Ali, cinque anni dopo. Racconto l’uomo e il campione, in 25 foto e due video si racconta da solo…

Cinque anni fa se ne è andato via per sempre Muhammad Ali, aveva 74 anni. In tanti gli hanno voluto bene, nessuno l’ha dimenticato. Ognii giorno qualcuno lascia un ricordo sulla tomba al Cave Hill Cemetery di Lousville, Kentucky. Un pensiero, un oggetto, parole nel vento. Sulla lapide c’è una scritta: “Assistere gli altri è l’affitto che paghi per la tua stanza in Paradiso“.  È l’eredità morale lasciata dall’uomo che ha rivoluzionato la boxe e il modo di essere campioni. Mi piace ricordarlo così, con una sorta di piccolo libro, un messaggio affettuoso. Due storie a cui sono legato. Una racconta l’uomo, fa parte del mio ultimo libro. L’altra il campione nella sfida di Kinshasa. Qualcuno di voi l’avrà già letta su questo blog. Tra le due storie ci sono altrettanti video, venticinque foto che disegnano la sua vita e l’aforisma di un grande attore che sbeffeggia la morte. 

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La botta in testa arriva nelle prime ore della mattina.
Quattro parole.
Muhammad Ali è morto.
Il Labbro è tornato a urlare, dopo troppi anni in cui gli altri l’avevano fatto per lui.
Muhammad Ali ha segnato le vite di molti di noi. Con una parola, un gesto, un pugno da maestro.
Era entrato nelle nostre case in un’estate del ’60, si chiamava ancora Cassius Clay ed era un un giovanotto un po’ istrione e un po’ smargiasso. Aveva cominciato a ballare sul ring spiegando a tutti noi che anche il pugilato dei giganti poteva essere arte. Col tempo aveva perfezionato la formula magica. Tanto talento, un infinito carisma e una voglia profonda di mettersi sempre in gioco.

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«Float like a butterfly, sting like a bee!». Tutta la notte, tutta la notte Drew “Bundini” Brown avrebbe ripetuto la stessa cantilena. Sonny Liston era all’altro angolo del ring, indossava un accappatoio bianco. Sembrava un orso pronto a sbranare la preda, tutto quel bianco faceva da contrasto con la pelle, nera come la pece. Anche Clay vestiva di bianco, dietro aveva una scritta rossa: “The Lip”, Il Labbro. La grande avventura poteva cominciare.
Vola come una farfalla e pungi come un’ape!” gli urlava dall’angolo Bundini Brown, clown dalla faccia triste a mezza via tra il giullare e l’uomo della fiducia ritrovata. Il consigliere che per peccati personali un giorno l’avrebbe tradito.

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L’altro uomo del clan era Angelo. Non un angelo biondo, ma un italiano piccolo di statura, con lenti spesse e una montatura robusta. Angelo Mirena, in arte Dundee, veniva dalla Calabria e aveva la capacità di gestire al meglio uomini e atleti.
Muhammad Ali se ne è andato dopo aver passato una vita a squarciare l’ipocrisia che spesso governa il mondo dello sport. Da tanto il Parkinson era diventato il padrone dell’uomo che aveva conquistato il mondo. Ma lui non si era mai arreso.
Non riusciva a mettere assieme neppure un sussurro. Affidava alle orecchie della moglie gli ultimi messaggi. Bloccato dalla malattia, non si lamentava, ma ripeteva ai suoi cari le parole di Malcolm X.

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Cassius Clay era scomparso dopo l’oro olimpico e la conquista del mondiale contro Sonny Liston nel 1964. Da quel momento era esistito solo Muhammad Ali.

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Era passato sopra la boxe come il vento del deserto e aveva spazzato via tutto. Il pugilato di Ali sembrava potesse addirittura fare a meno della violenza. Vinceva per ko, ma lo faceva non apparendo mai brutale. Nei suoi colpi non era previsto il gesto tecnico involgarito dall’errore. Era stato questo modo di rappresentare lo sport a farlo amare da tutti. Nonne e nipoti, donne e uomini, giovani e anziani. Campione della gente, come si usava dire una volta.
Aveva un modo di combattere leggero e concreto allo stesso tempo. Uno stile da poeta romantico che si muoveva in un universo di impurità. E’ stato il migliore in un’epoca pugilistica baciata dalla fortuna. Ha domato leoni del ring come Frazier, Foreman, Liston, Norton, Shavers, Bonavena, Bugner, Quarry, Williams. Ha combattuto sfide al limite della tragedia, con Foreman nella magica notte di Kinshasa, con Frazier nell’inferno di Manila. E ne è uscito vincitore.

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Non si è mai tirato indietro. Quando ha acceso il tripode olimpico ad Atlanta 1996 non ha avuto paura di mostrare al mondo intero come fosse ridotto quel corpo che un tempo era stato il tempio della salute e della forza. Vederlo tremare mentre tendeva la mano, ricordandone la leggerezza dei gesti sul tappeto del ring, è stato terribile e commovente allo stesso tempo. Ha raccontato con quel gesto una storia di coraggio e dignità.
Ali ha riempito ogni spazio con cui sia venuto a contatto. I grandi personaggi sono così. Entrano nelle nostre vite, diventano figure rassicuranti e non se ne vanno più via.
Lo confesso, Ali fa parte di me.
Anche se ho avuto la fortuna di parlare con lui tre sole volte nella vita, non me lo toglierò mai dalla pelle.

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E come spesso accade quando si aprono le porte di un grande del passato, si cancellano i momenti bui, gli errori, i peccati e le miserie.
Ad esempio, l’incapacità di frenarsi nel momento in cui era lanciato verso una sfida importante. Gli era capitato nei match con Joe Frazier quando la parola era andata oltre il pensiero ed era scivolata nell’insulto.
Ma si era pentito. Tardi, ma si era pentito.
Era un uomo, non un dio. E come uomo ha pagato duramente il regalo che la natura gli aveva fatto. Un talento infinito unito alla capacità di ipnotizzare le folle. Non era mai banale. Nè sul ring, nè come essere umano. La sua popolarità ha attraversato trasversalmente il mondo. L’hanno amato nei ghetti di New York e nelle Università della California, l’hanno adorato uomini che riuscivano a malapena a scrivere il proprio nome e filosofi di grande spessore. Da ognuno di loro ha succhiato linfa vitale per quella sua boxe piena di magie. È stato un gigante che mi ha fatto amare la boxe così tanto da non poterla mai lasciare. E non sono certo il solo.

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Ali è davvero entrato nelle case di tutti noi con la delicatezza di una farfalla. E con quell’esagerazione che ha scelto come prima forma di espressione ha subito provocato sconquassi emotivi. Ha fatto uscire il pugilato dal ghetto e l’ha portato in giro per il mondo mostrandolo con orgoglio, usando ogni mezzo per imporre la poesia di una disciplina che sa di potersi trasformare in tragedia. Ha sfidato il sistema, è addirittura diventato, per un piccolo spazio di tempo, padrone dello spettacolo. A volte ha vinto, altre è stato vittima di se stesso.
Ma non si è mai tirato indietro.

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Ha peccato Ali, ma chi tra gli uomini non l’ha mai fatto?
Ho imparato ad amarlo quando era un ragazzo che correva verso la gloria olimpica, l’ho adorato quando stravolgeva la boxe dei giganti, sono stato idealmente al suo fianco quando ha osato sfidare il sistema sbattendo in faccia all’America le falsità e le crudeltà della guerra in Vietnam, mi ha fatto infuriare quando ha rinnegato il legame con Malcolm X o ha ceduto alle pressioni dei Musulmani Neri, sono rimasto affascinato dalla notte di Kinshasa contro George Foreman o dall’epico combattimento contro Joe Frazier a Manila.
Ali nello sport rappresenta la rivoluzione. Ha conquistato la nostra anima grazie a un carisma difficile da trovare in altri eroi dell’atletismo. Ci ha fatto capire che avremmo potuto anche detestare la boxe, ma non avremmo mai potuto non amare i suoi protagonisti.
Ha catturato la nostra attenzione. Prima con la parola, poi con i gesti.

FILE - In this Aug. 29, 1974, file photo, boxer Muhammad Ali makes a face during a press luncheon in New York, to promote the sale of tickets to Madison Square Garden where the battle against George Foreman in Zaire will be shown in October on closed circuit television. Ali turns 70 on Jan. 17, 2012. (AP Photo/Ron Frehm, File)

Comandava le sfide sul piano tattico e psicologico. Aveva pugno, ritmo, colpo d’occhio. Era tutto generato da una fantastica fluidità dei movimenti, da una rapidità di esecuzione difficilmente riscontrabile in giganti che superavano il quintale.
Aveva velocità, leggerezza, potenza. E noi continuavamo a chiederci come potessero coesistere in un solo uomo.
Pugilisticamente sopra Ali la boxe dei pesi massimi ha avuto avuto Joe Louis. Come spessore del personaggio, Ali non ha nessuno davanti nell’intera storia dello sport.
Ci ha conquistato danzando sul ring in quella categoria dove i movimenti erano spesso goffi o almeno macchinosi. Ha portato la psicologia nel mondo del pugilato e l’ha usata come un mago gestisce i suoi trucchi. Con destrezza e apparente facilità ha smontato le certezze di uomini che sembravano imbattibili. Ha riempito la loro testa di dubbi fino a scalfirne la forza.

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Era bello Ali, affascinante.
Lo piangono in Cina e in Giappone, in Italia e in Finlandia, in Australia e nelle Americhe. In Africa è come se fosse morto un re di quelli buoni, di quelli che hanno aiutato a capire. Quando è andato laggiù per affrontare quel gigante cattivo di Foreman, agli occhi degli uomini dello Zaire l’unico nero sul ring era lui.
Ci ha lasciati il pugile che ha messo d’accordo bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore la società abbia scelto per farci sentire diversi quando in fondo siamo tutti così uguali. Ali è riuscito a sconfiggere anche i pregiudizi, per questo è stato un campione universale. Applausi e lacrime per lui sono arrivati dai ghetti dell’Africa nera, dal Bronx, dai laureati di Harvard e dalle gang di Los Angeles, dalle sacche di disperazione dell’Asia, dai broker di Wall Street.
Rispecchiarmi in Muhammad Ali, in quel gigante così agile e potente, aveva fatto sentire per un attimo bello anche me. Anche di questo gli sarò grato per sempre.

La vita e la morte
in venticinque foto

La morte, in se stessa, non esiste. Cancella forse quello che un uomo ha fatto in vita? No. Annulla i suoi meriti, la memoria? No. E allora, morte, ma chi sei? Ma chi ti conosce? Cosa conti? Tu non conti niente. Eh, tu vorresti essere importante, presa in considerazione come la vita. La vita dura una vita, cara mia. Invece tu, morte, tu duri solo un momento, l’istante in cui ti presenti” (Marcello Mastroianni)

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Ali vs Foreman,
la leggenda continua…

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Il 30 ottobre 1974 Muhammad Ali batteva George Foreman a Kinshasa per ko a 2:58 dell’ottava ripresa, in palio c’era il mondiale dei pesi massimi. Quarantasette anni dopo, la leggenda continua…

Fred Weymer è un gran bevitore di vodka ed è soprattutto un ex adepto del partito nazista americano. Gli Stati Uniti gli hanno vietato l’ingresso nel Paese.
Fred Weymer è anche l’uomo che amministra i conti bancari in Svizzera del dittatore dello Zaire, Joseph Mobutu.
Modunga Bula vive a Bruxelles ed è un altro operatore delle finanze di Mobutu.
John Daly è il presidente della Hemdale Films, una casa produttrice di film impegnata anche nel campo televisivo.
Hank Schwartz è il presidente della Video Techniques, la compagnia che provvede alla tecnologia satellitare per la maggior parte dei match trasmessi a circuito chiuso negli States.
Weymer, Bula, Daly, Schwartz e un quinto uomo siedono a Parigi attorno a un tavolo, nel ristorante di un famoso albergo. È qui che definiscono il match più pagato della storia del pugilato: cinque milioni di dollari per Ali, stessa cifra per Foreman. A pagare sarà lo Zaire del dittatore Mobutu, a caccia di una patente di credibilità.
Il quinto uomo si chiama Donald King, per tutti è più semplicemente Don King. È uscito due anni e mezzo prima dal carcere dove ha scontato una pena per omicidio colposo. Ha tentato la carriera di manager, ma i suoi pugili sono tutti finiti knockout.
Ora è impegnato nell’affare del secolo. Padrone solo della sua dialettica, convince i rivali a firmare un contratto per la grande sfida. Poi, trova i soldi.

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Nasce “Rumble in the Jungle”.
I nemici dicono che i suoi capelli siano come lui: non rispettano nessuna legge, neppure quella di gravità. Don King ha una spiegazione più spirituale.
«Stavo cercando di prendere sonno quando mi sono sentito come un rombo in testa. Sono corso allo specchio e ho visto i miei capelli dritti come frecce. Anche il barbiere, il giorno dopo, non è riuscito a far niente: ogni volta che provava a tagliarli, sentiva come una scossa. Era il segnale divino: è da quel momento che sono in missione per conto di Dio».
Ho parlato più di una volta con Don King anche se definirle interviste mi sembra improprio. L’omone che viene da Cleveland ascolta le domande e poi si lancia in un rap in cui mette in fila la comunità nera, celebri scrittori, la grandezza dell’America. Chiude ogni verso con una fragorosa risata. Ride quando parla del suo conto in banca, ma anche quando racconta la sua lite con Mike Tyson.
«Troppi Jago attorno a lui. Gli hanno sussurrato all’orecchio mille bugie, hanno messo nella sua testa falsità. E lo hanno rovinato. Mestatori di professione hanno convinto Mike che io ero il nemico. Ma basta guardare quello che ha fatto quando era con me e quello che ha fatto dopo, per capire chi fossero i nemici.»

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Ride e il pancione trema. È un omone taglie forti, 192 centimetri per 120 chili, vestito con poco riguardo per i colori e con quei capelli sparati verso il cielo si fa fatica a non notarlo. A dimenticarsi di lui furono però molti dei testimoni chiamati in tribunale nel lontano 1966. King aveva ucciso un tale di nome Sam Garrett, sbattendolo sul marciapiede e rompendogli la testa. Il primo verdetto fu di omicidio di secondo grado, poi diventato omicidio preterintenzionale. Tre anni e undici mesi nel penitenziario di Marion, dove legge Omero, Shakespeare, Hegel, Socrate. Da ragazzo non poteva permetterselo. Il papà era morto quando lui aveva nove anni, precipitato nell’acciaio fuso. La mamma vendeva torte. Lui, non appena l’età e il fisico glielo permettono, riscuote e paga le puntate del bingo per il boss locale Tony Panzanello.
Poi, è arrivato Ali.

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«Il match tra Ali e Foreman a Kinshasa è stata la cosa più grande che abbia fatto nella mia vita. L’orgoglio del popolo nero. Siamo come il pugilato, usciamo a testa alta dalle guerre che il mondo ci fa. Oggi non ci sono più grandi pesi massimi. Ma è ingiusto paragonare epoche diverse. Una volta la posta viaggiava sui pony, oggi vola con i jet. Io dico: torniamo indietro nel tempo, alle tradizioni. Restituiamo il pugilato ai grandi personaggi. Solo così riconquisteremo il mondo e vedremo un nuovo Ali».
A Kinshasa tutti sanno chi è Ali. È un eroe.
Foreman non sanno neppure che faccia abbia, solo al suo arrivo scoprono che anche lui è nero. Quando scende lungo la scaletta dell’aereo, si fa precedere da un pastore tedesco. Quell’animale offende gli africani perché i belgi, quando il Congo era una loro colonia prima di diventare Zaire, usavano i pastori tedeschi come cani poliziotto quando andavano in giro per le loro spedizioni punitive, quando prelevavano uomini che poi avrebbero torturato.
Ali vive in mezzo alla gente, cattura il popolo perché è uno di loro. Ali affascina, incanta, entusiasma. Foreman è solo con il suo clan. Lontano dagli africani, solo con la sua superbia. Solo quando si fa male in allenamento, quando nella sfida mondiale va giù come un fantasma. Qualcuno parla di riti voodoo. La realtà è che l’unica arte magica di cui rimane vittima Big George è sprigionata dall’uomo che lo ha sconfitto.
Ali ha bisogno di tre cose per vincere la sfida. Controllo della mente, del corpo e aiuto della gente. Ha un vantaggio: conosce la sconfitta, l’ha già assaporata contro Frazier e Norton. George Foreman si crede imbattibile. Ali sa anche che non può più ballare.

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«Vola come una farfalla, pungi come un ape».
No, Bundini, stavolta non si può. Bisogna che quel gorilla del campione si stanchi a forza di picchiare, lui intanto impara ad alzare la soglia del dolore facendosi sistematicamente colpire da Larry Holmes, suo sparring in allenamento, futuro campione del mondo. L’Africa è con lo sfidante, l’altro è solo un bianco travestito da nero.
«Ali boma ye, Ali boma ye» urlano i ragazzi che vivono nelle baracche accanto al fiume Congo, i diseredati vittime della dittatura del presidente Mobutu, i poveri, i sognatori. Ali uccidilo, Ali uccidilo.
Foreman si fa male in allenamento, tutto è rimandato di sei settimane. Il 30 ottobre del 1974 Ali viene torturato per sei round dal grande George. Mazzate di devastante potenza su un corpo immobile, un martirio che intristisce gli animi. Fermo alle corde Ali fa sfogare il nemico. L’altro perde sicurezza, vede calare la propria forza. E Ali è sempre lì, in piedi davanti a lui. Nell’ottavo round si compie il capolavoro. Lo sfidante esce dall’angolo, mette in fila una serie infinita di colpi chiudendo con un destro che nessuno potrà mai dimenticare. Poi non colpisce più, non ce n’è bisogno. È nuovamente campione del mondo.

Piove, diluvia su Kinshasa. È festa in onore del re tornato a comandare il mondo. L’acqua pulisce le imperfezioni del vecchio regime, di quello fatto di violenza e di nessuna saggezza di George Foreman.
Il gigante è crollato, Big George si è arreso all’ultima magia di Ali.

È stato lo sportivo
più popolare di sempre 

MUHAMMAD ALI, nasce come Cassius Marcellus Clay a Louisville (Kentucky, Stati Uniti) il 17 gennaio 1942.
Muore a Scottsdale (Arizona) il 3 giugno 2016.
Altezza: 1.89

DILETTANTE
(mediomassimo, 81 kg)
94+ (62 ko), 8-
Allenatore: Joe Martin
Campione nazionale Golden Gloves nei mediomassimi a Chicago 1959
Campione nazionale Golden Gloves nei massimi a Chicago nel 1960
Campione Amateur Athletic Union nei massimi nel 1959 e nel 1960
Oro nei pesi mediomassimi all’Olimpiade di Roma 1960
Primo turno: + Yon Becaus (Belgio) kot 2
quarti di finale: + Gennady Schatkov (Unione Sovietica) 5-0
semifinale: + Tony Madigan (Australia) 5-0
finale: + Zbigniew Pietrzykowski (Polonia) 5-0

PROFESSIONISTA

(massimi, da 84.300 a 107 kg)
manager: Angelo Dundee
56 + (37 ko), 5 – (1 ko)
esordio il 29 ottobre 1960 + 6 Tunney Husnsaker
ultimo match 11 dicembre 1981: – 10 Trevor Berbick

IL PUGILE

Ha scritto la storia di questo sport e della società americana. Primo a vincere per tre volte il titolo mondiale dei massimi. Ha conquistato la corona il 25 febbraio 1964 (+ abb. 7 Sonny Liston), l’ha dovuta lasciare il 22 marzo 1967 dopo essersi rifiutato di prestare servizio militare in Vietnam. L’ha riconquistata il 30 ottobre 1974 a Kinshasa (+ ko 8 George Foreman), l’ha persa il 15 febbraio 1978 (- SD 15 Leon Spinks), se l’è ripresa il 15 settembre dello stesso anno (+ 15 Leon Spinks). In carriera ha battuto tra gli altri Joe Frazier, George Foreman, Bob Foster, Sonny Liston, Ron Lyle, Joe Bugner, Ken Norton, Ernie Shavers. È lo sportivo più popolare di sempre.

Cinquant’anni fa Frazier batteva Ali. La storia di quell’incredibile match

Joe Frazier batte Jimmy Ellis e diventa il nuovo campione del mondo dei pesi massimi.
Dall’altra parte del fiume lo aspetta un tipo che proverà a distruggerli l’esistenza. Si chiama Muhammad Ali, ma Smokin’ Joe continuerà a chiamarlo Cassius Clay per tutta la vita. 
Madison Square Garden, 8 marzo del 1971, cinquant’anni fa. Joe Frazier è il campione. Muhammad Ali è rimasto tre anni e sette mesi senza combattere. Poi è tornato, ha vinto due match e ora è pronto per un’altra Grande Sfida.

Bertrand Russell scrive ad Ali.
«Cercheranno di spezzarla perché lei è il simbolo di una forza che non riescono a distruggere, cioè della ritrovata consapevolezza di un popolo deciso a non lasciarsi più massacrare e degradare dalla paura e dall’oppressione».
Il 20 giugno 1967 il campione rifiuta di partire per il Vietnam. Un tribunale di Houston lo giudica colpevole di «non volere servire le Forze Armate» e lo condanna a cinque anni di prigione e 10.000 dollari di multa. Non dorme neppure una notte in galera, ma gli tolgono il titolo e di soldi ne perde molti di più dei diecimila dollari indicati dalla multa.

Racconta Ali.
«Ho incontrato due soldati neri all’aeroporto. Mi hanno detto: campione, ci vuole fegato a fare quello che hai fatto. Gli ho risposto: se voi sapeste dove state andando, se voi conosceste le possibilità di venirne fuori senza braccia o senza occhi, combattendo quella gente nella loro terra, combattendo i fratelli asiatici, sparandogli, sapreste come comportarvi. Loro non vi hanno mai linciato, non vi hanno mai chiamato negri, non hanno mai aizzato i cani contro di voi, non hanno mai sparato ai vostri leader. L’America vi ordina di sparare a quelli che chiama i vostri nemici e quando tornerete a casa non sarete più in grado di trovare un lavoro. Andare in prigione per pochi anni è niente in confronto a questo. Frazier ed Ellis combattano pure per il mio vecchio lavoro. Il mio nuovo lavoro è la libertà, la giustizia, l’uguaglianza del popolo nero».

Jerry Perenchio ha 40 anni, è il boss della Chartwell Artists, una società che rappresenta Marlon Brando, Richard Burton, Liz Taylor, Jane Fonda, José Feliciano e altre stelle dello spettacolo.
Jack Ken Cooke è il padrone dei Los Angeles Lakers di basket, dei LA Kings di hockey su ghiaccio, ha costruito il Forum di Inglewood ed è proprietario del 25% dei Washington Redskins di football americano.
Perenchio e Cooke mettono su l’affare. Ali e Frazier hanno garantiti 2,5 milioni di dollari a testa, mai nessun pugile ha guadagnato tanto, più una percentuale sugli incassi. La guerra è aperta.
Gestire i media, rubare l’attenzione della gente, essere protagonista è nell’animo di Ali. Sa come fare. Sale sul palcoscenico e comincia la sua battaglia.
Ha distrutto la fiducia che Sonny Liston aveva in sé, ha gettato dubbi, alimentato il nervosismo in ogni suo rivale. Parla come un predicatore, sa giocare con le parole. Ha cambiato volto a questo sport, lo ha portato in una dimensione più ampia, universale.
Dicono che Frazier sia troppo ingenuo per cadere nella trappola. Non è un paradosso, è un’offesa all’intelligenza di Joe. Quel fiume di parole crea comunque un senso di rabbia, alimenta un’idea di impotenza in Smokin’ Joe.

Ci sono mille persone all’interno della vecchia palestra della polizia, al 2917 di North Broad Street a Philadelphia, mentre Frazier si sta allenando. Sanno tutti cosa sta per accadere. Puntuale, Ali mette in scena la sua recita. Arriva a sfidare Joe in un match a pugni nudi sulla strada, davanti alla palestra.
«Io sono qui, non combatto da tre anni, sono 25 pound sovrappeso e Joe Frazier non viene. Che uomo è?»
«Un uomo furbo» gli risponde Yank Durham.
Ali cerca di convertire Frazier all’Islam, quando sente che lui è un Battista convinto, comincia la seconda parte della sceneggiata. Lo insulta ancora, lo chiama Zio Tom. Dice che lui è il campione dei neri, che Joe è amato solo dai bianchi, che non rappresenta il popolo dei neri in lotta per i propri diritti.

La notte prima del match, il telefono squilla nella camera d’albergo di Joe Frazier. Il campione ha dovuto registrarsi sotto falso nome. Ha ricevuto minacce di morte nel caso in cui dovesse battere Ali. La polizia sorveglia la casa di Filadelfia dove la moglie Florence e il figlio Marvis aspettano di vedere l’incontro alla tv.
C’è Ali all’altro telefono.
Joe, sei pronto?”
Sono pronto, fratello”.
Anch’io e tu non potrai battermi, perché sono il più grande”.
Tu dici che sei uno degli uomini del Signore, vedremo in che angolo sarà il Signore”.
Sei sicuro di non avere paura?”.
Ho paura solo di quello che sto per farti”.
Getterò acqua sul tuo fumo. Ti distruggerò. Ci vediamo domani”.
Ci sarò, non tardare, Cassius”.
Ali legge alcuni brani del Corano, poi lascia la stanza del New Yorker Hotel, con lui ci sono Angelo Dundee e Bundini Brown. Il Madison Square Garden dista solo mezzo miglio, lo percorrono a bordo di un’interminabile limousine nera. 
Ali ha bisogno di qualcuno che dica quello che lui vuole sentire.
“Angelo, io non sono solo più grande di Jimmy Ellis. Sono anche più veloce, giusto?”
“Certo campione, Jimmy è veloce. Ma tu sei più veloce”.
“E io picchio più forte, vero Angelo?”
“Senza dubbio campione, molto più forte”.
Allora, se Jimmy ha retto i suoi colpi abbastanza bene, almeno fino a quando Frazier non l’ha centrato, io farò meglio di Jimmy. Vero Angelo?”
“Non ci sono dubbi, campione, tu vincerai”.

È la quindicesima e ultima ripresa.
E Smokin’ Joe continua a braccarlo.
Burt Lancaster ha cominciato ad alzare il tono della voce. Sta commentando il match sul canale destinato al circuito chiuso, è eccitato come un bambino davanti a un negozio di giocattoli.
Frank Sinatra ha il volto tirato, il corpo teso. Non è al Madison per cantare. Continua a scattare foto una dietro l’altra. Saranno pubblicate dalla rivista Life e racconteranno per immagini le magie di questa notte.
Hubert Humphrey guarda lo spettacolo da bordo ring, settima fila. È senatore del Minnesota ed ex vice presidente degli Stati Uniti d’America. Non è riuscito a trovare un posto migliore.
Joe Frazier continua a braccare Ali.
L’ultimo round è cominciato da ventisei secondi quando Joe si protende in avanti. Il sinistro carico, il corpo teso come una molla, il volto tumefatto e una voglia infinita di togliersi di dosso tutto il fango che l’altro gli ha lanciato addosso, senza curarsi di quanto potesse ferirlo. Frazier è pronto a morire per portare a compimento il suo piano.
Ali è stanco di girare, strascina le gambe. Niente magia della danza, nè piedi strusciati velocemente sul tappeto. Niente sguardi irridenti o provocazioni.
Il corpo di Frazier, mentre spara il pugno della vita, è proteso in avanti, in una posizione che non dovrebbe essere l’ideale per liberare il massimo della potenza. Sembra che lavori solo di spalla, senza l’aiuto delle gambe, ma quel gancio sinistro è veloce e rapido come una pallottola. Un colpo sparato da un killer professionista.

BAM!
La mascella destra di Ali è centrata in pieno, il più grande va giù prima con la schiena, poi con tutto il corpo, mentre le gambe si sollevano per un attimo nell’aria.  In quel colpo c’è tutta la rabbia accumulata negli anni, la voglia di sentirsi finalmente libero da quell’ombra che continua a tormentarlo. C’è il desiderio di avere rispetto. Come uomo e come pugile.
BAM!
Joe Frazier ha appena messo knockdown Muhammad Ali. Il più grande va giù per la terza volta da professionista. Prima c’erano riusciti solo Sonny Banks, all’undicesimo match da professionista, ed Henry Cooper.
Ali cade sulla schiena, poi si affloscia con tutto il resto del corpo, lentamente come se si muovesse al rallentatore. Le gambe per un attimo si sollevano nell’aria, è knock down. Conosce l’umiliazione dell’atterramento, umiliazione ancora più grande per chi è abituato solo a vincere.
Si rialza al cinque, quando Arthur Mercante è arrivato a otto è pronto per combattere.


Frazier avrebbe comunque vinto quella prima sfida, infliggendo al rivale la prima sconfitta dopo trentuno successi consecutivi, ma quel gancio sinistro gli regala una felicità che non proverà più.
Gli regala soprattutto quel rispetto che era poi il motivo per cui si batteva ogni volta come un leone, ignorando il dolore, teso soltanto a distruggere il suo miglior nemico.
«Avevo 27 anni e sapevo che non ci sarebbe mai più stata un’altra notte come quella nella mia vita».
Non era solo con i pugni che Joe Frazier sapeva affascinare.
Il successo di Smokin’ Joe è netto, ma nelle menti di tutti noi appare ancora oggi (nelle dimensioni del punteggio) molto meno evidente. Se qualcuno mi chiedesse come sia finito quell’incontro, vi risponderei che Frazier lo ha vinto di un soffio, che senza quel kd forse non ce l’avrebbe fatta, che i tre giudici lo hanno giustamente premiato di misura. Ma se avrete la pazienza di leggere i cartellini, vi accorgerete di come Muhammad Ali abbia plagiato tutti noi sino a farci dimenticare i fatti.
Arthur Mercante: 8 round per Frazier, 6 per Ali, 1 pari.
Artel Aidala: 9 per Frazier, 6 per Ali.
Bill Recht: 11 per Frazier, 4 per Ali.
Un successo chiaro.
Nella platea del Madison c’erano migliaia di spettatori. Molti tifavano Frazier. Ali faceva paura, era la coscienza di un popolo che chiedeva giustizia, che era pronto a lottare per averla. È stata la prima di tre epiche sfide, match di una violenza inaudita, combattuti con tutta l’anima e tutto il corpo. Quella del Madison l’ha vinta Smokin’ Joe. In quel gancio sinistro sparato con forza e disperazione c’era tutta l’anima di Frazier.
C’era la sua boxe, ma anche la sua vita.
E pensare che, anche quella volta, la maledetta sfortuna aveva rischiato di rovinare tutto.
Come e perché me l’ha raccontato Arthur Mercante, arbitro di quella e di tante altre sfide mondiali.
“Era facile arbitrare Ali. Appena gli chiedevo di separarsi, lui si allontanava. Frazier invece avanzava e sbuffava come un toro. Era il decimo round, Frazier non si staccava nonostante io avessi chiamato il break. Li separavo e lui continuava a venire avanti. Avevo il mignolo della mano destra teso, Joe era andato a sbatterci contro e si era leggermente ferito sotto l’occhio. Avevo avuto paura, continuavo a ripetermi: e se adesso va all’angolo e si ferma? Sarebbe stata la controversia del secolo. Per fortuna non è andata così. Joe mi ha urlato: “Toglimi le mani di dosso!”. Quando è andato all’angolo ha detto a Yank Durham: “Sul ring ci sono due bastardi che mi colpiscono!” Abbiamo vissuto il più grande evento sportivo del Novecento”.


Un sorprendente numero di ricerche recenti hanno messo in evidenza i vantaggi del concedersi qualche riflessione nostalgica, suggerendo che questo genere di riflessione aumenta il nostro senso dei legami sociali e del significato della vita. In meno di un secolo, da malattia mortale è diventata un salutare tuffo nel passato: neanche la nostalgia è più quella di una volta. (Tiffany Watt Smith, Atlante delle emozioni umane).
Nostalgia per Ali e Frazier? Tanta.
Se ne sono andati da qualche anno, Ali ne aveva 74, Joe 67. Hanno scritto la storia dello sport e del tempo che hanno attraversato. Nostalgia non è un insulto. Forse è soltanto un guscio sicuro dove rifugiarsi, quando il futuro sembra non avere speranza di uguagliare il passato. E non parlo solo di boxe.

Il mistero Liston continua cinquant’anni dopo la scoperta del cadavere…

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Il 5 gennaio del 1971, cinquant’anni fa, il cadavere di Sonny Liston veniva scoperto nella sua casa a Las Vegas da un poliziotto della contea di Clark. Lo sceriffo si era deciso a indagare dopo numerosi solleciti di Geraldine, la moglie di Sonny. Sembra fosse già morto il 29 dicembre, ma avrebbe anche potuto essere il 30. Un mistero, come tutta la sua vita.

Questa è la storia di un uomo solo.

Di niente è stato mai sicuro Sonny Liston, neppure di quando o dove sia nato. Nessuno conosce il giorno della sua morte. Solo lui e l’uomo che lo ha ammazzato potrebbero darci una risposta certa.
Dicono sia venuto al mondo l’8 maggio 1932. Almeno così giuravano i manager. Avrebbe potuto anche essere l’8 gennaio dello stesso anno. Così sembrava ricordare la madre. Oppure il 7 febbraio del 1927, come è scritto sulla fedina penale. Anche sul luogo non si hanno certezze. Era una zona dove si coltivava cotone. Pine Bluff o Little Rock in Arkansas? Memphis, nel Tennessee? Forse Sand Slough, all’interno della Morledge Plantation dove lavorava Tobe Liston. Il padre.

Sonny ha una cicatrice sulla guancia, sul torace una linea lunga e sottile marchia il suo corpo. Ma sono quei segni color rame sulla schiena, ricordi di vecchie frustate, a raccontarci chi sia Charles L. Liston. Ha gli occhi grandi, palle che sembrano schizzare via dalle orbite. Trasmettono paura, tristezza, infelicità.
Tobe Liston era un uomo piccolo, pesava 66 chili, era alto appena 165 centimetri. Sposato con Leona, avevano avuto tredici figli: sette dei quali erano sopravvissuti al parto. Si era poi risposato con Helen Baskin (un donnone: 40 chili più pesante di lui, dieci centimetri più alta). Big Hela, come la chiamavano gli amici. Era giovane, aveva 27 anni meno del marito. Con lei, Tobe avrebbe avuto altri nove figli.


Vivevano con i pochi dollari guadagnati lavorando come mezzadri. Tre quarti del raccolto andavano al padrone del terreno, solo un quarto rimaneva nelle loro tasche. Erano arrivati in Arkansas nel 1916, venivano dalle terre del Mississippi River. Con loro una folla di figli, un nonno vecchio e malato. Abitavano in un’unica grande stanza, le finestre erano dei buchi nelle pareti. Big Hela doveva coprirle con il cartone per limitare i danni provocati dal vento. Nella baracca c’era il gelo di inverno, un’afa insopportabile d’estate. E c’era il papà che frustava Charles, tutti i giorni.
Il piccolo Liston comincia a lavorare a otto anni. Raccoglie il cotone. Di notte prega che la pioggia non rovini il raccolto. Di giorno suda, mentre la fatica gli spezza la schiena e le gambe. Le mani corrono veloci a strappare le capsule soffici dalle piante, le dita si scorticano, il collo brucia sotto il sole. Molti anni dopo, quelle mani sarebbero diventate enormi. Dure sopra, morbide e bianche nella palma. E avrebbero conquistato il mondo.

Il Paradise Memorial Gardens è un’oasi di verde nel sole accecante di Las Vegas, tra Eastern Avenue e Patrick Lane. Nelle prime file del cimitero c’è una piccola lapide. Il rumore assordante degli aerei in atterraggio sulle piste del McCarran Airport, impedisce di pregare in pace. Su quella lapide (foto sotto) è scritto: «Charles Sonny Liston 1932-1970. Un uomo».
«Vuoi trovare la sua tomba? Facile, cerca quella senza fiori».
Il vecchio custode del cimitero conosce benissimo il tipo che gli sta davanti, ma non ha nessuna voglia di fare eccezioni. Mike Tyson è al Paradise Memorial Gardens per rendere omaggio a uno dei grandi della boxe. Uno come lui. Rispettato come pugile, mai amato come uomo. È lì per capire. E ora sa che Sonny Liston non riposa in pace.

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La seconda guerra mondiale è appena finita. La piantagione offre raccolti sempre più scarsi, l’unica cosa a crescere è la fame. Big Hela lascia l’Arkansas e con sei figli si trasferisce al 220 di North Beach Street a St Louis. C’è una fabbrica di scarpe che ha bisogno di operaie. Un lavoro, uno stipendio fisso, una vera casa, una città. Helen Baskin, a 49 anni, sembra finalmente serena. Charles la raggiunge dopo qualche mese. In poco tempo diventa alto e grosso. Il 30 dicembre del 1949 ha (più o meno) 17 anni, pesa novanta chili ed è alto 1.80. Deve essere questo fisico robusto a mettergli strane idee nella testa.
Il posto giusto per lui, pensa, è nella criminalità. Ha la data di quel venerdì dopo Natale, il primo rapporto della polizia su un’attività illecita. Tre uomini rapinano un vecchio commerciante. Il bottino è di 45 dollari. I tre delinquenti (non identificati) sono indicati come: Negro #1, Negro #2, Negro #3. Lui è Negro #1 e ora abita al 1006 di O’Fallon Street, al confine tra la zona dei neri e quella degli italiani. I suoi compagni si chiamano Willie Hordan e William James. Un’altra rapina a mano armata in un supermercato, ancora una in un ristorante, un furto, un’intimidazione, il pestaggio di un poliziotto e il suo indirizzo diventa “Charles L. Liston, Jefferson City. Penitenziario dello Stato del Missouri.”

Dare e prendere cazzotti è lo cosa che gli riesce meglio. Entra in cella nella primavera del 1950. Il reverendo Edward B. Schlattmann è il cappellano del carcere, l’uomo che cura l’anima e il corpo dei reclusi. È infatti anche il responsabile dell’attività fisica. Due lavori, nessuno stipendio. Cosa Liston sia capace di fare con i pugni, è facile da capire. Padre Schlatmann chiede a un altro prigioniero di dare lezioni di pugilato a quel ragazzo grande e grosso che se ne sta tutto il giorno solo e in silenzio. Non sa né leggere, né scrivere. L’isolamento è totale, la boxe può aiutarlo a uscirne.
Si chiama Sonny l’occasionale allenatore e Sonny diventerà il nuovo nome di Charles L. Liston. Il problema è trovare dei guantoni per quelle mani grosse, enormi. Ha un pugno che misura 35 centimetri, solo giganti come Primo Carnera o Jesse Willard l’avevano più grande di lui. Sale sul ring e stende tutti gli avversari. Padre Schlatmann lascia il penitenziario, lo sostituisce il reverendo Alois Stevens. Ora ad allenare Liston è Sam Eveland, campione dei Golden Gloves per lo Stato del Kansas, in prigione per furto di automobili. Padre Stevens, con l’aiuto di monsignor Jack McGuire e di Bob Burnes, direttore del Globe-Democratic, convince due signori a prendersi cura di Charles fuori dal carcere.
Frank Mitchell è nella boxe da sempre, è stato sparring di Joe Louis, ha insegnato ad Archie Moore uno strano stile difensivo “a tartaruga”. Muncey Mitchell è l’editore del St Louis Argus ed è amico di tutti i potenti della città. Il 30 ottobre del ’52 il futuro campione del mondo dei pesi massimi è libero sulla parola. Entrato nel penitenziario di Jefferson City come Charles L. Liston, delinquente abituale a soli 20 anni, ne esce come Sonny Liston. Pugile.
Pochi mesi prima Jimmy Forrest, un sassofonista che aveva suonato anche nell’orchestra di Duke Ellington, compone “Night Train“, un blues struggente. Sarà la colonna sonora della vita di Liston, l’unica canzone che abbia mai imparato a memoria.

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Tutti nella boxe se la cavano bene, tranne il pugile. Lui è l’unico che soffre. È l’unico che finisce sotto i ponti. È l’unico che va via di testa. A volte impazzisce, a volte si dà alla bottiglia, perché la boxe è uno sport molto intenso che ti mette enormemente sotto pressione e un sacco di gente non ce la fa. Sopporti tante cose, poi molli.

A St Louis comandano siriani e siciliani. A guidare gli italiani è John Vitale, a cui è legato Frank Mitchell. Ma Vitale è anche un uomo di Frank Carbo. Il boss della mafia è di New York. Nato come Paul Carbo nel Lower East Side il 10 agosto 1904, cresciuto nel Bronx. A 20 anni commette il primo delitto: un colpo di pistola alla tempia di un tassista. Patteggia la pena e viene condannato per omicidio preterintenzionale. Nel ’28 entra a Sing Sing. Tre anni dopo, mentre è in libertà sulla parola, uccide il miliardario Mickey Duffy. Lo arrestano al Cambridge Hotel sulla 68th, è a letto con una sedicenne che si fa chiamare Vivan Lee e che dichiara di essere un’artista. In realtà il suo nome è Vivian Malifatti e i soldi li fa con la lap dance. Si contorce, praticamente nuda, attorno a un palo o sulle ginocchia dei clienti.
Durante il Proibizionismo, Carbo lavora come killer professionista. Poi diventa un capo e inserisce, dal 1935, la boxe tra i suoi principali interessi. Comanda il pugilato americano e mondiale per oltre vent’anni. Muore, di diabete, nel 1976.
Ha sempre avuto in mano il contratto di Sonny Liston. A lui vanno il 52% delle borse. Il 24% finisce nelle tasche di Joseph “Pep” Barone, il 12% in quelle di Frank “Blinky” Palermo luogotenente di Carbo. Al pugile resta il 12%.

Mi vuoi bene?
E’ la domanda che Sonny continua a fare in giro anche dopo essere diventato campione del mondo. L’unica a regalargli affetto è Geraldine Chambers, operaia in una fabbrica di munizioni a St Louis, madre di Arletha: una bambina di undici anni. Sonny conosce Geraldine in una piovosa serata di marzo del ’56, la sposa nel settembre del ’57. È lei che lo accudisce come un bambino anche quando, già campione, torna a casa ubriaco. Anche quando bussa al 4439 di Fairlin Avenue a St Louis o alla porta della villa di Las Vegas, reduce da una notte di sesso sfrenato con un paio di prostitute, mai meno di due, per il grande, grosso vecchio Orso. È lei a leggergli i giornali che sparano insulti velenosi dopo le sconfitte con Ali. È l’unica ad amarlo. Una dote che non le risparmierà il tradimento.

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Due ganci destri e un sinistro. Sono passati 2:06 dall’inizio del match e Floyd Patterson è già knockout. Sonny Liston è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi. C’è odio, rabbia, frustrazione negli sguardi e nell’anima di molti degli spettatori del Comiskey Park di Chicago la notte del 25 settembre 1962. Hanno tutti tifato per il «negro buono». Sono anni difficili per i neri d’America. Non possono frequentare le università statali, in treno sono costretti a viaggiare in vagoni separati, al ristorante devono mangiare in tavoli separati, hanno anche chiese separate dai bianchi. Fanno lavori inferiori, con una paga inferiore. Nel profondo Sud un bianco può uccidere un nero e sperare, con buone possibilità, di essere assolto.
Martin Luther King ha appena cominciato la battaglia per i diritti civili, nelle strade si canta “We shall overcame” in attesa della grande svolta. Il presidente è John Fitzgerald Kennedy, suo fratello Robert è il Procuratore Generale. Anche loro tifano per il nero integrato, quello che non ti obbliga a pensare, non ti pone dei dubbi, non ti fa paura. L’Orso ha tutti contro.
Floyd Patterson, come dice pubblicamente John Kennedy: “È un esempio per la gioventù”. Il presidente lo convoca alla Casa Bianca, gli ordina: “Devi assolutamente batterlo”. Il campione potrebbe evitare quella sfida, nessuno gliene farebbe una colpa. Ma lui ha paura che la gente, guardandolo in faccia, possa pensare che sia un vigliacco. L’altro ha messo ko Cleveland Williams, Roy Harris, Nino Valdes, Zora Folley. Picchia e sa incassare qualsiasi colpo. Sembra imbattibile. Patterson non può evitarlo.

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Floyd si prepara in un ritiro lontano dal mondo, in un posto che somiglia più a un eremo solitario che a un campo di allenamento. Sonny va in un ippodromo abbandonato, sistema la palestra dove una volta c’era il baracchino delle scommesse. Patterson ha la sconfitta nella mente. Ha paura di perdere, un incubo gli fa compagnia.

Noi pugili abbiamo sempre paura. Non abbiamo paura di farci male, ma di perdere. Perdere sul ring è peggio che in qualunque altro posto. Il pugile sconfitto perde qualcosa di più che il suo orgoglio e l’incontro, perde una parte del suo futuro e torna a un passo dal quartiere malfamato da cui proviene.

Finisce tutto in meno di tre minuti. Floyd Patterson scappa dall’Arena da una porta sul retro, ha la barba finta e gli occhiali neri.
Mentre firma per la rivincita, lo sguardo immobile di Sonny fa pensare a un atto dovuto. La mafia sembra avere deciso per una sua sconfitta. Frankie Carbo governa il pugilato attraverso James Norris e l’International Boxing Commission. Il boss, per il secondo match, sceglie Las Vegas e la data del 22 luglio 1963. La città vive di pochi alberghi, ha un piccolo numero di residenti e tutti i Casinò sono gestiti dalla malavita. Liston alloggia e si allena al Thunderbird di Irving “Ash” Resnick. Sangue, sudore e lacrime il Vecchio Orso ne versa assai pochi. Passa più tempo con le signorine messegli a disposizione da Resnick con grande puntualità, che sul campo di allenamento. Basta comunque per liquidare il povero Patterson.

Uppercut alla mandibola, diretto destro. Ancora un ko al primo round, quattro secondi in più della prima volta: 2:10. Il tenero Floyd travestito per sfuggire alla folla ma soprattutto a se stesso scappa come un ladro. Il buono esce tristemente di scena. Sonny Liston non sorride mai, non lo fa neanche ora che è sul tetto del mondo. È triste come se già conoscesse l’incubo che governerà il suo futuro, purtroppo per lui il pericolo sarà più grande di quanto riesca a immaginare.

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Nella prima sfida si chiama ancora Cassius Clay, il “nome da schiavo”. Convertitosi all’islamismo, lo cambierà in Muhammad Ali. È un giovane pieno di sogni, ma sa già usare armi finora sconosciute nel pugilato. La psicologia, ad esempio. Sonny spaventa i suoi nemici, incute rispetto, paura. Clay scardina questa sicurezza, toglie certezze dal campo del rivale. Si piazza nel giardino di casa Liston alle 3 del mattino e comincia a insultarlo. Arriva su un vecchio autobus, un Flexible 53, dipinto di rosso e di bianco. Danza sull’erba e grida. Prima di presentarsi, avverte giornali e televisioni. Alle 3 del mattino davanti alla casa di un Liston furioso c’è tutta la stampa americana. Cassius vuole che l’altro lo giudichi un buffone e niente più, che abbassi la tensione, che si convinca della facilità di quel match.
Sonny non è il tipo da incassare un affronto e dimenticarlo. La sua è la legge della strada, dove a una provocazione si risponde con un’aggressione. L’occasione arriva presto. L’Orso sta giocando e perdendo ai dadi, quando Clay entra al Thunderbird Hotel & Casino. Il buffone di Louisville comincia a prenderlo in giro. Liston poggia i dadi sul tappeto verde, si gira, fa qualche passo verso quel ragazzo insolente e gli urla in faccia: “Porta via velocemente da qui quel tuo culo nero”. Poi lo fulmina con uno di quegli sguardi che hanno atterrito chiunque abbia attraversato la sua strada. Clay scappa dall’albergo. Gli servono un paio di giorni per riprendersi. E per tornare a recitare.

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Miami Beach, 25 febbraio 1964. Primo match. Liston si danna l’anima nel tentativo di accorciare la distanza, di raggiungere Clay. Quello gli balla davanti, danza e tocca con il jab, lo manda a vuoto e porta una serie.
È il quinto round quando lo sfidante torna all’angolo e strilla in faccia al suo manager. “Non vedo più niente, mi bruciano gli occhi. Ha messo qualcosa sui guantoni, ha sulle spalle un unguento che mi sta facendo diventare cieco. Finiamola qui, torniamocene a casa”. Angelo Dundee lo rimanda al centro del ring. Il bruciore passa, lentamente Clay torna a vedere il nemico. All’inizio della settima ripresa, con il combattimento ancora in equilibrio, è il campione a dire basta, a ritirarsi. “Non riesco a muovere la spalla sinistra”. Tre ore dopo, il dottor Alexander Robbins della Commissione Atletica di Miami Beach diagnostica: “Lesione al tendine del bicipite del braccio sinistro”. Il mondiale dei massimi non appartiene più alla mafia bianca. Il favorito, l’uomo che i bookmaker pagavano un solo dollaro per ogni otto di scommessa, è stato sconfitto. Ora può cominciare a incassare i diritti sui prossimi match di Clay, nel rispetto di un contratto che la Inter-Continental Promotions, di cui è socio, ha firmato con il futuro campione del mondo.
Sono passati sei mesi da quando duecentomila persone sono sfilate a Washington. La Legge dei Diritti Civili ha abolito di fatto la discriminazione razziale. Il potere dei neri sale con la loro consapevolezza di poterlo esercitare attraverso il voto. Si iscrivono nelle liste elettorali e condizionano le carriere politiche. Malcom X, che contesta la via pacifica adottata da Martin Luther King, e i Mussulmani Neri stanno raccogliendo sempre maggiori consensi. Dopo avere battuto Liston anche il giovane campione del mondo dei massimi entra a farne parte. Cassius Clay esce di scena, ora tocca a Muhammad Ali.

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Dura 2:12 la rivincita. Sonny non riesce mai a colpire Ali la notte del 25 maggio 1965. Un round fatto di soli tentativi a vuoto. In platea ci sono appena 2434 spettatori paganti (foto sopra, un biglietto di ingresso), il più piccolo pubblico che un mondiale dei massimi abbia mai avuto. Il match si svolge a Lewiston, nel Maine, nella minuscola St Dominic’s Arena. Una sfida per il titolo, in una città senza tradizioni che la leghino al pugilato.
Le autorità del Massachusets hanno negato l’autorizzazione all’incontro. Dicono: “Dietro agli organizzatori c’è la mafia”. Il 21 febbraio Malcom X viene assassinato, subito dopo la casa di Ali va a fuoco. Tutti sanno che il campione ha preso le distanze da quello che è stato prima suo amico e poi guida religiosa, sanno che è tornato con Elijah Muhammad: il capo spirituale dei Mussulmani Neri. Si teme un attentato, meglio una piccola arena dove si può controllare tutto e tutti.

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Al terzo destro scagliato da Ali, Liston stramazza al tappeto. È un pugno fantasma a chiudere la sfida. Neppure la moviola televisiva riuscirà a individuarlo. È un colpo invisibile. L’arbitro è Jersey Joe Walcott, vecchio campione del mondo dei pesi massimi. Liston è al tappeto. È scivolato giù lentamente, come un vecchio edificio che si sgretola dopo essere stato colpito dalla palla di acciaio. È lì a terra, steso come se fosse stato appena folgorato. Walcott comincia a contare, perde tempo nel mandare Muhammad all’angolo neutro, si innervosisce, si lascia sfuggire il controllo del match, torna al centro del ring quando i due hanno già ricominciato a boxare. Da bordoring gli urlano di fermarsi, gli gridano che il match è finito. C’è Nat Fleischer in prima fila, è l’editore e il direttore di The Ring: la rivista che viene considerata la bibbia del pugilato.

Fleischer: È finita Joe, ferma l’incontro
Walcott: Perché?
Fleischer: Liston è rimasto giù 14 secondi
Urla anche il cronometrista.
Walcott: Quanto è rimasto a terra Liston?
Cronometrista: Oltre 12 secondi

Jersey Joe Walcott ripercorre, lentamente, all’indietro lo spazio che lo separa dai pugili, ferma la loro azione e alza il braccio di Ali. Il ragazzo di Louisville si è confermato campione. Ha vinto per ko con un pugno che nessuno ha visto.
La gente strilla.
Buffoni, imbroglioni.”
Sono tutti in piedi e gridano.
Truffatori.”
Ali, mentre Liston era al tappeto gli aveva urlato sulla faccia (foto sopra).
Alzati brutto orso, siamo in televisione.”
Adesso cercano di sfuggire alla rabbia della folla. Un deputato chiede al Congresso di abolire la boxe. I giornali parlano di una gigantesca truffa sulle scommesse, della mafia che ha manipolato il risultato, dei Mussulmani Neri che hanno bisogno di un campione del mondo per propagandare la loro dottrina.
Liston ha perso il titolo, ma continua attraverso la Inter-Continental Promotions a prendere la percentuale sulle borse del nuovo campione.

Sonny Liston (3R), at weighting-in ceremonies before world championship fight with Cassius Clay (L, sitting).


I giornalisti non gli hanno mai perdonato niente. È la parte brutta dell’America, lo chiamano “bad boy”, come se la boxe sia popolata da bravi ragazzi. Liston è tornato a essere solo. Geraldine gli legge i giornali, Sonny non ha mai imparato a farlo, lui dondola sulla sedia mentre dentro al cuore gli cresce la rabbia. Torna sul ring. E vince per quindici volte, perdendo un solo incontro. L’ultimo match lo disputa contro Chuck Wepner. Quell’omone bianco che ha catturato l’immaginazione di Sylvester Stallone per il suo combattimento con Ali, quello che ha regalato all’artista americano l’idea di “Rocky”. Liston lo distrugge. Di quei quindici incontri avrebbe dovuto perderne almeno uno. Così, dicono, era l’accordo con la mafia. Lui continua a correre incontro alla morte, loro non hanno fretta. Sanno aspettare. L’ultima sfida, il 25 giugno 1970. Poi nella sua esistenza rimane solo la casa in Ottawa Drive, a Las Vegas. E la moglie, i vecchi amici, il whiskey. Dei quattro milioni di dollari guadagnati in carriera, resta davvero poco in banca.


È il 5 gennaio del ’71, quando lo trovano disteso sul pavimento, nel salotto di casa. L’autopsia rivela tracce di morfina e codeina, prodotte dalla decomposizione dell’eroina nel corpo. Dicono sia morto per overdose. Ma lui aveva il terrore dell’ago, delle punture. Non sopportava l’anestesia dal dentista e la cosa che lo sconfortò di più dopo un incidente d’auto, non furono le ferite, ma l’ago della flebo nel braccio. Dicono che potrebbe essere stata la mafia a fare quell’ultima iniezione. Il 9 gennaio del 1971, il reverendo Edward P. Murphy officia il funerale alla Palm Mortuary Chapel. Quel sabato pomeriggio, Sonny Liston viene sepolto al Paradise Memorial Gardens.
Charles L. Liston è morto il 29 o il 30 dicembre 1970.
Dicono avesse 38 anni.
Pochi giorni prima Herbert Muhammad, manager di Ali, aveva firmato un contratto da cinque milioni di dollari per il match contro Joe Frazier. Da quando era diventato socio della Inter-Continental Promotions, Liston aveva guadagnato solo poche migliaia di dollari sull’attività di Ali che era rimasto a lungo fermo a causa del rifiuto di servire l’esercito americano. Ora che arrivano le grandi borse, lui non può più accampare diritti. Anche nel momento della morte, solo i dubbi rimangono a fare compagnia a Charles Sonny Liston.
Il Vecchio Orso riposa in un rumoroso cimitero di Las Vegas, la pace per lui non è mai esistita.

Gennaio ’61. Due pugili sul ring. Uno sarà campione, l’altro diventerà assassino


Miami, 31 ottobre 1967.
È la notte di Halloween.
A Place for Steak è un ristorante che propone indimenticabili bistecche sulla 79th Street Causeway, a North Bay Village, la strada sull’Oceano.
Un omone se ne sta seduto all’Harbour Lounge bar, un bar aperto fino a tardi, collocato proprio all’ingresso del ristorante. È grande e grosso, supera l’1.90 di altezza e da qualche tempo sfiora i 100 chili. Un bicchiere di whiskey in mano e lo sguardo che scruta fuori dalla grande finestra. Sembra che viva in un mondo tutto suo, tutto attorno la gente mangia, beve, chiacchiera. Ma lui continua a fissare oltre il vetro.
Gli occhi diventano improvvisamente attenti, il volto si riempie di una luce scura. È un po’ difficile da spiegare. C’è un lampo che attraversa il suo sguardo, ma poi lentamente si spegne e sembra che tutto sia circondato dall’oscurità.
Il giovane, sicuramente sotto i quarant’anni, è in forma. Deve essere stato un atleta e non ha sicuramente perso l’abitudine all’allenamento.
La sua attenzione è catturata da un uomo maturo, oltre la cinquantina, che ha appena fatto ingresso nel ristorante. Il caposala lo ha salutato con rispetto, i camerieri si sono precipitati attorno a lui. Deve essere un tizio popolare da queste parti.
Il nuovo entrato si siede a un tavolo con una splendida vista sull’Oceano e ordina una New York Sirloin steak. Non riuscirà neppure ad assaggiarla.
L’omone si muove sicuro, attraversa la sala, arriva davanti al tavolo del nuovo entrato.
BANG
BANG
BANG
BANG
BANG
Cinque colpi di pistola in rapida sequenza. Il nuovo entrato crolla sul pavimento, il sangue copre la sua faccia e scende a macchiare giacca e t-shirt. È un cadavere ormai.
(altri collocano l’omicidio fuori dal ristorante, ma la dinamica degli eventi sarebbe comunque la stessa e non altererebbe il senso della storia).
Quando il medico legale lo esaminerà per la prima volta, un testimone (come riporta webgalleria.com) lo sentirà dire: “Che bel buco che è”. Sulla fronte c’è la firma del primo dei cinque colpi sparati dall’omone. Lo stesso che il nuovo entrato aveva minacciato di morte dopo una violenta lite appena pochi giorni prima.
La vittima si chiamava Thomas Altamura, detto The Enforcer, il garante. Aveva 53 anni e faceva parte del clan Gambino, uno dei cinque gruppi che gestisce la mafia a New York e nel resto degli States (fonte thenewyorkmafia.com).
La polizia accusa dell’assassinio Anthony Esperti, detto Big Tony. Ha 37 anni e il locale in cui è stato commesso l’omicidio è il suo.
Gli agenti lo catturano. Ma l’arresto non è cosa semplice. Big Tony si agita e lancia per aria poliziotti come se fossero bambole di pezza (He trew the police around like rag dolls, scriveranno i giornalisti americani ).
In tribunale, la giuria lo riconosce colpevole di omicidio di primo grado. Viene condannato all’ergastolo. Stavolta non ce l’ha fatta ad evitare il processo. Era già stato arrestato altre undici volte, per vari reati, ma le vittime si erano tutte rifiutate di testimoniare (come ha scritto il Miami Herald).
Anthony Esperti muore il 12 aprile del 2002, aveva 72 anni. Era nato a Baltimora, viveva nel Bronx.
Da giovane era stato un pugile, aveva anche fatto da sparring a Sonny Liston.
Il 17 gennaio del 1961, cinquant’anni fa, era salito sul ring dell’Auditorium di Miami Beach. Erano cinque anni che non combatteva. L’ultimo match lo aveva disputato il 21 marzo del ’55, perdendo ai punti contro Al Andersen. Aveva quasi sempre boxato a Brooklyn, a volte nel Bronx, raramente a Long Beach.
Il rivale di quella notte di gennaio era al suo terzo incontro, aveva vinto i primi due. Proprio quel giorno festeggiava il suo diciannovesimo compleanno.
Dopo meno di tre round, l’arbitro Mike Kaplan interrompeva il combattimento. Decretando la sconfitta di Big Tony per kot. Aveva l’occhio sinistro devastato dai jab dell’avversario.
Era la sua sesta sconfitta, la quarta consecutiva.
L’altro proseguiva il suo cammino. Sarebbe diventato il personaggio sportivo più popolare del mondo, uno dei più grandi pesi massimi di sempre.
Il suo nome era Cassius Clay, tutti a breve lo avrebbero conosciuto come Muhammad Ali.

Ali-Foreman quarantacinque anni dopo, la leggenda continua…

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Il 30 ottobre 1974 Muhammad Ali batteva George Foreman a Kinshasa per ko a 2:58 dell’ottava ripresa, in palio c’era il mondiale dei pesi massimi. Quarantacinque anni dopo quel match, la leggenda continua

Fred Weymer è un gran bevitore di vodka ed è soprattutto un ex adepto del partito nazista americano. Gli Stati Uniti gli hanno vietato l’ingresso nel Paese.
Fred Weymer è anche l’uomo che amministra i conti bancari in Svizzera del dittatore dello Zaire, Joseph Mobutu.
Modunga Bula vive a Bruxelles ed è un altro operatore delle finanze di Mobutu.
John Daly è il presidente della Hemdale Films, una casa produttrice di film impegnata anche nel campo televisivo.
Hank Schwartz è il presidente della Video Techniques, la compagnia che provvede alla tecnologia satellitare per la maggior parte dei match trasmessi a circuito chiuso negli States.
Weymer, Bula, Daly, Schwartz e un quinto uomo siedono a Parigi attorno a un tavolo, nel ristorante di un famoso albergo. È qui che definiscono il match più pagato della storia del pugilato: cinque milioni di dollari per Ali, stessa cifra per Foreman. A pagare sarà lo Zaire del dittatore Mobutu, a caccia di una patente di credibilità.
Il quinto uomo si chiama Donald King, per tutti è più semplicemente Don King. È uscito due anni e mezzo prima dal carcere dove ha scontato una pena per omicidio colposo. Ha tentato la carriera di manager, ma i suoi pugili sono tutti finiti knockout.
Ora è impegnato nell’affare del secolo. Padrone solo della sua dialettica, convince i rivali a firmare un contratto per la grande sfida. Poi, trova i soldi.

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Nasce “Rumble in the Jungle”.
I nemici dicono che i suoi capelli siano come lui: non rispettano nessuna legge, neppure quella di gravità. Don King ha una spiegazione più spirituale.
«Stavo cercando di prendere sonno quando mi sono sentito come un rombo in testa. Sono corso allo specchio e ho visto i miei capelli dritti come frecce. Anche il barbiere, il giorno dopo, non è riuscito a far niente: ogni volta che provava a tagliarli, sentiva come una scossa. Era il segnale divino: è da quel momento che sono in missione per conto di Dio».
Ho parlato più di una volta con Don King anche se definirle interviste mi sembra improprio. L’omone che viene da Cleveland ascolta le domande e poi si lancia in un rap in cui mette in fila la comunità nera, celebri scrittori, la grandezza dell’America. Chiude ogni verso con una fragorosa risata. Ride quando parla del suo conto in banca, ma anche quando racconta la sua lite con Mike Tyson.
«Troppi Jago attorno a lui. Gli hanno sussurrato all’orecchio mille bugie, hanno messo nella sua testa falsità. E lo hanno rovinato. Mestatori di professione hanno convinto Mike che io ero il nemico. Ma basta guardare quello che ha fatto quando era con me e quello che ha fatto dopo, per capire chi fossero i nemici.»

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Ride e il pancione trema. È un omone taglie forti, 192 centimetri per 120 chili, vestito con poco riguardo per i colori e con quei capelli sparati verso il cielo si fa fatica a non notarlo. A dimenticarsi di lui furono però molti dei testimoni chiamati in tribunale nel lontano 1966. King aveva ucciso un tale di nome Sam Garrett, sbattendolo sul marciapiede e rompendogli la testa. Il primo verdetto fu di omicidio di secondo grado, poi diventato omicidio preterintenzionale. Tre anni e undici mesi nel penitenziario di Marion, dove legge Omero, Shakespeare, Hegel, Socrate. Da ragazzo non poteva permetterselo. Il papà era morto quando lui aveva nove anni, precipitato nell’acciaio fuso. La mamma vendeva torte. Lui, non appena l’età e il fisico glielo permettono, riscuote e paga le puntate del bingo per il boss locale Tony Panzanello.
Poi, è arrivato Ali.

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«Il match tra Ali e Foreman a Kinshasa è stata la cosa più grande che abbia fatto nella mia vita. L’orgoglio del popolo nero. Siamo come il pugilato, usciamo a testa alta dalle guerre che il mondo ci fa. Oggi non ci sono più grandi pesi massimi. Ma è ingiusto paragonare epoche diverse. Una volta la posta viaggiava sui pony, oggi vola con i jet. Io dico: torniamo indietro nel tempo, alle tradizioni. Restituiamo il pugilato ai grandi personaggi. Solo così riconquisteremo il mondo e vedremo un nuovo Ali».
A Kinshasa tutti sanno chi è Ali. È un eroe.
Foreman non sanno neppure che faccia abbia, solo al suo arrivo scoprono che anche lui è nero. Quando scende lungo la scaletta dell’aereo, si fa precedere da un pastore tedesco. Quell’animale offende gli africani perché i belgi, quando il Congo era una loro colonia prima di diventare Zaire, usavano i pastori tedeschi come cani poliziotto quando andavano in giro per le loro spedizioni punitive, quando prelevavano uomini che poi avrebbero torturato.
Ali vive in mezzo alla gente, cattura il popolo perché è uno di loro. Ali affascina, incanta, entusiasma. Foreman è solo con il suo clan. Lontano dagli africani, solo con la sua superbia. Solo quando si fa male in allenamento, quando nella sfida mondiale va giù come un fantasma. Qualcuno parla di riti voodoo. La realtà è che l’unica arte magica di cui rimane vittima Big George è sprigionata dall’uomo che lo ha sconfitto.
Ali ha bisogno di tre cose per vincere la sfida. Controllo della mente, del corpo e aiuto della gente. Ha un vantaggio: conosce la sconfitta, l’ha già assaporata contro Frazier e Norton. George Foreman si crede imbattibile. Ali sa anche che non può più ballare.

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«Vola come una farfalla, pungi come un ape».
No, Bundini, stavolta non si può. Bisogna che quel gorilla del campione si stanchi a forza di picchiare, lui intanto impara ad alzare la soglia del dolore facendosi sistematicamente colpire da Larry Holmes, suo sparring in allenamento, futuro campione del mondo. L’Africa è con lo sfidante, l’altro è solo un bianco travestito da nero.
«Ali boma ye, Ali boma ye» urlano i ragazzi che vivono nelle baracche accanto al fiume Congo, i diseredati vittime della dittatura del presidente Mobutu, i poveri, i sognatori. Ali uccidilo, Ali uccidilo.
Foreman si fa male in allenamento, tutto è rimandato di sei settimane. Il 30 ottobre del 1974 Ali viene torturato per sei round dal grande George. Mazzate di devastante potenza su un corpo immobile, un martirio che intristisce gli animi. Fermo alle corde Ali fa sfogare il nemico. L’altro perde sicurezza, vede calare la propria forza. E Ali è sempre lì, in piedi davanti a lui. Nell’ottavo round si compie il capolavoro. Lo sfidante esce dall’angolo, mette in fila una serie infinita di colpi chiudendo con un destro che nessuno potrà mai dimenticare. Poi non colpisce più, non ce n’è bisogno. È nuovamente campione del mondo.

Piove, diluvia su Kinshasa. È festa in onore del re tornato a comandare il mondo. L’acqua pulisce le imperfezioni del vecchio regime, di quello fatto di violenza e di nessuna saggezza di George Foreman.
Il gigante è crollato, Big George si è arreso all’ultima magia di Ali.

Lele Blandamura, la vita è una lotta che non finisce mai…

Lui si chiama Lele, Emanuele Blandamura.
Per vivere tira e prende cazzotti.

Ha combattuto dentro e fuori dal ring. Non c’è stata giornata in cui non sia stato chiamato a confrontarsi con i demoni. La sua è stata una vita presa a pugni. Ci vuole coraggio per uscirne fuori assorbendo al meglio i colpi, riuscendo poi a piazzare una botta vincente.

Crescendo ha capito che doveva usare una differente chiave di lettura, abbandonare il livello della commiserazione e passare all’azione vera e propria. È stato bravo a venirne fuori, lottando e soffrendo, combattendo ogni volta che qualcuno non voleva concedergli gli spazi ai quali aveva diritto. È stato bravo soprattutto nonno Felice a camminargli accanto. Gli ha insegnato come ritrovare un minimo di serenità, senza imporgli regole o stilare una lista di comandamenti da cui non derogare. Per fargli capire cosa fosse la vita ha scelto la strada più difficile da praticare, quella dell’esempio silenzioso.

E Lele ha capito (sopra la recensione del libro su La Gazzetta dello Sport).

La boxe l’ha aiutato. È stato il mezzo attraverso il quale ha potuto dare una spinta all’autostima. E lentamente, con grande costanza, si è trasformato in un vincente. Sul ring e nella vita (sopra Lele ed io alla presentazione del libro a Buttrio, all’interno dell’agriturismo dove la mamma lavora). Ogni trofeo lo ha messo in mostra nella cameretta della casa di piazza Ottaviano Vimercati, il suo rifugio. Lì ha pianto quando si scontrava con il buio dei ricordi, ha scacciato quei demoni che si trasformavano in incubi, lì ha sorriso quando ha capito dove fosse riuscito ad arrivare.

Era un bulletto di periferia, è diventato un campione (sopra la recensione del libro su Il Romanista).

Aveva solo dieci mesi quando, lasciato dai genitori, era andato a vivere dai nonni: Felice e Isabella.

Incubi e dubbi però non lo lasciavano mai.

A 12 anni rischiava di essere stuprato da un pedofilo, sfiorava la depressione. Cercava aiuto nei posti sbagliati, provava la droga e ne usciva. Arrivava a sfiorare il suicidio.

Lo salvava nonno Felice (sopra la recensione del libro sul Corriere dello Sport-Stadio), maresciallo dei carabinieri in pensione. Gli insegnava ad amare la vita. Era un rapporto speciale quello nato tra il ragazzo ribelle e l’anziano signore che ne aveva viste tante nella sua esistenza. Guerra e prigionia comprese.

Nonno Felice è stato la guida, il ragazzo diventando uomo ci ha messo tenacia, intelligenza e volontà.

La storia era andata avanti, sino a quando i ruoli si erano invertiti. Il bulletto di periferia, capita la lezione, si era preso cura del nonno malato.

Ritrovava la mamma dopo ventisette anni di silenzio, intensificava i rapporti con il papà dopo tanti problemi.

Blandamura oggi è un pugile: campione europeo, sfidante al mondiale dei medi. Ha perso in Giappone per il titolo Wba contro Ryota Murata. Si è fermato solo pochi mesi, è tornato a combattere, ha messo assieme due vittorie e adesso aspetta la prossima grande occasione.

Ma il dolore non l’abbandona, nonno Felice non c’è più (sopra una foto della presentazione del libro a Cerignola, dove il nonno era nato). Se ne è andato via per sempre. La vita è una lotta che non conosce fine.

Tutto questo Lele (foto sopra) racconta in prima persona.

Sullo sfondo della storia c’è una Roma di periferia, palestre che sembrano grotte, strade violente, culture che si fondono.

“Che LOTTA è la VITA”, la drammatica storia di Emanuele Blandamura, Edizioni Slam/Absolutely Free.
Nelle migliori librerie e su tutti i punti di vendita online.

Una foto, una storia. Il pugno fantasma di Ali apre una nuova era

È il 25 maggio 1965, l’orologio segna le 10:40 della sera. 
Sul ring della St Dominic’s Arena di Lewiston, nel Maine, due uomini si battono per il mondiale dei massimi.
Accanto al quadrato c’è Neil Leifer.
Presto scatterà una delle fotografie più famose nella storia dello sport.

Oggi vi racconto la storia di quella foto.

Quaranta condensatori, ognuno del peso di trentacinque chili. Normalmente illuminano la Roosevelt Raceway di Long Island. Ci sono volute pazienza e tenacia per convincere i proprietari a prestare l’intera attrezzatura agli uomini della rivista specializzata Sports Illustrated.

C’è poca gente attorno al ring, ma sulla piccola cittadina del Maine sono puntati gli occhi del mondo. Lewiston non sa neppure cosa sia la boxe e si ritrova a ospitare il campionato mondiale dei pesi massimi tra Muhammad Ali e Sonny Liston.

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La gente affluisce lentamente nella St Dominic’s Arena. Il match avrebbe dovuto svolgersi al Boston Garden, ma le autorità del Massachusetts hanno negato l’autorizzazione all’incontro. Pensano che dietro gli organizzatori ci sia la mafia. Pochi mesi prima è stato assassinato Malcolm X e subito dopo è stata incendiata la casa di Ali.

In molti temono che qualcuno possa uccidere il campione, l’ipotesi di un attentato si è fatta sempre più reale. Meglio dunque un posto piccolo, dove sarà possibile controllare tutti.

Il match si svolgerà nella cittadina sul fiume Androscoggin, 130 miglia a nord est di Boston, in una località senza alcun legame con il pugilato.

Neil Leifer, giovane fotografo di Sports Illustrated, ha scelto il suo lato del ring. Su quello opposto si è piazzato Herbie Scharfman, un collega della stessa rivista, uno che ha scattato delle splendide immagini del grande Rocky Marciano. La loro, come quella di ogni bravo fotografo, è una vera e propria sfida a chi riuscirà a rubare lo scatto migliore.
Usano Rolleiflex con flash stroboscopico. Hanno un unico scatto, poi sono costretti ad avvolgere la pellicola e aspettare dai tre ai cinque secondi affinché il flash si ricarichi. Ogni volta che lo fanno, rischiano di perdere il momento magico.

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In sala ci sono più poliziotti che spettatori. Ogni persona che entra, viene perquisita. È il 25 maggio del 1965, Cassius Clay ha abbracciato la religione dei Musulmani Neri e cambiato il suo nome.
Prima in Cassius X, per poi diventare per tutti Muhammad Ali.

L’America non ha ancora deciso se amare l’ex galeotto o quello sbruffone che si prende gioco dei rivali, fino a plagiarli.

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Al terzo destro scagliato da Ali, Liston stramazza al tappeto subito dopo avere abbozzato un jab sinistro. Un lampo e l’Orso è lì, disteso, quasi immobile. Il campione gli sta sopra e lo sfida urlandogli contro.

«Alzati, brutto Orso! E fallo in fretta, siamo in televisione!».

È andato giù dopo 1:44, si rialza quando il cronometro segna 1:56, soltanto a 2:18 del primo round l’arbitro decreta il ko.
Un pugno fantasma ha chiuso la sfida e aperto un affascinante capitolo nella storia della boxe.

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L’arbitro è Jersey Joe Walcott, vecchio campione del mondo dei pesi massimi. Liston è al tappeto. È scivolato giù lentamente, come un vecchio edificio che si sgretola dopo essere stato colpito dalla palla di acciaio. È lì a terra, steso come se fosse stato appena folgorato. Walcott comincia a contare, perde tempo nel mandare Ali all’angolo neutro, si innervosisce, si lascia sfuggire il controllo del match, torna al centro del ring quando i due hanno già ricominciato a boxare.
Da bordoring gli urlano di fermarsi, gli gridano che il match è finito.
C’è Nat Fleischer in prima fila, è l’editore e il direttore di The Ring: la rivista che viene considerata la bibbia del pugilato.

Ali and, aka Muhammad Ali (R) throwing the famous "phantom punch" during his 2nd fight vs. Sonny Liston (L)

Fleischer: È finita Joe, ferma l’incontro
Walcott: Perché?
Fleischer: Liston è rimasto giù 14 secondi
Urla anche il cronometrista.
Walcott: Quanto è rimasto a terra Liston?
Cronometrista: Oltre 12 secondi
Jersey Joe Walcott ripercorre lentamente camminando all’indietro lo spazio che lo separa dai pugili, ferma la loro azione e alza il braccio di Ali. Il ragazzo di Louisville si conferma campione. Vince per ko con un pugno che nessuno ha visto.
Solo molti anni dopo, guardando quelle immagini con l’ausilio di una moviola che definisce ogni minimo gesto, si potrà avere un’idea più precisa di cosa sia realmente accaduto. Un destro corto, privo comunque della potenza necessaria per determinare un ko, centra Liston alla mascella e genera un crollo al tappeto che va largamente al di là del danno che si pensa possa avere provocare.
La gente strilla.
Buffoni! Imbroglioni!
Sono tutti in piedi e gridano.
Truffatori!

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Adesso cercano di sfuggire alla rabbia della folla. Un deputato chiede al Congresso di abolire la boxe. I giornali parlano di una gigantesca truffa sulle scommesse, della mafia che ha manipolato il risultato, dei Mussulmani Neri che hanno bisogno di un campione del mondo per propagandare la loro dottrina.
Liston perde il titolo, ma continua attraverso la Inter-Continental Promotions a prendere la percentuale sulle borse del nuovo campione.

È steso al tappeto. Ha le mani sopra la testa, la gamba destra leggermente flessa. L’immagine perfetta della resa. Le luci sono a posto, i condensatori stanno facendo il loro lavoro. Non c’è tanta pubblicità a inquinare la scena. La gente fuma e questo crea un effetto foschia. Non si può chiedere di più.
Scatta Neil Leifer, scatta Herbie Scharfman.

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Una grande foto ha bisogno di una grande fortuna. Tutto il mondo ricorderà lo scatto di Leifer, l’immagine di Ali con il braccio destro piegato, fino a raggiungere con il pugno la spalla sinistra, e il viso trasformato da un misto di rabbia e orgoglio. Sotto di lui, Liston è la rappresentazione di un uomo che non ha più nulla da chiedere. Nello scatto c’è anche un signore pelato e con gli occhiali. È proprio accanto alla gamba destra di Ali, intento a ricaricare la macchinetta fotografica. Quel signore è Herbie Scharfman. Ha scelto il lato sbagliato.
Non se lo perdonerà per il resto della vita.
Nessuno nella piccola arena di Lewiston ha visto andare a segno il pugno che ha mandato giù Sonny Liston. È stato un lampo d’immaginazione che solo l’ironia di Ali può raccontare.
«I miei colpi sono talmente veloci che devi tenere sempre gli occhi aperti. Un battito di ciglia e hai perso quello del kappaò….»

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Dicono ci sia stata una truffa gigantesca sulle scommesse, che la mafia abbia pilotato il risultato, che i Musulmani Neri abbiano bisogno di Ali campione del mondo per propagandare la loro religione. Ne dicono tante. L’unica cosa certa è che Liston ha perso anche la rivincita mondiale, ma è entrato in una società che gestirà i guadagni pugilistici del nuovo campione.
Neil Leifer è felice. Sa di avere in macchina lo scatto buono. Ha usato il grandangolare a 180° al momento del knock out e ha fermato per sempre un’immagine storica.
Una foto che vale più di mille parole, e che è stata messa all’asta con base di partenza 600.000 dollari.
Ali è immortalato nel pieno della potenza. Forte, strafottente, clownesco, sicuro. Una bellezza plastica in grado di ipnotizzare le folle.
E Leister ha tutto dentro la sua Rolleiflex.
Ma Sports Illustrated non giudica quello scatto degno della copertina, lì finisce una foto di George Silk. Solo molti anni dopo, capito l’errore, quella foto finirà sulla prima pagina della rivista, nella galleria dei più grandi scatti di sempre.
Anche i migliori possono sbagliare…

È in vendita la villa di Ali a Berrien Springs. Fantasmi compresi…

Il fantasma di Louis Campagna si aggira nella vecchia casa.

Sono in tanti a giurare di averlo visto.

Dicono anche che nel terreno attorno alla villa siano stati trovati i corpi di persone assassinate da Little New York, come i giornali dell’epoca avevano soprannominato il mafioso.

Era la guardia del corpo di Al Capone ed era un vero duro.

Nel novembre del ’27 aveva assaltato una stazione di polizia a Chicago.

Doveva vendicare il capo.

Joe Aiello, un membro della banda del North Side, aveva provato a corrompere uno chef dell’hotel dove alloggiava Capone. Voleva avvelenarlo.

Campagna aveva messo un taglia di 50.000 dollari sulla testa del signor Joe e quando aveva saputo che era in prigione, arrestato con l’accusa di omicidio, assieme a altri venti uomini armati aveva provato a entrare con la forza nella stazione di polizia. Era stato arrestato e messo in una cella accanto a quella di Aiello, un poliziotto sotto copertura che divideva quel piccolo spazio con lui aveva sentito e riferito questo dialogo.

Campagna: “Sei morto, caro amico, sei morto, non raggiungerai la fine della strada”.

Aiello: “Non possiamo metterci d’accordo? Concedimi due settimane di tempo, venderò i miei negozi, la mia casa e tutto il resto e lascerò definitivamente Chicago. Non possiamo accordarci? Pensa a mia moglie e al mio bambino”.

Campagna: “Sei un topo sporco, per due volte hai tradito la nostra fiducia, tu hai iniziato questo, noi lo finiremo.”

Il 23 novembre del 1930 Joe Aiello era stato assassinato mentre lasciava l’appartamento dove viveva a Chicago. Il coroner aveva tolto 59 proiettili dal suo corpo, più di un chilo di piombo. Nessuno era stato arrestato per quell’omicidio.

E adesso il fantasma di Louis Campagna gira per la villa di Berrien Springs sul fiume St Joseph, un paesone con meno di duemila abitanti. Un posto tranquillo. Dove però, giurano, è stato visto anche il fantasma di Al Capone.

Campagna ha lasciato per sempre quel posto da sogno nel 1955, quando è stato stroncato da un infarto. La residenza è stata rilevata dalla Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno che lo hanno trasformato in un sanatorio.

Nel 1976 una vera celebrità ha comprato la villa. Il grande Muhammad Ali è andato a viverci con la moglie Lonnie e il loro figliolo Assan Amid Ali.

Ci aveva trascorso tempi belli e tempi difficili, il Parkinson non gli dava tregua.

Ali era amato da tutti. Faceva beneficenza in silenzio, tanti ragazzi sono stati aiutati da lui senza mai saperlo.

Nel 2006 la malattia aveva preteso cure più forti, Ali e Lonnie si erano trasferiti in Arizona.

Adesso la vedova ha messo in vendita la villa di Berrie Sping.

Desta curiosità la cifra base dell’asta: 2.895.037 dollari.

“Vi stupite per quella specifica sui 37 dollari?” ha chiesto l’agente immobiliare Tom Mitchell. Fatta la domanda, non ha atteso la risposta, non ha resistito: “Quanti sono le vittorie per ko nella carriera di Muhammad Ali? Trentasette. Appunto”.

Lonnie vive in Arizona, ha già venduto per circa due milioni di dollari la casa di Louisville nel Kentucky. Ora tocca alla residenza nel sud est del Michigan.

Una villa di circa 400 metri quadri, grande parco, palestra, piscina, campo da tennis e da basket, ring con le misure regolamentari per un match ufficiale. Come bonus due fantasmi. Meno di tre milioni di dollari e passa la paura.

 

 

Earnie Shavers, a quarant’anni dal match con Ali

È mattina inoltrata e Angelo Dundee si sta ancora chiedendo se abbia fatto bene ad accettare questo match.
La domanda non ha risposta.
Chiama Eddie Hrica, un matchmaker di Baltimora ma soprattutto un amico.
“Eddie, la NBC trasmette in diretta l’incontro”.
“Lo so, e allora? Vuoi vederlo alla tv senza andare all’angolo?”
“C’è poco da scherzare. La NBC manderà in onda il punteggio, round dopo round”.
“E allora?”
“Allora, tu sarai nel nostro spogliatoio. Lì ci sarà un televisore e tu mi darai i cartellini ripresa dopo ripresa. Voglio essere aggiornato”.
“E come faccio a stare nello spogliatoio a guardare la tv e al tuo angolo a dirti i punteggi?”
“Ci penserà Bernie. Un ragazzino sveglio che ci farà da corriere”.

Interno del Madison Square Garden, 29 settembre del ’77.
Muhammad Ali ha 35 anni e mezzo, sulle sue spalle pesano 56 match.
Non è più veloce come una volta, le gambe danzano ancora sul ring ma non tengono il ritmo di un tempo.
E quel tizio che si troverà davanti picchia come un assatanato.

Earnie Shavers ha un record di 54-5-1, cinquantuno volte ha vinto per ko, spesso lo ha fatto entro il primo round, quasi sempre entro il terzo.
Il destro di Shavers è una palla demolitrice capace di buttare giù chiunque. Anche se lo vedi arrivare, quando ti piomba sulla faccia fatichi a ricordarti come ti chiami.

Mi è sempre piaciuto questo picchiatore che viene dall’Alabama.
Ha un fisico compatto, muscoli possenti, poca scherma, ma una cannonanta nel diretto destro. È un altro di quei pesi massimi nati nell’epoca sbagliata, quella di Ali, Foreman, Frazier, Lyle, Norton e altri ancora.

Con Muhammad è amico, il campione di Louisville l’ha ospitato in ritiro per aiutarlo a preparare il match contro Jimmy Ellis. È stata proprio quella sfida del 18 giugno del ’73 a cambiare la vita dell’uomo di Garland che qualche mese prima aveva incrociato Archie Moore. Il vecchio campione gli aveva messo davanti una realtà incofutabile.
“Il mondo della boxe è pieno di neri che picchiano forte. Tu devi trovare un modo di distinguerti. Devi distruggere i tuoi rivali. E se non ci riesci, devi essere in grado di batterli boxando”.
“Consigli pratici?”
“Cominciamo con Ellis. Ha il viso gentile, è una brava persona”.
“Cosa faccio? Lo abbraccio? Gli stringo la mano? Lo porto a cena?”
“Non scherzare. Ora ti spiego cosa devi fare. Tu lo guardi come se fosse l’uomo che ha ucciso tua madre. E ti porti dentro questa sensazione anche sul ring”.
“Bene”.
“Non è finita. Ti rasi la testa, così avrai ancora di più l’espressione del cattivo che vuole annientare tutto e tutti”.
Earnie Shavers mette Jimmy Ellis knock out al primo round.
E adesso c’è Muhammad Ali.

“Guardatelo e poi guardate me. Io sono bello, veloce, forte. Lui ha quel testone pelato, è una ghianda. E io spaccherò in due quella ghianda” il campione recita il ruolo che ha sempre avuto nell’approccio all’evento.
Shavers prova a fare il viso feroce anche lui. Ma ha un effetto pari a zero.
Dovrà affidarsi ancora una volta al suo destro, contro Ali la psicologia vale poco. Lui è il boss in questo gioco.

Earnie è un duro.
È nato a Garland, Alabama, il 31 agosto del ’45. Lì è rimasto fino a quando non è diventato un ragazzo. Nei campi ha imparato molte cose. Ha fatto il contadino, le sue braccia sono diventate forti trascinando e lanciando balle di fieno, le gambe sono diventare solide nelle lunghe ore sotto il sole a lavorare la terra. Poi il papà ha fatto uno sgarbo a un boss locale e un paio di sgherri hanno portato un messaggio che conteneva una proposta a cui non si poteva dire di no.
“Meglio che vai via da qui, tu e la tua famiglia”.
È stato così che sono partiti tutti per Warren, Ohio.
Earnie sognava un futuro da giocatore nella NFL, poi un giorno è entrato in palestra. Lo hanno visto, grande e grosso, e l’hanno messo sul ring. I pesi massimi hanno fatto, fanno e faranno sempre gola a chiunque frequenti il mondo del pugilato.
L’altro ragazzo era un tipo con un anno di esperienza nella boxe, aveva tecnica e gambe. Ma quando il destro di Shavers è arrivato a segno il buio è calato sugli occhi del giovanotto.
A 22 anni il primo match, a 24 l’esordio tra i professionisti.

E adesso è davanti a Muhammad Ali nel tempio del Garden.
Per arrivarci ha dovuto battere Tiger Williams e Howard Smith, gli ostacoli che Dundee e il suo clan gli avevano messo davanti nel tentativo di non vederlo sul ring contro il loro uomo.
E invece lui è qui.

Secondo round.
Il destro di Earnie Shavers scatta come una molla. Centra Ali alla mascella, lo scuote, le gambe del campione diventano molli e lui si aggrappa alle corde per rimanere in piedi.
L’altro prova a chiudere, ma non ci riesce.
È un match duro per entrambi.

Dodicesima ripresa.
Bernie arriva all’angolo. Ha il fiatone, Angelo Dundee lo fissa negli occhi.
Alza leggermente la testa, un linguaggio senza parole per porre una domanda importante: “E allora ragazzino?”
“Due giudici hanno otto riprese a quattro per Ali; il terzo ha otto per Ali, tre per Shavers e una pari”.
Angelo sorride.
“È fatta” pensa “Quello ora può vincere solo per ko. Staremo attenti, non glielo permetteremo”.

Quindicesimo e ultimo round.
Shavers ha rimontato qualcosa, ma è ancora a distanza di sicurezza.
Il campione incassa, reagisce, gira, lega, colpisce.
Poi, negli ultimi cinquanta secondi, mette in scena il capolavoro.
Le braccia tornano d’incanto veloci come una volta, la rapidità di esecuzione è impressionante, le serie arrivano a segno e scuotono Shavers che sembra sul punto di crollare. Ma anche lui resiste, si va ai cartellini.

La vittoria di Muhammad Ali è chiara.
Giudice Tony Castellano 9-6 per Ali.
Giudice Eva Shain 9-6 per Ali.
Arbitro Johnny LoBianco 9-5 per Ali e una pari.
Il titolo mondiale resta nelle mani del “Labbro di Louisville” che commenta così la prestazione del rivale: “Mi ha colpito forte al punto che hanno tremato anche i miei antenati in Africa”.

Earnie Shavers non ce l’ha fatta. Ma ha conservato l’alone del picchiatore terribile, quel destro del secondo round resterà nella storia della boxe.
Chiude la carriera con un record di 74-11-1, sessantotto vittorie per ko. Esce dal ring il 16 maggio dell’85 promettendo di non tornarci più. E invece pecca anche lui, due tristi match di rientro: una vittoria e una sconfitta che il 24 novembre del 1995 chiude definitivamente la carriera.

Ha messo ko Jimmy Young, Jimmy Ellis, Ken Norton e Joe Bugner.
Ha perso con i migliori, da Ali a Larry Holmes (“Earnie mi ha colpito più duramente di qualsiasi altro avversario, incluso Mike Tyson. Essere colpito da Mike Tyson era come essere colpito da una Ferrari a grande velocità, essere colpito da Earnie Shavers era come essere centrato (foto sotto) da un Mack Trucks”).
È stato un protagonista assoluto.

Più difficile la vita una volta sceso dal ring.
Cinque divorzi, prima di un sesto e più tranquillo matrimonio.
Nove figli, ventiquattro nipoti, qualche scivolone finanziario.
E alla fine la serenità. Un’autobiografia (Welcome to the Big Time, del 2002), qualche discorso pubblico, il lavoro come capo della sicurezza all’Hannahs’ bar di Liverpool, consigli ai giovani pugili. La tranquillità economica.

Fa un provino per il ruolo di Clubber Lang in Rocky III, sarebbe stato perfetto. Ma è un uomo che non riesce a gestire il temperamento. Durante il provino c’è una scena di sparring. Sylvester Stallone gli dice di non tenere la guardia stretta, di andarci piano. Earnie, non appena l’attore/regista gli è a tiro, spara un destro sotto le costole, poi doppia il colpo. Dopo quei due pugni la sessione di sparring è finita, ed è finita anche la carriera di attore di Shavers.

Questa è la storia di Earnie “La Ghianda” Shavers, l’uomo che ha fatto tremare Muhammad Ali.

 

 

 

 

Una divertente storia di Ali con gli sci, non volava come una farfalla…

La storia che sto per raccontarvi regala un sorriso.
L’ho letta su un vecchio numero del Burlington Free Press, l’ha scritta Susan Green nel giugno dello scorso anno, pochi giorni dopo la scomparsa di Muhammad Ali.
Ho letto tante cose in quel periodo. Racconti di vita e di boxe. Ma qui si parla di Ali sugli sci, di neve, di freddo. Strano, no? In quell’articolo c’è la vena spiritosa del personagio, la sua caparbietà, la capacità di entrare in sintonia con i giovani. Gli bastavano poche battute e il legame era nato.
“Le piace sciare?”
“Sono andato giù più volte di Floyd Patterson!”
L’anziana signora ci aveva provato, voleva essere cortese.
Il campione era alle prese con quello che alla fine si sarebbe rivelato il più duro dei suoi avversari.

Marzo 1970, Ali era ancora squalificato. Non poteva combattere. E allora se ne era andato al West Dover Resort nel Vermont, aveva chiesto a Bob Gratton di insegnargli come cavarsela con gli sci.
L’istruttore aveva preso la cosa molto sul serio.
Si erano recati nel negozio di abbigliamento sportivo e avevano cercato la giacca a vento giusta. La più grande copriva solo per tre quarti le braccia del campione che era alto 1.91 e pesava attorno ai 98 chili. Con molta fatica erano riusciti a trovare qualcosa che gli potesse andare bene.
Gratton e Ali era andati sulla neve.
“Portami in cima alla montagna”
“I principianti non cominciano da lassù”.


Alla fine l’istruttore l’aveva convinto e si erano spostati su una collina, un leggero pendio denominato Mixing Bowl.
Gratton aveva unito le punte degli sci, l’aveva fatto per spiegargli che in quel modo sarebbe riuscito a frenare più facilmente.
Ma Ali proprio non riusciva a rispettare le regole, faticava ad ascoltare chi predicava prudenza e gli metteva davanti agli occhi gli eventuali pericoli che avrebbe affrontato se non avesse seguito le istruzioni.
Muhammad aveva messo gli sci in parallelo e si era lanciato giù.
Aveva preso velocità ed era andato dritto verso i confini della pista, aveva sfondato una recinzione in legno ed era caduto giù.
“Si sarà rotto ogni osso del suo corpo!” aveva pensato con terrore Gratton.
Errore.
Ali si era rialzato, aveva messo via i legni rotti della recinzione ed era ripartito.
Aveva percorso pochi metri, poi aveva incrociato un dosso ed era volato via. Aveva alzato le braccia al cielo con ancora le racchette in mano, era terrorizzato.
“Toglietevi dalla mia strada, TOGLIETEVI DALLA MIA STRADA!” urlava e si agitava. Non sapeva come fermarsi.
“La sua carriera è finita. Si romperà entrambi i femori” aveva sussurrato Thomas Montemagni, all’epoca istruttore di sci e oggi procuratore a West Dover.
Il campione aveva lanciato in alto le punte degli sci, riuscendo miracolosamente a attutire l’impatto sulla pista con la parte posteriore. Siera sorprendentemente salvato.


Due ore di lezione erano state però sufficienti a fargli capire che quello sport forse non faceva per lui. Era così tornato a valle, nel negozio di articoli sportivi. Lì aveva incontrato due ragazzi: John (di sei anni) e Walter Wess (di due anni più grande). Erano con il papà. Avevano riconosciuto il campione che aveva cominciato a scherzare con loro. Aveva mimato il vuoto, aveva finto di colpirli. I due avevano preso confidenza e Walter si era addirittura lanciato in un paio di domande.
“Pensi che riuscirai a battere Joe Frazier?”
“Mi avete visto cadere e cadere sulla collina. Così Joe Frazier cadrà e cadrà sul ring”.
“Come è andata con gli sci?”
“È stata più dura di quanto pensassi. Ma se non è riuscito a battermi Sonny Liston, non ci riusciranno di certo questi due legni”.
Il 26 ottobre del ’70 Muhammad Ali tornava sul ring e batteva per kot 3 Jerry Quarry.
Il 30 ottobre del ’74 riconquistava il titolo mondiale battendo George Foreman per ko 8 nella mitica notte di Kinshasa, Rumble in the Jungle.
Decisamente meglio che sulla neve, con gli sci ai piedi non volava certo come una farfalla…