Un cameriere e il titolare di una pizzeria vogliono 8.6 milioni dai guadagni di Mayweather-Pacquiao

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Al civico 8826 di Melrose Avenue, in piena West Hollywood a Los Angeles, c’è un ristorante frequentato dai divi del cinema (nella foto sotto l’attrice Oliva Culpo). Buona cucina, 20 dollari per una tartare di tonno, 36 per una carbonare al tartufo, 60 per un Pinot Grigio Livio Felluca, 420 per un’Ornellaia.

Ma non scrivo per una rivista di cucina, e allora la finisco qui.

C’è una ragione che mi ha spinto a curiosare su questo posto. È lì che lavora Gabriel Rueda, fa il cameriere. Un giorno ha pensato di avere in mano il biglietto vincente della lotteria.

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Era l’inizio del 2014 quando è riuscito a far sedere attorno allo stesso tavolo Manny Pacquiao, Freddie Roach e Leslie Moonves. I primi due li conoscete, ma forse non sapete che il terzo è il presidente della CBS-Tv, uno dei più grandi network americani.

A fine cena sembra che i tre l’abbiano salutato con una promessa, una ricompensa di quelle che gli avrebbero permesso di godersi vacanze infinite al sole dei Caraibi, senza dover pensare al conto da pagare.

Se il progetto di un match con Floyd Mayweather jr fosse andato in porto, gli avrebbero versato un’adeguata percentuale.

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Il 2 maggio del 2015 Pacquiao e Mayweather jr sono saliti sul ring di Las Vegas. Il match è stato venduto a 6.4 milioni di case in pay per view e ha generato un movimento di 670 milioni di dollari.

Quando Gabriel Ruelas, a contratti firmati, si è presentato all’incasso si è visto ricompensare (a suo dire) con una mancia vergognosa: un biglietto di bordo ring, una notte tutto pagato a Las Vegas e diecimila dollari. Pochi, troppo pochi. Altro che vacanze per tutta la vita ai Caraibi, al massimo poteva passare qualche mese in un motel di Ames nell’Iowa.

Ha così pensato di portare la rivendicazione davanti a un tribunale di Los Angeles, città in cui il reato sarebbe stato consumato.

Ha chiesto 8.6 milioni di dollari.

Il giusto” precisa Mr. Rueda, “senza di me quel match non si sarebbe mai fatto”.

Il primo a raccontare la storia è stato il giornalista Richard Johnson sul New York Post. E ha aggiunto anche il seguito.

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Se prendi la macchina e guidi per meno di dieci minuti lungo il Santa Monica boulevard, arrivi a alla Mulberry Street Pizzeria di Beverly Hills. Locale che fa parte di una catena molto alla moda. Il proprietario è Ricky Palmer, nativo del Bronx, New York. Amico di lunga data di Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger e Mickey Rourke. Ma anche e soprattutto (per me) ex marito di Raquel Welch (foto sopra).

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Palmer si è gettato nella mischia.

Conosco Freddie Roach da una vita. Quando ho sentito che un tizio gli stava facendo causa sono andato da quel cameriere e gli ho ricordato che lui si era rivolto a me per combinare l’incontro tra quei tre signori. Vuole fottere i miei amici? Bene, allora lo porto in tribunale gli chiedo il 50% di quanto riuscirà ad ottenere”.

La storia continua…

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Ligas attacca e offende Oliva e la mia professionalità. Quando si straparla…

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Sul suo profilo Facebook, e in risposta a un articolo pubblicato su boxeringweb e dartortorromeo.com e poi ripreso su FB, il giornalista ed ex amico Franco Ligas lancia pesanti accuse contro Patrizio Oliva e la mia professionalità.
Non ho mai risposto ai continui attacchi di Franco (tranquillo, non sono fra quelli che quando sono in disaccordo con qualcuno che conoscono da anni lo chiamano per cognome e gli danno del lei), non ho risposto perché sono fedele a una corrente di pensiero.
:”Non condivido le tue idee ma mi batterò fino alla morte affinchè tu possa esprimerle“.
Attribuiscono questa frase a Voltaire.
Non mi interessa chi l’abbia detta, a me piace quel che dice.
Stavolta però ci sono falsità davanti alle quali non posso più tacere.

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Da più tempo Franco mi accusa, probabilmente gli farà piacere: è sulla stessa linea di Franco Falcinelli, di interpretare il ruolo di sobillatore, addirittura manipolatore di Patrizio Oliva.
Non contento di offendere l’intelligenza di Patrizio, di cui sono amico da quarant’anni: e questa sembra sia una colpa imperdonabile, mette anche in dubbio la mia onestà intellettuale.
I giornalisti dovrebbero portare fatti a sostegno delle loro tesi e dovrebbero anche non dimenticare il passato prima di lanciare accuse.
Non posso quindi continuare a tacere.
Ligas straparla. E chi straparla spesso dice cose che non può sostenere con i fatti (in corsivo il suo scritto originale, in neretto la mia risposta).

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“Oliva potrebbe essere il referente federale dei professionisti. Io non sono contro lui e chiunque si presenti. Non sono parte interessata e mi chiamo fuori. Non posso accettare che altri scrivano cose non vere per sostenere, più che i candidati, ma attaccare tutto e tutti”.
Quali sono le cose non vere che avrei scritto? Caro Franco, tu dici che bisogna essere precisi quando si lanciano accuse, vorrei lo fossi anche tu.
Chiunque mi conosce da vicino sa che sarei TOTALMENTE contrario a un’eventuale candidatura di Patrizio Oliva alla presidenza della Federazione Pugilistica Italiana. Lo sa anche Patrizio a cui l’ho ripetuto in più di un’occasione nel caso in cui gli fosse venuta questa idea.

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“Può farlo l’appassionato che spesso giudica di pancia ma non chi vorrebbe guidare il nostro pugilato per il prossimo quadriennio attaccando in maniera scomposta. Non mi ricordo che avessero fatto la stessa cacciara a Seul 1988 per il furto a Vincenzo Nardiello e i sistemi dittatoriali dell’allora ricchissimo segretario generale dell’AIBA. In quegli anni correvano soldi veri per alcuni giudici”.
Non avrei fatto la stessa caciara (termine dialettale romano che può essere tradotto in italiano con chiasso, si scrive con una sola c: non avventurarsi mai su terreni che non si conoscono) per Nardiello a Seul? Allego tre delle paginate scritte per il Corriere dello Sport su quello scandalo. Un argomento al quale ho anche dedicato un intero capitolo (I festini proibiti e l’oro rubato, da pagina 60) dell’ultimo libro: I miei Giochi, uscito solo pochi mesi fa.

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“Se non ci fossero i centri sportivi militari l’ottanta per cento del nostro sport sarebbe in crisi. C’è troppa disinformazione in proposito e voglia di ignorarla questa realtà in chi vuole salire sul carro federale. Non è roba per me. Sarò inflessibile nel tagliare certe “amicizie”.
I centri sportivi militari sostengono il nostro sport? Mi alzo in piedi e applaudo per la grande scoperta di Franco. Se ne avete voglia leggete, magari di corsa, quello che ho scritto il 14 giugno 2015 sul mio blog (https://dartortorromeo.com/2015/06/14/lo-sport-italiano-e-nelle-mani-dei-gruppi-militari/).

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Disinformazione e voglia di ignorare?
Caro Franco, per questa tua serena autocritica ho pensato di farti un regalo.
Non perdere tempo a tagliare certe “amicizie”.
Ho già provveduto io.

Oliva: Vi racconto chi mi ha entusiasmato a Rio 2016. E chi mi ha deluso…

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Patrizio Oliva, chi è il pugile che ti ha più impressionato ai Giochi di Rio 2016?

“Ramirez, oro nei gallo. Avrei dato a lui la Coppa Val Barker. È completo, si adatta a qualsiasi situazione. Boxa bene dalla corta distanza, aumenta di ritmo con il passare delle riprese. Sa sfruttare la grande tecnica, ma se è il caso sa anche fare a botte. È pronto per il professionismo”.

Non condividi dunque la decisione dell’Aiba che ha assegnato il premio di miglior pugile a Hasanbay Dusmatov?

“ Il minimosca è un ottimo pugile. Completo anche lui, veloce, gran gioco di gambe. Un campione. Ma mi è sembrato ancora troppo legato agli schemi del vecchio dilettantismo”.

Quale è stata la sorpresa di questa Olimpiade?

“La squadra uzbeka. Una medaglia di bronzo a Londra 2012, sette a Rio: tre ori, due argenti e due bronzi! E poi un’uniformità di stile che mi ha colpito. La capacità di muoversi con grande elasticità e leggerezza sul ring, un gioco di gambe invidiabile. Bravi, davvero bravi”.

Rio de Janeiro, 2016. augusztus 12. Harcsa Zoltán (kékben) és a kubai Arslen Lopez a riói nyári olimpia férfi ökölvívótornája 75 kilogrammos súlycsoportjának nyolcaddöntõjében a Rio de Janeiró-i Riocentro központ 6-os pavilonjában 2016. augusztus 12-én. Harcsa Zoltán kiütéssel kikapott, és kiesett. MTI Fotó: Illyés Tibor

Dal punto di vista della potenza, quale momento segnaleresti?

“Il gancio sinistro al mento con cui Arlen Lopez ha chiuso il match contro l’ungherese Zoltan Harcsa è stato di una precisione impressionante. Il cubano ha portato un pugno devastante che rimarrà per sempre nei nostri occhi”.

C’è qualche altro atleta che ha catturato la tua attenzione?

“Le donne. Quando combattono lo spettacolo è garantito. Impossibile annoiarsi come invece mi è accaduto più di una volta negli incontri maschili. Hanno carattere più degli uomini. È nei loro combattimenti che ho visto la vera boxe. Claressa Shields è forte, ha prestanza fisica, picchia per far male, è determinata e sa come muoversi sul ring. Nicola Adams è un pericolo costante. Mi ha impressionato dal punto di vista tecnico, mi è piaciuta per la capacità di cambiare marcia quando è stato necessario. Cosa che ha saputo fare in modo splendido anche la francese Mossely. Era sotto dopo due round contro la cinese Junhua Yin. Io pensavo che ormai come dono di nozze avrebbe portato l’argento, lei invece si è ripresa con grinta, orgoglio e fisicità. È stata una lezione per qualcuno dei nostri”.

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A chi ti riferisci?

“A quasi tutti. Se devo citarne uno, dico Russo. Dopo avere visto la finale di Tishchenko contro Levit, ho pensato che anche se Clemente avesse stravinto i tre round lo avrebbero dato sconfitto. Ma questo non giustifica il suo atteggiamento, anche perché non è andata così. Non è stato in grado di cambiare ritmo, di dare un’accellerata, di metterci un po’ di rabbia”.

I nostri si sono molto lamentati dei verdetti. I giudici Aiba hanno sbagliato molto in questi Giochi, ma per nessun match degli azzurri mi sembra si possa gridare allo scandalo.

“Sono d’accordo”.

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Shakur Stevenson ha perso una finale tiratissima contro Ramirez, eppure subito dopo la sconfitta ha detto che era colpa sua, che l’avversario era stato più bravo.

“Invece Irma Testa ha detto che era tutto stabilito a tavolino. È un errore che i campioni non dovrebbero mai commettere. Devi cercare dentro di te la ragione di una sconfitta. Se hai perso devi analizzare il match, prendertela prima di tutto con te stesso. Non puoi aggrapparti ai giudici, soprattutto in un incontro in cui sei stata decisamente inferiore all’avversaria”.

Pensi che la nostra disfatta sia figlia solo di un errato approccio mentale al match?

“Mi è sembrato mancassero le motivazioni, ma anche che non avessimo la giusta condizione fisica. Nessuno degli azzurri è riuscito ad andare in progressione. Il terzo round nel dilettantismo è fondamentale e noi li abbiamo persi quasi tutti”.

Aug 9, 2016; Rio de Janeiro, Brazil; Daisuke Narimatsu (JPN, red gloves) competes with  JR. Carlos Zenon Balderas (USA, blue gloves) during the men's light preliminaries in the Rio 2016 Summer Olympic Games at Riocentro - Pavilion 6. Mandatory Credit: Jack Gruber-USA TODAY Sports

Fuori dalle medaglie, chi ti ha lasciato il miglior ricordo?

“L’americano Carlos Balderas. È un professionista già pronto. Non guardare solo la finale dove è stato battuto dal cubano Lazaro Alvarez, guarda l’intero torneo. Boxa con tutti i colpi, porta i ganci come devono essere portati, non lascia la mano aperta, non tira schiaffi. Conosce il montante e non ha paura a usarlo. Ha fisico e maturità, ha una mentalità vincente perché è vincente dentro. Insisto, la testa è fondamentale nella ricerca del risultato. Se sei forte mentalmente, sconfiggi le paure, l’angoscia da prestazione, la stanchezza. Mi ricordo ancora la finale di Mosca ’80. Sono tornato all’angolo prima dell’ultima ripresa è ho detto a Falcinelli: Non ce la faccio più. Lui mi ha risposto: Questo è il momento in cui devi mantenere la promessa fatta a tuo fratello, vai e fallo per lui. Gli ho strappato il paradenti dalle mani e mi sono portato al centro del ring. Mi sentivo improvvisamente pieno di energie. È questo che un maestro deve sapere fare: entrare nella testa del pugile e dirgli le parole giuste”.

USA's Carlos Zenon Balderas Jr. (R) lands a punch on Kazakhstan's Berik Abdrakhmanov during the Men's Light (60kg) match at the Rio 2016 Olympic Games at the Riocentro - Pavilion 6 in Rio de Janeiro on August 6, 2016.   / AFP PHOTO / Yuri CORTEZYURI CORTEZ/AFP/Getty Images ORIG FILE ID: AFP_DX8O7

Hai parlato bene dell’Uzbekistan, c’è qualche altra squadra che ti ha lasciato un buon ricordo?

“Gli Stati Uniti. Hernandez, Stevenson, Russell, Balderas sono ottimi pugili. Ma quello che mi piace è il modo in cui sono stati costruiti. Quattro anni fa era arrivato il tonfo di Londra, bisognava cambiare tutto. Hanno messo un nuovo tecnico e gli hanno dato carta bianca. Il coach ha preso la squadra junior, tutti ragazzetti di 15/16 anni, e ha costruito un gruppo vincente. Un argento e un bronzo nel torneo maschile, forse non è tantissimo per gli Usa. Ma è abbastanza per ricominciare. Avremmo dovuto avere il coraggio di fare così anche noi”.

Perché non lo abbiamo fatto?

“Perché da troppo tempo siamo legati al “ci piace vincere facile”. Così, pensando che potesse durare in eterno, ci siamo resi conto dell’errore al momento di pagare il conto”.

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Era un giorno di maggio del ’96.

Franco Falcinelli aveva salutato il gruppo con cui stava chiacchierando nella palestra di Assisi, poi era salito in macchina per andare a parlare a Roma con il segretario federale Carlo Marafioti.

Cesare Frontaloni, Biagio Zurlo, Valerio Nati e il preparatore atletico Ivano Iacobelli continuavano a chiedersi il perché di quel viaggio. Al suo ritorno tutto era diventato chiaro.

Il ct aveva rassegnato le dimissioni.

Mancavano due mesi all’Olimpiade di Atlanta.

Patrizio ha preso la squadra, potendo in pratica lavorare solo per Sydney 2000, avendo come suo vice Biagio Zurlo. L’Olimpiade americana gli è caduta all’improvviso sulla testa dopo l’abbandono del collega umbro.

Nel quadriennio in cui è stato impegnato, Oliva ha ottenuto questi risultati:

Paolo Vidoz (supermassimo): bronzo ai Mondiali di Budapest ’97; oro ai Goodwill Games di New York ’98 dopo avere sconfitto lo statunitense Gavan, il russo Diagilev e il cubano Rubalcaba; bronzo ai Mondiali di Houston ’99; bronzo all’Olimpiade di Sydney 2000.

Leonard Bundu (welter): bronzo ai Mondiali di Houston ’99. Dopo avere sconfitto un bielorusso, un thailandese e un kazako, è stato sconfitto di misura e con verdetto dubbio (5-7) dal cubano Juan Hernandez Sierra: due volte argento ai Giochi, quattro volte campione del mondo.

Giacobbe Fragomeni (massimo): oro agli Europei di Minsk ’98 dopo avere sconfitto Hanke (Germania), Kuklin (Latvia), Mokarenko (Russia) e in finale il pugile di casa Sergey Dychkov.

Come allenatore dei professionisti Oliva ha vinto il mondiale massimi leggeri Wbc all’angolo di Giacobbe Fragomeni.

Recentemente è risultato secondo su quarantacinque maestri di massimo livello al corso Aiba per istruttore degli allenatori. Primo nelle discipline specifiche: tecnica, tattica e metodologia dell’allenamento.

©lapresse archivio storico sport pugilato anni '80 Patrizio Oliva nella foto: il pugile Patrizio Oliva contro Sacco

Due dati veloci sul pugile.

Da dilettante. Campione italiano, europeo junior, argento Europei senior, oro olimpico e miglior pugile dei Giochi di Mosca 1980.

Da professionista. Campione italiano, europeo in due categorie, campione del mondo.

Fuori dal ring, commentatore tecnico di Sky e della Rai.

 

 

Con Mani di Pietra continua il rapporto boxe/cinema. Dal ’31 a oggi, una lunga storia da Oscar…

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È uscito Hands of Stone (Manos de Piedra, mani di pietra), il libro che racconta la vita di Roberto Duran, il mitico panamense campione del mondo in quattro differenti categorie di peso, dai leggeri ai medi ( se ne avete voglia, cliccate su questo link https://dartortorromeo.com/2014/09/25/a-casa-di-mani-di-pietra-duran/, dentro c’è la storia di quella volta che sono andato a trovarlo nella sua casa di Miami…).

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Il protagonista del film è l’attore Edgar Ramirez, interpreta il campione. Ma il personaggio più importante per il grande pubblico è Robert De Niro, qui nella parte di Ray Arcel: l’allenatore. Poi ci sono Ania de Amas che recita nel ruolo di Felicidad Iglesias, la moglie di Roberto; la pop star Usher che dà corpo e voce a Sugar Ray Leonard e John Turturro nei panni del boss Frankie Carbo.

Regista e sceneggiatore Jonathan Jakubowicz.

È appena uscito è già si parla di candidature all’Oscar.

Sono circa quattrocento i film che hanno come nucleo centrale della storia la boxe.

Alcuni di loro l’Oscar l’hanno vinto davvero.

Nella stagione cinematografica 1931/1932 Wallace Beery aveva avuto la nomination per l’interpretazione di un ex campione dei pesi massimi in The Champ. L’Oscar era stato assegnato a Fredric March per Il dottor Jeckyll. Un riconteggio dei voti assegnò il premio (a pari merito) anche a Beery.

Nel 1954 Fronte del porto vinse come miglior film, migliore regia (Elia Kazan), miglior attore protagonista (Marlon Brando), miglior attrice non protagonista (Eva Marie Saint).

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Nel 1957 Lassù qualcuno mi ama vinse il premio per la fotografia (Joseph Ruttenberg) e per la miglior scenografia (Cedric Gibbosn, Malcom Brown, Edwin B. Willis, F. Keogh Gleason).

Nel 1976 Rocky si  aggiudicò l’Oscar come miglior film e il premio alla regia (John G. Avidsen).

Nel 1980 Toro Scatenato, la storia di Jack La Motta con la regia di Martin Scorsese, fruttò a Robert De Niro il premio come attore protagonista.

Nel 2004 quattro Oscar a Million Dollar Baby: miglior film, miglior regia (Clint Eastwood), migliore attrice protagonista (Hilary Swank), miglior attore non protagonista (Morgn Freeman).

Nel 2011 Christian Bale vinse la statuetta come miglior attore non protagonista in The fighter, la storia di Micky Irish Ward. Il premio come migliore attrice non protagonista andò a Mellissa Leo.

Nel 1997 fu premiato come miglior documentario Quando eravamo re di Leon Gast, corto imperniato sulla magica sfida a Kinshasa tra Muhammad Ali e George Foreman.

In coda i dieci film sul pugilato che mi sono piaciuti di più (ci sono anche i dieci libri che preferisco). Questo articolo, pubblicato tempo fa su questo blog, ha ricevuto qualche suggerimento tendente ad allargare la lista.

Una lettrice che si firma Dana vorrebbe aggiungere Southpaw e Creed che a lei sono piaciuti molto.

L’amico e collega Alfredo Bruno mette giù la sua classifica con tanto di nota esplicativa.

Rocco e i suoi fratelli lo stavo per mettere… In Fronte del porto di boxe ce n’è poca, ma è importante la figura di Marlon Brando come ex pugile che si ribella alla mafia del porto. La sua forza e il suo coraggio sono derivati dalla boxe che lo ha formato fisicamente e interiormente. Ero un giovincello quando uscì il film e tutti parlavano di questo grande attore come pugile. L’ho messo al decimo posto proprio perchè la boxe c’entrava, ma era marginale, altrimenti come film in sè l’avrei messo al primo posto. La figura del protagonista pugile era un ricorrente ricordo per esempio in Gangster con Burt Lancaster, tratto da un racconto di Hemingway: il fatto che il protagonista fosse un pugile aveva una sua rilevanza. Toro Scatenato per esempio non gli ho dato il rilievo datogli da molti perchè la figura di Jack La Motta era costruita su misura per De Niro, cosa che non fu per Paul Newman che si addentrò invece molto bene nel personaggio di ROcky Graziano. Sono punti di vista lo so, ma niente può superare un binomio come cinema e boxe. Ricordo pure un film con John Derek che interpretava un prete che la sera andava a combattere per trovare i soldi per costruire la chiesa. Basta che in qualche maniera tra i protagonisti ci sia un pugile e il successo è garantito…
1) Lassù qualcuno mi ama.
2) Stasera ho vinto anch’io.
3) Città amara.
4) Quando eravamo re.
5) Million Dollar baby.
6) Toro scatenato.
7) Una faccia piena di pugni.
8) Il grande campione (Kirk Douglas).
9) Il colosso d’argilla.
10) Fronte del porto( M.Brando).
Per quanto riguarda i libri è difficile: mi piacciono tutti“.

Il dibattito è aperto.

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https://dartortorromeo.com/2016/07/10/film-e-libri-sulla-boxe-i-miei-dieci-preferiti-di-sempre/

L’Aiba cambia ancora. Donne: niente casco e più categorie, uomini: 5 round. E sui verdetti di Rio…

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Intervista del giornalista Greg Beacham dell’Associated Press a Ching-Kuo Wu, presidente dell’Aiba.
Il dirigente fissa alcuni punti fermi.
In nero i punti fermi di Wu, in corsivo le mie riflessioni.

  1. A Tokyo 2020 vedremo molto probabilmente gli uomini impegnati in match da cinque round di tre minuti.
    (prima cinque giudici e cartellini con il sistema dei 20 punti, poi le macchinette, poi tre giudici su cinque per il verdetto, poi cartellini a punteggio ma con il sistema da 10, ora cinque round e cinque giudici. fermatevi, voglio scendere)
  2. Gli uomini combatteranno senza maglietta.
    (cade anche l’ultimo ricordo del dilettantismo, deve essere una questione di allergie)
  3. Le donne combatteranno senza caschetto protettivo.
    (lui dice che l’hanno chiesto loro, io dico che non farei mai una cosa del genere in un torneo. parlateci voi col mondo quando il sangue comincerà a sporcare i loro volti)
  4. Le categorie di boxe femminile saliranno a cinque.
    (visto che il numero di iscritti per sport non è destinato ad aumentare, questo può voler dire solo due cose: la riduzione del numero delle categorie maschili o la riduzione delle partecipanti per categorie nel femmiile. se adesso erano solo dodici e con un match molte di loro erano già con la medaglia al collo, con questa novità gli daranno direttamente la medaglia prima di cominciare?)
  5. Nei match sarano tenuti in considerazione i cartellini di tutti e cinque i giudici designati.
    (e cosa cambierà dal momento che i tre giudici che oggi emettevano il verdetto erano sorteggiati da un computer? non vi fidate?)
  6. Ai Giochi di Rio 2016 secondo Wu su 273 match solo uno o due hanno ricevuto un reclamo.
    (solo la delegazione italiana si è lamentata in almeno tre occasioni di avere subito un’ingiustizia, o loro non contano?)
  7. Il verdetto della finale massimi Tishchenko vs Levit è giusto.
    (basterebbe questa affermazione per capire l’attendibilità delle affermazioni del boss dell’aiba, a meno che non abbiano apportato una modifica al regolamento: chi prende più pugni vince… )
  8. Conlan subirà severi provvedimenti disciplinari.
    (e i giudici che hanno sbagliato? dice wu: di solito la sospensione è tre giorni, stavolta li abbiamo mandati a casa! a quattro giorni dalla conclusione dei giochi. non vi sembra di essere stati troppo severi?)
  9. Dice Wu: Non c’è ragione per cui un giudice dovrebbe favorire un pugile rispetto a un altro.
    (e i giudici che voi avete espulso? e i verdetti che voi avete cambiato? e il caos a londra 2012 a cui è seguito quello di rio 2016? va beh, ho capito: ve và de scherzà…)
  10. A chi accusa l’Aiba di essere corrotta, il presidente risponde: Odio la corruzione, ma mostratemi le prove.
    (io ho un sogno: che i pugili possano vivere un giorno in un mondo nel quale i vincitori non siano decisi dai signori della notte, ma da quello che tutti hanno visto sul ring)

Passione, coraggio, talento, violenza. La boxe è tutto questo. E Bundu ce l’ha ricordato

il peso welter italiano di origini della Sierra Leone, Leonard Bundu, in allenamento nella palestra dell'Accademia Pugilistica Fiorentina in Firenze - Campo di Marte

Mi sono sempre fidato di Bundu professionista, ho sempre saputo che si sarebbe battuto al meglio. Non ha mai tradito.

È andata così anche stavolta. Mi concedo questo articolo di riflessioni dopo avere scritto a caldo le mie impressioni sulla sconfitta di Leo contro Errol Spence jr.
Quando sul ring c’è un pugile a cui vuoi bene giudichi il match passando al setaccio le emozioni che ti lascia.
E allora ve le racconto senza pudori.
Avevo paura prima che l’incontro cominciasse. Avevo paura perché conoscevo la forza di Errol Spence jr. Uno spietato esecutore, pugilisticamene parlando. Una faccia che non lascia trasparire emozioni, due mani che fanno male ogni volta che arrivano a segno, una difesa super e la capacità di non sprecare neppure un colpo.
E poi mi facevano paura i 41 anni di Leo.
Sono stato in tensione fino a quando non  è suonato il primo gong.
Poi ho sentito una scarica di adrenalina, una scossa elettrica che mi ha attraversato il corpo quando ho visto Bundu partire in attacco. A quel punto mi sono chiesto se dovessi avere ancora più paura dal momento che avevo appena avuto la conferma che lui era pronto a giocarsi tutto per realizzare un sogno.
È stato allora che mi sono detto “bravo”.
Sì, non lo nascondo. Mi sono detto “bravo”.

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Leo è un omino che sorride. Va ovunque lo chiamino, fa il suo lavoro, incassa la parcella e torna a casa. Mai una lamentela, mai un rimprovero.

E ogni volta si gioca tutto, come solo un guerriero riesce a fare. Come un cavaliere medioevale, ha dentro nobiltà d’animo e sa che per prendersi il tesoro deve soffrire.

Mi sono detto “bravo” perché non ho mai perso la fiducia in lui, anche davanti a un pronostico decisamente contro. Perché ho avuto la conferma che di Leo Bundu posso parlare con gli amanti del pugilato, ma anche con chi ha scarsa frequentazione con questo sport. Lui farà sempre una bella figura.
Tempo fa è stato testimonial di un mio libro. Durante la presentazione si è commosso, ha pianto mentre raccontava la sua storia. La gente ha applaudito quella sincerità, quella capacità immediata di entrare in sintonia con chi ti ascolta.
Se è bravo a farlo con le parole e i gesti, lo è ancora di più con i pugni.
Attaccante dotato di buona tecnica, anche se non ha la castagna che stende i rivali Leo è un campione. Fa piacere vederlo combattere. Ha talento, senso tattico, grinta.
Contro Spence jr partiva con debiti pesanti. Otto centimetri in meno di altezza, quasi sedici anni in più di età. Eppure ci ha provato, come ogni pugile che si rispetti deve fare.
È questo che mi piace di Leo. La consapevolezza del ruolo. Dentro e fuori dal ring, la capacità di recitare da protagonista ovunque si trovi.
È finito ko, eppure ha rimediato migliaia di pacche sulle spalle. E non c’era ipocrisia in alcuno di quei gesti d’affetto. Erano dettati da un senso di riconoscenza verso chi era andato a rischiare tutto per rispettare l’impegno preso. Con se stesso e con la boxe.

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Mi fa un po’ rabbia sapere che ha una popolarità ristretta nei confini del suo sport. Non ha avuto quel che meritava. Un po’ per colpa di un lavoro di promozione che non è nelle corde della boxe di casa nostra, un po’ per la disattenzione dei giornalisti che difficilmente si accostano a un campione di pugilato per il solo fatto che è bravo.

Questo pensavo stamattina. La stampa si entusiasma solo per quello che è facile da vedere. Guarda sempre il dito, mai la Luna. Paginate sul tiro a segno, la lotta, la ginnastica artistica, il ciclismo su pista durante l’Olimpiade di Rio 2016, ma con il preciso impegno di quattro anni di assoluto silenzio per poi tornare nuovamente a entusiasmarci per sport di cui neppure conoscono le regole.
Se ti passa sotto il naso ti sforzi di raccontare, e non è detto che tu ci riesca. Se devi andare a cercare, meglio lasciar perdere e aspettare un’occasione più comoda.
Leo Bundu e altri come lui pagano le colpe di un mondo dei media  impigrito, senza entusiasmo e privo della voglia di stupirsi. Un mondo che non ha più la curiosità di scoprire belle storie da raccontare.
Leo ha perso per ko. E ha riconosciuto la superiorità del suo rivale.
Dite, come poteva essere altrimenti? Dico, calma non tutti hanno coraggio e consapevolezza per riconoscere l’evidenza.
Ha perso per ko, ma in quei sei round in cui è stato sul ring ha cercato sempre la via migliore per vincere. Ha accettato rischi e sofferenze, perché sapeva che erano l’unico modo per continuare a sperare. Ha attaccato il campione, ha fatto pressione su Errol Spence jr nonostante il 26enne texano avesse mani pesanti come mattoni. È il destino di un pugile quello di andare a caccia dell’impossibile.

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“Se c’è una magia nella boxe è la magia di combattere battaglie al di là di ogni sopportazione, al di là di costole incrinate, reni fatti a pezzi e retine distaccate. È la magia di rischiare tutto per realizzare un sogno che nessuno vede tranne te.”
(da Million Dollar Baby)

In fondo è questo il segreto del pugilato. Un segreto che solo chi c’è dentro anima e corpo può provare a interpretare. Se sei lontano dal ring, se non hai mai provato a capire cosa sia realmente un match di boxe, allora tutto questo ti sembrerà semplicemente un atto di brutale violenza.
Per chiarire meglio il concetto mi faccio aiutare da Joyce Carol Oates, scrittrice americana.
Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a condannarla pienamente negli altri. ….Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. E’ probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring, è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo l’essere fisico era Dio…

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Forse sono solo un visionario, un sognatore. O, peggio, un sadico. Ma domenica notte in quel match ho visto tutto questo. C’era violenza, inutile negarlo: sarebbe iprocrita. Ma c’era anche poesia. Forse ne parlo così, direte voi, perché è finita bene. Nel senso che Leo non ha pagato un pegno più pesante del ko. Forse. Ma qualunque sia il vostro pensiero, prima di giudicare Leonard Bundu e il pugilato imparate a conoscere entrambi.
Non ho più l’età per commuovermi davanti a un evento di sport, ma un match di boxe va oltre. È bello e mi piace anche perché riesce a rubarmi l’anima.
E Bundu c’è riuscito anche stavolta.

 

 

Bundu sta bene. La TAC è ok e lui è stato dimesso dall’ospedale

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Una bella notizia. La TAC effettuata da Leonard Bundu nel corso della notte, dopo il ko subito contro Errol Spence jr a Coney Island (New York), ha dato esiti totalmente rassicuranti. Il campione è già uscito dall’ospedale per fare ritorno in albergo.

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Nel corso della notte Leo aveva voluto rassicurare, traimite il suo profilo Facebook, tutte le persone che gli vogliono bene.

Bundu rassicura: “Sto bene”. Non ci sono sintomi neurologici preoccupanti. TAC precauzionale

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Qualche timore alla fine del match di Leonard Bundu contro Errol Spence jr. Rialzatosi dal knock out subito nel sesto round, Leo non era stabile sulle gambe. È stato visitato dal medico di riunione che ha riscontrato i segnali di una commozione cerebrale, ma ha anche aggiunto che non c’era alcun sintomo neurologico che facesse temere danni di qualsiasi genere. Bundu ha rassicurato tutti: “Sto bene“. Per precauzione il medico gli ha ordinato di recarsi in ospedale dove dovrà effettuare una TAC. Nel caso, come si pensa, l’esame dia effetti negativi Leo sarà immediatamente dimesso. Il medico gli ha ovviamente prescritto novanta giorni di sospensione.

Troppo forte Spence, un bravo Bundu finisce knock out alla sesta ripresa

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Errol Spence jr pratica una boxe rara. Non spreca neppure un pugno e ogni volta che colpisce lascia il segno. Ha una difesa attenta, anticipa e attutisce i pugni scagliati dal rivale attenuandone l’impatto. Imbattuto dopo ventuno incontri, diciotto dei quali vinti prima del limite. Come è accaduto anche contro Leonard Bundu a Coney Island, New York.

Leo è stato un guerriero che ha scelto di osare. Ha ribaltato l’impostazione tattica che aveva messo in mostra contro Keith Thurman. Ha provato ad alzare il ritmo fin dal primo gong, ha cercato di non offrire un bersaglio fisso cambiando continuamente guardia, è entrato nella zona pericolosa pur di piazzare i suoi colpi.

Più basso di otto centimetri, sottoposto per ogni secondo dell’incontro al pericolo di quel sinistro lungo di Spence, non ha cercato riparo nel pedalare all’indietro, nell’evitare lo scontro diretto. È vero, più di una volta ha fatto pressione senza però andare a scaricare. Ma è normale se davanti hai uno come Spence jr. Uno che non ti regala spazi entro cui mettere le tue mani per colpire, per fare male. Uno che ha pugni pesanti come mattoni.

Seppur sorpreso dall’inizio di Bundu, l’americano non ha concesso nulla. Ha conservato il suo atteggiamento sicuro, ha continuato a piazzare il colpo solo quando era certo di non subire repliche. L’italiano della Sierra Leone gli ha procurato qualche problema. Nella quarta ripresa, la migliore per lui, prima un montante destro poi un gancio sinistro hanno centrato il bersaglio e regalato l’impressione che potesse esserci match.

Ma poi è venuto fuori quello che in fondo ci aspettavamo. Un devastante montante sinistro poco sopra il mento, un terribile gancio destro alla mascella e la storia è finita. La ventunesima puntata dell’avventurosa cavalcata di Errol Spence jr si è chiusa con l’ennesimo knock out, il diciottesimo. Un brutto fine combattimento con Leo al tappeto, scosso, in chiara difficoltà.

Bundu non deve farsi perdonare nulla. Ha combattuto al meglio delle sue possibilità. Ha cercato di vincerlo questo match. E per farlo è dovunto entrare nell’area proibita, lì dove personaggi importanti del boxing internazionale avevano già pagato pesantemente pegno.

La realtà è davanti agli occhi di tutti. Spence jr è un campione, se sia un fuoriclasse assoluto lo sapremo tra poco. È uno che fa male con entrambe le mani, ha una boxe attenta, personalità e capacità di concentrazione. Cercava il ko, voleva fare meglio di Thurman. C’è riuscito. Applausi per lui, tutto quello che abbiamo visto merita applausi.

Bravo anche Leo. Era una sfida terribile, lo sapeva. L’età gli imponeva di accettarla. A novembre saranno 42 gli anni del campione di casa nostra. Sul ring non sono stati quelli a farlo perdere. Ha semplicemente trovato uno più bravo di lui. E se quel qualcuno si chiama Errol Spence jr non c’è niente da vergognarsi. Anche a finire ko.

Bravo Leo. Hai dimostrato orgoglio e personalità, buon pugilato a corta distanza. Di più non potevamo chiederti.

Welter (eliminatoria per la qualifica di sfidante al titolo Ibf) Errol Spence jr (Usa, 66,250) b Leonard Bundu (66,250) ko a 2’06” della sesta ripresa.

I bookmaker Usa pagano a 101 la vittoria di Bundu su Spence jr. Il video del peso

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Ecco il video della cerimonia del peso per la riunione di questa notte (diretta Tv su Sportitalia dalle 23) all’Anfiteatro Ford di Coney Island, Brooklyn, New York. L’evento è imperniato sul match (12 round) tra i welter Spence jr e Bundu, valido per designare lo sfidante ufficiale al titolo Ibf detenuto da Kell Brook. Le immagini si riferiscono al primo peso, effettuato sabato 20 agosto: 66,250 kg per entrambi. Il limite era 66,670. Questa mattina, domenica 21 agosto, alla seconda pesatura: Bundu 69,853; Spence 70,760. Il limite era 71,214.

 

Di seguito le previsioni dei bookmaker sul match.
Il pronostico su chi vincerà la sfida vede Errol Spence jr nettamente favorito: 1/13. Punti 13 dollari e in caso di successo dell’americano ne incassi 14.
Il verdetto di parità paga 34 volte la posta.
Sono  disponibili anche le quote round per round.

La vittoria, in qualsiasi round, di Leo paga 101 volte la posta.

Queste le altre quote (a destra la puntata unitaria, a sinistra il moltiplicatore della scommessa. Esempio 34/1: punti un dollaro ne vinci 34).
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