Tifoso inglese chiama il figlio Bermondsey Millwall Den, è il nome della sua squadra e dello stadio…

180040241-b4d92e1f-686e-4ef6-a6b3-c9c58c1c3fb4È accaduto a Londra

Mike Bloomfield l’aveva detto.

Kelly, la moglie, non pensava che l’avrebbe fatto davvero.

E invece lui è andato all’anagrafe e ha chiamato il suo bambino Bermondsey Millwall Den Bloomfield (foto postata su Twitter dal Millwall).

Dove Bermondsey sta per la zona di Londra dove gioca il Millwall, la squadra per cui Mike tifa, e Den è il nome dello stadio.

La signora l’ha presa bene.
Non è poi così male, mi ero spaventata perché pensavo fosse un unico nome“.
Se David Beckham ha chiamato suo figlio Brooklyn, non vedo perché io non posso chiamarlo Bermondsey Millwall Den!”

Ha ragione. Sono molti i bambini nati da genitori famosi che si sono visti affibbiare un cognome strano, tanto per contenere il termine in un eufemismo.

Sono bambini famosi fin dalla nascita, ma devono anche portarsi dietro per tutta la vita il peso di un nome da brivido. Sembra che ai figlioli delle celebrità sia vietato per legge chiamarsi come gran parte dell’umanità. Questa voglia di essere estrosi a ogni costo mi ha fatto sempre sorridere.
Brooklyn è il più grande dei figli di David Beckham e Victoria Adams. I suoi fratelli si chiamano Romeo e Cruz.
Capisco che Carl, Eddie e John potevano sembrare troppo banali, ma perché esagerare con Brooklyn, Romeo e Cruz?
La risposta è semplice: i tre ragazzi sono stati battezzati con il nome delle città in cui sono stati concepiti.
E se avessero fatto l’amore a Bastardo (in Umbria)?
Non è andata meglio alla più piccola, la sorellina che i coniugi Beckham hanno chiamato Harper Seven: antico nome inglese con l’aggiunta del numero della maglia del babbo quando era ancora un calciatore. Una delicatezza che la piccola apprezzerà, ne sono sicuro.

i-beckham-645I pargoli dei Beckham sono in buona compagnia.
Accanto a loro troviamo Christopher Cassano, Chanel Totti, Swami Miccoli. E poi Tobias, Dorotea e Sasha Del Piero. O Louis Thomas e David Lee Buffon. Tanto per rimanere nel mondo del pallone.
Gwynneth Paltrow e Chris Martin (leader dei Coldplay) hanno optato per Apple e Moses. Arriverà presto chi proporrà Nike in caso di un bel maschietto e Adidas per la femminuccia?
Madonna ha scelto Maria Lourdes.
La devozione prima di tutto.
Gery Haliwell, ex Spice Girl come Victoria, ha chiamato la sua piccola Bluebelle: campanula.
Bruce Willis e Demi Moore, all’epoca, hanno chiamato la primogenita Tallulab Belle che vuol dire cascate zampillanti, nella lingua degli indiani d’America. Sembra che la piccolina vada in giro con una targhetta esplicativa. Poi sono passati a Runner Glem e Scout LaRue: giovane eroina di un romanzo che avevano letto prima del concepimento della bambina. Se avessero letto Topolino, l’avrebbero chiamata Nonna Papera?
Il divorzio ci ha privato di altre gustose invenzioni…

figli-famosiFuchsia non è solo un colore, ma anche il nome della figlia di Sting. Era andato giù più duro Frank Zappa: Moon Unit, Dweezil e Diva Muffin.
Yaki Elkann ha chiamato Oceano e Leone i figli avuti da Lavinia Borromeo.
Flavio Briatore ed Elisabetta Gregoraci hanno scelto Nathan Falco.
Chiudo con Steffi Graf e Andre Agassi. I loro due figli si chiamano Jaden e Jaz Elle. Finalmente due nomi semplici…
Non so cosa quali peccati abbiano commesso questi figlioli ancora prima di nascere per meritare condanne del genere.
Modificando una famosa frase del film “Gioventù perduta” mi viene da dire: “Perché non si chiede il parere dei figli prima di introdurli in questo mondo con simili nomi?

 

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Genitori violenti, insulti e razzismo Torino-Juventus under 10 finisce in rissa

pulcini-743x535“Che tu possa incontrare la vittoria e la sconfitta, e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso”(Rudyard Kipling)

Insulti e cori razzisti, è scoppiata anche una rissa. Si giocava a Novara il derby pulcini (bambini di dieci anni) tra Torino e Juventus. I genitori hanno atteso i “nemici” nel parcheggio dello stadio. Dopo le parole sono passati ai fatti. Le società si sono dissociate, la Juventus ha convocato i genitori accusati dell’aggressione. È l’ennesima manifestazione di intolleranza, violenza e razzismo da parte dei genitori di piccoli sportivi. Un fenomeno che non sembra riesca a trovare una soluzione.

StampaUn arbitro di calcio di 17 anni è stato aggredito dal papà di un giocatore. Il genitore ha invaso il campo e ha picchiato il direttore di gara, mandandolo all’ospedale dove è stato medicato e dimesso con una prognosi di tre giorni. E’ accaduto durante una partita del campionato Giovanissimi tra Tricase e Sogliano Cavour tra ragazzini di 15 e 14 anni. A chiedere scusa a tutti, a cominciare dall’arbitro, per il gesto violento dell’uomo è stato il figlio dell’aggressore, in lacrime. È accaduto a fine ottobre 2014. Un episodio di violenza sui campi minori, un genitore che ancora una volta tenta di farsi giustizia davanti alle presunte colpe di un arbitro.

genitori-ultrasResto sempre convinto che il problema nasca da una cultura sportiva praticamente inesistente. Non disconosco le difficoltà legate a un’impiantistica assolutamente carente a livello scolastico, all’impossibilità degli insegnanti di fare il proprio lavoro, all’attenzione pari a zero della politica, agli ostacoli che la stessa scuola pone davanti a chi abbia scelto di fare agonismo. Ma penso che fino a quando, a qualsiasi livello, l’unica cosa importante dello sport giovanile sia il risultato non si faranno passi avanti.
 Fin da piccoli, parlo dai 5/6 anni in su, i bambini vengono sottoposti a uno stress da prestazione che raggiunge il suo apice attorno ai 12/15 anni. Il gioco scompare, la gioia di divertirsi tra coetanei è affogata negli stimoli a fare sempre meglio, sempre di più.
 La generazione dei genitori ultras esiste da tempo. Ora, di pari passo con l’imbarbarimento della società, sta facendo passi all’indietro da gigante. E per i ragazzi il divertimento si trasforma spesso in un incubo.

“C’è anche da dire che è l’unica maniera ormai per diventare campione di qualche sport. Se inizi da ragazzino perché ti va è troppo tardi. I cinesi fanno così, e infatti vincono a mani basse.“ E’ il commento di un lettore all’articolo con cui il Corriere della Sera denunciava un papà condannato a due anni con la condizionale per “ossessiva attività agonistica”. Aveva fatto assumere un eccesso di sostanze e aveva assillato in modo abnorme il 14enne figlio nuotatore.

Ci sono genitori che hanno grandissime aspettative e spingono i figli verso risultati sempre migliori. Cronometrano le prestazioni dei ragazzi, analizzano lo schema tattico in cui sono stati inseriti, elencano gli errori fatti dagli altri.
Il bambino subisce questa mole di critiche e diventa ansioso, insicuro, spesso vittima di complessi di inferiorità. Così tende a rifiutare quello sport che sino a poco tempo prima lo divertiva.

volleyPartita di volley Scanzorosciate contro Aurora Seriate Under 12. I genitori ospiti insultano e minacciano l’arbitro che secondo loro stava favorendo la squadra di casa. La Scanzorosciate abbandona il campo, il giudice sportivo prima dà lo 0-3 a tavolino, poi fa rigiocare la gara a porte chiuse.

Ci sono genitori che in qualsiasi momento della vita voglio avere il totale controllo del figlio. Non importa se ottenuto attraverso punizioni, giudizi severi, comportamenti senza calore umano. Il bambino subisce una fuga dalla realtà, non ha più una sua personalità e l’unica cosa che cresce è il desiderio di scappare lontano cercando conforto, sempre e comunque, in qualche altra persona.
“Molti genitori pensano che per agevolare il figlio siano leciti anche l’astuzia e l’inganno.” Giacomo Bramè, allenatore della squadra esordienti di calcio della Verolanuova di Brescia, che ha dato le dimissioni dopo essere stato minacciato e aggredito dal padre di un bambino che lui aveva spostato dalla formazione titolare alla formazione B. 
Ci sono i genitori che considerano il figlio come un prolungamento di se stessi. Vogliono da lui il raggiungimento di quei risultati che loro non hanno neppure sfiorato. Questo produce dubbi, angosce e paure in un bambino che troverà sempre più difficile crearsi una personalità autonoma.

CorriereSera

“Vergognatevi, dovreste essere voi a dare l’esempio ai vostri figli” Alessandro Birindelli, ex calciatore della Juventus, allenatore degli esordientri del Pisa, che ha ritirato la squadra dopo che in tribuna si era scatenata una violenta rissa verbale tra genitori.

Ci sono infine i genitori portati a perdonare tutto, a ripulire da eventuali ostacoli il cammino che il loro bambino dovrà affrontare. Lo giustificano qualsiasi cosa faccia, sia questa un calcio a un avversario o l’insulto all’allenatore. Ancora una volta, incapace di affrontare e superare da solo ogni problema, il bambino diventerà insicuro e con una debole personalità.
I colpevoli degli insuccessi dei figli sono così stati identificati in ordine decrescente
1. arbitro
2. Allenatore
3. compagni di squadra
4. avversari
5. gioco scorretto
Se solo i genitori potessero far propri due concetti fondamentali, probabilmente vivrebbero meglio loro ed i bambini.
Uno.
Nello sport esiste anche la sconfitta. Non è un’onta incancellabile, ma un’occasione per ripartire più forti dopo avere capito i propri errori.

Gazza
A livello giovanile l’esaperata ricerca del successo provoca traumi che il bambino si porta dietro anche nell’età adulta.
Ma del resto quali sono gli esempi che entrano nelle nostre case? 
Pur di vincere, alcuni tra i campioni più acclamati fanno uso di doping. All’intero di ogni sport c’è spazio per la combine, l’alterazione volontaria del risultato. L’arbitro è il principale colpevole di qualsiasi negatività, raramente si riconosce la superiorità dei rivali. Non si perde mai perché si è in quel momento inferiori, ma perché qualcuno ha aiutato gli altri che sono stati anche fortunati.
Lo sport manca di infrastrutture, non c’è una volontà politica che spinga a creare le condizioni affinchè i bambini possano praticarlo. Ma un altro grande male si annida nelle società moderna. Il genitore ultras.
Viviamo in un Paese che ha dimenticato il concetto di sociale. Quello che è un bene di tutti, diventa quasi sempre un bene di nessuno. Qualcosa che è lecito calpestare, deturpare, distruggere. Gli altri non esistono, ci siamo solo noi. Per arrivare in cima molti sono disposti a tutto, buttando giù dalla torre qualsiasi rivale. Perché lo sport dovrebbe essere diverso?
A Tricase quel giorno è stato un ragazzo a restituire fiducia nel futuro dello sport. Le sue lacrime e le sue scuse hanno regalato dignità a una giornata per ogni altro verso molto triste.
Dopo quello che è accaduto al derby pulcini (giocatori di dieci anni) di Torino, conferma che la strada è ancora molto lunga e lo sport non è altro che un microcosmo della società.

 

Non solo boxe. Anche basket, calcio e football americano. Storie di ricchi diventati poveri…

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La triste storia di Riddick Bowe, un tempo campione del mondo dei massimi e oggi venditore di pollo fritto ad Harlem, ha generato curiosità, stupore, tristezza. In molti si sono chiesti se tutti i pugili finiscano male, altri se sia solo la boxe ha provocare disperazione. Le risposte sono negative in entrambi i casi.

Senza lanciarmi in un lungo elenco di nomi potre qui ricordare Schmeling, Maske, Holmes (foto sotto), Mazzinghi, Trinidad, Khaoxai Galaxy, Hagler. Tutti grandi campioni, tutti in grado di godersi un sereno e ricco dopo carriera.

Il problema non è il pugilato. Tutti gli sport sono toccati dalla maledizione che arriva dal giorno del ritiro dalle scene.

NEW YORK, NY - DECEMBER 16: Former professional boxer Larry Holmes attends the "Grudge Match" screening benefiting the Tribeca Film Insititute at Ziegfeld Theater on December 16, 2013 in New York City. (Photo by Dimitrios Kambouris/Getty Images)

Recentemente il caso di Andreas Breheme ha riaperto il capitolo calcio.

Ex giocatore dell’Inter di Trapattoni, punto di riferimento del Bayern, l’uomo che ha segnato il rigore che ha consegnato alla Germania la Coppa del Mondo a Italia ’90 è finito in bancarotta. Investimenti falliti, disastrosa gestione dei propri commerci, inattitivà lavorativa continua per almeno dieci anni. Con l’aggiunta di un divorzio dispendioso.

Il calcio è teatro frequente di triste vicende. Dalla ricchezza alla miseria in pochi anni.

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Il sindacato dei calciatori tedeschi dice che il 75% dei giocatori a fine carriera non sa guadagnarsi da vivere al di fuori del loro sport.

La Xpro, l’associazione che si prende cura dei giocatori inglesi, ha svolto un’inchiesta che ha portato a risultati ancora più drammatici: il 60% ha problemi finanziari entro cinque anni dal ritiro, il 20% finisce in bancarottam il 33% divorzia.

In Italia, un’indagine del 2010, ha stabilito che il 61% dei giocatori dopo il ritiro resta senza occupazione. Non credo che negli ultimi cinque anni le cose siano cambiate.

Nella NBA sono finiti male anche i grandi.

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Scottie Pippen (foto sopra) è finito sui giornali per gravi problemi finanziari: avrebbe perso 147 milioni di dollari a causa di investimenti poco produttivi e affari sbagliati, Latrell Spreweel ha perso letteralmente tutto, Allen Iverson è finito senza un dollaro, Shawn Kemp non sa come pagare gli alimenti ai sette figli avuti da sei donne diverse.

Gli alimenti sono una delle uscite che incidono maggiormente sul bilancio degli ex. Ma c’è dell’altro.

A rovinare Vin Baker, 13 anni nella NBA e cento milioni di dollari solo di stipendio, è stato l’alcool. È stato tagliato dai Boston Celtic quando avrebbe potuto guadagnare ancora 35 milioni. Oggi lavora da Starbucks.

Le spese folli, il tenore di vita spericolato, la passsione per le macchine. Ma anche la dipendenza dal gioco d’azzardo hanno rovinato Antoine Walker: 110 milioni di dollari di solo stipendio, otto milioni di debiti che non può pagare.

All’incubo della caduta in disgrazia non sfugge neppure la NFL, il regno dei superstipendi.

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Andre Rison nel ’95 prese dai Cleveland Browns l’ingaggio più alto mai intascato da un wide receiver: 17 milioni di dollari. Le altre stagioni di attività si sono mosse su cifre comunque elevate. Tre anni fa è stato condannato a cinque anni con la condizionale per non avere pagato 300 (trecento) dollari mensili di alimenti al figlio.

Dermontti Dawson (foto sopra), Hall of Fame defender, uno dei miti del Football americano. Per evitare la bancarotta ha presentato rolex falsi, macchine per i pesi e addirittura un cane bastardino della figlia. Non ce l’ha fatta, 69 milioni di debiti erano troppi per riparare.

Dalla ricchezza esagerata alla miseria.

Perché?

Il mondo in cui vivono questi fenomeni dello sport ha una dimensione irreale. Fa loro credere che siano indispensabili non le cose di cui hanno davvero bisogno, ma quelle che vogliono.

Molti vengono da condizioni di estrema povertà. Lavorano duro per arrivare a raggiungere un obiettivo. Alla fine ce la fanno, sono ricchi, hanno realizzato il sogno. Ma non sanno come gestirlo.

Sonto tanti quelli che diventano milionari da giovanissimi, in un periodo della vita in cui si è vulnerabili. Il problema è che loro si sentono Superman, invincibili. Niente, pensano, potrà sconfiggerli.

Investimenti sbagliati, fiducia in broker che altro non sono che squali attorno alla preda, commerci in attività che non conoscono. E poi soldi buttati in ville in cui potrebbero abitare cento persone, loro ci vivono al massimo con la compagna di turno. Macchine, macchine, macchine. Roba che un autosalone si fermerebbe, loro invece vanno avanti sullo stesso ritmo fino a quando non crolla tutto e si accorgono di non avere più niente.

palloni
I campioni vivono di sport e bella vita sin da giovanissimi. Una larghissima percentuale non sa nulla di finanza e si fida della prima persona che si propone di moltiplicare i loro soldi o magari di fargli pagare meno tasse.
La conclusione in molti di questi casi è disastrosa.
Se a questo aggiungete i problemi legati al divorzio, e il conseguente esoso esborso di alimenti, vi accorgerete che non è così difficile fallire velocemente.
In un mondo in cui la soglia della povertà è stata sfondata più volte in basso, in una società in cui la disoccupazione giovanile avanza galoppando e in Italia arriva a superare il 40%, in un universo del lavoro che non riesce a proporre panorami che ispirino un minimo di ottimismo, lo sportivo ex milionario che finisce rovinato non raccoglie comprensione.
Ma penso che sarebbe un errore mettere via il problema con una scrollata di spalle. Non è il singolo caso, non è il fatto in sé a destare apprensione. Ma il problema nella sua totalità. Il peso sociale che ha e la filosofia di vita che l’ha generato dovrebbero indurci perlomeno a qualche riflessione.
Viviamo in una società che ha azzerato i valori positivi.

Carte-di-credito

Guadagnare in fretta, senza curarsi troppo di quello che si lascia per strada è l’unico obiettivo che una grandissima percentuale di giovani si pone. Si arriva al successo, quando non si finisce prima travolti dai propri sogni, privi di qualsiasi scudo. Strappati alle famiglie in giovanissima età, poco attenti allo studio, fuori dalla realtà dei comuni esseri mortali, gli sportivi professionisti vivono in un universo parallelo. Quando smettono piombano nella vita di tutti i giorni e scoprono che per andare avanti non basta avere preso a calci un pallone, averlo tirato in un canestro o averlo portato oltre la linea del touch down.

No, non è solo la boxe a creare miseria dalla ricchezza.
Lo sport scatena passioni, genera imperi economici. Ma è un mondo difficile. Un pugile quando scende dal ring inizia la sua battaglia più dura. E, almeno in questo, non cè differenza con le altre discipline.

 

 

Cristiano Ronaldo, una foto su Twitter può valere 225.594$ per i suoi sponsor…

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Un post su Twitter di Cristiano Ronaldo può valere 225.594 dollari per i suoi sponsor.
Il calcolo è stato fatto dalla Opendorse, una compagnia con sede in Nebrasha, che si occupa di marketing legato allo sport.
Lo studio è stato fatto sull’influenza che l’immagine del campione può avere sui social network.
Il calciatore portoghese interpreta il testimonial perfetto: ha una aspetto piacevole, gioca nello sport più popolare, ha grandi capacità tecniche, è inserito in una delle squadre più conosciute del mondo.
Ha 37.978.731 followers su Twitter, 104 milioni di fans su Facebook, 25 milioni su Instagram.
Un suo selfie che porti a milioni di persone il messaggio di qualcuno dei suoi sponsor, tipo: Nike, Tag Heuer, Herbalife, Samsung e ovviamente per la sua liena di abbigliamento intimo CR7, ha dunque un valore incredibile.
Tra i testimonial a cui assegnare un’influenza importante sul mercato, legata curiosamente ai singoli tweet troviamo in cima alla classifica anche LeBron James (oltre 22 milioni di followers su Twitter) che ha un valore stimato di 139.474 $ a post, Kevin Durant 95.500 $, Kobe Bryant 57.500 $, Floyd Mayweather jr 47.500 $.
Tra le donne, ovviamente, la prima della lista è Serena Williams.
Un suo tweet vale 41.000 dollari.

Chi (e perché) ha ucciso Andrés Escobar?

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Bang-Bang-Bang-Bang-Bang-Bang.

Sei colpi di pistola rompevano il silenzio nel parcheggio de El Salpicon Bar di Medellin. Un uomo cadeva lentamente a terra, prima appoggiandosi alla macchina, poi scivolando sulla ruota posteriore della sua berlina. Tre proiettili mortali nella schiena. Mezz’ora dopo sarebbe morto.

Un’altra auto con quattro persone a bordo si allontava a tutta velocità, un testimone riusciva a prendere la targa.

L’uomo a terra si chiamava Andrés Escobar.

Era la notte del 2 luglio 1994. Vent’anni fa.

Cinque giorni prima.

La Colombia gioca al Rose Bowl di Pasadena la seconda partita della Coppa del Mondo 1994. E’ arrivata ai Mondiali con una striscia di ventisei vittorie e una sola sconfitta. Tra i 26 successi c’è anche quello per 5-0 contro l’Argentina a Buenos Aires. Adesso affronta gli Stati Uniti, dopo avere perso per 3-1 con la Romania. In quella squadra ci sono Carlos Valderrama, Freddy Rincon, Alexis Garcia e Faustino Asprilla. Il tecnico è Francisco Maturana. Pelé l’ha indicata tra le favorite nella corsa al titolo.

È il 22′ del primo tempo. Paul Caligiuri appena fuori dell’area di rigore crossa il pallone da sinistra, Andrés Escobar sbaglia il tempo e il modo dell’intervento e procura uno sfortunato autogol. Il primo della carriera. E’ il capitano della squadra, l’uomo a cui tutti vogliono bene. Ha 27 anni e tanta esperienza.

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A casa, a Medellin, tutta la famiglia è davanti al televisore e assiste al dramma. (racconta il documentario “I due Escobar” di Michael e Jeff Zimbalistico)

Il nipotino di nove anni salta in piedi e grida.

“Mamma, adesso uccideranno Andrés.”

La signora, sorella del calciatore, lo abbraccia e sorride.

“No figlio mio, non si uccide per un errore. Tutti in Colombia lo amano.”

Era stata una vigilia agitata. C’erano state minacce di morte. Era stato rapito il fratello più piccolo di Luis “Chorito” Herrera che successivamente era stato informato della morte del ragazzo “in un incidente stradale”.

Il 2 dicembre del 1993, sette mesi prima, era stato ucciso Pablo Escobar. Il boss della droga si era arreso alla polizia colombiana in cambio della mancata autorizzazione all’estradizione negli Stati Uniti.

Chiuso nella Catedral, il carcere alla periferia di Medellín, gli era stata promessa una riduzione della pena se avesse accettato di cessare del tutto il traffico di stupefacenti. La squadra di calcio colombiana era andata in gran segreto a visitarlo, avevano addirittura tirato quattro calci al pallone nel campo che Escobar, nelle condizioni imposte per la resa, aveva preteso fosse costruito.

Era il capo della criminalità, ma gran parte del popolo gli voleva bene. Garantiva case e lavoro. Ma era responsabile di omicidi di giudici, politici, almeno cinquecento poliziotti, un arbitro di calcio e migliaia di rivali.

Lo sport molto probabilmente gli serviva per riciclare denaro sporco. Aveva fatto costruire campi, aveva finanziato squadre. Era proprietario dell’Atletico Nacional, l’orgoglio di Medellin. Lo avevano assassinato perché era pronto a parlare. Da quel momento, senza più un capo a tirare le fila, la delinquenza era esplosa con ancora più violenza.

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Andrés Escobar era un bravo figliolo. Uno che la gente stimava. Non aveva nessun legame, né di parentela né di frequentazioni con Pablo. Si era da poco fidanzato con Pamela Cascardo e usava la sua foto, assieme a quella della mamma, come segnalibro della Bibbia. Era un giocatore di ottimo livello e sembrava proprio che nella stagione 1994-95 avrebbe giocato per il Milan.

La Colombia aveva poi perso quella partita con gli Stati Uniti ed era stata eliminata. Tutti a casa. Il cartello della droga aveva perso milioni di dollari per una scommessa che si era rivelata sbagliata.

“Non andare Andrés. Tira una brutta aria. La violenza è nelle strade, stai in casa.”

Luis “Chorito” Herrera ci aveva provato. Sentiva il clima di grande tensione che si respirava ogni minuto, in ogni luogo, e temeva che il suo amico potesse essere vittima di qualche folle.

Ma Andrés non aveva nessuna intenzione di nascondersi. Lo aveva anche scritto in un mirabile editoriale sul quotidiano El Tiempo.

“La vita non finisce qui, dobbiamo andare avanti. La vita non può finire qui. Non importa quanto sia difficile, abbiamo solo due opzioni: o consentire che la rabbia ci paralizi e la violenza continui, o superare questa situazione e fare del nostro meglio per aiutare gli altri. Deve essere una nostra scelta. Cerchiamo di mantenere il rispetto per favore. Quella americana è stata un’esperienza incredibile e rara. Ci rivedremo presto, perché la vita non finisce qui.”

Era fatto così il giovane, non ce la faceva a fermarsi davanti a una minaccia e se ne era andato con alcuni amici a El Salpicon Bar.

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Prima uno, poi due, quattro, sei uomini. Ognuno di loro aveva scelto un modo diverso per insultarlo. Una parola, un’allusione, una piccola spinta. Ubriachi di rabbia e di alcool lo avevano aggredito verbalmente e si stavano preparando a farlo anche fisicamente. Andrés aveva preferito andarsene.

Si era chiuso la porta del bar alle spalle e si era avviato verso la macchina.

Qualcuno lo aveva raggiunto e gli aveva scaricato sei colpi sulla schiena, tre i proiettili che ne avevano determinato la morte.

Un’auto era scappata subito dopo l’assassinio, un testimone aveva segnato la targa. Era quella di due fratelli, narcotrafficanti, passati dal cartello di Pablo Escobar a quello di un rivale..

Il pluriomicida John Jairo Velàsquez Vasquez, come ha scritto il quotidiano inglese The Guardian, affermava che i due avevano incontrato un procuratore e gli avevano dato tre milioni di dollari per non indagare su di loro, imponendogli di spostare tutta l’attenzione su una guardia del corpo.

Qualche giorno dopo i fratelli venivano scagionati da ogni accusa.

Humberto Munoz, bodyguard e autista per alcuni cartelli della droga colombiani, veniva arrestato e confessava.

“Sono io l’assassino.”

Condannato a 43 anni di carcere, ne scontava undici, nel 2005 tornava libero.

“La nostra società vuole credere che il calcio abbia ucciso Andrés. La verità è che lui era un calciatore ed è stato ucciso dalla società” dirà Francisco Maturana.

Ucciso per un autogol. Così è stato detto per molto tempo.

Ucciso per avere fatto perdere milioni di dollari alla criminalità, hanno scritto in molti.

Ucciso perché ha risposto a chi si credeva un boss, hanno replicato altri.

L’unica certezza è che Andrés Escobar è stato ammazzato senza pietà, in un buio parcheggio di Medellin.

Non aveva fatto nulla per scatenare tanta violenza.

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Sono passati vent’anni. La Colombia è meno violenta, attrae più turismo, ha un rapporto decisamente migliore anche con la finanza di Wall Street. E sta per giocarsi la possibilità di andare in semifinale nella Coppa del Mondo 2014. Affronterà il Brasile, i padroni di casa.

Il nome di Andrés Escobar non è stato fatto pubblicamente. Nè ricordi, nè citazioni. Ma di certo è nei loro cuori. Perché sono colombiani, sono calciatori, sono soprattutto uomini che non possono dimenticare.

Il mondo cambia, ma il passato ci appartiene. Senza memoria non c’è futuro.

 

 

 

Olimpiadi invernali a rischio chiusura?

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E SE ALLA FINE non ci fosse nessuna città disposta ad ospitare i Giochi invernali del 2022? Cosa accadrebbe?

Stoccolma si era già ritirata, adesso ha annunciato la fine della corsa anche Cracovia. Un referendum popolare ha detto no all’Olimpiade con il 70% dei votanti schieratosi contro questa prospettiva. Si teme uno spreco di soldi pubblici e la possibilità che i fondi a disposizione diano il via a estesi fenomeni di corruzione.

I soldi sono alla base di tutto. L’ultima edizione, quella dello scorso febbraio a Sochi è stata sotto questo aspetto un’autentica follia: 51 miliardi di dollari investiti nell’operazione. Dopo un’analisi approfondita è stato calcolato come la città russa abbia investito 520 milioni per ogni evento in programma, contro i 132 di Pechino per i Giochi estivi del 2008. Una spesa di sette volte superiore a quella fatta da Vancouver nel 2010.

Una volta alzata l’asticella e messi davanti a queste cifre, i potenziali organizzatori hanno tutti cominciato ad avere paura.

E non basta di certo il recente contratto firmato dalla NBC che ha assicurato la sua copertura per le Olimpiadi dal 2022 al 2032 con un impegno di 7,65 miliardi. Per l’edizione invernale del 2022 i miliardi dollari a dispozione saranno 1,275. Non sono pochi, ma i preventivi di spesa non si accontentano certo di queste cifre.

Rimangono in corsa quattro città, ognuna di loro ha enormi problemi e potrebbe prima o poi tirarsi indietro.

Oslo ha messo in campo un budget di 8,5 miliardi. In città però nessuno crede che possano bastare e la possibilità di un aumento delle tasse per fare fronte all’impegno sta facendo crescere il fronte del dissenso all’interno dell’intera Svezia.

Lviv è in Ucraina, Paese che in questo momento a tutto deve pensare meno che a ospitare un evento sportivo.

Pechino deve fare i conti con il fatto che la città partner con cui dividere l’Olimpiade sarebbe Zhangjakon, nel nord della Cina a 120 miglia di distanza dalla capitale.

La quarta e ultima candidata è Almaty in Kazakistan. Ha ospitato i Giochi invernali asiatici nel 2011. Ma non ha grandi città vicine e da sola non sembra godere della necessaria presa per diventare sede olimpica.

Questa estate il Cio dovrebbe eliminare una delle quattro. Il 31 luglio 2015 a Kuala Lumpur sarà annunciata la città prescelta.

I Giochi non fanno più gola a nessuno. Costano troppo, i ritorni sono decisamente inferiori agli investimenti e la promozione mediatica è lontana anni luce alla corrispettiva edizione estiva. Tutto questo messo assieme fa prevedere tempi bui per gli amanti delle acrobazie sulla neve o sul ghiaccio.

L’Olimpiade del 2018 si svolgerà a Pyeongchang, in Corea del Sud. Poi…

Sport italiano in crisi, perse quote di mercato

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LA RICHIESTA di sport di alto livello in Italia sta diminuendo. Ma non sembra che questo provochi sconquassi, l’unica argomento di discussione è “come sconfiggere la violenza“. Dopo averci pensato a lungo, sembra che l’unica soluzione trovata sia stata quella di anticipare alle 17.45 Roma-Juventus, facendola sorvegliare da 2500 agenti di sicurezza.

Stimolato da un quesito posto da Marco Del Checcolo nel gruppo “Leggo la Gazzetta alla rovescia” su Facebook (“L’azienda sport in Italia è in drammatico calo dei consumi. Questo è il vero problema. Esistono k.p.i. (key performance indicators) che misurino questi segnali?“), sono andato a cercare qualche risposta.

Lo sport italiano sta perdendo importanti quote di mercato e la cosa lascia indifferenti politici e gestori del fenomeno. Eppure nel 2011 (fonte Servizio Studi BNL) lo sport aveva un peso dell’1,6 % sul Pil, muoveva un giro di affari di 25 miliardi di euro, il valore della produzione diretta o indiretta attorno al movimento era di 50 miliardi con un gettito fiscale di oltre 5 miliardi.

Una grande industria è entrata in crisi, meriterebbe maggiore attenzione.

Già allora gli indici negativi (un calo percentuale di 0.2 punti) avrebbero dovuto destare inquietudine. Invece, calma piatta.

Cala la voglia di calcio professionistico, per distacco sport numero principe del nostro Paese. Gli spettatori (fonte ReportCalcio 2014 a cura del Centro Studi, sviluppo e iniziative della FIGC) in una stagione sono diminuti di 900.000 unità.

La Serie A regge, ma anche il bilancio complessivo del campionato più seguito in Italia è estremamente negativo. La media di 22.591 spettatori a partita è decisamente sotto a quella di Spagna (28.237), Inghilterra (35.921) e Germania (42.264).

Calano del 4,1% i ricavi da stadio. Una lunga discesa cominciata nel 2008 che ha toccato il punto più basso la scorsa stagione con una perdita del 19,7% di spettatori.

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Stadi vecchi, la media è 64 anni; assenza totale di servizi; difficoltà nel raggiungimento dell’impianto; impossibilità di trovare un parcheggio; paura per una violenza dilagante; scomodità dei posti a sedere; offerta televisiva.

Sono queste le cause di una crisi per ora leggera, ma in lenta e costante evoluzione.

Le società si curano poco dell’accoglienza del tifoso. I ricavi da stadio rappresentano infatti solo l’11% del loro bilancio. Ormai c’è una resa totale alla televisione (4,75 milioni di abbonati per Sky, 2 milioni per Mediaset Premium) che copre il 57% degli introiti delle squadre di Serie A.

La Germania, Paese leader nello sport di oggi, ha solo il 29% del bilancio pagato dai diritti televisivi e gli stadi sono pieni. Oltre 42.000 spettatori di media a partita, che arrivano a 80.000 per il Borussia Dortmund.

I soldi che arrivano dalle Tv sono tanti, girano attorno al miliardo di euro, ma non possono rappresentare la certezza del futuro.

Calano le sponsorizzazioni (fonte Stage Up-Sport&Leisure e Ipsos), che già non sono da record. L’intera Serie A porta a casa 79,4 milioni. Se si pensa che la Premier League ne incassa 200, si capisce quale sia la differenza di management dei due campionati.

L’intero sport italiano soffre di calo delle sponsorizzazioni. Dai 782 milioni del 2013 si è passati ai 715 di quest’anno, con una perdita dell’8,6%.

Il problema ha due facce. La prima è quella più ovvia e naturale della crisi economica che ha tagliato gli investimenti pubblicitari (anche se il settore cultura e spettacoli segna quest’anno un +6,3%), la seconda trova le sue radici nella minore esposizione televisiva.

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Prendete la MotoGP. Gli sponsor si stanno lamentando per il calo di ascolti rispetto all’anno passato. Il GP del Texas, tanto per fare un esempio, ha ottenuto un’ottima audience per Sky (833.000 spettatori e il 3,04 di share), ma se si fa il confronto con lo stesso Gran Premio visto lo scorso anno su Mediaset (3.420.000 e il 13,50 di share) si capisce che le lamentele non sono poi così campate in aria.

Stesso discorso per la Formula 1. Ottimi ascolti su Sky e grande soddisfazione per la televisione di Murdoch: da 600.000 a 1,2 milioni (record per il GP Bahrain con il 5,70 di share). Buone, buonissime cifre. Ma sulla Rai in replica l’hanno vista in 4.030.000 (share 23,23). L’esclusiva Sky (dieci gare, le altre nove le trasmetterà anche l’emittente di Stato) riduce il numero di potenziali utenti. Per questo gli gli sponsor denunciano una minore esposizione.

Il grande sport è diventato sempre più uno spettacolo fruibile solo da una minoranza.

Nel nostro Paese siamo, più o meno, 60 milioni.

Il patrimonio di utenti Sky/Mediaset Premium (calcolando, fonte Istat Censimento 2011, una media di 2,41 persone per nucleo familiare per 6,75 milioni di abbonati) si ferma con una stima improntata all’ottimismo al 27% degli italiani.

L’altro 73% vede molto meno sport di vertice quindi si disaffeziona al prodotto.

A tutto questo aggiungiamo il calo del livello qualitativo dello spettacolo offerto dai protagonisti dell’evento e il quadro sarà completo.

Il campionato di Serie A è sicuramente meno divertente di Liga, Premier League e Ligue. Ma anche il basket a livello internazionale soffre dello stesso problema. Se si esclude Milano, sponsorizzata Armani, e se si tiene in considerazione il recente sconquasso che ha travolto la Mens Sana Siena, le altre non hanno competitività in Europa.

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La pallacanestro resiste sul piano degli spettatori di Lega 1 nel settore maschile, è addirittura in crescita su quello femminile. Ma attraversa una severa crisi economica. Sono calate in maniera inquietante le sponsorizzazioni, si sono dispersi i grandi proprietari. E il futuro non sarà certo roseo se non ci saranno investimenti. I Palazzetti sono in gran parte vecchi. La Lega non è al passo con le altre organizzazioni europee. Anche qui la Germania detta legge, ma davanti ci sono anche Spagna e Turchia.

Il livello dello spettacolo è basso. Senza soldi il valore degli stranieri è calato sensibilmente, mentre i giovani italiani finiscono a giocare in Lega 2 e nella massima serie si punta sul sicuro. Che non vuol dire eccellenza, ma riduzione dei rischi.

Naviga a vista anche la pallavolo. Stabile il ricavo da stadio nel settore maschile, anche qui in progresso quello femminile (media tenuta alta da Perugia).

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Il livello tecnico è calato, si compensa con una buona dose di agonismo. Ci sono meno soldi, si trovano meno industrie disposte a investire. Fare il main sponsor costa, se si finisce nel calderone della pubblicità di seconda fascia la visibilità è notevolmente ridotta.

L’eccezione del volley è rappresentata dalla soddisfazione dell’esposizione televisiva. Il ritorno in Rai, nonostante la qualità (qui come in tutta la produzione) di Sky fosse ottima, è stato accolto con grande soddisfazione.

Anche chi racconta sport è in crisi. I quotidiani perdono copie costantemente da quattro anni (https://dartortorromeo.com/2014/05/08/giornali-sportivi-in-caduta-libera-2/), la Rai segna raramente gli ascolti record di un tempo. Solo la nazionale di calcio riesce a far guardare senza nostalgia al passato.

Il quadro generale dei principali sport sul territorio italiano offre un bilancio in negativo. Meno soldi, meno spettatori, minore valore assoluto degli atleti, futuro incerto. Tutto questo si traduce in una minore richiesta dei consumi del prodotto sport.

Quando qualcuno vorrà metterci mano sarà troppo tardi?

Lo sport in Tv costa. Che fare?

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LO SPORT costa. Non solo praticarlo, ma anche vederlo. I canali televisivi in chiaro ormai non partecipano più all’asta per l’aggiudicazione dei diritti televisivi.

Grazie alla Legge 8/99 modificata nel 2012 la Rai (a cui paghiamo un canone di 113,50 euro annui) è riuscita a salvare qualcosa. E’ infatti obbligatorio che i grandi eventi che coinvolgano atleti italiani siano trasmessi in chiaro da un canale con copertura dell’80% della popolazione. Nella lista ci sono tra l’altro Olimpiadi invernali ed estive, le partite della Nazionale di calcio, le finali del Mondiale o dell’Europeo, il GP Italia di Formula 1 di Moto GP.

Salvi per legge. Per il resto bisogna pagare (ogni mese circa 47 euro dopo il primo anno a Sky, 26 euro a Mediaset Premium con offerte diverse).

I prossimi Mondiali di calcio in Brasile li vedremo integralmente su Sky, alla Rai andaranno 25 partite su 64.

Niente Champions League per il triennio 2015-2018, l’asta se l’è aggiudicata Mediaset (sembra) con un’offerta di 700 milioni di euro. Niente calcio straniero. I campionati di Inghilterra, Francia, Spagna e Germania si possono vedere solo su Sky, Fox Sport e Mediaset Premium.

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Sempre su Sky la Formula 1 (tutti i 19 Gran Premi, dieci quelli in differita sulla Rai) e il Motomondiale, mentre la Superbike è di Mediaset. Anche atletica leggera, sport americani, Eurolega e Mondiali di basket (Fox) sono finiti nei canali a pagamento.

Alla Rai restano il Giro d’Italia, Mondiali ed Europei di nuoto, una partita a settimana della Serie A di basket e pallavolo, la Coppa Italia e la SuperCoppa di calcio.

Questo grosso modo il panorama degli sport principali.

Il calcio resta quello più conteso. E non a caso. In una recente statistica fornita dall’Auditel i primi 45 posti degli eventi più seguiti di sempre sono occupati dalle partite di pallone. Grandi ascolti vuol dire grandi incassi pubblicitari. Se ne deduce che senza investimenti, non si guadagna.

Questo è il filone da seguire per capire meglio l’intera vicenda.

Sky ha fatto l’esperimento olimpico su Londra 2012 e Sochi 2014, ne è uscito con un doppio risultato. Grandi apprezzamenti per la qualità del servizio proposto, ottimi indici di ascolto, ma nessun abbonamento in più. L’evento singolo non paga la politica della televisione di Murdoch che deve invece affidarsi a una programmazione che abbia un calendario preciso con più avvenimenti di grande richiamo da proporre. La Serie A ad esempio. E’ lì che si vince la guerra. E’ per questo che i Giochi di Rio 2016 sono finiti alla Rai.

Nelle battaglie per l’aggiudicazione dei diritti quelli che ne pagano maggiormente le conseguenze sono gli spettatori che in un’Italia in crisi non possono permettersi di sottoscrivere l’abbonamento alla pay tv.

Cioè il 70% della popolazione italiana.

Questo ha spinto alcune Federazioni a scegliere altre strade.

Ci sono quelle che hanno stretto accordi con Rai Sport per la trasmissione di eventi dilettantistici o per sport con una penetrazione decisamente minore tra il pubblico. Ma c’è anche chi ha provato un percorso totalmente nuovo. Come la ginnastica che ha creato una propria pagina su You Tube dove è possibile vedere molti avvenimenti dell’attività sul nostro territorio.

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L’eccezione assoluta è costituita da SuperTennis, gestita da una società privata ma con i contributi della Fit. Quindici dipendenti e un costo annuo dichiarato attorno ai tre milioni di euro, acquisizione dei diritti televisivi e produzioni comprese.

Nel 2014 si potranno vedere in chiaro (canale 64 del digitale terrestre) o sul bouquet di Sky (canale 224), e comunque in alta definizione: tutti i tornei Premier Wta e Atp 500; 13 Atp 250; 6 Wta International. La Coppa Davis dell’Italia, più un altro match a turno oltre alla finale. La FedCup: un match a turno (Italia in differita, primi diritti alla Rai) e la finale. Nel 2013 le ore di diretta andate in onda sono state 1.233.

Una scelta coraggiosa ripagata dagli ascolti. Si è partiti da una media di 921 spettatori a novembre 2008 per toccare 17.151 spettatori medi a maggio 2013. Ed è stato proprio in questo mese che SuperTennis ha raggiunto la vetta della sua Hit Parade con 304.692 spettatori medi, 2.41 di share (numero di televisori sintonizzati su quel canale ogni 100 televisori accesi) per gli Internazionali d’Italia. Secondo posto per Berlocq-Fognini in Argentina per la Coppa Davis 2014 con 233.900 di audience e 1.07 di share. Numeri importanti per una televisione monotematica.

Chiunque voglia vedere il tennis sa di avere un punto di riferimento preciso e senza pagare nulla. In chiaro per questo sport è infatti rimasto solo il Roland Garros di cui la Rai ha i diritti, ma a cui non concede ampi spazi.

Il motivo per cui le grandi televisioni non mettano in calendario il tennis è abbastanza chiaro. Una partita non ha mai una durata precisa. Può allungarsi fino a coprire altri eventi in palinsesto creando così problemi alla Rete e alla pubblicità. Solo una Tv che si rivolga esclusivamente a quella nicchia di utenti può permettersi il lusso di gestire la programmazione senza il peso di altri problemi. I risultati di Supertennis sono interessanti e, a detta della Federazione, hanno decisamente ampliato il fenomeno di questo sport. Un lavoro di promozione unico che, spiegano, ha portato alla crescita esponenziale della vendita dei biglietti degli Internazionali e all’aumento dei praticanti.

Per ora quello della Fit è un fenomeno isolato, reso possibile da un bilancio federale assai vicino ai 35 milioni di euro grazie anche e soprattutto al boom degli Internazionali.

Non so se e quando altre Federazioni riusciranno a seguirne l’esempio.

Fino a quel momento per lo spettatore che non può o non vuole spendere soldi per vedere lo sport, non resta che affidarsi ad un percorso che mi sembra comunque complicato. Può guardare gli eventi in streaming sul web. Ci sono alcuni sport già rintracciabili, tipo biathlon, judo, scherma, taekwondo, pugilato. Ma richiedono una certa dimestichezza con il computer e Internet, e tanta pazienza. A volte il segnale che arriva è disturbato, a volte la ripresa salta, l’audio non è sempre ottimale. E’ vero, ci sono streaming a pagamento che danno un prodotto migliore. Ma così si torna all’obolo da versare…

E poi se usiamo lo streaming ci togliamo il gusto di godere una bella serata di sport in compagnia degli amici.

L’Olimpiade di Rio de Janeiro 2016 sarà il prossimo grande evento trasmesso in esclusiva dalla Rai. Fino a quella data chi non è disposto o non può pagare altri soldi oltre al canone obbligatorio dovrà accontentarsi dei racconti dei più fortunati. In attesa che altre discipline vogliano seguire l’esempio della Federtennis…

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In Italia copiano (male) Usa Today

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RICORDO la scritta sulla copertina di un vecchio disco, riprendeva il titolo di un articolo del Melody Maker. Era il gennaio del 1965.

Beatles say Dylan shows the way.”

I Beatles dicono Dylan mostra la strada.

All’epoca avevo pensato che non fosse una semplice coincidenza il fatto che il singolo di maggior successo di quel 45 giri si fosse rivelato “The times they are a-changin’”. I tempi stanno cambiando.

Mi è rivenuto in mente tutto questo l’altro giorno mentre leggevo i siti online dei maggiori quotidiani italiani. Mi sembravano tutti uguali, tutti provenienti dalla stessa fonte. Non so chi sia stato l’artista che li ha disegnati, ma credo di sapere chi li ha ispirati.

So chi, come Dylan, ha mostrato la strada.

Tutto è accaduto nel settembre del 2012 quando, per fare come dicono oggi un’operazione di restyling, l’unico quotidiano nazionale americano ha cambiato faccia.

Usa Today ha indicato al mondo dei media la via da seguire.

Come spesso accade, dopo avere ruminato il concetto, l’Italia si è adeguata. Peccato si sia persa qualcosa per strada.

Non sono uno specialista del settore, ma sono sempre stato convinto che una buona idea, per quanto geniale, non debba necessariamente produrre effetti benefici ovunque.

Anche perché l’Italia non è gli Stati Uniti.

Lì godono da ricci con la musica country, qui la considerano roba da contadini. Girano, in Texas ma anche altrove, con cappello da cow boy e stivali da mandriani, che poi sarebbe la stessa cosa. Da noi fermeremmo il traffico se andassimo per strada vestiti cosi. Loro mangiano mediamente male, noi siamo patiti per lo slow food. Ci hanno colonizzati con la lingua, faticano a farlo con altre cose.

E’ per questo che non sempre quello che va bene lì, può avere lo stesso successo da noi. Copiare Usa Today non garantisce maggiore attenzione ai giornali online editi in Italia.

Anche perché loro ci mettono dentro qualcosa che noi continuiamo a inseguire, senza ancora raggiungere.

La notizia chiave di quel quotidiano americano si apre spesso su un servizio dedicato. Clicchi sul titolo e puoi guardare una sorta di speciale del telegiornale realizzato in esclusiva per te. Poi ci sono gli approfondimenti, i grafici, gli articoli a cui il servizio principale ti rimanda per capire meglio il problema. C’è il commento dell’esperto e le foto di riferimento.

Oggi da noi la notizia principale era il piano di Renzi per tagliare la spesa pubblica. Un quotidiano ha messo alla destra dell’articolo la sezione approfondimento. Ho cliccato ed ho scoperto che Massimo D’Alema aveva regalato la maglietta di Francesco Totti al Presidente del Consiglio. Seguivano altre quattro foto della cerimonia.

Di Beatles che sappiano seguire la strada mostrata da Dylan ne vedo pochi da queste parti.

Altri giornali hanno accompagnato il servizio guida con dei filmati. Ma non erano di produzione propria. Si doveva raccontare l’ennesima intercettazione di un barcone di disperati che viaggiava verso le nostre coste. I video erano della Marina Militare e dell’Aereonautica.

L’approfondimento sul tema dell’economia era presente su un solo quotidiano. E si limitava all’opinione dettata al telefono da un giornalista mentre sul video scorrevano immagini di repertorio.

Voglio dire che non basta la rivisitazione grafica, anche se viene chiamata restyling.

Resta comunque forte l’impressione che il sito sia sempre in subordine rispetto al cartaceo. C’è la sensazione di un continuo rimandare all’indomani mattina quando in edicola uscirà la “vera informazione.”

Usa Today sta provando a gestire il futuro. Fa interagire l’online, la televisione e il cartaceo. Non so se questo riuscirà a far scattare numeri positivi, so però che è un tentativo che merita di essere seguito.

Da noi per il momento si è solo disorientato il lettore.

Ho guardato più volte i siti di otto grandi giornali, mi sono sembrati tutti molto simili sul piano grafico. E in me che non sono abituato a questa esplosione di foto una dietro l’altra ha provocato solo disorientamento. Un senso di confusione, quasi di capogiro. Non sono riuscito a organizzare una selezione dell’informazione. Foto e titoletto, foto e due righe. Mi sembrava di essere dentro a un videogioco. Io invece cercavo solo notizie, un aiuto a capire meglio.

Ancora una volta, rispetto ai media americani, mi è poi mancato l’elemento grafico. Quello che esaltasse i punti chiave dell’argomento trattato e allo stesso tempo ne offrisse una valida sintesi. Volevo essere preso per mano e condotto verso una risposta ai miei quesiti. Volevo sapere tutto di quel fatto e mi trovavo davanti a poche righe. Ecco, anche qui c’è una sostanziale differenza.

Usa Today, in contrasto con quasi tutti i nostri quotidiani online, non esita a offrire un lungo e dettagliato reportage sul fatto principale della schermata base. Non interpreta Internet come il luogo dove sia indispensabile limitarsi a tre frasi e via. Divide il resoconto, ma offre a chi ha tempo e voglia la possibilità di avere un’informazione esaustiva.

Copiare non basta. In Italia sembra che tutto questo sia difficile da capire. Non mi piacciono i nuovi siti online dei maggiori quotidiani. Loro con sprezzante ironia potrebbero commentare “Ce ne faremo una ragione.”

Il fatto è che ho sentito molte persone esprimere gli stessi dubbi, identici pareri negativi. E non è ignorando l’opinione dei lettori che i media possono recuperare anche una minima parte del terreno perduto.

E’ ora di uscire dai palazzi e ascoltare quello che pensano le persone per cui il prodotto dovrebbe essere realizzato.

Sono pessimista. DI Beatles continuo a non vederne in giro.

Quando i campioni sbagliano

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Patrizio Oliva da dilettante è stato europeo juniores, vice campione europeo assoluto, oro olimpico e miglior pugile dei Giochi di Mosca 1980. Da professionista è stato campione italiano, europeo e mondiale. E’ tornato sul ring dopo un breve ritiro ed ha riconquistato il titolo europeo. Perso ai punti il mondiale, ha appeso i guantoni al chiodo. Con lui parliamo di cultura sportiva.

 

Patrizio Oliva, i genitori di bambini che fanno sport sono spesso un cattivo esempio per i figli. Da atleta di successo e padre di sportive, te la senti di dare un consiglio alle mamme ed ai papà?

“Bisognerebbe insegnare ai genitori che non possono sottoporre a uno stress da prestazione i figli. I bambini hanno bisogno di divertirsi e lo sport è un mezzo meraviglioso per soddisfare questa necessità. Vittoria o sconfitta non dovrebbero entrare nel loro vocabolario. Quando allenavo la nazionale italiana di pugilato avevo fatto un’unica squadra per evitare di responsabilizzare troppo i miei collaboratori, non volevo che si sentissero obbligati a portare medaglie da ogni torneo giovanile a cui partecipassero. A quell’età i bambini devono divertirsi, avranno tutto il tempo che vogliono per soffrire a causa di una vittoria mancata.”

Ridurre lo stress da risultato, e poi?

“Fare crescere il livello dell’istruzione. Sport e studio devono procedere di pari passo. Ai miei tempi eravamo tutti scugnizzi, oggi il laureato è quasi la normalità all’interno dello sport di vertice. Bisogna dare ai ragazzi i mezzi per difendersi dalla valanga di responsabilità che la vita gli rovescerà addosso. E il modo migliore per crearsi una difesa è lo studio, l’istruzione, la cultura.”

I genitori ultras sono un pericolo, ma sono il solo?

“No. I campioni spesso rappresentano un problema più grande. Creano dei falsi modelli. Dovrebbero stare molto attenti ai loro comportamenti, soprattutto quando sono sotto i riflettori della televisione. Seduti sul divano di casa ci sono tanti giovani che vorrebbero imitarli, diventare come loro. Ma se l’esempio che hanno davanti non rispetta quella che è l’etica dello sport, che messaggio riceveranno?”

Ti riferisci a qualcuno in particolare?

“Non a uno in particolare. Mi riferisco a un modo di fare. Penso, ad esempio, a quei campioni che non rispettano l’avversario, che lo deridono, che con il loro modo di agire lo umiliano.”

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Proprio l’altra sera ho sentito il ct azzurro Francesco Damiani dire a Clemente Russo “Non prendere in giro il tuo avversario”, tu che commentavi il match assieme a Mario Gianbuzzi per Sky ti sei subito detto d’accordo con quelle parole.

“Certo. Clemente (foto sopra) non ha rispettato il codice di comportamento di un campione. Non doveva prendersi gioco di un ragazzo più giovane, inesperto e meno forte. A meno che quello non sia l’unico modo di stare sul ring che conosca, lo stile che usa contro tutti. Sempre. Invece non mi sembra che abbia usato lo stesso atteggiamento contro Usyk o con altri di pari livello.”

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Nella storia del pugilato ci sono stati tanti pugili che hanno scelto questo modo di stare sul ring e non per questo sono stati criticati.

“Vero. Muhammad Ali lo faceva. Ma l’ha fatto anche contro Liston o Frazier, ha preso in giro una montagna come Foreman. Naseem Hamed combatteva con quello stile, era il suo modo di boxare. Sempre e comunque così. Non cambiava per il solo fatto che davanti a lui ci fosse un rivale forte.”

Perché condanni questo atteggiamento?

“Perché lo sport è palestra di valori, di lealtà, di rispetto. Un ragazzo che non ha né la tua esperienza, né la tua forza, non va umiliato. Sarebbe troppo facile e per niente giusto.”

Ma Russo è un campione a pieno titolo. Ha vinto due mondiali e due argenti olimpici.

“E io non sto certo qui a discutere il suo valore di pugile, ma il modo in cui a volte affronta gli avversari. Quelli più deboli.”

Damiani glielo ha detto, ma lui ha continuato a boxare con quello stile.

“E allora dovrebbe intervenire la Federazione, il presidente. Dovrebbero dirgli: “Se continui così, noi ti puniamo con una squalifica.” Non lo faranno mai, il risultato viene prima di tutto e lui nei dilettanti vince. Figuriamoci cosa possa importare alla Federazione del rispetto del codice etico.”

Perché, secondo te, l’altra sera ha boxato in quel modo?

“Forse perché pensa che sia la scorciatoia per diventare un personaggio. Ma, se posso permettermi di dargli un consiglio, così si guadagna una popolarità a tempo determinato. Finito lo sport, finito il personaggio. Se c’è una cosa difficile da perdonare è la spavalderia contro i più deboli.”

Ma in altri sport accade di peggio.

“Vero. Ma questa non può essere una giustificazione. Sono comunque d’accordo sul fatto che nel calcio si possano trovare esempi peggiori. Se Balotelli ne fa una al giorno, se qualche altro sfascia macchine e un altro insulta gli allenatori, i ragazzini potrebbero pensare che sia quella la strada da seguire per diventare un grande personaggio. Si tagliano i capelli come i campioni della tv, si fanno i tatuaggi perché tutti i re del pallone li hanno. Sono pronti a imitarli in qualsiasi situazione. Per quindici minuti di popolarità in molti sarebbero disposti a giocarsi la coscienza. E Balotelli non è il solo a mostrare il lato brutto dei campioni. Prendi De Rossi (foto in alto), ad esempio.”

Ti riferisci al pugno tirato a Icardi durante una fase di gioco di Roma-Inter?

“Mi riferisco a lui e alla Roma che lo difende, che protesta contro Prandelli che lo ha escluso dalle convocazioni per la nazionale. Un campione non può eccedere in quel modo. E’ un personaggio pubblico, un calciatore a cui fanno riferimento decine di migliaia di bambini. Cosa penseranno adesso? Che è lecito picchiare un avversario? Brutto gesto il suo, come lo è stato quello di Juan Jesus nella stessa partita. Lo sport insegna il rispetto del rivale in ogni momento. La violenza va condannata e punita, come va punito duramente chi bara.”

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Ti riferisci al doping?

“Certo. Cosa ha insegnato Alex Schwazer (foto) ai ragazzini che erano entusiasti per la sua medaglia d’oro olimpica? Ha dato il messaggio che per arrivare al successo ogni mezzo è lecito. Ha fatto un danno enorme non solo a se stesso, ma a tutti quei bambini che avevano gioito per quella vittoria.”

Quale è in sintesi la tua ricetta per offrire esempi, atteggiamenti e parole corrette per quei ragazzi che vogliono fare sport?

“Rispetto per le persone. E’ una regola che andrebbe seguita in ogni aspetto della vita. Ma nello sport è una regola di comportamento che non può essere disattesa. Rispetto significa non barare, non cercare di raggiungere il risultato con la violenza, non umiliare gli avversari più deboli. Tutto qui. E poi un ultimo consiglio. Ragazzi, divertitevi. A tempi, vittorie, medaglie penserete quando sarete più grandi.”