Earnie Shavers, a quarant’anni dal match con Ali

È mattina inoltrata e Angelo Dundee si sta ancora chiedendo se abbia fatto bene ad accettare questo match.
La domanda non ha risposta.
Chiama Eddie Hrica, un matchmaker di Baltimora ma soprattutto un amico.
“Eddie, la NBC trasmette in diretta l’incontro”.
“Lo so, e allora? Vuoi vederlo alla tv senza andare all’angolo?”
“C’è poco da scherzare. La NBC manderà in onda il punteggio, round dopo round”.
“E allora?”
“Allora, tu sarai nel nostro spogliatoio. Lì ci sarà un televisore e tu mi darai i cartellini ripresa dopo ripresa. Voglio essere aggiornato”.
“E come faccio a stare nello spogliatoio a guardare la tv e al tuo angolo a dirti i punteggi?”
“Ci penserà Bernie. Un ragazzino sveglio che ci farà da corriere”.

Interno del Madison Square Garden, 29 settembre del ’77.
Muhammad Ali ha 35 anni e mezzo, sulle sue spalle pesano 56 match.
Non è più veloce come una volta, le gambe danzano ancora sul ring ma non tengono il ritmo di un tempo.
E quel tizio che si troverà davanti picchia come un assatanato.

Earnie Shavers ha un record di 54-5-1, cinquantuno volte ha vinto per ko, spesso lo ha fatto entro il primo round, quasi sempre entro il terzo.
Il destro di Shavers è una palla demolitrice capace di buttare giù chiunque. Anche se lo vedi arrivare, quando ti piomba sulla faccia fatichi a ricordarti come ti chiami.

Mi è sempre piaciuto questo picchiatore che viene dall’Alabama.
Ha un fisico compatto, muscoli possenti, poca scherma, ma una cannonanta nel diretto destro. È un altro di quei pesi massimi nati nell’epoca sbagliata, quella di Ali, Foreman, Frazier, Lyle, Norton e altri ancora.

Con Muhammad è amico, il campione di Louisville l’ha ospitato in ritiro per aiutarlo a preparare il match contro Jimmy Ellis. È stata proprio quella sfida del 18 giugno del ’73 a cambiare la vita dell’uomo di Garland che qualche mese prima aveva incrociato Archie Moore. Il vecchio campione gli aveva messo davanti una realtà incofutabile.
“Il mondo della boxe è pieno di neri che picchiano forte. Tu devi trovare un modo di distinguerti. Devi distruggere i tuoi rivali. E se non ci riesci, devi essere in grado di batterli boxando”.
“Consigli pratici?”
“Cominciamo con Ellis. Ha il viso gentile, è una brava persona”.
“Cosa faccio? Lo abbraccio? Gli stringo la mano? Lo porto a cena?”
“Non scherzare. Ora ti spiego cosa devi fare. Tu lo guardi come se fosse l’uomo che ha ucciso tua madre. E ti porti dentro questa sensazione anche sul ring”.
“Bene”.
“Non è finita. Ti rasi la testa, così avrai ancora di più l’espressione del cattivo che vuole annientare tutto e tutti”.
Earnie Shavers mette Jimmy Ellis knock out al primo round.
E adesso c’è Muhammad Ali.

“Guardatelo e poi guardate me. Io sono bello, veloce, forte. Lui ha quel testone pelato, è una ghianda. E io spaccherò in due quella ghianda” il campione recita il ruolo che ha sempre avuto nell’approccio all’evento.
Shavers prova a fare il viso feroce anche lui. Ma ha un effetto pari a zero.
Dovrà affidarsi ancora una volta al suo destro, contro Ali la psicologia vale poco. Lui è il boss in questo gioco.

Earnie è un duro.
È nato a Garland, Alabama, il 31 agosto del ’45. Lì è rimasto fino a quando non è diventato un ragazzo. Nei campi ha imparato molte cose. Ha fatto il contadino, le sue braccia sono diventate forti trascinando e lanciando balle di fieno, le gambe sono diventare solide nelle lunghe ore sotto il sole a lavorare la terra. Poi il papà ha fatto uno sgarbo a un boss locale e un paio di sgherri hanno portato un messaggio che conteneva una proposta a cui non si poteva dire di no.
“Meglio che vai via da qui, tu e la tua famiglia”.
È stato così che sono partiti tutti per Warren, Ohio.
Earnie sognava un futuro da giocatore nella NFL, poi un giorno è entrato in palestra. Lo hanno visto, grande e grosso, e l’hanno messo sul ring. I pesi massimi hanno fatto, fanno e faranno sempre gola a chiunque frequenti il mondo del pugilato.
L’altro ragazzo era un tipo con un anno di esperienza nella boxe, aveva tecnica e gambe. Ma quando il destro di Shavers è arrivato a segno il buio è calato sugli occhi del giovanotto.
A 22 anni il primo match, a 24 l’esordio tra i professionisti.

E adesso è davanti a Muhammad Ali nel tempio del Garden.
Per arrivarci ha dovuto battere Tiger Williams e Howard Smith, gli ostacoli che Dundee e il suo clan gli avevano messo davanti nel tentativo di non vederlo sul ring contro il loro uomo.
E invece lui è qui.

Secondo round.
Il destro di Earnie Shavers scatta come una molla. Centra Ali alla mascella, lo scuote, le gambe del campione diventano molli e lui si aggrappa alle corde per rimanere in piedi.
L’altro prova a chiudere, ma non ci riesce.
È un match duro per entrambi.

Dodicesima ripresa.
Bernie arriva all’angolo. Ha il fiatone, Angelo Dundee lo fissa negli occhi.
Alza leggermente la testa, un linguaggio senza parole per porre una domanda importante: “E allora ragazzino?”
“Due giudici hanno otto riprese a quattro per Ali; il terzo ha otto per Ali, tre per Shavers e una pari”.
Angelo sorride.
“È fatta” pensa “Quello ora può vincere solo per ko. Staremo attenti, non glielo permetteremo”.

Quindicesimo e ultimo round.
Shavers ha rimontato qualcosa, ma è ancora a distanza di sicurezza.
Il campione incassa, reagisce, gira, lega, colpisce.
Poi, negli ultimi cinquanta secondi, mette in scena il capolavoro.
Le braccia tornano d’incanto veloci come una volta, la rapidità di esecuzione è impressionante, le serie arrivano a segno e scuotono Shavers che sembra sul punto di crollare. Ma anche lui resiste, si va ai cartellini.

La vittoria di Muhammad Ali è chiara.
Giudice Tony Castellano 9-6 per Ali.
Giudice Eva Shain 9-6 per Ali.
Arbitro Johnny LoBianco 9-5 per Ali e una pari.
Il titolo mondiale resta nelle mani del “Labbro di Louisville” che commenta così la prestazione del rivale: “Mi ha colpito forte al punto che hanno tremato anche i miei antenati in Africa”.

Earnie Shavers non ce l’ha fatta. Ma ha conservato l’alone del picchiatore terribile, quel destro del secondo round resterà nella storia della boxe.
Chiude la carriera con un record di 74-11-1, sessantotto vittorie per ko. Esce dal ring il 16 maggio dell’85 promettendo di non tornarci più. E invece pecca anche lui, due tristi match di rientro: una vittoria e una sconfitta che il 24 novembre del 1995 chiude definitivamente la carriera.

Ha messo ko Jimmy Young, Jimmy Ellis, Ken Norton e Joe Bugner.
Ha perso con i migliori, da Ali a Larry Holmes (“Earnie mi ha colpito più duramente di qualsiasi altro avversario, incluso Mike Tyson. Essere colpito da Mike Tyson era come essere colpito da una Ferrari a grande velocità, essere colpito da Earnie Shavers era come essere centrato (foto sotto) da un Mack Trucks”).
È stato un protagonista assoluto.

Più difficile la vita una volta sceso dal ring.
Cinque divorzi, prima di un sesto e più tranquillo matrimonio.
Nove figli, ventiquattro nipoti, qualche scivolone finanziario.
E alla fine la serenità. Un’autobiografia (Welcome to the Big Time, del 2002), qualche discorso pubblico, il lavoro come capo della sicurezza all’Hannahs’ bar di Liverpool, consigli ai giovani pugili. La tranquillità economica.

Fa un provino per il ruolo di Clubber Lang in Rocky III, sarebbe stato perfetto. Ma è un uomo che non riesce a gestire il temperamento. Durante il provino c’è una scena di sparring. Sylvester Stallone gli dice di non tenere la guardia stretta, di andarci piano. Earnie, non appena l’attore/regista gli è a tiro, spara un destro sotto le costole, poi doppia il colpo. Dopo quei due pugni la sessione di sparring è finita, ed è finita anche la carriera di attore di Shavers.

Questa è la storia di Earnie “La Ghianda” Shavers, l’uomo che ha fatto tremare Muhammad Ali.

 

 

 

 

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Una divertente storia di Ali con gli sci, non volava come una farfalla…

La storia che sto per raccontarvi regala un sorriso.
L’ho letta su un vecchio numero del Burlington Free Press, l’ha scritta Susan Green nel giugno dello scorso anno, pochi giorni dopo la scomparsa di Muhammad Ali.
Ho letto tante cose in quel periodo. Racconti di vita e di boxe. Ma qui si parla di Ali sugli sci, di neve, di freddo. Strano, no? In quell’articolo c’è la vena spiritosa del personagio, la sua caparbietà, la capacità di entrare in sintonia con i giovani. Gli bastavano poche battute e il legame era nato.
“Le piace sciare?”
“Sono andato giù più volte di Floyd Patterson!”
L’anziana signora ci aveva provato, voleva essere cortese.
Il campione era alle prese con quello che alla fine si sarebbe rivelato il più duro dei suoi avversari.

Marzo 1970, Ali era ancora squalificato. Non poteva combattere. E allora se ne era andato al West Dover Resort nel Vermont, aveva chiesto a Bob Gratton di insegnargli come cavarsela con gli sci.
L’istruttore aveva preso la cosa molto sul serio.
Si erano recati nel negozio di abbigliamento sportivo e avevano cercato la giacca a vento giusta. La più grande copriva solo per tre quarti le braccia del campione che era alto 1.91 e pesava attorno ai 98 chili. Con molta fatica erano riusciti a trovare qualcosa che gli potesse andare bene.
Gratton e Ali era andati sulla neve.
“Portami in cima alla montagna”
“I principianti non cominciano da lassù”.


Alla fine l’istruttore l’aveva convinto e si erano spostati su una collina, un leggero pendio denominato Mixing Bowl.
Gratton aveva unito le punte degli sci, l’aveva fatto per spiegargli che in quel modo sarebbe riuscito a frenare più facilmente.
Ma Ali proprio non riusciva a rispettare le regole, faticava ad ascoltare chi predicava prudenza e gli metteva davanti agli occhi gli eventuali pericoli che avrebbe affrontato se non avesse seguito le istruzioni.
Muhammad aveva messo gli sci in parallelo e si era lanciato giù.
Aveva preso velocità ed era andato dritto verso i confini della pista, aveva sfondato una recinzione in legno ed era caduto giù.
“Si sarà rotto ogni osso del suo corpo!” aveva pensato con terrore Gratton.
Errore.
Ali si era rialzato, aveva messo via i legni rotti della recinzione ed era ripartito.
Aveva percorso pochi metri, poi aveva incrociato un dosso ed era volato via. Aveva alzato le braccia al cielo con ancora le racchette in mano, era terrorizzato.
“Toglietevi dalla mia strada, TOGLIETEVI DALLA MIA STRADA!” urlava e si agitava. Non sapeva come fermarsi.
“La sua carriera è finita. Si romperà entrambi i femori” aveva sussurrato Thomas Montemagni, all’epoca istruttore di sci e oggi procuratore a West Dover.
Il campione aveva lanciato in alto le punte degli sci, riuscendo miracolosamente a attutire l’impatto sulla pista con la parte posteriore. Siera sorprendentemente salvato.


Due ore di lezione erano state però sufficienti a fargli capire che quello sport forse non faceva per lui. Era così tornato a valle, nel negozio di articoli sportivi. Lì aveva incontrato due ragazzi: John (di sei anni) e Walter Wess (di due anni più grande). Erano con il papà. Avevano riconosciuto il campione che aveva cominciato a scherzare con loro. Aveva mimato il vuoto, aveva finto di colpirli. I due avevano preso confidenza e Walter si era addirittura lanciato in un paio di domande.
“Pensi che riuscirai a battere Joe Frazier?”
“Mi avete visto cadere e cadere sulla collina. Così Joe Frazier cadrà e cadrà sul ring”.
“Come è andata con gli sci?”
“È stata più dura di quanto pensassi. Ma se non è riuscito a battermi Sonny Liston, non ci riusciranno di certo questi due legni”.
Il 26 ottobre del ’70 Muhammad Ali tornava sul ring e batteva per kot 3 Jerry Quarry.
Il 30 ottobre del ’74 riconquistava il titolo mondiale battendo George Foreman per ko 8 nella mitica notte di Kinshasa, Rumble in the Jungle.
Decisamente meglio che sulla neve, con gli sci ai piedi non volava certo come una farfalla…

Un anno fa ci lasciava Ali, il campione della gente

Muhammad Ali se ne è andato per sempre la notte del 3 giugno 2016. In omaggio al grande campione, riporto le parole che ho usato quel giorno per l’ultimo saluto.

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La botta in testa arriva nelle prime ore della mattina, ora italiana.

Quattro parole. Muhammad Ali è morto.

Il Labbro è tornato a urlare, dopo troppi anni in cui gli altri l’avevano fatto per lui.

Muhammad Ali ha segnato le vite di molti di noi. Con una parola, un gesto, un pugno da maestro. E adesso se ne è andato per sempre.

Era entrato nelle nostre case in un’estate del ’60, si chiamava ancora Cassius Clay ed era un un giovanotto un po’ istrione e un po’ smargiasso. Aveva cominciato a ballare sul ring spiegando a tutti noi che anche il pugilato dei giganti poteva essere arte. Col tempo aveva perfezionato la formula magica. Tanto talento, un infinito carisma e una voglia profonda di mettersi sempre in gioco.

conbambino

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«Float like a butterfly, sting like a bee!». Tutta la notte, tutta la notte Drew “Bundini” Brown avrebbe ripetuto la stessa cantilena. Sonny Liston era all’altro angolo del ring, indossava un accappatoio bianco. Sembrava un orso pronto a sbranare la preda, tutto quel bianco faceva da contrasto con la pelle, nera come la pece. Anche Clay vestiva di bianco, dietro aveva una scritta rossa: “The Lip”, Il Labbro. La grande avventura poteva cominciare.

Vola come una farfalla e pungi come un’ape!” gli urlava dall’angolo Bundini Brown, clown dalla faccia triste a mezza via tra il giullare e l’uomo della fiducia ritrovata. Il consigliere che per peccati personali un giorno l’avrebbe tradito.

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L’altro uomo del clan era Angelo. Non un angelo biondo, ma un italiano piccolo di statura, con lenti spesse e una montatura robusta. Angelo Mirena, in arte Dundee, veniva dalla Calabria e aveva la capacità di gestire al meglio uomini e atleti.

Muhammad Ali se ne è andato dopo aver passato una vita a squarciare l’ipocrisia che spesso governa il mondo dello sport. Da tanto il Parkinson era diventato il padrone dell’uomo che aveva conquistato il mondo. Ma lui non si era mai arreso.

Non riusciva a mettere assieme neppure un sussurro. Affidava alle orecchie della moglie gli ultimi messaggi. Bloccato dalla malattia, non si lamentava, ma ripeteva ai suoi cari le parole di Malcolm X.

frase

 

 

 

Cassius Clay era scomparso dopo l’oro olimpico e la conquista del mondiale contro Sonny Liston nel 1964. Da quel momento era esistito solo Muhammad Ali.

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Era passato sopra la boxe come il vento del deserto e aveva spazzato via tutto. Il pugilato di Ali sembrava potesse addirittura fare a meno della violenza. Vinceva per ko, ma lo faceva non apparendo mai brutale. Nei suoi colpi non era previsto il gesto tecnico involgarito dall’errore. Era stato questo modo di rappresentare lo sport a farlo amare da tutti. Nonne e nipoti, donne e uomini, giovani e anziani. Campione della gente, come si usava dire una volta.

Aveva un modo di combattere leggero e concreto allo stesso tempo. Uno stile da poeta romantico che si muoveva in un universo di impurità. E’ stato il migliore in un’epoca pugilistica baciata dalla fortuna. Ha domato leoni del ring come Frazier, Foreman, Liston, Norton, Shavers, Bonavena, Bugner, Quarry, Williams. Ha combattuto sfide al limite della tragedia, con Foreman nella magica notte di Kinshasa, con Frazier nell’inferno di Manila. E ne è uscito vincitore.

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Non si è mai tirato indietro. Quando ha acceso il tripode olimpico ad Atlanta 1996 non ha avuto paura di mostrare al mondo intero come fosse ridotto quel corpo che un tempo era stato il tempio della salute e della forza. Vederlo tremare mentre tendeva la mano, ricordandone la leggerezza dei gesti sul tappeto del ring, è stato terribile e commovente allo stesso tempo. Ha raccontato con quel gesto una storia di coraggio e dignità.

Ali ha riempito ogni spazio con cui sia venuto a contatto. I grandi personaggi sono così. Entrano nelle nostre vite, diventano figure rassicuranti e non se ne vanno più via.

Lo confesso, Ali fa parte di me.

Anche se ho avuto la fortuna di parlare con lui due sole volte nella vita, non me lo toglierò mai dalla pelle.

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E come spesso accade quando si aprono le porte di un grande del passato, si cancellano i momenti bui, gli errori, i peccati e le miserie.

Ad esempio, l’incapacità di frenarsi nel momento in cui era lanciato verso una sfida importante. Gli era capitato nei match con Joe Frazier quando la parola era andata oltre il pensiero ed era scivolata nell’insulto.

Ma si era pentito. Tardi, ma si era pentito.

Era un uomo, non un dio. E come uomo ha pagato duramente il regalo che la natura gli aveva fatto. Un talento infinito unito alla capacità di ipnotizzare le folle. Non era mai banale. Nè sul ring, nè come essere umano. La sua popolarità ha attraversato trasversalmente il mondo. L’hanno amato nei ghetti di New York e nelle Università della California, l’hanno adorato uomini che riuscivano a malapena a scrivere il proprio nome e filosofi di grande spessore. Da ognuno di loro ha succhiato linfa vitale per quella sua boxe piena di magie.

E’ stato un gigante che mi ha fatto amare la boxe così tanto da non poterla mai lasciare. E non sono certo il solo.

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Ali è davvero entrato nelle case di tutti noi con la delicatezza di una farfalla. E con quell’esagerazione che ha scelto come prima forma di espressione ha subito provocato sconquassi emotivi. Ha fatto uscire il pugilato dal ghetto e l’ha portato in giro per il mondo mostrandolo con orgoglio, usando ogni mezzo per imporre la poesia di una disciplina che sa di potersi trasformare in tragedia. Ha sfidato il sistema, è addirittura diventato, per un piccolo spazio di tempo, padrone dello spettacolo. A volte ha vinto, altre è stato vittima di se stesso.

Ma non si è mai tirato indietro.

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Ha peccato Ali, ma chi tra gli uomini non l’ha mai fatto?

Ho imparato ad amarlo quando era un ragazzo che correva verso la gloria olimpica, l’ho adorato quando stravolgeva la boxe dei giganti, sono stato idealmente al suo fianco quando ha osato sfidare il sistema sbattendo in faccia all’America le falsità e le crudeltà della guerra in Vietnam, mi ha fatto infuriare quando ha rinnegato il legame con Malcolm X o ha ceduto alle pressioni dei Musulmani Neri, sono rimasto affascinato dalla notte di Kinshasa contro George Foreman o dall’epico combattimento contro Joe Frazier a Manila.

Ali nello sport rappresenta la rivoluzione. Ha conquistato la nostra anima grazie a un carisma difficile da trovare in altri eroi dell’atletismo. Ci ha fatto capire che avremmo potuto anche detestare la boxe, ma non avremmo mai potuto non amare i suoi protagonisti.

Ha catturato la nostra attenzione. Prima con la parola, poi con i gesti.

FILE - In this Aug. 29, 1974, file photo, boxer Muhammad Ali makes a face during a press luncheon in New York, to promote the sale of tickets to Madison Square Garden where the battle against George Foreman in Zaire will be shown in October on closed circuit television. Ali turns 70 on Jan. 17, 2012. (AP Photo/Ron Frehm, File)

Comandava le sfide sul piano tattico e psicologico. Aveva pugno, ritmo, colpo d’occhio. Era tutto generato da una fantastica fluidità dei movimenti, da una rapidità di esecuzione difficilmente riscontrabile in giganti che superavano il quintale.

Aveva velocità, leggerezza, potenza. E noi continuavamo a chiederci come potessero coesistere in un solo uomo.

Pugilisticamente sopra Ali la boxe dei pesi massimi ha avuto avuto Joe Louis. Come spessore del personaggio, Ali non ha nessuno davanti nell’intera storia dello sport.

Ci ha conquistato danzando sul ring in quella categoria dove i movimenti erano spesso goffi o almeno macchinosi. Ha portato la psicologia nel mondo del pugilato e l’ha usata come un mago gestisce i suoi trucchi. Con destrezza e apparente facilità ha smontato le certezze di uomini che sembravano imbattibili. Ha riempito la loro testa di dubbi fino a scalfirne la forza.

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Era bello Ali, affascinante.

Lo piangono in Cina e in Giappone, in Italia e in Finlandia, in Australia e nelle Americhe. In Africa è come se fosse morto un re di quelli buoni, di quelli che hanno aiutato a capire. Quando è andato laggiù per affrontare quel gigante cattivo di Foreman, agli occhi degli uomini dello Zaire l’unico nero sul ring era lui.

Ci ha lasciati il pugile che ha messo d’accordo bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore la società abbia scelto per farci sentire diversi quando in fondo siamo tutti così uguali. Ali è riuscito a sconfiggere anche i pregiudizi, per questo è stato un campione universale. Applausi e lacrime per lui arrivano dai ghetti dell’Africa nera, dal Bronx, dai laureati di Harvard e dalle gang di Los Angeles, dalle sacche di disperazione dell’Asia, dai broker di Wall Street.

Rispecchiarmi in Muhammad Ali, in quel gigante così agile e potente, ha fatto sentire per un attimo bello anche me. Anche di questo gli sarò grato per sempre.

 

Audisio racconta Ali. E lo fa con forza e passione, guardate il film stasera su Sky Arte

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Ho visto e letto tanto su Muhammad Ali (“Sono il più grande. L’ho detto ancora prima che sapessi di esserlo“). Soprattutto dopo la sua morte. Il libro di Thomas Hauser (“Muhammad Ali: His Life and Times”) è quello che ha lasciato il segno più profondo nel mio cuore, “Il re del mondo” di David Remnick è quello che mi ha affascianto più di tutti.
Il film, le persone colte direbbero biopic: film biografico, che ha acceso la passione regalandomi emozioni forti e spunti di riflessione si intitola “Da Clay ad Ali. La metamorfosi”. Lo ha scritto e diretto Emanuela Audisio. Potrete vederlo questa sera (ore 21:15) su Sky Arte, canale 120.
È un racconto corale, una vita narrata a più voci, un romanzo scritto dalle testimonianze dirette. È anche un’opera musicale, perché ha ritmo e usa varie tonalità. Non nasconde nulla, non è l’ennesima beatificazione a prescindere di Ali, sa mostrarne anche i peccati. Non è un monologo, una sola voce e immagini di repertorio che scivolano via accompagnate da chi protagonista non dovrebbe essere e resta invece sullo schermo più del soggetto principale del racconto.
Emanuela ha capito fino in fondo cosa sia la televisione. È immagini, primi piani di personaggi le cui parole ti aiutano a capire. È l’emozione che nasce dalle contrapposizioni, dalle sfumature, dai fatti.
Muhammad era come un’opera d’arte” dice Lonnie, l’ultima moglie in apertura.
Dentro ci sono anche Thomas Hauser, è un piacere anche sentirlo parlare; Nino Benvenuti (“Sono riuscito ad accompagnarlo nell’ultimo viaggio. Se non ce l’avessi fatta avrei pianto tutta la vita”), Gianni Minà, il fotografo e regista William Klein, il matchmaker Dan Majewski. Ci sono le due mogli: la seconda, Khalilah (quando è nata si chiamava Belinda e racconta: “Sono stata io a creare Ali, gli dicevo cosa dire, come muoversi. Lui aveva tutto dentro, ma doveva trovare la forza per gridarlo al mondo. Io l’ho aiutato in questo“) e la quarta, Lonnie.
C’è Oliviero Toscani, mai banale, capace di fissare in poche parole concetti affascinanti.
Mi ha insegnato la non ricerca del consenso”.
Era un uomo sempre in movimento”.
È un’opera d’arte”, un concetto che ritorna.
Ci sono spunti divertenti, come l’intervista televisiva in cui Ali racconta l’esperienza olimpica accompagnando le parole con un crescendo dell’inno americano.
Ci sono momenti di commozione assoluta.
Non nascondo di avere pianto davanti all’immagine di quell’uomo devastato dal Parkinson mentre accende il tripode ad Atlanta 1996. Quelle immagini mi avevano sempre commosso, ma mai sino alle lacrime. Stavolta sono uscite perché il racconto aveva saputo creare un esemplare crescendo di emozioni. In poco meno di un’ora Emanuela mi aveva raccontato mille storie, il cui filo conduttore era Muhammad Ali e la sua voglia infinita di vivere, di essere in contatto continuo con il mondo. Lo stacco su quello stesso uomo che ora tremeva incessantemente ha fatto scattare la molla dell’emozione. Non ho resistito. Ho pianto.
Il film ha altre grande intuizioni. Come quella di far seguire al fuoco olimpico del ’96, la nube di terrore dell’11 settembre 2001. Il momento che ha cambiato il rapporto tra Ali e il mondo.
C’è l’amore della gente per Muhammad. Ma c’è anche l’odio di un’America a cui quel negro dava davvero fastidio, un odio che gli hanno versato addosso senza pudore dopo la sconfitta contro Ken Norton a San Diego.
È un film che parla di un personaggio ingombrante, uno che ha riempito i vuoti di qualsiasi posto abbia visitato. Un grande pugile, una figura importante nella società americana, un simbolo per i neri d’America.
In un mondo in cui gli uomini di colore venivano impiccati e Billie Holliday ne cantava la tragedia chiamandoli “strani frutti pendono dagli alberi”, era arrivato un altro nero che urlava “Sono il più bello”. A molti sarà sembrata solo una battuta, a me quelle quattro parole hanno sempre dato l’idea di un grande momento rivoluzionario.
Ancora una volta Emanuela Audisio è entrata nel cuore della storia e ci ha lasciato mille spunti su cui riflettere.
Da Clay ad Ali. La metamorfosi”, guardatelo stasera alle 21:15 su Sky Arte (canale 120) e portatene con voi il ricordo per sempre.

Un ricordo di Muhammad Ali, eroe popolare e peccatore…

23pugnoMuhammad Ali se ne è andato alle 6:25 del 4 giugno scorso, l’avevamo scoperto nell’estate del 1960 Oggi, 17 gennaio 2017, avrebbe compiuto 75 anni. Lo ricordo riproponendo
l’articolo che ho scritto la mattina in cui è finita ogni speranza.

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21lonnie

La botta in testa arriva nelle prime ore della mattina.

Quattro parole. Muhammad Ali è morto.

Il Labbro è tornato a urlare, dopo troppi anni in cui gli altri l’avevano fatto per lui.

Muhammad Ali ha segnato le vite di molti di noi. Con una parola, un gesto, un pugno da maestro. E adesso se ne è andato per sempre.

Era entrato nelle nostre case in un’estate del ’60, si chiamava ancora Cassius Clay ed era un un giovanotto un po’ istrione e un po’ smargiasso. Aveva cominciato a ballare sul ring spiegando a tutti noi che anche il pugilato dei giganti poteva essere arte. Col tempo aveva perfezionato la formula magica. Tanto talento, un infinito carisma e una voglia profonda di mettersi sempre in gioco.

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«Float like a butterfly, sting like a bee!». Tutta la notte, tutta la notte Drew “Bundini” Brown avrebbe ripetuto la stessa cantilena. Sonny Liston era all’altro angolo del ring, indossava un accappatoio bianco. Sembrava un orso pronto a sbranare la preda, tutto quel bianco faceva da contrasto con la pelle, nera come la pece. Anche Clay vestiva di bianco, dietro aveva una scritta rossa: “The Lip”, Il Labbro. La grande avventura poteva cominciare.

Vola come una farfalla e pungi come un’ape!” gli urlava dall’angolo Bundini Brown, clown dalla faccia triste a mezza via tra il giullare e l’uomo della fiducia ritrovata. Il consigliere che per peccati personali un giorno l’avrebbe tradito.

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L’altro uomo del clan era Angelo. Non un angelo biondo, ma un italiano piccolo di statura, con lenti spesse e una montatura robusta. Angelo Mirena, in arte Dundee, veniva dalla Calabria e aveva la capacità di gestire al meglio uomini e atleti.

Muhammad Ali se ne è andato dopo aver passato una vita a squarciare l’ipocrisia che spesso governa il mondo dello sport. Da tanto il Parkinson era diventato il padrone dell’uomo che aveva conquistato il mondo. Ma lui non si era mai arreso.

Non riusciva a mettere assieme neppure un sussurro. Affidava alle orecchie della moglie gli ultimi messaggi. Bloccato dalla malattia, non si lamentava, ma ripeteva ai suoi cari le parole di Malcolm X.

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Cassius Clay era scomparso dopo l’oro olimpico e la conquista del mondiale contro Sonny Liston nel 1964. Da quel momento era esistito solo Muhammad Ali.

6liston

Era passato sopra la boxe come il vento del deserto e aveva spazzato via tutto. Il pugilato di Ali sembrava potesse addirittura fare a meno della violenza. Vinceva per ko, ma lo faceva non apparendo mai brutale. Nei suoi colpi non era previsto il gesto tecnico involgarito dall’errore. Era stato questo modo di rappresentare lo sport a farlo amare da tutti. Nonne e nipoti, donne e uomini, giovani e anziani. Campione della gente, come si usava dire una volta.

Aveva un modo di combattere leggero e concreto allo stesso tempo. Uno stile da poeta romantico che si muoveva in un universo di impurità. E’ stato il migliore in un’epoca pugilistica baciata dalla fortuna. Ha domato leoni del ring come Frazier, Foreman, Liston, Norton, Shavers, Bonavena, Bugner, Quarry, Williams. Ha combattuto sfide al limite della tragedia, con Foreman nella magica notte di Kinshasa, con Frazier nell’inferno di Manila. E ne è uscito vincitore.

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Non si è mai tirato indietro. Quando ha acceso il tripode olimpico ad Atlanta 1996 non ha avuto paura di mostrare al mondo intero come fosse ridotto quel corpo che un tempo era stato il tempio della salute e della forza. Vederlo tremare mentre tendeva la mano, ricordandone la leggerezza dei gesti sul tappeto del ring, è stato terribile e commovente allo stesso tempo. Ha raccontato con quel gesto una storia di coraggio e dignità.

Ali ha riempito ogni spazio con cui sia venuto a contatto. I grandi personaggi sono così. Entrano nelle nostre vite, diventano figure rassicuranti e non se ne vanno più via.

Lo confesso, Ali fa parte di me.

Anche se ho avuto la fortuna di parlare con lui due sole volte nella vita, non me lo toglierò mai dalla pelle.

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E come spesso accade quando si aprono le porte di un grande del passato, si cancellano i momenti bui, gli errori, i peccati e le miserie.

Ad esempio, l’incapacità di frenarsi nel momento in cui era lanciato verso una sfida importante. Gli era capitato nei match con Joe Frazier quando la parola era andata oltre il pensiero ed era scivolata nell’insulto.

Ma si era pentito. Tardi, ma si era pentito.

Era un uomo, non un dio. E come uomo ha pagato duramente il regalo che la natura gli aveva fatto. Un talento infinito unito alla capacità di ipnotizzare le folle. Non era mai banale. Nè sul ring, nè come essere umano. La sua popolarità ha attraversato trasversalmente il mondo. L’hanno amato nei ghetti di New York e nelle Università della California, l’hanno adorato uomini che riuscivano a malapena a scrivere il proprio nome e filosofi di grande spessore. Da ognuno di loro ha succhiato linfa vitale per quella sua boxe piena di magie.

E’ stato un gigante che mi ha fatto amare la boxe così tanto da non poterla mai lasciare. E non sono certo il solo.

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Ali è davvero entrato nelle case di tutti noi con la delicatezza di una farfalla. E con quell’esagerazione che ha scelto come prima forma di espressione ha subito provocato sconquassi emotivi. Ha fatto uscire il pugilato dal ghetto e l’ha portato in giro per il mondo mostrandolo con orgoglio, usando ogni mezzo per imporre la poesia di una disciplina che sa di potersi trasformare in tragedia. Ha sfidato il sistema, è addirittura diventato, per un piccolo spazio di tempo, padrone dello spettacolo. A volte ha vinto, altre è stato vittima di se stesso.

Ma non si è mai tirato indietro.

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Ha peccato Ali, ma chi tra gli uomini non l’ha mai fatto?

Ho imparato ad amarlo quando era un ragazzo che correva verso la gloria olimpica, l’ho adorato quando stravolgeva la boxe dei giganti, sono stato idealmente al suo fianco quando ha osato sfidare il sistema sbattendo in faccia all’America le falsità e le crudeltà della guerra in Vietnam, mi ha fatto infuriare quando ha rinnegato il legame con Malcolm X o ha ceduto alle pressioni dei Musulmani Neri, sono rimasto affascinato dalla notte di Kinshasa contro George Foreman o dall’epico combattimento contro Joe Frazier a Manila.

Ali nello sport rappresenta la rivoluzione. Ha conquistato la nostra anima grazie a un carisma difficile da trovare in altri eroi dell’atletismo. Ci ha fatto capire che avremmo potuto anche detestare la boxe, ma non avremmo mai potuto non amare i suoi protagonisti.

Ha catturato la nostra attenzione. Prima con la parola, poi con i gesti.

FILE - In this Aug. 29, 1974, file photo, boxer Muhammad Ali makes a face during a press luncheon in New York, to promote the sale of tickets to Madison Square Garden where the battle against George Foreman in Zaire will be shown in October on closed circuit television. Ali turns 70 on Jan. 17, 2012. (AP Photo/Ron Frehm, File)

Comandava le sfide sul piano tattico e psicologico. Aveva pugno, ritmo, colpo d’occhio. Era tutto generato da una fantastica fluidità dei movimenti, da una rapidità di esecuzione difficilmente riscontrabile in giganti che superavano il quintale.

Aveva velocità, leggerezza, potenza. E noi continuavamo a chiederci come potessero coesistere in un solo uomo.

Pugilisticamente sopra Ali la boxe dei pesi massimi ha avuto avuto Joe Louis. Come spessore del personaggio, Ali non ha nessuno davanti nell’intera storia dello sport.

Ci ha conquistato danzando sul ring in quella categoria dove i movimenti erano spesso goffi o almeno macchinosi. Ha portato la psicologia nel mondo del pugilato e l’ha usata come un mago gestisce i suoi trucchi. Con destrezza e apparente facilità ha smontato le certezze di uomini che sembravano imbattibili. Ha riempito la loro testa di dubbi fino a scalfirne la forza.

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Era bello Ali, affascinante.

Lo piangono in Cina e in Giappone, in Italia e in Finlandia, in Australia e nelle Americhe. In Africa è come se fosse morto un re di quelli buoni, di quelli che hanno aiutato a capire. Quando è andato laggiù per affrontare quel gigante cattivo di Foreman, agli occhi degli uomini dello Zaire l’unico nero sul ring era lui.

Ci ha lasciati il pugile che ha messo d’accordo bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore la società abbia scelto per farci sentire diversi quando in fondo siamo tutti così uguali. Ali è riuscito a sconfiggere anche i pregiudizi, per questo è stato un campione universale. Applausi e lacrime per lui arrivano dai ghetti dell’Africa nera, dal Bronx, dai laureati di Harvard e dalle gang di Los Angeles, dalle sacche di disperazione dell’Asia, dai broker di Wall Street.

Rispecchiarmi in Muhammad Ali, in quel gigante così agile e potente, ha fatto sentire per un attimo bello anche me. Anche di questo gli sarò grato per sempre.

MUHAMMAD ALI, nasce come Cassius Marcellus Clay a Louisville (Kentucky, Stati Uniti) il 17 gennaio 1942.
Muore a Scottsdale il 4 giugno 2016.
Altezza: 1.89

DILETTANTE
(mediomassimo, 81 kg)
94+ (62 ko), 8-
Allenatore: Joe Martin
Campione nazionale Golden Gloves nei mediomassimi a Chicago 1959
Campione nazionale Golden Gloves nei massimi a Chicago nel 1960
Campione Amateur Athletic Union nei massimi nel 1959 e nel 1960
Oro nei pesi mediomassimi all’Olimpiade di Roma 1960
Primo turno: + Yon Becaus (Belgio) kot 2
quarti di finale: + Gennady Schatkov (Unione Sovietica) 5-0
semifinale: + Tony Madigan (Australia) 5-0
finale: + Zbigniew Pietrzykowski (Polonia) 5-0

PROFESSIONISTA

(massimi, da 84.300 a 107 kg)
manager: Angelo Dundee
56 + (37 ko), 5 – (1 ko)
esordio il 29 ottobre 1960 + 6 Tunney Husnsaker
ultimo match 11 dicembre 1981: – 10 Trevor Berbick

IL PUGILE

Ha scritto la storia di questo sport e della società americana.
Primo a vincere per tre volte il titolo mondiale dei massimi. Ha conquistato la corona il 25 febbraio 1964 (+ abb. 7 Sonny Liston), l’ha dovuta lasciare il 22 marzo 1967 dopo essersi rifiutato di prestare servizio militare in Vietnam. L’ha riconquistata il 30 ottobre 1974 a Kinshasa (+ ko 8 George Foreman), l’ha persa il 15 febbraio 1978 (- SD 15 Leon Spinks), se l’è ripresa il 15 settembre dello stesso anno (+ 15 Leon Spinks). In carriera ha battuto tra gli altri Joe Frazier, George Foreman, Bob Foster, Sonny Liston, Ron Lyle, Joe Bugner, Ken Norton, Ernie Shavers.

Un video, trenta foto e poche parole per ricordare l’inimitabile Muhammad Ali

“La morte, in se stessa, non esiste. Cancella forse quello che un uomo ha fatto in vita? No. Annulla i suoi meriti, la memoria? No. E allora, morte, ma chi sei? Ma chi ti conosce? Cosa conti? Tu non conti niente. Eh, tu vorresti essere importante, presa in considerazione come la vita. La vita dura una vita, cara mia. Invece tu, morte, tu duri solo un momento, l’istante in cui ti presenti”.
(Marcello Mastroianni)

Arzam Farrokhi, an Iranian native now living in New York, drops rose petals on the grave of boxing great Muhammad Ali, Saturday, June 11, 2016, in Louisville, Ky. Cave Hill Cemetery opened to the public Saturday, the day after Ali's burial. (AP Photo/Mark Humphrey)

Muhammad Ali (Louisville 17 gennaio 1942/Scottsdale 3 giugno 2016)

L’hanno raccontato con troppe parole, hanno inventato storie che non esistevano, hanno diffuso immagini che non lo raffiguravano spacciandole per sue, hanno pensato che per parlare di lui fosse indispensabile parlare di se stessi. Martedì saranno passati 74 anni dalla sua nascita. Proviamo a ricordarlo con un video e trenta foto…

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Cassius Clay at the 5th Street Gym (with Angelo Dundee) Miami Beach, FL 1961

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La foto del pugno fantasma di Ali a Liston potrebbe valere 600.000 dollari!

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Sabato 3 dicembre la casa Guernsey’s metterà all’asta una delle fotografie più famose nella storia dello sport, quella realizzata da Neil Leifer il 25 maggio 1965 alla St Dominic’s Arena di Lewiston nel Maine alle 10:40 della sera.
Base d’asta 160.000 dollari, esperti del settore sostengono che per aggiudicarsi il cimelio il compratore dovrà offrirne almeno 600.000. Nel pacchetto, oltre alla foto, ci sarà l’accredito stampa di quella sera, una dedica con autografo di Muhammad Ali e le immagini del campione e del fotografo a quarant’anni dal match.
Mi sembra l’occasione giusta per riproporre l’affascinante storia di una foto.
Ecco come è andata quella sera…

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Quaranta condensatori, ognuno del peso di trentacinque chili. Normalmente illuminano la Roosevelt Raceway di Long Island. Ci sono volute pazienza e tenacia per convincere i proprietari a prestare l’intera attrezzatura a Sports Illustrated.

C’è poca gente attorno al ring, ma sulla piccola cittadina del Maine sono puntati gli occhi del mondo. Lewiston non sa neppure cosa sia la boxe e si ritrova a ospitare il campionato mondiale dei pesi massimi tra Muhammad Ali e Sonny Liston.

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La gente affluisce lentamente nella St Dominic’s Arena. Il match avrebbe dovuto svolgersi al Boston Garden, ma le autorità del Massachusetts hanno negato l’autorizzazione all’incontro. Pensano che dietro gli organizzatori ci sia la mafia. Pochi mesi prima è stato assassinato Malcolm X e subito dopo è stata incendiata la casa di Ali.

In molti temono che qualcuno possa uccidere il campione, l’ipotesi di un attentato si è fatta sempre più reale. Meglio dunque un posto piccolo, dove sarà possibile controllare tutti.

Il match si svolgerà nella cittadina sul fiume Androscoggin 130 miglia a nord est di Boston, in una località che ha una scarsa tradizione che la leghi al pugilato.

Neil Leifer, giovane fotografo di Sports Illustrated, ha scelto il suo lato del ring. Su quello opposto si è piazzato Herbie Scharfman, un collega della stessa rivista, uno che ha scattato delle splendide immagini del grande Rocky Marciano. La loro, come quella di ogni bravo fotografo, è una vera e propria sfida a chi riuscirà a rubare lo scatto migliore. Usano Rolleiflex con flash stroboscopico. Hanno un unico scatto, poi sono costretti ad avvolgere la pellicola e aspettare dai tre ai cinque secondi affinché il flash si ricaricasse. Ogni volta che lo fanno, rischiano di perdere il momento magico.

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In sala ci sono più poliziotti che spettatori. Ogni persona che entra deve essere perquisita. È il 25 maggio del 1965, Cassius Clay ha abbracciato la religione dei Musulmani Neri e cambiato il suo nome. Prima in Cassius X, per poi diventare per tutti Muhammad Ali.

L’America non ha ancora deciso se amare l’ex galeotto o quello sbruffone che si prende gioco dei rivali, fino a plagiarli.

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Al terzo destro scagliato da Ali, Liston stramazza al tappeto subito dopo avere abbozzato un jab sinistro. Un lampo e l’Orso è lì, disteso, quasi immobile. Il campione gli sta sopra e lo sfida urlandogli addosso.

«Alzati, brutto Orso. E fallo in fretta, siamo in televisione».

È andato giù dopo 1:44, si era rialzato a 1:56, solo a 2:12 l’arbitro ha decretato il ko. Un pugno fantasma ha chiuso la sfida.

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L’arbitro è Jersey Joe Walcott, vecchio campione del mondo dei pesi massimi. Liston è al tappeto. È scivolato giù lentamente, come un vecchio edificio che si sgretola dopo essere stato colpito dalla palla di acciaio. È lì a terra, steso come se fosse stato appena folgorato. Walcott comincia a contare, perde tempo nel mandare Muhammad all’angolo neutro, si innervosisce, si lascia sfuggire il controllo del match, torna al centro del ring quando i due hanno già ricominciato a boxare. Da bordoring gli urlano di fermarsi, gli gridano che il match è finito. C’è Nat Fleischer in prima fila, è l’editore e il direttore di The Ring: la rivista che viene considerata la bibbia del pugilato.

Ali and, aka Muhammad Ali (R) throwing the famous "phantom punch" during his 2nd fight vs. Sonny Liston (L)
Ali and, aka Muhammad Ali (R) throwing the famous “phantom punch” during his 2nd fight vs. Sonny Liston (L)

Fleischer: È finita Joe, ferma l’incontro
Walcott: Perché?
Fleischer: Liston è rimasto giù 14 secondi
Urla anche il cronometrista.
Walcott: Quanto è rimasto a terra Liston?
Cronometrista: Oltre 12 secondi
Jersey Joe Walcott ripercorre lentamente camminando all’indietro lo spazio che lo separa dai pugili, ferma la loro azione e alza il braccio di Ali. Il ragazzo di Louisville si è confermato campione. Ha vinto per ko con un pugno che nessuno ha visto.
Solo molti anni dopo, guardando quelle immagini con l’ausilio di una moviola che scandisce ogni minimo gesto, si potrà avere un’idea più precisa di cosa sia realmente accaduto. Un destro corto, privo comunque della potenza necessaria per un ko, centra Liston alla mascella e genera un crollo al tappeto che va largamente al di là del danno che avrebbe dovuto provocare.
La gente strilla.
Buffoni, imbroglioni.”
Sono tutti in piedi e gridano.
Truffatori.”

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Adesso cercano di sfuggire alla rabbia della folla. Un deputato chiede al Congresso di abolire la boxe. I giornali parlano di una gigantesca truffa sulle scommesse, della mafia che ha manipolato il risultato, dei Mussulmani Neri che hanno bisogno di un campione del mondo per propagandare la loro dottrina.
Liston ha perso il titolo, ma continua attraverso la Inter-Continental Promotions a prendere la percentuale sulle borse del nuovo campione.
Liston è steso al tappeto. Le mani sopra la testa, la gamba destra leggermente flessa. L’immagine perfetta della resa. Le luci sono a posto, i condensatori stanno facendo il loro lavoro. Non c’è tanta pubblicità a inquinare la scena. La gente fuma e questo crea un effetto foschia. Non si può chiedere di più.
Scatta Neil Leifer, scatta Herbie Scharfman.

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Una grande foto ha bisogno di una grande fortuna. Tutto il mondo ricorderà lo scatto di Leifer, l’immagine di Ali con il braccio destro piegato, fino a raggiungere con il pugno la spalla sinistra, e il viso trasformato da un misto di rabbia e orgoglio. Sotto di lui, Liston è la rappresentazione di un uomo che non ha più nulla da chiedere. Nello scatto c’è anche un signore pelato e con gli occhiali. È proprio accanto alla gamba destra di Ali, intento a ricaricare la macchinetta fotografica. Quel signore è Herbie Scharfman. Ha scelto il lato sbagliato.
Nessuno nella piccola arena di Lewiston ha visto andare a segno il pugno che ha mandato giù Sonny Liston, dopo appena 1:44 dall’inizio del match. È stato un lampo d’immaginazione che solo l’ironia di Ali può raccontare.
«I miei colpi sono talmente veloci che devi tenere sempre gli occhi aperti. Un battito di ciglia e hai perso quello del kappaò….»

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Dicono che ci sia stata una truffa gigantesca sulle scommesse, che la mafia abbia pilotato il risultato, che i Musulmani Neri abbiano bisogno di Ali campione del mondo per propagandare la loro religione. Ne dicono tante. L’unica cosa certa è che Liston ha perso anche la rivincita mondiale, ma è entrato in una società che gestirà i guadagni pugilistici del nuovo campione.
Neil Leifer è felice. Sa di avere in macchina lo scatto buono. Ha usato il grandangolare a 180° al momento del knock out e ha fermato per sempre un’immagine storica. Una foto che vale più di mille parole, e che oggi sembra possa addirittura valere 600.000 dollari. Ali è stato immortalato nel pieno della sua potenza. Forte, strafottente, clownesco, sicuro. Una bellezza plastica in grado di ipnotizzare le folle. E Leister ha tutto dentro la sua Rolleiflex. Ma Sports Illustrated non giudica quello scatto degno della copertina, lì finisce una foto di George Silk. Solo molti anni dopo, capito l’errore, quella foto sarebbe finita sulla copertina della rivista come uno dei più grandi scatti di sempre. Anche i grandi possono sbagliare…

 

In ricordo di Muhammad Ali, la vita e la morte in venticinque foto

“La morte, in se stessa, non esiste. Cancella forse quello che un uomo ha fatto in vita? No. Annulla i suoi meriti, la memoria? No. E allora, morte, ma chi sei? Ma chi ti conosce? Cosa conti? Tu non conti niente. Eh, tu vorresti essere importante, presa in considerazione come la vita. La vita dura una vita, cara mia. Invece tu, morte, tu duri solo un momento, l’istante in cui ti presenti”.

(Marcello Mastroianni)

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