Se non tiri in porta non segni, se non segni non vinci…

Due parole su Italia-Spagna.
Ho letto e ascoltato l’identico messaggio ripetuto mille volte.
Ci è andata bene, siamo stati fortunati, la Spagna ha giocato meglio.
Ho sempre pensato che nel calcio il successo vada a chi fa più gol.
E l’Italia ne ha fatti più della Spagna tra tempi regolamentari, supplementari e calci di rigori.
E la fortuna non è mai intervenuta in favore dell’una o dell’altra squadra.
La Spagna ha dominato.
È vero, nel possesso palla ha dominato. Ha tenuto il pallino in mano 63 minuti su 90 nei due tempi regolamentari, poi la percentuale si è decisamente abbassata.
Nonostante questo, nell’intero arco della partita ha avuto tre occasioni da gol.
25’ primo tempo, tiro di Olmo dal dischetto e parata di Donnaruma.
Nella ripresa occasione divorata (colpo di testa sbagliato) da Oyarzabal.
35’ della ripresa gol di Morata.
Stop.
L’Italia ha preso la traversa con Jorginho al 45’.
Ha segnato con Chiesa al 15’ della ripresa.
Ha avuto nei piedi di Berardi la palla della sicurezza, tiro goffamente ma efficacemente parato da Simon.
Questi i fatti.
Se non tiri nello specchio della porta non puoi fare gol, se non fai gol non puoi vincere. Anche se hai la pala nei piedi per i l 70% del tempo.
E arriviamo ai rigori.
Una grande squadra si vede anche in questi particolari.
Sono momenti in cui: bisogna ancora avere lucidità e precisione anche se stravolti dalla fatica, i muscoli doloranti, gli occhi appannati. Bisogna avere coraggio e fiducia, in undici metri il bicchiere mezzo vuoto può riempirsi. Bisogna avere tecnica, quella serve sempre in un calcio che non viva di soli contrasti e raddoppi. Bisogna mettersi nei panni dell’altro e capire cosa ha in mente, oppure ignorarlo del tutto. Non esiste una via di mezzo.
Infine, bisognerebbe smettere di chiamare lotteria dei rigori uno spazio di bellezza crudele, di altalene emotive, uno spazio imprevedibile e brado in un calcio sempre più d’allevamento. Lo dico a nome mio, di Franco Esposito e, se permettete, in nome di quel calcio che abbiamo amato.
Così scrive Gianni Mura nella prefazione del libro E continuano a chiamarli lotteria di Franco Esposito.
Non posso che accodarmi.

Tarapia tapioco! Prematurata la supercazzola o scherziamo?

I quarti attaccano i quinti, il problema arriva però quando uno di loro lo fa calciando con il piede non suo. A quel punto pensi che l’arbitro fischi e chiami la polizia, ma dura un attimo. Un altro calciatore usa il piede educato, l’arbitro apprezza. Il bomber tocca per il centrocampista che viene a rimorchio.
Accade di tutto.
Body check dopo una corsa coast to coast, gol.
Niente clean sheet, è bastato un tap in.
E pensare che quello ha tirato con il piede sordo.
Il coach in panchina si allinea con l’estasi, l’altro loda la pulizia dell’assistenza.
E dire che qualcuno pensa ancora alle seconde palle, mentre il bomber segna una doppietta personale. Un gol è suo, l’altro pure, ça va sans dire.
L’esterno a sostegno attacca la profondità, ma viene tamponato nel traffico. Nessuno si chiede il perché non aprano lo svincolo, tacciono perché sanno che il poverino non ha due piedi. Quello insiste e calcia un cross panoramico, ma all’improvviso scopre di avere i piedi invertiti. Pazzesco! Ne viene fuori una giocata meno bella di quanto sia difficile che poi lui ha fatto facile.
Il treno armeno smorza con grande confidenza, la palla va a morire da sola. Tranquilla.
Il bomber si mette in proprio, alza il baricentro, tocca coi tempi giusti, calcia ogni pallone con il contagiri. Ne conta fino a cento prima di scontrarsi con il difensore al limite del controfallo.
Il difendente ha il piede debole e accompagna la palla all’uscita. Questione di educazione. Meglio mettersi in proprio.
Ripartenza e pallone sanguinoso, una giocata piaciuta sul protagonismo. Lui lo fa spesso e la squadra trova sicurezza nel vivere l’area di rigore.
E via così.
Il falso nueve insegue la manita, gli avversari cercano la remuntada. Mucchio selvaggio. Il bimbo viene dalla cantera, palla in buca.
Eccezionale!
Ma che gol ha fatto il falso nueve?
A me lo chiedi? Io, al massimo, posso mettere una seconda palla in touche.
Uno spettatore urla, ha scoperto di non avere più un piede.
In campo, il bomber ha appena segnato con un arto non suo. E non ha alcuna intenzione di restituirlo.
Seguono per i non udenti, scandite sillaba per sillaba, le infinite generalità del marcatore.

P.S. Il titolo è preso da una frase di Amici miei, pronunciata dal conte Mascetti, interpretato dal grande Ugo Tognazzi.

Conte è il peggiore in campo, ma le colpe sono sempre degli altri…

Antonio Conte.
Fuori, per il secondo anno consecutivo, al primo approccio con l’Inter in Champions League.
Fuori anche dall’Europa League.
Unica squadra italiana eliminata.
Ultimo nel girone.
Ultimo nel modo di affrontare una sconfitta.
Le colpe della disfatta?
Ad Anna Billò che, nel dopo partita Sky, gli chiede se ci sia un problema di gioco per l’Inter in Europa, lui risponde che la colpa è dello Shakhtar che ha stravolto il suo sistema di gioco. E aggiunge “Informatevi prima di parlare”.
Magari sarebbe stato meglio se si fosse informato lui, sul gioco dello Shakhtar, visto che è proprio per fare questo lavoro che lo pagano 12 milioni l‘anno, un milione a mese, oltre 33.000 euro al giorno.
A Fabio Capello che gli chiede se il problema non sia la qualità della squadra, replica che non ha niente da dire. Allo stesso Capello che chiede come mai non avesse un piano B per affrontare il cambio di modulo degli avversari, risponde che ce l’ha, ma non lo dice.
Il bambino sorpreso con le mani nella marmellata si difende accusando e battendo i piedi per terra, offeso da questo mondo che non lo capisce, da questi signori cattivi che lo stanno tormentando solo perché ha fallito in quello che in fondo è il suo lavoro.
Le colpe non sono mai sue. Sono dei dirigenti che non gli comprano cento giocatori, della società che non lo sostiene, dei calciatori che non segnano mai, del VAR cattivo e crudele, degli arbitri, dei giornalisti
Stavolta ha superato sé stesso.
La colpa è del portiere avversario reo di avere parato troppo bene.
La colpa è dello Shakhtar per non avere giocato come lui sapeva.
E poi si lancia al galoppo su quello che è uno dei suoi cavalli di battaglia
Accusa i giornalisti.
Una brutta uscita quella di ieri sera, come si dice a Roma: Conte ha sbroccato.
Sei partite. Una vittoria, tre pari, due sconfitte. Sette gol fatti, nove subiti.
Conte esce nel modo peggiore. Un fallimento totale, un disastro.
Eppure…
Un comportamento da maleducato nei confronti di Fabio Capello, un grande allenatore, un ottimo analista di tecnica e tattica.
Un comportamento da maleducato nei confronti di una giornalista come Anna Billò che ha stile, classe e capacità. Le prime due per Conte sono parole sconosciute.
Due anni all’Inter, due volte fuori a dicembre dall’UEFA Champions League.
In modo brutto per il gioco mostrato, in modo disastroso per l’atteggiamento avuto lontano dalla partita.
Antonio Conte, il peggiore in campo.

Gran Bretagna, verdetti e arbitraggi scandalosi. Eppure insultano gli altri

Sabato notte alla Wembley Arena di Londra è stato commesso un gravissimo errore arbitrale.
Campionato europeo pesi massimi leggeri, sesto round. Le immagini sono chiaramente visibili sul filmato di DAZN, che ha trasmesso in diretta il match.
Un diretto destro di Tommy McCarthy all’occhio sinistro di Bilal Laggoune (dopo 2:08 dall’inizio della ripresa) provoca qualche danno, il belga strizza le palpebre. Dopo diciassette secondi si gira, volta le spalle all’avversario e all’arbitro, va verso il suo angolo. Chiede l’intervento del medico. Solo a questo punto Victor Laughlin fa il segno di stop (mano destra orizzontale, stinistra sotto, in verticale).


Avrebbe dovuto squalificare il belga per abbandono, come recita l’Articolo 62 sulle regole del pugilato (Contegno e comportamento verso l‘arbitro durante il match), e più precisamente comma 6 e comma 7.

6. Il pugile ha la facoltà di abbandonare l’incontro nel caso in cui non sia in grado di continuare, a meno che l’arbitro non lo stia contando.
7. Per manifestare tale volontà, deve: a) alzare il braccio e desistere dalla gara; b) pronunciare chiaramente la parola «abbandono»; c) voltare le spalle all’avversario e dirigersi verso il proprio angolo; d) non riprendere l’incontro, al suono del gong, dopo l’intervallo.

L’arbitro accetta invece che sia il pugile a gestire la situazione. Permette al medico di controllare il danno e, quando il belga riceve l’autorizzazione, fa proseguire il combattimento.
Esempio calcistico. Un giocatore lamenta un infortunio in area, blocca volontariamente il pallone con le mani per interrompere il gioco e chiede l’intervento del medico. Una volta appurato che le sue condizioni gli consentono di proseguire la partita, torna a giocare. Senza che l’arbitro fischi il calcio di rigore e prenda un provvedimento disciplinare nei suoi confronti.
Ma non finisce qui.
Cosa sarebbe accaduto nel caso in cui Bilal Laggoune avesse vinto l’europeo?
Tommy McCarthy non avrebbe potuto fare nulla, il reclamo in questo caso non avrebbe avuto successo.
Spero che in questi giorni l’European Boxing Union esamini il caso, non so cosa ne possa scaturire. Di certo il verdetto non sarà modificato. Ma l’arbitro potrebbe comunque essere punibile per il clamoroso errore commesso.

Mi piacerebbe vedere contro di lui la stessa furia accusatoria che Boxing News ha usato nei confronti dell’arbitro italiano Giuseppe Quartarone, indicato come colpevole di tutti i mali passati, presenti e futuri esistenti nel mondo del pugilato.
Mi sembra invece, che qualche problemino i britannici lo abbiano in casa.
Lo scorso ottobre Terry O’Connor, giudice del contestato verdetto su Ritson vs Vazquez, è stato accusato da social media e giornali di avere consultato il suo cellulare mentre era a bordo ring per giudicare l’evento. È stato convocato dal Britisth Board of Control che, dopo averlo ascoltato, ha emesso un comunicato.

Sono state prese in considerazione le accuse fatte sui social media e sulla carta stampata in merito al signor O’Connor, accusato di utilizzare un telefono cellulare o un dispositivo palmare simile. Dopo un’attenta valutazione dei filmati e delle prove fornite dal signor O’Connor, i Commissari Sportivi sono convinti che il signor O’Connor non fosse in possesso di alcun telefono o dispositivo portatile mentre svolgeva le sue funzioni di giudice nell’incontro tra Lewis Ritson e Miguel Vazquez e il suo punteggio di detto incontro non sia stato influenzato in alcun modo. Inoltre, è stato preso in considerazione il cartellino dell’incontro del signor O’Connor. Il giudizio su un combattimento è soggettivo. Ascoltando la spiegazione del signor O’Connor di come abbia compilato il cartellino, i Commissari Sportivi si sono ritenuti soddisfatti. Il punteggio finale del signor O’Connor riflette la sua opinione sul match”.

Firmato Robert W. Smith, segretario generale del British Boxing Board of Control.
Pubblico una delle foto sul caso, quella apparsa sul Daily Mail (sotto).

E vengo al cartellino del signore in questione.
Ha dato Ritson vincente 117-111.
Non ho problemi ad accettare il fatto che il cartellino rifletta la sua opinione sul match. Dato questo per certo, non resta che allontanare il più in fretta possibile O’Connor. Quel punteggio è una bestemmia nelle orecchie e negli occhi di chiunque abbia dimestichezza con il pugilato.


Il nostro Vittorio Parisi, che di boxe se ne intende, scrive: “Credo si possa tranquillamente indicare il verdetto che ha dato la vittoria al superleggero inglese Lewis Ritson sul messicano Miguel Vazquez come uno dei peggiori della storia della boxe, certamente del primo ventennio di questo secolo”.
E Terry O’Connor ha dato vincente il suo connazionale per sei lunghezze…
Il titolo riportato sotto si riferisce a un editoriale apparso su Boxing News, non parla dello scozzese O’Connor, ma del nostro Quartarone.

“Guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio” (Luca, 6, 41).

Per la cronaca, gli altri due cartellini di quel match sono stati 115-113 per Ritson (Michael Alexander) e 113-116 per Vazquez (Marcos McDonnell).
Il supervisor era Robert W. Smith, segretario generale della BBBC.

Il 28 novembre, a Londra, Victor Loughlin arbitrerà il match tra i pesi massimi (campionato europeo, titolo vacante) Daniel Dubois e Joe Joyce…

Addio Nobby Stiles, implacabile guerriero dell’Inghilterra mondiale

Danza Nobby. Vola come una farfalla, pungi come un ape.
Impossibile anche il solo pensarlo.
Doveva esserci qualche disturbo nella comunicazione, il messaggio non poteva essere per lui. Non c’era nessun Bundini Brown accanto a Norbert “Nobby” Stiles in quegli anni Sessanta.
“The hands can’t hit what the eyes can’t see”.
Le mani non possono picchiare quello che gli occhi non vedono, diceva Muhammad Ali.
Nobby non aveva bisogno di vedere, randellava qualsiasi cosa facesse rumore e non avesse la maglietta dell’Inghilterra.
Era un duro che correva per tutti i novanta minuti, prendeva in consegna l’attaccante più forte dell’altra squadra e lo annientava. Con le buone o, se necessario, con le cattive.
Eppure…
Nobby’s dance.

Il ballo di Nobby è entrato nella storia in un giorno di luglio del Sessantasei.
In un clima di eccitazione collettiva l’Inghilterra vinceva la prima e unica Coppa del Mondo di calcio allo stadio di Wembley, davanti a novantatremila spettatori.
12’ Haller.
18’ Hurst.
78’ Peters.
90’ Weber.
Supplementari.
101’ Hurst.
120’ Hurst.
Che la festa cominci.

Stiles, ebbro di una felicità così intensa che mai aveva provato prima, saltellava sull’erba facendo perno ora su una gamba, ora sull’altra.
Nella mano sinistra teneva alta la World Cup Jules Rimet, nella destra stringeva i suoi denti finti. Gli mancavano tutti i superiori: incisivi centrali e laterali, canini. Aveva un sorriso da film dell’orrore. Li aveva persi giovanissimo in uno scontro di gioco. Ma non si curava certo della sua immagine in quel momento, anche se c’era la televisione a immortalarlo in un primo piano che ancora commuove i tifosi inglesi.
Di quell’Inghilterra che il trenta luglio del 1966 batteva la Germania Ovest con un contestatissimo gol fantasma di Hurst, ricordo l’eleganza e la determinazione di Jack Charlton, lo stile e il carisma di suo fratello Bobby, l’eleganza dell’altro Bobby, Moore, la sicurezza del portiere Gordon Banks, le doti di goleador di Geoff Hurst. Ma sarebbe un errore fermarmi qui. Tutti avevano partecipato alla costruzione del capolavoro, soprattutto Nobby Stiles che in quel Campionato del Mondo aveva giocato ogni minuto di ogni partita.

Aveva annientato Eusebio in semifinale, lo aveva tirato fuori dalla sfida relegandolo al ruolo di comparsa. E ogni volta che la “pantera nera” tentava di riprendersi un posto da protagonista lui lo anticipava, lo randellava, lo contrastava, lo stendeva senza rispetto alcuno.
Aveva fatto di peggio solo contro Jacques Simon, nella partita con la Francia. Un intervento da espulsione. Rozzo e pericoloso. Il francese era rimasto a rotolarsi a terra, l’arbitro aveva fischiato il fallo ma non aveva neppure ammonito il britannico.
Dai microfoni della BBC Danny Blanchflower, il nordirlandese che era diventato una leggenda del Tottenham, aveva stigmatizzato: “Questo intervento ha rovinato la partita”.
La Federazione inglese voleva che il piccolo mediano fosse escluso dalla formazione che avrebbe giocato la gara successiva. Il coach Alf Ramsey si era opposto. Quel piccoletto tutto cuore era troppo importante per le sorti dell’Inghilterra calcistica. E l’aveva spuntata. Poi era andato in ritiro e aveva parlato con il suo giocatore in attesa di una risposta.
«Posso dirti che sarai in campo anche per il nostro prossimo turno».

Stiles non aveva né fisico imponente, né magico talento.
Eppure riusciva a risultare determinante, indispensabile. Un motorino che non conosceva soste, non temeva di rischiare in proprio se l’azione era disperata. Si impegnava con una grinta eccezionale. E giocava tenendo sempre bene a mente una regola fondamentale: il calcio è uno sport di squadra.
«Non puoi giocare se non hai la palla. Il mio compito era toglierla dai piedi dell’avversario e darla a Bobby Charlton, lasciando che potesse lavorarla senza problemi».
Detta così sembra facile, non lo è. Ma è sicuramente una regola di vita.
Mediano di tamponamento, di copertura, centrocampista difensivo. Chiamatelo come volete. L’unica cosa certa era che aveva un rendimento sempre sopra la sufficienza.
Un operaio specializzato in recuperi in una squadra che metteva in vetrina, come tutte le squadre del mondo, solo i gioielli.

Come calciatore di club Nobby ha giocato il suo periodo d’oro nel Manchester United di Matt Busby, vincendo due campionati oltre alla Coppa Campioni. Un periodo fantastico racchiuso nel cerchio disegnato dagli anni che andavano dal 1965 al 1968. Anche lì i fenomeni erano altri. Dennis Law, ancora Bobby Charlton, George Best. Talento puro, personalità, carisma. Tre nomi che appartengono alla storia del calcio.
Stiles interpretava un altro ruolo, per tutti i compagni era “la Tigre Sdentata”, il guerriero che doveva fermare il nemico.
A qualsiasi costo.

Era piccolino e non superava l’uno e sessantasette, aveva la dentiera, era semicalvo e affetto da una grave miopia.
Fuori dal campo portava occhiali con lenti spesse, in partita metteva quelle a contatto.
«Prima della sfida all’Argentina nel Sessantasei, ero in bagno e stavo mettendo le lenti quando è entrato Harold Shepherdson, il secondo di Alf Ramsey. Mi ha preso la gola e mi ha detto: “Non possiamo permettere che Alf vada giù”. Non l’abbiamo permesso».
Con il Manchester United ha vinto la Coppa Campioni nel 1968. Solo tre giocatori inglesi sono riusciti in carriera a centrare la doppietta dei sogni World Cup e Coppa Campioni: lui, l’immancabile Bobby Charlton e Ian Callaghan.

Nobby è nato a Collyhurst, nella zona a nord di Manchester, nell’area a nord ovest dell’Inghilterra. È nato sul pavimento della cantina di famiglia durante un raid aereo. Era il diciotto maggio del Quarantadue, in piena seconda guerra mondiale. Un segno del destino. Guerriero fin dal primo giorno di vita.
Charlie, il papà, lavorava nell’impresa di pompe funebri della famiglia Stiles. Kelly, la mamma, era una macchinista.
Il calcio è stato un amore sbocciato in gioventù. A diciassette anni il Manchester United lo ha arruolato in organico. L’esordio è datato ottobre 1960, nella partita contro il Bolton Wanderers.

Il gioco di Nobby era semplice. Passaggi facili e grande generosità. Il pubblico lo amava. Nella Coppa del Mondo del Sessantasei era arrivato in squadra portandosi dietro l’esperienza di quindici presenze, neppure tante.
La Nazionale dormiva all’Hendon Hall Hotel, sulla strada per Wembley. Nel tempo libero andavano al cinema, James Bond era il personaggio che li intrigava di più. Stiles divideva la stanza con Alan Ball. Era superstizioso sino allo sfinimento.
Dopo la vittoria contro il Messico aveva sempre indossato la stessa camicia, cravatta, scarpe, calzini e addirittura mutande.
«Ehi Nobby, non ti sembra di esagerare?»
«Ma io le faccio lavare…»

Nel Sessantadue si era sposato con Kay, da lei avrebbe avuto tre figli.
Il dieci giugno, a un mese dall’inizio dei Mondiali, la moglie l’aveva chiamato in ritiro.
«Amore, credo che il bambino stia per nascere. Potresti parlare con Alf?»
«Per cosa? Non c’è nessuna speranza che io possa venire a casa. E se riuscissi a venire, dovrei tornare in ritiro in giornata».
Pochi giorni dopo era nato Peter, il secondo figlio.
John, il primogenito, aveva quasi quattro anni il pomeriggio della finale. E non dimenticherà mai quel giorno.
«Ero con la mamma a Dublino. Quando l’arbitro ha fischiato la fine, qualcuno mi ha lanciato in aria e… Si è dimenticato di riprendermi. È la verità, lo giuro. Ho rischiato la vita per l’Inghilterra!»

Nello spogliatoio Alf Ramsey, finiti i festeggiamenti, i sorrisi e le lacrime di gioia, aveva ricordato ai ragazzi che ci sarebbe stato un premio in denaro da dividere.
«La Federazione ci darà ventimila sterline. Le spartiremo tra chi ha giocato, qualcosa andrà anche agli altri della rosa».
Era stato a quel punto che il capitano Bobby Moore si era alzato in piedi.
«Siamo una squadra, dobbiamo essere pagati tutti allo stesso modo. La somma va divisa equamente».
A ogni componente del team erano così andate mille sterline, che si erano ridotte a seicentocinqunata una volta tolte le tasse. Molti anni dopo Wayne Rooney avrebbe firmato un contratto proprio con il Manchester United da ventottomila sterline al giorno.

Stiles è rimasto in campo sino al 29 settembre dell’Ottantacinque. Dopo il Manchester United è andato al Middlesbrough e quindi al Preston come giocatore/coach.
Poi si è tolto le scarpette e ha cominciato ad allenare. In Canada, ma anche nelle giovanili del suo Manchester in un periodo in cui dal vivaio sono venuti fuori David Beckham, Ryan Giggs, Paul Scholes, Nicky Butt, Gary e Phil Neville.

Lasciato il calcio ha provato a investire i guadagni in una compagnia elettrica, ma non gli è andata bene. Ha girato il Regno Unito facendo discorsi e firmando autografi. Qualcosa riusciva comunque a portarlo a casa.
Viveva in una modesta abitazione bifamiliare a Stretford, all’interno della città metropolitana di Trafford, nella Grande Manchester.
Le cose non gli erano andate poi così bene dopo il calcio.
Il 27 ottobre del 2010 aveva messo all’asta il suo passato.
Aveva venduto la maglietta numero quattro con cui aveva vinto la Coppa del Mondo, la numero sei del Manchester, aveva ceduto le medaglie della World Cup e della Coppa Campioni, i completi degli anni felici. Era riuscito a raccogliere una buona somma, 424.438£. Il Manchester United, la società che l’ha visto in campo per trecentoundici volte, è stato fra i più generosi.
«Dovevo lasciare qualcosa ai miei tre figli. Non potevano certo dividersi le memorabilia».

Ma non era finita.
Spesso la vita rivuole indietro la felicità che ha regalato.
Dopo essere uscito abbastanza bene da un lieve infarto, nel marzo del 2013 gli era stato diagnosticato un cancro alla prostata.
Stiles lo ha combattuto con la stessa grinta che usava in campo, con l’amore della famiglia e l’affetto dei compagni di squadra che non l’hanno mai abbandonato.

Danza Nobby, danza.
Il brutto anatroccolo si era trasformato in cigno quel pomeriggio di luglio del Sessantasei.
Era un giocatore piccolo e sgraziato, uno che i compagni affettuosamente chiamavano “la Tigre Sdentata” o (i più gentili) “Braccio di ferro”. Ma quando l’avevo visto ballare sull’erba di Wembley mi ero commosso. Quell’immagine resterà per sempre nei miei occhi.
Coppa nella sinistra, dentiera nella destra e sorriso che lasciava scoperto il vuoto nella parte superiore della dentatura. Non dovevi cercare la bellezza estetica, né la perfezione dei gesti o dei lineamenti in Nobby Stiles, che era comunque riuscito a mettere assieme ventotto partite in Nazionale.
Non c’era magia. Lui era energia allo stato puro.
Un mediano che correva per far felice Bobby Charlton, perché sapeva che quell’uomo avrebbe fatto felice l’Inghilterra intera. Era il suo piccolo grande segreto per sentirsi parte della storia.
Danza Nobby, danza.
Ieri Norbert Styles se ne è andato via per sempre.

(da Dentro i secondi, di Franco Esposito e Dario Torromeo. Edizioni Absolutely Free)

Il calcio può permettersi di non rispettare le regole. E gli altri sport? Fermi

Guardando le prime partite di calcio in tv, dopo lo stop per la pandemia, ho scoperto che i calciatori possono tranquillamente violare norme che gli altri sportivi e i normali cittadini sono obbligati a rispettare.

Possono:
scambiarsi le magliette sudate a fine partita;
bere in due o tre dalla stessa bottiglietta d’acqua;
sputare anche senza rispettare la distanza sociale;
abbracciarsi dopo un gol, fino a creare simpatiche ammucchiate.

L’inizio gara è l’unico momento in cui il protocollo COVID viene rispettato.
Entrano prima gli arbitri.
Poi la squadra ospite.
Poi la squadra di casa.
Per evitare contagi, per impedire contatti. Dicono.

Ma quando l’arbitro fischia l’inizio del gioco, come direbbe Il Gladiatore, si scatena l’inferno. Tutto è concesso, tutto è permesso. Esattamente come nei giorni in cui di questo maledetto coronavirus non conoscevamo l’esistenza.

Negli occhi resta solo la comica, volgare ipocrisia dei saluti con i gomiti.
Almeno questa potevano risparmiarcela.

Leggo sull’ANSA: “Niente ripresa del calcetto e altri sport da contatto a livello amatoriale o di società sportive dilettantistiche. È questo, secondo quanto si apprende, il parere espresso dal Comitato tecnico scientifico (Cts). Relativamente alla possibile ripresa degli sport di contatto il Cts conferma che, “in considerazione dell’attuale situazione epidemiologica nazionale, con il rischio di ripresa della trasmissione virale in cluster determinati da aggregazioni come negli sport da contatto, debbano essere rispettate le prescrizioni del distanziamento e della protezione individuale“.

Non sono un virologo, né tantomeno uno scienziato. Quelli del Comitato tecnico scientifico per me esprimono verità assolute. Non ho sufficienti nozioni specifiche per permettermi di contestarli.

Loro dicono che con il rischio di ripresa della trasmissione virale in cluster determinati da aggregazioni come negli sport da contatto, debbano essere rispettate le prescrizioni del distanziamento e della protezione individuale.
E io ci credo.
Poi però mi ricordo quello che ci hanno ripetuto fino allo sfinimento, e mi viene un dubbio.
Ci hanno raccontato che ogni decisione sarebbe stata presa avendo bene in mente una priorità: LA SALUTE.
Ma la salute degli atleti nel calcio non è salvaguardata.
Ci sono più occasioni di contagio nei 90 minuti di una partita che in settimane di vita sociale.

Non discuto la legittimità delle regole, dei divieti. Le accetto, perché ho un senso di educazione civica che non mi permetterebbe mai di alzare il coefficiente di rischio degli altri solo per una mia convinzione.

Mi chiedo però: perché i calciatori possono ammucchiarsi a ogni calcio d’angolo, rotolarsi in gruppi di quattro/cinque in terra dopo un gol, bere dalla stessa bottiglietta, sputare a ripetizione anche in vicinanza di altri giocatori, scambiarsi magliette sudate e gli altri sport non possono neppure riprendere la loro attività?

Non mi meraviglio.
La pandemia ha solo confermato quello che già sapevo. Il calcio e i suoi lavoratori non appartengono a questo mondo. Per gli altri ci sono rigide regole, per loro i suggerimenti sono scritti sull’acqua.

 

 

I Mondiali di Italia ’90 visti dalla parte degli USA Meola, Caligiuri, il calcio

 

San Francisco, febbraio 1990

Ci avviciniamo ai Mondiali. In Italia c’è da tempo una grande frenesia.
Da queste parti sembra tutto molto tranquillo.
Sono qui per raccontare cosa sia il calcio negli Stati Uniti, per scoprire chi siano i giocatori più importanti della squadra che si è qualificata per la fase finale.

Sono a Palo Alto, nella San Francisco Bay Area, per capire.
Il 24 febbraio USA e URSS si affronteranno per la prima volta a livello professionistico.

Tony Meola e Paul Caligiuri sono quelli che più mi interessano. Hanno origini italiane e interpretano ruoli chiave. Uno gioca in porta, l’altro è centrocampista.

Parlo con Meola, un omone simpatico, un vero italo-americano. Mi ricorda gli anni dell’infanzia a Belleville, nel New Jersey; l’adolescenza a Kearny. Mi racconta come l’amore per il calcio glielo abbia trasmesso papà Vincenzo, nativo di Torrella dei Lombardi, ex giocatore dell’Avellino in serie C prima di emigrare negli States nel 1965 assieme alla moglie, Maria. Mi dice come la mamma gli parli sempre dell’Irpinia, del vino, del verde.
“E il tuo papà, cosa ti racconta?”
“Ogni volta che vediamo un film di Clint Eastwood, mi dice che il regista di quei film è Sergio Leone, uno nato nel suo stesso paese. A Torrella dei Lombardi”.
È una mezza verità.
Sergio Leone è romano, irpino di Torrella dei Lombardi è invece suo padre Roberto Roberti. In arte Vincenzo Leone, un pioniere del cinema muto.

“Perché tuo padre ha insistito perché tu diventassi calciatore?”
“A me lo sport piaceva tutto. Al college giocavo a pallacanestro, a baseball. Ero in squadra. Ma lui insisteva. Negli anni Cinquanta/Sessanta era stato con l’Avellino in serie C. Mi parlava sempre di un suo compagno di squadra, Elio Grappone, un difensore. Mi diceva che non dovevo allontanarmi dalle mie origini. Tra la fine degli anni Settanta e quella degli anni Ottanta seguiva alla radio le cronache della squadra in Serie A. Non potevo deluderlo. Così sono diventato un portiere di calcio”.
Antonio Michael Meola, detto Tony, è un uomo di famiglia.
Il papà adesso ha un negozio di barbiere a Belleville, il nonno Vincenzo uno store di alimentari a Brooklyn. E lui gioca al calcio e sogna un giorno di poterlo fare da noi, in Italia.

Intervisto Paul Caligiuri, origini calabresi. È uno dei più popolari calciatori americani, il gol messo a segno contro Trinidad e Tobago è valsa la qualificazione ai Mondiali. I primi per gli Stati Uniti, dopo quarant’anni di assenza, i quarti della loro storia.
“Paul c’è qualche squadra che si sta interessando a te?”
“Sì, la nazionale statunitense. Presto firmerò l’accordo”.
Proprio così. A noi suona strano, ma la USSF (la Federcalcio USA) sottoscrive contratti di esclusiva con i calciatori. Proprio come le squadre di club.

C’è attesa per la partita. Si giocherà all’interno dell’Università di Stanford, in un impianto da quasi sessantamila posti. Il campo presenta qualche stranezza. La prima volta che ne calpesto l’erba, vedo un pericoloso tombino appena fuori dalla linea del fallo laterale.
Mi dirigo verso il custode.
“Scusi, perché quel tombino si trova lì?”
“Perché serve come scarico quando piove”.
“Non ne dubitavo. Ma non è pericoloso?”
“Perché?”
Mi arrendo e passo alla domanda successiva.
“Dove posso trovare la squadra di calcio americana?”
“Calcio?”
“Sì, quello sport che si gioca undici contro undici, i giocatori prendono a pedate un pallone cercando di mandarlo in rete”.
Mi guarda come se fossi pazzo.
“Calcio?”
“Certo, calcio” insisto, sono uno che non si arrende facilmente.
“Credo che siano quelli laggiù”.
Proprio come da noi, stessa asfissiante popolarità.
L’unica differenza è che da queste parti lo chiamano soccer, in Italia qualcuno ancora lo chiama football.

Alla fine l’Urss vince 3-1, ma non ci sono polemiche, né pagelle, niente voti e niente titoloni a nove colonne. Il clima è decisamente meno nevrotico che da noi.

Il viaggio alla scoperta del calcio americano si rivela divertente.
Arrivato a San Francisco, vado in un piccolo ristorante, un paio di chilometri fuori dal centro. Uno stretto corridoio con le pareti di mattonelle rosse. I tavoli in fila indiana sino a quando lo spazio non si allarga fino a poterne ospitare due sulla stessa linea.
Mi siedo e aspetto il cameriere.

“Eccomi, signore. Posso aiutarla?”
“Lei è Lothar Osiander?”
“Ci conosciamo?”
“Sono un giornalista italiano, sto facendo un’inchiesta sullo stato del calcio americano. Lei fino a poco tempo fa ha allenato la nazionale, giusto?”
“Esatto. Nell’88 l’ho portata all’Olimpiade di Seul. Poi ho cominciato il girone di qualificazione per i Mondiali di Italia ’90. Stavamo andando bene, quando mi hanno detto che il mio posto sarebbe stato preso da Bob Gansler. Nessun problema. Io un mestiere ce l’ho.”
Così va il calcio da queste parti.

Chiudo il primo giro di interviste alla Berkeley University, stavolta mi allontano mezz’ora dal centro. Attraverso in macchina l’Interstate 80, passo lungo il Bay Bridge, costeggio Treasure Island con l’isola di Alcatraz a nord ovest, poche miglia più in là.
Ho un appuntamento con l’allenatore della squadra di calcio universitaria.
“Quale è, oggi, lo stato del calcio negli Stati Uniti?” chiedo.
“Mi segua”.

Lo accontento. Mi porta in una stanza enorme, grande come un intero piano di un condominio di lusso.
“Questo è l’ufficio del coach della squadra di football”.
Proseguiamo la visita.
Un’altra stanza bella grande, diciamo un due camere e cucina in cui può stare comoda una famiglia di tre persone.
“Questo è l’ufficio del tecnico del basket”.
Facciamo pochi passi, usciamo all’aperto, attraversiamo tutto il campo da football, passiamo sotto le tribune e entriamo in uno sgabuzzino dove a fatica trovano posto una scrivania e un paio di sedie, il tetto a spiovente chiude il lato corto su una piccola finestra.
“E questo?” chiedo, ma credo già di intuire la risposta.
“Questo è il mio ufficio”.
Più chiaro di così…

 

L’incredibile storia di Provedel. Era un bomber, ora i gol li fa da portiere

Quinto minuto di recupero di Ascoli vs Juve Stabia, anticipo di serie B. I marchigiani sono avanti 2-1. È l’ultima azione della partita. Calcio di punizione da sinistra, cross in area, perfetto stacco di Ivan Provedel che colpisce di testa e mette la palla in rete. La Juve Stabia pareggia.
Ha segnato il portiere.
Ma non per caso.
Fino a quindici anni Provedel giocava in attacco. E segnava molti gol. Ma il ruolo non gli piaceva, lui voleva andare in porta. Era quella la sua vocazione, ma nessuno gli dava retta. Un bomber era una rarità, un buon portiere era pedina meno rara. Così pensavano i dirigenti del tempo.
Il buon Ivan stava per prendere una clamorosa decisione. Era giovane, il calcio rappresentava un divertimento e lui avrebbe cominciato a divertirsi solo se qualcuno si fosse finalmente deciso a farlo giocare in porta. Se non fosse accaduto, era pronto a ritirarsi.

Nell’estate del 2009, aveva 15 anni e mezzo, era arrivato al bivio. Aveva così deciso di tentare un’ultima strada. Aveva risposto a uno stage per portieri della società Liapiave. Un signore di 65 anni, uno che di gol se ne intendeva (ne aveva fatti 63 in 265 presenze in Serie A con le maglie di Juventus, Genoa, Roma, Verona) si era avvicinato al preparatore dei portieri Renato Zanet e gli aveva suggerito di tenere d’occhio quel biondino dal volto simpatico.
Zanet gli aveva dato retta, del resto come non dare retta a Gianfranco Zigoni. Lui era ed è uno che di calcio ne capisce.
Nell’agosto del 2009 Provedel firmava per la Liapiave. Avrebbe giocato in porta il sogno si era realizzato.
Da allora è andato sempre meglio, ha esordito in serie A, ha indossato la maglia della nazionale Under 20.

L’Empoli lo ha dato in prestito alla Juve Stabia. Con i toscani faceva la riserva di Alberto Brignoli, sì proprio lui. L’altro portiere goleador.
Come? Quando?
Era il dicembre del 2017.
Quinto e ultimo minuto di recupero. Punizione sulla fascia sinistra del Benevento in prossimità dell’area milanista. Cross a rientrare. Alberto lasciava la porta, metteva in atto uno di quei tentativi disperati che abbiamo visto fare decine di volte a tanti portieri. Tentativi quasi sempre infruttuosi.
Stavolta no. La palla scendeva giù con una traiettoria perfetta e lui andavava impattarla di testa, a conclusione di un magico tuffo. Donnarumma guardava la sfera che entrava in rete alla sua sinistra. Gol. Pareggio. Primo punto del Benevento in Serie A.
Al quinto di recupero, su cross da sinistra, proprio come è accaduto oggi.
Chi dice che nel calcio le belle storie non esistono…

James, il cannoniere con la faccia da bambino. Napoli sogna…

Napoli sogna. Il presidente De Laurentiis dice che ci sta pensando. L’affare è complicato. Il giocatore arriverebbe con un prestito oneroso, con diritto di riscatto. Quotazione: 42 milioni di euro e contratto quinquennale. Una scommessa pesante. L’ultima stagione al Bayern, sette gol in 28 partite, non è stata entusiasmante. Ma le qualità e gli obiettivi del recente passato dicono che si può puntare su James Rodriguez che, in fondo, di anni ne ha poco meno di 28.
Nell’attesa, proviamo a conoscerlo meglio.

James, come Bond. Come Dean.
È lui, Baby Face: il calciatore con la faccia da bambino.
James Rodiguez ha da tempo incantato il mondo del calcio. Il 12 luglio compirà 28 anni. Ne aveva solo due quando è andato all’allenamento della Companeros Tolima, squadra di seconda divisione di Cucuta: la città dove è nato, al confine tra Colombia e Venezuela.
È stato lì che ha visto in azione un gruppo di calciatori e ha deciso di imitarli. Quando ha provato a calciare il pallone, è finito con il sederotto per terra. Tre anni dopo giocava con i bambini dell’Academia Tolimense.
La Colombia si è accorta di lui nel 2013 quando è diventato il capocannoniere del torneo Pony Fùtbol. Andava in gol con una facilità sorprendente, segnava da ogni parte del campo. Ne ha fatto addirittura uno direttamente da calcio d’angolo, con un preciso sinistro a rientrare. Segnava e correva ridendo verso i compagni.
Adesso quando segna si scatena in una danza di felicità

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Non poteva più nascondersi. Si accorgeva di lui Gustavo Adolfo Upegui Lopez che lo portava all’Envigado. A trasferimento avvenuto l’Academia si lamentava, diceva di essere stata truffata, di avere ricevuto poco denaro per quel ragazzino che era stato visto fare cose da fantascienza in diretta televisiva nazionale.
Ma con il signor Upegui Lopez non si poteva discutere molto.

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James Rodriguez è di San José de Cucuta, nel NordEst della Colombia. I suoi genitori sono Wilson James Rodriguez Bedolla e Maria Del Pilar Rubio. Il papà faceva il calciatore professionista, a casa lo vedevano davvero poco. Quando la famiglia si era trasferita a Ibague, era stato il padrino Juan Carlos Restrepo a prendersi cura del ragazzino.
A quattro anni già giocava con la maglietta numero 10. Non l’avrebbe più tolta. A 13, appena arrivato all’Envigado, aveva avuto Omar Suarez come guida tecnica. James era solo un ragazzino, e aveva già un allenatore personale. A 14 esordiva nella serie A colombiana. A 17 andava al Bonfield, in Argentina, e diventava il più giovane calciatore straniero di sempre.
Anche in Europa si accorgevano di lui, sembra che la Juventus lo abbia trattato a lungo.
La firma più importante arrivava a 19 anni: ceduto al Porto per 5,1 milioni di euro e una clausola rescissoria di 30. Nel 2013 il Monaco lo comprava sborsandone 55: chiudeva la stagione con 10 gol e 12 assist. Poi sarebbero arrivate Real Madrid e Bayern.
Sorrideva Jorge Mendes, il manager, l’uomo che governa le carriera di Mourinho, Cristiano Ronaldo, Radamel Falcao, Diego Costa e altri fuoriclasse del pallone e degli ingaggi.

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Atleta di Cristo, con un forte legame per la famiglia. A 19 anni sposa Daniela (foto sopra) che ne aveva 18, sorella del compagno di squadra in nazionale David Ospina. Nasce Salomé. A completare il gruppo c’è anche Manolo, un simpatico cagnolino.
Poi arriva la separazione, il divorzio. Da un anno James fa coppia con Shannon de Lima, una splendida modella venezuelana (foto sotto).


Stop di petto con mezza torsione del busto, tanto per far scendere la palla nella direzione giusta. Senza aspettare che tocchi in terra, spara una gran botta al volo di sinistro. Il pallone sbatte sotto la traversa ed entra in porta, gol. Colombia 1, Uruguay 0 negli ottavi di finale della Coppa del Mondo edizione 2014. Un gol che non si può dimenticare. Alla fine saranno sei le marcature del ragazzo nato con il numero 10 sulle spalle.

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Shakira scrive un tweet al suo compagno Gerard Piqué: “Passiamo ai quarti!! James, un grazie enorme! Sei il migliore del mondo. Semplicemente spettacolare”.
LeBron James lo scrive al mondo: “Ragazzi, guardando questa partita della Colombia ho scoperto il mio giocatore preferito.”
Solo pochi atleti riescono ad accendere l’animo, a far scattare l’emozione.
James Rodriguez è uno di loro.
Aveva due anni quando ha toccato il primo pallone, quattro quando ha indossato la maglietta numero 10, 14 quando ha esordito in A. In Brasile, nel 2014, ci ha regalato un grande Mondiale.

Poi sono arrivati un campionato spagnolo, uno tedesco, due Champions League, due Supercoppe europee.
Attaccante nato, trequartista mancino con il gol nel sangue. Buon tiro, abile nei calci di punizione. Parte da destra, si accentra e va a concludere.
Napoli sogna il suo arrivo. Se così sarà, ci divertiremo.

Pallotta vs De Rossi, quanto vale la passione nel bilancio della Roma?

“Per me i romani e i romanisti
non sono né tifosi né amici.
Sono tutti fratelli”.
(Francesco Totti)

Il calcio ha sempre venduto emozioni.

A reggerlo è stato per lungo tempo la passione, oggi mi dicono che lo scudetto più ambito sia quello delle plusvalenze.

Non discuto, ma osservo.

I bilanci sono al primo posto, dicono. Ho chiesto a qualcuno più esperto di me in materia, mi ha risposto che non è proprio così, mi ha detto che i debiti delle società non sono calati di molto negli ultimi anni.

Ma la vera domanda è: su cosa si fonda oggi una società di calcio?

Sui soldi che ha in cassa.

I proventi arrivano da: diritti televisivi, partecipazioni coppe europee, sponsor, vendita dei biglietti.

Prendiamo una società a caso, la Roma.

I tifosi sono una fonte di reddito. Senza di loro non ci sarebbero incassi al botteghino, l’offerta delle Tv si ridurrebbe. Mancando un target cui fare riferimento, essendo il club a livello zero in quanto a risultati in campo internazionale, anche l’attrattiva per gli sponsor calerebbe.

Resterebbero in piedi i contributi Uefa per le Coppe, sempre che riesca a giocarle.

La Roma dall’arrivo del gruppo americano (16 aprile 2011 presidente Thomas Di Benedetto, 27 agosto 2012 James Pallotta) non ha mai vinto una competizione. Né lo scudetto, né la Coppa Italia, dove è arrivata una sola volta sino in fondo (nella sciagurata, per i romanisti, edizione 2012-13, battuta dalla Lazio in finale). Non parliamo poi di Champions League (una semifinale, poi mai oltre gli ottavi) ed Europa League (mai oltre gli ottavi). Quindi se il legame squadra/tifosi fosse legato ai risultati, oggi il bacino di utenza romanista sarebbe ridotto ai minimi termini.

Resta la passione. È il laccio che lega i tifosi alla Roma, quello che rende possibile, anche in una stagione non esaltante come questa, l’esistenza di un potenziale mercato.

A questo punto la domanda è: se il sentimento resta una delle componenti essenziali a tenere in piedi il giocattolo (biglietti, televisioni, sponsor, individuazione del target di riferimento) perché mai la società ha gestito in maniera così sconsiderata il caso De Rossi?

Comunicazione ufficiale a quattro giorni dalla penultima di campionato, assenza del presidente James Pallotta alla conferenza stampa in cui si annunciava la decisione della società di non voler rinnovare l’accordo con il capitano/simbolo della squadra, rinuncia a un giocatore che nella stagione in corso ha giocato poco (è vero) ma che ogni volta che è sceso in campo si è dimostrato indispensabile.

Tutto sbagliato, tutto fuori tempo.

Ormai è chiaro: la gestione Pallotta ha azzerato qualsiasi passione, ha annullato in un solo colpo l’amore, un po’ illogico e soltanto di pancia, che una persona ha per la squadra per cui tifa. Ma è riuscita in un’impresa difficilissima, ricompattare quasi  i sostenitori, da sempre e comunque in disaccordo tra di loro.

In questa analisi non ho seguito la strada più facile: 300 milioni di plusvalenze in sette anni sono un bel bottino, se arrivasse lo stadio sarebbero molti più.
Non ho parlato delle cessioni, eccellenti al punto da poter formare una buona squadra, addirittura con alcune alternative in qualche reparto: (4-4-1-1) Alison (Szczesny); Marquinhos, Rudiger, Benatia (Romagnoli), Emerson Palmieri; Politano, Pjanic (Strootman), Nainggolan (Paredes), Iago Falque; Lamela (Sanabria); Salah.
Non ho accennato alla quasi sicura partenza a fine stagione di Dzeko e Manolas. A cui potrebbero aggiungersi Pellegrini e Zaniolo.

Ho solo messo assieme alcuni fatti certi, cercando risposte che non sono riuscito a trovare. L’unica mia sicurezza è che, purtroppo per i romanisti, con la gestione del caso De Rossi l’amministrazione Pallotta ha sancito in modo inequivocabile la fine del sentimento che ha reso il calcio materia di studio per sociologi, economisti, esperti di comunicazione e professionisti dello sport.

Niente più passione. In cambio di questa rinuncia, è stata offerta quota zero tituli, come direbbe Mourinho. Nessuna vittoria e conti costantemente in difficoltà (altrimenti non si spiegherebbero le continue cessioni), oltre a prospettive vicine allo zero e alla certezza di non poter lottare con le più forti.

James Pallotta, subito dopo l’acquisizione della AS Roma nell’aprile del 2011 da parte del suo gruppo, aveva dichiarato: «So quanto siano pazzi i tifosi romanisti, ma sono preparato: voi non sapete quanto sono pazzo io».
Adesso lo sappiamo.

Roma Roma Roma, 
core de stà città,
unico grande amore,
de tanta e tanta gente,
che fai sospirà.
Roma Roma Roma,
lassace cantà,
da stà voce nasce un core,
so centomila voci che hai fatto ‘nammorà.