteranno la serata Davide Novelli, inviato della Rai e voce del pugilato sull’emittente di Stato, e Dario Torromeo, giornalista che ha raccontato dieci Olimpiadi e centinaia di campionati del mondo per il Corriere dello Sport-Stadio.

Tutto quello che c’è da sapere su Fury vs Wilder III

Sabato 9 ottobre in cartellone il mondiale pesi massimi WBC: Deontay Wilder vs Tyson Fury III. Il match sarà visibile in pay per view in Italia (SKY a 9.99 euro), Stati Uniti (ESPN e Fox Sport 1 a 79.99 dollari), Inghilterra (BT Sport a 24:95 sterline). La rivincita del febbraio 2020 ha avuto negli States 825.00 acquirenti per un incasso derivante dalla ppv di circa 66 milioni di dollari.

DOVE
A Las Vegas, alla T-Mobile Arena.

COSA
Tyson Fury difenderà il mondiale massimi WBC contro Deontay Wilder. Dodici round da tre minuti.

PRECEDENTI
1 dicembre 2018. Pari (113-113, 111-115 Wilder, 114-112 Fury)
22 febbraio 2020. Fury b. Wilder kot 7 dopo 1:39

ORARI
Il match principale avrà inizio attorno alle 05:00 di domenica mattina 10 ottobre (fuso orario italiano). La riunione avrà il primo gong attorno alle 02:30.

BIGLIETTI
Il costo dei biglietti (alla data del 6 ottobre) va da 2202.000 dollari.

TELEVISIONE
La riunione, che andrà in diretta su Sky Primafila (canale 256 di Sky Sport) alle 3 del mattino del 10 ottobre in Italia, avrà come telecronista Mario Giambuzzi, al commento tecnico Francesco Damiani. Le repliche dal 10 al 13 ottobre: alle 12:00, 16:00, 20:00 (canale Sky Sport 259). On demand dal 10 al 17 ottobre. In diretta Tv anche altri incontri del programma. La trasmissione sarà in pay per view, costo 9.99 euro.

DEONTAY WILDER
età: 35 anni
record: 42-1-1 (41 ko)
percentuale ko: 93.18 %
altezza: 2.01
peso ultimo match: 104,780 kg

Ultimi cinque match

3-3-2018       Luis Ortiz (28-0) + kot 10
1-12-2018    Tyson Fury (27-0) SD 12
18-5-2019    Dominic Brezeale (20-1-0) + ko 1
23-11-2019  Luis Ortiz (31-1-0) + ko 7
22-2-2020    Tyson Fury (29-0-1) – kot 7

TYSON FURY
età: 32 anni
record: 30–0-1 (21 ko)
percentuale ko: 67.74 %
altezza: 2.06
peso ultimo match: 1123,830 kg
Ultimi cinque match
18-8-2018 Francesco Pianeta (35-4-1) + p. 10
1-12-2018 Deontay Wilder (40-0) SD 12
15-6-2019 Tom Schwarz (24-0) + Kot 2
14-9-2019 Otto Wallin (20-0) UD 12
22-2-2020 Deontay Wilder (42-0-1) + kot 7

LE SCOMMESSE
Il campione favorito per i bookmaker. Tyson Fury 1.32/1; Deontay Wilder 3.33/1.

LE BORSE
Le borse ufficiali parlano di potenziali 24 milioni di dollari per Fury e 16 milioni per Wilder, compresa la percentuale della pay per view .

IL PROGRAMMA 
(In Tv) Massimi (8 round) Vladimir Tereshkin (22-0-1, 12 ko, Russia) vs Jared Anderson (9-0, 9 ko, Usa). Massimi (12 round): Adam Kownacki (20-1-0, 15 ko, Polonia) vs Robert Helenius (30-3-0, 19 ko, Finlandia) per il titolo Wbo della NABO. Massimi (10 riprese): Frank Sanchez (18-0, 13 ko, Cuba) vs Efe Ajaba (15-0, 12 ko, Nigeria). Massimi (mondiale Wbc, 12 round) Tyson Fury (30-0-1, 21 ko, Inghilterra) vs Deontay Wilder (42-1-1, 41 ko, Usa). (fuori collegamento) Piuma (10 riprese) Robeisy Ramirez (7-1-0) vs Orlando Gonzalez Ruiz (17-0). Supermedi (10 round). Edgar Berlanga (17-0) vs Marcelo Esteban Caceres (30-2-1) per il titolo vacante NABO della WBO.

Fury vs Wilder il 9 ottobre, in Tv su Sky in pay per view

Il match era in programma il 24 luglio, la positività al Covid-19 di Tyson Fury (e di buona parte del suo clan) a due settimane dalla sfida, ha costretto gli organizzatori al rinvio. Il mondiale massimI WBC si disputerà il 9 ottobre a Las Vegas. E sarà trasmesso in Italia, come era stato già annunciato per il combattimento poi saltato, in pay per view (9,99 per la connesione, Iva compresa, codice di acquisto 881881) da Sky.
Tyson Fury (30-0-1, 21 ko) difenderà il titolo contro Deontay Wilder (41-1-1, 41 ko) nel terzo match tra di loro. La riunione, che andrà in diretta su Sky Primafila (canale 256 di Sky Sport) alle 3 del mattino del 10 ottobre in Italia, avrà come telecronista Mario Giambuzzi, al commento tecnico Francesco Damiani. La replica dal 10 al 13 ottobre alle 12:00, 16:00, 20:00 (canale Sky Sport 259). On demand dal 10 al 17 ottobre,
In diretta Tv anche altri incontri del programma. 
Supemedi (10 round): Edgar Berlanga (17-0) vs Marcelo Esteban Caceres (30-2-1) per il titolo vacante NABO della WBO.
Massimi (12 round): Adam Kownacki (20-1-0, 15 ko, Polonia) vs Robert Helenius (30-3-0, 19 ko, Finlandia) per il titolo Wbo della NABO.
Massimi (10 riprese): Frank Sanchez (18-0, 13 ko, Cuba) vs Efe Ajaba (15-0, 12 ko, Nigeria).
Piuma (10 riprese) Robeisy Ramirez (7-1-0) vs Orlando Gonzalez Ruiz (17-0).
Organizzano Bob Arum, Frank Warren, Al Haymon.

Che senso ha dire: Abraham ha cancellato il ricordo di Džeko?

Lo so. Mi sto imbarcando in un discorso impopolare. Tammy Abraham vive un momento di grande popolarità, ha giocato una splendida partita di esordio contro la Fiorentina. Il discorso che vado a fare si potrebbe prestare a facili incomprensioni. Ma credo che un giornalista debba raccontare quello che vede, esprimere liberamente il suo pensiero. A prescindere dai like o dai consensi che prenderà.
E allora, ecco cosa penso.
Abraham gioca 68 minuti contro la Fiorentina e il Corriere dello Sport Stadio titola

CON LE PRIME PRODEZZE ABRAHAM CANCELLA IL RICORDO DI DZEKO
(a tutta pagina, in prima)

I TIFOSI HANNO GIA’ DIMENTICATO DZEKO
(all’interno).

Dopo una spinta continua alla cessione del bosniaco negli ultimi tre anni, il quotidiano evidentemente non è ancora soddisfatto del trattamento riservato all’attaccante. Va oltre, supera i limiti del possibile.
In questo articolo che state leggendo il soggetto del discorso non è certo Abraham, e neppure Džeko. È il modo di fare giornalismo oggi.
Anche se Abraham diventasse il più forte giocatore del mondo, quanto fatto oggi dal quotidiano sportivo romano non va bene.
La fretta di proporre sentenze definitive, porta a dare giudizi trancianti a ogni partita. 
La smania di stupire porta ad allargare il contesto del discorso dal particolare all’universale.
I numeri dicono che Džeko è un grande attaccante, uno che nella Roma ha realizzato quello che (in molti casi) nessuno o pochi hanno fatto in questa società.
È il terzo marcatore nella storia della Roma, dopo Totti e Pruzzo.
È il giocatore straniero che ha segnato più gol in questa squadra.
È il calciatore romanista che ha realizzato più gol nella Coppa Uefa.
È l’autore della prima tripletta di un romanista in Coppa Campioni.
E questi sono fatti. Ma con Džeko il Corriere dello Sport e gran parte della tifoseria sembra abbiano un conto aperto. Io dico solo che confrontare una carriera fatta di risultati da record con 68 minuti di partita, non è un modo di fare giornalismo che mi piace.
E, lo ripeto, Abraham è forte, può diventare fortissimo, essere il futuro faro della Roma, una stella di livello internazionale. Ma non è di questo che sto parlando nell’articolo, in ogni statistica che si rispetti vanno messi a confronto elementi omogenei. In questo caso non è stato fatto.
Chiusura per chi ancora non avesser colto il senso del discorso.
Non ho scritto che Džeko è più forte di Abraham.
Non ho scritto che è esagerato lodare (nel contesto della partita) il calciatore inglese.
Ho solo detto che cancellare (a parole) il ricordo di Džeko è sbagliato, giornalisticamente parlando.

Canelo vs Plant, mondiale supermedi unificato. È fatta!

Il 6 novembre all’MGM Grand di Las Vegas (Nevada, Stati Uniti), andrà in scena il mondiale unificato dei pesi supermedi tra il messicano Saul Canelo Alvarez (56-1-2, 38 ko, campione WBC, WBA, WBO) e lo statunitense Caleb Plant (21-0, 12 ko, campione IBF).
Lo scrive Joseph Santoliquito su ringtv.com.
L’accordo sarebbe stato raggiunto tra Eddy Renoso, manager oltre che allenatore di Alvarez, e Al Haymon boss della Premier Boxing Champions (PBC).
Per i pugili si prospettano borse record.