Lady Mattek, regina della trasgressione

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Betanie Mattek non è mai stata un fenomeno di tennista, ma si è tolta le sue soddisfazioni. Dodici titoli Wta in doppio, 30 del mondo in singolare, 2 degli Stati Uniti. Sicuramente una delle pretendenti al ruolo di regina nel campo dell’eccentricità. Questa è la sua storia.

 

LADY GAGA. E’ lei la musa della moda che ispira Bethanie Mattek, che non esclude, di scendere in campo con del bacon sulle spalle prima di annunciare il ritiro. C’è stato un tempo in cui il suo consulente era Alex Noble, lo stesso uomo che creava i vestiti della cantante.

Bet non teme le multe, le ha già sperimentate. Gli uomini del regno della tradizione l’hanno minacciata, ricordandole che lì solo il bianco è permesso. Lei ha sorriso. A Parigi nel 2011 non si è negata nulla, compresa una visita al Moulin Rouge. Ha incontrato le ballerine dietro le quinte e si è fatta spiegare l’arte del can can. Si è esibita indossando i vestiti delle protagoniste del celebre locale. Poi, ha ripetuto la danza davanti a un piccolo gruppo di giornalisti in sala stampa.

La spaccata no, le gambe mi servono per giocare a tennis”.

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Quella della 29enne ragazza del Minnesota è una storia di glamour e risultati. Ha “rischiato” di diventare la leader del movimento americano. E qui non c’entrano i vestiti stravaganti o le due lacrime nere che mette su prima di ogni partita sotto il sole e che a Parigi, per la prima volta, aveva anche il suo marchio: “B”.

Avevo provato con gli occhiali scuri, ma queste sono meglio. E fanno anche paura alle avversarie”.

Le stesse striscioline di plastica che adoperano i giocatori di football americano. Le hanno chiesto se le avesse dipinte, ha risposto con un sorriso.

Non ho tempo da perdere.

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Le hanno detto che così non va, lei ha fatto spallucce. Volete che si metta paura una che qualche anno fa è scesa sui campi degli US Open con un cappello da cow boy?

Il football americano ce l’ha nel sangue. Suo marito Justin Sands giocava con i Minnesota Vikins. Lei tifava per i Green Bay Packers e adorava il quarter back Brett Favre.

A Justin l’ho detto solo dopo il matrimonio.

Si sono conosciuti dal dottore dove andavano a curare i loro acciacchi di sportivi professionisti. Lui sapeva quasi tutto di lei. Che era una tennista, che era un po’ “pazza”.

Parigi si è confermata città dell’amore.

E’ qui che il signor Sands le ha regalato un anello di Tiffany. Un paio di settimane dopo, a Wimbledon, le ha poggiato la mano su una spalla e le ha detto quattro parole.

“Ho qualcosa per te”.

Era un diamante. Una domanda di matrimonio a cui poche donne avrebbero saputo resistere.

Lei lo ama al punto da essersi fatta tatuare Justin sull’anulare sinistro, lui ha risposto facendosi disegnare a caratteri cubitali Bethanie sull’avambraccio destro.

E’ così grosso che non potrà toglierlo prima di cinque anni. Fino ad allora il matrimonio è garantito.

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Bet gioca a tennis da professionista. Ha cominciato a cinque anni. Prima si divertiva tirando calci a un pallone. In casa lo sport era un’occupazione importante. Papà Tim aveva giocato a basket in Asia. Mamma Heidi aveva praticato atletica leggera.

Da piccola Bethanie era timida. Molto timida. E’ stato un caso che sia riuscita a sbloccarsi a 17 anni durante un torneo in Australia. Il completo da tennis si era rovinato ed in valigia aveva solo abiti normali. E’ entrata in un negozio ed scoccata la scintilla.

Ho trovato qualcosa da divertente da indossare”.

E’ stato l’inizio di una nuova era. Per lei e per il tennis. Ha giocato con un coordinato pantaloncini-top leopardati, completini di pelle, gonnellino e cappellino scozzese, vestito e bandana argentata (con l’aggiunta di un reggiseno nero con scollatura abissale), short e top bianconero molto sexy.

L’ho vista per la prima volta a Wimbledon.

Era il 2006 e lei doveva giocare sul Centrale contro Venus Williams. Non volevo crederci. Sarei stato ancora più stupito se avessi conosciuto subito tutta la storia. Aveva comprato da Harrods dei calzettoni da calcio che le arrivavano al ginocchio, in un negozio di sport aveva acquistato un paio di pantaloncini da basket e una canottiera con scollatura non tradizionale. Ma era tutto bianco, quindi permesso.

Mi ero lanciata, quel completino è piaciuto così tanto che l’ha voluto anche il Museo londinese.”

Un successo al primo colpo, le proposte di contratti pubblicitari.

Non si disegna i vestiti e non ha mai avuto uno stilista personale.

Entro nei negozi di South Beach, vedo quello che potrebbe andare bene e lo provo. Poi mi metto al centro del negozio, davanti a uno specchio e mi muovo come se fossi su un campo da tennis. Servizio, volée, smash, rovescio, dritto. Così vedo l’effetto che fa.”.

A questo punto le ho chiesto cosa avessero pensato i clienti.

Che sono pazza, cosa altro avrebbero dovuto pensare?”.

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Nel 2009 al Roland Garros le ho chiesto un parere su quel completino di Venus Williams che aveva scatenato mille commenti. La più grande delle sorellone giocava sull’illusione coprendo il sedere con una mutandina color carne. Lei mi aveva risposto sorridendo.

Il rosa ricorda il mio vestito agli US Open di un paio di anni fa.

Poi aveva aggiunto. “La regola dice “si possono indossare solo abiti adatti al tennis.In altre parole, le tue possibilità di esprimerti dipendono dal supervisore, dal torneo in cui ti trovi. Alcuni sono più permissivi, altri meno. Io qualche volta mi sono spinta oltre i confini, che sono così poco chiari. Facciamo del bene al tennis, se ne parla tanto. Perché ostacolarci? Sono stata multata di 10.000 dollari per avere indossato un cappello agli US Open 2005. Ho preso un’altra multa da 2.000 dollari per una maglietta trasparente. Per un periodo di tempo ho dovuto sostenere una sorta di esame prima di poter scendere in campo. Il mio abbigliamento è un modo di esprimermi. Fortunatamente non siamo costrette a indossare un’uniforme.“

Vestiti da Lady Gaga. Tatuaggi da Bethanie. Ne ha uno sull’anulare sinistro, un altro sul braccio destro. Sul polso un’ape (“Quando ero giovanissima, mi chiamavano ‘l’ape killer’”). Poi, un disegno che ricorda la filosofia zen. Ma è una passione in perenne sviluppo.

Devo solo trovare il tempo per starmene tre ore di fila dal tatuatore.”

Le piace ballare. Adora il merengue. Vorrebbe partecipare a una vera gara di danza. In coppia ovviamente col marito. Ma quando prova a cantare, cominciano i guai. E’ stonata. Totalmente. Così quando Justin, che invece se la cava piuttosto bene, parte con le sue canzoni country e lei prova a partecipare, il finale è sempre lo stesso.

Bet, amore, puoi uscire dalla stanza?”.

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E’ stata 30 del mondo, poi si è operata all’anca ed ha affrettato il rientro. Conclusione, è scivolata al 128. Poi è tornata di nuovo su. Ora sta lentamente avviandosi sul viale del tramonto, come sembra stia facendo nella musica la sua musa ispiratrice. E’ 81 del mondo e da qualche tempo non riesce a vincere una partita.

Durante un’intervista a Roma mi ha mostrato il braccialetto in oro bianco e piccoli diamanti che il marito le ha regalato per il primo anniversario di matrimonio.

L’ha disegnato lui.

Si sono sposati entrambi in nero all’Edgewater Beach Resort di Naples, in Florida.. Lei, tanto per non perdere l’abitudine, calzava stivaletti zebrati. Vivono a Phoenix, in Arizona. In tre. Loro due e Ruger, il mastino napoletano a cui sono molto affezionati. Amano la cucina italiana, adorano Roma.

Bethanie Mattek è la variante impazzita dal tennis mondiale. In un universo così monotono, lei rappresenta una nota di fresca allegria.

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Mayweather comprerà i L.A. Clippers?

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LA NBA ha squalificato a tempo indeterminato e multato di 2,5 milioni di dollari per commenti razzisti Donald Sterling, proprietario dei Los Angeles Clippers. L’altra notizia del giorno è che quando la società californiana sarà messa in vendita, Floyd Mayweather (foto in alto a una partita dei Clippers assieme alla figlia) potrebbe fare parte di un gruppo di uomini di affari intenzionati ad acquistarla.

Non sono voci, questi sono fatti” ha detto Al Hayman, consulente in affari per il campione del mondo di pugilato, a chi gli chiedeva di commentare la notizia apparsa sul sito Mediatakeout.com.

Era stato un altro sito, TMZ, a pubblicare la registrazione di un colloquio tra Sterling e la sua ragazza, V. Stivano: più giovane di 49 anni.

Ecco alcuni punti del dialogo incriminato.

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Stiviano (seconda da sinistra, alla sua destra Sterling): “Sono una ragazza di sangue misto. E tu sei innamorato di me. Sono nera e messicana. Che ti piaccia o no, che il mondo lo accetti o no. E tu mi stai chiedendo di rimuovere qualcosa che fa parte di me, che è nel mio sangue. Hai paura di quello che pensa la gente, sei spaventato a causa della tua educazione? Vuoi che io odi le persone di colore?”

Sterling: “Io non voglio che tu odi qualcuno. Voglio che tu li ami, ma voglio che tu lo faccia privatamente. In tutta la tua vita, ogni giorno, può stare con loro . Ogni singolo giorno della tua vita.”

Stiviano: “Ma non in pubblico.”

Sterling: “Perché devi pubblicizzarlo sul Instagram, perché devi portarli alle mie partite?”

Stiviano: “Mi stai chiedendo perché porto i neri…”
Sterling: “Non credo che abbiamo bisogno di discutere ancora. E’ finita. Non voglio più parlarne.”

Stiviano: “Mi dispiace che tu la pensi così.”

Sterling: “Mi sento così, questo problema può portarci a rompere il nostro rapporto. E’ meglio rompere ora, che andare avanti in questa situazione.”

Stiviano: “Mi dispiace che hai attorno a te persone con il cuore pieno di odio e di razzismo. Mi dispiace che tu sia razzista nel cuore. Mi dispiace vedere quanto il mondo sia ancora razzista.”
Sterling: “Puoi fare quello che vuoi. Puoi dormire con loro, li puoi portare dove vuoi, fare quello che vuoi. Ti chiedo solo di non pubblicizzarlo su Instagram e di non portarli alle mie partite.”

Il campione di pugilato non ha voluto commentare la notizia riguardante una sua probabile partecipazione all’acquisto del team californiano. Ha però fatto sapere che parlerà dopo la sfida contro Marco Maidana in programma sabato all’MGM di Las Vegas.

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Mayweather non ha i soldi per comprare da solo i Clippers.

Una valutazione del Wall Street Journal indica in una cifra tra i 550 e i 700 milioni di dollari il valore della squadra. Di sicuro supereranno il record segnato ad inizio aprile dai Milwakee Bucks ceduti per 550 milioni.

Il pugile ha guadagnato in carriera, di sole borse, 400 milioni ed ha un contratto che gliene dovrebbe fare intascare almeno altri 180 nei prossimi quattro match.

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Dopo la pubblicazione della registrazione razzista che coinvolgeva Sterling, tredici sponsor hanno sospeso i finanziamenti a favore della squadra di Los Angeles. Ma il danno sembra non sia stato poi così ingente, non dovrebbe avere superato (sempre stando al WSJ) i due/tre milioni di dollari a stagione.

Solo tra dividendi NBA e rinnovo del contratto televisivo (che scadrà nel 2016) i Clippers dovrebbero intascare 60 milioni di dollari l’anno.

Un mare di soldi insomma. E lui che di soprannome fa Money in questo mare nuota come uno squalo.

Non so se il più anziano proprietario della NBA venderà a Floyd Mayweather. So solo che quando deciderà di cedere la società, o quando il 75% delle franchigie lo obbligherà a farlo, intascherà una montagna di soldi. E quei 12,5 milioni di dollari con cui aveva acquistato la seconda squadra di Los Angeles nel 1981 frutteranno molto di più di qualsiasi match Pretty Boy possa mettere in piedi.

Fitzsimmons e il match in mezzo al fiume

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C’ERA grande attesa per la difesa di James Corbett contro Bob Fitzsimmons (foto sopra), forse troppa. L’arbitro si era rifiutato di salire sul ring. Aveva paura di tutta quella folla gigantesca, c’erano pistole ovunque. Le scommesse erano state consistenti, si parlava di 150.000 dollari, e nessuno avrebbe accettato di perdere i soldi senza avere tentato prima di difenderli, anche con le armi.

George Silver, l’arbitro designato, aveva dato il via all’incontro solo dopo che l’organizzatore aveva posizionato in posti strategici ventuno tiratori scelti a protezione.

Bob era finito al tappeto, sanguinante e in grande affanno. Silver aveva contato fino a 9, poi Fitzsimmons si era rialzato e aveva ripreso a combattere. A bordo ring i giornalisti sorridevano di quel 34enne che non aveva certo il fisico di un campione del mondo dei pesi massimi.

Seduto in prima fila c’era Bob Masterson, lavorava come corrispondente del Morning Telegraph di New York. Era stato sceriffo a Dodge City. Accanto a lui Wyatt Earp e Doc Halliday. Erano i tre uomini che avevano affrontato il clan dei Clayton nella sfida all’OK Corral. Figuratevi se potevano tifare per un tizio pelato e pieno di lentiggini.

Bob si era tirato su e aveva cominciato a far scattare il montante. Eccola qui la chiave del match. Non il montante, ma la rabbia che finalmente Fitzsimmons riusciva a esprimere.

Ci sono sentimenti che dormono nel cuore di un campione per anni. Quando puoi contare su talento e giovinezza non c’è bisogno di scomodarli. Basta che ti affidi all’istinto e tutto diventa facile. Poi gli anni passano e allora ogni match ti chiede qualcosa in più da affiancare al talento. E ogni giorno che passi sul ring senti la paura crescere.

Prima o poi non ci saranno più armi nella sacca delle riserve.

Ma un campione non si arrende mai, anche a costo di richiamare in superficie la rabbia. Corbett (a destra nella foto sotto) attaccava senza pause, la sua azione era efficace. Dopo ogni sfuriata, all’angolo di Bob il pensiero era sempre lo stesso.

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«Speriamo che non arrivi il gancio sinistro».

E invece arrivava puntuale. Un gancio, destro stavolta, tagliava profondamente l’arcata di Fitzsimmons. Uno squarcio, la pelle lacerata, il sangue che colorava di rosso i pantaloncini. Non è facile andare avanti quando hai l’incubo di una ferita che può aggravarsi da un momento all’altro. Ma solo chi sa uscire dal burrone in cui è caduto, può chiamarsi campione. Un destro al plesso solare metteva fine a ogni discorso. E a crollare al tappeto per il conto totale era James J. Corbett. Nel round numero quattordici il titolo cambiava proprietario. Il nuovo campione del mondo dei pesi massimi si chiamava Bob Fitzsimmons.

A risolvere la sfida era stato un colpo al plesso solare, in quell’intreccio di nervi tra torace e stomaco, in quella zona che governa i riflessi della respirazione. In quella parte del corpo che alcuni chiamano chakra, zona che è strettamente legata a sentimenti ed emozioni.

Bob aveva tagliato tutti i fili con un solo colpo. Niente più emozioni, niente più sentimenti. Ma soprattutto, per qualche istante, niente più respiro.

Era accorsa tanta gente nella tranquilla Carson City, tanti soldi giravano per strade, hotel, bar. I politici stavano già pensando a stravolgere quella città di frontiera, a legalizzare la prostituzione e il gioco d’azzardo, agevolare i matrimoni ma anche i divorzi, abolire le leggi che tutelavano i minatori. L’oro era appena arrivato in città, perchè mai se ne sarebbe dovuto andare via?

Subito dopo che l’arbitro aveva decretato il ko, un distinto signore era uscito lentamente dall’arena. Aveva cominciato a passeggiare trascinando i piedi nella polvere, dirigendosi piano piano verso il Frontier Hotel, l’albergo dove alloggiava con la moglie.

Aveva aperto la porta della camera numero 27 e, appena entrato, aveva tirato fuori la pistola da una vecchia borsa di cuoio marrone.

Il primo colpo lo aveva sparato alla tempia della moglie, poi si era messo la canna della pistola in bocca e aveva fatto fuoco un’altra volta.

Quel signore si chiamava Patrick Corbett ed era il papà di James. Aveva scommesso tutti i suoi soldi sulla vittoria del figlio.

Bob Fitzsimons si era battuto ovunque. La cosa importante era che la borsa fosse buona. Aveva intascato 12.000 dollari per affrontare Jack “nonpareil” Dempsey all’interno di una ex fabbrica di cotone a New Orleans. Aveva guadagnato 40.000 dollari per il vittorioso match con Corbett: 15.000 di borsa, stessa somma per la vendita dei diritti cinematografici alla Edison Picture Company, 10.000 dalle scommesse.

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Si era battuto contro Peter Maher II in un’insolita sfida (foto sopra). Il ring era stato posto su una striscia di sabbia piatta al centro del fiume Rio Grande (prima foto sotto), tra il Messico e gli Stati Uniti. Nessuno dei due Stati aveva voluto riconoscere quel mondiale dei massimi. Era stato costruito un ponte in legno (seconda foto sotto) che partiva dal confine messicano e arrivava al luogo dell’incontro. Solo duecento gli spettatori a bordo ring, di più non ne entravano. Molti di più quelli sulle rive del fiume, nonostante i bandoni messi a protezione dello spettacolo. Borsa di 10.000 dollari per il vincitore. Fitzimmons aveva risolto il match con un diretto destro dopo 1:35 del primo round.

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Pugno fuliminante, soprattutto dalla corta distanza, Bob era diventato campione del mondo dei medi il 14 gennaio del 1891 battendo Jack “nonpareil” Dempsey, che aveva finito il match con profondi tagli alle arcate sopraccigliari, la bocca sanguinante e la pelle completamente rossa per i colpi subiti.

Il terzo mondiale, quello dei mediomassimi, se lo era andato a prendere il 25 novembre del 1903 superando George Gardner in venti riprese.

Fitzsimmons era rimasto sul ring fino a 51 anni, chiudendo con un’esibizione contro suo figlio Young Bob. Soldi ne aveva guadagnati tanti, ma li aveva spesi tutti in piccole follie. Un esempio? Gli piaceva passeggiare in strada con un leone legato al guinzaglio. Ma li aveva sopratutto spesi in matrimoni sbagliati.

Quattro mogli in tutto. La terza signora Fitzsimmons era quella più conosciuta. Si chiamava

Julia May Gifford e lo aveva convinto a recitare. Avevano portato in scena “The fight for love” di George Bernard Shaw, per mille dollari a settimana. Un ottimo compenso, ma sempre molto meno di quanto lui avrebbe intascato combattendo.

Temo Ziller era stata l’ultima consorte. Una donna molto religiosa. Predicava il Vangelo e aveva cercato di convertirlo. Lui dopo aver aderito alla fede evangelista aveva però abbandonato tutto e se ne era tornato sul ring.

Gli era sempre piaciuto rischiare e si era sempre fidato del suo talento, oltre che della sua forza. Nel 1893 gli avevano proposto una scommessa e lui l’aveva accettata: avrebbe intascato 4.000 dollari se fosse riuscito a battere nella stessa serata sette avversari in meno di venti round. Altrimenti, avrebbe dato e preso pugni per niente.

Match d’esordio contro Paul Laeser, vittoria per ko alla prima ripresa.

Nella seconda sfida affronta Louis The Giant, birraio di Milwaukee, e lo stende alla terza.

Poi c’è George Dobson. Lo chiamano il “Terrore di Chicago” e boxa con la mani avvolte dal filo elettrico. Bob lo mette giù alla quarta.

Il simpatico Charles Burke dura fino alla quinta.

John Wyoming resiste tre round.

Big Bill Collins non finisce il primo e per svegliarsi completamente impiega due ore.

Paul Laeser chiede di riprovarci e si ritrova ancora al tappeto dopo meno di un round.

Sette ko in 18 riprese. I quattromila dollari finiscono nelle tasche di Fitzsimmons.

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Bob (foto sopra) si costruiva da solo i guantoni, tagliando con il rasoio due grembiuli di cuoio. Il suo primo trofeo era stata una medaglia d’oro massiccio, il premio per aver vinto il Torneo Jim Mace. Aveva appena 16 anni.

Ma il match, o almeno quello che accadde dopo, che gli aveva lasciato il ricordo più nitido era stato quello contro Abe Langle, un omone di 105 chili per 190 centimetri. Lo aveva messo ko in due riprese. La mattina dopo erano andati a trovarlo quattro autentici colossi vestiti da macellaio. In tasca avevano tutti un grosso coltello.

Mentre Bob si preparava al peggio, il più corpulento dei quattro lo aveva abbracciato con grande affetto.

«Siamo i fratelli di Abe, da sei anni cercavamo di convincerlo a smettere. Un tuo pugno ha risolto tutti i nostri problemi e cancellato le nostre angosce. Volevamo dirti grazie, amico».

Il 22 ottobre del 1917, solo e senza un dollaro, Bob Fitzssimons era morto di polmonite in un ospedale di Chicago. Gli ultimi match della sua vita li aveva combattuti quando la malattia era già in stato avanzato.

È la storia di tanti pugili. La solitudine è da sempre la loro ultima compagna di viaggio. Sei solo quando suona il primo gong e l’arbitro fa cominciare il match. I tuoi secondi, scesi dal ring, ti urlano consigli dall’angolo. C’è chi non ha mai dato retta a quelle urla, altri non le hanno mai sentite. Nella testa ascolti solo il rumore dei tuoi pensieri. Sai che tutto dipende dai tuoi muscoli, da quanto forte picchierai e non da quello che gli altri ti dicono di fare.

Devi colpire più spesso e più forte del tuo avversario. Devi rubargli i sogni e rimandarlo indietro, ricacciarlo nella miseria da dove è venuto.

La boxe è tutta qui. Quando sei campione nessuno ti nega nulla. Gli amici sono tanti, ti senti padrone del mondo. Poi arriva il momento della sconfitta e tu fai un salto indietro nel tempo. Non sono più soltanto i soldi a mancarti, nessuno è più disposto a darti niente. Non un dollaro, né un’ora di amicizia.

È stato così anche per il grande Bob Fitzsimmons.

Se il calcio in Tv è troppo e noioso…

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I DUE CANALI televisivi a pagamento (Sky e Mediaset Premium) sono in sovraccarico di calcio. Dal 17 aprile al prossimo 6 maggio avremo sulle pay tv una media di sei partite al giorno. Il rischio che il giochino si rompa è forte.

La richiesta è ancora tale da giustificare gli investimenti, anche se i profitti non sono più gli stessi di una volta. Ma si sa che tutto può venire a noia.

Non il calcio, per carità. Ma la voglia di vederlo in tv. Non sono un folle, non sogno il ritorno a una, massimo due partite a settimana. Ma penso che a forza di urlare, alla fine si resterà muti. Un po’ come accade a molti telecronisti.

Strillano per un tiro che finisce a cinque metri dalla porta, definiscono fantastico uno stop, esaltante un passaggio smarcante, prodigioso un intervento in anticipo. Siamo arrivati al punto che è obbligatorio ingigantire la normalità. Serve per continuare a tenere alto il livello di interesse. Ma siamo sicuri che i telespettatori siano così poco capaci di giudicare da soli il prodotto?

La fortuna di Sky risiede nella qualità della produzione. Dalla regia alle riprese, dalla promozione dell’evento alla perfetta collocazione oraria. Se l’utente si è accorto di tutto questo ed ha premiato la televisione di Murdoch con milioni di abbonamenti, perché mai non dovrebbe essere in grado di analizzare uno spettacolo che, per quanto riguarda l’Italia, è in netto calo? Non bastano le urla dei telecronisti o la loro voglia di entusiasmarsi anche per un fallo laterale. La vecchia regola “il prodotto lo vendiamo noi, quindi è buono per forza” non sta più in piedi. E il ricco menù internazionale non fa che evidenziare la pochezza dello spettacolo di casa nostra.

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Il campionato italiano annoia. Lo scudetto è da tempo una questione a due, da poco è anche stato virtualmente assegnato. Tolte Juventus e Roma, il resto delle squadre offre spettacoli spesso imbarazzanti, quasi sempre noiosi, a volte addirittura irritanti. E la Juventus è fuori dalla Coppa Campioni dalla fase a gironi, mentre la Roma non vi ha neppure partecipato.

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Il confronto con l’altro calcio è impietoso. Nonostante questo, l’offerta resta di ventisette partite di Serie A distribuite in sette diverse giornate. Poi c’è la Coppa Italia, la Champions League, la Coppa Uefa, la Serie B, i campionati stranieri: Liga, League, Premier e Bundesliga. Un’autentica abbuffata, anche non considerando le innumerevoli trasmissioni e i notiziari che si cibano di solo pallone.

Calcio a colazione, pranzo, merenda e cena.

Il mercato fa un’offerta a seconda di quale sia la domanda. Vero. Ma a forza di sentirci sazi di pallone, finiremo per non esserne più così golosi. O perlomeno, affineremo i nostri gusti, pretendendo solo roba di qualità.

Resterà sempre, in fondo l’Italia è il Paese dei campanili, il tifo per la squadra della propria città. Ma potrebbe non bastare. In questo torneo il bilancio è stato tenuto su da due grandi centri, Torino e Roma, con l’aiuto di altre due metropoli: Napoli e Firenze. Le piccole non hanno contribuito in maniera sostanziale alla crescita del fatturato.

Tv e società devono pregare che siano sempre avanti le rappresentati dei grandi capoluoghi. Perché se saltasse fuori un vincitore a sorpresa, il banco crollerebbe.

Ma stiano tranquilli, per ora il calcio italiano non permette di lottare per il vertice a chi non ha soldi a sufficienza. Anche questa è una legge di mercato da cui è difficile prescindere.

Quando le grandi città saranno fuori dal gioco scudetto e la molla del tifo sarà meno forte, ci accorgeremo di quanto sia più divertente il calcio fuori dai nostri confini. In tantissimi lo hanno già capito, l’affare sta diventando pericoloso.

Nessuno pensava qualche anno fa che i giornali subissero crolli così catastrofici, nei tempi delle vacche grasse si rideva davanti alle previsioni di possibile scomparsa di testate storiche. Oggi sono sempre più convinto che, se il trend continuerà ad essere quello corrente, di quotidiani ne resteranno veramente pochi.

Il calcio in Tv o negli stadi ha poco da ridere.

Addio Lopopolo, pugile dal magico sinistro

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E’ morto a Milano, in seguito a un’infezione alle vie respiratorie che è andata ad aggravare una situazione da tempo critica, Sandro Lopopolo. Argento all’Olimpiade di Roma 1960 e campione del mondo superleggeri tra i pro nel ’66. Aveva 74 anni. Questa è la sua storia.

 

ABITAVA nelle case popolari, nel quartiere Musocco, zona nord occidentale di Milano. Vicino al Cimitero Maggiore e all’autostrada per Torino. I genitori erano emigrati da Bisceglie, in Puglia.

Sandrino Lopopolo, Alessandro sui documenti ufficiali, era il penultimo di sei figli. Era nato quasi per caso lassù, alla vigilia della seconda Guerra Mondiale.

La famiglia era poi tornata al Sud non appena il conflitto era scoppiato. Solo a pace avvenuta, avevano ripreso la strada per Milano.

Di soldi in casa ce ne erano pochi. Vivevano in otto in uno scantinato, umido e piccolo. I vestiti dovevano percorrere l’intera trafila dei fratelli, prima di arrivare a lui. Provavano a tirare avanti vendendo limoni e riparando rubinetti. I fratelli col tempo sarebbero diventati dei veri e propri “trombé”, idraulici a pieno titolo. Sandro avrebbe preferito percorrere altre strade.

Aveva scoperto lo sport facendo il raccattapalle al mattino per i soci del Tennis Club Milano. Nel pomeriggio lavorava come fattorino per la rivista “Tennis Italiano”.

Faceva le consegne andandosene in giro su una vecchia bicicletta. Girando per le vie della città gli capitava spesso di fermarsi davanti alla palestra del Vigorelli. Lì si allenava Duilio Loi.

Sandro non andava a scuola, a casa non c’erano abbastanza soldi per i libri di tutti, tempo dunque ne aveva. Di giocare a tennis non se ne parlava, costava troppo. Meglio entrare nei locali della palestra Alfa Romeo e chiedere di provare a tirare di boxe al maestro Gigino Graziani. Non costava nulla e c’era il rischio che gli potesse piacere.

Il faccino di quel ragazzo riccioluto e dal naso delicato, poco si prestava a uno sport così duro come quello della boxe. Ma lui voleva provarci. Naturalmente non dicendo niente a casa e continuando a fare una vita da giovane cresciuto in fretta.

Fuori dalla palestra lo aspettava ogni sera Ida, la fidanzata che sarebbe diventata moglie e poi mamma dei loro tre figli. Sarebbe stato tutto semplice, se Ida non fosse stata così giovane.

Il pugilato era ormai entrato nella vita di Sandro Lopopolo. Il ragazzo sul ring ci sapeva fare. Non gli piaceva la bagarre, preferiva uno stile più delicato. Usava magistralmente il sinistro come un fioretto, la sciabola del diretto destro solo in rare occasioni arrivava a presentare il conto.

Dilettante di grandi risorse. Novanta incontri e solo cinque sconfitte.

Si divideva il ruolo di miglior peso piuma italiano con Piovesan, Mastellaro,Schiavetta e Silanos. Aveva entusiasmato pubblico e critici nel torneo che nel febbraio del 1959 si era tenuto all’interno della Palestra Ignis, grazie all’interessamento di Mario Bosisio e alla presenza della televisione. Aveva battuto ai punti Bacci, della Galileo Galilei di Pisa.

Scrivevanoi giornali: “Lopopolo è un ragazzo che porta benei colpi e ha una guardia che lo protegge bene. Boxa con abilità di diretto e il suo destro secco fa male“.

Erano i tempi in cui ai campionati regionalilombardi si iscrivevano 220 atleti e le selezioni per la nazionale si facevano restringendo il numero dei partecipanti a 16 per categoria di peso. Lui guidava il gruppo.

I giornalisti lo adoravano: “Ha la pulizia tecnica di Rea, l’estro e l’orgoglio di Proietti, la figura snella ma più robusta di Poggipollini. Non fallirà il destino di campione“.

Aveva esordito da peso leggero ai tricolori di Torino, disputati nell’anno olimpico, ed era stato sconfitto da Brondi. Si sarebbe rifatto

battendo il suo eterno rivale nel torneo che in luglio avrebbe designato la nazionale per i Giochi che avrebbero preso il via il 25 agosto.

Era entrato in squadra, Natalino Rea glielo aveva comunicato in maniera ufficiale. Era felice, anche se si portava dietro un piccolo grande segreto. Durante un allenamento, l’amico-rivale Brondi, gli aveva incrinato una costola. Solo tacendo avrebbe potuto portare avanti la sua avventura. E questo aveva fatto, senza mai lamentarsi.

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Sandro aveva esordito al PalaEur proprio nel giorno di apertura dell’Olimpiade. Il suo avversaro si chiamava Johnny Bolang ed era un 19enne di Jakarta, Indonesia. Lopopolo aveva impiegato un minuto per trovare la giusta distanza su cui impostare la sfida. Temeva che, in uno scambio, un colpo dell’indonesiano potesse far riacutizzare il dolore alla costola.

Negli ultimi secondi del match scattava finalmente in modo efficace anche il diretto destro dell’azzurro. Centrato alla mascella, l’indonesiano veniva contato. Successo chiaro, netto e indiscutibile di Lopopolo.

Il 30 agosto era tornato sul ring contro Stoffel Steyn, 19 anni appena compiuti, di Krugersdorp in Sudafrica. Un tipo che si preannunciava pericoloso per la facilità con cui, si diceva, avrebbe potuto incrociare il sinistro dell’italiano.

Era lento, ma saldo. Aveva gambe tozze, piedi ben piantati in terra e sparava ganci pericolosi. Lopopolo stentava a trovare la misura. Iniziava con grande prudenza, preferiva colpire di incontro anzichè provare ad attaccare. Soffriva, incassando dei solidi colpi alla figura. Ma era lui a chiudere da protagonista il finale del primo round, andando a piazzare un destro sul volto di Steyn che sembrava improvvisamente molle sulle gambe. Le altre due riprese erano state sullo stesso tema: il sinistro di Lopopolo a farla da padrone, il destro che faceva qualche rara comparsa. Successo chiaro.

Il primo settembre, il terzo combattimento. Avversario l’irlandese Daniel O’Brien. Aveva una boxe forte, aspra. Braccia corte, ma solide. Lopopolo lo prendeva sul tempo, lo fermava sistematicamente con il suo magico sinistro. Il pugilato dell’azzurro era fatto di eleganti ganci, talentuosi jab. L’irlandese portava volgari sventole. La differenza stava tutta nella qualità. Quella di Lopopolo era stata la vittoria dell’intelligenza.

Neppure 24 ore e Sandro saliva nuovamente sul ring. Stavolta si giocava la medaglia. Nei quarti di finale affrontava lo statunitense Harry Campbell, 22enne californiano di San Josè. Sarebbe stato uno dei migliori match di Lopopolo da dilettante. Esecuzioni perfette, sinistri rapidi. Poca boxe, ma di grande qualità. Tirava il jab sinistro sul volto del rivale e raramente mancava il bersaglio. Il naso di Campbell sanguinava, ma l’americano riusciva comunque a replicare con il suo tentacolare gancio mancino. Nella ripresa finale Lopopolo alzava il ritmo dell’azione, jab sinistro e diretto destro facevano alla perfezione il loro lavoro. Campbell non riusciva a replicare. Successo chiaro, bronzo già in tasca per l’azzurro.

Il momento chiave dell’intera avventura di Sandro arrivava il 3 settembre. In semifinale avrebbe affrontato l’avvversario più duro. Abel Laudonio, 22enne argentino di Buenos Aires, aveva nel suo curriculum l’esperienza di un’altra Olimpiade, quella di Melbourne 1956. Un argentino era tutto di un pezzo, pesante nell’azione. Monotono nel fisico e nella boxe. Ma i suoi colpi toglievano il respiro. Il sinistro di Lopopolo cominciava a fare il suo dovere. Uno stantuffo senza pause. Sinistro, sinistro, sinistro. E quando l’altro pensava che fosse finita, arrivava il gancio destro al volto.

Sino a trenta secondi dalla fine l’azzurro aveva evitato gli scambi. Ma in quell’ultimo mezzo minuto la battaglia era esplosa in tutta la sua violenza. Ed aveva segnato un punto a favore dell’italiano che era riuscito anche a vincere il match più rischioso. Ora non restava che l’ultimo passo, la finale per la medaglia d’oro contro il polacco Kazimierz Pazdzior. Appuntamento il 5 settembre sul quadrato del PalaEur.

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Spesso, sino a quel momento, i giornalisti avevano criticato il modo di boxare di Lopopolo. Dicevano che si accontentasse troppo presto e troppo in fretta. Aggiungevano che non amasse lo scontro, la battaglia. In futuro avrebbero sottolineato, a testimonianza delle loro affermazioni, alcuni episodi.

«Visto? Non ho preso un colpo. Sono pronto a combattere di nuovo. Anche domani».

La frase aveva fatto il giro di Milano più velocemente del suo jab sinistro dopo una vittoria entusiasmante al Teatro Principe.

«Tutti volevano che restassi, la mia boxe esaltava i francesi. Mi avevano offerto tanto, ma io amavo il mio Paese».

Affermazione che sottolineava il talento, ma dava modo ai detrattori di puntare il dito sulla mancanza di motivazioni, sulla poca propensione a mettersi in gioco.

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Da professionista Lopopolo avrebbe smentito tutti, andandosi a prendere una clamorosa rivincita. Avrebbe conquistato il campionato del mondo dei superleggeri Wbc e Wba, battendo a sorpresa a Roma il 29 aprile del 1966 il terribile Carlos “Morocho” Hernandez, picchiatore temibile ma tenuto sotto scacco dalla scherma dell’italiano. Un successo per majority decision (due giudici per lui, il terzo aveva pari) che premiava l’abilità tecnica del nostro pugile.

Quella sera avrebbe trasformato i sogni in realtà. Sandro, da sempre tifoso di Duilio Loi, si sarebbe preso la cintura che era stata del suo idolo.

E non sarebbe stato il suo unico exploit da pro. Nel record ci sono vittorie importanti su Giordano Campari, Massimo Consolati e soprattutto su Vicente Rivas.

All’Olimpiade, quel 5 settembre del 1960 il nemico si chiamava Pazdzior e voleva anche lui l’oro olimpico. Il polacco vantava una grande esperienza, aveva un record di 350 match con appena 19 sconfitte. E sapeva aspettare.

L’arbitro era lo scozzese Hume.

I duellanti si somigliavano dal punto di vista tattico. Erano due attendisti e questo faceva pronosticare un match incerto, ma anche noioso.

Per un round intero avevano tirato pochi colpi. Era stata una ripresa senza scosse.

Nell’intervallo, Rea aveva raccomandato a Lopopolo una maggiore attività.

-Prova ad andare avanti, fai scattare il sinistro e subito dopo piazza il destro.

«Ci proverò»

-Devi farlo. Sandro, se vuoi vincere, devi farlo.

In apertura di secondo round il sinistro di Lopopolo cominciava ad uscire timidamente dalla posizione di guardia. Il destro del polacco aveva maggiore consistenza. Era stata un’altra ripresa senza lampi, guizzi, entusiasmo.

Nel round finale, il polacco sembrava più aggressivo. Lopopolo teneva la sfida sul piano dell’equilibrio quasi esclusivamente con il sinistro. Finale non esaltante, verdetto molto stretto. Quattro giudici assegnavano il successo al polacco, uno a Lopopolo. Argento per lui al termine di un’Olimpiade che era riuscito a condurre in porto dopo aver sofferto nei due match iniziali, a causa di quel dolore alla costola con cui si era presentato a Roma.

Aveva perso, ma per gli amici del Bar Martinelli il verdetto era stato un gigantesco errore. Avevano fischiato anche loro, come aveva fatto il pubblico del PalaEur.

Sandrino quella finale l’aveva vinta. E così avevano messo assieme un po’ di soldi. Si erano riuniti in un gruppo che aveva ottenuto ottanta adesioni, avevano raccolto su un bel gruzzolo ed una loro delegazione era andata da un gioielliere.

-Dovrebbe coniare una medaglia, in oro puro, come quella che danno a chi ha vinto l’Olimpiade. Si può fare?

«Basta pagare»

-Allora, la consideriamo cosa fatta.

Quella medaglia d’oro l’avevano poi messa al collo del loro amico, Sandro Lopopolo, appena tornato in zona. Quella sera al Bar Martinelli, in via Giovanni Battista Grassi, era stata festa grande. Si celebrava il campione olimpico di Roma. Perché loro non volevano sentire ragioni, il risultato della finale dei pesi leggeri ai Giochi era stato uno solo.

Aveva vinto, e con pieno merito, il loro amico Sandro Lopopolo.

L’arroganza di Balotelli

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arroganza s. f. [dal lat. arrogantia] – L’essere arrogante; insolenza e asprezza di modi di chi, presumendo troppo di sé, vuol far sentire la sua superiorità: non posso soffrire la tua a.; tratta tutti con a. sfacciata; parlare, chiedere con a.; mi ha indignato l’a. delle sue risposte; nel linguaggio giornalistico, a. del potere, il comportamento altezzoso, sprezzante e talora violento che spesso caratterizza chi detiene il potere. (Enciclopedia Treccani)

 

Mario Balotelli non si pone limiti.

In televisivone dice: “Non sono un fuoriclasse.”

Su twitter scrive.

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Qualcuno dovrebbe spiegargli che l’Italia in questo momento ha altri problemi per la testa che dividersi su di lui. L’affermazione che all’estero siano tutti al suo fianco, non mi sembra così scontata dal momento che nell’unica squadra fuori dai confini in cui ha giocato, il Manchester City, non era neppure titolare.

Fisicamente e tecnicamente ha doti da campione. Gli manca il terzo elemento.

Disprezza i compagni di squadra, non ha rispetto per l’allenatore, non sopporta i giornalisti, si comporta senza educazione nelle interviste.

L’ultima performance su Sky è stata la rappresentazione a pieno titolo di quell’arroganza di cui si veste il giocatore.

Marocchi: “Secondo me, se ti riguardi le partite vedrai che vieni anticipato tante di quelle volte. Forse perché ti muovi molto poco.”

Balotelli: “Chi sta parlando?”

Cattaneo: “Giancarlo Marocchi.”

Balotelli: “Secondo me non capisce di calcio.”

Cattaneo: “Non sono d’accordo e non capisce di calcio sono cose diverse.”

Balotelli: “Non sono d’accordo e non capisce di calcio.”

Boban: “Mario non è bello quello che dici.”

Balotelli: “Non mi interessa.”

Cattaneo: “Mario è un patrimonio del nostro calcio. Lo salutiamo.”

Balotelli: “Si va be’, non serve a niente dire cose così.”

C’è in lui la violenza verbale tipica di chi si è formato sui social network.

Mario Balotelli è un ragazzo che dovrebbe quotidianamente inginocchiarsi sui ceci e ringraziare il cielo per la fortuna che ha avuto.

In Italia il tasso di disoccupazione giovanile ha toccato il 42%, il salario medio degli under 25 è di 823 euro mensili. Lui guadagna cinque milioni l’anno giocando al calcio.

E non venitemi a raccontare che è giusto pagarli così perché smuovono montagne di soldi. Se fosse la giusta paga e il montepremi stipendi non intaccasse negativamente il bilancio, le società sarebbero in attivo. Non mi risulta che le cose stiano così.

Il signor Mario dovrebbe farsi venire i crampi alle gambe a forza di saltare per la gioia. E invece sembra perennemente incazzato col mondo, in lite anche con la sua ombra.

Sette giovani su dieci pensano che l’unica soluzione di lavoro sia all’estero. Anche lui sembra essere dello stesso avviso.

Dove è l’errore?

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E’ convinto di essere un fenomeno, anche se venerdì sera ha detto il contrario. Ma se non ne fosse convinto non avrebbe trattato a quel modo compagni e allenatore, non avrebbe definito la sua partita contro la Roma “normale”.

E sì perché se fosse “normale” per un attaccante non tirare mai in porta, non vincere un contrasto, non anticipare un avversario, cadere per terra ogni volta che la palla arrivava dalle sue parti, allora ci sarebbe da chiedersi per quale maledetto motivo il ct Prandelli abbia deciso di impostare la trasferta mondiale su questo calciatore.

La realtà è che lui è forte. Ha tiro, corsa, fisico, doti tecniche. Ma gli manca sempre una cosa. E senza di quella tutto diventa più difficile.

Una serata storta può capitare. La speranza è che il futuro regali a Balotelli la possibilità di dimostrare a tutti di essere un fuoriclasse. Finora ci ha fatto capire di essere un giocatore forte, che sa andare in gol. Dovrebbe avere l’umiltà di studiare i comportamenti di personaggi che prima di lui sono stati protagonisti sul palcoscenico del calcio: Roberto Baggio, Alessandro Del Piero, Dino Zoff.
Non è necessario essere arroganti e verbalmente violenti per diventare i migliori.

Si guardi un po’ attorno, legga di più i giornali, capisca a fondo il mondo in cui sta vivendo. E poi torni a parlare. O, preferibilmente, torni a giocare.

Venerdì sera all’Olimpico in campo ha mandato il suo fantasma.

E’ stata una trasferta disastrosa. Non solo per il giocatore.

E non ho ancora parlato delle mille performance fuori dal calcio…

 

 

Il peggiore pugile della storia

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ERIC CRUMBLE può vantarsi di essere il peggiore pugile della storia. Aveva il destino già scritto nel cognome. Eric Sisbriciola (la traduzione in italiano) ha esordito al professionismo il 22 giugno del 1990, l’anno in cui Kevin Costner e “Balla coi lupi” vincevano l’Oscar. Tre giorni dopo l’Italia batteva 2-0 l’Uruguay e approdava ai quarti di finale dei Mondiali di calcio.

E’ salito sul ring per l’ultima volta il 19 settembre 2003. Tredici anni per un totale di 41 round. Non c’è errore. Il signor Eric Crumble ha combattuto per tredici anni riuscendo a rimanere in piedi la miseria di quarantuno riprese!

Il suo record parla di 31 match, 31 sconfitte per knock out. Ci sarebbe poi il no contest nella ripresa d’apertura contro Rick Lanas, nel settembre del ’94. Un match di cui si fatica a trovare testimonianze. Di certo Lanas non era un fenomeno, si sarebbe infatti ritirato dopo il successivo incontro. Il quarto in carriera.

Ma il nostro eroe Eric non ha solo perso prima del limite tutti i match che ha disputato. No, sarebbe stato troppo semplice. Lui li ha persi tutti per ko entro il secondo round: ventidue volte è finito steso per il contaggio finale entro tre minuti, nove entro sei.

Il suo record di durata ha una data precisa. Il 25 marzo del 1995 a Sterling Illinois, ha resistito fino a 1:34 del secondo round contro Rick Camlin, poi l’arbitro Pete Podgorski non ha potuto fare altro che decretare il kot.

Ci sono molti pretendenti al titolo di capo supremo della Hall of Shame, il posto dove dovrebbero vergognarsi per i loro risultati. Il più noto è Reggie Strickland che vanta un record di 276 sconfitte su 359 combattimenti. Buono, ma non abbastanza.

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Ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità anche Peter Buckley (foto sopra): 256 match persi su 300 disputati. Anche qui applausi, ma non basta.

Allora entrano in campo i pezzi forti. Alexandru Manea che ha il record per la striscia più lunga di sconfitte: 54 in altrettanti incontri. Ma ne ha persi solo 14 per ko, troppo poco per essere paragonato a uno come Crumble. Il giovanotto rumeno è stato cliente assiduo dei ring italiani dove si è esibito dieci volte, cedendo in una sola occasione prima del limite.

Ha provato a tenere il ritmo anche Leon Shavers che però si è fermato a 21 scontitte per ko su altrettanti confronti.

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Eric Crumble appartiene a un’altra categoria. Un gigante che non è caduto in tentazione neppure il 25 febbraio del 2000 quando, a Cedar Rapids in Iowa, è salito sul ring contro Donnie Pendleton: uno che aveva perso 95 volte su 105 match. Eric è finito kot dopo 1:14 del secondo round. Sulle ali dell’entusiasmo Pendleton (foto sopra, al tappeto in una delle sue trentatrè sconfitte per ko), cugino di Gerald McClellan, ha continuato per la sua strada sino a chiudere la carriera con 166 sconfitte su 185 combattimenti.

Crumble (foto sotto) ha accuratamente evitato di cimentarsi al Madison Square Garden, all’MGM di Las Vegas o allo Spectrum di Filadelfia. Lui ha preferito esibirsi al Coyote’s, allo Shooting Star Cosmo, all’8 Second Salon, al Banana’s Joe.

Strada facendo è stato fermato per 465 giorni in 13 anni dalle varie commissioni mediche. Ma il giovanotto, che non è mai uscito dai confini del Nord America, non si è arreso.

Ha combattuto in sei differenti categorie di peso, regalando spesso chili agli avversari. Gli è accaduto più di una volta di misurarsi da welter contro dei supermedi.

E’ nato il 10 dicembre del 1966, un sabato, sotto il segno del Sagittario: “Il soggetto del Sagittario è generalmente ben apprezzato e lodato in ambito lavorativo, tanto che spesso riesce ad acquisire un ruolo dirigenziale all’interno di aziende oppure riesce ad affermarsi in un’attività individuale. Per il nato sotto questo segno il lavoro è un palcoscenico nel quale poter dimostrare le capacità, la grinta e il dinamismo, caratteristiche di spicco nella sua poliedrica personalità. Tali doti sono un modo per ottenere quel ruolo di prestigio a cui il Sagittario ambisce in maniera particolare.”

Ogni segno zodiacale ha la sua eccezione.

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A questo punto la domanda da farsi è: perché mai le commissioni del Nord America hanno continuato a dargli la licenza per combattere? Diciamo che all’inizio non avevano capito bene davanti a chi si trovassero, ma dopo undici ko subiti nel primo round e sei nel secondo su un totale di 17 match perché lo hanno fatto salire sul ring per altre quattordici volte?

Cosa deve fare un pugile per essere fermato, perché gli sia impedito di farsi del male? La boxe professionistica spesso si lamenta per torti o ingiustizie, ma dovrebbe anche fare una serena autocritica. Se si pretende il rispetto delle regole dall’esterno si deve assolutamente avere lo stesso atteggiamento al proprio interno.

Girano ancora per il mondo i perdenti di professione, gente che serve ad arricchiare il record di potenziali protagonisti del boxing internazionale. E’ un modo sbagliato di crescere. E’ vero, questi signori che gli americani chiamano “tomato can” (spruzzi del loro sangue hanno riempito i ring di tutto il mondo), sono sempre esistiti. Ma è giunto il momento che smettano di esserlo. Ci sono dei limiti entro i quali bisogna rimanere.

Per lo spettacolo. Nessuno pagherebbe un euro per vedere la Juventus contro una squadra dell’oratorio.

Ma soprattutto per la salute di un uomo. Non venitemi a raccontare che 31 knock out consecutivi non abbiano lasciato segni.

Oggi Eric Crumble vive a Milwaukee nel Wisconsin e il prossimo 10 dicembre festeggerà 48 anni. Tra i suoi ricordi il pugilato occupa una parte importante. Ma tra quelle sfide non ci sono bei momenti da raccontare. Lo chiamavano, lui andava. Saliva sul ring e in meno di sei minuti il lavoro era fatto. Un knock out dietro l’altro. Contro futuri campioni come Manfredy o Echols, ma anche contro perfetti sconosciuti. Il signor Crumble ha interpretato lo stesso copione con tutti. Il suo ruolo era quello del pugile che finiva al tappeto e veniva riportato all’angolo a braccia dai secondi. Non sono storie da narrare davanti al fuoco nelle sere d’inverno.

Padre Guido, IL PRETE tra la gente

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PADRE GUIDO se ne è andato nel sonno. Senza soffrire più di quanto avesse già sofferto. In fondo è giusto così.

Alla Garbatella, il quartiere popolare di Roma che per i miei gusti sta diventando troppo di moda, lo conoscevamo così. Era IL PRETE, lo scrivo in maiuscolo perché in quella che oserei chiamare “qualifica” c’era il rispetto di tutti.

Era arrivato a Roma nel 1956, aveva solo 27 anni. Veniva da Milano, da una famiglia benestante. Arrivava in una città che cercava di alzare la testa dopo la guerra. Nel 1954 la Rai aveva cominciato a trasmettere in bianco e nero. Un solo canale, un’audience pazzesca. La gente aveva scoperto un aiuto tecnologico che l’aiutava a comunicare. Gli abbonati al telefono sfioravano i due milioni, il doppio rispetto al 1950, il quadruplo rispetto al periodo del conflitto bellico. Pio XII era il capo della Chiesa, tempo due anni e sarebbe arrivato Giovanni XXIII.

Padre Guido. Pochi conoscevano il suo cognome, Chiaravalli. Tutti conoscevano lui. Una presenza importante in un rione che faticava a trovare la sua dimensione. Era zona di confine la Garbatella. Una strada, la Cristoforo Colombo, a separarla da Tormarancia che quelli più grandi di me chiamavano Shanghai. E non era certo un complimento. Le sassaiole, all’epoca i malandrini delle due parti si affrontavano così, erano all’ordine del giorno. E quel clima di mini violenza rischiava di trasferirsi alla Chiesoletta, il regno sotto il governo del PRETE.

Uomo di cultura, generoso. Uomo d’azione e di parole. Aveva preso di petto la situazione ed era entrato nel cuore del problema. Un prete tra la gente, uno di quelli che pensi possano esistere soltanto nei libri o nei film di una volta. Un prete di frontiera in un rione difficile.

Era un conservatore convinto, ma anche uno che sapeva essere moderno nei fatti. Era stato lui ad aprire la scuola Cesare Baronio e l’Oratorio, la Chiesoletta appunto, alle donne. Detta così fa scappare un sorriso. Ma bisogna fare un salto indietro, tornare a quell’inizio anni Sessanta quando non era poi tanto semplice imporre una presenza mista.

Aveva le sue regole e pretendeva che tutti le rispettassero. Per chi sgarrava la punizione era a salire, nel rispetto della colpa riconosciuta.

“Raccogli cento pezzi di carta.”

E ti era andata bene.

“Togli cento i sassi dal campo.”

Ancora bene.

“Vai fuori dall’Oratorio e non tornare per dieci giorni.”

Dovevi averla combinata proprio grossa.

Ricordo con affetto e nostalgia le mille partite di calcio giocate su un campetto fatto di sassi e polvere, un terreno in discesa. Il sorteggio a inizio gara serviva per scegliere la porta di sopra o la porta di sotto. E dovevi stare attento a dove calciavi il pallone.

Se tiravi troppo alto nella porta di sotto e il pallone finiva nell’arena del cinema Columbus la tua squadra pagava con una punizione a due. Il tiro diventava diretto se la palla finiva in piazza Sant’Eurosia dove era più difficile recuperarla. Era rigore senza moviola, né discussioni se lo sventurato di turno calciava sopra i tetti dell’Oratorio e la sfera finiva ai Giardinetti. Se poi avevi la dannata sfortuna di mandare la palla nella trattoria all’aperto sul lato grande del campo, al di là del muro, la partita era persa. L’oste non restituiva mai il pallone e di soldi per ricomprarlo non ce n’erano.

Uno di noi pretendeva spesso di tirare i calci di rigore. Ma aveva, diciamo, poca sensibilità nei piedi. Colpiva e il pallone si impennava, alto, alto, sempre più alto. Si era guadagnato sul campo il soprannome di Gagarino, in onore di Jurij Gagarin: il primo uomo a volare nello spazio il 12 aprile del 1961.
“L’altra sera durante una partita, il piccolo Filippini di nove anni è stato colpito da una pallonata in pieno naso ed ha perso conoscenza. Mentre gli presto le cure del caso, dopo un po’ riapre gli occhi, mi guarda assorto e poi serio serio mi fa una domanda.
-Sono morto, Padre Guido?
“Senti… vai in Chiesa e guarda a che punto stanno.”
-A Padre Gui’, mo stanno all’orabrenobis…”

(dal Diario dell’Oratorio, Padre Guido)

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Microbi, Atomi. Erano i piccolini che si cimentavano negli infiniti tornei di calcio mentre i loro compagni erano impegnati in interminabili sfide a bigliardino. Altri preferivano il gioco dei calcinculo, una giostra in cui volando alto e in precario equilibrio su dei seggiolini di metallo cercavi di raggiungere il ragazzino che ti stava davanti. Un ottimo metodo per procurarti infortuni a catena, soprattutto perché in Chiesoletta il calcinculo era a distanza ravvicinata da due muri. Non c’era giorno che Padre Guido non facesse il suo ingresso al CTO con un bambino piangente e dolorante.
Partite di calcio in cui lui tifava sempre per i più deboli.
“Al pareggioooo!” urlava da sotto il colonnato dell’Oratorio. Non gli importava molto se la squadra a cui rivolgeva l’incitamento fosse sei o sette gol sotto.
E a partita finita tutti alla fontanella a bere. Lunghe file di assetati. Ci sarebbe stata la rivoluzione se non fosse intervenuto lui.
“Uno, due, tre, quattro cinque, sei. Hai finito, lascia il posto a un tuo compagno.”
Era arrivato nella Chiesa di San Filippo Neri da Milano. Ed era subito diventato uno di noi. Uno che voleva farci conoscere il mondo. Ai miei tempi il viaggio lontano era quello che d’estate ci portava ogni giorno a Torvaianica. Spiaggia libera, corse, ancora pallone, nuoto solo quando arrivava il permesso, merenda e di nuovo tutti dentro il pullman mentre Padre Guido faceva l’appello per accertarsi che nessuno si fosse dimenticato di tornare a casa.
“Sto progettando le gite, ne sento la necessità. Sono momenti di vita vera, ma la fatica di organizzarle è grande, come grande è l’assenza di collaborazione. Si criticano tanto i sacerdoti, ma senza di loro crollerebbe tutto. Si possono lasciare Pina e Maria Teresa sole a se stesse? Lioi, Colletti e Palmieri in balia dell’ambiente? Si può ridurre il contatto religioso alla Santa Messa?”
(dal Diario dell’Oratorio, Padre Guido)

Mia figlia Alessia è stata più fortunata. Per lei si è aperta l’Europa. Monaco di Baviera, la Norvegia, Capo Nord. L’accompagnavo alla Stazione Termini di notte. Zaino enorme in spalla e pochi soldi in tasca. IL PRETE non ammetteva deroghe. Il lusso era conoscere posti nuovi, non certo dove si dormiva o quello che si mangiava. Il cibo era scarso, le notti le trascorrevano sul pavimento di chiese ospitali. E di giorno si camminava fino all’esaurimento. Ma credo che nessuno di quei ragazzi abbia mai maledetto quei momenti. Ognuno di loro ne conserva il ricordo nel profondo del cuore.

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Insegnava al Baronio. Le lezioni le teneva all’aria aperta. Voleva che si studiassero le stelle di sera, che si guardassero gli insetti nelle calde giornate d’estate, i pianeti erano meno misteriosi se guardati quaggiù dalla Terra piuttosto che studiati sulle fredde pagine dei libri. A contatto con quella natura che gli studenti dovevano impare a conoscere, ecco quale era l’insegnamento del PRETE. Erano lezioni di scienze e di vita quelle che impartiva.
“Sto mostrando le stelle con il canocchiale ad alcuni allievi. Ettore Melluzzi, cinque anni, mi chiede che faccio. Gli indico Giove che risplende vicinissimo. Mi risponde: E che ce fà lassù?”
(dal Diario dell’Oratorio, Padre Guido)

Padre Guido ha sempre cercato di comunicarci un concetto.
“Dobbiamo incontrarci in libertà.”
Usava la parola come il mezzo più diretto per cercare di capire e poi risolvere i nostri problemi.
“Sono sempre stato a contatto con la vita” ripeteva.
Ed oggi che ci ha lasciato nel sonno, quasi non volesse disturbare, ce lo ritroviamo ancora accanto. Se ne è andato a 87 anni, quasi sessanta dei quali passati nelle strade della Garbatella. Aveva un modo speciale di comunicare con la gente. Ti guardava fisso negli occhi attraverso le spesse lenti dei suoi occhiali con la montatura di plastica, li riattacava nei modi più strani fino a quando non stavano più insieme. Gesticolava con le mani, questo lo aveva preso da noi romani, e strizzava i muscoli della faccia quasi volesse farsi più piccolo per entrare nella nostra testa.
 Era un uomo di cultura, ma non faceva pesare questo dono. La usava per entrare in contatto con chi non aveva avuto la fortuna di studiare.
La tonaca lisa, consumata da quanto la portava addosso senza sentire mai il bisogno di indossarne una nuova. E negli ultimi tempi una vecchia coperta arancione che gli riscaldava le gambe mentre, spinto dal badante, girava sulla sedia a rotelle per i giardini davanti alla chiesa San Filippo Neri.

Chissà cosa avrebbe detto di quei vandali che l’altro giorno hanno distrutto, incendiandola, una piccola giostra dove i bambini del quartiere si divertivano ogni giorno.
Padre Guido era una strana sorta di conservatore. Amava il sociale. Voleva che tutto fosse fatto in nome e per il gruppo. Mi ricordo che tanti anni fa assieme ad alcuni ex ragazzi dell’Oratorio volevamo donare una somma destinata a ristrutturare i locali. Lui si era rifiutato.
“Facciamolo con le nostre mani, non con i nostri soldi.”
Mi ricordo che molti anni fa, per lavoro, mi capitava spesso di incrociare Agostino Di Bartolomei, anche lui frequentatore da ragazzo del campo di calcio della Chiesoletta. La prima cosa che mi chiedeva era: “Come sta Padre Guido?”. Era il filo che ci univa. Un lungo filo che ha unito migliaia di ragazzi della Garbatella che nella Chiesoletta avevano trovato negli anni della gioventù il loro centro del mondo.
Ora Padre Guido Chiaravalli, nel giorno della morte il nome va scritto per intero, non è più tra noi. Ma se faremo come ci ha insegnato e ogni sera alzeremo gli occhi verso il cielo, tra le stelle potrebbe capitarci di vedere lui. Anche chi non crede, non può non riconoscergli il merito di averci lasciato in eredità un dono inestimabile. Il ricordo di una brava persona. Come tutti i preti, in minuscolo, di questo mondo dovrebbero essere.

Phelps, sogno o incubo?

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AVEVO lasciato “lo squalo” il 4 agosto di due anni fa al London Acquatic Centre. Michael Phelps toccava la piastra nella frazione a farfalla della 4×100 mista, superava il Giappone e lanciava gli Stati Uniti verso il successo. Sarebbe stato il suo diciottesimo oro olimpico. Lo ritroverò giovedì allo Skyline di Mesa, Arizona. Ancora in acqua, ancora in gara.

Aveva detto “Mi allenerò alla normalità.”

Tentativo fallito.

Dopo ventidue medaglie olimpiche, di cui diciotto d’oro; ventisei successi mondiali e trentatrè podi; ventinove record mondiali individuali e sette in staffetta, torna a gareggiare.

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La normalità per gli eroi dello sport è una scimmia sulla spalla. Li graffia, li tormenta, gli lascia troppo tempo per pensare. La passeggiata con il cane, le foto con Bar Rafaeli per Sports Illustrated (sopra) o quelle ufficiali con Obama, il caffè, gli amici, le partite a baseball con gli Orioles non sono riusciti a disintossicarlo.

Michael Phelps è abituato a rispettare tabelle da quando era un bambino. Non ha avuto spazio per l’immaginazione nell’infanzia, non l’ha avuto nella gioventù. All’approssimarsi del ventinovesimo compleanno deve avere pensato che non fosse giusto averlo neppure negli anni della maturità.

Se non sei abituato alla libertà, fatichi ad accettarla. Ti pesa. Meglio avere scadenze precise. Soprattutto se assieme ci sono soldi e popolarità.

La linea nera in fondo alla piscina è un incubo solo per chi naviga a vista, inseguendo un obiettivo che non sempre arriva. Per i vincitori è semplicemente la stella che segna il cammino. La testa nell’acqua e via, si torna a combattere.

Si è iscritto a tre gare: 50 e 100 stile libero, 100 farfalla. Il clan si è ricompattato e ha lanciato il messaggio.

Lo fa per divertirsi, non può pregiudicare nulla di quanto ha fatto. Non ha nulla da perdere.”

Bugie a fin di bene.

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Nessuno si sogna di ridimensionare un fenomeno come Michael Phelps. L’uomo del destino per il nuoto, soprattutto in America. Grazie alle sue imprese la tv ha cominciato a riprendere in diretta i Trials, i tesserati sono aumentati del 28%, le sponsorizzazioni si sono triplicate, i biglietti per gli eventi con lui in vasca sono andati a ruba. Mettere in discussione tutto questo sarebbe da stupidi. Non lo farebbe neppure un giornalista.

Ma se farà splash, si prepari a commenti di commiserazione per il tentativo fallito. Alle accuse di scarso senso della realtà, alla constatazione di quanto sia lungo e difficile da percorrere il viale del tramonto. E’ stato così per Mike Spitz e il tentativo di rientrare a Barcellona 1992, è stato così per Ian Thorpe e la rincorsa fallita a Londra 2012. E questo non solo perché tutto si perdona fuorché il successo, ma anche e soprattutto perché i fallimenti di un eroe sportivo li sentiamo bruciare sulla nostra pelle. Ci sentiamo traditi da chi ha avuto tutto e non ha saputo fermarsi al momento giusto.

Michael Phelps è stato il primo a diventare davvero ricco con il nuoto, ha guadagnato dieci milioni di dollari che rappresentano un sogno inarrivabile per chiunque si tuffi in acqua e dia l’anima per portare a casa qualche medaglia.

E’ stato il primo nuotatore capace di conquistare una popolarità universale, è diventato un divo. Il coach Bob Bowman ha addirittura inserito un allarme su Google, suona ogni volta che il nome Phelps appare su Internet.

Michael ha messo tutto nel calderone. Vittorie, imprese memorabili, gossip, fidanzamenti improbabili, paparazzate, errori di gioventù come le foto che lo immortalavano mentre fumava marijuana, corse in auto, record del mondo, vittorie per un centesimo di secondo, baffi/pizzetto e birra. Ha mischiato ogni ingrediente e ne è uscito ricco e famoso.

E adesso si rituffa in acqua. A 28 anni compiuti da un pezzo.

MP

Aveva detto di essere stufo della sveglia che suonava implacabile alle 4 del mattino, dei doppi allenamenti quattro volte a settimana, degli esercizi ogni santo giorno dell’anno, di girare il mondo senza mai riuscire a vedere una città. E invece è andato a sottoporsi a due test antidoping nel terzo trimestre del 2013, si è messo a dieta, ha perso sette chili ed è ripartito.

Con lui probabilmente ci sono gli stessi di sempre. Bob Bowman e un altro tecnico, un fisioterapista, un medico, un nutrizionista, un esperto di pubbliche relazioni e un manager. Non si mette in moto la macchina solo per divertirsi. Michael Phelps lo fa perché ci crede.

Sembra nato per il nuoto e come ogni innamorato fatica a staccarsi dall’oggetto del desiderio. Ha inventato il “quinto stile”, quell’ondulazione subacquea con sgambata a delfino, quindici metri sotto la superificie dell’acqua dopo la virata. Ha sfruttato le sue doti fisiche: altezza di 1.95, apertura alare di due metri. L’ideale per il bilanciamento in acqua. Spalle larghe, schiena piatta, torso lungo, mani enormi. Prese in acqua di grande potenza, viaggiava come se fosse su un carrello.

Sogna, pianifica, raggiungi.”

Aveva firmato con queste parole uno stile da sportivo vincente. Ora la paura è che sia rimasto solo il sogno.

Ma tiferò per lui. Perché mi farebbe male vedere che l’uomo più forte nella storia del nuoto, uno dei migliori nello sport di sempre, fosse tradito dal sul suo ego e fallisse miseramente. Lui che ha vinto senza distinzione di stile (farfalla, misti, stile libero), di distanza (dai 100 ai 400 metri), di condizione (per un centesimo o per distacco). Uno che non ha mai sentito la pressione.

E’ salito sui blocchi a Sydney 2000 per la prima Olimpiade e vorrebbe esserci ancora sedici anni dopo a Rio de Janeiro per gli ultimi Giochi da agonista.

Per ora si è iscritto all’intero circuito del Gran Prix: 24-28 aprile a Mesa, maggio a Charlotte. Se tutto andrà bene, ad agosto sarà a Irvine per i campionati nazionali. Poi, se il sogno non si sarà trasformato in un incubo, ci saranno i Mondiali a Kazan nel 2015.

Aveva 15 anni Michael Phelps quando mi ha stupito per la prima volta. Ne ha 28 e continua a pensare di essere ancora in grado di farlo.

Io tifo per lui, ma non mi venga a dire che lo fa per divertirsi.

 

Hurricane è morto lottando

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Rubin Carter è morto. Ne ha dato notizia James Artis, l’uomo accusato assieme a lui di triplice omicidio. Rubin Carter aveva 76 anni. Ripropongo, aggiornato, l’articolo che avevo scritto quando ero venuto a conoscenza della grave malattia.

E’ IL 17 GIUGNO del 1966, sono le 2:40 del mattino. Il Lafayette Bar and Grill è sulla East 18th Street di Paterson, New Jersey. All’interno quattro persone si fanno compagnia in attesa della chiusura. E’ stata una giornata carica di tensione. Nel pomeriggio Frank Conforti, un bianco, ha ucciso con un colpo di pistola Leroy Holloway, il proprietario di un bar. Un afro americano. C’è nell’aria una forte carica di rabbia razzista.

Il bar è nella zona di Riverside a prevalenza bianca.

Due neri entrano (freccia A nella foto sotto) sbattendo la porta. Il più piccolo imbraccia una doppietta, l’altro ha un revolver calibro .32.

James Oliver (numero 4), 51 anni, li vede. E’ il barista ed ha una quota nella gestione del locale, sta contando i soldi dell’incasso. Lascia cadere le banconote che lentamente scivolano a terra, afferra una bottiglia vuota di birra e la lancia sbilenca verso i due uomini. Manca il bersaglio, lil vetro si frantuma contro il condizionatore d’aria. Il barista prova a scappare, non fa neppure due passi che un proiettile lo raggiunge alla parte bassa della schiena trapassando il midollo spinale. Cade a terra dietro il bancone, morto.

L’uomo con il revolver spara un colpo che centra Fred “Cedar Grove Bob” Nauyoks (numero 3), 60 anni, alla testa. Si gira e colpisce William Marins (numero 2), 42 anni, alla tempia sinistra. Il proiettile passa la cavità orbitale rendendo immediatamente cieco l’occhio sinistro. Nauyoks cada a faccia in avanti sul bancone. Sembra che stia dormendo. E’ morto sul colpo, il braccio sinistro oltre il bar, la sigaretta ancora accesa fra le dita della mano destra.

Marins è cieco da un occhio e ha il cranio fracassato, attraversa il bar barcollando e finisce a terra. SI finge morto. I due neri stanno per scappare quando si accorgono della donna. Hazel Tanis (numero 1), 51 anni, è una cameriera che ha da poco finito il turno di lavoro. Si era fermata per bere qualcosa e scambiare due parole con il suo amico Oliver. E’ seduta d’angolo, in fondo al bar. Si accorge di essere stata scoperta e comincia a urlare. I due neri fanno fuoco. Cinque proiettili calibro .32 la centrano alla gola, stomaco, intestino, milza e polmone sinistro. Ha il braccio frantumato dai pallini da caccia sparati dalla doppietta. Cade a terra.

I due neri escono sulla East 18th Street, arrivati all’angolo con Lafayette girano a destra dove hanno parcheggiato una Dodge bianca. Gridano e ridono. A meno di venti metri da loro c’è Alfred Bello, bianco, criminale di lungo corso. Bello scappa, aspetta che i due salgano in macchina e filino via. Poi torna indietro, entra nel bar, apre la cassa e ruba sessantadue dollari che dà all’amico Arthur Bradley che lo sta aspettando fuori. Solo dopo rientra nel bar e chiama la polizia.

Hazel Tanis morirà in ospedale un mese dopo.

Questa la scena del triplo omicidio in base alla ricostruzione fatta dalla polizia e pubblicata nel 1975 da The Herald-News.

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Per questi tre delitti vengono condannati all’ergastolo due neri: James Artis e Rubin Carter (nella foto sotto The Morning News pubblica la notizia).

Il primo processo è affidato a una giuria tutta bianca, bianco è anche il procuratore. La Corte Suprema ribalta il verdetto, i due uomini sono messi in libertà sotto cauzione. Il secondo processo li condanna nuovamente. La US District Court presieduta dal giudice H. Lee Sarokin rimette in libertà Artis e Carter perché l’ultimo verdettoa suo parere era “fondato sul razzismo piuttosto che sulla ragione, sull’accanimento piuttosto che sull’accertamento della verità.”

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Rubin Carter esce di prigione e si trasferisce in Canada, a Toronto.

E’ lui il protagonista di questa vicenda. Buon peso medio, soprannominato Hurricane per il modo aggressivo e furioso di stare sul ring arriva a giocarsi il mondiale contro Joey Giardiello nel momento di massimo splendore, il 1964. Perde ai punti quel match valido per il titolo unificato dei medi disputato alla Convention Hall di Filadelfia (eccolo nel match contro Emile Griffith, http://youtu.be/kgDxA78CJho).

Quando scoppia il caso del triplice omicidio, quando i processi lasciano dei dubbi nelle coscienti dei liberal americani, una forte campagna di solidarietà si diffonde per tutti gli stati.

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Bob Dylan (foto sopra incontra Carter in prigione) gli dedica una canzone piena di potenza e poesia (http://youtu.be/hr8Wn1Mwwwk)

Colpi di pistola risuonano nel bar notturno

entra Patty Valentine dal ballatoio

vede il barista in una pozza di sangue

grida “Mio Dio! Li hanno uccisi tutti!”

Ecco la storia di “Hurricane”

l’uomo che le autorità incolparono

per qualcosa che non aveva mai fatto

lo misero in prigione ma un tempo egli sarebbe potuto diventare

il campione del mondo

Nel 1999 girano un film su questa storia. Denzel Washington interpreta il ruolo di Rubin Carter (http://youtu.be/qNhuFoJEwZk) e si guadagna una nomination all’Oscar del 2000 come attore protagonista. Gran parte dell’opinione pubblica si schiera al fianco dell’ex pugile, il World Boxing Council gli dona una cintura da campione del mondo, due università negli States e in Australia gli danno la laurea in legge honoris causa. Poi, pian piano Hurricane scivola via dalle prime pagine, dai racconti dei vecchi attorno a una bottiglia di whiskey, dalle chiacchiere degli ex pugili, dalle discussioni tra uomini della mala.

Gli ultimi anni della sua vita li ha trascorsi a Toronto, lavorando per un’associazione benefica a favore delle persone condannate ingiustamente. Da molto tempo era alle prese con il caso di David McCallum, da trent’anni in carcere per sequestro di persona e omicidio. Recentemente l’analisi del Dna avrebbe dimostrato che il sangue e ogni altra traccia di presenza umana sul luogo del delitto non appartengono al condannato. Per farsi sentire Carter aveva scritto una lettera al Daily News. Era stato a quel punto che il fantasma di Hurricane era ricomparso in pubblico. E non era più quello che avevamo imparato a conoscere.

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Al meglio della forma Rubin Carter pesava 72 chili e mezzo. Nei giorni scorsi, come ha rivelato il quotidiano di New York, fatica ad arrivare a 40. Nel giugno del 2011 gli era stato diagnostica un cancro alla prostata, i dottori gli avevano dato dai 90 giorni ai sei mesi come aspettativa di vita.

Ridotto l’ombra di se stesso, Carter aveva continuato a lavorare. Non lasciava mai la casa di Toronto dove scriveva appelli, lettere, richieste d’aiuto. Gli erano accanto due sole persone.

James Artis, l’altro uomo finito in galera per l’omicidio di Paterson, e Fred Hogan. Un detective a riposo, l’investigatore che era riuscito a ottenere la ritrattazione dai due testimoni chiave nella causa contro i due imputati per il triplice assassinio del bar.

Rubin aveva 76 anni e ammetteva di “essere un uomo con un passato difficile, non sono mai stato un santo”, ma giurava di “non avere mai ucciso nessuno.

Uomo morto che cammina. Così chiamano gli inquilini del braccio della morte. Secondo i medici Hurricane avrebbe dovuto lasciarci, nella più ottimistica delle previsioni, nel dicembre del 2011. Ha lottato fino a ieri, poi è stato costretto ad arrendersi al nemico più pericoloso di sempre. La morte.

Ho una missione da portare a termine, dare giustizia a David McCallum. Poi me ne andrò in pace” amava ripetere.

Non so cosa sia accaduto quella notte di giugno del 1966 all’interno di un bar di Paterson. In quel locale, costruito in una strada piatta e senza splendore, sono state uccise tre persone. Due testimoni hanno mentito, due uomini sono stati condannati e poi assolti, persone di legge non hanno fatto bene il loro lavoro accecati da un insano razzismo. Tutti hanno contribuito a lasciare intatto il mistero.

Un giudice ha detto che le condanne erano dettate più dal razzismo che dalla ragione. Chi sono io per dubitare di un magistrato?

Rubin Hurricane Carter ha lottato come aveva sempre fatto nella sua vita. Contro il cancro, contro le ingiustizie non della legge ma degli uomini. Aveva ormai superato anche quel 16° round che ha dato il titolo alla sua autobiografia (“Da sfidante numero 1 a numero 45472”, il sottotilo). Era in overtime, ma continuava a tenere testa anche a un avversario spietato e potente come il cancro. Aveva una missione da compiere ed era convinto che prima di cedere sarebbe riuscito ancora una volta ad alzare le braccia in segno di vittoria.

Non ce l’ha fatta.