I peccati della Tv. Ha reso ricchi pochi e tolto popolarità universale alle boxe

coverLa boxe è uno sport che più di altri, al pari forse solo del ciclismo, si presta al racconto. Lo dimostrano film meravigliosi come Lassù qualcuno mi ama, Toro scatenato, Città amara, il primo Rocky e tanti altri ancora. Lo testimoniano libri di successo come La bistecca, La sfida, Il re del mondo o canzoni come Hurricane, The hitter, The boxer.

Insomma, le vicende pugilistiche si prestano alla narrazione, offrono drammaticità, spessore dei personaggi, storie che hanno radici profonde nella società e un misto di tradimenti, onore, emozioni, meschinità. Tutti lementi in grado di garantire il successo a chiunque abbia un po’ di talento e quel misto di passione e rispetto indispensabili per parlare degli altri, non sempre e solo di se stessi.

La boxe ha storia, personaggi celebri, tradizioni.

Eppure è diventata muta.

Non solo in Italia dove sembra spettacolo riservato a pochi, uno sport di nicchia per nostalgici. Ma anche in quei Paesi dove ha ancora successo, dove raccoglie migliaia di spettatori e fa girare tanti soldi. Parlo, tanto per capirci, di Inghilterra e Germania. Ma anche Stati Uniti e Messico. E questo accade perché al pugilato è stata negata l’universalità. Il suo spettacolo è stato riservato a pochi eletti.

La pay per view ne ha limitato i confini, pur avendo portato soldi quanti questa disciplina non ne aveva mai avuti.

Non ci sono più i grandi personaggi di una volta. E ve lo dice uno che da sempre è convinto che dietro ogni pugile ci sia una meravigliosa storia da raccontare. Il fatto è che finisci per raccontarla a un pubblico ristretto, a qualche appassionato e nulla più.

Prendiamo il match più chiacchierato degli ultimi vent’anni.

mayweather-vs-pacquiao-2015Mi riferisco a Mayweather vs Pacquiao.

La pay per view ha registrato picchi da record: 4,4 milioni di persone hanno comprato l’evento portando nelle casse degli organizzatori oltre 400 milioni di dollari. Tutti felici e contenti. Ma gli Stati Uniti hanno una popolazione di 319 milioni di abitanti e quel numero non rappresenta in assoluto nulla di eccezionale.

Spence vs Bundu in chiaro su NBC ha fatto 4,6 milioni.

Mike Tyson vs Buster Mathis jr nel ’95 in chiaro su Fox ha fatto registrare 16,9 milioni di media.

olivaOliva-Gonzalez (10 gennaio 1987) trasmesso attorno alle 22 da Rai 1 ha raccolto quasi dieci milioni di telespettatori.

I match di Gianfranco Rosi (anni Ottanta, inizio anni Novanta) oscillavano tra i 4 e i 5,5 milioni.

Il passaggio dalle trasmissioni in chiaro a quelle a pagamento ha ridotto drasticamente i numeri.

Roy Jones, uno dei più grandi dei tempi moderni, è conosciuto solo tra gli appassionati. Lo stesso Floyd Mayweather pugile di infinito talento e personaggio di impatto immediato non ha una popolarità pari alle sue qualità.

Muhammad Ali ha portato la boxe nelle case del mondo, ha conquistato anziani e bambini, ricchi e poveri. È stato un personaggio universale. Nessun altro pugile potrà più esserlo. Ai moderni manca il carisma, certo, ma anche il mezzo per diffondere e promuovere il prodotto. Cioè, se stessi.

Non ci sono più grandi personaggi, Mayweather è stato una rarità e per questo ha guadagnato una montagna di soldi.

In Inghilterra l’idolo del momento è Anthony Joshua, negli Stati Uniti uno degli eroi è Canelo Alvarez, in Germania ci sono Marco Huck e Arthur Abraham. Niente che possa conquistare il cuore del mondo.

Per vedere il pugilato bisogna pagare.

È una legge commerciale.

Tutto questo ha spento le luci, reso meno universali i protagonisti.

tysonBisognerebbe essere in grado di ricostruire l’intero edificio.

È un po’ quello che sta accadendo nell’editoria, un fenomeno (negativo) che non risparmia nessun Paese. I giornali vendono sempre meno.

In Italia la crisi ha toccato livelli impensabili appena una decina di anni fa. La difficoltà in alcuni casi ha portato a un impoverimento dell’offerta e questo non ha fatto altro che peggiorare le cose innescando un circolo vizioso che potrebbe all’estinzione del prodotto stesso. Resisteranno solo i più forti, quelli in grado di garantire ancora un servizio qualitativamente elevato.

La boxe dovrebbe fare lo stesso.

Concentrarsi sulla qualità.

Rendere ogni riunione, anche la più piccola, simile a un grande evento senza aumentare i costi a dismisura.

Qualità dei pugili proposti, abilità nella compilazione del programma, promozione dell’evento, originalità del luogo che ospita lo spettacolo. Garanzie di programmazione televisiva (ha senso vedere alle 00:30 il giovane pugile più interessante del momento, con un ritardo di due ore rispetto alla programmazione annunciata?) che capisca cosa sta proponendo.

È un lavoro per professionisti, a questo punto del gioco i dilettanti (non parlo di pugili ovviamente) non sono più ammessi. Pena il calo delle saracinesche e buonanotte ai suonatori.

Saul Alvarez of Mexico celebrates after knocking out opponent Carlos Baldomir of Argentina during their WBC Super Welterweight Silver Title fight at the Staples Center in Los Angeles, on September 18, 2010. AFP PHOTO/Mark RALSTON (Photo credit should read MARK RALSTON/AFP/Getty Images)

Nel mondo ha ristretto il bacino di utenza.

Da noi ha azzerato anche la messa in onda.

La Rai tratta il pugilato come se fosse uno sport per pochi intimi.

Sportitalia ha smesso di seguirlo e si sta esibendo in una serie di brutte figure degne di peggior causa.

L’unica a resistere è Fox Sport che trasmette grandi riunioni internazionali e il meglio dell’attività che coinvolga un italiano.

Eccoci tornati alla qualità.
È quella che serve. E quando c’è bisogna farlo capire bene a chi è dall’altra parte del tavolo o provare a inventarsi qualcosa di diverso.

La boxe è diventata sport per pochi, non facciamola diventare sport di nessuno.

E pensare che ci sarebbero tante storie da raccontare…

 

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