Boxe, la Banda dell’Alfabeto

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Da molti anni la chiamano “La Banda dell’Alfabeto”.

È l’associazione che governa il mondo del pugilato mondiale.

È composta da quattro organizzazioni principali (Wba: World Boxing Association, Wbc: World Boxing Council, Ibf: International Boxing Federation e Wbo: World Boxing Organizzation). Gestiscono 68 campioni del mondo, oltre a supercampioni, campioni a interim, campioni silver, campioni unificati.

Fino al 1913 esistevano solo otto categorie di peso: mosca, gallo, piuma, leggeri, welter, medi, mediomassimi e massimi.

I campioni erano facilmente identificabili, quello dei massimi poi aveva una popolarità incredibile.

Lentamente, con le scuse più varie (quasi sempre facendo appello alla necessità di offrire maggiore sicurezza alla boxe), siamo arrivati a 17 differenti categorie. Si sono aggiunte: paglia, minimosca, supermosca, supergallo, superpiuma, suerleggeri, superwelter, supermedi e massimi leggeri.

Il risultato è che solo pochissimi conoscono i nomi dei campioni del mondo, ma cosa assai più strana è il fatto che questo sport sia l’unico tra quelli più antichi a non avere un solo padrone per categoria. Ne ha almeno quattro. Non esiste “il” campione del mondo, esistono “i” campioni del mondo.

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Alle sigle più popolari sono andate ad aggiungersi Iba, Ibo, Wbu, Wbf, Ibc. E, è cosa recente, è arrivata anche l’Apb: la costola professionistica dell’Aiba che vuol dire International Boxing Association, anche se nell’acronimo c’è ancora la a di amateur. Di dilettantistico in questo ente non è rimasto altro.

Non contenti quelli della Banda dell’Alfabeto hanno creato i sottotitoli. Campionati internazionali, intercontinentali, continentali (Wba e Wbo hanno i loro campioni europei, tanto per fare un esempio), del Mediterraneo. E qui troviamo pugili rumeni e serbi, anche se la Romania si bagna sul Mar Nero e la Serbia non è bagnata da alcun mare.

I campioni sono così tanti che se vai a cliccare sul sito web della Wba e poi clicchi su campioni, appare la scritta “in costruzione”. Neppure loro ce la fanno a stare al passo con la folla dei titolati.

Anche l’Ebu (European Boxing Union) non ha resistito ed ha portato a casa una nuova cintura, quella dell’EU (Unione europea). Così, tanto per complicarci la vita.

E adesso il Wbc ha deciso di entrare a piedi pari sul mondo del dilettantismo. Nell’ultimo convegno ha definito l’Aiba una “tigre di carta” che pensa di gestire un potere che non ha. Per contrastarla, il Wbc ha creato il comitato per il pugilato dilettantistico.

Mesta e rimesta, il caso si ingarbuglia sempre di più.

La mancata identificazione con il campione ha creato disaffezione. Resistono pochi Paesi che lottano con i soldi delle televisioni, nazionali in chiaro o pay tv, per cercare di andare avanti.

Si perdono per strada vecchi mercati, si cerca di sostituirli con nuovi: la Cina ad esempio. Ma la gestione è sempre affidata a vecchi gruppi. Promoter come la Top Rank di Bob Arum, la Golden Boy Promotion di Oscar De La Hoya, Frank Warren in Inghilterra esistono dalla notte dei tempi. Ce ne sono alcuni di molti anni più giovani, ma sembra che lavorino seguendo le stesse strade di chi li ha preceduti.

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Il caos è totale. Uscito di scena Muhammad Ali abbiamo dovuto aspettare fino a Mike Tyson prima ritrovare un personaggio popolare in ogni continente. Ora ci sono Mayweather e Pacquiao, meno universali degli altri due, ma sufficientemente inseriti nell’animo di tutti, non solo degli appassionati di boxe. Ma sono su con gli anni e se non si affronteranno neppure nel 2015 il loro status di eroi della gente subirà un ridimensionamento.

Il pugilato ha sempre trovato la sua forza nella spinta popolare, nella capacità di stimolare passioni, emozioni. Oggi chiunque, o quasi, può battersi per un titolo. Pugili che avrebbero retto a stento la terza fascia in una grande riunione anni Ottanta (senza andare poi così indietro nel tempo) adesso lottano per il campionato. La normalizzazione di questo sport è il pericolo più grande che la boxe ha affrontato negli ultimi quarant’anni.

Sarà strano, ma a me sembra che una conferma di questa teoria arrivi proprio dal comportamento dell’Aiba. Nata come federazione dilettantistica e con questa caratteristica entrata a far parte del Comitato Olimpico Internazionale, si è ora trasformata in un’organizzazione professionistica senza che lo stesso Cio abbia mosso un muscolo. A protestare sul serio, non solo a parole, sono state solo poche persone all’interno degli Enti professionistici. Gran parte del mondo della boxe (tecnici, manager, dirigenti, pugili) in Italia solo recentemente ha cominciato a chiedersi cosa davvero stesse facendo l’Aiba.

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Manca una coscienza di classe.

La boxe ha resistito da lunghissimo tempo e, spero, resisterà ancora. Ma se continuerà a pensare che la soluzione dei problemi sarà un’ulteriore frammentazione nella speranza di creare nuove piccole fonti di guadagno, finirà per piombare nell’indifferenza.

L’Italia, ora che ha ritrovato un po’ di orgoglio di parte, dovrebbe essere la prima ad alzare la voce, a organizzarsi, a spingere sui pedali. In gennaio gli elettori della nuova casa del professionismo sceglieranno chi dovrà gestire questo sport. Il pugilato ha bisogno di una piccola rivoluzione, deve riacquistare la dignità che gli è stata tolta. Può farcela, ma dovrà lottare dentro e fuori dal ring.

Che l’anno nuovo aiuti qualsiasi persona di buona volontà.

 

Roma 2024 e il venditore di auto usate

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RENZI E MALAGO’ hanno dunque annunciato la candidatura di Roma per i Giochi del 2024.

In giro si risente parlare di sogni, di grande occasione (per chi? Ancora?), di riscossa.

Ho già detto che sono contrario alla candidatura, ho cercato di spiegare* con numeri e riferimenti il perché nella gestione dei Grandi Eventi l’Italia sia sempre stata un autentico disastro: dal calcio al nuoto, passando per i Giochi del Mediterraneo.

Nel gruppo Facebook “Leggo la Gazzetta alla rovescia” Marco Del Checcolo scrive: “non ha più senso remare tutti dalla stessa parte, vigilando (questo si) perché l’eventuale organizzazione delle Olimpiadi non diventi l’ennesima occasione sprecata dal nostro Paese? Siamo storicamente incapaci, come invece accade in altre nazioni, di compattarci su grandi obiettivi, ma guardare oltre un presente oggettivamente difficile è d’obbligo. Beata ingenuità?

Qui non si tratta di compattarsi dietro un grande obiettivo, si tratta di evitare l’ennesima fregatura. Siamo maestri nello sfruttare in senso contrario alla pubblica decenza ogni occasione, grande o piccola. Lo dicono i fatti, non è certo un’opinione personale.

Chiarito questo punto, vorrei fare una domanda.

Roma non ha saputo gestire senza finire nel caos un Mondiale di specialità (nuoto 2009), non ha saputo garantire un alto livello di onestà all’interno delle istituzioni (Mafia Capitale), ha una tra le più alte tassazioni d’Europa, non possiede un velodromo, non ha tre piscine da 50 metri vicine (i Mondiali di nuoto si sono svolti con due vasche costruite sopra il Centrale e il Pietrangeli, campi da tennis del Foro Italico), non ha una pista d’atletica all’altezza (l’Olimpico va bene per il Golden Gala, ma dovrebbe essere rimesso a nuovo per i Giochi).

Sento e leggo che pallavolo, basket e ciclismo si dovrebbero svolgere a Tor Vergata (il centro sportivo più caro nella storia dello sport, soprattutto se si considera il rapporto prezzo/impianti realizzati). Non ce la faccio a sentirmi felice.

Insomma, Giochi a basso costo solo nelle intenzioni. Una vera grande occasione.

Ripeto: per chi?

Ma lascio da parte tutto questo, ormai mi sono convinto che il partito “è vero rubano, ma…” è in prevalenza, e faccio la domanda.

Comprereste un’auto usata da un rivenditore che ha i carichi pendenti di Roma 2014?

*Articolo di riferimento: https://dartortorromeo.com/2014/11/28/litalia-e-i-grandi-eventi-un-disastro/

 

 

Bundu sconfitto, ma merita rispetto

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IL RISULTATO più importante ottenuto da Leonard Bundu nella notte di Las Vegas è stato quello di ottenere il rispetto di Keith Thurman. Ne deve andare orgoglioso.

Ha perso netto il match, io avevo 11 punti per l’americano, ma l’ha fatto senza mai essere dominato. Sembrerebbe un controsenso, a me sembra solo la realtà. I round persi li ha ceduti tutti di misura, tranne il primo. Ha provato a dare il massimo, c’è riuscito.

Thurman è più giovane, più veloce e più potente. Ma questo non ha intimidito il nostro campione. Il giovanotto degli States ha boxato senza rischiare nulla. Ha pedalato all’indietro per poi partire con colpi lunghi, tenendosi sempre a distanza alle repliche del rivale.

Leo avrebbe preferito essere attaccato, boxare d’incontro. Non è stato possibile. È stato costretto a cercarlo e si è trovato davanti un uomo assai abile negli spostamenti, rapido di gambe, bravo nella scelta di tempo, veloce di braccia. Thurman ha tirato pochi colpi, ma non ne ha sprecato nessuno. Ed erano pugni pesanti.

Leonard Bundu esce comunque a testa alta dalla sfida. Sarebbe sbagliato dire che è stato un risultato positivo per il solo fatto che sia riuscito a rimanere in piedi davanti a uno che aveva steso 21 dei suoi precedenti 23 avversari. Sarebbe offensivo nei confronti del fiorentino della Sierra Leone che ha avuto altri meriti. Ha costretto il picchiatore americano a muoversi continuamente, a dare il massimo, a pedalare costantemente all’indietro, a rinunciare al terreno preferito di scontro dello sfidante, a non inseguire il colpo da knock out che lo ha reso popolare. In altre parole ha portato rispetto al valore del nostro pugile.

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È stata una sfida più mentale che fisica. Sempre giocata sul filo della tensione. Un pugilato fatto più di intenzioni che di sostanza. Ma è stato comunque un incontro in cui Leo si è lasciato dietro qualche buon ricordo.

La capacità di reagire allo shock del knock down in apertura. La tenuta fisica nonostante i quarant’anni. La voglia di scambiare dalla corta distanza. Qualche buon colpo messo a segno. Non è mai stato in grande sofferenza, anche se ha perso di misura quasi tutte le riprese. Forse se fosse arrivata qualche anno prima, avrebbe sfruttato meglio la grande occasione.

Ma sarebbe un errore guardare ai cartellini di ieri notte e pensare di avere capito sino in fondo il valore di Leo. È un ottimo pugile, uno che sa stare sul ring contro i migliori. Ha dovuto conquistarsi passo dopo passo tutto quello che ha ottenuto nella vita. Merita applausi anche dopo una sconfitta così netta.

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Non ce la faccio proprio ad applaudire invece la telecronaca di Italia 1. Alessandro Duran è stato preciso nell’analisi tecnica, ma l’altro mi ha fatto davvero innervosire. Ha messo in fila una serie di inesattezze da infastidirmi. Vedeva solo i colpi di Bundu. Al penultimo round l’ho ascoltato raccontare che sul suo cartellino aveva 4 punti per Thurman. Ma che match stava vedendo? Chi pensava di prendere in giro? Così si offende il pubblico della boxe, un pubblico competente.

E poi parla, parla, parla. Parla sulle presentazioni togliendo il fascino dell’introduzione del ring announcer, parla sul verdetto impedendoci di sentirlo (per poi dire che non l’hanno dato, ma ci faccia il piacere…). Parla durante l’intervista di Thurman anziché ascoltarla e tradurla, creando alla fine un’interpretazione diciamo personale delle parole del campione.

L’americano dice ai microfoni di Showtime: “Bundu was smart, he came to not get ko’d. It was hard to time him, but I was patient. It was a great learning experience.”  Ovvero: Bundu è stato  intelligente, è venuto per non finire ko. È stato difficile trovare il tempo giusto contro di lui, ma sono stato paziente. È stata una grande esperienza, un insegnamento.” L’intervistatore allora chiede: “Cosa hai imparato?” Lui risponde: “Che per trovare il ko devo venire più avanti, fare maggiore pressione, essere più aggressivo.” Il telecronista di Italia 1 traduce: “Cosa devo migliorare? Non devo essere legato solo al colpo da ko.” L’unico elemento in comune tra le parole dette e la traduzione è ko, un po’ poco…

Keith Thurman ha avuto rispetto per Leonard Bundu. Italia 1 ne ha per la boxe, tutti gli appassionati devono dire grazie a questa emittente che ci ha fatto vivere una notte d’altri tempi e ci regala ogni sabato sera un avvincente spettacolo dai ring di tutto il mondo. Putroppo il suo telecronista non ha rispetto per chiunque ami questo sport, nobile al punto da accettare una sconfitta pesante senza sentire il bisogno di ascoltare delle favole. Penso alle telecronache di Rino Tommasi e rabbrividisco…

Mayweather testimone di un omicidio-suicidio

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LUNEDI’ MATTINA, in Italia è il primo pomeriggio.

Floyd Mayweather jr e il rapper Earl Hayes, che ha un contratto con Money Team, parlano attraverso FaceTime: una comunicazione via videotelefono.

Il cantante ha chiamato l’amico per sfogarsi. È convinto che la sua compagna lo tradisca con il collega Trey Sangz. È fuori di sé, dice che sta per ucciderla.

Il campione di pugilato prova a calmarlo, gli consiglia di riflettere, magari di lasciarla, ma di non fare follie.

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Stephanie Moseley, 30 anni, è cantante e ballerina. Lavora per la cable tv newyorkese VH1’s nello show “Hit the Floor”, balla negli spettacoli di Beyonce, Jennifer Lopez, Mariah Carey, Rihanna, Usher, Chris Brown.

È nella vasca da bagno, ignara della tragedia di cui sarà vittima.

Mayweather non riesce a convincere Hayes, 34 anni, che prende la pistola, entra in bagno e spara dieci colpi contro Stephanie colpendola più forte sino ad ucciderla.

I vicini di casa intanto, spaventati dalle urla dell’ultima lite tra i due, chiamano la polizia. La Swat arriva a Palazzo East, una zona di lussuosi appartamenti, e sta per sfondare la porta di casa quando sente un colpo.

Gli agenti entrano e trovano due cadaveri.

Quello di Sthepanie e quello di Earl che si è appena suicidato.

Il pugile ha assistito in diretta all’omicidio-suicidio. È un testimone prezioso per la polizia.

Il primo a riportare l’intera storia è stato il sito americano TMZ.

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Treyy Songz non ha rilasciato dichiarazioni, ha affidato il suo commento a Twitter.

Riposa in pace bambina. Una volta un angelo sulla Terra, ora ci guardi dal Paradiso. Ci mancherai, ma non ti dimenticheremo mai. Amore.

Floyd Mayweather jr al termine della tragica mattinata è sconvolto.

La sera è in prima fila per la partita del campionato NBA tra Los Angeles Clippers e Phoenix Suns.

 

Giornali. Giù le vendite, su i freelance

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I DATI ADS di ottobre 2014 indicano il perdurare del trend negativo da parte dei quotidiani sportivi. Calano ancora le vendite rispetto allo stesso mese del 2013. Un numero è più preoccupante degli altri, le vendite nei giorni della settimana (lunedì escluso) del Corriere dello Sport-Stadio che con 103.219 si avvicina alla soglia di quel “sotto 100.000 copie” che gli farebbe fare un salto indietro nel tempo.

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Il Rapporto Censis descrive intanto una nuova figura del giornalista impegnato nei quotitidiani: è prevalentemente un freelance.

Mentre cresce il numero degli iscritti all’Ordine (112.046 nel 2013 contro i 110.966 del 2011), calano i professionisti che hanno un rapporto diretto con le aziende (gli Articoli 1 del Contratto Nazionale). Dal 2000 al 2013 sono scesi dell’1,6%, nello stesso arco di tempo gli autonomi sono saliti del 7,1%.

Sei giornalisti su dieci oggi sono freelance.

Il quadro generale continua ad essere negativo. Il 47% degli abitanti del nostro Paese non legge un quotidiano.

Informarsi è un diritto e una necessità. Ma da queste parti il concetto non passa.

Nel 1982 in Italia si vendevano otto milioni di quotidiani. Nel 2012 sono scesi a quattro milioni e gli esperti dicono che entro il 2017 se ne venderanno appena due milioni.

Alla discesa non sembra esserci fine.

Bundu, sulle spalle l’Italia della boxe

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Si avvicina il grande giorno. Sabato Leonard Bundu si batte per il titolo interim Wba dei welter.

È un match che rappresenta molto di più dell’etichetta che gli viene cucita sopra. L’Italia della boxe punta forte su questo incontro.

È un peso in più sulle spalle di Leo. La firma con Al Haymon gli ha fatto raggiungere quello che da tempo inseguiva: una buona borsa, un combattimento nel regno del pugilato, visibilità assoluta. Finalmente. Ma il manager americano gli ha anche imposto un fortissimo rivale lanciato verso grandi traguardi, un ragazzo che lui stesso sta spingendo forte.

Keith Thurman ha vinto tutti e 23 gli incontri e 21 volte ha chiuso con un ko.

Ho la sensazione che Haymon abbia scelto Bundu come una volta si faceva in Italia. Un avversario che ha un nome da spendere, un record immacolato e qualche vittoria contro nemici di livello. Soprattutto gli inglesi dei due ultimi combattimenti (Frankie Gavin e Lee Purdy). Haymon lo ha scelto perché è sicuro che l’italiano sarà una vittima designata.

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È già accaduto altre volte, ma Bundu non merita questo ruolo.

Per qualità, carattere e soprattutto per la carriera.

È partito tardi, ma si è guadagnato ogni singolo risultato positivo abbia portato a casa. Lo so anch’io, è netto sfavorito. Le agenzie di scommesse lo danno a una quota che oscilla tra 7 e 9. Punti un euro sul fiorentino della Sierra Leone e se vince ne porti a casa 7 o 9. Ridicole le quote di Thurman che paga in media 1.08.

Sono più o meno in linea con i bookmaker, anche se sarei leggermente più cauto.

Il problema non è centrare una clamorosa sorpresa, che sarebbe meravigliosa e rilancerebbe la boxe italiana con la forza che il movimento attende da anni, ma quello di offrire uno spettacolo avvincente.

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Il fascino di un match a Las Vegas, la magia della diretta televisiva su un grande network in chiaro (Italia 1), i maggiori quotidiani che parlano di pugilato (l’hanno già fatto Repubblica e Corriere della Sera). Inviati che si spingono sino in Nevada, ci sarà anche boxeringweb con Marco Bratusch. Da quando non vivevamo tutto questo?

Si sta creando la giusta attesa per il grande evento.

Mi sono sempre fidato di Bundu professionista, ho sempre saputo che si sarebbe battuto al meglio. Non ha mai tradito. È l’uomo che può fare un regalo speciale a chiunque nel nostro Paese ami la nobile arte.

Sa boxare, è simpatico, non si nega mai. Ha talento, pratica una boxe affascinante e in repertorio ha un montante sinistro capace di farci esultare. E se…

Mentre scrivo mi torna in mente un match datato 15 luglio 1989, Gianfranco Rosi vola fino ad Atlantic City per sfidare Darrin van Horn. Lo statunitense ha vinto tutti e 39 i combattimenti disputati ed è il campione Ibf dei superwelter, lo chiamano Golden Boy. L’umbro ha già perso tre volte ed ha undici anni di più. Affronta quel combattimento da netto sfavorito. Lo domina, mette giù il rivale al dodicesimo round, vince nettamente ai punti. E se…

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Non voglio sognare. Un grande combattimento. È questo quello che chiedo a Bundu. Niente di più.

Lo so, l’occasione della vita arriva a quarant’anni. Ma la situazione italiana non poteva offrirgli di più.

Certo sarebbe stato meglio affrontare in una semifinale Ibf Dan Ion, che quattro giorni dopo il match di Bundu incontrerà Kevin Bizier. Contro il rumeno che vive a Montreal se la sarebbe giocata alla pari. E in caso di successo, Leo avrebbe avuto l’occasione di sfidare per il titolo Kell Brook.

Io avrei optato per questa strategia manageriale. Ma io non conosco l’entità della borsa del nostro pugile. E poi ognuno è libero di fare le scelte in cui crede di più.

Bundu ha puntato forte chiamando banco e rischiando tutto.

Sabato sapremo quanto azzardata è stata questa decisione.

Thurman è netto favorito. Mi accontenterei di una prova spettacolare da parte di Bundu, altri (pochi) italiani ci sono riusciti partendo dallo stesso livello. Perché mai non dovrebbe riuscirci anche questo ragazzo di quarant’anni che ha già rubato il cuore di ogni tifoso?

E se…

 

Tra favole e barzellette il Milan va a fondo

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UNA SOLA azione pericolosa in 90 minuti (un gol divorato dal mitico Menez).

Un Milan dominato tatticamente, atleticamente e tecnicamente dal Genoa.

Eppure in settimana Berlusconi in visita pastorale a Milanello aveva raccontato favole meravigliose. Come quella che vorrebbe riportare a casa Ancelotti, Capello e Sacchi.

Quale dei tre?

Perché limitarsi, facciamo tutti e tre assieme!

Ho letto anche questo sui giornali.

FUSSBALL: TURNIER/100 JAHRE REAL MADRID, SPIEL UM PLATZ 3: AC MAILAND

A questo punto mi sembra opportuno tirare fuori un foglietto che porto sempre con me, quasi fosse un miracoloso talismano. Sopra ho scritto qualche tempo fa le formazioni con cui questi allenatori hanno comandato in Italia, Europa e anche nel mondo.
Il Milan di Sacchi: Galli; Tassotti, Costacurta, Baresi, Maldini; Donadoni, Ancelotti, Rijkard, Evani; Van Basten, Gullit.
Il Milan di Capello: Rossi; Panucci, Costacurta, Baresi, Maldini; Donadoni, Albertini, Desailly; Boban, Savicevic, Weah.
Il Milan di Ancelotti: Dida; Cafu, Nesta, Stam, Maldini; Gattuso, Pirlo, Seedorf; Kakà, Inzaghi, Shevchenko.

Eccole qui. Mi fa bene e male rileggere quei nomi. Ma è un esercizio indispensabile. Lo faccio sempre quando sento in giro storie che sanno più di fantacalcio che di realtà. Perché il Milan che ha perso giustamente a Genova schierava: Diego Lopez; Bonera, Mexes, Rami, Armero; Montolivo (Poli), de Jong, Bonaventura; Honda (Pazzini), El Shaarawy (Niang); Menez.

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Lì davanti a tutti c’era dunque quello che un buontempone come Carlo Pellegatti su Sport Mediaset ha glorificato con questa frase: “Un centravanti così, mai nella storia del Milan.”

Se la giudicassi un’affermazione seria, riproporrei i primi nomi che mi vengono a mente: Altafini, Inzaghi, Weah, Nordhal, Sormani, Bigon, Virdis, Papin, Bierhoff, Shevchenko, Gilardino. Non metterei in lista Ibrahimovic perché mi sembrerebbe offensivo per Zlatan. Non nominerei neppure Van Basten perché mi suonerebbe come un’autentica bestemmia calcistica.
Ma sono convinto che sia stata solo una barzelletta, parole messe lì per strapparci una risata, e allora mi fermo qui.

La verità è che il Milan oggi ha un organico da media classifica. Il posto che attualmente occupa. Situazione che renderebbe felici società che sono abituate al ruolo, non certo chi era solito frequentare il mondo del calcio da protagonista.

Il passato è sempre migliore del presente nei ricordi di ognuno di noi. Ma stavolta se solo paragonassi ieri e oggi rischierei una querela per diffamazione dagli eroi che hanno vinto tutto che si sentirebbero giustamenti offesi per essere confrontati con chi non vincerà niente.
Berlusconi parla di Coppa Campioni. Dopo quattordici giornate il Milan è già a 14 punti dalla Juventus e 11 dalla Roma, quindi (avendo davanti altre quattro squadre) è da ritenersi quanto mai improbabile una qualificazione diretta. Rimarrebbe l’accesso ai play off nel caso riuscisse a conquistare il terzo posto. Anche qui sembra dura perché il Milan è attualmente precedunto in classifica anche da Genoa, Napoli, Lazio e Sampdoria. E ha la Fiorentina a un punto.

La realtà è questa. La fantasia però si sa, non ne tiene conto.

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Il problema principale credo venga dal mancato reivestimento dei soldi arrivati da cessioni importanti. Tutto comincia lì. La campagna acquisti 2013-2014 è stata chiusa con un passivo di 11 milioni. Ma la precedente, comprensiva dell’arrivo di Balotelli, aveva riportato un attivo di 37 milioni derivanti soprattutto dalle cessioni di Thiago Silva (42 milioni), Ibra (20) e Pato (15). Una volta, i soldi presi il Milan li reinvestiva. In questa stagione ha intascato 20 milioni per la cessione di Balotelli al Liverpool, ha ceduto Emanuelson, SIlvestre, Taarabt, Kakà, RObinho, Birsa. Sono arrivati Menez a parametro zero e il trentaduenne Alex, oltre a Diego Lopez, Armero, Essien, Fernando Torres, Bonaventura e van Ginkel.

Il risultato finale è che in questo primo scorcio di campionato ho visto una squadra imbarazzante in difesa (solo le compagini nella parte bassa della classifica hanno un numero maggiore di gol subiti), priva di talento a centrocampo, laboriosa nel fare gioco in attacco. Con l’aggiunta del grande mistero Fernando Torres, non penso di essere il solo a chiedersi: perché?

Nel derby con l’Inter mi sembrava che avesse toccato il fondo del barile. Con il passare delle giornate mi sto convicendo che dovrò continuare a raschiare.

Essere milanista oggi è un atto di coraggio…

 

 

 

 

 

 

 

Pagato 15.000$ per la farsa con Rourke!

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ELLIOT SEYMOUR ha guadagnato 15.000 dollari per l’esibizione con Mickey Rourke a Mosca. È questo il vero scandalo di quel match ridicolo.

Il Mail Online ha scritto che Seymour è un senzatetto che ha vissuto gli ultimi diciotto mesi in strada a Pasadena, California. Spero che con quei soldi possa risolvere qualcuno dei suoi problemi.

Ma perché spacciare un’esibizione assai vicina al mondo del wrestling per un incontro di boxe?

La sfida era programmata sulle cinque riprese da 2:30. E già questo avrebbe dovuto far capire (anche agli incompetenti) cosa stavamo per vedere.

Rourke ha 62 anni. E questo avrebbe dovuto chiudere il conto anche agli ultimi scettici.

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Adesso si scopre che Seymour ha preso 10.000 dollari direttamente nel camerino di Mosca, più altri 5.000 che gli saranno consegnati, così ha detto il manager dell’attore al sito TMZ, negli Stati Uniti.

Perché?
Non poteva portare fuori dalla Russia l’intera somma.”

Ormai siamo in piena farsa.

Che non fosse un match, ma una recita, lo conferma il fatto che il risultato non appare sui siti ufficiali che riportano i record dei pugili. BoxRec primo fra tutti.

Tra viaggio, soggiorno, borsa e spese varie Elliott Seymour è costato tra i 20.000 e i 25.000 dollari.

Se penso che un buon professionista italiano viene pagato tra i 1.000 e i 1.500 euro, spese comprese, mi sale il nervosismo.

C’è qualcosa di marcio in una boxe che vuole trasformarsi in wrestling, dove tutto è finto e costruito a tavolino da abili sceneggiatori.

Già sento l’obiezione. Chiunque frequenti il mondo del pugilato sapeva che quello spettacolo sarebbe stato una buffonata. Vero. Ma fatevi mandare una rassegna stampa e poi ditemi qual è l’argomento pugilistico di cui si è più parlato sui giornali negli ultimi dieci giorni. Ecco, la buffonata ha vinto alla grande.

Ognuno gestisce i propri soldi e la propria dignità come meglio crede. Ognuno informa secondo la propria professionalità. Ma, per favore, non offendete più la boxe citandola come sport di riferimento in queste storie.

Roma, i Giochi sono finiti?

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Ero procuratore della “Q”

e re della compagnia di Assicurazione che proteggeva

i proprietari della miniera.

Tramavo col giudice e la giuria

e le altre corti per calpestare il diritto

degli infortunati, delle vedove e degli orfani.

Così mi feci una fortuna.

L’associazione degli avvocati cantò le mie lodi

in un elevato discorso.

E i tributi di fiori furon molti

ma i topi mi hanno divorato il cuore

e una serpe ha fatto il nido nel mio cranio!

(John M. Church, Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters)

 

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Dicono che io abbia collusioni con la mafia. È assolutamente falso. Semmai è vero il contrario.” (Egidio Morretti)

Joshua, l’ultima speranza dei massimi

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IL MONDO dei massimi ha bisogno di un nuovo re. Ne è degno campione Wladimir Klitschko, ma ha già festeggiato i 38 anni. Non so quanto potrà andare ancora avanti. Ha guadagnato una montagna di soldi, non ha particolare interesse a battersi negli Stati Uniti e vuole gestire solo con il fratello la sua attività. Lo sfidante ufficiale Wbo si chiama Tyson Fury ed ha appena vinto uno dei più noiosi match nella storia della boxe contro Derek Chisora. Ho provato imbarazzo per il livello tecnico di entrambi, per la loro monotonia tattica, per la mancanza di almeno un colpo che meritasse gli applausi. E non è la prima volta nell’ultimo decennio che assisto a scene del genere nei confronti tra colossi.

Klitschko non ha nessun interesse a battersi con Tyson Fury. È assai più probabile che il nuovo campione europeo affronti nella prossima estate Anthony Joshua. Per l’Inghilterra sarebbe un evento fantastico dal punto di vista economico.

Joshua, che tornerà sul ring il 31 gennaio contro Kevin Johnson a Londra, è il domani della categoria. L’unico che possa restituirle dignità.

Non lo possono fare nè Bermane Stiverne, nè Deontay Wilder che il 15 gennaio si batteranno per la cintura Wbc (l’unica che manca a Klitschko).

Dopo il ritiro di Lennox Lewis, il 6 febbraio 2004, oltre a Wladimir sono stati campioni del mondo delle varie sigle: Byrd, Jones jr, Sanders, Ruiz, Brewster, Rahman, Vitali Klitschko, Lyakhovich, Valuev, Maskaev, Briggs, Chagaev, Ibrajimov, Peter, Haye, Povetkin e oggi Stiverne. Non mi sembra di vedere nessun Marciano e tantomeno Joe Louis nella lista.

Il periodo d’oro della categoria sono stati gli anni Settanta. Ali, Frazier, Foreman, Norton, Holmes. E comprimari del valore di Lyle, Shavers, Quarry, Bugner, Bonavena. Forse troppi in una sola decade, si sono esaurite le scorte in un solo colpo.

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L’ultima classifica dei massimi datata 1972 e redatta da Nat Fleischer metteva così in fila i primi dieci di sempre.
1. Jack Johnson
2. Jim Jeffries
3. Bob Fitzsimmons
4. Jack Dempsey
5. James Corbett
6. Joe Louis
7. Sam Langford
8. Gene Tunney
9.
Max Schmeling
10. Rocky Marciano

A guardare quella che il 23 novembre offriva l’autorevole Transnational Boxing Ranking Board, c’è da arrossire.
1. Wladimir Klitschko
2. Alexander Povetkin
3. Tyson Fury
4. Bermane Stiverne
5. Kubrati Pulev
6. Carlos Takam
7. Deontay Wilder
8. Vyacheslav Glazkov
9. Derek Chisora
10. Bryant Jennings
Anthony Joshua v Matt Skelton
Dopo la grande abbuffata degli anni Settanta, negli Ottanta abbiamo avuto Larry Holmes nella prima parte e poi Mike Tyson. Una decade che è stata riempita dall’esplosiva popolarità di un fenomeno mediatico come Iron Mike. Nel ruolo di spalla hanno recitato James Smith, Tony Tucker e (un gradino più su) Michael Spinks.
Oggi ogni speranza è riposta in Anthony Joshua. Ha vinto l’oro olimpico, per la verità scippandolo a Roberto Cammarelle, e poi è passato professionista. Dieci match, altrettante vittorie per ko. Solo Konstantin Airich è riuscito ad arrivare al terzo round, tutti gli altri si sono arresi entro la seconda ripresa.
Joshua ha firmato un triennale con la Matchroom di Barry Hearn. Ha a disposizione un allenatore e un centro di allenamento a Londra, nella palestra di Tony Sim, un nutrizionista, uno psicologo, un fisioterapista, un preparatore atletico.

cammarelle
Ad aiutarlo c’è anche e soprattutto l’accordo raggiunto dal suo manager con Sky Sports che trasmetterà tutti i suoi match.
Anthony Oluwafeni Olasemi Joshua viene da Watford, nell’Hertfordshire. Ha 25 anni e un fisico imponente: 1.98 di altezza per 106 chili di peso forma. Il suo primo sport è stato il calcio, ma non riusciva a trattenere una naturale irruenza. Ha così optato per la boxe, portato in palestra dal cugino Ghenge Ileyemi. Forte di un’esperienza anche nell’atletica (ha un personale di 10”88 sui 100 metri) ha trovato nel pugilato uno sfogo naturale.
Una parentesi drammatica nel recente passato. Nel 2011 è stato arrestato con l’accusa di spaccio di droga, dopo essere stato trovato in possesso di duecento grammi di cannabis. Si è dichiarato colpevole, è stato sospeso dalla squadra inglese e condannato a dodici mesi di servizi sociali più cento ore di lavoro non pagato. L’hanno aiutato Lennox Lewis, Carl Froch e suo cugino Ileyemi. Il fatto è accaduto in marzo. Qualche mese dopo Anthony è andato ai Mondiali di Baku. Non figurava nei primi venti della classifica. Ha vinto l’argento, superando nei quarti Roberto Cammarelle.
Ha cominciato a boxare quando aveva già compiuto diciotto anni. La mamma ha fatto resistenza finchè ha potuto, poi ha ceduto. La signora, Yeta Odunsanya lavora in una scuola per bambini a Harrow. Non ha visto quasi nessun match del suo ragazzo, l’unica eccezione l’ha fatta per la finale di Baku 2011, persa per un punto contro Medzhidov. Quell’incontro l’ha visto con un tovagliolo sulla faccia, in una angolo della stanza, tremando come una foglia.
E’ un duro Joshua, durante gli allenamenti con la nazionale inglese in preparazione i Giochi del 2012 ha anche rotto il polso all’allenatore mentre facevano una sessione di figure.

jovestito

Ha rifiutato un’offerta di 50.000 sterline alla vigilia dei Giochi. L’oro olimpico valeva dieci volte tanto. Ha trattato con sette diverse organizzazioni ed alla fine ha scelto Matchroom.
Tipo tosto questo ragazzo, ma  con un hobby decisamente gentile. Scrive poesie.
Cosa farà da professionista?
E’ giovane, ha un bel fisico, discreta potenza e le caratteristiche per diventare un grande personaggio. Ha qualche lacuna difensiva che potrebbe frenarne l’ascesa ai massimi livelli. Molto dipenderà da come sarà gestito, dalla fretta che gli metteranno addosso. Il panorama non offre grandi campioni, Klitschko escluso.
La vera domanda è: sarà il nuovo Lennox Lewis?
Solo il tempo ci darà una risposta sicura. Ma fin da oggi sono sicuro che presto torneremo a emozionarci guardando un match tra pesi massimi.