Ligas attacca e offende Oliva e la mia professionalità. Quando si straparla…

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Sul suo profilo Facebook, e in risposta a un articolo pubblicato su boxeringweb e dartortorromeo.com e poi ripreso su FB, il giornalista ed ex amico Franco Ligas lancia pesanti accuse contro Patrizio Oliva e la mia professionalità.
Non ho mai risposto ai continui attacchi di Franco (tranquillo, non sono fra quelli che quando sono in disaccordo con qualcuno che conoscono da anni lo chiamano per cognome e gli danno del lei), non ho risposto perché sono fedele a una corrente di pensiero.
:”Non condivido le tue idee ma mi batterò fino alla morte affinchè tu possa esprimerle“.
Attribuiscono questa frase a Voltaire.
Non mi interessa chi l’abbia detta, a me piace quel che dice.
Stavolta però ci sono falsità davanti alle quali non posso più tacere.

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Da più tempo Franco mi accusa, probabilmente gli farà piacere: è sulla stessa linea di Franco Falcinelli, di interpretare il ruolo di sobillatore, addirittura manipolatore di Patrizio Oliva.
Non contento di offendere l’intelligenza di Patrizio, di cui sono amico da quarant’anni: e questa sembra sia una colpa imperdonabile, mette anche in dubbio la mia onestà intellettuale.
I giornalisti dovrebbero portare fatti a sostegno delle loro tesi e dovrebbero anche non dimenticare il passato prima di lanciare accuse.
Non posso quindi continuare a tacere.
Ligas straparla. E chi straparla spesso dice cose che non può sostenere con i fatti (in corsivo il suo scritto originale, in neretto la mia risposta).

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“Oliva potrebbe essere il referente federale dei professionisti. Io non sono contro lui e chiunque si presenti. Non sono parte interessata e mi chiamo fuori. Non posso accettare che altri scrivano cose non vere per sostenere, più che i candidati, ma attaccare tutto e tutti”.
Quali sono le cose non vere che avrei scritto? Caro Franco, tu dici che bisogna essere precisi quando si lanciano accuse, vorrei lo fossi anche tu.
Chiunque mi conosce da vicino sa che sarei TOTALMENTE contrario a un’eventuale candidatura di Patrizio Oliva alla presidenza della Federazione Pugilistica Italiana. Lo sa anche Patrizio a cui l’ho ripetuto in più di un’occasione nel caso in cui gli fosse venuta questa idea.

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“Può farlo l’appassionato che spesso giudica di pancia ma non chi vorrebbe guidare il nostro pugilato per il prossimo quadriennio attaccando in maniera scomposta. Non mi ricordo che avessero fatto la stessa cacciara a Seul 1988 per il furto a Vincenzo Nardiello e i sistemi dittatoriali dell’allora ricchissimo segretario generale dell’AIBA. In quegli anni correvano soldi veri per alcuni giudici”.
Non avrei fatto la stessa caciara (termine dialettale romano che può essere tradotto in italiano con chiasso, si scrive con una sola c: non avventurarsi mai su terreni che non si conoscono) per Nardiello a Seul? Allego tre delle paginate scritte per il Corriere dello Sport su quello scandalo. Un argomento al quale ho anche dedicato un intero capitolo (I festini proibiti e l’oro rubato, da pagina 60) dell’ultimo libro: I miei Giochi, uscito solo pochi mesi fa.

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“Se non ci fossero i centri sportivi militari l’ottanta per cento del nostro sport sarebbe in crisi. C’è troppa disinformazione in proposito e voglia di ignorarla questa realtà in chi vuole salire sul carro federale. Non è roba per me. Sarò inflessibile nel tagliare certe “amicizie”.
I centri sportivi militari sostengono il nostro sport? Mi alzo in piedi e applaudo per la grande scoperta di Franco. Se ne avete voglia leggete, magari di corsa, quello che ho scritto il 14 giugno 2015 sul mio blog (https://dartortorromeo.com/2015/06/14/lo-sport-italiano-e-nelle-mani-dei-gruppi-militari/).

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Disinformazione e voglia di ignorare?
Caro Franco, per questa tua serena autocritica ho pensato di farti un regalo.
Non perdere tempo a tagliare certe “amicizie”.
Ho già provveduto io.

Oliva: Vi racconto chi mi ha entusiasmato a Rio 2016. E chi mi ha deluso…

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Patrizio Oliva, chi è il pugile che ti ha più impressionato ai Giochi di Rio 2016?

“Ramirez, oro nei gallo. Avrei dato a lui la Coppa Val Barker. È completo, si adatta a qualsiasi situazione. Boxa bene dalla corta distanza, aumenta di ritmo con il passare delle riprese. Sa sfruttare la grande tecnica, ma se è il caso sa anche fare a botte. È pronto per il professionismo”.

Non condividi dunque la decisione dell’Aiba che ha assegnato il premio di miglior pugile a Hasanbay Dusmatov?

“ Il minimosca è un ottimo pugile. Completo anche lui, veloce, gran gioco di gambe. Un campione. Ma mi è sembrato ancora troppo legato agli schemi del vecchio dilettantismo”.

Quale è stata la sorpresa di questa Olimpiade?

“La squadra uzbeka. Una medaglia di bronzo a Londra 2012, sette a Rio: tre ori, due argenti e due bronzi! E poi un’uniformità di stile che mi ha colpito. La capacità di muoversi con grande elasticità e leggerezza sul ring, un gioco di gambe invidiabile. Bravi, davvero bravi”.

Rio de Janeiro, 2016. augusztus 12. Harcsa Zoltán (kékben) és a kubai Arslen Lopez a riói nyári olimpia férfi ökölvívótornája 75 kilogrammos súlycsoportjának nyolcaddöntõjében a Rio de Janeiró-i Riocentro központ 6-os pavilonjában 2016. augusztus 12-én. Harcsa Zoltán kiütéssel kikapott, és kiesett. MTI Fotó: Illyés Tibor

Dal punto di vista della potenza, quale momento segnaleresti?

“Il gancio sinistro al mento con cui Arlen Lopez ha chiuso il match contro l’ungherese Zoltan Harcsa è stato di una precisione impressionante. Il cubano ha portato un pugno devastante che rimarrà per sempre nei nostri occhi”.

C’è qualche altro atleta che ha catturato la tua attenzione?

“Le donne. Quando combattono lo spettacolo è garantito. Impossibile annoiarsi come invece mi è accaduto più di una volta negli incontri maschili. Hanno carattere più degli uomini. È nei loro combattimenti che ho visto la vera boxe. Claressa Shields è forte, ha prestanza fisica, picchia per far male, è determinata e sa come muoversi sul ring. Nicola Adams è un pericolo costante. Mi ha impressionato dal punto di vista tecnico, mi è piaciuta per la capacità di cambiare marcia quando è stato necessario. Cosa che ha saputo fare in modo splendido anche la francese Mossely. Era sotto dopo due round contro la cinese Junhua Yin. Io pensavo che ormai come dono di nozze avrebbe portato l’argento, lei invece si è ripresa con grinta, orgoglio e fisicità. È stata una lezione per qualcuno dei nostri”.

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A chi ti riferisci?

“A quasi tutti. Se devo citarne uno, dico Russo. Dopo avere visto la finale di Tishchenko contro Levit, ho pensato che anche se Clemente avesse stravinto i tre round lo avrebbero dato sconfitto. Ma questo non giustifica il suo atteggiamento, anche perché non è andata così. Non è stato in grado di cambiare ritmo, di dare un’accellerata, di metterci un po’ di rabbia”.

I nostri si sono molto lamentati dei verdetti. I giudici Aiba hanno sbagliato molto in questi Giochi, ma per nessun match degli azzurri mi sembra si possa gridare allo scandalo.

“Sono d’accordo”.

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Shakur Stevenson ha perso una finale tiratissima contro Ramirez, eppure subito dopo la sconfitta ha detto che era colpa sua, che l’avversario era stato più bravo.

“Invece Irma Testa ha detto che era tutto stabilito a tavolino. È un errore che i campioni non dovrebbero mai commettere. Devi cercare dentro di te la ragione di una sconfitta. Se hai perso devi analizzare il match, prendertela prima di tutto con te stesso. Non puoi aggrapparti ai giudici, soprattutto in un incontro in cui sei stata decisamente inferiore all’avversaria”.

Pensi che la nostra disfatta sia figlia solo di un errato approccio mentale al match?

“Mi è sembrato mancassero le motivazioni, ma anche che non avessimo la giusta condizione fisica. Nessuno degli azzurri è riuscito ad andare in progressione. Il terzo round nel dilettantismo è fondamentale e noi li abbiamo persi quasi tutti”.

Aug 9, 2016; Rio de Janeiro, Brazil; Daisuke Narimatsu (JPN, red gloves) competes with  JR. Carlos Zenon Balderas (USA, blue gloves) during the men's light preliminaries in the Rio 2016 Summer Olympic Games at Riocentro - Pavilion 6. Mandatory Credit: Jack Gruber-USA TODAY Sports

Fuori dalle medaglie, chi ti ha lasciato il miglior ricordo?

“L’americano Carlos Balderas. È un professionista già pronto. Non guardare solo la finale dove è stato battuto dal cubano Lazaro Alvarez, guarda l’intero torneo. Boxa con tutti i colpi, porta i ganci come devono essere portati, non lascia la mano aperta, non tira schiaffi. Conosce il montante e non ha paura a usarlo. Ha fisico e maturità, ha una mentalità vincente perché è vincente dentro. Insisto, la testa è fondamentale nella ricerca del risultato. Se sei forte mentalmente, sconfiggi le paure, l’angoscia da prestazione, la stanchezza. Mi ricordo ancora la finale di Mosca ’80. Sono tornato all’angolo prima dell’ultima ripresa è ho detto a Falcinelli: Non ce la faccio più. Lui mi ha risposto: Questo è il momento in cui devi mantenere la promessa fatta a tuo fratello, vai e fallo per lui. Gli ho strappato il paradenti dalle mani e mi sono portato al centro del ring. Mi sentivo improvvisamente pieno di energie. È questo che un maestro deve sapere fare: entrare nella testa del pugile e dirgli le parole giuste”.

USA's Carlos Zenon Balderas Jr. (R) lands a punch on Kazakhstan's Berik Abdrakhmanov during the Men's Light (60kg) match at the Rio 2016 Olympic Games at the Riocentro - Pavilion 6 in Rio de Janeiro on August 6, 2016.   / AFP PHOTO / Yuri CORTEZYURI CORTEZ/AFP/Getty Images ORIG FILE ID: AFP_DX8O7

Hai parlato bene dell’Uzbekistan, c’è qualche altra squadra che ti ha lasciato un buon ricordo?

“Gli Stati Uniti. Hernandez, Stevenson, Russell, Balderas sono ottimi pugili. Ma quello che mi piace è il modo in cui sono stati costruiti. Quattro anni fa era arrivato il tonfo di Londra, bisognava cambiare tutto. Hanno messo un nuovo tecnico e gli hanno dato carta bianca. Il coach ha preso la squadra junior, tutti ragazzetti di 15/16 anni, e ha costruito un gruppo vincente. Un argento e un bronzo nel torneo maschile, forse non è tantissimo per gli Usa. Ma è abbastanza per ricominciare. Avremmo dovuto avere il coraggio di fare così anche noi”.

Perché non lo abbiamo fatto?

“Perché da troppo tempo siamo legati al “ci piace vincere facile”. Così, pensando che potesse durare in eterno, ci siamo resi conto dell’errore al momento di pagare il conto”.

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Era un giorno di maggio del ’96.

Franco Falcinelli aveva salutato il gruppo con cui stava chiacchierando nella palestra di Assisi, poi era salito in macchina per andare a parlare a Roma con il segretario federale Carlo Marafioti.

Cesare Frontaloni, Biagio Zurlo, Valerio Nati e il preparatore atletico Ivano Iacobelli continuavano a chiedersi il perché di quel viaggio. Al suo ritorno tutto era diventato chiaro.

Il ct aveva rassegnato le dimissioni.

Mancavano due mesi all’Olimpiade di Atlanta.

Patrizio ha preso la squadra, potendo in pratica lavorare solo per Sydney 2000, avendo come suo vice Biagio Zurlo. L’Olimpiade americana gli è caduta all’improvviso sulla testa dopo l’abbandono del collega umbro.

Nel quadriennio in cui è stato impegnato, Oliva ha ottenuto questi risultati:

Paolo Vidoz (supermassimo): bronzo ai Mondiali di Budapest ’97; oro ai Goodwill Games di New York ’98 dopo avere sconfitto lo statunitense Gavan, il russo Diagilev e il cubano Rubalcaba; bronzo ai Mondiali di Houston ’99; bronzo all’Olimpiade di Sydney 2000.

Leonard Bundu (welter): bronzo ai Mondiali di Houston ’99. Dopo avere sconfitto un bielorusso, un thailandese e un kazako, è stato sconfitto di misura e con verdetto dubbio (5-7) dal cubano Juan Hernandez Sierra: due volte argento ai Giochi, quattro volte campione del mondo.

Giacobbe Fragomeni (massimo): oro agli Europei di Minsk ’98 dopo avere sconfitto Hanke (Germania), Kuklin (Latvia), Mokarenko (Russia) e in finale il pugile di casa Sergey Dychkov.

Come allenatore dei professionisti Oliva ha vinto il mondiale massimi leggeri Wbc all’angolo di Giacobbe Fragomeni.

Recentemente è risultato secondo su quarantacinque maestri di massimo livello al corso Aiba per istruttore degli allenatori. Primo nelle discipline specifiche: tecnica, tattica e metodologia dell’allenamento.

©lapresse archivio storico sport pugilato anni '80 Patrizio Oliva nella foto: il pugile Patrizio Oliva contro Sacco

Due dati veloci sul pugile.

Da dilettante. Campione italiano, europeo junior, argento Europei senior, oro olimpico e miglior pugile dei Giochi di Mosca 1980.

Da professionista. Campione italiano, europeo in due categorie, campione del mondo.

Fuori dal ring, commentatore tecnico di Sky e della Rai.

 

 

Con Mani di Pietra continua il rapporto boxe/cinema. Dal ’31 a oggi, una lunga storia da Oscar…

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È uscito Hands of Stone (Manos de Piedra, mani di pietra), il libro che racconta la vita di Roberto Duran, il mitico panamense campione del mondo in quattro differenti categorie di peso, dai leggeri ai medi ( se ne avete voglia, cliccate su questo link https://dartortorromeo.com/2014/09/25/a-casa-di-mani-di-pietra-duran/, dentro c’è la storia di quella volta che sono andato a trovarlo nella sua casa di Miami…).

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Il protagonista del film è l’attore Edgar Ramirez, interpreta il campione. Ma il personaggio più importante per il grande pubblico è Robert De Niro, qui nella parte di Ray Arcel: l’allenatore. Poi ci sono Ania de Amas che recita nel ruolo di Felicidad Iglesias, la moglie di Roberto; la pop star Usher che dà corpo e voce a Sugar Ray Leonard e John Turturro nei panni del boss Frankie Carbo.

Regista e sceneggiatore Jonathan Jakubowicz.

È appena uscito è già si parla di candidature all’Oscar.

Sono circa quattrocento i film che hanno come nucleo centrale della storia la boxe.

Alcuni di loro l’Oscar l’hanno vinto davvero.

Nella stagione cinematografica 1931/1932 Wallace Beery aveva avuto la nomination per l’interpretazione di un ex campione dei pesi massimi in The Champ. L’Oscar era stato assegnato a Fredric March per Il dottor Jeckyll. Un riconteggio dei voti assegnò il premio (a pari merito) anche a Beery.

Nel 1954 Fronte del porto vinse come miglior film, migliore regia (Elia Kazan), miglior attore protagonista (Marlon Brando), miglior attrice non protagonista (Eva Marie Saint).

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Nel 1957 Lassù qualcuno mi ama vinse il premio per la fotografia (Joseph Ruttenberg) e per la miglior scenografia (Cedric Gibbosn, Malcom Brown, Edwin B. Willis, F. Keogh Gleason).

Nel 1976 Rocky si  aggiudicò l’Oscar come miglior film e il premio alla regia (John G. Avidsen).

Nel 1980 Toro Scatenato, la storia di Jack La Motta con la regia di Martin Scorsese, fruttò a Robert De Niro il premio come attore protagonista.

Nel 2004 quattro Oscar a Million Dollar Baby: miglior film, miglior regia (Clint Eastwood), migliore attrice protagonista (Hilary Swank), miglior attore non protagonista (Morgn Freeman).

Nel 2011 Christian Bale vinse la statuetta come miglior attore non protagonista in The fighter, la storia di Micky Irish Ward. Il premio come migliore attrice non protagonista andò a Mellissa Leo.

Nel 1997 fu premiato come miglior documentario Quando eravamo re di Leon Gast, corto imperniato sulla magica sfida a Kinshasa tra Muhammad Ali e George Foreman.

In coda i dieci film sul pugilato che mi sono piaciuti di più (ci sono anche i dieci libri che preferisco). Questo articolo, pubblicato tempo fa su questo blog, ha ricevuto qualche suggerimento tendente ad allargare la lista.

Una lettrice che si firma Dana vorrebbe aggiungere Southpaw e Creed che a lei sono piaciuti molto.

L’amico e collega Alfredo Bruno mette giù la sua classifica con tanto di nota esplicativa.

Rocco e i suoi fratelli lo stavo per mettere… In Fronte del porto di boxe ce n’è poca, ma è importante la figura di Marlon Brando come ex pugile che si ribella alla mafia del porto. La sua forza e il suo coraggio sono derivati dalla boxe che lo ha formato fisicamente e interiormente. Ero un giovincello quando uscì il film e tutti parlavano di questo grande attore come pugile. L’ho messo al decimo posto proprio perchè la boxe c’entrava, ma era marginale, altrimenti come film in sè l’avrei messo al primo posto. La figura del protagonista pugile era un ricorrente ricordo per esempio in Gangster con Burt Lancaster, tratto da un racconto di Hemingway: il fatto che il protagonista fosse un pugile aveva una sua rilevanza. Toro Scatenato per esempio non gli ho dato il rilievo datogli da molti perchè la figura di Jack La Motta era costruita su misura per De Niro, cosa che non fu per Paul Newman che si addentrò invece molto bene nel personaggio di ROcky Graziano. Sono punti di vista lo so, ma niente può superare un binomio come cinema e boxe. Ricordo pure un film con John Derek che interpretava un prete che la sera andava a combattere per trovare i soldi per costruire la chiesa. Basta che in qualche maniera tra i protagonisti ci sia un pugile e il successo è garantito…
1) Lassù qualcuno mi ama.
2) Stasera ho vinto anch’io.
3) Città amara.
4) Quando eravamo re.
5) Million Dollar baby.
6) Toro scatenato.
7) Una faccia piena di pugni.
8) Il grande campione (Kirk Douglas).
9) Il colosso d’argilla.
10) Fronte del porto( M.Brando).
Per quanto riguarda i libri è difficile: mi piacciono tutti“.

Il dibattito è aperto.

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https://dartortorromeo.com/2016/07/10/film-e-libri-sulla-boxe-i-miei-dieci-preferiti-di-sempre/

L’Aiba cambia ancora. Donne: niente casco e più categorie, uomini: 5 round. E sui verdetti di Rio…

blog

Intervista del giornalista Greg Beacham dell’Associated Press a Ching-Kuo Wu, presidente dell’Aiba.
Il dirigente fissa alcuni punti fermi.
In nero i punti fermi di Wu, in corsivo le mie riflessioni.

  1. A Tokyo 2020 vedremo molto probabilmente gli uomini impegnati in match da cinque round di tre minuti.
    (prima cinque giudici e cartellini con il sistema dei 20 punti, poi le macchinette, poi tre giudici su cinque per il verdetto, poi cartellini a punteggio ma con il sistema da 10, ora cinque round e cinque giudici. fermatevi, voglio scendere)
  2. Gli uomini combatteranno senza maglietta.
    (cade anche l’ultimo ricordo del dilettantismo, deve essere una questione di allergie)
  3. Le donne combatteranno senza caschetto protettivo.
    (lui dice che l’hanno chiesto loro, io dico che non farei mai una cosa del genere in un torneo. parlateci voi col mondo quando il sangue comincerà a sporcare i loro volti)
  4. Le categorie di boxe femminile saliranno a cinque.
    (visto che il numero di iscritti per sport non è destinato ad aumentare, questo può voler dire solo due cose: la riduzione del numero delle categorie maschili o la riduzione delle partecipanti per categorie nel femmiile. se adesso erano solo dodici e con un match molte di loro erano già con la medaglia al collo, con questa novità gli daranno direttamente la medaglia prima di cominciare?)
  5. Nei match sarano tenuti in considerazione i cartellini di tutti e cinque i giudici designati.
    (e cosa cambierà dal momento che i tre giudici che oggi emettevano il verdetto erano sorteggiati da un computer? non vi fidate?)
  6. Ai Giochi di Rio 2016 secondo Wu su 273 match solo uno o due hanno ricevuto un reclamo.
    (solo la delegazione italiana si è lamentata in almeno tre occasioni di avere subito un’ingiustizia, o loro non contano?)
  7. Il verdetto della finale massimi Tishchenko vs Levit è giusto.
    (basterebbe questa affermazione per capire l’attendibilità delle affermazioni del boss dell’aiba, a meno che non abbiano apportato una modifica al regolamento: chi prende più pugni vince… )
  8. Conlan subirà severi provvedimenti disciplinari.
    (e i giudici che hanno sbagliato? dice wu: di solito la sospensione è tre giorni, stavolta li abbiamo mandati a casa! a quattro giorni dalla conclusione dei giochi. non vi sembra di essere stati troppo severi?)
  9. Dice Wu: Non c’è ragione per cui un giudice dovrebbe favorire un pugile rispetto a un altro.
    (e i giudici che voi avete espulso? e i verdetti che voi avete cambiato? e il caos a londra 2012 a cui è seguito quello di rio 2016? va beh, ho capito: ve và de scherzà…)
  10. A chi accusa l’Aiba di essere corrotta, il presidente risponde: Odio la corruzione, ma mostratemi le prove.
    (io ho un sogno: che i pugili possano vivere un giorno in un mondo nel quale i vincitori non siano decisi dai signori della notte, ma da quello che tutti hanno visto sul ring)

Passione, coraggio, talento, violenza. La boxe è tutto questo. E Bundu ce l’ha ricordato

il peso welter italiano di origini della Sierra Leone, Leonard Bundu, in allenamento nella palestra dell'Accademia Pugilistica Fiorentina in Firenze - Campo di Marte

Mi sono sempre fidato di Bundu professionista, ho sempre saputo che si sarebbe battuto al meglio. Non ha mai tradito.

È andata così anche stavolta. Mi concedo questo articolo di riflessioni dopo avere scritto a caldo le mie impressioni sulla sconfitta di Leo contro Errol Spence jr.
Quando sul ring c’è un pugile a cui vuoi bene giudichi il match passando al setaccio le emozioni che ti lascia.
E allora ve le racconto senza pudori.
Avevo paura prima che l’incontro cominciasse. Avevo paura perché conoscevo la forza di Errol Spence jr. Uno spietato esecutore, pugilisticamene parlando. Una faccia che non lascia trasparire emozioni, due mani che fanno male ogni volta che arrivano a segno, una difesa super e la capacità di non sprecare neppure un colpo.
E poi mi facevano paura i 41 anni di Leo.
Sono stato in tensione fino a quando non  è suonato il primo gong.
Poi ho sentito una scarica di adrenalina, una scossa elettrica che mi ha attraversato il corpo quando ho visto Bundu partire in attacco. A quel punto mi sono chiesto se dovessi avere ancora più paura dal momento che avevo appena avuto la conferma che lui era pronto a giocarsi tutto per realizzare un sogno.
È stato allora che mi sono detto “bravo”.
Sì, non lo nascondo. Mi sono detto “bravo”.

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Leo è un omino che sorride. Va ovunque lo chiamino, fa il suo lavoro, incassa la parcella e torna a casa. Mai una lamentela, mai un rimprovero.

E ogni volta si gioca tutto, come solo un guerriero riesce a fare. Come un cavaliere medioevale, ha dentro nobiltà d’animo e sa che per prendersi il tesoro deve soffrire.

Mi sono detto “bravo” perché non ho mai perso la fiducia in lui, anche davanti a un pronostico decisamente contro. Perché ho avuto la conferma che di Leo Bundu posso parlare con gli amanti del pugilato, ma anche con chi ha scarsa frequentazione con questo sport. Lui farà sempre una bella figura.
Tempo fa è stato testimonial di un mio libro. Durante la presentazione si è commosso, ha pianto mentre raccontava la sua storia. La gente ha applaudito quella sincerità, quella capacità immediata di entrare in sintonia con chi ti ascolta.
Se è bravo a farlo con le parole e i gesti, lo è ancora di più con i pugni.
Attaccante dotato di buona tecnica, anche se non ha la castagna che stende i rivali Leo è un campione. Fa piacere vederlo combattere. Ha talento, senso tattico, grinta.
Contro Spence jr partiva con debiti pesanti. Otto centimetri in meno di altezza, quasi sedici anni in più di età. Eppure ci ha provato, come ogni pugile che si rispetti deve fare.
È questo che mi piace di Leo. La consapevolezza del ruolo. Dentro e fuori dal ring, la capacità di recitare da protagonista ovunque si trovi.
È finito ko, eppure ha rimediato migliaia di pacche sulle spalle. E non c’era ipocrisia in alcuno di quei gesti d’affetto. Erano dettati da un senso di riconoscenza verso chi era andato a rischiare tutto per rispettare l’impegno preso. Con se stesso e con la boxe.

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Mi fa un po’ rabbia sapere che ha una popolarità ristretta nei confini del suo sport. Non ha avuto quel che meritava. Un po’ per colpa di un lavoro di promozione che non è nelle corde della boxe di casa nostra, un po’ per la disattenzione dei giornalisti che difficilmente si accostano a un campione di pugilato per il solo fatto che è bravo.

Questo pensavo stamattina. La stampa si entusiasma solo per quello che è facile da vedere. Guarda sempre il dito, mai la Luna. Paginate sul tiro a segno, la lotta, la ginnastica artistica, il ciclismo su pista durante l’Olimpiade di Rio 2016, ma con il preciso impegno di quattro anni di assoluto silenzio per poi tornare nuovamente a entusiasmarci per sport di cui neppure conoscono le regole.
Se ti passa sotto il naso ti sforzi di raccontare, e non è detto che tu ci riesca. Se devi andare a cercare, meglio lasciar perdere e aspettare un’occasione più comoda.
Leo Bundu e altri come lui pagano le colpe di un mondo dei media  impigrito, senza entusiasmo e privo della voglia di stupirsi. Un mondo che non ha più la curiosità di scoprire belle storie da raccontare.
Leo ha perso per ko. E ha riconosciuto la superiorità del suo rivale.
Dite, come poteva essere altrimenti? Dico, calma non tutti hanno coraggio e consapevolezza per riconoscere l’evidenza.
Ha perso per ko, ma in quei sei round in cui è stato sul ring ha cercato sempre la via migliore per vincere. Ha accettato rischi e sofferenze, perché sapeva che erano l’unico modo per continuare a sperare. Ha attaccato il campione, ha fatto pressione su Errol Spence jr nonostante il 26enne texano avesse mani pesanti come mattoni. È il destino di un pugile quello di andare a caccia dell’impossibile.

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“Se c’è una magia nella boxe è la magia di combattere battaglie al di là di ogni sopportazione, al di là di costole incrinate, reni fatti a pezzi e retine distaccate. È la magia di rischiare tutto per realizzare un sogno che nessuno vede tranne te.”
(da Million Dollar Baby)

In fondo è questo il segreto del pugilato. Un segreto che solo chi c’è dentro anima e corpo può provare a interpretare. Se sei lontano dal ring, se non hai mai provato a capire cosa sia realmente un match di boxe, allora tutto questo ti sembrerà semplicemente un atto di brutale violenza.
Per chiarire meglio il concetto mi faccio aiutare da Joyce Carol Oates, scrittrice americana.
Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a condannarla pienamente negli altri. ….Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. E’ probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring, è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo l’essere fisico era Dio…

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Forse sono solo un visionario, un sognatore. O, peggio, un sadico. Ma domenica notte in quel match ho visto tutto questo. C’era violenza, inutile negarlo: sarebbe iprocrita. Ma c’era anche poesia. Forse ne parlo così, direte voi, perché è finita bene. Nel senso che Leo non ha pagato un pegno più pesante del ko. Forse. Ma qualunque sia il vostro pensiero, prima di giudicare Leonard Bundu e il pugilato imparate a conoscere entrambi.
Non ho più l’età per commuovermi davanti a un evento di sport, ma un match di boxe va oltre. È bello e mi piace anche perché riesce a rubarmi l’anima.
E Bundu c’è riuscito anche stavolta.

 

 

Bundu rassicura: “Sto bene”. Non ci sono sintomi neurologici preoccupanti. TAC precauzionale

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Qualche timore alla fine del match di Leonard Bundu contro Errol Spence jr. Rialzatosi dal knock out subito nel sesto round, Leo non era stabile sulle gambe. È stato visitato dal medico di riunione che ha riscontrato i segnali di una commozione cerebrale, ma ha anche aggiunto che non c’era alcun sintomo neurologico che facesse temere danni di qualsiasi genere. Bundu ha rassicurato tutti: “Sto bene“. Per precauzione il medico gli ha ordinato di recarsi in ospedale dove dovrà effettuare una TAC. Nel caso, come si pensa, l’esame dia effetti negativi Leo sarà immediatamente dimesso. Il medico gli ha ovviamente prescritto novanta giorni di sospensione.

Troppo forte Spence, un bravo Bundu finisce knock out alla sesta ripresa

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Errol Spence jr pratica una boxe rara. Non spreca neppure un pugno e ogni volta che colpisce lascia il segno. Ha una difesa attenta, anticipa e attutisce i pugni scagliati dal rivale attenuandone l’impatto. Imbattuto dopo ventuno incontri, diciotto dei quali vinti prima del limite. Come è accaduto anche contro Leonard Bundu a Coney Island, New York.

Leo è stato un guerriero che ha scelto di osare. Ha ribaltato l’impostazione tattica che aveva messo in mostra contro Keith Thurman. Ha provato ad alzare il ritmo fin dal primo gong, ha cercato di non offrire un bersaglio fisso cambiando continuamente guardia, è entrato nella zona pericolosa pur di piazzare i suoi colpi.

Più basso di otto centimetri, sottoposto per ogni secondo dell’incontro al pericolo di quel sinistro lungo di Spence, non ha cercato riparo nel pedalare all’indietro, nell’evitare lo scontro diretto. È vero, più di una volta ha fatto pressione senza però andare a scaricare. Ma è normale se davanti hai uno come Spence jr. Uno che non ti regala spazi entro cui mettere le tue mani per colpire, per fare male. Uno che ha pugni pesanti come mattoni.

Seppur sorpreso dall’inizio di Bundu, l’americano non ha concesso nulla. Ha conservato il suo atteggiamento sicuro, ha continuato a piazzare il colpo solo quando era certo di non subire repliche. L’italiano della Sierra Leone gli ha procurato qualche problema. Nella quarta ripresa, la migliore per lui, prima un montante destro poi un gancio sinistro hanno centrato il bersaglio e regalato l’impressione che potesse esserci match.

Ma poi è venuto fuori quello che in fondo ci aspettavamo. Un devastante montante sinistro poco sopra il mento, un terribile gancio destro alla mascella e la storia è finita. La ventunesima puntata dell’avventurosa cavalcata di Errol Spence jr si è chiusa con l’ennesimo knock out, il diciottesimo. Un brutto fine combattimento con Leo al tappeto, scosso, in chiara difficoltà.

Bundu non deve farsi perdonare nulla. Ha combattuto al meglio delle sue possibilità. Ha cercato di vincerlo questo match. E per farlo è dovunto entrare nell’area proibita, lì dove personaggi importanti del boxing internazionale avevano già pagato pesantemente pegno.

La realtà è davanti agli occhi di tutti. Spence jr è un campione, se sia un fuoriclasse assoluto lo sapremo tra poco. È uno che fa male con entrambe le mani, ha una boxe attenta, personalità e capacità di concentrazione. Cercava il ko, voleva fare meglio di Thurman. C’è riuscito. Applausi per lui, tutto quello che abbiamo visto merita applausi.

Bravo anche Leo. Era una sfida terribile, lo sapeva. L’età gli imponeva di accettarla. A novembre saranno 42 gli anni del campione di casa nostra. Sul ring non sono stati quelli a farlo perdere. Ha semplicemente trovato uno più bravo di lui. E se quel qualcuno si chiama Errol Spence jr non c’è niente da vergognarsi. Anche a finire ko.

Bravo Leo. Hai dimostrato orgoglio e personalità, buon pugilato a corta distanza. Di più non potevamo chiederti.

Welter (eliminatoria per la qualifica di sfidante al titolo Ibf) Errol Spence jr (Usa, 66,250) b Leonard Bundu (66,250) ko a 2’06” della sesta ripresa.

I bookmaker Usa pagano a 101 la vittoria di Bundu su Spence jr. Il video del peso

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Ecco il video della cerimonia del peso per la riunione di questa notte (diretta Tv su Sportitalia dalle 23) all’Anfiteatro Ford di Coney Island, Brooklyn, New York. L’evento è imperniato sul match (12 round) tra i welter Spence jr e Bundu, valido per designare lo sfidante ufficiale al titolo Ibf detenuto da Kell Brook. Le immagini si riferiscono al primo peso, effettuato sabato 20 agosto: 66,250 kg per entrambi. Il limite era 66,670. Questa mattina, domenica 21 agosto, alla seconda pesatura: Bundu 69,853; Spence 70,760. Il limite era 71,214.

 

Di seguito le previsioni dei bookmaker sul match.
Il pronostico su chi vincerà la sfida vede Errol Spence jr nettamente favorito: 1/13. Punti 13 dollari e in caso di successo dell’americano ne incassi 14.
Il verdetto di parità paga 34 volte la posta.
Sono  disponibili anche le quote round per round.

La vittoria, in qualsiasi round, di Leo paga 101 volte la posta.

Queste le altre quote (a destra la puntata unitaria, a sinistra il moltiplicatore della scommessa. Esempio 34/1: punti un dollaro ne vinci 34).
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Storia di Frank, italiano di Cuba: La lotta è la mia seconda mamma. Voglio regalarvi l’oro

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Cafudda!

Il Palazzetto dello Sport di Totowa, New Jersey, era pieno. C’erano tanti italiani. Emigranti di seconda e terza generazione. Parlavano il dialetto delle loro terre, l’inglese era storpiato fino a diventare una lingua mista di difficile comprensione.

Sul ring Maurizio Stecca contro un certo Ricky West di Lorain, Ohio.

Era il 2 aprile dell’86. Dovevo raccontare quei giorni americani di Icio e di Francesco Damiani, da poco meno di due anni medagliati olimpici a Los Angeles.

Con me c’erano Pasquale ed Elio, colleghi, ma soprattutto grandi amici.

Un vociare continuo. I colpi di Stecca tormentavano West, la gente attorno al ring si eccitava, parlava, gridava, urlava.

Maurizio, cafudda!”

Elio scoppiava in una risata che gli usciva dal cuore. Sentire nel cuore del New Jersey quel verbo decisamente siciliano gli aveva messo dentro allegria. Palermitano di Sferracavallo, si era quasi commosso.

Era un’incitazione gergale che aveva il profumo di casa. Gli uomini che si agitavano guardando combattere quel piccolo grande uomo mancavano dall’Italia da troppi anni. Avevano forse dimenticato la lingua dei padri, ma il dialetto era rimasto come legame forte con il Paese dove i genitori, o i nonni, erano nati.

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Cafudda!

È il primo suono che Frank Chamizo Marquez ha ascoltato in una palestra italiana. Lui viene da Matanzas, novanta chilometri da L’Avana. La chiamano la Venezia di Cuba per i diciassette ponti che uniscono i tre fiumi: Rio Yumuri, San Juan e Canimar. È la città di Pedro Juan Gutierrez. Zappatore, istruttore di nuoto, strillone, gelataio, soldato, raccoglitore di canna da zucchero, bracciante agricolo, professore di disegno. Ma soprattutto scrittore e pittore, scultore e poeta. Un’anima artistica molto originale.

Frank a Matanzas è nato il 10 luglio del ’92.

A sette anni viveva con la nonna.

Pavel, il papà, se ne era andato negli Stati Uniti e aveva abbandonato la famiglia. Clara, la mamma, faticava ad andare avanti. Doveva lavorare e quel bambino aveva bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lui durante il giorno.

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In casa della nonna, Frank era una furia scatenata.

Ne ho fatti di casini!“.

Lei lo sgridava, a volte gli tirava anche uno schiaffone. Fino a quando lui non aveva deciso di scappare.

La fuga di un giorno, anzi di qualche ora.

Solo, con le mani nelle tasche di un vecchio paio di pantaloncini sdruciti, si era messo a camminare in una strada piena di gente. Faceva caldo, l’umidità era alle stelle. Il bambino si sentiva triste, ma allo stesso tempo aveva dentro qualcosa di speciale. Gli sembrava che una scossa elettrica gli attraversava il corpo. Era la sensazione forte di una libertà a lungo inseguita e fino a quel momento mai raggiunta.

Un’insegna colorata aveva attirato la sua attenzione. Una porta sgangherata con su appiccicati un paio di vecchi manifesti. Aveva spinto quella porta ed era entrato in un mondo nuovo.

Era una palestra di lottatori. Si stavano allenando. Faticavano, sudavano, si impegnavano. Ma soprattutto, come avrebbero detto a Roma, facevano a botte. E questo a Frank piaceva.

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Prima di tornare a casa dalla nonna aveva fatto una veloce visita al posto di lavoro della mamma.

“Voglio fare il lottatore”.

Non se ne parla”.

“Voglio andare in quella palestra”.

È troppo lontana da casa di nonna”.

“Ma posso andarci a piedi, non ci metto molto”.

La lotta è uno sport pericoloso”.

“E dai, mamma!”.

Non se ne parla!”.

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L’idea gli era venuta in quello stesso istante, dopo l’ennesima risposta negativa di Clara. Aveva pensato che se avesse avuto un documento da presentare in palestra forse lo avrebbero ammesso, forse non gli avrebbero fatto tante domande.

Aveva accompagnato la mamma a casa, aveva aspettato che lei andasse in bagno, poi aveva messo velocemente le mani nella sua borsetta. Tirato fuori il documento era corso via.

“Piccolo, come ti chiami?”

Frank Chamizo Marquez”.

“Tuo padre è Pavel?”

Sì, perché?

“È un buon lottatore, uno che ci sa fare”.

L’ingresso in palestra non era stato poi così complicato.

Il ragazzino aveva talento. Vittorie e titoli erano arrivati presto, fino alla convocazione in nazionale.

Ho conosciuto la povertà, quella vera. La lotta mi ha tirato fuori da ogni casino. È la mia seconda mamma“.

Ottobre 2011, PanAmericani a Guadalajara in Messico.

Frank Chamizo Marquez è lì per conquistare un posto sul volo che l’anno dopo porterà i lottatori cubani ai Giochi di Londra. Ma non riesce a rientrare nei limiti della categoria, combatte a 55 chili: dura per uno come lui che supera l’1.70, anche se di poco. È fuori dal torneo.

La Federazione cubana lo squalifica. Due anni fuori da qualsiasi competizione. Lui annuncia il ritiro. Loro riducono la squalifica a otto mesi. Ma basta quel breve stop per portarlo completamente fuori rotta. Seduto sul divano, davanti alla televisione, si ingozza con ogni tipo di cibo. Ingrassa, ormai ferma la bilancia a 75 chili.

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Lentamente, senza avere più dentro la grande passione che l’ha accompagnato sino al giorno della squalifica, riprende ad allenarsi. In uno stage Italia/Cuba conosce Dalma Caneva, lottatrice. Lei cerca di scuoterlo, di fargli capire che sta buttando via quel talento che la natura gli ha regalato.

“Perché non vieni in Italia?”

No, con la lotta ho praticamente chiuso”.

“Non fare così, da noi potresti ritrovare gli stimoli giusti”.

Non credo, mi è passata la voglia di battermi”.

“Non bruciare la tua vita”.

Il ragazzo si lascia convincere.

Mi piace il vostro Paese. Nel 2006 ero a Cuba, ho visto i Mondiali di calcio. Avete vinto, abbiamo vinto. Ho tifato per voi, per noi“.

Sbarca a Genova, nella palestra della società Mandraccio gestita dal papà di Dalma. Quella della ragazza è una famiglia legata a doppio filo con la lotta: la mamma fa l’arbitro a livello internazionale. Frank si sposa e acquisisce la nostra nazionalità.

Un anno di allenamento, poi di nuovo sulla materassina per le gare.

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Il 2015 è indimenticabile.

In settembre, nella Orleans Arena di Las Vegas, diventa campione del mondo dei 65 chili. Con quel successo arriva anche il pass per l’Olimpiade di Rio 2016. E arriva anche un minimo di popolarità, abbastanza per portarlo a posare in mutande sulle pagine di Vanity Fair.

Frank in gennaio divorzia da Dalma, ma i due rimangono amici. Lei lo segue anche a Rio. Ora Chamizo vive tra Genova e Ostia dove si allena al Centro Federale della Fijlkam con Filiberto Delgado detto Puli. È caporale dell’Esercito e si sente legato a doppio filo al nostro Paese.

All’Italia devo tutto. Mi ha dato fiducia quando non ne avevo. In Brasile dovrò combattere bene per forza, non voglio che si pentano di tutto quello che hanno fatto per me”.

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La sua avventura comincia nel modo giusto. Su questo non ci sono dubbi. Sale sulla bilancia e la ferma a 65 chili esatti. Un sospiro di sollievo, il primo passo è fatto. Ora ci sono gli incontri.
L’Italia aspetta un oro nella lotta da trentasei anni, da Pollio a Mosca ’80 nei 48 chili. Da quell’Olimpiade due napoletani sono tornati a casa con la medaglia più importante al collo, due successi conquistati negli sport da combattimento. Claudio Pollio e Patrizio Oliva, oro nei superleggeri e miglior pugile del torneo.

Il cerchio si chiude.

Cafudda!

Frank Chamizo Marquez ha pelle e lineamenti cubani, ma anima e modo di esprimersi italiano. Parla con inflessioni siciliane (“Molti della lotta vengono dall’isola”) e dice che il verbo che ha più volte sentito mentre si allena e proprio lo stesso che un emigrante italiano ha usato quella sera di trent’anni fa per incoraggiare Icio Stecca.

Il suono del dialetto, un incitamento che è anche un modo per trasportarci in un mondo antico dove la peggiore violenza era quella di una mala parola detta per dare forza a un amico.

Un verbo che noi di Garbatella traduremmo così: “Mena de brutto!”.

E allora, “Frank, cafudda!