Ronda Rousey va ko dopo 48 secondi, ma intasca tre milioni di dollari…

rrRonda Rousey è rimasta protagonista assoluta della scena fino a quando il match non ha avuto inizio.
Sua la borsa più alta: 3 milioni di dollari contro i 100.000 finiti nelle tasche di Amanda Nunes.Per lei il tifo del pubblico di Las Vegas e di quello davanti alla televisione che trasmetteva lo spettacolo in pay per view.
Poi, l’incontro valido per il mondiale gallo femminile UFC è cominciato.
E allora sull’ottagono c’è stata una sola stella, quella della brasiliana che ha travolto di colpi una Rousey che è sembrata totalmente incapace di difendersi. La Nunes ha vinto solo con i pugni: uno, due, quattro, otto. Colpi precisi che hanno centrato al volto la rivale, l’hanno scossa, l’hanno portata sull’orlo del baratro. Ronda è stata salvata dall’intervento dell’arbitro.
Erano passati appena 48 secondi dall’inizio del combattimento e tutto era già finito. Seconda sconfitta consecutiva prima del limite, delusione profonda, limiti tecnici evidenti messi in mostra, incapacità di reggere la tensione.

Ora ci sarà il ritiro dalle scene?
Molti giornalisti avrebbero voluto chiederlo proprio a lei, ma Ronda è scappata via senza che nessuno potesse rivolgerle una domanda.
Amanda Nunes intanto festeggiava. Prima zittendo il pubblico che a suo avviso non aveva creduto in lei, poi esplodendo in una irrefrenabile manifestazione di gioia.
Si è probabilmente chiusa qui l’avventura di Ronda Rousey, un personaggio che ha regalato grande popolarità alle MMA, ma che da questo momento in poi dovrà pensare soprattutto a ricostruire la fiducia in se stessa.
Non solo nello sport, ma anche nella vita.

La boxe su Showtime, trent’anni di ko che hanno sconvolto il mondo

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Il knock out è un momento drammatico, terribile, affascinante, pericoloso, eccitante.
Vive senza dubbio un ruolo da protagonista nel mondo del pugilato.
Ci sono stati ko che hanno cambiato la storia di questo sport, altri che sono arrivati quando meno te lo aspettavi e dal pugile che forse sino ad allora aveva sofferto di più.
Showtime è una tv a pagamento, una grande televisione americana, che da trent’anni propone boxe di alta qualità.In occasione di questa ricorrenza ha voluto riassumere in un video i ko a suo avviso più sensazionali realizzati nel corso di un campionato mondiale.

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Propongo quel video, ma non per questo penso che siano i più grandi o i più drammatici knock out di sempre.
Per una volta godiamoci le immagini senza lanciarci in violente polemiche.
Nessuna classifica, nessun indice di gradimento. Solo momenti di grande intensità emotiva.
La foto che illustra questo articolo non rappresenta un match mandato in onda da Showtime.
Muhammad Ali vs George Foreman si è disputato a Kinshasa il 30 ottobre del 1974. A quei tempi l’emittente ancora non esisteva, sarebbe nata due anni dopo. Ma se si parla di ko non si può non ricordare, anche se di sfuggita, uno dei più popolari della storia. Un knock out che ha cambiato il corso degli eventi in questo sport.

Ricky Hatton rivela: “Depresso e drogato, ho tentato più volte il suicidio”

coverRicky Hatton, oggi 38 anni, sul ring era un guerriero senza paura.
Fuori non è mai stato troppo sicuro di sè. Per allontanare i fantasmi della solitudine, mangiava. Tanto, troppo. Lontano dal match riusciva ad andare anche venti chili fuori peso. Ma sapeva anche fare di peggio.
Ritiratosi dopo quindici anni di professionismo, nel 2012 ha imbucato il tunnel nero. Quel posto apparentemente senza fine dove vanno a cadere molti sportivi di successo dopo il ritiro.
È caduto in depresssione, ha cominciato a bere.
Andava al pub, si nascondeva in un angolo buio, mandava giù alcool come se fosse acqua e piangeva istericamente.
L’ha raccontato lui stesso alla BBC radio.
Ha raccontato come dall’alcool sia passato alla droga per poi precipitare nel nulla assoluto della depressione più cupa.
Prendevo un coltello, mi nascondevo dal mondo e pensavo fortemente che avrei fatto meglio a uccidermi. Il suicidio mi sembrava l’unica soluzione per uscire da una vita infelice. Ho anche cercato di uccidermi bevendo fino a morire“.
Ci ha provato più volte, fortunatamente non c’è mai riuscito.
L’alcolismo è stato il primo male ad essere curato. Con depressione e droga è stata più dura. Gli serviva qualcosa per allontanarsi dalla realtà. Tutto gli appariva scuro, inutile. Riusciva solo a pensare al male.
I pugili, come qualsiasi sportivo di successo, hanno bisogno di assistenza quando smette di fare attività. La boxe è uno sport solitario. Sul ring sei la persona più sola del mondo, così finisci di esserlo anche quando si spendono le luci“.
È una condizione comune a molti campioni, soprattutto a quelli con un infanzia difficile.
La povertà da cui veniamo non ci aiuta a gestire il futuro lontano dallo sport“.
Il mondo in cui i campioni vivono per tanti anni ha una dimensione irreale.

pugileMolti vengono da condizioni di estrema povertà. Lavorano duro per arrivare in alto. Alla fine ce la fanno, sono ricchi, hanno realizzato il sogno. Ma non sanno come gestire il dopo. Gli mancano i mezzi culturali e gli appoggi esterni per muoversi in un universo che non è più quello familiare dello sport a cui si erano abituati.
Sonto tanti quelli che diventano ricchi da giovanissimi, in un periodo della vita in cui si è vulnerabili. Il problema è che loro si sentono Superman, invincibili. Niente, pensano, potrà sconfiggerli.
In un mondo in cui la soglia della povertà è stata sfondata più volte in basso, in una società in cui la disoccupazione giovanile avanza galoppando, in un universo del lavoro che non riesce a proporre panorami che ispirino un minimo di ottimismo, lo sportivo ex milionario che è in difficoltà non suscita comprensione.
Ma credo che sarebbe un errore mettere via il problema con una scrollata di spalle. Non è il singolo caso, non è il fatto in sé a destare apprensione. Ma il problema nella sua totalità. Il peso sociale che ha e la filosofia di vita che l’ha generato dovrebbero indurci perlomeno a qualche riflessione.
Viviamo in una società che ha azzerato i valori positivi.
Guadagnare in fretta e senza crearsi troppi problemi, senza curarsi troppo di quello che si lascia per strada è l’unico obiettivo che una grandissima percentuale di sportivi si pone. Si arriva al successo privi di qualsiasi scudo protettivo. Strappati alle famiglie in giovanissima età, poco attenti allo studio, fuori dalla realtà dei comuni esseri mortali, i professionisti vivono in un universo parallelo. Quando smettono piombano nella vita di tutti i giorni e scoprono che per andare avanti non basta avere preso a calci un pallone, averlo tirato in un canestro o averlo portato oltre la linea del touch down.
No, non è solo la boxe a creare miseria e problemi di gestione della propria vita.
Un pugile quando scende dal ring inizia la sua battaglia più dura.
E, almeno in questo, non cè differenza con le altre discipline.
Oggi Ricky Hatton è allenatore e promoter di successo.

mayweatherHa chiuso la carriera con un record di 45-3, 32 ko. Qualcosa si è rotto dopo la sconfitta contro Floyd Mayweather jr in match a cui era arrivato dopo 43 successi consecutivi. Ha lasciato il pugilato con due titoli in bacheca: superleggeri e welter. È stato un campione. Sul ring non ha mai avuto paura di niente e di nessuno.
Ma si è accorto presto che la vita fuori dallo sport è per uomini duri.
E prima di capire che l’unica cosa da fare era quella che gli veniva più facile, cioè combattere, ha pensato di abbandonare tutto. Anche la vita.
Per fortuna non l’ha fatto e oggi ha potuto raccontare la sua storia alla BBC.

Deontay Wilder e le strane regole Wbc ispirate al paradosso di Comma 22

wilderSpesso gli appassionati di pugilato criticano il mondo del calcio, lo accusano di ipocrisia, finzione, guadagni in eccesso. C’è molto di vero in tutto questo, ma la boxe non è certo senza peccato.

Prendiamo Deontay Wilder, il campione Wbc dei pesi massimi.

Ha conquistato il titolo contro Bermane Stiverne. Il prossimo 17 gennaio saranno passati due anni da quella notte e Wilder non ha mai disputato la difesa obbligatoria. E non lo farà neppure nel prossimo match, 25 febbbraio a Birmingham contro Andrzey Wowrzyk (33-1-0) numero 12 della classifica.

I rivali dei precedenti quattro match per il titolo sono stati Eric Molina, Johann Duhaupas, Artur Szpilka, Chris Arreola. Non parliamo dello sfidante ufficiale, ma almeno uno dei primi tre del ranking avrebbe potuto affrontarlo in 24 mesi!

Non provate a farglielo notare.

polIn un’intervista con Matt Christie di Boxing News il campione ha detto più o meno così: “Non credo che per il solo fatto che tu non sappia chi siano i miei avversari debba dire che sono immondizia. Queste dichiarazioni appartengono al tifoso medio di pugilato. Ad alcuni sembra di conoscere un pugile, ma in realtà conoscono solo il suo nome. Non sanno nulla sui migliori elementi. Se ti guardi indietro, molto indietro, ti accorgi che molti stranieri non li hai conosciuti veramente fino a quando non hanno realizzato una grande vittoria. Nessuno conosceva Pacquiao fino a quando non è diventato un nome importante. Spero che i tifosi la smettano di criticare gli atleti, ci vuole molto coraggio a salire sul ring”.

L’unica affermazione che mi sento di condividere in questa accorata difesa dei propri interessi è “ci vuole molto coraggio a salire sul ring”.

Il match con Povetkin è diventato un affare comico.

Annunciato, rinviato, annunciato di nuovo e infine annullato.

Adesso scopriamo che il secondo esame del test antidoping del russo è risultato negativo. E allora, cosa farà il Wbc? Prevedo cause e grane a ripetizione. Nel frattempo Deontay Wilder continuerà a intascare borse importanti, a misurarsi con rivali improbabili, a permettersi due anni e passa senza incontrare lo sfidante ufficiale.

Jan 16, 2016; Brooklyn, NY, USA; Deontay Wilder celebrates after knocking out Artur Szpilka in the ninth round of their heavyweight title boxing fight at Barclays Center. Wilder defeated Szpilka via ninth round knockout. Mandatory Credit: Adam Hunger-USA TODAY Sports

Il regolamento del World Boxing Council recita (articoli 3.5 e 3.6)

3.5

Obblighi difesa obbligatoria

Tutti i campioni del WBC devono fare almeno un (1) difesa obbligatoria l’anno, salvo deroga concessa dal WBC a sua unica discrezione. Al campione può essere richiesto di effettuare più di una difesa obbligatoria per anno, nel caso in cui il WBC abbia designato per qualsiasi motivo più di uno sfidante ufficiale. Nessun incontro potrà essere considerato una difesa obbligatoria a meno che non espressamente approvato come tale dal WBC e realizzato esclusivamente con lo sfidante designato dal WBC. Lo sfidante che vince il titolo eredita gli obblighi della difesa obbligatoria del campione che ha sconfitto, a meno che il WBC non decida diversamente.

3.6

Tempi e prolungamento dell’obbligo di una difesa ufficiale

I periodi di tempo per le difese ufficiali indicati in queste regole possono essere modificati dal WBC a sua unica discrezione nel caso di circostanze particolari.

Io non sono pratico di regolamenti, cavilli legali e altre cose simili. Ma ho l’impressione che l’intero manuale di comportamenti avrebbe potuto ridursi a una sola riga.

1.1 (e fine)

Il Wbc è libero di decidere come vuole in ogni occasione.

Ogni volta che cerco di seguire un percorso logico nel pugilato, mi viene immancabilmente in mente Comma 22 (dal romanzo Catch 22 di Joseph Heller): Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”.

E allora, siamo davvero sicuri che il calcio sia il solo mondo ad essere finto e iprocita?

 

L’angoscia di Los Angeles e l’incubo di una maratona maledetta…

2Seduto sulla panchina proprio sotto il segnale della fermata, aspetto il prossimo bus che mi porterà in Rodeo Drive.

Lei cammina con andatura irregolare. Quando la vedo mi sembra che sia avvolta dalla nebbia. Ondeggia, ha le gambe dritte e rigide, i piedi rischiano di incrociarsi a ogni passo.

Ha braccia lunghe e magre, la spalla destra è alta e non allineata con la sinistra, che piega verso il basso.

Taglia il traffico come se anziché trovarsi su Wilshire Boulevard fosse su una spiaggia deserta. Le macchine le passano accanto sfiorandola, mentre tutto attorno lo smog forma una sottile cortina grigia.

Le urlo di togliersi da lì, la imploro di tornare sul marciapiede.

Ho paura che un guidatore disattento possa farle del male.

Ma lei ignora ogni invocazione e continua ad avanzare verso di me.

Ha lo sguardo fisso nel vuoto, gli occhi sono senza luce.

L’ingorgo di automobili diventa sempre più fitto, il traffico impazzisce, qualcuno perde la pazienza e accelera.

Urlo.

Mi sveglio.

Ancora lo stesso incubo.

1Mi metto a sedere sul letto mentre le prime luci dell’alba vengono a rischiarare la triste stanza d’albergo. Mi guardo attorno.

Pile di giornali sul lettino accanto a quello su cui dormo.

È il mio archivio di lavoro. L’ho preparato con cura a Roma. Ritagli, appunti, schede.

Davanti agli occhi, nella parete di fronte, ho il cassettone su cui troneggia la televisione. Non mi va di accenderla, anche se so già che non ce la farò a riprendere sonno.

Meglio cercare qualcos’altro che accompagni il risveglio.

Magari un po’ di musica, quella che mi piace ascoltare quando sono triste.

Accendo la radio.

Cantaci una canzone tu sei il pianista

cantaci una canzone stanotte

beh abbiamo tutti voglia di una melodia

e siamo tutti con te

Il vecchio apparecchio sul comodino trasmette “Piano Man” di Billy Joel.

Sono stato fortunato.

Mi alzo, appoggio la fronte al vetro della finestra per cercare un po’ di fresco che non trovo, poi guardo giù.

Venticinque piani sotto di me Los Angeles si sta svegliando, anche se a me in realtà sembra che non riesca mai a dormire.

Fatico a entrare in sintonia con questa città. Strade enormi, automobili che non finiscono mai, ristoranti che sembrano campi di calcio, non c’è un solo posto che mi ricordi casa.

Mi sento solo tra milioni di persone.

catFaccio la doccia e scendo per la colazione. Mangio un pezzo di crostata e bevo quel bibitone di latte e finto caffè che qui si ostinano a chiamare cappuccino. Nella breakfast room dell’albergo mi guardano come se fossi un marziano mentre mandano giù uova, bacon, salsicce, patate e qualsiasi altra cosa riescano a ingozzare alle sette e trenta del mattino.

Odio starmene da solo al tavolo di un ristorante. Accade così che spesso mi porti dietro un libro, tanto per sentirmi in compagnia.

“La torta che scelse era sormontata da un razzo spaziale e da una rampa di lancio sotto una manciata di stelle bianche e un pianeta di zucchero rosso. Il nome, SCOTTY, sarebbe stato

tracciato a lettere verdi sotto il pianeta…”

“Cathedral” non è ancora uscito in Italia, Raymond Carver da noi lo conoscono in pochi. Io l’ho scoperto quasi per caso.

Leggo qualche pagina ogni sera, prima di addormentarmi o al mattino mentre, come diciamo a Roma, inzuppo la crostata nel cappuccino. Carver mi regala piacevoli sensazioni.

3Era il 5 agosto dell’84, mancava poco alle undici del mattino di quella domenica.

Le persone all’uscita del tunnel che portava in pista cominciavano a muoversi nervosamente. Alla fine sbucava lei.

Gabriela Andersen-Schiess era il ritratto della sofferenza, il volto deformato dalla fatica in una maschera tragica. Puntavo il binocolo. Faticavo a vedere i suoi occhi, erano infossati nelle orbite e sembrava stessero cercando disperatamente di rivedere la luce. Capelli corti, bagnati dal sudore che li appiccicava su un cranio protetto solo parzialmente da un berrettino bianco. Aveva maglietta e pantaloncini rossi e il numero 323 che era ormai diventato appena visibile.

Avanzava piegata innaturalmente sul lato sinistro del corpo, come se una forza misteriosa la attirasse verso la pista.

Lo sguardo era perso nel vuoto, ondeggiava paurosamente dirigendosi verso l’arrivo. Non sapeva neppure dove si trovasse.

I ricordi degli ultimi due chilometri erano avvolti nel buio, ma quando entrava nello stadio capiva che il traguardo era vicino.

Aveva la mente annebbiata, ma sapeva che doveva finire la corsa. L’aveva giurato a se stessa.

A trentanove anni non avrebbe avuto un’altra occasione.

dorando-pietri-007A chiunque guardasse quel fantasma che si muoveva lentamente e con scarsa coordinazione degli arti non poteva che venire in mente Dorando Pietri, per me che sono italiano l’associazione era ancora più forte.

Era il 1908, settantasei anni fa, ma la reazione della folla era stata la stessa. La gente scattava in piedi e applaudiva.

Un attimo dopo erano tutti lì a chiedere che qualcuno fermasse quello spettacolo angosciante.

Attratti dalla drammaticità della situazione, ma in cerca di qualcosa che scaricasse i loro sensi di colpa.

Lei cercava di dominare con la forza della mente un corpo stremato dalla fatica e quasi totalmente disidratato. La vedevo respingere il tentativo di un dottore e di un paramedico che volevano darle soccorso. Sentiva che le forze la stavano abbandonando, ma continuava ad avanzare. Le gambe si incrociavano, procedeva a zig zag dando l’impressione di crollare da un momento all’altro. Ma andava avanti.

C’erano trentadue gradi a Los Angeles e l’umidità raggiungeva il 90%.

Gabriela impiegava poco meno di sei minuti per percorrere gli ultimi quattrocento metri.

Venti minuti dopo l’arrivo della vincitrice, tagliava il traguardo.

Gli ultimi metri erano un’angosciosa rappresentazione della sofferenza. Riusciva a mettere assieme capacità di sopportazione, spirito di sacrificio, volontà. In migliaia vivevamo quel dramma e speravamo che non sconfinasse nella tragedia.

gabriela-andersen-schiess-maraton-femenian-los-angeles-1984-locos-por-correrCi chiedevamo se i medici facessero bene a non fermarla.

Eravamo allo stesso tempo sadici e compassionevoli. Lei era disidratata, rischiava di collassare.

Ma continuava a venire avanti con un’andatura innaturale e alla fine ce la faceva. Superava il traguardo, trentasettesima su quarantaquattro concorrenti. Poi crollava esausta, ma felice. Una felicità molto ben nascosta nell’anima, il suo corpo raccontava infatti un’altra storia e mi lasciava in uno stato di inquietante imbarazzo. Ero contento che ce l’avesse fatta, ma mi domandavo quanto di questa contentezza fosse da attribuire a un’impresa al limite delle forze umane e quanto alla storia che rappresentava per un giornalista in cerca di qualcosa che entrasse nel cuore dei lettori.

Il dubbio mi tormentava.

Gabriela era appena entrata nella storia dei Giochi.

E nei miei incubi.

cover(da I MIEI GIOCHI di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 314 pagine, 16 euro)

 

I peccati della Tv. Ha reso ricchi pochi e tolto popolarità universale alle boxe

coverLa boxe è uno sport che più di altri, al pari forse solo del ciclismo, si presta al racconto. Lo dimostrano film meravigliosi come Lassù qualcuno mi ama, Toro scatenato, Città amara, il primo Rocky e tanti altri ancora. Lo testimoniano libri di successo come La bistecca, La sfida, Il re del mondo o canzoni come Hurricane, The hitter, The boxer.

Insomma, le vicende pugilistiche si prestano alla narrazione, offrono drammaticità, spessore dei personaggi, storie che hanno radici profonde nella società e un misto di tradimenti, onore, emozioni, meschinità. Tutti lementi in grado di garantire il successo a chiunque abbia un po’ di talento e quel misto di passione e rispetto indispensabili per parlare degli altri, non sempre e solo di se stessi.

La boxe ha storia, personaggi celebri, tradizioni.

Eppure è diventata muta.

Non solo in Italia dove sembra spettacolo riservato a pochi, uno sport di nicchia per nostalgici. Ma anche in quei Paesi dove ha ancora successo, dove raccoglie migliaia di spettatori e fa girare tanti soldi. Parlo, tanto per capirci, di Inghilterra e Germania. Ma anche Stati Uniti e Messico. E questo accade perché al pugilato è stata negata l’universalità. Il suo spettacolo è stato riservato a pochi eletti.

La pay per view ne ha limitato i confini, pur avendo portato soldi quanti questa disciplina non ne aveva mai avuti.

Non ci sono più i grandi personaggi di una volta. E ve lo dice uno che da sempre è convinto che dietro ogni pugile ci sia una meravigliosa storia da raccontare. Il fatto è che finisci per raccontarla a un pubblico ristretto, a qualche appassionato e nulla più.

Prendiamo il match più chiacchierato degli ultimi vent’anni.

mayweather-vs-pacquiao-2015Mi riferisco a Mayweather vs Pacquiao.

La pay per view ha registrato picchi da record: 4,4 milioni di persone hanno comprato l’evento portando nelle casse degli organizzatori oltre 400 milioni di dollari. Tutti felici e contenti. Ma gli Stati Uniti hanno una popolazione di 319 milioni di abitanti e quel numero non rappresenta in assoluto nulla di eccezionale.

Spence vs Bundu in chiaro su NBC ha fatto 4,6 milioni.

Mike Tyson vs Buster Mathis jr nel ’95 in chiaro su Fox ha fatto registrare 16,9 milioni di media.

olivaOliva-Gonzalez (10 gennaio 1987) trasmesso attorno alle 22 da Rai 1 ha raccolto quasi dieci milioni di telespettatori.

I match di Gianfranco Rosi (anni Ottanta, inizio anni Novanta) oscillavano tra i 4 e i 5,5 milioni.

Il passaggio dalle trasmissioni in chiaro a quelle a pagamento ha ridotto drasticamente i numeri.

Roy Jones, uno dei più grandi dei tempi moderni, è conosciuto solo tra gli appassionati. Lo stesso Floyd Mayweather pugile di infinito talento e personaggio di impatto immediato non ha una popolarità pari alle sue qualità.

Muhammad Ali ha portato la boxe nelle case del mondo, ha conquistato anziani e bambini, ricchi e poveri. È stato un personaggio universale. Nessun altro pugile potrà più esserlo. Ai moderni manca il carisma, certo, ma anche il mezzo per diffondere e promuovere il prodotto. Cioè, se stessi.

Non ci sono più grandi personaggi, Mayweather è stato una rarità e per questo ha guadagnato una montagna di soldi.

In Inghilterra l’idolo del momento è Anthony Joshua, negli Stati Uniti uno degli eroi è Canelo Alvarez, in Germania ci sono Marco Huck e Arthur Abraham. Niente che possa conquistare il cuore del mondo.

Per vedere il pugilato bisogna pagare.

È una legge commerciale.

Tutto questo ha spento le luci, reso meno universali i protagonisti.

tysonBisognerebbe essere in grado di ricostruire l’intero edificio.

È un po’ quello che sta accadendo nell’editoria, un fenomeno (negativo) che non risparmia nessun Paese. I giornali vendono sempre meno.

In Italia la crisi ha toccato livelli impensabili appena una decina di anni fa. La difficoltà in alcuni casi ha portato a un impoverimento dell’offerta e questo non ha fatto altro che peggiorare le cose innescando un circolo vizioso che potrebbe all’estinzione del prodotto stesso. Resisteranno solo i più forti, quelli in grado di garantire ancora un servizio qualitativamente elevato.

La boxe dovrebbe fare lo stesso.

Concentrarsi sulla qualità.

Rendere ogni riunione, anche la più piccola, simile a un grande evento senza aumentare i costi a dismisura.

Qualità dei pugili proposti, abilità nella compilazione del programma, promozione dell’evento, originalità del luogo che ospita lo spettacolo. Garanzie di programmazione televisiva (ha senso vedere alle 00:30 il giovane pugile più interessante del momento, con un ritardo di due ore rispetto alla programmazione annunciata?) che capisca cosa sta proponendo.

È un lavoro per professionisti, a questo punto del gioco i dilettanti (non parlo di pugili ovviamente) non sono più ammessi. Pena il calo delle saracinesche e buonanotte ai suonatori.

Saul Alvarez of Mexico celebrates after knocking out opponent Carlos Baldomir of Argentina during their WBC Super Welterweight Silver Title fight at the Staples Center in Los Angeles, on September 18, 2010. AFP PHOTO/Mark RALSTON (Photo credit should read MARK RALSTON/AFP/Getty Images)

Nel mondo ha ristretto il bacino di utenza.

Da noi ha azzerato anche la messa in onda.

La Rai tratta il pugilato come se fosse uno sport per pochi intimi.

Sportitalia ha smesso di seguirlo e si sta esibendo in una serie di brutte figure degne di peggior causa.

L’unica a resistere è Fox Sport che trasmette grandi riunioni internazionali e il meglio dell’attività che coinvolga un italiano.

Eccoci tornati alla qualità.
È quella che serve. E quando c’è bisogna farlo capire bene a chi è dall’altra parte del tavolo o provare a inventarsi qualcosa di diverso.

La boxe è diventata sport per pochi, non facciamola diventare sport di nessuno.

E pensare che ci sarebbero tante storie da raccontare…

 

È il 26 dicembre 1908. Jack Johnson diventa il nuovo re dei massimi. Ed è nero

copia-di-2Natale 1908. Sammy Jackson, seduto su una vecchia poltrona nella sua casa di Sydney, legge per la quarta volta una lettera. Viene da Atlanta.
La vita è dura per noi neri in America. Ci linciano perché siamo diversi. Non abbiamo diritto al voto. Chiese, teatri, treni, ristoranti, parchi e addirittura marciapiedi diversi. Siamo considerati inferiori anche alle bestie. La schiavitù è finita da cinquant’anni, ma continuiamo a vivere in case che rischiano di crollare da un momento all’altro. L’unica cosa che abbonda sono le malattie. La criminalità è padrona dei ghetti dove ci hanno segregato. Viviamo nel West End. Nomi diversi, per posti sempre uguali. A New York è San Juan Hill o Harlem, Seventh Ward a Philadelphia, South Side a Chicago. Ora però c’è una speranza. Jack Johnson affronterà Tommy Burns per il titolo, lo batterà e diventerà il primo nero campione del mondo dei pesi massimi. Ti invidio, potrai vederlo vincere per noi
Tuo cugino Timoty”.

3Tommy Burns è il nome con cui combatte Noah Brusso. È un franco-canadese di ventisette anni, ha conquistato il titolo mondiale sconfiggendo Marvin Hart in 20 round.
Johnson insegue Burns sfidandolo in ogni occasione. Ma l’America non vuole un nero come campione dei massimi. In Tennessee, nel 1866, è nato il Ku Klux Klan. Un gruppo razzista che odia i neri fino a ucciderli. I suoi capi si chiamano Gran Dragone, Gran Titano, Gran Ciclope. Sono tutti alle dipendenze di uno Stregone Imperiale. Indossano tuniche e cappucci bianchi, erigono croci fiammeggianti sulle colline, si muovono con spedizioni notturne per picchiare, linciare, assassinare i neri.
Il KKK si schiera decisamente contro il match. Minacciano ritorsioni contro chiunque si azzardi a organizzare la sfida.
Il campionato si fa in Australia. Anche lì le tensioni razziali sono forti, lo sterminio degli aborigeni della Tasmania da parte dei coloni inglesi e le leggi anti-immigrazione hanno creato un clima di conflittualità estrema. I giornali contribuiscono ad aumentare la tensione.
«L’Australia è per gli uomini bianchi», scrive il Bulletin.
Tommy Burns è perfetto per incarnare il ruolo del protagonista. Un piccolo bianco che deve lottare contro il gigante nero corrotto e malato di sesso.

4Jack Johnson si fa costruire un sacco di allenamento a forma d’uomo e vi dipinge sopra la faccia di Burns, sotto scrive «pig», porco. Questo e altro gli ha insegnato anni prima Joe Choynski, un californiano che dopo averlo sconfitto per ko al terzo round è finito in prigione assieme a lui per avere dato vita a un match tra pugili di razze diverse.
Per il mondiale con Jackson, Burns prende la più alta borsa della sua carriera: 30.000 dollari. Per il match d’esordio, otto anni prima, aveva guadagnato un dollaro e 25 centesimi. Intasca tanto, ma rimedia anche una dura lezione. Per rendere un’idea di come vada, basta leggere i titoli dei giornali il giorno dopo.
«Il massacro di Sydney», è il commeno più tenero.

Burns viene punito da Johnson, che dopo ogni colpo apre la bocca in un ampio sorriso, mostra i suoi quattro denti d’oro e lo sbeffeggia.
«Ehi, Tommy. Pensavo fossi un combattente, un uomo che sapeva dare battaglia. Mi sono sbagliato. Vieni avanti, picchia. Fa’ qualcosa».
Jack tiene in piedi il nemico bianco, colpendo lui punisce un’intera razza. L’incubo per Burns finisce alla quattordicesima ripresa, quando interviene il sovrintendente di polizia Frank Mitchell e dichiara chiuso il combattimento.
È il 26 dicembre 1908, Jack Johnson è il nuovo campione dei massimi.
Ed è nero.
(da “Dodici giganti. Pesi massimi, un secolo di storie” di Dario Torromeo, Edizioni Libri di Sport, 132 pagine, 13 euro)

 

 

Lai candidato presidente Fpi: Pedro Roque coach azzurro, Apa responsabile dei prò da resettare

vittorio-copia-2Vittorio Lai, sardo di Seui nell’Ogliastra. Classe 1944, pensionato, quadro delle Poste Italiane.
Vice presidente federale uscente, coordinatore settore nazonali dilettanti AOB.

Vittorio Lai, perché si è candidato alla presidenza della Federazione Pugilistica Italiana?

“Sarei rimasto volentieri fuori, ma mi sono convinto che dovevo dimostrare il mio amore per il pugilato”.

Lei è stato accanto ad Alberto Brasca come vice per l’intero ultimo quadriennio. Perché si è staccato?

“Dopo Rio, come tutto il Consiglio Federale ho appoggiato la posizione di Brasca. Su un solo punto, però fondamentale, non ero d’accordo. Lui era convinto che il ct dovesse essere un italiano. Io no”.
Ho avuto l’impressione che in molti si siano allontanati in fretta da Brasca, lasciandolo improvvisamente solo.

“La solidarietà c’è stata fino all’ultimo Consiglio Federale. Ma ha voluto portare avanti il suo progetto e personalmente non l’ho più potuto seguire. Il CF è stato d’accordo, avrebbe potuto addirittura chiamare subito un tecnico. Per rispetto per chi verrà dopo, non l’abbiamo fatto”.

Perché è contrario a un italiano alla guida della nazionale?

“Sarebbe un errore. Da noi ogni allenatore si crede il migliore di tutti, per questa ragione contesterebbe chiunque fosse scelto. Bisognerà optare per una persona al di sopra di ogni sospetto”.

Chi è il nome che ha in mente?

“Sono convinto che l’uomo giusto sia Pedro Roque. Cubano, professionista di 60 anni che ha allenato in tutto il mondo. Spariglierebbe i giochi”.

Negli ultimi se ne è andato in giro a intascare stipendi onerosi.

“Come tutti i grandi tecnici itineranti pretende soldi, attualmente credo guadagni dai tredici ai quindicimila dollari al mese. Ma è una persona che fa bene il suo lavoro”.

È convinto che basti venire da Cuba per essere bravi?

“Il suo curriculum non si discute. E poi, mi chiedo: se in tutto il mondo ci sono settanta tecnici cubani che operano con successo, non vorrà forse dire che quella è un’ottima scuola? Gran Bretagna e Francia sono degli incapaci? Il Marocco era a zero e si è tirato su. Sì, sono fermamente convinto che Pedro Roque sia la soluzione giusta”.

Come si dovrebbe muovere il cubano?

“Il tecnico federale dovrà essere itinerante, portare qualità in giro per l’Italia. Ci affideremo ai Comitati Regionali che sono quelli che lavorano più a contatto con la realtà locale. Chiederemo loro di allestire degli stage dove selezionare gli elementi più promettenti. Il coach azzurro sceglierà, parlerà con i tecnici cercando di instaurare una linea comunque, un’unità di intenti”.

Che fine farà il Centro Tecnico di Assisi?

“Di una cosa sono certo: non dovrà più essere un Centro Vacanze. I ragazzi ci andranno con i loro tecnici a fare la rifinitura della preparazione. Ha tutto per essere un luogo di altissima specializzazione. È questo che dovrà essere. Dobbiamo tirare fuori il meglio dai dilettanti senza portarli fuori dal loro ambiente, senza allontanarli da scuola, famiglia e per molti il lavoro. Assisi è un posto fantastico che il mondo ci invidia. Ma deve essere un posto dove allenarsi, dove ritrovare tutti assieme l’orgoglio. Insisto, non potrà essere un Centro Vacanze”.

A mio avviso la nazionale azzurra ai Giochi ha portato a casa un risultato disastroso. È d’accordo?

“I pugili italiani sono andati benissimo sino alle qualificazioni. Poi sono arrivati a Rio convinti di essere già sul podio. Non è andata così. Per prendere una medaglia devi soffrire. L’Uzbekistan ha sofferto maledettamente per un anno e ha portato a casa i risultati. Va ripensata l’intera struttura. Credo che un anno sia sufficiente per sparigliare la situazione e restituire serenità”.

Io dico che l’ultimo quadriennio è stato un fallimento. Lei è d’accordo?

“Abbiamo fatto un eccellente lavoro a livello giovanile, portando a casa cento medaglie tra tornei e competizioni varie. Non siamo una Federazione scalcinata”.

E l’Olimpiade?

“Non è andate bene per nessuno, uomini e donne”.

Mi chiedo: lei è il vice presidente federale, il coordinatore del settore nazionale dilettanti AOB, perché il pugilato dovrebbe darle fiducia dopo un risultato così disastroso soprattutto in chiave olimpica?

“Calma. Le cose non stanno esattamente così. Ero il coordinatore, ma non mi occupavo in prima persona del settore Elite. La squadra femminile era affidata a Sergio Rosa che si relazionava con il ct. L’elite maschile, la squadra olimpica, era di competenza esclusiva di Alberto Brasca. Nessuno di noi vi ha messo bocca, era una sua priorità. Io mi sono occupato del settore giovanile assieme a Coletta e Russo. Se sarò eletto seguirò personalmente la nazionale. Ho le mie idee, non contesterò mai i tecnici, ma suggerirò di convocare alcuni atleti e i loro maestri. Qualcosa ci capisco…”.

Come intende comportarsi con il professionismo?

“Enrico Apa sarà il responsabile unico del settore con totale libertà di scelta dei collaboratori. Sarà uno dei due vice presidenti, l’altro sarà Flavio D’Ambrosi che avrà la delega sul dilettantismo. Il professionismo è un settore in una situazione molto critica. Mancano i veri imprenditori, i manager, gli organizzatori come quelli che ci sono in Germania o Gran Bretagna. Non ci sono grandi sponsor che investono su un pugile. Prendi Lomachenko, hanno creduto in lui e ora guadagna una montagna di soldi. Non ci sono organizzatori come potevano esserlo Spagnoli o Sabbatini”.

E allora?

“Bisognerà resettare tutto e ripartire con calma dalla poche cose buone che ci sono. Dovremo offrire spettacoli accettabili da portare in televisione. I professionisti dovranno dimostrare competenza e capacità. Attualmente i pugili sono relegati in un angolo. Quanti sono quelli che possono dire di vivere di solo pugilato? Le ASD devono cercare sponsor, allenare il pugile, aiutare ad allestire le riunioni e non ricevono niente in cambio. Perché non consentire loro di organizzare fino al titolo italiano?”.

Il professionismo soffre da tempo la mancanza di ricambi. I dilettanti buoni restano tali a vita, grazie anche ai contributi dei Gruppi Militari. Cambierà qualcosa?

“Abbiamo fatto un grande lavoro con i Gruppi Militari”.

Direi che sono stati i Gruppi Militari ad avere fatto un grande lavoro per voi.

“Abbiamo lavorato assieme. Ora è arrivato il momento di cambiare qualcosa. Non saranno più in classifica, i punteggi saranno accreditati al 100% alle società orginarie. Attualmente qualsiasi pugile “militare” percepisce uno stipendio. Se diventerò presidente, il pugile potrà decidere di restare nel Gruppo e passare al professionismo conservando i vantaggi, pensione compresa, di essere un militare”.

Cosa manca al professionismo?

“La capacità di essere uno sport appetibile. Oggi se organizzi in un comune che offre il suo contributo, il 90% delle volte quel comune non ti richiama. Esattamente il contrario di quello che accade con i dilettanti”.

Come sarà il suo rapporto con l’Aiba?

“Ci muoveremo sul piano di una critica costruttiva. Faccio un esempio. Gli schoolboys da noi hanno un limite di 13 anni, molte nazioni volevano abbassarlo a 12. Mi sono battuto come Italia contro tutti. Non poteva passare, da noi il Ministero della Salute non lo avrebbe mai permesso. Alla fine abbiamo vinto. Abbiamo anche tolto i verdetti di kot o kot per ferita, reinserendo rsc e rsc per ferita. E poi la grande novità: se un tecnico si accorge che il suo pugile sta subendo in modo drammatico, può chiamare l’arbitro e far chiudere il match. Quella sarà registrata come una sconfitta ai punti”.

Ho sentito che vorrebbe portare delle modifiche anche al settore comunicazione.

“Lo ristruttureremo totalmente. E incideremo anche su una rivista storia come Boxe Ring. La domanda che dobbiamo farci è: va tenuta o cancellata? Se va tenuta, e io sono di questo parere, va rivalutata. Deve essere degna del suo passato”.

Ultima domanda. Anche lei ha alle spalle un amico importante come Franco Falcinelli?

“Sono suo amico da oltre quarant’anni. Come sono amico di tante persone che non la pensano come me e si muovono da avversari. Di certo a Franco non ho mai chiesto favore personale”.

Joshua vs Klitschko, a quattro mesi dal match venduti in poche ore 50.000 biglietti…

coverAnthony Joshua e Wladimir Klitschko si affronteranno il prossimo 29 aprile allo stadio di Wembley, Londra.
Il promoter Eddie Hearn ha messo in vendita i primi 50.000 biglietti che sono andati esauriti in poche ore.
Il 16 gennaio saranno disponibili gli altri 30.000.
Hearn ha già chiesto al sindaco Sadiq Khan la possibilità di avere la possibilità di venderne altri 10.000 per un totale da record (nel dopoguerra) per il Regno Unito di 90.000 biglietti che dovrebbero portare un incasso di oltre 9,5 milioni di euro. Il prezzo minimo sarà di 53,5 euro. Quello più caro di 404,5 euro.
Dalla vendita dei diritti Tv dovrebbero entrare circa 50 milioni di euro.
Non sarà Mayweather vs Pacquiao (la differenza la farà la pay per view), ma non ci si può lamentare.

Devastante ko di N’Dam, nuovo campione interim dei medi Wba (video)

756629-696x463È strana la storia di Hassan N’Dam N’Jikam, camerunense di 32 anni.
Sabato era al primo match dopo la disastrosa avventura dei Giochi di Rio in cui ha fatto parte del ristretto gruppo dei professionisti, avventura che doveva essere rivoluzionaria e si è conclusa con un disastro.
Ci era arrivato senza troppa convinzione. Una settimana prima aveva combattuto a Le Cannet contro Tomasz Gargula (18-2-1, 5 ko) in un match che era previsto sulle distanza delle otto riprese. Una successo facile facile, con il polacco (al tappeto già nel terzo round) che non aveva opposto alcuna resistenza.
Poi era volato in Brasile. E lì si era accorto che Michel Borges, il brasiliano che era salito sul ring assieme a lui nel match d’esordio, non aveva alcuna intenzione di imitare Gargula. Lui il combattimento voleva farlo.
Hassan N’Dam N’Jikam (33-2-0, 19 ko da professionista, ex campione Wbo dei medi) aveva impiegato sei minuti a capire dove si trovasse e per cosa stesse combattendo. Poi, nel round finale, aveva provato a fare qualcosa che giustificasse il clamore che era stato fatto attorno al suo nome.
Le Olimpiadi aperte ai professionisti!” aveva annunciato trionfante il presidente Wu. Poi aveva promesso Mayweather, Pacquiao, Klitschko e chissà chi altro ancora. Alla fine il camerunense era rimasto il fiore all’occhiello, l’uomo più titolato. Meritava i titoli dei giornali.

hassan-n-dam-ko-boxe-alfonso-blanco-720x402Ma l’ex giovanotto non poteva fare di più.
Combatteva tra i mediomassimi, una categoria che non è decisamente la sua. Era reduce da una preparazione ispirata al professionismo senza alcun tentativo di adattamento a uno sport totalmente diverso come è il dilettantismo olimpico. Non aveva dentro il sacro furore. Perché uno che fa dichiarazioni avventate per giustificare un incontro sulle otto riprese a una settimana dai Giochi non ha capito cosa questi siano.
Io sono un professionista, questa è la mia carriera e questo è il mio lavoro“.
Ma non sarà difficile passare in così poco tempo dalle otto alle tre riprese?
Ho già dimostrato di sapermi adattare“.
Quando partirà per Rio?
Lunedì, il primo match è sabato. Ho tutto il tempo per superare i problemi legati al fuso orario“.
Così aveva parlato N’Dam subito dopo il kot7 con cui aveva liquidato il rassegnato polacco.
Michel Borges aveva regalato gioia ai suoi tifosi, i brasilianni avevano applaudito la chiara vittoria ai punti del loro 25enne connazionale.

N’Dam è tornato a casa, si è allenato duramente e sabato ha affrontato il campione interim Wba dei medi, Alfonso Blanco: 12 match, 12 vittorie con 5 ko, due anni più giovane.
La sfida è durata ventuno secondi, kot al primo round.
Un destro devastante ha chiuso la partita. Un knock out spettacolare, davvero spettacolare.
Rio è cancellata, meglio il professionismo…