In memoria di un campione che ci ha regalato infinite emozioni

Era il primo maggio del ’94. Ayrton Senna ci lasciava per sempre. Paolo Scalera quel giorno era a Imola. Ha lavorato a un’edizione del Corriere dello Sport che non sarebbe mai dovuta uscire e che la morte del fuoriclasse brasiliano impose come un dovere a cui era impossibile sottrarsi. Riproponiamo il suo racconto. Un fiume di emozioni che si rincorrono cercando di allontanare una tragedia che ancora oggi, a ventitrè anni di distanza, fa ancora troppo male.

di PAOLO SCALERA
I GRILLI saltavano nell’erba cercando scampo dai suoi passi. Piccoli tonfi leggeri sulla terra, così diversi dal frastuono dello schianto, che quel sabato solo un uomo innamorato, o un innamorato deluso, avrebbe potuto percepire con i sensi alterati dalla sofferenza. Gli occhi fissi in un punto e nel nulla, a ricostruire il volo e la caduta. Segni sull’asfalto e detriti sull’ erba, come relitti di un naufragio portati sulla spiaggia dalla corrente. E lui lì, a cercare di capire se era stata una tempesta, un malore od un errore a portare Ratzenberger, dall’ ultima fila all’ultima curva. Non fu un presentimento: non immaginò, Il Più Grande, di essersi appena lasciato alle spalle, camminando, la sua ultima curva, il Tamburello, il destino. Altrimenti, vogliamo credere, sarebbe fuggito, da quell’orrore. Lo avremmo vivo. Cercava, invece, Senna, come sempre, di capire.

Cosa c’era stato fra quel viaggio solitario di Ayrton alla VilIeneuve la domenica mattina? Quali pensieri? Cosa aveva provato nel warm-up, e poi, nei primi giri di gara?

Non abbiamo un singolo ricordo di Ayrton prima di quel sabato di Imola. E’ come se il giovedì e il venerdì non fossero mai esistiti. Cancellati. Di fatto non abbiamo mai visto nemmeno il Gran Premio. Di quel primo maggio ricordiamo solo lo sguardo sperduto di Leonardo, il fratello, e quello nascosto dagli occhiali scuri di Ecclestone, che lo trascinava nel paddock fino all’approdo nel motor-home della FOCA, dove Betise Assumpcao, l’addetta stampa di Ayrton, piangeva. Non sapevamo nulla, ma intuivamo che non ci sarebbero state più interviste. Né quei lunghi silenzi fra la domanda e la risposta capaci, ancora, di imbarazzarci.

La macchina era partita per la tangente, senza una correzione, cercando il muro. Piena di energia che l’impatto non aveva esaurito. Un atomo di tempo prima Ayrton aveva capito. Per una frazione di secondo la verità a lungo cercata gli si era presentata, chiara nell’anima, così luminosa da accecarlo.

E noi stavamo, in massa davanti alla porta chiusa del motor-home grigio-fumo. L’elicottero si era alzato ed era volato via. C’era, o c’era stata, una gara, lì fuori.

Quando la velocità si era azzerata e l’energia dispersa tutt’ attorno, lui se ne era andato, lasciando il relitto di un’automobile e mille dubbi.
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Poi qualcuno lo disse a Berger, che non fuggì, né si chiuse cercando la solitudine. Se ne stette, invece, appoggiato, le spalle al camion della Ferrari, a pensare. Sarebbe stato facile andargli sotto, interrogarlo, chiedergli cosa aveva provato quella volta che aveva anche lui incontrato il muro. E come si sentiva ad essere vivo. Era quello il pezzo che dovevamo scrivere.

Ci ritrovammo, invece, in sala stampa. A fare un giornale che, senza quell’ incidente, non sarebbe mai nato, con i monitor sulle nostre teste che rimandavano all’infinito lo schianto. Perdita di controllo. Botta.. Giravolte. Immobilità. Non soffre, non può soffrire, E allora. E gli altri?

Mica avevamo capito. Non ci eravamo nemmeno andati vicini. Non ci eravamo preoccupati della folla. E’ stato solo un incidente, avevamo razionalizzato, e la velocità non risparmia nessuno, nemmeno il suo dio. Dunque, perché pensare che questa volta sarebbe stato diverso? Ed invece il pellegrinaggio a quel muro era già iniziato nella notte, ed il giorno dopo, con enorme ritardo, avevamo compreso che il messia se ne era andato. E questa volta per mai più ritornare.

Sfilava lento il carro del dio fra la sua folla, fra la sua gente. Un’ironia per il re della velocità, ma milioni di persone in strada, milioni dietro il piccolo schermo, volevano vederlo. E per questo Ayrton Senna, quella volta, passò piano. Aveva fatto, come sempre, il viaggio di ritorno con gli amici, in prima classe, nessuno lo aveva disturbato.

Spegnemmo la TV. Anche l’ultimo dei brasiliani ammassati lungo la strada dall’aereoporto alla città, di quella storia, avrebbe potuto scrivere un pezzo migliore del nostro.

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Vettel, un napoletano di Germania

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SEBASTIAN VETTEL è un napoletano di Germania.

È uno di noi. E non solo perché ha riportato la Ferrari alla vittoria dopo quasi due anni di digiuno. Ma anche e soprattutto per la passionalità con cui ha vissuto il successo, la capacità di trasmettere un entusiasmo contagioso, l’assoluta trasparenza delle emozioni.

Guardava Michael Schumacher alla tv e sognava. Era il suo idolo, come lo era la rossa a lungo confinata nel mondo dei sogni.

La Ferrari negli ultimi anni era scivolata lentamente nell’anonimato. Nonostante questo aveva conservato la capacità di attrarre uomini di tutto il mondo. Ha sempre avuto fascino la rossa, ha qualcosa di magico che non si può spiegare. Neppure le sconfitte sono mai riuscite ad appannarne il mito. Ma per chi è abituato al lusso di una tavola ricca, stare a digiuno è peccato mortale. Bisognava tornare all’antico, la Ferrari l’ha fatto legandosi a un tedesco come tedesco era Michael Schumacher. Una sorta di ritorno al futuro.

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La Formula 1 è l’esaltazione della tecnologia, per limare qualche centesimo di secondo si studia un anno intero. Ingegneri che appaiono come maghi a chi come me sa davvero poco di motori. Strateghi che disegnano piani complicati, facendo calcoli che fatico a comprendere. Ma poi alla fine scopro con gioia che la vittoria appartiene in buona parte alla bravura di un pilota, di un uomo.

Una macchina competitiva, un eccezionale lavoro di squadra, un pilota che non sbaglia nulla. O quasi. Qualifiche da applausi. E soprattutto una partenza da stratega, stavolta sì che è stato chiaro a tutti.

Il modo in cui ha impedito a Nico Rosberg di mettersi tra lui e Lewis Hamilton è stato da applausi. Un misto di sfrontatezza, azzardo e calcolo. Il brivido del rischio e l’adrenalina dell’operazione portata a termine con successo. Un cocktail con cui ubriacarsi senza starci tanto a pensare su.

Sebastian Vettel mi ha entusiasmato. Non solo per come ha guidato, veloce e pulito come solo i grandi sanno fare. Ma per la gioia che ha provato e per il fatto che non ha neppure tentato di nasconderla. Di questo lo ringrazio, di avere reso contagiosa la sua felicità.

Vettel ha vinto 40 Gran Premi, dal 2010 al 2013 è tato il dominatore della Formula 1: quattro titoli mondiali su quattro. Eppure in sella alla rossa di Maranello, al volante di una macchina uscita da una scuderia che appartiene al mito della velocità, si è sentito come un bambino davanti a un banco di dolci. Il giocattolo era suo e lo faceva divertire come aveva sperato. È stata questa scoperta, la ritrovata affidabilità della Ferrari, a farlo gridare mentre era ancora in auto, a farlo ridere e poi piangere e poi ancora ridere fino a premiazione avvenuta.

È quando l’intervistatore ufficiale della Fia gli ha chiesto se a questo punto pensasse di vincere il mondiale piloti, non ce l’ha fatta più.

“Adesso non me ne frega niente (non è testuale, ma credo che questa espressione ne interpreti a fondo il senso) di pensare se potrò o meno vincere il titolo, ora voglio godere il momento sino in fondo. Sarà una lunga notte!”

Il ditino appena alzato sul podio, la contentezza espressa sul quel faccione da bambolotto durante l’inno di Mameli, l’abbraccio con tutta la squadra, il gesto con il pugno chiuso nel retropalco a testimoniare la botta inflitta alla Mercedes.

Sì Sebastian Vettel è un tedesco di Heppenheim, ma oggi in Malesia mi è sembrato proprio uno di noi. Un napoletano che non ha paura di mostrare i sentimenti.

I segreti di Hamilton. Amore, grinta e un pizzico di follia

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Lewis Hamilton ha vinto con la Mercedes il secondo mondiale. Il primo l’aveva conquistato nel 2008 con la McLaren. Forte in pista, a volte folle fuori dal circuito. Come quando ha speso venti milioni di dollari per l’acquisto di un Bombardier CL 600 solo per rendere più semplice il rapporto con Nicole Scherzinger, fidanzata e cantante del gruppo Pussycat Dolls. O come quando è stato fermato dalla polizia mentre correva a quasi 200 khm su una strada francese. Cerchiamo di conoscere meglio il nuovo padrone della F.1.

«Il momento più bello non è quando hai vinto e tutti ti abbracciano. Il momento più bello è la mattina della gara quando ti svegli e te la fai sotto. Quella sensazione di aver fatto tutto il possibile e di essere pronto. Una sensazione che chi gioca sporco non potrà mai provare.»

LEWIS Carl Davidson Hamilton aveva appena dieci anni quando si è trovato nello stesso salone delle feste con Ron Dennis. Erano lì per una premiazione organizzata dalla rivista Autosport. Il ragazzino era già diventato campione nazionale di karting. Il più giovane nella storia britannica. Con lo stesso coraggio con cui affrontava le gare, si era presentato al boss della McLaren.

«Mi chiamo Lewis Hamilton e voglio farle sapere che mi piacerebbe guidare una sua macchina in futuro.»

Tre anni dopo Ron Dennis entrava in casa Hamilton e faceva firmare a padre e figlio un contratto con cui legava il ragazzo alla McLaren. Nel 2007 esordiva in Formula 1.

Si è subito parlato tanto di questo pilota. Soprattutto perchè è di pelle nera, ereditata dal nonno paterno che negli anni Cinquanta è emigrato dalle Isole Grenadine (Caraibi) a Londra. Lewis è stato il primo in questo sport ad arrivare così in alto. Un altro nero aveva già guidato una Formula 1. Lo statunitense Willy Ribbs nel 1986 aveva provato con la Brabham all’Estoril. La cosa però non aveva avuto un seguito.

Ha avuto un’infanzia dura Hamilton. E’ cresciuto in una famiglia borghese, accanto al fratello Nicolas che è anche il suo migliore amico e soffre di disturbi cerebrali, per questo ha continuo bisogno di cure.

Campione britannico di Formula Renault, campione europeo di Formula 3, vincitore di due serie nel GP2. La fila dei successi è lunga. Li ha meritati tutti. E’ un pilota di talento, ma è anche un uomo che sa tenere la scena diventandone un naturale protagonista. Nei modi e nelle parole, Lewis ci ricorda i grandi incantatori dello sport. Una sorta di Muhammad Ali, ma con quel pizzico di modestia che al Più Grande mancava anche agli inizi di carriera.

Damon Hill, l’ultimo britannico campione del mondo, aveva detto: «Troppe pressioni su di lui. Gli do sei mesi di tempo. Se non dovesse cogliere successi in questo periodo si sentirà un fallito.» Lui gli aveva risposto: «Sei mesi mi serviranno per imparare a non sbagliare, per imparare a vincere.»

In molti avevano avanzato dei dubbi. Per uno che non conosceva il mondo della Formula 1 tutto poteva diventare incredibilmente difficile.

«So come diventare il migliore. Ho solo bisogno di tempo.»

Sorridevano in molti davanti alle provocazioni di Ali quando ancora si chiamava Cassius Clay. Col tempo avevano imparato ad ascoltarlo.

casco

Un giorno hanno chiesto ad Hamilton: «Se avessi tre desideri, cosa chiederesti?».

Lui ha risposto come solo un grande sa fare.

«Per prima cosa chiederei più desideri, poi vorrei salute e ricchezza per la mia famiglia, infine chiederei di poter fare qualcosa di positivo per chi è stato meno fortunato di me.»

Il mitico Jackie Stewart ha sempre creduto in questo ragazzo, fin dalla prima gara.

«Lewis ha tutte le qualità per diventare un pilota di successo. Sono convinto del suo grande talento. E’ l’esordiente più preparato mai apparso in Formula 1.»

Non ha sbagliato giudizio.

C’era tanta curiosità, un po’ di scetticismo e molta passione attorno all’esordio di un uomo che aveva sempre creduto in se stesso. Il talento regala fiducia, ma serve anche una personalità forte che sappia accompagnarlo nei momenti di difficoltà.

«Sono pronto a realizzare i miei sogni.»

Quando nel 2007 è apparso a Melbourne in F. 1 il mondo si è subito accordo di questo ragazzo.

Lewis Hamilton voleva diventare il più grande e l’ha gridato forte.

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UN CAFFE’ a Parigi, anche se all’epoca viveva a Londra. Dicono che, non molto tempo fa, Lewis Hamilton sia salito in macchina nella City ed abbia guidato fino alla capitale francese solo per far visita alla sua ragazza (all’epoca non era ancora Nicole Scherzinger, foto sopra). Due ore a Parigi, poi di nuovo a Londra. Di quel viaggio la coppia ha conservato un romantico ricordo e il gusto di un caffè parigino.

E’ un tipo tosto il ragazzo. Aveva subito cominciato nella maniera giusta. Esordio in Formula 1, primo podio dopo essere stato a lungo davanti al campione del mondo Fernando Alonso. Il mondo della F. 1 era impazzito.

«E’ fantastico. Fino allo scorso anno questi piloti li guardavo in Tv, e adesso eccomi qui accanto a loro. Ma c’è tanto lavoro dietro questo risultato. Sono felice di essere rimasto così a lungo davanti al due volte campione del mondo. Non è cosa da tutti i giorni. Appena sceso dalla macchina mi sono chiesto: ma cosa ho fatto? Non credevo di essere davvero riuscito a realizzare quello che sognavo.»

Il primo che aveva incrociato dopo l’arrivo era stato Anthony, il papà. Una lunga risata liberatoria per celebrare un terzo posto che valeva un trionfo.

«Sono estasiato. Credo sia la parola migliore per esprimere quello che provo. Per qualcuno sarò una sorpresa. Ma io sapevo di potercela fare. Ho lavorato per questo. Fernando (Alonso) è un pilota molto veloce, ma io ho provato a stargli davanti. E ci riproverò ancora. Essere in squadra con un campione del mondo, mi esalta. Perchè ogni volta che riesco a fare qualcosa di buono, prendo fiducia. E’ vero, mi sento dentro un sogno. Siamo solo all’inizio, ma è un inizio meraviglioso. Sono andato più forte di quanto qualcuno pensasse, sono andato contro le scommesse. Ma io sono fatto così. So cosa devo fare e so come farlo.»

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C’è sempre stato Anthony, il papà, accanto a lui. Il nonno si chiamava Davidson e nel 1954 era emigrato dalle Isole Grenadine a Londra. Sono neri, ma Lewis dice di non essere mai stato vittima, se non qualche volta da piccolo, di episodi di razzismo.

L’UOMO nuovo della Formula 1 ha sfiorato il mondiale nell’anno dell’esordio, l’ha vinto nella stagione successiva. Adesso, dopo aver tagliato il traguardo per primo in 33 Gran Premi, si è ripetuto. E ad accoglierlo ha trovato il regalo più bello. L’intera famiglia era lì ad applaudirlo. La sera prima della gara aveva sentito il papà al telefono.

Mi piacerebbe avervi qui, so che avete deciso di non venire perché pensate sia meglio non distrarmi, non togliere nulla alla mia concentrazione. Ma sappiate che vi porterò nel cuore anche in corsa.”

Quando domenica, li ha visti tutti fidanzata compresa, ha pianto. Lei lo ha salutato con un bacio sul casco.

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Famiglia borghese, infanzia difficile. I genitori hanno divorziato quando lui aveva solo due anni. E’ cresciuto col papà, Anthony di 50 anni, ma va spesso a trovare la mamma Carmen Lockhart che lavora in una Casa di Salute a Londra.

Il giorno che in televisione hanno annunciato ufficialmente il suo ingaggio da parte della McLaren di Formula 1, il papà era davanti al teleschermo. E’ esploso di felicità, ha fatto un salto incredibile. Si è stirato un muscolo del polpaccio e si è dovuto far ricoverare in ospedale.

In gara Lewis ha quasi sempre usato un casco giallo, lo fa da quando correva con i kart. E’ stato il padre a volerlo. Così lo poteva riconoscere subito. E’ un tipo precoce il giovanotto. A 6 anni ha fatto la prima esibizione in televisione nello spettacolo per bambini “Blue Peter” guidando una macchina radiocomandata.

Ha lasciato Londra per andare a vivere nel villaggio di Tewin, nello Hertfordshire. Una chiesa e due pub. Poi si è trasferito a Montecarlo. A spingerlo in entrambe le occasioni è stato il sistema fiscale del posto, non certo il panorama.

Il più caro amico è il fratello Nicolas, di 14 anni. È il suo punto di riferimento.

«Nicolas è un fantastico ragazzo. E’ un’ispirazione per me. Ha sempre un sorriso, è sempre positivo, non si lamenta mai per quello che ha. Tiene semplicemente il mento su. Ogni volta che credo di avere un problema, penso a quanti problemi più grandi riempiono la sua vita. Averlo come fratello migliora il mio modo di affrontare il mondo.»

Il primo contratto con la McLaren aveva una clausola particolare: la casa inglese poteva sostituirlo senza pagare una penale se Hamilton non si fosse dimostrato abbastanza veloce.

Non c’è stato bisogno.

Lewis Hamilton non ha mai deluso e di mondiali ne ha vinti già due.

Ecclestone e il Cirque du Soleil riportano la F.1 a Las Vegas

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LA FORMULA 1 torna a Las Vegas. Il tracciato includerà la famosa Strip e toccherà i rinnovati alberghi Bellagio e Caesars Palace. La città del Nevada dovrebbe essere inclusa già nel calendario 2016, al massimo potrebbe slittare al 2017.

Si tratta di un ritorno, l’ultimo Gran Premio nella capitale del gioco era stato disputato nel 1982, su un circuito all’interno del parcheggio del Caesars Palace. La vittoria era andata a Michele Alboreto (nella foto, premiato da Diana Ross) su Tyrrell Ford. L’altro GP disputato nella città si era svolto l’anno prima ed era stato vinto da Alan Jones su Williams Ford.

Bernie Ecclestone ha svelato l’idea all’Indipendent, affermando che le trattative sono in uno stato avanzato. Uno dei più famosi disegnatori di circuiti di F. 1, Herman Tilke, ha già visitato un paio di volte la città e studiato il tracciato ideale.

Un gruppo di investimento e di gestione è profondamente coinvolto nel portare una gara su strada di Formula Uno a Las Vegas, Nevada” ha scritto motorsport.com.

Tra i magnati che appoggiano il progetto c’è Guy Laliberté, co-fondatore del Cirque du Soleil, amico di Ecclestone e soprattutto titolare di un patrimonio che sfiora i due miliardi di dollari. Così afferma Forbes che sottolinea i motivi che spingerebbero Laliberté a spingere per far tornare la F. 1 in Nevada.

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L’uomo d’affari sembrerebbe non avere bisogno di ulteriore pubblicità. Ha otto show in programma annualmente a Las Vegas e ogni sera fa il tutto esaurito con novemila spettatori. Ma il Gran Premio conferirebbe una visibilità planetaria al suo spettacolo, già famoso nel mondo ma bisognoso di un ulteriore promozione sul piano dell’immagine. Inoltre Laliberté è un appassionato di auto e un tifoso scatenato della Ferrari. Tutti buoni motivi per diventare sostenitore e patrocinatore dell’idea.

Come sempre, ci si chiede quali possano essere i vantaggi e gli svantaggi di avere per una settimana il Circo della Formula 1 in città.

Il lato negativo sarebbe rappresentato dalla difficoltà di muoversi in quei giorni lungo la Strip. I proprietari dei Casinò temono una riduzione di scommettitori nei loro alberghi con relativo calo degli incassi. Las Vegas ha 39 milioni di visitatori l’anno e le 150.000 stanze d’hotel hanno una percentuale di occupazione attorno all’85%. Non ci sarebbe dunque bisogno del Gran Premio per alimentare un turismo che poggia già su numeri importanti.

Gli estimatori del progetto hanno portato a sostegno della loro tesi alcuni dati, citando fra l’altro come esempio positivo Londra che ha ospitato i Giochi Olimpici del 2012 ricavandone notevoli benefici economici e di immagine.

Austin da quando ha ospitato la F. 1 ha fatto salire il livello medio del costo di una stanza d’albergo fino a 1.125 dollari per notte nei quattro giorni del GP. Questo, oltre ad ogni altra attività commerciale connessa al fenomeno, ha portato a un giro di affari che supera i 500 milioni di dollari a gara. Non male per qualsiasi città.

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In aggiunta c’è la visibilità mondiale che se ne ricava. La F. 1 è vista da 450 milioni di telespettatori. Negli Stati Uniti, la NBC Sports ha aumentato da 1,7 milioni a 11,4 gli spettatori nel solo 2013. E ha segnato un incremento del 93% nelle prime undici gare di quest’anno. L’audience è ancora del 5% inferiore rispetto alle gare del circuito Indy Car, ma il gap si riduce sempre di più.

Il calendario del 2015 è già stato ufficializzato, con l’ingresso del Messico (1 novembre) la Formula 1 si muoverà su venti tappe. Nel 2016 entrerà Baku, in Azerbajian. Quando sarà la volta di Las Vegas si toccherà il record di 22 Gran Premi.

Bernie Ecclesone a 83 anni continua a inseguire nuovi progetti.

Brabham su Brabham, nessuno come lui

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JACK BRABHAM è stato un uomo fortunato. Bravo sì, ma anche fortunato. Perché non puoi non esserlo se tuo figlio parlando di te dice: “Papà ha avuto una vita incredibile, realizzando più sogni di chiunque altro.”

Black Jack, lo chiamavano così, è morto questa mattina per una malattia del fegato. Era una leggenda. Aveva 88 anni e un’infinità di bei ricordi.

Devi sentirti una persona davvero speciale se diventi pilota di Formula 1, devi sentirti ancora più speciale se vinci un mondiale guidando una tua macchina.

Era accaduto nel 1966 quando Brabham aveva conquistato il titolo su una Brabham BT 19, monoposto a cui aveva lavorato in gran parte da solo per quanto riguarda il motore, con la collaborazione del disegnatore Ron Tauramac per quanto concerne il telaio. Una monoposto tutta australiana, ottenuta grazie anche all’intervento della Repco: un’industria aeronautica che aveva realizzato i motori progettati da Jack derivati da un modello da strada: la Oldsmobile.

Chissà che effetto gli avrà fatto sentire le parole dello speaker che annunciava il vincitore. “Primo Jack Brabham su Brabham”. E’ l’unico nella storia della Formula 1 ad avere provato questo brivido.

Quello del ’66 era il terzo mondiale. Gli altri due erano arrivati con una Cooper Climax. Il primo nel 1959 grazie anche a un’incredibile presenza di spirito e a un pizzico di follia. Stava correndo a Sebring il GP Stati Uniti ed era in vista del traguardo, quando la sua auto era rimasta senza benzina. Ferma, immobile, mentre il mondiale sembrava invece correre velocemente verso un’altra direzione nonostante il suo scudiero Bruce McLaren si impegnasse a fondo per tenere lontano dalla vittoria il maggiore antagonista per il titolo: Tony Brooks su Ferrari. Il vecchio Jack era allora uscito dall’abitacolo e si era messo a spingere. Non cercava un benzinazio sull’autostrada, ma la linea d’arrivo. Una fatica terribile, cinque minuti di inferno. Ce l’aveva fatta, aveva chiuso quarto. Si era accasciato al suolo stremato, ma aveva  vinto il mondiale. Si sarebbe ripetuto l’anno dopo.

Era poco più di un bambino, aveva appena 12 anni, quando suo nonno gli ha insegnato a guidare su una vecchia Chevrolet di famiglia. Jack Brabham sr aveva lasciato l’East London nel 1885 per emigrare in Australia. Faceva il fruttivendolo a Hurstville, un sobborgo di Sydney. Appresa l’arte, il ragazzino tre anni dopo aveva lasciato la scuola per cominciare a lavorare come operaio in un’officina meccanica. Di sera studiava ingegneria.

A 21 anni aveva un negozio tutto suo dove comprava e vendeva auto.

In zona c’era un tizio che guidava veloce. Si chiamava Johnny Schonberg.

Jack gli aveva chiesto di svelargli i segreti per diventare pilota. Johnny gli aveva dato lezioni sul fango di Tempe. Era veloce a imparare il giovanotto. Debutto a Paramatta Park, alla gara successiva arrivava il primo successo. Era appena nato Black Jack, l’australiano volante.

Appassionato di ingegneria appena compiuti i 18 anni si era arruolato in aviazione. Sognava di pilotare un aereo, si era ritrovato a lavorare a terra per la Royal Australian Force durante una seconda guerra mondiale che stava volgendo alla fine.

Dopo il conflitto era tornato a progettare monoposto da corsa e finalmente nel 1962 aveva creato una squadra a cui aveva dato il suo nome, la Brabham Racing Organisation. Alla fine, tra il 1955 e il 1970, sarebbero stati 126 i Gran Premi disputati. Quattordici quelli vinti.

Tre titoli da pilota, due da costruttore nel 1966 e ’67. Poi la crisi aveva inghiottito anche la sua azienda.

Jack Brabham, nominato Sir dalla Regina nel 1977, avrebbe comunque avuto ancora il suo nome nell’albo d’oro grazie a Nelson Piquet pilota e a Bernie Ecclestone nuovo proprietario della fabbrica di famiglia.

Una bella rivincita su tutti quelli che avevano messo in dubbio la validità del progetto.

“Enzo Ferrari per primo. E’ stato un gran piacere batterlo.”

Oggi se ne è andato. Lascia tre figli. Tutti piloti. Geoff ha vinto la Can-Am nel 1981 e la 24 Ore di Le Mans nel’99. David e Gary hanno corso senza fortuna in Formula 1. Il primo è però riuscito ad aggiudicarsi anche lui la 24 Ore di Le Mans, nel 2009.

Con Jack Brabham scompare il più anziano pilota vivente vincitore di un GP in F.1. Un mito. Un pilota che amava sporcarsi le mani, che sapeva esattamente cosa voleva dalla sua macchina. Ma soprattutto se ne va un uomo che ha lottato e ha vinto, facendo sua una meravigliosa frase che ho sentito recitare da Sabine Azéma nel film “Una domenica in campagna” di Bertrand Tavernier: “Io la mia vita ho deciso di viverla come l’ho sognata.”

Jack Brabham è stato un uomo fortunato. Bravo sì, ma fortunato.

 

Hamilton, veloce per amore

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Lewis Hamilton sta andando forte a Shanghai nelle prove del GP Cina che si correrà domenica. Mi è sembrato il momento giusto per riproporre un reportage che ho fatto a Melbourne 2007 in occasione del suo esordio in Formula 1. Dopo quei giorni c’è stato un titolo mondiale nel 2008, ventiquattro vittorie nei Gran Premi, il consolidamento del ruolo di protagonista assoluto. C’è stata, è vero, anche qualche follia da miliardario. Come i venti milioni di dollari spesi per l’acquisto di un Bombardier CL 600 solo per rendere più semplice il rapporto con Nicole Scherzinger, sua compagna e cantante del gruppo Pussycat Dolls. Questo e altro è oggi l’ex bambino prodigio. Ma già dai giorni dell’esordio si capiva che…

 

«Il momento più bello non è quando hai vinto e tutti ti abbracciano. Il momento più bello è la mattina della gara quando ti svegli e te la fai sotto. Quella sensazione di aver fatto tutto il possibile e di essere pronto. Una sensazione che chi gioca sporco non potrà mai provare.»

LEWIS Carl Davidson Hamilton aveva appena dieci anni quando si è trovato nello stesso salone delle feste con Ron Dennis. Erano lì per una premiazione organizzata dalla rivista Autosport. Lewis era un bambino, ma era già diventato campione nazionale di karting. Il più giovane nella storia britannica. Con lo stesso coraggio con cui affrontava le gare, si era presentato al boss della McLaren.

«Mi chiamo Lewis Hamilton e voglio solo farle sapere che mi piacerebbe guidare una sua macchina in futuro».

Tre anni dopo Ron Dennis entrava in casa Hamilton e faceva firmare a padre e figlio un contratto con cui legava il ragazzo alla McLaren. Nel 2007 esordiva in Formula 1.

Si è tanto parlato di questo pilota. Soprattutto perchè è di pelle nera, ereditata dal nonno paterno che negli anni Cinquanta è emigrato dalle Isole Grenadine (Caraibi) a Londra. Lewis è stato il primo in questo sport ad arrivare così in alto. Un altro nero aveva già guidato una Formula 1. Lo statunitense Willy Ribbs nel 1986 aveva provato con la Brabham all’Estoril. La cosa però non aveva avuto un seguito.

Ha avuto un’infanzia dura Lewis Hamilton. E’ cresciuto in una famiglia borghese, accanto al fratello Nicolas che è anche il suo migliore amico. Nicolas che soffre di disturbi cerebrali e ha continuo bisogno di cure.

Campione britannico di Formula Renault, campione europeo di Formula 3, vincitore di due serie nel GP2. La fila dei successi è lunga. Li ha meritati tutti. E’ un pilota di talento, ma è anche un uomo che sa tenere la scena diventandone un naturale protagonista. Nei modi e nelle parole, Lewis ci ricorda i grandi incantatori dello sport. Una sorta di Muhammad Ali, ma con quel pizzico di modestia che al Più Grande mancava anche agli inizi di carriera.

Damon Hill, l’ultimo britannico campione del mondo, ha detto: «Troppe pressioni su di lui. Gli do sei mesi di tempo. Se non dovesse cogliere successi in questo periodo si sentirà un fallito.» Lui gli ha risposto: «Sei mesi mi serviranno per imparare a non sbagliare, per imparare a vincere.»

Hanno detto che per uno che non conosce il mondo della Formula 1 tutto può diventare incredibilmente difficile.

«So come diventare il migliore. Ho solo bisogno di tempo».

Tutti sorridevano davanti alle provocazioni di Ali quando ancora si chiamava Cassius Clay. Hanno imparato ad ascoltarlo.

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Hanno chiesto ad Hamilton: «Se avessi tre desideri, cosa chiederesti?».

Ha risposto come solo un grande sa fare.

«Per prima cosa chiederei più desideri, poi vorrei salute e ricchezza per la mia famiglia, infine chiederei di poter fare qualcosa di positivo per chi è stato meno fortunato di me.»

Dice di lui il grande Jackie Stewart.

«Lewis ha tutte le qualità per diventare un pilota di successo. Sono convinto del suo grande talento. E’ l’esordiente più preparato mai apparso in Formula 1.»

C’è curiosità, un po’ di scetticismo e tanta passione attorno all’esordio di un uomo che ha sempre creduto in se stesso. Il talento regala fiducia, ma serve anche una personalità forte che sappia accompagnarlo nei momenti di difficoltà.

«Sono pronto a realizzare i miei sogn.i»

C’è un ragazzo nuovo in città. Si chiama Hamilton, Lewis Hamilton, e vuole diventare il più grande.

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UN CAFFE’ a Parigi. Anche se si vive a Londra. Dicono che, non molto tempo fa, Lewis Hamilton sia salito in macchina nella City ed abbia guidato fino alla capitale francese solo per far visita alla sua ragazza (all’epoca non era ancora Nicole Scherzinger, foto sopra). Due ore a Parigi, poi di nuovo a Londra. Di quel viaggio conservano un romantico ricordo e il gusto di un caffè parigino.

E’ tosto il ragazzo. Ha cominciato nella maniera giusta. Esordio in Formula 1, primo podio dopo essere stato a lungo davanti al campione del mondo Fernando Alonso. Il mondo della F. 1 è impazzito. Lewis, alla vigilia del GP Australia, aveva chiesto sei mesi per imparare a vincere. Forse salterà qualche classe ed arriverà lì davanti molto prima del previsto.

«E’ fantastico. Fino allo scorso anno questi piloti li guardavo in Tv, e adesso eccomi qui accanto a loro. Ma c’è tanto lavoro dietro questo risultato. Sono felice di essere rimasto così a lungo davanti al due volte campione del mondo. Non è cosa da tutti i giorni. Appena sceso dalla macchina mi sono chiesto: ma cosa ho fatto? Non credevo di essere davvero riuscito a fare quello che sognavo.»

Il primo che ha incrociato dopo l’arrivo è stato Anthony, il papà. Una lunga risata liberatoria per celebrare un terzo posto che vale un trionfo. Un risultato decisamente migliore di quelli che sta raccogliendo nel calcio la sua squadra del cuore, l’Arsenal. Ma non c’erano davvero Wenger e Henry nei suoi pensieri.

«Sono estasiato. Credo sia la parola migliore per esprimere quello che provo. Per qualcuno sarò una sorpresa. Ma io sapevo di potercela fare. Ho lavorato per questo. Fernando (Alonso, nella foto sotto con Hamilton) è un pilota molto veloce, ma io ho provato a stargli davanti. E ci riproverò ancora. Essere in squadra con un campione del mondo, mi esalta. Perchè ogni volta che riesco a fare qualcosa di buono, prendo fiducia. E’ vero, mi sento dentro un sogno. Siamo solo all’inizio, ma è un inizio meraviglioso. Sono andato più forte di quanto qualcuno pensasse, sono andato contro le scommesse. Ma io sono fatto così. So cosa devo fare e so come farlo.»

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Stavolta non fa proclami. Ma è la personalità di questo giovanotto che mi emoziona. Ha tante sicurezze, ma porta con sè anche quel minimo di dubbi che l’aiutano a non sbagliare.

C’è Anthony, il papà, accanto a lui. Il nonno si chiamava Davidson e nel 1954 è emigrato dalle Isole Grenadine a Londra. Sono neri, ma Lewis dice di non essere mai stato vittima, se non qualche volta da piccolo, di episodi di razzismo. Il fatto che nessun pilota di colore abbia mai corso in Formula 1 ha ingigantito l’attesa attorno al suo nome.

C’è un ragazzo nuovo in città. Il suo nome è Hamilton, Lewis Hemilton. E vuole diventare Il Più Grande.

L’UOMO nuovo della Formula 1 è pronto a ripetersi.

Ha firmato un contratto con la McLaren per un ingaggio di 750.00 dollari, ma nell’accordo c’è anche un bonus di 250.000 dollari per ogni Gran Premio che riuscirà a vincere. E’ forse anche per questo che ha affrontato in quel modo la prima curva dell’Albert Park di Melbourne.

Famiglia borghese, infanzia difficile. I genitori hanno divorziato quando lui aveva solo due anni. E’ cresciuto col papà, Anthony di 50 anni, ma va spesso a trovare la mamma Carmen Lockhart che lavora in una Casa di Salute a Londra.

Il giorno che in televisione hanno annunciato il suo ingaggio da parte della McLaren di Formula 1, il papà era davanti al teleschermo. E’ esploso di felicità, ha fatto un salto incredibile. Si è stirato un muscolo del polpaccio e si è dovuto far ricoverare in ospedale.

In gara Lewis usa sempre un casco giallo, lo fa da quando correva con i kart. E’ il padre a volerlo. Così lo riconosce subito. E’ un tipo precoce il giovanotto. A 6 anni ha fatto la prima esibizione in televisione nello spettacolo per bambini “Blue Peter”, guidava una macchina radiocomandata.

Vive nel villaggio di Tewin, nello Hertfordshire. Una chiesa e due pub. Il suo più caro amico è il fratello Nicolas, di 14 anni. Soffre di disturbi cerebrali, ha bisogno di cure continue, ma è il punto di riferimento di Lewis.

«Nicolas è un fantastico ragazzo. E’ un’ispirazione per me. Ha sempre un sorriso, è sempre positivo, non si lamenta mai per quello che ha. Tiene semplicemente il mento su. Ogni volta che credo di avere un problema, penso a quanti problemi più grandi riempiono la sua vita. Averlo come fratello migliora il mio modo di affrontare il mondo.»

Il contratto con la McLaren ha una clausola particolare: la casa inglese può sostituirlo senza pagare una penale se Hamilton non si dimostra abbastanza veloce.

«Diventerà campione del mondo. E’ solo questione di tempo», parola di Martin Whitmarsh, capo esecutivo della McLaren.

«So come diventare il migliore, ho solo bisogno di tempo», ha risposto lui.

C’è un ragazzo nuovo in città. Il suo nome è Hamiltom, Lewis Hamilton.

 

Senna ci ha rubato l’anima

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Fra poco più di due mesi saranno passati vent’anni dalla scomparsa di Ayrton Senna. Paolo Scalera gli ha voluto dedicare questo ricordo. Quel primo maggio del 1994 lui era lì ad Imola e lavorò a un’edizione speciale del Corriere dello Sport che non sarebbe mai dovuta uscire. E’ il racconto di un fiume di emozioni che si rincorrono cercando di allontanare una verità che fa ancora troppo male.

di PAOLO SCALERA
I GRILLI saltavano nell’erba cercando scampo dai suoi passi. Piccoli tonfi leggeri sulla terra, così diversi dal frastuono dello schianto, che quel sabato solo un uomo innamorato, o un innamorato deluso, avrebbe potuto percepire con i sensi alterati dalla sofferenza. Gli occhi fissi in un punto e nel nulla, a ricostruire il volo e la caduta. Segni sull’asfalto e detriti sull’ erba, come relitti di un naufragio portati sulla spiaggia dalla corrente. E lui lì, a cercare di capire se era stata una tempesta, un malore od un errore a portare Ratzenberger, dall’ ultima fila all’ultima curva. Non fu un presentimento: non immaginò, ll Più Grande, di essersi appena lasciato alle spalle, camminando, la sua ultima curva, il Tamburello, il destino. Altrimenti, vogliamo credere, sarebbe fuggito, da quell’orrore. Lo avremmo vivo. Cercava, invece, Senna, come sempre, di capire.

Cosa c’era stato fra quel viaggio solitario di Ayrton alla VilIeneuve la domenica mattina? Quali pensieri? Cosa aveva provato nel warm-up, e poi, nei primi giri di gara?

Non abbiamo un singolo ricordo di Ayrton prima di quel sabato di Imola. E’ come se il giovedì e il venerdì non fossero mai esistiti. Cancellati. Di fatto non abbiamo mai visto nemmeno il Gran Premio. Di quel primo maggio ricordiamo solo lo sguardo sperduto di Leonardo, il fratello, e quello nascosto dagli occhiali scuri di Ecclestone, che lo trascinava nel paddock fino all’approdo nel motor-home della FOCA, dove Betise Assumpcao, l’addetta stampa di Ayrton, piangeva. Non sapevamo nulla, ma intuivamo che non ci sarebbero state più interviste. Né quei lunghi silenzi fra la domanda e la risposta capaci, ancora, di imbarazzarci.

La macchina era partita per la tangente, senza una correzione, cercando il muro. Piena di energia che l’impatto non aveva esaurito. Un atomo di tempo prima Ayrton aveva capito. Per una frazione di secondo la verità a lungo cercata gli si era presentata, chiara nell’anima, così luminosa da accecarlo.

E noi stavamo, in massa davanti alla porta chiusa del motor-home grigio-fumo. L’elicottero si era alzato ed era volato via. C’era, o c’era stata, una gara, lì fuori.

Quando la velocità si era azzerata e l’energia dispersa tutt’ attorno, lui se ne era andato, lasciando il relitto di un’automobile e mille dubbi.
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Poi qualcuno lo disse a Berger, che non fuggì, né si chiuse cercando la solitudine. Se ne stette, invece, appoggiato, le spalle al camion della Ferrari, a pensare. Sarebbe stato facile andargli sotto, interrogarlo, chiedergli cosa aveva provato quella volta che aveva anche lui incontrato il muro. E come si sentiva ad essere vivo. Era quello il pezzo che dovevamo scrivere.

Ci ritrovammo, invece, in sala stampa. A fare un giornale che, senza quell’ incidente, non sarebbe mai nato, con i monitor sulle nostre teste che rimandavano all’infinito lo schianto. Perdita di controllo. Botta.. Giravolte. Immobilità. Non soffre, non può soffrire, E allora. E gli altri?

Mica avevamo capito. Non ci eravamo nemmeno andati vicini. Non ci eravamo preoccupati della folla. E’ stato solo un incidente, avevamo razionalizzato, e la velocità non risparmia nessuno, nemmeno il suo dio. Dunque, perché pensare che questa volta sarebbe stato diverso? Ed invece il pellegrinaggio a quel muro era già iniziato nella notte, ed il giorno dopo, con enorme ritardo, avevamo compreso che il messia se ne era andato. E questa volta per mai più ritornare.

Sfilava lento il carro del dio fra la sua folla, fra la sua gente. Un’ironia per il re della velocità, ma milioni di persone in strada, milioni dietro il piccolo schermo, volevano vederlo. E per questo Ayrton Senna, quella volta, passò piano. Aveva fatto, come sempre, il viaggio di ritorno con gli amici, in prima classe, nessuno lo aveva disturbato.

Spegnemmo la TV. Anche l’ultimo dei brasiliani ammassati lungo la strada dall’aereoporto alla città, di quella storia, avrebbe potuto scrivere un pezzo migliore del nostro.