Non capisco il tifo contro, quello che spinge a insultare Valentino, Mayweather e Conte…

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“Lei ha sei mesi di vita”, mi disse l’ufficiale medico alla visita di leva.
Anni dopo lo cercai, volevo fargli sapere che ero sopravvissuto, ma era morto lui.
È andata sempre così: mi pronosticavano la fine,
io sopravvivevo, sono morti loro.

(Toni Servillo, Il divo)

 

Non ho mai tifato contro.

Per molti sarà un limite, per altri un merito. Per me è naturale, non riuscirei a fare il contrario.

Sono milanista, ma non odio l’Inter.

Mi piaceva Ali, ma non godevo di una sconfitta di Frazier.

Non sopporto il comportamento fuori dal ring di Floyd Mayweather jr, ma non faccio certo fatica a dire che è un fuoriclasse.

Tenevo per Max Biaggi, ma non ho mai gufato Valentino.

In questi giorni di feste, navigando sui social mi sono accorto che il mio modo di godere lo sport non è condiviso da molti.
Il tifo contro porta a non riconoscere i meriti del nemico.

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Non capisco come si possa dire che Valentino Rossi non sia un grande pilota.

Nove mondiali, cinque dei quali consecutivi. Unico ad avere conquistato il titolo in tutte e quattro le classi, 114 Gran Premi vinti, 64 giri veloci. Eppure leggo che in fondo, in fondo, non è niente di speciale.

Restando in casa nostra, ricordo i commenti negativi (anche da parte di molti giornalisti) per la carriera di Patrizio Oliva.

Vincere europei juniores, argento ai senior (scippo alla grande di Konakbajev), oro olimpico e miglior pugile dei Giochi di Mosca 1980. Campione italiano, europeo e mondiale da professionista. E dopo il ritiro, rientro e titolo europeo in una categoria diversa. Vincere tutto questo per alcuni non è stato sufficiente per etichettarlo come campione.

Del resto ha avuto detrattori feroci anche Muhammad Ali. In tanti si sono accaniti contro di lui, negandone le qualità assolute.

Heavyweight contender Ali and, 21 (later aka Muhammad Ali), getting his poetic mouth taped by trainer Angelo Dundee during his weigh-in before big fight w. Doug Jones.

E per chiudere con il pugilato, parliamo di Floyd Mayweather jr.
Qualcuno mi ha scritto per email, altri mi hanno contestato commentando sul mio blog, altri ancora mi hanno aggredito verbalmente. Sui Forum sono in molti a non pensarla come me. Rispetto le opinioni altrui, ma vorrei sottolineare alcune contraddizioni.

In corsivo le frasi che ho sentito, quelle che mi sono state scritte o quelle che ho letto in qualche Forum in cui si parla di pugilato.

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Saul Canelo Alvarez è un vero pugile, uno che onora questo sport, non quel buffone!“.
Il 14 settembre 2013 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Canelo: 116-112, 117-111 i cartellini di due giudici, 114-114 il cartellino di C.J. Ross, la signora che per la vergogna ha dovuto lasciare la boxe.
Manny Pacquiao è un combattente,uno che è venuto a fare il match. Lui è il numero 1 pound for pound, non quel corridore“.
Il 2 maggio 2015 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Pacquiao: 116-112, 118-110, 116-112. E sento ancora in giro gente che giura abbia vinto il filippino.
Ti sei scordato di Shane Mosley, di cosa sia stato capace di fargli? Lo ha quasi spedito ko”.
Quasi, appunto. L’1 maggio 2010 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Mosley: 119-109, 118-110, 119-109.
E Marquez, ti sei dimenticato di Marquez?
Il 19 settembre 2009 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Marquez: 120-107, 119-108, 118-109.
Miguel Cotto finalmente avrà quello che merita. È lui il numero 1, non quel corridore“.
Il 5 maggio 2012 Floyd Mayweather ha sconfitto Cotto: 118-110 117-111, 117-111.
Arturo Gatti, lui sì che era uno spettacolo. Il migliore di tutti“.
Il 25 giugno 2005 Mayweather batteva Gatti per rtd 6 dopo averlo torturato sino a quel momento. I cartellini erano 60-52, 60-53, 60-52.
E la paura che gli ha fatto prendere Zab Judah dove la mettiamo?
L’8 aprile 2006 Mayweather batteva Judah: 119-109, 116-112, 117-111.
Mayweather ha battuto anche Maidana (due volte), Guerrero, Hatton, De La Hoya, Mitchell, Corley, Castillo, Corrales, Vargas e altri 32 avversari chiudendo la carriera con un non disprezzabile 49-0 e cinque mondiali in cinque differenti categorie di peso.

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E c’è ancora qualcuno che giura fosse un bluff. Un maestro mi ha detto che se un suo dilettante combattese così lui lo manderebbi via dalla palestra. Ho ricevuto commenti di contestazione sul mio blog per avere scritto che è un fuoriclasse. Gli preferiscono pugili che lui non solo ha sconfitto, ma dominato.
Floyd Mayweather jr è un fenomeno del pugilato mondiale, fatevene una ragione. Non è il numero 1 di sempre nella mia classifica, non è neppure tra i primi cinque. Ma questo non significa che non sia un fuoriclasse assoluto.
E adessi godetevi i suoi successori.
Non mi è mai piaciuto come persona, ma la sua classe era indiscutibile.
Aveva ragione George Foreman: “Boxing is like jazz. The better it is, the less people appreciate it”. La boxe è come il jazz. Più è bello, meno gente lo apprezza.

C’è chi dice e scrive che Federica Pellegrini non sia così forte come altri raccontano. Non bastano un oro e un argento olimpico; quattro ori e undici primati mondiali; sette vittorie agli Europei per classificarla tra le fuoriclasse del nostro sport. No. Perché, dicono, è antipatica; presuntuosa; presenzialista. Ma che c’entra questo con il valore assoluto sul piano sportivo?

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Da milanista non riuscivo a capire l’accanimento contro Gianni Rivera (e qui ho rivelato la mia non giovane età). Gianni Brera lo faceva per professione, ma i tifosi lo facevano a prescindere. Nel senso che ignoravano le qualità del numero 10, la sua capacità di vedere in anticipo lo svolgimento dell’azione e il movimento dei suoi compagni, il talento naturale, la bravura nello spedire il pallone esattamente dove Pierino Prati aspettava che arrivasse. No, dal momento che Rivera rendeva apparentemente facile ogni giocata per loro era uno da criticare, insultare.

Ecco questa è forse una chiave di lettura per capire il tifo contro.

Non piacciono i talenti naturali, quelli a cui riesce tutto semplice.

Meglio chi si danna l’anima per arrivare a risultati che sono decisamente lontani da quelli degli odiati protagonisti. I tifosi vogliono sangue, sudore e lacrime. Degli altri, ovviamente.

Meglio Canelo di Mayweather, Trapattoni di Rivera, Frazier o Foreman di Ali, chiunque di Valentino Rossi. No, non riesco proprio a seguirvi su questa strada. Anche perché poi arriva Antonio Conte e ogni teorema salta in aria.

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Conte è un professionista del lavoro ossessivo, sul piano fisico e su quello psicologico. Ha vinto con la Juventus in Italia (e non aveva certo la squadra di Allegri), ha tenuto su la barca della nazionale agli Europei (e non venitemi a dire che aveva dei gioielli tra le mani), ha messo in fila tredici successi consecutivi con il Chelsea in Premier League (e la società non ha fatto spese come altri club britannici hanno fatto). In panchina si agita, urla, incita, soffre. Eppure in tanti non lo sopportano.

Forse, molto spesso, si confonde il ruolo pubblico con quello professionale. Bisogna saper prendere le distanze.
Maradona in campo dispensava magie, fuori era una catastrofe.

I fatti da una parte, l’analisi socio politica da un’altra.

Così mi diceva uno dei miei direttori.

Stessa cosa andrebbe fatta nello sport.
Se nel calcio infatti regge la tesi dei campanili, nel resto del panorama a guidare gli istinti peggiori sono altre cose.

Floyd Mayweather jr è la cartina di tornasole.

Come uomo fa di tutto per essere odiato.

Misogeno, razzista (“Mi dispiace, ma io so io e voi nun sete un cazzo”, citazione da Alberto Sordi nel “Marchese del Grillo”), arrogante e tanto altro ancora.

Ma che c’entra questo con la sua incredibile capacità difensiva, il senso del ritmo, il tempo di entrata e uscita in un’azione d’attacco, la velocità di esecuzione, la padronanza del ring?

Tiro le somme, aggiungo una buona dose di invidia (anche a livello inconscio: lui ha soldi, donne, successo, gloria e noi dobbiamo lottare ogni giorno con la vita) e il gioco è fatto.

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Lo sport è uno mondo che vive sulle emozioni. Rovinarlo con il tifo contro (lo striscione “Oh Nooo” dei laziali che applaudivano il 2-0 dell’Inter nel maggio 2010, un risultato che sanciva il sorpasso nerazzurro sulla Roma, esemplifica il concetto) non mi sembra la via migliore per gustarselo.

Dei peccati dei protagonisti parlerò un’altra volta.

 

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Valentino vs Marquez. Mi ricordo quella volta che Doohan disse: Biaggi è finto, è di plastica…

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La scorsa settimana un’intervista in cui Valentino Rossi attaccava Marc Marquez ha scatenato un mare di polemiche. In gara a Sepang le cose sono andate, se possibile, anche peggio. E adesso sarà Valencia a decidere il mondiale 2015. Ma io voglio restare a quell’intervista che mi ha ricordato molto una mia chiacchierata con Mick Doohan alla vigilia del GP CIttà di Imola 1998. Le dichiarazioni dell’australiano fecere scalpore come quelle di Valentino in questi giorni. Ve le ripropongo, tanto per rendere l’idea di cosa possa dire un campione quando vuolte attaccare (a parole) un rivale,

Sotto il tendone, un sorridente Mick Doohan accetta di parlare di quello che è il motivo dominante di questa stagione: la rivalità con Max Biaggi. Lo fa con la stessa irruenza con cui ha dominato la mezzo litro in questi anni.

-Lei ha vinto gli ultimi quattro mondiali nella 500. Quale è stato il suo avversario più difficile?

«In ogni stagione ho avuto un rivale forte e temibile. La prima Schwantz, poi Beattie, Criville e Okada. Tutti forti, anche se la lotta più grande è stata quella contro me stesso.»

-Biaggi dove lo collocherebbe in una classifica degli avversari più pericolosi?

«Non è ancora all’altezza di quei quattro. Finora non mi ha mai battuto. Lui ha vinto due gare: nella prima ho rotto il motore, nell’altra ho avuto un incidente. E’ inferiore agli altri. Io ho perso tre gare e 75 punti. Se lui fosse davvero bravo come racconta, ora sarebbe molto più avanti, invece il campionato è completamente aperto.»

-Max dice che la sua moto è più potente di quella che la Honda ha dato a lui. Cosa risponde?

«Biaggi cerca scuse. Abbiamo le stesse moto, lui dice bugie per apparire più bravo di quanto non sia. Basta guardare le gare alla televisione per capire chi ha ragione. Ho perso molto rispetto nei suoi confronti da quando sento questi discorsi. Mi fa ridere, si comporta come un bambino.»

-Perchè mai dovrebbe fare questo?

«Perchè è un insicuro che cerca di apparire forte davanti ai suoi tifosi.»

-Lei non sembra avere una grande opinione di Biaggi.

«E’ un prodotto, non una persona reale. Pensa troppo a come deve apparire. Non mi meraviglio, di tipi come lui è pieno il mondo. E’ uno strano individuo. Ha l’assillo di mostrarsi come un eroe. Ama troppo se stesso.»

-Come giudica Max pilota?

«Bravo, veloce, pieno di talento. E’ uno che sa come tirare fuori il meglio dalla moto che guida.»

-E come persona?

«E’ finto, di plastica.»

-Ma non eravate amici, non dividevate lo stesso aereo?

«Io ho affittato un aereo, lui mi ha chiesto di venire con me, abbiamo diviso le spese. Ma anche in volo abbiamo parlato poco. L’aereo è abbastanza grande.»

-A Imola sarete ancora vicini in prima fila.

«Avremo la stessa moto e guideremo sulla stessa pista. Io avrò il vantaggio di dovere sopportare una pressione minore. Il mio obiettivo è vincere la gara. Gli altri dovranno pensare al campionato. Una corsa in moto è al 90% testa e al 10% un assemblaggio di altre cose. Sono tanti anni che lotto nella 500, ho già messo in preventivo un eventuale calo. Sono da molte stagioni ai vertici della classifica, sono pronto all’eventualità di una discesa. E’ questo il vantaggio che ho su di loro: la mente è allenata, non sente alcun peso.»

-Quattro mondiali. Avrebbero potuto essere di più se non ci fosse stato quel drammatico incidente di Assen?

«Forse. Ma ormai ho messo nel dimenticatoio quel terribile infortunio. Ho imparato la lezione, ho fatto esperienza. Aiutato dal dottor Costa e da una grande forza di volontà sono tornato a correre ed a vincere. Ecco, l’amore per le moto e il gusto della vittoria sono le molle che mi hanno fatto riprendere e diventare campione del mondo. Biaggi ancora non ha subito un infortunio vero, è per questo che non sa neppure cosa voglia dire lottare per tornare in alto. Questo, nella sfortuna, è un altro mio grande vantaggio. Quando la caduta è drammatica e rischia di diventare tragedia, nel periodo in cui stai uscendo dall’incubo, cambi totalmente. La tua visione delle cose ha un’angolazione al 100% diversa da quella che avevi prima. Capisci veramente il significato di lotta.»

-L’amore per la moto. Cosa sono per lei le corse?

«Sono la vita. Sono quella cosa per cui ogni giorno mi muovo, lavoro, lotto. Io vinco prima di tutto per me stesso, poi per il team ed i tifosi.»

-E la vittoria cosa rappresenta?

«Tutto. Il secondo è soltanto il primo dei perdenti.»

-E per quanto tempo andrà avanti a correre?

«Già all’inizio di questa stagione avevo pensato di smettere. Poi ho ricominciato ed ho visto che ancora mi divertivo. Ma il mio futuro in pista è limitato. Forse smetterò il prossimo anno. Deciderò comunque stagione per stagione.»

-Cosa farà quando smetterà di correre?

«Per un anno intero penserò solo a divertirmi, poi tornerò nel mondo dei motori. Vorrei avere un ruolo importante che mi consenta di aiutare i giovani talenti a fare sport.»

-Se dovesse avere un figlio che le chiedesse di correre in moto, cosa gli direbbe?

«A dieci anni potrei anche metterlo su una moto. Ma non lo spingerei a correre, nè sarei felice se decidesse di farlo.»

-Cinque gare alla fine del mondiale. Quale sarà la più dura?

«Saranno tutte molto difficili, soprattutto quella australiana. Sembra che la corsa di Phillip Island sia stregata per me.»

-Dopo i giudizi che ha dato su Biaggi, forse non sarete più amici.

«Io non sono nemico di nessuno, almeno fino al momento di andare in pista. E poi scuse e bugie le ha messe in giro Max, non io.»

Mick Doohan quella gara l’ha poi vinta ed ha vinto anche quell’edizione del mondiale davanti a Max Biaggi, che a Imola ’98 è arrivato terzo terzo, preceduto dall’australiano e dallo spagnolo Alex Crivillé.

Fenati, a due anni la prima impennata

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UN MARCHIGIANO non sposato, un uomo di 40 anni con un figlio, una bella villa ad Ascoli Piceno e una bacheca piena di titoli mondiali.

Romano Fenati si vede così nell’anno di grazia 2036, lo ha raccontato al giornalista di Panorama che lo intervistava.

Di lui Valentino dice che “Guida con una semplicità disarmante, come se fosse tutto facile.

Il diciottenne marchigiano è il futuro del motociclismo italiano, la grande speranza. In pista sa farsi amare dai tifosi e odiare dai rivali. Non molla di un centimetro, non si tira mai indietro. È un concentrato di energia con quel fisico compatto e tanta grinta. Non a caso lo chiamano “cinghialetto”.

Corre in Moto 3, quella che una volta era la 125, per Sky Team VR46. Non mi dilungo sul significato della sigla, sin troppo evidente.

Valentino è il boss, ma anche l’idolo, il consigliere. Gli ha spiegato un segreto fondamentale per avere successo. In pista si vince con la testa, più che con il coraggio o la tecnica. La scuola della Federmoto gli ha insegnato il resto, mettendogli tutto a disposizione compreso uno psicologo che lo ha istruito su come trasformare il negativo in positivo. Miracoli della mente, appunto.

Romano ha scoperto subito il lato avventuroso del motociclismo.

Ricordo che nel corso di un’intervista a Damon Hill, campione del mondo di Formula 1 e grande appassionato di moto, ero rimasto affascinato dalla risposta ad una mia semplice domanda.

-Quali sono le differenze per un pilota alla guida di una F.1 o di una moto?

Quando sei sulle due ruote senti il vento, sei un’unica cosa con il mezzo, affronti le curve con l’intero corpo. Sei davvero protagonista della tua avventura. Un’emozione unica che la F.1 non riesce a darti sino in fondo.”

Tutto questo Fenati l’ha capito immediatamente.

A livello inconscio oserei dire che l’ha capito addirittura la prima volta che è salito su una moto. A quattro anni, quando il nonno, con il suo stesso nome, l’ha portato sulla pista di Giulianova provocando la disperazione della mamma.

Siete due pazzi!”

Sabrina voleva che il figliolo, una volta cresciuto, prendesse in mano una racchetta e si divertisse con il tennis. Non certo che rischiasse di fracassarsi le ossa correndo su due ruote.

Ma alla passione non si comanda.

Primo tentativo dunque a quattro anni.

Prima gara ufficiale a 7.

Primo incidente a 8, clavicola sinistra fratturata.

Sarebbero seguite le rotture dell’altra clavicola, polsi, braccia, dita.

La mamma avrebbe continuato a disperarsi e lui a consolarla, promettendole che sarebbe stato più prudente.

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Adesso, a 18 anni, è protagonista in Moto3.

Domenica ha vinto ad Alcaniz dopo avere chiuso al diciannovesimo posto il primo giro. Insegue il sogno della Moto GP, anche se lui a domanda risponde: “Il mio sogno? Vincere più mondiali.”

Capito il soggetto?

L’anno di grazia è stato il 2012, che è stata anche la stagione di qualche rimpianto. Eccitante a Jerez, deludente in Malesia. Esordio da paura con un secondo posto in Qatar, secondo capitolo da sballo con una netta vittoria in Spagna. Poi la chiusura del mondiale sul sesto gradino.

Regala emozioni il giovanotto.

Se gli chiedi quale sia il suo difetto più grande, non sta a pensarci su e confessa con un mezzo sorriso: “Do in escandescenze con una velocità eccessiva.” Più di quella con cui ingaggia un duello col nemico di turno.

In moto è fuggito da quello che era il mestiere di famiglia. Se non le corse non gli avessero dato una mano oggi dividerebbe gli studi al Liceo Linguistico di San Benedetto del Tronto con un turno di lavoro nel negozio di ferramente della mamma.

Un tipo precoce. A due anni la prima impennata con una minibici.

Un Derbi Gpr 50 la prima moto: presa e modificata, era il cinquantino più veloce di Ascoli.

A 15 la prima volta in amore.

In pista non ha paura, ma quando sale su un aereo non è che sia proprio sereno. E se arriva una turbolenza allora cominciano le preoccupazioni.

Come lo capisco…

Ha da qualche mese una ragazza, va in discoteca, si diverte quando può con skateboard e snowoboard. La musica gli piace d’annata: Pink Floyd e Gun’s N’ Roses. Vorrebbe imparare a suonare la chitarra, per ora riesce a mettere assieme qualche accordo. Promette di migliorare.

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Caviale e champagne?

No, preferisce pennette all’arrabbiata e acqua. L’unica cosa a cui non può proprio rinunciare a tavola.

Gareggia con il numero 5. Una scelta nata dall’amicizia con Michael, anche lui pilota con le Junior GP, che ha dovuto rinunciare al mondo delle corse per un infortunio. Correva con il 5.

Cinghialetto dunque come soprannome principale. Ma c’è anche Fenny. A dire la verità non gli piaceva proprio, diceva che gli ricordava un nome femminile. Ma un giornalista televisivo l’ha detto in telecronaca ed è diventato così ufficiale da essere quello del suo sito FennyFive.

Un giovanotto simpatico, un lottatore sui ring d’asfalto, un talento delle due ruote.

Prima o poi un fenomeno doveva pure uscire.”

L’ultima parola è ovviamente del Dottore, impossibile fare obiezioni.

 

Marquez, Meraviglioso proprio come Hagler

Marc Marquez - Lifestyle

SORRIDE. Lo senti parlare e ti sta subito simpatico. La sua è una risata piena, contagiosa, quella di una persona di cui senti di poterti fidare.

Ma quando scende in pista diventa un uomo senza pietà. Non concede nulla, non lascia neppure le briciole, usa corpo e moto per lottare senza offrirti un centimetro di pista. Disegna le curva da artista, un artista che ha il cuore di un uomo che non ha paura di nulla. Non sai come faccia a uscire da quelle situazioni, ma poi capisci che è inutile farti tante domande. Marc Marquez è un fenomeno. Eccola qui la risposta a tutti gli interrogativi che ti circolano per la testa.

Fosse stato un pugile gli avrebbero già cucito addosso un soprannome che a lungo andare sarebbe diventato il suo vero nome, quello con cui tutti l’avrebbero chiamato. Me ne vengono in mente un paio.

The smiling assassin” è il primo. Perché con quella faccia da bravo bambino ti porta a sbagliare. Pensi sia un tenero, ma chiunque dentro il mondo delle due ruote lo sa: il ragazzo si difende con ogni mezzo. A volte anche oltre il lecito. Ha una guida aggressiva, irruenta.

Il contatto con Jorge Lorenzo al GP Spagna 2013.

La caduta nel GP Inghilterra 2013 in regime di bandiera gialla esposta, quando durante il warm up ha rischiato di falciare i commissari di gara mentre stavano soccorrendo Crutchlow.

Il contatto con Dani Pedrosa ad Aragon sempre nel 2013.

È un duro il ragazzo.

L’altro nickname che mi frulla per la testa fa riferimento a un grandissimo: Marvin Hagler, l’ex campione del mondo dei pesi medi. Quel soprannome glielo aveva messo un giornalista, a lui era piaciuto così tanto da andare all’anagrafe e modificare le sue generalità. Da allora tutti lo conoscono come Marvin Marvelous Hagler.

Ecco, Marc Marquez è Meraviglioso.

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Ha scritto il mio amico Paolo Scalera: “Affronta le curve in modo incredibile. Lo vedi con il gomito vicino al corpo per guadagnare qualche centimetro in più di inclinazione, la spalla destra è a un palmo da terra. Non è certo per lo spettacolo che fa tutto questo. È per vincere.

Ha detto Nick Hayden: “È bello vedere un giovane pilota che usa angoli estremi di piega.”

Il giovanotto è come un equilibrista che si muove a quaranta metri dal suolo passeggiando lungo un filo d’acciaio. Tutti laggiù continuano a tremare di paura, lui si sente sicuro perché dentro di sé sa di poter affrontare qualsiasi rischio.

A 21 anni ha messo in fila una serie di record da fare paura. In poche stagioni ha raccolto quanto altri non riuscirebbero a fare in dieci carriere.

E pensare che tutto è cominciato con una letterina di Natale nel 1997. Aveva quattro anni e si era fatto aiutare dalla maestra dell’asilo. Lei gli aveva chiesto cosa volesse e lui con poche parole le aveva indicato la meta: “Voglio chiedere ai Re Magi una moto vera ma piccola come una formica.

Quella moto era arrivata, una enduro con cui a sei anni avrebbe fatto la prima gara e a dieci avrebbe conquistato il primo podio.

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Ne è passato di tempo, ma quel ragazzo è cambiato di poco.

Così giurano i genitori.

Il papà era operatore di una escavatrice. La crisi economica mondiale gli ha fatto perdere il posto e lui allora si è messo a ristrutturare casa. Marc lo ha aiutato: ha dipinto i muri e posato il parquet.

La mamma, segretaria in un’azienda di trasporti, dice che ancora oggi si rifà il letto da solo e quando è in famiglia prepara la colazione per tutti.

Ha la faccia da bravo ragazzo. Mi piacerebbe vedere la sua espressione nascosta dal casco quando in pista spinge sull’accelleratore, sfida le leggi della fisica e affronta da autentico guerriero curve e nemici.

Non ha gusti pericolosi.

Gli piace la pasta, la musica pop rock, la montagna. Ha imparato a ballare, quella specie di danza che mi ricorda il rito degli indiani che invocavano la pioggia, guardando gli attori che si muovevano a suon di musica nei film. Parla quattro lingue, gli piacciono molti sport. Soprattutto la mountain bike. Eccolo qui l’unico hobby a rischio. Non a caso il contratto con la Honda specifica che quel tipo di bici il giovanotto deve limitarsi a vederle, andarci giù lungo discese mozzafiato è severamente vietato.

Il circuito preferito è Aragon, il pilota che gli sarebbe piaciuto sfidare Mike Doohan. Perché? Semplice: “Perché dava sempre il massimo, senza stare lì a fare tanti calcoli.” È per lo stesso motivo per cui quando lo scorso anno gli hanno chiesto a quale giocatore del Barcellona pensasse di somigliare, ha scelto Pedro: “Uno che non si risparmia mai.

Marc Marquez è nato a Cervera, Lleida: un’ora di macchina da Barcellona, il 17 febbraio del 1993. Ha vinto il mondiale in tre diverse categorie. Solo Mike Hailwood, Phil Read e Valentino Rossi c’erano riusciti prima di lui.

The smiling assassin è uno a cui non devi attraversare la strada. Era ancora un esordiente e già alzava, giustamente, la voce. Dicevano che vinceva solo perché era piccolo e leggero.

Nessuno dice che in curva non ho forza e regalo qualche decimo che poi devo andare a recuperare.”

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Lo penso da sempre. Piloti e pugili hanno molto in comune, non solo la predisposizione a ricevere dei soprannomi, ma anche la capacità di alzare la soglia del dolore oltre limiti che noi comuni mortali neppure riusciamo a immaginare.

Marquez ha vinto una gara sei mesi dopo essersi rotto una gamba in allenamento.

Ha fatto il botto volando a 280 chilometri orari al Mugello 2013.

A Sepang 2011 Marc è stato vittima di un brutto incidente riportando la paralisi del muscolo obliquo superiore dell’occhio sinistro. Aveva la visione periferica sdoppiata. La sua unica paura non era la possibilità di rimanere cieco, ma quella di non poter più correre. Un dottore aveva avanzato il dubbio, lui lo aveva fermato immediatamente.

“Tornerò a gareggiare. Non posso vivere senza moto.”

Tre mesi dopo si era operato, poi erano tornato a vincere.

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Ama la sua moto: la coccola, l’accarezza. Come fanno un po’ tutti, Valentino Rossi arrivava addirittura a parlarci, come mi ha confessato in una vecchia intervista.

Guidare la macchina mi piace molto. In moto però sei un’appendice del mezzo, una cosa funzionale per lo spostamento dei pesi, le posizioni. In auto sei uno fermo che la sta guidando. In moto sei fuori, più a contatto con l’asfalto, la temperatura, il vento e con la pista. La moto ti regala mille emozioni in più e poi la moto non è solo un mezzo. Con lei c’è una relazione molto profonda. Quando stai facendo il tuo lavoro, sei solo tu e lei. C’è un rapporto forte come fra due persone che conoscono gli stessi segreti. È una cosa nervosa, come una ragazza bella ma scontrosa: se le dai più confidenza del dovuto, non ti perdona. Certo che ci parlo. Le dico “grazie” dopo una vittoria, “bastarda” dopo una scivolata. Ma non è che la sera, prima di andare a dormire, le telefono.»

Valentino era l’idolo di Marc che collezionava in miniatura le moto cui Rossi correva. Il campione di Tavullia è anche il compagno di squadra che avrebbe voluto avere, l’idolo da ammirare e a cui rubare i segreti.

A 21 anni ha già vinto un mondiale nella classe regina e quest’anno andrà a bissare quel successo. L’altro giorno a Indianapolis ha messo in fila il decimo GP consecutivo, proprio come aveva fatto il mitico Giacomo Agostini.

È un giovane che corre veloce. Anche fuori dalla pista: sono arrivate a tre le biografie scritte su di lui.

Meraviglioso, Marvelous. Proprio come Marvin Hagler. Perché fa cose che altri neppure potrebbero pensare. Lotta con grinta, guida con classe e trova spazi dove i suoi colleghi di avventura non riuscirebbe mai a inserirsi.

Penso alla sfida di Hagler contro Thomas Hearns. Tre round senza un attimo di sosta. Colpi presi, colpi dati. E alla fine la combinazione giusta quella che chiude la battaglia e regala il successo al vincitore.

Così come ha fatto più volte Marc Marquez, l’uomo dell’ultimo giro. Contro Valentino in Qatar, contro Jorge Lorenzo al Mugello o contro Dani Pedrosa a Barcellona. È quando l’adrenalina è al massimo, il fisico chiede pietà e nella testa si rincorrono mille pensieri che si vede il fuoriclasse. La stoccata finale appartiene ai campioni, gli altri devono solo applaudire.

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Corre e sogna un giorno di passare il testimone a un altro Marquez. Si chiama Alex ed è il fratello. Se l’uomo che riuscirà a batterlo sarà della famiglia, la botta farà meno male.

E sì prechè Marc “Marvelous” Marquez non vuole frequentare il verbo perdere. Ha disputato 26 Gran Premi in Moto GP e ne ha vinti 18, oltre il 69%. Roba da non credere. E invece è tutto vero. Beh, tanto per rimanere in tema, nel pugilato c’è stato Rocky Marciano che ha vinto il 100% dei match combattuti: 49 incontri, altrettanti successi. Ma non affrontava ogni volta il migliore.

Marquez invece lo fa. Ad ogni gara sfida i più forti.

La sua Honda lo aiuta molto, va bene. Ma a me piace pensare che questo giustiziere che sorride abbia dentro qualcosa di magico capace di trasformare in oro qualsiasi oggetto tocchi.

Sì, Marc è davvero Meraviglioso.

 

 

 

 

Scalera, la moto e i suoi eroi

ImmaginePaolo Scalera è il numero 1 tra i giornalisti che si occupano di motori. Conosce la materia e sa raccontare. Gli ho chiesto di accompagnarci alla scoperta di un mondo affascinante come quello della velocità su due ruote.

 

QUALI sono stati a tuo giudizio i tre più forti piloti di sempre?
“Quando penso a un pilota forte ho in testa l’abilità in pista, la capacità di evolversi e anche la personalità. Per questo dico che il numero 1 assoluto era e rimane Giacomo Agostini (foto). Al quale affianco Mike Hailwood. Entrambi supervincenti, intelligenti, dotati di grande carisma. Hailwood ha fatto una cosa straordinaria: è tornato a correre nel 1978 all’Isola di Man con due moto, una Suzuki 500 ed una Ducati, andando fortissimo e replicando l’anno successivo. Pazzesco. Faccio fatica ad indicare un terzo, ma i 9 titoli ed i 20 anni di carriera dicono che Valentino Rossi è lì con loro.”

Quali sono stati i tre più bravi dal punto di vista tecnico?

“Ancora una volta Agostini in vetta. E’ passato dal 4 ai 2 tempi e vinto all’esordio in America, a Daytona, contro Kenny Roberts alla guida della Yamaha 700 in una gara che non conosceva, sulle sopraelevate. Dopo di lui metto Eddie Lawson. Nel 1989 ha lasciato la Yamaha ed è approdato alla Honda, ha vinto il mondiale e ne ha fatto una macchina da guerra che poi ha regalato titoli in serie a Mick Doohan. Dopo di loro c’è Luca Cadalora. Un pilota con un raffinato senso della meccanica, sensibilissimo. Vorrei aggiungere come quarto Biaggi, ma lui ha un modo di motivare che se non lo capisci gli si ritorce contro. All’Aprilia lo hanno capito, in entrambe le sue avventure. In Yamaha e Honda no.”
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Quali sono stati i tre duelli più entusiasmanti?

“Posso parlare solo dal 1977 in poi. Dunque metto al primo posto il duello fra Jon Ekerold e Toni Mang per il titolo della 350, nel 1989, sul vecchio Nurburgring (foto). Jon era un pilota privato (correva con motore Yamaha e telaio artigianale Bimota. Mang era ufficiale Kawasaki), che dormiva con la moglie in una roulotte ed aveva al seguito un bambino appena nato. Ex campione dei pesi medi in Sudafrica. Bellissima faccia tosta, naso rotto. Abbracciò la moglie ed il bambino quando gli domandai se aveva una strategia. Mi disse: “Se non mi vedi uscire dall’ultima curva, non ne uscirò”. Poi si sedette sulla moto, chiuse gli occhi e tre minuti prima del via era lì che la cullava, facendola ondeggiare. Mang, all’arrivo, mi raccontò che aveva deciso di frenare quando aveva visto Jon, in carena, che guardava lui e non il punto di frenata. Sono ancora eccitato. Di duelli da secondo posto in classifica ce ne sono molti: Rainey e Schwantz ad Hockenheim, Roberts e Spencer ad Anderstorp, ma forse merita quella posizione il “triello” Roberts, Spencer, Lawson a Imola nel 1983. Roberts aveva bisogno che Lawson arrivasse davanti a Spencer per vincere il titolo e fece di tutto perché ciò accadesse. Rallentava, accelerava, compiva autentiche magie. Lawson, alla sua prima stagione, non fu capace di aiutarlo. Kenny perse il titolo, ma alla fine, quasi in trance, sul podio di Imola si congratulò con Freddie e poi, in una saletta del circuito, accettò di farsi fotografare dal grande Franco Villani mentre incoronava Spencer. Il terzo duello memorabile, forse, è stato quello fra Rossi e Lorenzo a Barcellona nel 2009. Valentino riuscì a passare Jorge all’uscita del curvone con una manovra pazzesca. Aveva già perso e riuscì a vincere per 95/1000!”

Quali sono le tre moto che indicheresti come le migliori di sempre?

“Per me le moto migliori non sono quelle più vincenti. O meglio, non basta vincere per esserlo. Per questo credo che il capolavoro assoluto rimanga la Honda NR 500, la 4 tempi a pistoni ovali, 8 valvole per cilindro, due bielle per pistone che nel 1979 superava i 20.000 giri ed aveva un telaio monoscocca a uovo. Un concentrato di tecnologia la cui sperimentazione si sente ancora nelle moto di oggi. Non fu un progetto vincente, era troppo avanti. La seconda miglior moto è stata la Yamaha TZ 250. Fra gli anni Settanta e Ottanta, costruita in piccola serie e sempre evoluta ha permesso a tantissimi piloti di vincere titoli mondiali. Basti dire che quando la Yamaha smise di costruire le sue 250 ufficiali (erano 4 cilindri, sempre due tempi) piloti come Read continuarono a correre e vincere con la TZ. La terza moto è la MV Agusta 350 e 500 tre cilindri. Un capolavoro per l’epoca. nello stesso periodo non c’era niente al suo livello.”
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Metti in fila la tua classifica dei dieci migliori piloti di sempre.
“1. Agostini; 2. Hailwood; 3. Rossi (foto); 4. Nieto; 5. John Surtees; 6. Kenny Roberts; 7. Eddie Lawson; 8. Freddie Spencer; 9. Wayne Rainey; 10. Max Biaggi.”

Quali sono le tre migliori qualità di Valentino, Biaggi e Capirossi?

Rossi: l’estro, l’intelligenza, la cattiveria; Biaggi: la capacità di soffrire, la volontà, l’insoddisfazione perenne; Capirossi: la normalità, il coraggio, la resistenza al dolore.”

Quanto è stato forte Giacomo Agostini confrontandolo con i migliori di sempre?
“Agostini è come il Clay di rope a dope. La ricerca del dettaglio e una incredibile leggerezza di spirito. Dall’esterno tutto sembrava riuscirgli facilmente, ma in realtà è stata la sua intelligenza, ancor prima del talento, a portarlo lontano. E’ stato il più intelligente di tutti.”

Il pilota perfetto deve avere…

“Velocità, capacità di soffrire, un carattere unico.”

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I tre momenti più emozionanti di cui sei stato testimone?

“La morte di Ayrton Senna a Imola. Hubert Auriol (foto) che si fracassa una gamba ad una tappa dalla vittoria nella Dakar e porta la moto a fine tappa con l’osso fuori dallo stivale. La conferenza stampa a Bamako dopo la morte di Sabine, con Suzanne, la fidanzata, che ha al polso il suo orologio.”

Quali sono i tre ricordi, legati in qualche modo ai motori, che ti porterai dietro per sempre?

“Una notte nel deserto del Ténéré, in mezzo al nulla, vicino ad una ‘Balise Berliet’, sentendomi solissimo ma pensando che se nella vita avrei avuto una crisi il ricordo di quel momento mi avrebbe aiutato. Il ritorno a casa dopo la Maratona di Roma: ero già in crisi e non c’era nessuno ad aspettarmi. Mi sentii solo. Il ritorno da un Gran Premio del Giappone: l’aereo atterrò ed in quel momento mia mamma morì. Arrivai a casa che c’erano ancora i medici.”

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IN MOTO CON LAWSON NEL DESERTO DEL MOJAVE

Ecco come Paolo Scalera (foto) si racconta sul sito http://www.gpone.com

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MI SONO sempre piaciute le corse, forse perché da bambino vedevo le foto di mio padre Luciano sulla Rumi. Correre è vivere. Mi piace farlo a piedi, ed anche in moto ma le mie esperienze sono state amatoriali: derivate di serie, campionato juniores 250. Così ho cominciato a scrivere di motociclismo. Ad un certo punto ho preso la mia Fiat 500 – è ancora in garage! – e sono partito per i Gran Premi del lontano nord, in tenda: Svezia, Finlandia, Inghilterra. Nel 1977 è nato Motosprint e da collaboratore ne sono diventato l’Inviato. Un’esperienza bellissima, fra gente appassionata come me. Gioie e dolori, la perdita di un collega, Beppe De Tommaso, mi ha spalancato le porte della Parigi-Dakar (nella foto sopra nell’edizione 1984, assieme a Juan Parcar e Toni Merendino). Un amore travolgente, dapprima da giornalista, poi da “pilota”. Otto anni di avventura con la fortuna di aver trovato un amico, Gigi Soldano che mi ha spalancato le porte della fotografia. E sono stati libri. Poi nel 1987 è arrivata la chiamata del Corriere dello Sport. Ho pensato, ora si inizia a lavorare seriamente, è finito il divertimento, ed invece nel grande quotidiano ho allargato gli orizzonti all’auto con la F.1. Ed è stato allora che ho capito che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare. In moto con Eddie Lawson nel deserto del Mojave, con Freddie Spencer in Lousiana, in macchina a Monza con Nannini. Le ore ad aspettare Alain Prost ai tempi della Ferrari, i silenzi carichi di significato di Ayrton Senna prima di darti una risposta. Avevamo tutti la stessa età. Ma la volete sapere una cosa? Correre, e seguire le corse, aiuta a non invecchiare. Per questo nel 1999 ho fondato GPone.com. E per questo, ora, proverò a raccontarvi cosa c’è dietro questa grande passione che giustamente gli americani chiamano ‘The Need for Speed’.”

Capirossi a tutto gas

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Si chiude  il trittico di interviste realizzate alla vigilia del motomondiale 2001. Dopo Valentino Rossi e Max Biaggi, ecco Loris Capirossi. Parla ed esprime un senso di ribellione nei confronti dei colleghi: “Tra noi non esiste amicizia, solo rapporti finti.” “Biaggi e Rossi si odiano perché sono uguali.” “I piloti non pensano agli altri, a loro importa solo di se stessi.” Nella foto sotto gli autori dei tre reportage: assieme a Capirossi ci sono Paolo Scalera (al centro) ed io. Avevamo tutti tredici anni in meno…

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UNA VILLA in una parco subito fuori Riolo Terme. Scalinate degne di Wanda Osiris, arredamento in stile. Per Loris Capirossi è il castello incantato che aveva sognato fin da bambino. Per Ingrid, la compagna, è la casa degli orrori. Tutto quel silenzio che c’è attorno le fa paura. Ma Loris non sente ragioni, quando ha bisogno di fare il pieno di emozioni torna quaggiù. A casa.

Capirossi, ricordi la tua prima moto?
“Me la regalò mio padre, l’aveva costruita mettendo assieme i pezzi di quattro o cinque moto prese allo sfascio.”

Quanti anni avevi?

“Quattro o cinque.”

Cosa è successo dopo?

“Andavo a scuola alle elementari e il bus si fermava in fondo alla salita. Lì avevo il motorino, con quello tornavo a casa. Guardavo incantato qualsiasi cosa avesse un motore. Erano quelle le favole che mi piaceva ascoltare da bambino. Mio fratello Daniele era un inventore. Le prime auto le abbiamo avute quando io avevo dieci anni e lui dodici. Erano della Fiat 850. Le tagliavamo tutte, facevamo la roll-bar e diventavano macchine da cross.”

Le corse in moto quando sono arrivate?
“Con l’aiuto di mio zio abbiamo costruito una 80, ma non potevo correre perché a quei tempi ai quattordicenni il campionato italiano era vietato.”

Cosa hai fatto?

“Sono entranto nel trofeo monomarca. Non avevo mai guidato una moto vera. Continuavo a muovermi come se fossi su una da cross. In curva non piegavo, buttavo giù il piede. Roba da ridere. Poi sono arrivato all’Europeo, ma era molto costoso. Sessanta milioni dell’89. Tantissimi soldi.”

Chi ti ha aiutato ad andare avanti?

“Il babbo credeva in me. Lavoravo dieci ore al giorno, facevo trasformatori della luce in un’azienda elettrica. Quando stava per arrivare il grande momento mi sono rotto spalla e polso. Mio padre aveva ipotecato casa per farmi correre, non potevo deluderlo.”

E allora?

“Sono andato in pista senza avere mai provato. Quarto posto. Il team Pileri l’anno dopo mi ha proposto il primo contratto.”

Quali erano i termini dell’ingaggio?

“Un milione al mese. Ero felice, la mia carriera era cominciata.”

Un incidente ancora prima di partire. Un incubo che ti ha accompagnato fino ad oggi.

“Di incidenti ne ho avuti tanti. Mi sono rotto mani, polsi, spalle, piedi, malleoli, sterno, costole. Il problema più grande sono state le mani. Le mie sono di vetro, fratture su fratture.”

Cosa hai fatto per ridurre il rischio?

“Ho pensato di inventare dei guanti nuovi. Li ho progettati e assieme al mio amico Picasso di Modena ho scelto anche i materiali. Questo guanto assorbe l’impatto a terra e se rimane incastrato nella moto la parte superiore vola via e ti lascia libero. Sotto c’è il carbonio che impedisce all’impatto di arrivare alle mani. Abbiano utilizzato un carbonio nuovo, più resistente ma elastico. La gobba viene sagomata sul guanto.”

In gara non hai mai paura di farti male?

“La paura più grande arriva quando cadi e non sai perché cadi.”

E come fai a gestire questa paura?

“È un lusso che non posso permettermi. Se corri con un minimo di paura vai al 60% e questo vuol dire arrivare ultimo. L’anno scorso in Olanda mi sono rotto la mano sinistra, due fratture: una scomposta e una composta al primo e secondo metacarpo. Ho soffertto le pene dell’inferno. Stavo male, ma ho corso. Non posso pensare al male che sentivo, non riesco neppure a spiegarlo. Scosse elettriche per tutto il braccio, fitte incredibili.”

Come fa un pilota ad alzare la soglia della sofferenza?

“Il dolore lo superi con volontà e concentrazione, ma nell’inconscio un filo di paura resta sempre. Ecco perché per me il pilota completo è quello che ha più coraggio, che sa osare, ma è soprattutto quello che sa dominare la paura.”

Ti ritieni un pilota sfortunato?

“No, se guardo alla ia carriera. Ho avuto spesso moto competitive ho corso per team importanti, ogni anno ho vinto qualche gara. Ma sono stato anche sfortunato.”

In che senso?

“Uno parla del Capirossi del 2000 e pensa che sia caduto cento volte, in realtà sono finito giù solo in quattro occasioni e mi sono rotto le ossa. Biaggi e Valentino sono caduti mille volte e non si sono mai rotti niente.”

Dopo un brutto incidente non hai mai pensato di dire basta?

“È accaduto nel 1995 in Francia. Sono caduto durante le prove, mi sono rotto un piede e la spalla. Allora ho detto: la mia avventura finisce qui. Stavo troppo male. Mio padre solitamente non si intromette. Ma quella volta è entrato nella clinica mobile e mi ha detto “Hai vinto, i soldi per campare ce li hai. Taglia tutto e pensa alla vita”. Lì per lì ho pensato: ha ragione.”

E poi…

“Sono salito sull’aereo che mi portava via e ho visto le moto che ripartivano per le prove. Mi rompeva non esserci, sono tornato a casa e ho guardato la gara in tv. Non vedevo l’ora di riprendere a correre.”

Assieme a tuo fratello hai inventato decine di auto. Lo fai ancora?

“Sto lavorando a un pick up del ‘78. Sto modificando tutto. Monto i cerchi del Diablo, cambio a sei marce, il motore è di una barca: un Cigarette. L’impianto frenante dell’S40 anteriore, rapporto corto, 180 velocità massima. Dentro è tutto in pelle.”

Da due anni hai una compagna fissa, è una relazione che ti ha cambiato il carattere?

“Ingrid è una figura molto importante. Nella mia vita ho avuto tanta confusione sentimentale. Lei mi ha regalato serenità. È una ragazza che mi capisce. Io sono nato il 4 aprile 1973, lei il giorno dopo. Abbiamo due caratteri uguali. Pessimi. Ma andiamo d’accordo, siamo una coppia felice.”

Entriamo in una zona minata. Tra piloti è possibile essere amici?

“L’amicizia tra noi non esiste. Quelle che ci sono, in realtà sono finte. C’è chi fa l’amico e poi ti ruba l’amorosa, è un ambiente che fa schifo. Puoi legare un’amicizia con quelli che vanno piano. Quelli forti se la tirano tutti, magari me la tiro anch’io. Ma le amicizie vere sono quelle che avevo quando ero Loris e basta.”

Ci sono nemici in pista?

“Tra Valentino e Biaggi c’è astio perché sono uguali. Non possono andare d’accordo e allora si odiano.”

Come sono i tuoi rapporti con la stampa?

“Vorrei che certi giornalisti scrivessero male anche di Biaggi e di Valentino ogni tanto. Invece no, loro sono bravi e basta. Ammazzano uno e i giornalisti dicono: hanno fatto bene ad ammazzarlo. Io gli passo vicino e divento un assassino. Queste cose una volta mi facevano stare male. Adesso no, sono cresciuto. E poi da due anni non compro più i giornali.”

Non godi di buoni pronostici quest’anno.

“Mi piace quando gli altri non mi considerano. Mi piace anche quello che ha detto Roberts junior: “Con la moto di Valentino vincerebbe anche mio babbo.” Rossi quest’anno ha una moto contro cui non ci sarà niente da fare per nessuno. Io ho sempre quella del ‘99. Valentino adesso ha quello che aveva Doohan: la squadra e la moto migliore. Ha un bel vantaggio. È inutile che faccia il galletto, pensi a vincere. Non sarà facile. In giro ci sono un sacco di assatanati. Ma è meglio che vinca lui. Dopo tanti anni abbiamo bisogno di un italiano campione del mondo in 500.”

Valentino dice sempre che al primo posto dei suoi interessi c’è il sesso.

“È un ragazzino, anche lui arriverà a capire che deve pensare ad altre cose. I piloti hanno una forza, possono rendere felici gli altri. Tante volte dovrebbero voltarsi indietro e guardare chi ha bisogno, visitare ospedali, aiutare bambini. Non devono sempre guardare avanti e cercare di fregare tutti, se guardassero indietro vedrebbero la realtà. Quando tutto questo finirà, se non avrai creato il tuo universo di sentimenti, sarai la persona più povera del mondo anche se sul tuo conto in banca ci saranno cento miliardi.“

Accadrà mai?

“Purtroppo i piloti non guardano agli altri, a loro importa solo di se stessi.”

INDICE ARTICOLI DEL BLOG (DAL PIU’ RECENTE)

33. Capirossi a tutto gas (16.1.2014)

32. Ketchel, omicidio a colazione (15.1.2014)

31. In Italia lo sport è solo militare (14.1.2014)

30. JJ, una vita spericolata (13.1.2014)

29. La Ferrari tutta sesso (12.1.2014)

28. Biaggi: Io, il dolore, il perdono (11.1.2014)

27. Valentino: Io, le donne, la moto (10.1.2014)

26. Mondiali di nuoto in Antartide (9.1.2014)

25. Schiavi dell’inglese (8.1.2014)

24. Quando la boxe era proibita (7.1.2014)

23. Tyson e Facebook (3.1.2014)

22. Il caso Loris Stecca (28.12.2013)

21. Biaggi secondo Doohan (17.12.2013)

20. Nella testa di un portiere (13.12.2013)

19. Tiberio Mitri, bello e maledetto (10.12.2013)

18. Mandela e il senso della boxe (6.12.2013)

17. In difesa della boxe (2.12.2013)

16. I libri fantasma (28.11.2013)

15. E’ ora di svegliarsi (27.11.2013)

14. Parisi, l’ultima stella (28.11.2013)

13. Una vita piena di pugni (19.11.2013)

12. L’impiccio spagnolo (19.11.2013)

11. Tyson è in vendita (14.11.2013)

10. Le regole calpestate (12.11.2013)

9. Balotelli, dove è l’errore (8.11.2013)

8. Galliani unico fuoriclasse del Milan (7.11.2013)

7. La tv da testimone a padrona (3.11.2013)

6. La Spagna esce dalla boxe pro’ (28.10.2013)

5. Russo batte il popolo del web (26.10.2013)

4. I dilettanti di Stato (24.10.2013)

3. Il pugile miope e vegano (22.10.2013)

2. Il giornalismo sportivo (20.10.2013)

1. Il silenzio della boxe (15.10.2013)

Biaggi: Io, il dolore, il perdono

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Anno 2001,  vigilia del Mondiale. Assieme a Paolo Scalera continuavo a girare l’Italia per raccontare agli innamorati della moto i loro eroi. Avevamo incontrato Max Biaggi  in un bar che frequentava con tanta assiduità che potevi pensare fosse il suo ufficio. Questa è l’intervista che gli ho fatto in un freddo pomeriggio romano. Resiste nel tempo. E il merito è tutto suo.

HA l’aria più serena del solito Biaggi, è come se finalmente avesse messo in ordine ogni cosa. Si racconta con meno freni del solito, lanciandosi nella chiacchierata come fa quando è sulla moto. Aggressivo, ma sempre totalmente razionale.

Max, c’è un desiderio che vorresti fosse esaudito, oltre quello di vincere il mondiale?

«Al momento direi di no. Di sogni è meglio averne uno per volta. Atrimenti quelli che hai prima dell’ultimo perdono importanza. Il desiderio deve essere ambizioso, importante, ma realizzabile.»

Come quello di guidare una Formula 1?

«Chissà. Tifo Ferrari da sempre. L’unico che poteva deviare il mio amore per la rossa era Ayrton Senna: un mito, qualcosa di unico. Adesso che ci penso, un sogno l’avevo: Senna su una Ferrari, sarebbe stato davvero fantastico.»

E il sogno legato alla Roma?

«Il momento si avvicina, ma per festeggiare aspettiamo l’ultima partita.»

Cambieresti la possibilità di conquistare un titolo nel mondiale con quella di giocare nella Roma dello scudetto?

«Sì. Per la felicità di tutti i romanisti, per Roma che amo in modo particolare, per come i romani vivono il calcio. Per un anno lascerei il motomondiale e mi toglierei lo sfizio dello scudetto in giallorosso. Un anno in prestito, poi tornerei sulla mia 500.»

Che sensazioni regala la vittoria del motomondiale?

«E’ la cosa più bella che possa capitare a chi ha fatto di questo sport tutta la sua vita. Anche se Agostini è imprendibile con tutti quei titoli che ha vinto, sono orgoglioso di essere il primo italiano dopo di lui.»

Raccontaci, come si sta in sella ad una 500?

«E’ un cavallo di razza che corre veloce, ma ogni tanto va più veloce di quello che ti aspetti e se non stai attento ti sbalza giù in un attimo. Se volessi dare un’idea più precisa ad un profano, gli direi di immaginare le prestazioni di una Formula Uno con due ruote. Sulla pista del Mugello la Ferrari e la mia 500 come velocità di punta erano separate solo da qualche chilometro. E’ chiaro: la quattro ruote fa la curva più veloce, ma se dividi le frazioni uscita curva e metà rettilineo la velocità è simile. Senti che la moto sprigiona un’energia da ogni sua componente: dalle fibre di carbonio, attraverso la sella, la carenatura. Tutta quella potenza arriva fino a te. E magnifico!»

Cosa ti dà fastidio nel mondo delle moto?

«Le voci, il falso, chi vuole ritagliarsi addosso un personaggio che non è il suo. Alla fine, la verità salta fuori. Chi si costruisce un modello finto viene scoperto e quando questo accade, tutto quello che hai fatto non ha più il peso di prima. Farsi scoprire è una grande delusione, soprattutto per i propri tifosi.»

Il rivale in pista è un nemico?

«Certo. Se non riuscissi a vederlo così, difficilmente riuscirei a mettergli le ruote davanti.»

Sai perdonare?

«Se può perdonare Dio, abbiamo il dovere di farlo tutti noi. Ma, devo essere sincero: se mi hanno fatto una cattiveria grossa, non mi sento di dire così su due piedi che sarei pronto a perdonare»

Quale è il tuo vizio più grande?

«Il cellulare. Non vivo senza, ovunque vada devo averne uno che funziona.»

Quanto paghi di bolletta?

«Tre milioni al mese. Tanto eh?»

Altre manie?

«Curo molto la preparazione atletica. Non mi sono mai preparato bene come stavolta. L’anno scorso, purtroppo, l’incidente di Valencia con un buco di cinque centimetri agli adduttori, mi ha bloccato. Sentivo un dolore pazzesco, era impossibile guidare. Ero triste, amareggiato, mi sentivo come uno che vuole sfidare Tyson a mani nude. Sai già come andrà a finire. Quest’anno sono stato fortunato, ho fatto un passo avanti rispetto al passato. Ho costruito una palestra sulla terrazza della mia casa di Montecarlo: tapis rullant 2.20×90, solo quello costa 14 milioni, e poi bicicletta, manubrio, panca, bilancere. Non manca nulla.»

Hai parlato di dolore, cosa permette a un motociclista di sopportarlo?

«La voglia di vincere è più grande del dolore. Nel ’97 mi sono rotto la clavicola il venerdì. Al sabato non ho girato, la domenica ho provato a fare la gara, tutti mi davano per spacciato. Mi sono fatto rimettere la clavicola nella sua sede naturale, mi sono bendato, ho fatto 52 iniezioni e sono andato in pista. Ho chiuso settimo e con quei punti ho vinto il mondiale. Mi sono rotto il polso destro in Inghilterra, ma ho vinto ugualmente. Solo l’incidente di Valencia mi ha frenato. La gamba è un punto chiave, non riesci a guidare, la moto non gira. E poi io non voglio più fare iniezioni. Preferisco essere lucido. Il dolore riesco a sopportarlo bene, credo sia una dote naturale.»

C’è un’occasione che rimpiangi di non avere preso al volo?

«Non dico che nella vita ci si debba accontentare, ma devo avere almeno il buonsenso di ammettere che nei miei panni sono molti quelli che si troverebbero bene. Mi reputo uno fortunato.»

C’è qualcuno a cui devi un po’ di questa fortuna?

«A mio padre, a mia cugina Fiorella, a un fratello di mio padre: uno zio che da ragazzo ho sempre ammirato ed ho preso anche da esempio.»

Hai un ricordo d’infanzia più forti degli altri?

«Da sei a quindici anni ho fatto il boy scout. Ogni volta che andavamo al campo c’era da organizzarsi: montare la tenda, fare il canalino attorno al perimetro della tenda, fare cambusa. Dovevi riconoscere gli ordini impartiti in codice Morse dal fischietto del capo. E’ stato un periodo molto bello e istruttivo. Avevamo la sede dentro la chiesa. Sono cattolico, credente, anche se non più assiduo frequentatore della Messa. Penso che Colui che ci ascolta, possa farlo in una chiesa come in qualsiasi altro posto.»

Da bambino quale era il tuo giocattolo preferito?

«Adoravo lo skateboard. Il primo me lo hanno regalato a Natale, era tutto americaneggiante, con la bandiera Usa disegnata su. Andavamo al Pincio, mettevamo le lattine in fila e poi dovevamo fare lo slalom. Passavo delle ore assieme agli amici.»

Quanti di quegli amici sono ancora con te?

«Quasi tutti,  con mia grande soddisfazione.  Li chiamo da qualsiasi parte del mondo io mi trovi. Ogni tanto organizzo una rimpatriata, l’anno scorso ho affittato un aereo da venti posti, li ho caricati su e li ho fatti venire a Brno. C’erano tutti: Riccardo, Vincenzo, Frizzi, la ragazza, due del mio Fan Club, mia cugina, mio padre, mio zio. E’ un modo per sentirli vicini. Gli amori vanno e vengono, anche il denaro può andare e venire. L’amicizia rimane sempre.  Vivo in un mondo in cui devi imparare a sopportare anche la finzione. Faccio fatica a riuscirci. E’ per questo che chi mi incontra, si trova davanti due persone diverse. La prima è diffidente, chiusa, in difesa. Vuole capire perchè sei lì. Ma se mi accorgo che non ci sono doppie intenzioni e che l’incontro è sincero, mi apro totalmente e scopro l’altro Max. Purtroppo nel mondo della moto trovare una persona sincera è molto difficile. Così preferisco stare e fare da solo, anche se tutto questo brucia  sulla mia pelle.»

Valentino: Io, le donne, la moto

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Era il 2001. La diciassettenne Erika De Nardo, con la complicità del fidanzato Omar, uccideva a Novi Ligure la mamma e il fratellino. L’euro non aveva ancora preso il posto della lira. Assieme all’amico e collega Paolo Scalera viaggiavamo per l’Italia, volevamo capire meglio chi fossero quei ragazzi che stavano entusiasmando il mondo in sella ad una moto. Ho ritrovato una di quelle interviste. Mi sembra che conservi ancora sufficienti elementi di interesse. Si parla anche di Erika, ma soprattutto si parla di donne e di motori. Il ragazzo che intervisto di cognome fa Rossi, tutto il mondo lo conosce con il nome di battesimo.

VALENTINO è alto e magro, con due gambe lunghe lunghe che fatica a contenere sotto il tavolo. E’ felice solo quando sta su una moto o fa l’alba parlando di sport e ragazze con gli amici.

Quando incontra un giornalista fatica a sorridere.

Soffri o ti annoi? 

«Le interviste sono la cosa peggiore. Rappresentano il lavoro, la moto invece è il divertimento. Ma non sono certo come Eminem che con i giornalisti non parla»

Ti piace Eminem?

«Sì, anche se non sono un patito del rap, anche se lui è troppo al limite»

Cosa altro ti piace?

«Tirare tardi la notte con gli amici»

Hai seguito le cronache sulla tragedia di Novi Ligure?

«Penso che quei ragazzi abbiano gravissimi problemi, a prescindere dal rapporto coi genitori. Se non vai d’accordo con loro, scappi di casa, non usi il coltello. Non riesco neppure a immaginare come uno riesca solo a pensare di uccidere la mamma. E’ stato comunque un drammatico segnale che ha riportato allo scoperto il problema dei rapporti tra figli e genitori. C’è un’età in cui un ragazzo è contro per partito preso. I genitori dovrebbero fare qualche sforzo in più per entrare nel nostro mondo. Noi vediamo la vita in modo diverso, loro dovrebbero cercare di capire come la vediamo»

Gli psicologici affermano che i genitori di oggi dovrebbero imparare a dire più spesso “no” ai propri figli.

«Non sono d’accordo, ma io non sono uno psicologo>>

In moto hai mai paura? 

«Quando corro sono consapevole di fare una cosa molto pericolosa. Come tutti, credo, ho paura di cadere e di farmi male»

Moto e macchina. Puoi spiegarci, da pilota, la grande differenza?

«Premetto che guidare l’auto mi piace molto: da strada, da rally, qualunque macchina. In moto però sei un’appendice del mezzo, una cosa funzionale per lo spostamento dei pesi, le posizioni. In auto sei uno fermo che la sta guidando. In moto sei fuori, più a contatto con l’asfalto, la temperatura, con il vento, con la pista. La moto ti regala mille emozioni in più e poi non è solo un mezzo. Con lei c’è una relazione molto profonda. Quando stai facendo il tuo lavoro, sei solo tu e lei. C’è un rapporto forte come fra due persone che conoscono gli stessi segreti. La 500 è una cosa nervosa, come una ragazza bella ma scontrosa: se le dai più confidenza del dovuto, non ti perdona»

E’ vero che parli con la moto?

«Certo. Le dico “grazie” dopo una vittoria, “bastarda” dopo una scivolata. Ma non è che la sera, prima di andare a dormire, le telefono»

Quando dorme, cosa sogni?

«Quasi sempre di andare con delle ragazze, oppure mi sogno l’aereo perchè ho paura. L’anno scorso, durante il volo da Miami a Tokyo, c’è stato un terribile vuoto d’aria. Da allora mi porto dietro una grande paura»

Come va con le ragazze? 

«Attualmente sto da solo. Diciamo che con loro ho un rapporto buono. Girando il mondo hai mille possibilità di conoscere splendide figliole, ma è difficile mettere su un rapporto serio. Difficile, ma non impossibile. Credo sia più complicato mettere su famiglia con un milione e ottocentomila lire al mese di stipendio»

E tu hai idea di mettere su famiglia?

«Non ce l’ho ancora nella testa. Ci ho pensato, ma non è nei miei programmi almeno per i prossimi dieci anni. Ci ho pensato e sono piuttosto preoccupato. Credo sia difficile, io sono sempre stato abituato a non avere nessun vincolo. I miei genitori fin da piccolo mi hanno dato molta libertà. Formare una famiglia, significa stare con una donna, avere degli obblighi. E comunque sappiamo tutti come sono le donne: ti fanno fare delle cose per forza, anche se non servono a niente. Questo mi preoccupa un po’, anche se non è uno dei miei primi problemi»

Cosa c’è in testa alla lista?

«Vincere il mondiale»

I tuoi genitori sono divorziati, per te è stata un’esperienza altamente traumatica?

«Certo sarebbe stato meglio se fossero rimasti assieme, ma questo non mi ha creato tanti problemi. Sono stato più con la mamma, è più buona. Sono in ottimi rapporti con tutti e due. Quando non sono nella casa di Londra, sto dalla Stefania, ma Graziano è a due chilometri. No, non è stata una cosa traumatica»

Hai un desiderio da esaudire?

«Rimanere così unito con i miei amici di adesso, anche se stanno diventando più grandi, vorrei proprio riuscire a mantenere questo bellissimo rapporto»

Cosa può impedirlo?

«Il primo problema sono le ragazze. Crescendo uno si fidanza e le ragazze tendono sempre a sfasciare il gruppo di amici, perchè le donne non vivono l’amicizia come la vivono gli uomini. Non capiscono come tu possa stare così bene coi tuoi amici»

Che rapporto hai con la religione?

«Credo in Dio, ma non vado alla messa da molto»

E la politica?

«Sono totalmente ignorante in materia, purtroppo. Non so nulla, non mi ha mai preso più di tanto»

C’è un’attrice che ti piace più delle altre?

«Angelina Jolie, più per come è fatta che per come recita. Adoro quelle belle labbrone»

E dei nemici in pista cosa dici?

«La corsa è una sfida contro gli altri. Rispetto gli avversari, li stimo. Ma è chiaro che ho un modo diverso di affrontare un “nemico”. Ho maggiore rispetto»

Hai amici nel mondo delle moto?

«Amicizia è una parola grossa. Non è impossibile trovarli nel nostro ambiente, anche se è molto difficile. La competitività è tanta, lo scontro è duro»

E’ finito il tempo degli scherzi?

«Sicuramente la voglia di farli è diminuita, perchè più stai in questo mondo e più ti logori. All’inizio quando sei più pulito e ancora non conosci bene come vanno le cose, hai voglia di festeggiare e di essere allegro. Poi ti capita di trovarti in situazioni che non ti piacciono, la voglia di giocare e fare casino c’è sempre, ma solo con chi è veramente mio amico»

C’è forse qualcuno che ti ha tradito?

«Mi sono sentito tradito da molti, anche da persone che ritenevo amiche. Il tradimento è la linea di confine tra chi ti è amico e chi no. Ti può tradire una donna, un amico no. Non l’accetto. La mia schedatura non conosce sfumature: o sei con me o contro di me, non ci sono vie di mezzo»

Cosa altro non ti piace nel mondo delle moto?

«Ci sono molti nemici nel paddock. Sono quelli che sono lì, ma gliene frega poco delle gare. Hanno altri scopi»

Come hai cominciato a correre?

«Mio babbo anzichè portarmi a fare i giochi al parco, mi portava a girare in pista con un kart, avevo otto anni. Ho cominciato da kartista, sognavo di diventare un pilota di Formula 1, non di moto. Dovevo fare il campionato italiano coi 100 kart e qualche prova europeo, mi hanno chiesto 100 milioni. I kart e le corse per macchine sono cose per ricchi. I piloti di Formula 1 non sono i piloti più veloci del mondo, sono i piloti ricchi più veloci del mondo»

Niente futuro in F 1 per Valentino Rossi?

«Sono già al limite nel mio campo, per me tutto diventa un lavoro quando non sono in sella a una moto. Non ce la farei in F1, sarebbe troppo pesante: non mi piace quel mondo, i piloti arrivano con le valigette e timbrano il cartellino come se andassero in ufficio. Mi sembra un mondo molto scontato, finto. Mi piace guidare la macchina, ma da vecchio mi divertirei solo con il rally»

Valentino mette in fila per noi le dieci cose per cui vale la pena vivere.

  1.     Il sesso
  2.     La moto
  3.     Gli amici
  4.     Fare tardi la notte
  5.     Mangiare
  6.     Dormire
  7.     Sciare
  8.     Guidare un’auto veloce
  9.     Vedere un grande evento sportivo
  10.     Ascoltare la musica

Biaggi secondo Doohan

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E’ uscito in questi giorni “OLTRE, nelle pieghe della mia vita”, il libro in cui Paolo Scalera ha raccontato Max Biaggi (Rizzoli, 353 pagine, 18 euro). All’interno c’è un passo che mi riguarda direttamente (pagina 141) e fa riferimento a un’intervista esclusiva a Mick Doohan alla vigilia del GP Città di Imola del 1998. Le dichiarazioni dell’australiano fecero scalpore. Ve le ripropongo.

SOTTO il tendone, un sorridente Mick Doohan accetta di parlare di quello che è il motivo dominante di questa stagione: la rivalità con Max Biaggi. Lo fa con la stessa irruenza con cui ha dominato la mezzo litro in questi anni.

-Lei ha vinto gli ultimi quattro mondiali nella 500. Quale è stato il suo avversario più difficile?

«In ogni stagione ho avuto un rivale forte e temibile. La prima Schwantz, poi Beattie, Criville e Okada. Tutti forti, anche se la lotta più grande è stata quella contro me stesso.»

-Biaggi dove lo collocherebbe in una classifica degli avversari più pericolosi?

«Non è ancora all’altezza di quei quattro. Finora non mi ha mai battuto. Lui ha vinto due gare: nella prima ho rotto il motore, nell’altra ho avuto un incidente. E’ inferiore agli altri. Io ho perso tre gare e 75 punti. Se lui fosse davvero bravo come racconta, ora sarebbe molto più avanti, invece il campionato è completamente aperto.»

-Max dice che la sua moto è più potente di quella che la Honda ha dato a lui. Cosa risponde?

«Biaggi cerca scuse. Abbiamo le stesse moto, lui dice bugie per apparire più bravo di quanto non sia. Basta guardare le gare alla televisione per capire chi ha ragione. Ho perso molto rispetto nei suoi confronti da quando sento questi discorsi. Mi fa ridere, si comporta come un bambino.»

-Perchè mai dovrebbe fare questo?

«Perchè è un insicuro che cerca di apparire forte davanti ai suoi tifosi.»

-Lei non sembra avere una grande opinione di Biaggi.

«E’ un prodotto, non una persona reale. Pensa troppo a come deve apparire. Non mi meraviglio, di tipi come lui è pieno il mondo. E’ uno strano individuo. Ha l’assillo di mostrarsi come un eroe. Ama troppo se stesso.»

-Come giudica Max pilota?

«Bravo, veloce, pieno di talento. E’ uno che sa come tirare fuori il meglio dalla moto che guida.»

-E come persona?

«E’ finto, di plastica.»

-Ma non eravate amici, non dividevate lo stesso aereo?

«Io ho affittato un aereo, lui mi ha chiesto di venire con me, abbiamo diviso le spese. Ma anche in volo abbiamo parlato poco. L’aereo è abbastanza grande.»

-A Imola sarete ancora vicini in prima fila.

«Avremo la stessa moto e guideremo sulla stessa pista. Io avrò il vantaggio di dovere sopportare una pressione minore. Il mio obiettivo è vincere la gara. Gli altri dovranno pensare al campionato. Una corsa in moto è al 90% testa e al 10% un assemblaggio di altre cose. Sono tanti anni che lotto nella 500, ho già messo in preventivo un eventuale calo. Sono da molte stagioni ai vertici della classifica, sono pronto all’eventualità di una discesa. E’ questo il vantaggio che ho su di loro: la mente è allenata, non sente alcun peso.»

-Quattro mondiali. Avrebbero potuto essere di più se non ci fosse stato quel drammatico incidente di Assen?

«Forse. Ma ormai ho messo nel dimenticatoio quel terribile infortunio. Ho imparato la lezione, ho fatto esperienza. Aiutato dal dottor Costa e da una grande forza di volontà sono tornato a correre ed a vincere. Ecco, l’amore per le moto e il gusto della vittoria sono le molle che mi hanno fatto riprendere e diventare campione del mondo. Biaggi ancora non ha subito un infortunio vero, è per questo che non sa neppure cosa voglia dire lottare per tornare in alto. Questo, nella sfortuna, è un altro mio grande vantaggio. Quando la caduta è drammatica e rischia di diventare tragedia, nel periodo in cui stai uscendo dall’incubo, cambi totalmente. La tua visione delle cose ha un’angolazione al 100% diversa da quella che avevi prima. Capisci veramente il significato di lotta.»

-L’amore per la moto. Cosa sono per lei le corse?

«Sono la vita. Sono quella cosa per cui ogni giorno mi muovo, lavoro, lotto. Io vinco prima di tutto per me stesso, poi per il team ed i tifosi.»

-E la vittoria cosa rappresenta?

«Tutto. Il secondo è soltanto il primo dei perdenti.»

-E per quanto tempo andrà avanti a correre?

«Già all’inizio di questa stagione avevo pensato di smettere. Poi ho ricominciato ed ho visto che ancora mi divertivo. Ma il mio futuro in pista è limitato. Forse smetterò il prossimo anno. Deciderò comunque stagione per stagione.»

-Cosa farà quando smetterà di correre?

«Per un anno intero penserò solo a divertirmi, poi tornerò nel mondo dei motori. Vorrei avere un ruolo importante che mi consenta di aiutare i giovani talenti a fare sport.»

-Se dovesse avere un figlio che le chiedesse di correre in moto, cosa gli direbbe?

«A dieci anni potrei anche metterlo su una moto. Ma non lo spingerei a correre, nè sarei felice se decidesse di farlo.»

-Cinque gare alla fine del mondiale. Quale sarà la più dura?

«Saranno tutte molto difficili, soprattutto quella australiana. Sembra che la corsa di Phillip Island sia stregata per me.»

-Dopo i giudizi che ha dato su Biaggi, forse non sarete più amici.

«Io non sono nemico di nessuno, almeno fino al momento di andare in pista. E poi scuse e bugie le ha messe in giro Max, non io.»

Mick Doohan quella gara l’ha poi vinta ed ha vinto anche quell’edizione del mondiale davanti a Max Biaggi, che a Imola ’98 è arrivato terzo terzo, preceduto dall’australiano e dallo spagnolo Alex Crivillé.