Il mondiale Pacquiao vs Ugas trasmesso in diretta da Sky

Bel colpo di Sky per quel che riguarda la boxe.
Trasmetterà il match per il titolo WBA dei welter tra Manny Pacquiao (62-7-2, 39 ko) e Yurdenis Ugas (26-4-0, 12 ko).
La diretta, dalla T-Mobile Arena di Las Vegas, avrà inizio alle 3 della notte italiana tra sabato 21 e domenica 22 agosto sul canale Sky Sport 256 HD, in pay per view al costo di 9,99 euro.
Le repliche durante la giornata di domenica sul canale Sky Sport 259.
Telecronista Mario Giambuzzi, commento tecnico di Francesco Damiani.
I match saranno trasmessi da Sky seguendo questo ordine (approssimativo, a secondo della durata effettiva dei combattimenti).
ore 3:00 (domenica 22) Inizio trasmissione in diretta
ore 3:10 Piuma (10×3) Carlos Castro (26-0, 11 ko) vs Oscar Escandon (26-5-0, 18 ko)
ore 4:00 Piuma (WBC eliminatoria mondiale, 12×3) Mark Magsayo (22-0, 15 ko) vs Julio Ceja (32-4-1, 28 ko)
ore 4:45 Welter (10×3) Robert Guerrero (36-6-1, 20 ko) vs Victor Ortiz (32-6-3, 25 ko)
ore 5:45 Welter (mondiale WBA, 12×3) Manny Pacquiao (67-7-2, 39 ko) vs Yordenis Ugas (27-0, 21 ko)

Altro grande pugilato in tv con il mondiale WBC dei pesi massimi tra Tyson Fury (30-0-1, 21 ko) e Deontay Wilder (41-1-1, 41 ko). La terza sfida tra i due colossi era in programma il 24 luglio, sempre da Las Vegas, ma il campione è risultato positivo al Covid-19. Ora Tyson Fury si è ripreso e il combattimento è stato fissato per il 9 ottobre 2021, sempre alla T-Mobile Arena di Las Vegas.
Anche qui diretta in pay per view a 9,99 euro su Sky la notte del match e differita il giorno dopo in compagnia della coppia Mario Giambuzzi&Francesco Damiani.

Tarapia tapioco! Prematurata la supercazzola o scherziamo?

I quarti attaccano i quinti, il problema arriva però quando uno di loro lo fa calciando con il piede non suo. A quel punto pensi che l’arbitro fischi e chiami la polizia, ma dura un attimo. Un altro calciatore usa il piede educato, l’arbitro apprezza. Il bomber tocca per il centrocampista che viene a rimorchio.
Accade di tutto.
Body check dopo una corsa coast to coast, gol.
Niente clean sheet, è bastato un tap in.
E pensare che quello ha tirato con il piede sordo.
Il coach in panchina si allinea con l’estasi, l’altro loda la pulizia dell’assistenza.
E dire che qualcuno pensa ancora alle seconde palle, mentre il bomber segna una doppietta personale. Un gol è suo, l’altro pure, ça va sans dire.
L’esterno a sostegno attacca la profondità, ma viene tamponato nel traffico. Nessuno si chiede il perché non aprano lo svincolo, tacciono perché sanno che il poverino non ha due piedi. Quello insiste e calcia un cross panoramico, ma all’improvviso scopre di avere i piedi invertiti. Pazzesco! Ne viene fuori una giocata meno bella di quanto sia difficile che poi lui ha fatto facile.
Il treno armeno smorza con grande confidenza, la palla va a morire da sola. Tranquilla.
Il bomber si mette in proprio, alza il baricentro, tocca coi tempi giusti, calcia ogni pallone con il contagiri. Ne conta fino a cento prima di scontrarsi con il difensore al limite del controfallo.
Il difendente ha il piede debole e accompagna la palla all’uscita. Questione di educazione. Meglio mettersi in proprio.
Ripartenza e pallone sanguinoso, una giocata piaciuta sul protagonismo. Lui lo fa spesso e la squadra trova sicurezza nel vivere l’area di rigore.
E via così.
Il falso nueve insegue la manita, gli avversari cercano la remuntada. Mucchio selvaggio. Il bimbo viene dalla cantera, palla in buca.
Eccezionale!
Ma che gol ha fatto il falso nueve?
A me lo chiedi? Io, al massimo, posso mettere una seconda palla in touche.
Uno spettatore urla, ha scoperto di non avere più un piede.
In campo, il bomber ha appena segnato con un arto non suo. E non ha alcuna intenzione di restituirlo.
Seguono per i non udenti, scandite sillaba per sillaba, le infinite generalità del marcatore.

P.S. Il titolo è preso da una frase di Amici miei, pronunciata dal conte Mascetti, interpretato dal grande Ugo Tognazzi.

Il calcio in Tv va male. Colpa di troppe partite e di chi le racconta…

Il calcio in Tv va male.
Dalla ripresa del campionato di Serie A, nessuna partita ha fatto meglio di quelle trasmesse nell’era pre-Covid. L’audience media delle pay tv (nella giornata del 20 giugno) è stata di 56.000 spettatori per Sky Serie A, 26.000 per DAZN, 24.700 per SkySport Uno (fonte Corriere della Sera, elaborazione Geca e iPort Nielsen su dati Auditel). Numeri bassi.
Calcio a ripetizione.
Il mercato fa un’offerta a seconda di quale sia la domanda? Era vero una volta, ora non più. Perché a forza di nutrirci di pallone, ne siamo ormai sazi. O perlomeno, abbiamo affinato i nostri gusti, pretendendo solo materiale di qualità.

Il prodotto proposto offre uno spettacolo noioso. La ripetitività delle partite a breve scadenza contribuisce al calo di interesse, come sempre accade quando l’offerta supera la domanda. Ma c’è dell’altro.
In una situazione in cui si avrebbe bisogno di una guida attraverso il labirinto di un campionato no stop, l’aiuto offerto da chi va in video è deludente.

Se il telecronista si trasforma in radiocronista e ci racconta quello che già vediamo con i nostri occhi, la sua figura diventa ininfluente.
Davanti a un probabile fallo in area, deve dire chiaramente la sua verità. È questo l’aiuto che il telespettatore chiede, sapere quale sia l’opinione di chi si presuppone sappia più di lui.
Ma molti telecronisti preferiscono strillare per un tiro che finisce a cinque metri dalla porta, definire fantastico uno stop, esaltante un passaggio ravvicinato, prodigioso un intervento in anticipo. Siamo arrivati al punto che è obbligatorio ingigantire la normalità. Serve per continuare a tenere alto il livello di interesse. Ma siamo sicuri che i telespettatori siano così poco attenti nel giudicare il prodotto? E poi, se tutto è proposto come eccezionale, alla fine niente più lo sarà.
Lascio da parte gli errori sui nomi, lo scambio di persona (un giocatore preso per un altro), l’esaltazione anche per un fallo laterale. E passo ai commentatori tecnici.
Ci sono quelli bravi, è ovvio.
Bergomi, Marchegiani, Guidolin, tanto per citarne tre sul campo. Fuori diretta, credo che Stefano De Grandis e Paolo Condò rappresentino al meglio quello che dovrebbe essere il ruolo del giornalista in tv.

Hanno competenza, non sono supponenti, parlano usando un italiano pulito e non fanno uso né di termini gergali, né di frasi astruse al cui interno si trovano parole che non esistono nella nostra lingua. Non urlano, non insultano. Argomentano. Illustrano tecnicamente, fanno riferimenti storici, supportano con i fatti le loro interpretazioni. Non cercano il consenso, hanno il giusto ritmo nella narrazione. Appartengono a una razza in via di estinzione, quella dei commentatori televisivi ancora convinti che il protagonista delle trasmissioni sia lo sport, non il proprio ego.

E poi ci sono anche quelli che anziché spiegarci come e perché, ci raccontano quello che abbiamo già visto. Così facendo, abbiamo un doppione inutile. Telecronista e commentatore assumono a volte lo stesso ruolo dei sottotitoli, anziché quello di narratori dell’evento.

Vorrei poi chiedere quale sia il ruolo, quali le capacità professionali, la conoscenza tecnica, la percezione della notizia, il lampo sull’interpretazione della chiave di lettura di una partita di Diletta Leotta. Parliamoci chiaro, c’è un solo professionista che se dovesse insegnare in una scuola di giornalismo la citerebbe come esempio?

Per carità, il decadimento del mestiere non è certo imputabile a lei. È in buona compagnia.

Le urla di entusiasmo anche davanti alla noia assoluta, lo scandire del nome e cognome (presto, dopo un gol, arriveremo alla declamazione dell’intero albero genealogico) per un tocco in porta a due metri dalla linea, la diagnosi medica fatta a tre secondi dall’incidente pure essendo assai lontani dall’infortunato e non dotati di laurea in medicina, l’invenzione di slogan che solo chi li pronuncia è convinto che producano fidelizzazione e ammirazione. Questo e altro ci viene dispensato quotidianamente.

Sono anziano, mi ricordo i tempi in cui un direttore come Giorgio Tosatti ci diceva che il protagonista della narrazione è l’atleta, l’evento in sé. Non il giornalista che ne è testimone. Questo, l’ho capito da tempo, appartiene alla preistoria. Soprattutto in televisione.

Purtroppo però, i numeri ci dicono che la formula è logora. Andrebbe cambiata.
Sky ha grandi meriti. Dal punto di vista tecnico ci ha fatto scoprire uno sport come non l’avevamo mai visto. Ha avuto per qualche momento dei professionisti che ce l’hanno raccontato in maniera accattivante, prendendo quel minimo di distanza che rendeva più gradevole la narrazione.

Ma adesso sembra non basti più.
È accaduto ai quotidiani sportivi, sta accadendo alle televisioni.
Nessuno pensava fino a qualche anno fa che i giornali subissero crolli così catastrofici. Nei tempi delle vacche grasse si rideva davanti alle previsioni di una possibile scomparsa di testate storiche. Oggi sono sempre più convinto che, se il trend continuerà ad essere quello corrente, di quotidiani ne resteranno veramente pochi.
Ma anche calcio e televisione dovrebbero percepire l’allarme.
Il canone per la tv via cavo è alto, ci sono meno soldi nelle tasche degli italiani. Questo alza il livello delle pretese. Sia sotto il profilo dello spettacolo offerto che in quello della narrazione che lo accompagna. In video vada chi non è convinto che il personaggio più importante della storia sia lui, chi ha la forza di affrontare un’intervista sempre con la stessa decisione. Sia l’intervistato un nome importante, che un giocatore alle prime armi.
Perché certe domande e certe battute che ascoltiamo fare a atleti/allenatori di seconda fascia, non vengono ripetute con la stessa ironia o durezza a Conte o Sarri?

L’ironia è un fantastico strumento per raccontare lo sport. Ma va usata con accortezza, trasformare l’intero spettacolo in quella che a Roma si chiama cojonella, non contribuisce ad alzare il livello delle trasmissioni.

Quando si passava da un successo economico all’altro si facevano grandi feste, ci si autocelebrava. Ora si continua a ballare mentre il Titanic affonda. Mediaset Premium è scomparso, DAZN è stato inglobato (Sky offre gratuitamente l’abbonamento ai clienti EXTRA). Dal prossimo anno (dicono) cambierà tutto.
A chi come me paga l’abbonamento a prezzo pieno, basterebbe che diminuissero le urla e l’enfasi.
Non si conquista il pubblico solo perché si chiama per nome l’intervistato, perché si è amici del protagonista.
E poi, e la finisco qui, è mai possibile che su duemila partite trasmesse non ce ne sia neppure una cha sia stata brutta, ma davvero brutta? C’è? E allora ditelo. Fateci anche il piacere di dire che tizio ha sbagliato un gol clamoroso, caio ha commesso un fallo da rigore, che anche un fenomeno come Cristiano Ronaldo (cito il più forte di tutti) possa giocare una partita pessima, che anche un fuoriclasse come Gigi Buffon possa fare una papera. Non esiste il calcio perfetto. Le porte del paese delle meraviglie non sono più spalancate come un tempo.
Lottate per non farle chiudere.

Espn+, la tv americana fa il pieno di ascolti con la boxe d’epoca

Una maratona di boxe. Dieci ore senza interruzione concluse con un ottimo risultato di ascolti.

ESPN+ è il canale in streaming di ESPN. Nato appena due anni fa, è in continua espansione. Lo scorso febbraio ha raggiunto 7,6 milioni di abbonati. Costa 4,99 dollari al mese o 49,99 l’anno a cui bisogna aggiungere il pagamento della tv via cavo ESPN, altri 79,99 dollari annui.

Detto, questo, veniamo al pugilato.

Sabato 18 aprile la tv ha mandato in onda, da mezzogiorno alle 23:00, dodici incontri di pugilato. In ordine di apparizione: Ali vs Foreman, Foreman vs Holyfield, De La Hoya vs Chavez I, De La Hoya vs Trinidad, Hagler vs Hearns, Tyson vs Berbick, Tyson vs Holmes, Tyson vs Spinks, Liston vs Clay, Ali vs Frazier I, II, III.

È stato proprio quest’ultimo (dalle 22:00 alle 23:00) il più visto: 699.000 spettatori. In totale, la maratona ne ha raccolti 5.877.000, con una media di 489.750 a match.Un ottimo risultato, considerando che la media della rete nelle giornate al di fuori di questo periodo tragico della pandemia, è di poco superiore al mezzo milione.

In aggiunta, su statistiche fornite dalla casa madre, tra i venti programmi sportivi più visti in quella settimana, otto sono match di pugilato.

Anche il nuovo episodio di AEW Dynamite, l’emergente spettacolo di wrestling assai popolare, è rimasto sotto il top della boxe (683.000).

L’unico show trasmesso dal vivo da Espn+ in questo 2020 è stato, nello scorso gennaio (704.000 di audience), il match tra i mediomassimi Eleider Alvarez (24-1-0) e Michael Seals (24-2-0).

Diifficile trovare, tra gli sport d’epoca, un’altra disciplina che riesca a fare i numeri della boxe.

DAZN vieta la boxe ai minori di 18 anni. Purtroppo hanno ragione loro…

Ieri sera, 7 dicembre.
Accendo la televisione, mi sintonizzo su DAZN e clicco sul programma che trasmette Andy Ruiz jr vs Anthony Joshua. Appare un fondo nero con su una scritta: questo programma è vietato ai minori di 18 anni, registratevi per dimostrare la vostra età.
Lo faccio e vedo il mondiale.
Ma che DAZN, che ha praticamente il monopolio dell’informazione pugilistica in Italia, consideri la visione di questo sport vietata ai minori mi ha sorpreso.
Evidentemente non è per scene di sesso, né per il linguaggio volgare, né per i temi trattati. È vietato perché è cosiderato violento.
Leggendo tutto quello che è stato scritto sui social sul mondiale vinto da AJ, mi sono convinto che hanno ragione loro.

Jennifer Lopez e Shakira nella notte del Superbowl, il 2 febbraio a Miami

Uno show tutto latino. Saranno Jennifer Lopez e Shakira le protagoniste dello spettacolo musicale a metà tempo dell’edizione numero LIV del Superbowl, che si terrà il 2 febbraio 2020 all’Hard Rock Stadium di Miami, Florida.
La finale della stagione NFL (Football Americano) sarà trasmessa in diretta su Fox.
Sembra che questa volta gli spot avranno la durata di circa 40 secondi, dieci in più dell’ultima edizione, anche perché i blocchi pubblicitari sono stati ridotti da cinque a quattro. E saranno venduti a 5,6 milioni di dollari ognuno.
Il Superbowl è seguito mediamente da cento milioni di telespettatori.

Condò, Bertolucci, Sacchi, Sanchini e gli altri commentatori televisivi

Conosco Paolo Condò, dire che sono un suo amico mi sembrerebbe esagerato. Ci siamo incrociati quasi sempre per lavoro, con l’aggiunta di un paio di cene legate a un premio. Eravamo in corsa entrambi. Nessuno dei due ha vinto.
Questo per dire che quanto sto per scrivere non è figlio di frequentazioni intense, non abbiamo neppure lavorato nello stesso giornale.
Ecco, definita la cornice, parlo del quadro.
Un giornalista televisivo per me dovrebbe essere proprio come Paolo.
Ha competenza, non è supponente, parla usando un italiano pulito e non fa uso né di termini gergali, né di frasi astruse al cui interno si trovano parole che neppure esistono nella nostra lingua. Non urla, non insulta. Argomenta. Illustra tecnicamente, fa riferimenti storici, appoggia con i fatti le sue interpretazioni. Ha senso dell’umorismo e lo usa istintivamente, senza cercare l’applauso ma solo perché nel ritmo del discorso ci sta bene. E poi, gli viene naturale.
Appartiene a una razza in via di estinzione, quella dei commentatori televisivi ancora convinti che il protagonista delle trasmissioni sia lo sport, non il proprio ego.
La televisione deforma, stravolge il comportamento di professionisti che perdono di vista l’obiettivo, che è quello di fare chiarezza, attraverso la competenza, sullo spettacolo che il mezzo televisivo ci propone. Il loro racconto manca di lucide analisi, sostituite da frasi lontane dalla bellezza della nostra lingua, frasi che hanno il solo scopo di gonfiare chi le pronuncia.
Sono uno spettatore all’antica.
Mi piace il modo di proporsi di Paolo Bertolucci. In tempi passati chiacchieravamo sugli spalti degli stadi di tennis in ogni parte del mondo. Vedevamo assieme la partita e con un paio di frasi chiare, illuminanti, lui riusciva a spiegarmi tatticamente cosa stesse accadendo in campo, anticipando quello che sarebbe poi accaduto. Ottimo tennista, bravo commissario tecnico di Coppa Davis, quasi perfetto commentatore tecnico. E questo senza arrotolarsi in discorsi contorti che altri suoi colleghi, in sport più popolari, fanno. Ex calciatori che si intrecciano in sproloqui a mezza via tra la supercazzola del Conte Mascetti e i monologhi di Bergonzoni. Paolo commenta avvalendosi di grande competenza tecnica e di un buon senso dell’umorismo. Indispensabili se vai ad affrontare quattro ore di telecronaca.

Mi piace il modo di proporsi di Luca Sacchi, medaglia olimpica, specialista del nuoto. Ha un ritmo di telecronaca che mi tiene incollato al teleschermo, fornisce spunti tecnici interessanti e a volte mi regala qualche gustoso aneddoto. Nel calcio accade che le seconde voci tendano a non sbilanciarsi, a non inimicarsi l’ambiente, piuttosto che a entrare nel cuore dell’evento. Lui non lo fa. Racconta, critica, anticipa, azzarda. E fa tutto questo senza mai lasciarsi tentare da uno sproloquio linguistico. Anche il gesto tecnico, la frequenza delle bracciate, il ritmo di gara vengono narrati con un vocabolario comprensibile da chiunque. Senza arroganza.

 

Da qualche tempo seguo con sempre più interesse il motociclismo. Mi appassiona sempre di più.
Ho imparato ad amarlo dopo essere stato plagiato da Paolo Scalera: giornalista competente, bravo nella scrittura, informato. E simpatico.
Adesso seguo il Motomondiale su Sky e non perdo un Gran Premio. Mi piace il modo di raccontare di Guido Meda, il ritmo della sua narrazione, il suono più delle parole che servono al racconto. È come se seguissi un concerto rock, lui è il frontman che usa a volte un linguaggio da fumetti per rendere più appassionante la storia. A me sembra che quelle parole non stonino mai, ci sento dentro passione e conoscenza.
Meda, bravo di suo, ha la fortuna di avere a fianco Mauro Sanchini. Lo confesso, la prima cosa che mi è piaciuta di lui è stata la voce. Anche qui, vi ho trovato qualcosa di musicale che mi ha conquistato. L’inflessione dialettale a volte rende più armoniosa la frase, ma è soprattutto quello che dice a piacermi. Spiega, racconta, azzarda pronostici anche al centro di una situazione intricata. Fa il giusto controcanto alla voce guida, arricchisce i contenuti della telecronaca e (ancora una volta) ha senso dell’umorismo. Dote, quest’ultima, indispensabile per non esaltarsi sino a volare per poi sgonfiarsi improvvisamente.

Allinearsi con l’estasi.
La pulizia dell’assistenza.
Sino all’inquietante gioca con i piedi invertiti, espressione che mi procura angoscia e pena per quegli uomini in perenne difficoltà di deambulazione.
No, frasi come queste, e qualcuna anche peggio, non le sentirete mai dalla voce di Paolo Condò, Paolo Bertolucci, Luca Sacchi e Mauro Sanchini.
Fosse per loro Antani, blinda la supercazzola prematurata con doppio scappellamento a destra è stata, è e sarà un’esclusiva del Conte Mascetti (magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi in Amici miei). Non, come pensa qualcuno, l’espressione massima di competenza, il trionfo del sapere.
È un po’ come quelli che confondono serio e serioso, quelli che riempiono i loro articoli di termini incomprensibili.
Ho avuto la fortuna di conoscere Franco Dominici, un grande giornalista del Corriere dello Sport. Mi ha spiegato che il nostro lavoro è quello di raccontare ciò che il lettore non può vedere (una volta accadeva, ora accade sempre più raramente). Di raccontarlo attraverso le emozioni, non discostandosi mai dalla realtà. Mi diceva che bisognava essere perennemente curiosi, per potere rispondere alle domande che i lettori avrebbero potuto farsi. Informarsi, narrare con passione e competenza, parlare un italiano corretto e semplice. Era il suo credo.
Ho conosciuto un prete, padre Guido, che aveva una grande cultura. Questa gli permetteva di comunicare con la gente della Garbatella, quartiere di frontiera nella Roma dei primi anni Sessanta.
Insegnava in una scuola media della zona, il Baronio. Le lezioni le teneva all’aria aperta. Voleva che si studiassero le stelle di sera, che si guardassero gli insetti nelle calde giornate d’estate, i pianeti erano meno misteriosi se guardati quaggiù dalla Terra piuttosto che studiati solo sulle pagine dei libri. Essere a contatto con quella natura che gli studenti dovevano imparare a conoscere, ecco quale era l’insegnamento del PRETE. Erano lezioni di scienze e di vita quelle che impartiva.
Padre Guido usava la parola come il mezzo più diretto per cercare di capire e poi risolvere i problemi.
“Sono sempre stato a contatto con la vita” ripeteva.
Era un uomo di cultura, ma non faceva pesare questo suo sapere. Lo usava per entrare in contatto con chi non aveva avuto la fortuna di studiare.
Ecco, a me sembra che oggi pochi commentatori televisivi siano rimasti a contatto con la vita. Ancora di meno accettino di spartire il pane del sapere. Non raccontano, preferiscono spiegare. Sono in questo molto romani, anche se nati in qualsiasi altra parte d’Italia. “Mo te spiego…”.
Hanno dimenticato in fretta ruolo e contesto in cui operano.
Per questo ringrazio Condò, Bertolucci, Sacchi e Sanchin. Quando mi metto davanti alla tv e li ascolto, mi danno la conferma di come lo sport possa ancora essere un divertimento. Una passione, un’industria milionaria e spesso corrotta sì, ma anche un gioco che ci accompagna col sorriso in questa vita.

 

 

 

 

Joshua vs Ruiz, il match più piratato di sempre: 13 milioni di spettatori illegali

Il mondiale dei massimi tra Anthony Joshua e Andy Ruiz jr, disputato sabato scorso al Madison Square Garden di New York e trasmesso in diretta da DAZN in tutto il mondo, è stato l’evento che ha registrato il più alto numero di visioni illegali nella storia del pugilato televisivo.
Secondo Muso, la società specializzata nella protezione dalla pirateria digitale, sono state oltre 13 milioni le persone che hanno visto l’incontro in streaming senza pagare neppure un cent.
Il 93% l’avrebbe fatto, ha precisato Muso, attraverso la piattaforma YouTube.
La nazione con il più alto numero di pirati è stata la Nigeria: 2,3 milioni. La Gran Bretagna è al terzo posto con 921.994.
Il precedente record tra match piratati (termine che non mi piace, ma che il Treccani oline mi autorizza ad usare: piratato agg. [part. pass. di piratare]. – Copiato abusivamente da un originale: un CD, un software piratato) apparteneva a Deontay Wilder vs Tyson Fury con 9,98 milioni di persone.
I dati della pay per view ufficiale non sono stati ancora comunicati.

Messi, le iperboli, i giornalisti, la barbarie, la Televisione…

È perverso comunque
tutto ciò che è troppo.
(Lucio Anneo Seneca)

 

Messi è Dio.

Lo scrive stamattina in prima pagina il Corriere dello Sport-Stadio. E dà del bugiardo a Papa Francesco che non vuole riconoscerlo. Il giornale se ne frega ampiamente del rispetto che dovrebbe avere per gli altri: per il miliardo e 313 milioni di cattolici sparsi nel mondo, per quelli che non hanno mai immaginato Dio come qualcuno che tira calci a un pallone.

Non un dio, ma proprio Lui.

E vai! Gongola il bullo della diretta. È giusto così. Bisogna esagerare, sempre, fino a tornare allo zero assoluto.

Ho visto Barcellona vs Liverpool su Sky e ho sentito definire ogni tocco di Messi pazzesco, straordinario, fantastico, magico, spaziale, eccezionale. E allora mi sono chiesto: quanto vale questo giocatore se per lui usano gli stessi termini con cui ogni domenica definiscono uno stop, un tiro al volo, un assist di un qualunque Pinco Pallo che giochi in Serie A?

E sì perché a forza di urlare si finisce con lo sprofondare nel silenzio.

Dire che Tizio fa una cosa pazzesca, ti dovrebbe spingere a inventare per uno come Messi nuove parole. Ma siccome, purtroppo per noi, Gianni Brera non c’è più, neologismi non se ne trovano. E allora i giocatori diventano tutti uguali.
Spaziali.
Da Pinco Pallo a Messi, senza alcuna differenza.

Il mondo dell’informazione è stato stravolto. E non da un inevitabile e ben accetto concetto di modernizzazione, ma dal ribaltamento dei ruoli. Molti giornalisti televisivi hanno da tempo abdicato al loro. In più di una telecronaca è il commentatore tecnico a dettare i tempi, relegando così il giornalista al ruolo di seconda voce. Un cronista con possibilità di manovra limitata.

Mi capita di sentire commentatori che interrogano il compagno di lavoro come un professore fa con l’alunno, lo riprendono, lo sorpassano nella narrazione dell’evento. Un altro spicchio di autorevolezza che viene strappato a una professione in continua sofferenza.

L’arroganza ha invaso il mondo dell’informazione.

Una volta, parlo della preistoria, l’intervista era costruita per conoscere diversi punti di vista, per avere delle risposte che evidenziassero la chiave di lettura che il personaggio intervistato dava dell’argomento. Oggi, spesso, la domanda ha già in sé una risposta. Fortunatamente non accade sempre così. Paolo Condò e Stefano De Grandis, non a caso due giornalisti, praticano la professione con uno spirito moderno nei concetti e antico nell’eleganza della forma, mantenendo comunque un senso di rispetto nei confronti dell’intervistato. Lo stesso fanno sul campo Andrea Paventi e Angelo Mangiante. Allora, non è così impossibile…

Ho sempre pensato che l’intervista fosse una dei compiti più difficili di un giornalista. Perché presuppone sì conoscenza dell’argomento, ma anche voglia di soddisfare la curiosità, di chi legge o ascolta, attraverso le domande che il professionista fa all’intervistato. Non ci si improvvisa.

Conoscere il calcio non basta. Altrimenti Maradona o Pelè sarebbero stati i più grandi intervistatori di sempre.

I giornalisti continuando a delegare hanno perso autorevolezza.

I giornali invece continuano a perdere copie.

Il Corsport nel 2008 ne vendeva giornalmente 315.000 solo con il cartaceo, dieci anni dopo era sceso a 91.000, oggi viaggia poco sopra le 66.000 compreso l’online.

La Gazzetta era a 445.000, ora fatica a toccare 145.000 tutto compreso.

Tuttosport chiudeva il bilancio quotidiano a 142.000, adesso è a 42.000 contando anche il digitale.

La televisione continua, con progressione lenta ma costante, a mangiare tutto. Sono prerogativa delle tv a pagamento: gli eventi, le interviste del dopo partita, le interviste esclusive, i protagonisti dello spettacolo, la programmazione dello sport a livello nazionale e mondiale (dal campionato di Serie A alle Olimpiadi). Ma soprattutto il danno ai giornali la Tv lo provoca canalizzando la pubblicità, aumentando la sua quota percentuale di mercato anno dopo anno.
E qui accade un curioso balletto.
I giornali in affanno di pubblicità e di vendite scelgono il suicidio mediatico, accettano le inserzioni a pagamento (pagine intere o mezze pagine) delle Tv e diventano mezzi di propaganda di quella che è in realtà una delle cause principali della loro caduta.
Ci troviamo spesso davanti all’esaltazione di ogni notizia riguardi la Tv, alla mancanza quasi assoluta di un’opinione critica nei confronti della politica delle emittenti.
Il flop di DAZN nella prima giornata di campionato era largamente prevedibile, viste le condizioni di fruibilità di Internet sul nostro territorio. Ma i giornali prima hanno esaltato il prodotto, poi si sono attaccati alle inevitabili e giuste lamentele dei clienti per fare da sponda ed esporre il problema. In altri tempi avrebbero picchiato, autonomamente e senza pietà.

L’azzeramento su 2/3 dell’informazione sportiva degli inviati ha contribuito a far scendere la qualità del prodotto. Si vive prendendo da Internet, affidandosi a collaboratori che si dedicano spesso a sport di cui non conoscono nè i fondamentali nè i personaggi, guardando la televisione. Il contatto con i protagonisti non esiste più, le notizie sono scomparse. E allora mi chiedo: perché dovrei continuare a comprare un giornale che mi propone cose che ho già letto, se non addirittura visto?

A questa situazione di sofferenza si aggiunge l’abisso culturale in cui sta scivolando l’Italia, l’imbarbarimento della nostra società: un italiano su dieci non ha mai letto un libro nella sua vita, la radicalizzazione dei comportamenti, l’incapacità di staccarsi dai telefonini, di uscire per una giornata intera dai social network, di dedicarsi alla salutare lettura. Mettendo assieme questo sfacelo si capisce perché si faccia davvero fatica a guardare con un minimo di ottimismo al futuro.

Accade così che sempre più spesso qualcuno pensi che per salvarsi (anche le televisioni non attraversano un periodo di splendore…) sia necessario enfatizzare sempre e comunque il prodotto. Così un Pinco Pallo qualsiasi diventa fantastico, spaziale, magico.

E a quel punto è quasi inevitabile che Messi diventi Dio.

Siete arrivati in cielo pur di giocarvi l’ultima iperbole.

 

 

Lucchetta non conosce il silenzio e ama le banalità. Via l’audio

“Per tutte le nostre presunzioni sull’essere al centro dell’universo,
noi viviamo in un comune pianeta di una monotona stella ficcata
in un oscuro angolo, in una galassia ordinaria che è di circa cento miliardi
di galassie. Questo è il fatto fondamentale dell’universo che abitiamo.
Ed è un bene per noi arrivare a capirlo” (Carlo Sagan, astronomo)

 

Nell’articolo sul Corriere della Sera del 19 settembre scorso, il professor Aldo Grasso, docente presso l’Università del Sacro Cuore e critico televisivo del quotidiano, poneva una domanda ai lettori: Il telecronista e il commentatore sono al servizio dell’incontro o vale invece la nuova regola che la competizione sportiva è al servizio del telecronista?

Oggi, per l’intera telecronaca di Serbia vs Italia, finale del mondiale femminile di pallavolo, Andrea Lucchetta ha dato una risposta definitiva.

Non è stato zitto neppure un secondo, ha messo in fila una serie di banalità, qualcuna anche un po’ volgare, mi ha inflitto la sua voce come se fosse una penitenza che dovessi assolutamente scontare.
Mi ha in pratica costretto a vedere l’intero tie break senza l’audio.

Sono anziano, forse addirittura vecchio.

Quando ho cominciato a lavorare come giornalista mi hanno insegnato che il protagonista è sempre e comunque l’evento, l’atleta. Tu sei solo chiamato a raccontare la meravigliosa avventura a cui hai la fortuna di assistere. Non devi prevaricare la competizione sportiva, devi semplicemente preoccuparti di narrare quello che vedi inserendolo nel contesto armonioso di una storia.

Una grande storia, come la finale mondiale ha dimostrato di essere.

Chiudo qui. Non voglio sommergervi anch’io sotto un mare di parole. Ma credetemi, il silenzio è un tempo della narrazione, fa parte integrante del racconto.

Tutto il resto è noia. Se non addirittura fastidio.