Ronda Rousey va ko dopo 48 secondi, ma intasca tre milioni di dollari…

rrRonda Rousey è rimasta protagonista assoluta della scena fino a quando il match non ha avuto inizio.
Sua la borsa più alta: 3 milioni di dollari contro i 100.000 finiti nelle tasche di Amanda Nunes.Per lei il tifo del pubblico di Las Vegas e di quello davanti alla televisione che trasmetteva lo spettacolo in pay per view.
Poi, l’incontro valido per il mondiale gallo femminile UFC è cominciato.
E allora sull’ottagono c’è stata una sola stella, quella della brasiliana che ha travolto di colpi una Rousey che è sembrata totalmente incapace di difendersi. La Nunes ha vinto solo con i pugni: uno, due, quattro, otto. Colpi precisi che hanno centrato al volto la rivale, l’hanno scossa, l’hanno portata sull’orlo del baratro. Ronda è stata salvata dall’intervento dell’arbitro.
Erano passati appena 48 secondi dall’inizio del combattimento e tutto era già finito. Seconda sconfitta consecutiva prima del limite, delusione profonda, limiti tecnici evidenti messi in mostra, incapacità di reggere la tensione.

Ora ci sarà il ritiro dalle scene?
Molti giornalisti avrebbero voluto chiederlo proprio a lei, ma Ronda è scappata via senza che nessuno potesse rivolgerle una domanda.
Amanda Nunes intanto festeggiava. Prima zittendo il pubblico che a suo avviso non aveva creduto in lei, poi esplodendo in una irrefrenabile manifestazione di gioia.
Si è probabilmente chiusa qui l’avventura di Ronda Rousey, un personaggio che ha regalato grande popolarità alle MMA, ma che da questo momento in poi dovrà pensare soprattutto a ricostruire la fiducia in se stessa.
Non solo nello sport, ma anche nella vita.

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Storia di Sonny Liston, non si sa quando e dove sia nato. Non si sa quando e chi l’abbia ucciso…

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Ultimi giorni del 1970, Sonny Liston muore a Las Vegas.
Sembra fosse il 30 dicembre, ma avrebbe anche potuto essere il 29.
Un mistero, come tutta la sua vita.
Questa è la sua storia di un uomo solo

DI NIENTE è stato mai sicuro Sonny Liston, neppure di quando o dove sia nato. Nessuno conosce il giorno della sua morte. Solo lui e l’uomo che lo ha ammazzato potrebbero darci una risposta certa.

Dicono sia venuto al mondo l’8 maggio 1932. Così giurano i manager. Avrebbe potuto anche essere l’8 gennaio dello stesso anno. Così sembrava ricordare la madre. Oppure il 7 febbraio del 1927, come è scritto sulla fedina penale. Anche sul luogo non si hanno certezze. Era una zona dove si coltivava cotone. Pine Bluff o Little Rock in Arkansas? Memphis, nel Tennessee? Forse Sand Slough, all’interno della Morledge Plantation dove lavorava Tobe Liston. Il padre.

Sonny ha una cicatrice sulla guancia, sul torace una linea lunga e sottile marchia il suo corpo. Ma sono quei segni color rame sulla schiena, ricordi di vecchie frustate, a raccontarci chi sia Charles L. Liston. Ha gli occhi grandi, palle che sembrano schizzare via dalle orbite. Trasmettono paura, tristezza, infelicità.

Tobe Liston era un uomo piccolo, pesava 66 chili, era alto appena 165 centrimetri. Sposato con Leona, avevano avuto tredici figli: sette dei quali erano sopravvissuti al parto. Si era poi risposato con Helen Baskin (un donnone: 40 chili più pesante di lui, dieci centimetri più alta). Big Hela, come la chiamavano gli amici. Era giovane, aveva 27 anni meno del marito. Con lei, Tobe avrebbe avuto altri nove figli.

Vivevano con i pochi dollari guadagnati lavorando come mezzadri. Tre quarti del raccolto andavano al padrone del terreno, solo un quarto rimaneva per loro. Erano arrivati in Arkansas nel 1916, venivano dalle terre del Mississippi River. Con loro una folla di figli, un nonno vecchio e malato. Abitavano in un’unica grande stanza, le finestre erano dei buchi nelle pareti. Big Hela doveva coprirle con il cartone per limitare i danni provocati dal vento. Nella baracca c’era il gelo di inverno, un’afa insopportabile d’estate. E c’era il papà che frustava Charles, tutti i giorni.

Il piccolo Liston comincia a lavorare a otto anni. Raccoglie il cotone. Di notte prega che la pioggia non rovini il raccolto. Di giorno suda, mentra la fatica gli spezza la schiena e le gambe. Le mani corrono veloci a strappare le capsule soffici dalle piante, le dita si scorticano, il collo brucia sotto il sole. Molti anni dopo, quelle mani sarebbero diventate enormi. Dure sopra, morbide e bianche nella palma. E avrebbero conquistato il mondo.

Il Paradise Memorial Gardens è un’oasi di verde nel sole accecante di Las Vegas, tra Eastern Avenue e Patrick Lane. Nelle prime file del cimitero c’è una piccola lapide. Il rumore assordante degli aerei in atterraggio sulle piste del McCarran Airport, impedisce di pregare in pace. Su quella lapide (foto sotto) è scritto: «Charles Sonny Liston 1932-1970. Un uomo».

«Vuoi trovare la sua tomba? Facile, cerca quella senza fiori».

Il vecchio custode del cimitero conosce benissimo il tipo che gli sta davanti, ma non ha nessuna voglia di fare eccezioni. Mike Tyson è al Paradise Memorial Gardens per rendere omaggio a uno dei grandi della boxe. Uno come lui. Rispettato come pugile, mai amato come uomo. È lì per capire. E ora sa che Sonny Liston non riposa in pace.

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LA SECONDA Guerra Mondiale è appena finita. La piantagione offre raccolti sempre più scarsi, l’unica cosa a crescere è la fame. Big Hela lascia l’Arkansas e con sei figli si trasferisce al 220 di North Beach Street a St Louis. C’è una fabbrica di scarpe che ha bisogno di operaie. Un lavoro, uno stipendio fisso, una vera casa, una città. Helen Baskin, a 49 anni, sembra finalmente serena. Charles la raggiunge dopo qualche mese. In poco tempo diventa alto e grosso. Il 30 dicembre del 1949 ha (più o meno) 17 anni, pesa novanta chili ed è alto 1.80. Deve essere questo fisico robusto a mettergli strane idee nella testa.

Il posto giusto per lui, pensa, è nella criminalità. Porta la data di quel venerdì dopo Natale, il primo rapporto della polizia su un’attività illecita. Tre uomini rapinano un vecchio commerciante. Il bottino è di 45 dollari. I tre delinquenti (non identificati) sono indicati come: Negro #1, Negro #2, Negro #3. Lui è Negro #1 e ora abita al 1006 di O’Fallon Street, al confine tra la zona dei neri e quella degli italiani. I suoi compagni si chiamano Willie Hordan e William James. Un’altra rapina a mano armata in un supermercato, ancora una in un ristorante, un furto, un’intidimidazione, il pestaggio di un poliziotto e il suo indirizzo diventa “Charles L. Liston, Jefferson City. Penitenziario dello Stato del Missouri.”

Dare e prendere cazzotti è lo cosa che gli riesce meglio. Entra in cella nella primavera del 1950. Il reverendo Edward B. Schlattmann è il cappellano del carcere, l’uomo che cura l’anima e il corpo dei reclusi. È infatti anche il responsabile dell’attività fisica. Due lavori, nessuno stipendio. Cosa Liston sia capace di fare con i pugni, è facile da capire. Padre Schlatmann chiede a un altro prigioniero di dare lezioni di pugilato a quel ragazzo grande e grosso che se ne sta tutto il giorno solo e in silenzio. Non sa né leggere, né scrivere. L’isolamento è totale, la boxe può aiutarlo a uscirne.

Si chiama Sonny l’occasionale allenatore e Sonny diventerà il nuovo nome di Charles L. Liston. Il problema è trovare dei guantoni per quelle mani grosse, enormi. Ha un pugno che misura 35 centimetri, solo giganti come Primo Carnera o Jesse Willard l’avevano più grande di lui. Sale sul ring e stende tutti gli avversari. Padre Schlatmann lascia il penitenziario, lo sostituisce il reverendo Alois Stevens. Ora ad allenare Liston è Sam Eveland, campione dei Golden Gloves per lo Stato del Kansas, in prigione per furto di automobili. Padre Stevens, con l’aiuto di monsignor Jack McGuire e di Bob Burnes, direttore del Globe-Democratic, convince due signori a prendersi cura di Charles fuori dal carcere.

Frank Mitchell è nella boxe da sempre, è stato sparring di Joe Louis, ha insegnato ad Archie Moore uno strano stile difensivo “a tartaruga”. Muncey Mitchell è l’editore del St Louis Argus ed è amico di tutti i potenti della città. Il 30 ottobre del ’52 il futuro campione del mondo dei pesi massimi è libero sulla parola. Entrato nel penitenziario di Jefferson City come Charles L. Liston, delinquente abituale a soli 20 anni, ne esce come Sonny Liston. Pugile.

Pochi mesi prima Jimmy Forrest, un sassofonista che aveva suonato anche nell’orchestra di Duke Ellington, compone “Night Train“, un blues struggente. Sarà la colonna sonora della vita di Liston, l’unica canzone che abbia mai imparato a memoria.

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TUTTI NELLA boxe se la cavano bene, tranne il pugile. Lui è l’unico che soffre. È l’unico che finisce sotto i ponti. È l’unico che va via di testa. A volte impazzisce, a volte si dà alla bottiglia, perché la boxe è uno sport molto intenso che ti mette enormemente sotto pressione e un sacco di gente non ce la fa. Sopporti tante cose, poi molli.

A St Louis comandano siriani e siciliani. A guidare gli italiani è John Vitale, a cui è legato Frank Mitchell. Ma Vitale è anche un uomo di Frank Carbo. Il boss della mafia è di New York. Nato come Paul Carbo nel Lower East Side il 10 agosto 1904, cresciuto nel Bronx. A 20 anni commette il primo delitto: un colpo di pistola alla tempia di un tassista. Patteggia la pena e viene condannato per omicidio preterintenzionale. Nel ’28 entra a Sing Sing. Tre anni dopo, mentre è in libertà sulla parola, uccide il miliardario Mickey Duffy. Lo arrestano al Cambridge Hotel sulla 68th, è a letto con una sedicenne che si fa chiamare Vivan Lee e che dichiara di essere un’artista. In realtà il suo nome è Vivian Malifatti e i soldi li fa con la lap dance. Si contorce, praticamente nuda, attorno a un palo o sulle ginocchia dei clienti.

Durante il Proibizionismo, Carbo lavora come killer professionista. Poi diventa un capo e inserisce, dal 1935, la boxe tra i suoi principali interessi. Comanda il pugilato americano e mondiale per oltre vent’anni. Muore, di diabete, nel 1976.

Ha sempre avuto in mano il contratto di Sonny Liston. A lui vanno il 52% delle borse. Il 24% finisce nelle tasche di Joseph “Pep” Barone, il 12% in quelle di Frank “Blinky” Palermo luogotenente di Carbo. Al pugile resta il 12%.

Mi vuoi bene?

E’ la domanda che Sonny continua a fare in giro anche dopo essere diventato campione del mondo. L’unica a regalargli affetto è Geraldine Chambers, operaia in una fabbrica di munizioni a St Louis, madre di Arletha: una bambina di undici anni. Sonny conosce Geraldine in una piovosa serata di marzo del ’56, la sposa nel settembre del ’57. È lei che lo accudisce come un bambino anche quando, già campione, torna a casa ubriaco. Anche quando bussa al 4439 di Fairlin Avenue a St Louis o alla porta della villa di Las Vegas, reduce da una notte di sesso sfrenato con un paio di prostitute, mai meno di due, per il grande, grosso vecchio Orso. È lei a leggergli i giornali che sparano insulti velenosi dopo le sconfitte con Ali. È l’unica ad amarlo. Una dote che non le risparmierà il tradimento.

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Due ganci destri e un sinistro. Sono passati 2’06” dall’inizio del match e Floyd Patterson è già knockout. Sonny Liston è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi. C’è odio, rabbia, frustrazione negli sguardi e nell’anima di molti degli spettatori del Comiskey Park di Chicago la notte del 25 settembre 1962. Hanno tutti tifato per il «negro buono». Sono anni difficili per i neri d’America. Non possono frequentare le università statali, in treno sono costretti a viaggiare in vagoni separati, al ristorante devono mangiare in tavoli separati, hanno anche chiese separate dai bianchi. Fanno lavori inferiori, con una paga inferiore. Nel profondo Sud un bianco può uccidere un nero e sperare, con buone possibilità, di essere assolto.

Martin Luther King ha appena cominciato la battaglia per i diritti civili, nelle strade si canta “We shall overcame” in attesa della grande svolta. Il presidente è John Fitzgerald Kennedy, suo fratello Robert è il Procuratore Generale. Anche loro tifano per il nero integrato, quello che non ti obbliga a pensare, non ti pone dei dubbi, non ti fa paura. L’Orso ha tutti contro.

Floyd Patterson, come dice pubblicamente John Kennedy: “È un esempio per la gioventù”. Il presidente lo convoca alla Casa Bianca, gli ordina: “Devi assolutamente batterlo”. Il campione potrebbe evitare quella sfida, nessuno gliene farebbe una colpa. Ma lui ha paura che la gente, guardandolo in faccia, possa pensare che sia un vigliacco. L’altro ha messo ko Cleveland Williams, Roy Harris, Nino Valdes, Zora Folley. Picchia e sa incassare qualsiasi colpo. Sembra imbattibile. Patterson non può evitarlo.

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Floyd si prepara in un ritiro lontano dal mondo, in un posto che somiglia più a un eremo solitario che a un campo di allenamento. Sonny va in un ippodromo abbandonato, sistema la palestra dove una volta c’era il baracchino delle scommesse. Patterson ha la sconfitta nella mente. Ha paura di perdere, un incubo gli fa compagnia.

Noi pugili abbiamo sempre paura. Non abbiamo paura di farci male, ma di perdere. Perdere sul ring è peggio che in qualunque altro posto. Il pugile sconfitto perde qualcosa di più che il suo orgoglio e l’incontro, perde una parte del suo futuro e torna a un passo dal quartiere malfamato da cui proviene.

Finisce tutto in meno di tre minuti. Floyd Patterson scappa dall’Arena da una porta sul retro, ha la barba finta e gli occhiali neri.

Mentre firma per la rivincita, lo sguardo immobile di Sonny fa pensare a un atto dovuto. La mafia sembra avere deciso per una sua sconfitta. Frankie Carbo governa il pugilato attraverso James Norris e l’International Boxing Commission. Il boss, per il secondo match, sceglie Las Vegas e la data del 22 luglio 1963. La città vive di pochi alberghi, ha un piccolo numero di residenti e tutti i Casinò sono gestiti dalla malavita. Liston alloggia e si allena al Thunderbird di Irving “Ash” Resnick. Sangue, sudore e lacrime il Vecchio Orso ne versa assai pochi. Passa più tempo con le signorine messegli a disposizione da Resnick con grande puntualità, che sul campo di allenamento. Basta comunque per liquidare il povero Patterson.

Uppercut alla mandibola, diretto destro. Ancora un ko al primo round, quattro secondi in più della prima volta: 2:10. Il tenero Floyd travestito per sfuggire alla folla ma soprattutto a se stesso scappa come un ladro. Il “buono” esce tristemente di scena. Sonny Liston non sorride mai, non lo fa neanche ora che è sul tetto del mondo. È triste come se già conoscesse l’incubo che governerà il suo futuro, purtroppo per lui il pericolo sarà più grande di quanto riesca a immaginare.

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NELLA PRIMA sfida si chiama ancora Cassius Clay, il “nome da schiavo”. Convertitosi all’islamismo, lo cambierà in Muhammad Ali. È un giovane pieno di sogni, ma sa già usare armi finora sconosciute nel pugilato. La psicologia, ad esempio. Sonny spaventa i suoi nemici, incute rispetto, paura. Clay scardina questa sicurezza, toglie certezze dal campo del rivale. Si piazza nel giardino di casa Liston alle 3 del mattino e comincia a insultarlo. Arriva su un vecchio autobus, un Flexible 53, dipinto di rosso e di bianco. Danza sull’erba e grida. Prima di presentarsi, avverte giornali e televisioni. Alle 3 del mattino davanti alla casa di un Liston furioso c’è tutta la stampa americana. Cassius vuole che l’altro lo giudichi un buffone e niente più, che abbassi la tensione, che si convinca della facilità di quel match.

Sonny non è il tipo da incassare un affronto e dimenticarlo. La sua è la legge della strada, dove a una provocazione si risponde con un’aggressione. L’occasione arriva presto. L’Orso sta giocando e perdendo ai dadi, quando Clay entra al Thunderbird Hotel & Casino. Il buffone di Louisville comincia a prenderlo in giro. Liston poggia i dadi sul tappeto verde, si gira, fa qualche passo verso quel ragazzo insolente e gli urla in faccia: “Porta via velocemente da qui quel tuo culo nero”. Poi lo fulmina con uno di quegli sguardi che hanno atterrito chiunque abbia attraversato la sua strada. Clay scappa dall’albergo. Gli servono un paio di giorni per riprendersi. E per tornare a recitare.

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Miami Beach, 25 febbraio 1964. Primo match. Liston si danna l’anima nel tentativo di accorciare la distanza, di raggiungere Clay. Quello gli balla davanti, danza e tocca con il jab, lo manda a vuoto e porta una serie.

È il quinto round quando lo sfidante torna all’angolo e strilla in faccia al suo manager. “Non vedo più niente, mi bruciano gli occhi. Ha messo qualcosa sui guantoni, ha sulle spalle un unguento che mi sta facendo diventare cieco. Finiamola qui, torniamocene a casa”. Angelo Dundee lo rimanda al centro del ring. Il bruciore passa, lentamente Clay torna a vedere il nemico. All’inizio della settima ripresa, con il combattimento ancora in equilibrio, è il campione a dire basta, a ritirarsi. “Non riesco a muovere la spalla sinistra”. Tre ore dopo, il dottor Alexander Robbins della Commissione Atletica di Miami Beach diagnostica: “Lesione al tendine del bicipite del braccio sinistro”. Il mondiale dei massimi non appartiene più alla mafia bianca. Il favorito, l’uomo che i bookmaker pagavano un solo dollaro per ogni otto di scommessa, è stato sconfitto. Ora può cominciare a incassare i diritti sui prossimi match di Clay, nel rispetto di un contratto che la Inter-Continental Promotions, di cui è socio, ha firmato con il futuro campione del mondo.

Sono passati sei mesi da quando duecentomila persone sono sfilate a Washington. La Legge dei Diritti Civili ha abolito di fatto la discriminazione razziale. Il potere dei neri sale con la loro consapevolezza di poterlo esercitare attraverso il voto. Si iscrivono nelle liste elettorali e condizionano le carriere politiche. Malcom X, che contesta la via pacifica adottata da Martin Luther King, e i Mussulmani Neri stanno raccogliendo sempre maggiori consensi. Dopo avere battuto Liston anche il giovane campione del mondo dei massimi entra a farne parte. Cassius Clay esce di scena, ora tocca a Muhammad Ali.

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Dura 2:12 la rivincita. Sonny non riesce mai a colpire Ali la notte del 25 maggio 1965. Un round fatto di soli tentativi a vuoto. In platea ci sono appena 2434 spettatori paganti (foto sopra, un biglietto di ingresso), il più piccolo pubblico che un mondiale dei massimi abbia mai avuto. Il match si svolge a Lewiston, nel Maine, nella minuscola St Dominic’s Arena. Una sfida per il titolo, in una città senza tradizioni che la leghino al pugilato.

Le autorità del Massachusets hanno negato l’autorizzazione all’incontro. Dicono: “Dietro agli organizzatori c’è la mafia”. Il 21 febbraio Malcom X viene assassinato, subito dopo la casa di Ali va a fuoco. Tutti sanno che il campione ha preso le distanze da quello che è stato prima suo amico e poi guida religiosa, sanno che è tornato con Elijah Muhammad: il capo spirituale dei Mussulmani Neri. Si teme un attentato, meglio una piccola arena dove si può controllare tutto e tutti.

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AL TERZO destro scagliato da Ali, Liston stramazza al tappeto. È un pugno fantasma a chiudere la sfida. Neppure la moviola televisiva riuscirà a individuarlo. È un colpo invisibile. L’arbitro è Jersey Joe Walcott, vecchio campione del mondo dei pesi massimi. Liston è al tappeto. È scivolato giù lentamente, come un vecchio edificio che si sgretola dopo essere stato colpito dalla palla di acciaio. È lì a terra, steso come se fosse stato appena folgorato. Walcott comincia a contare, perde tempo nel mandare Muhammad all’angolo neutro, si innervosisce, si lascia sfuggire il controllo del match, torna al centro del ring quando i due hanno già ricominciato a boxare. Da bordoring gli urlano di fermarsi, gli gridano che il match è finito. C’è Nat Fleischer in prima fila, è l’editore e il direttore di The Ring: la rivista che viene considerata la bibbia del pugilato.

29089d9e00000578-0-never_before_seen_fifty_years_after_muhammad_ali_defeated_sonny_-a-20_1432568405478Fleischer: È finita Joe, ferma l’incontro

Walcott: Perché?

Fleischer: Liston è rimasto giù 14 secondi

Urla anche il cronometrista.

Walcott: Quanto è rimasto a terra Liston?

Cronometrista: Oltre 12 secondi

Jersey Joe Walcott ripercorre, lentamente, all’indietro lo spazio che lo separa dai pugili, ferma la loro azione e alza il braccio di Ali. Il ragazzo di Louisville si è confermato campione. Ha vinto per ko con un pugno che nessuno ha visto.

La gente strilla.

Buffoni, imbroglioni.”

Sono tutti in piedi e gridano.

Truffatori.”

Ali, mentre Liston era al tappeto gli aveva urlato sulla faccia (foto sopra).

Alzati brutto orso, siamo in televisione.”

Adesso cercano di sfuggire alla rabbia della folla. Un deputato chiede al Congresso di abolire la boxe. I giornali parlano di una gigantesca truffa sulle scommesse, della mafia che ha manipolato il risultato, dei Mussulmani Neri che hanno bisogno di un campione del mondo per propagandare la loro dottrina.

Liston ha perso il titolo, ma continua attraverso la Inter-Continental Promotions a prendere la percentuale sulle borse del nuovo campione.

 

Sonny Liston (3R), at weighting-in ceremonies before world championship fight with Cassius Clay (L, sitting).

I GIORNALISTI non gli hanno mai perdonato niente. È la parte brutta dell’America, lo chiamano “bad boy”, come se la boxe sia popolata da bravi ragazzi. Liston è tornato a essere solo. Geraldine gli legge i giornali, Sonny non ha mai imparato a farlo, lui dondola sulla sedia mentre dentro al cuore gli cresce la rabbia. Torna sul ring. E vince per quindici volte, perdendo un solo incontro. L’ultimo match lo disputa contro Chuck Wepner. Quell’omone bianco che ha catturato l’immaginazione di Sylvester Stallone per il suo combattimento con Ali, quello che ha regalato all’artista americano l’idea di “Rocky”. Liston lo distrugge. Di quei quindici incontri avrebbe dovuto perderne almeno uno. Così, dicono, era l’accordo con la mafia. Lui continua a correre incontro alla morte, loro non hanno fretta. Sanno aspettare. L’ultima sfida, il 25 giugno 1970. Poi nella sua esistenza rimane solo la casa in Ottawa Drive, a Las Vegas. E la moglie, i vecchi amici, il whiskey. Dei quattro milioni di dollari guadagnati in carriera, resta davvero poco in banca.

Manca un giorno all’ultimo dell’anno, quando lo trovano disteso sul pavimento, nel salotto di casa. L’autopsia rivela tracce di morfina e codeina, prodotte dalla decomposizione dell’eroina nel corpo. Dicono sia morto per overdose. Ma lui aveva il terrore dell’ago, delle punture. Non sopportava l’anestesia dal dentista e la cosa che lo sconfortò di più dopo un incidente d’auto, non furono le ferite, ma l’ago della flebo nel braccio. Dicono che potrebbe essere stata la mafia a fare quell’ultima iniezione. Il 9 gennaio del 1971, il reverendo Edward P. Murphy officia il funerale alla Palm Mortuary Chapel. Quel sabato pomeriggio, Sonny Liston viene sepolto al Paradise Memorial Gardens.

giornalemorteCharles L. Liston muore il 29 o il 30 dicembre 1970. Dicono avesse 38 anni. Pochi giorni prima Herbert Muhammad, manager di Ali, aveva firmato un contratto da cinque milioni di dollari per il match contro Joe Frazier. Da quando era diventato socio della Inter-Continental Promotions, Liston aveva guadagnato solo poche migliaia di dollari sull’attività di Ali che era rimasto a lungo fermo a causa del rifiuto di servire l’esercito americano. Ora che arrivano le grandi borse, lui non può più accampare diritti. Anche nel momento della morte, solo i dubbi rimangono a fare compagnia a Charles Sonny Liston. Il Vecchio Orso riposa in un rumoroso cimitero di Las Vegas, la pace per lui non è mai esistita.

 

La boxe su Showtime, trent’anni di ko che hanno sconvolto il mondo

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Il knock out è un momento drammatico, terribile, affascinante, pericoloso, eccitante.
Vive senza dubbio un ruolo da protagonista nel mondo del pugilato.
Ci sono stati ko che hanno cambiato la storia di questo sport, altri che sono arrivati quando meno te lo aspettavi e dal pugile che forse sino ad allora aveva sofferto di più.
Showtime è una tv a pagamento, una grande televisione americana, che da trent’anni propone boxe di alta qualità.In occasione di questa ricorrenza ha voluto riassumere in un video i ko a suo avviso più sensazionali realizzati nel corso di un campionato mondiale.

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Propongo quel video, ma non per questo penso che siano i più grandi o i più drammatici knock out di sempre.
Per una volta godiamoci le immagini senza lanciarci in violente polemiche.
Nessuna classifica, nessun indice di gradimento. Solo momenti di grande intensità emotiva.
La foto che illustra questo articolo non rappresenta un match mandato in onda da Showtime.
Muhammad Ali vs George Foreman si è disputato a Kinshasa il 30 ottobre del 1974. A quei tempi l’emittente ancora non esisteva, sarebbe nata due anni dopo. Ma se si parla di ko non si può non ricordare, anche se di sfuggita, uno dei più popolari della storia. Un knock out che ha cambiato il corso degli eventi in questo sport.

Ricky Hatton rivela: “Depresso e drogato, ho tentato più volte il suicidio”

coverRicky Hatton, oggi 38 anni, sul ring era un guerriero senza paura.
Fuori non è mai stato troppo sicuro di sè. Per allontanare i fantasmi della solitudine, mangiava. Tanto, troppo. Lontano dal match riusciva ad andare anche venti chili fuori peso. Ma sapeva anche fare di peggio.
Ritiratosi dopo quindici anni di professionismo, nel 2012 ha imbucato il tunnel nero. Quel posto apparentemente senza fine dove vanno a cadere molti sportivi di successo dopo il ritiro.
È caduto in depresssione, ha cominciato a bere.
Andava al pub, si nascondeva in un angolo buio, mandava giù alcool come se fosse acqua e piangeva istericamente.
L’ha raccontato lui stesso alla BBC radio.
Ha raccontato come dall’alcool sia passato alla droga per poi precipitare nel nulla assoluto della depressione più cupa.
Prendevo un coltello, mi nascondevo dal mondo e pensavo fortemente che avrei fatto meglio a uccidermi. Il suicidio mi sembrava l’unica soluzione per uscire da una vita infelice. Ho anche cercato di uccidermi bevendo fino a morire“.
Ci ha provato più volte, fortunatamente non c’è mai riuscito.
L’alcolismo è stato il primo male ad essere curato. Con depressione e droga è stata più dura. Gli serviva qualcosa per allontanarsi dalla realtà. Tutto gli appariva scuro, inutile. Riusciva solo a pensare al male.
I pugili, come qualsiasi sportivo di successo, hanno bisogno di assistenza quando smette di fare attività. La boxe è uno sport solitario. Sul ring sei la persona più sola del mondo, così finisci di esserlo anche quando si spendono le luci“.
È una condizione comune a molti campioni, soprattutto a quelli con un infanzia difficile.
La povertà da cui veniamo non ci aiuta a gestire il futuro lontano dallo sport“.
Il mondo in cui i campioni vivono per tanti anni ha una dimensione irreale.

pugileMolti vengono da condizioni di estrema povertà. Lavorano duro per arrivare in alto. Alla fine ce la fanno, sono ricchi, hanno realizzato il sogno. Ma non sanno come gestire il dopo. Gli mancano i mezzi culturali e gli appoggi esterni per muoversi in un universo che non è più quello familiare dello sport a cui si erano abituati.
Sonto tanti quelli che diventano ricchi da giovanissimi, in un periodo della vita in cui si è vulnerabili. Il problema è che loro si sentono Superman, invincibili. Niente, pensano, potrà sconfiggerli.
In un mondo in cui la soglia della povertà è stata sfondata più volte in basso, in una società in cui la disoccupazione giovanile avanza galoppando, in un universo del lavoro che non riesce a proporre panorami che ispirino un minimo di ottimismo, lo sportivo ex milionario che è in difficoltà non suscita comprensione.
Ma credo che sarebbe un errore mettere via il problema con una scrollata di spalle. Non è il singolo caso, non è il fatto in sé a destare apprensione. Ma il problema nella sua totalità. Il peso sociale che ha e la filosofia di vita che l’ha generato dovrebbero indurci perlomeno a qualche riflessione.
Viviamo in una società che ha azzerato i valori positivi.
Guadagnare in fretta e senza crearsi troppi problemi, senza curarsi troppo di quello che si lascia per strada è l’unico obiettivo che una grandissima percentuale di sportivi si pone. Si arriva al successo privi di qualsiasi scudo protettivo. Strappati alle famiglie in giovanissima età, poco attenti allo studio, fuori dalla realtà dei comuni esseri mortali, i professionisti vivono in un universo parallelo. Quando smettono piombano nella vita di tutti i giorni e scoprono che per andare avanti non basta avere preso a calci un pallone, averlo tirato in un canestro o averlo portato oltre la linea del touch down.
No, non è solo la boxe a creare miseria e problemi di gestione della propria vita.
Un pugile quando scende dal ring inizia la sua battaglia più dura.
E, almeno in questo, non cè differenza con le altre discipline.
Oggi Ricky Hatton è allenatore e promoter di successo.

mayweatherHa chiuso la carriera con un record di 45-3, 32 ko. Qualcosa si è rotto dopo la sconfitta contro Floyd Mayweather jr in match a cui era arrivato dopo 43 successi consecutivi. Ha lasciato il pugilato con due titoli in bacheca: superleggeri e welter. È stato un campione. Sul ring non ha mai avuto paura di niente e di nessuno.
Ma si è accorto presto che la vita fuori dallo sport è per uomini duri.
E prima di capire che l’unica cosa da fare era quella che gli veniva più facile, cioè combattere, ha pensato di abbandonare tutto. Anche la vita.
Per fortuna non l’ha fatto e oggi ha potuto raccontare la sua storia alla BBC.

Deontay Wilder e le strane regole Wbc ispirate al paradosso di Comma 22

wilderSpesso gli appassionati di pugilato criticano il mondo del calcio, lo accusano di ipocrisia, finzione, guadagni in eccesso. C’è molto di vero in tutto questo, ma la boxe non è certo senza peccato.

Prendiamo Deontay Wilder, il campione Wbc dei pesi massimi.

Ha conquistato il titolo contro Bermane Stiverne. Il prossimo 17 gennaio saranno passati due anni da quella notte e Wilder non ha mai disputato la difesa obbligatoria. E non lo farà neppure nel prossimo match, 25 febbbraio a Birmingham contro Andrzey Wowrzyk (33-1-0) numero 12 della classifica.

I rivali dei precedenti quattro match per il titolo sono stati Eric Molina, Johann Duhaupas, Artur Szpilka, Chris Arreola. Non parliamo dello sfidante ufficiale, ma almeno uno dei primi tre del ranking avrebbe potuto affrontarlo in 24 mesi!

Non provate a farglielo notare.

polIn un’intervista con Matt Christie di Boxing News il campione ha detto più o meno così: “Non credo che per il solo fatto che tu non sappia chi siano i miei avversari debba dire che sono immondizia. Queste dichiarazioni appartengono al tifoso medio di pugilato. Ad alcuni sembra di conoscere un pugile, ma in realtà conoscono solo il suo nome. Non sanno nulla sui migliori elementi. Se ti guardi indietro, molto indietro, ti accorgi che molti stranieri non li hai conosciuti veramente fino a quando non hanno realizzato una grande vittoria. Nessuno conosceva Pacquiao fino a quando non è diventato un nome importante. Spero che i tifosi la smettano di criticare gli atleti, ci vuole molto coraggio a salire sul ring”.

L’unica affermazione che mi sento di condividere in questa accorata difesa dei propri interessi è “ci vuole molto coraggio a salire sul ring”.

Il match con Povetkin è diventato un affare comico.

Annunciato, rinviato, annunciato di nuovo e infine annullato.

Adesso scopriamo che il secondo esame del test antidoping del russo è risultato negativo. E allora, cosa farà il Wbc? Prevedo cause e grane a ripetizione. Nel frattempo Deontay Wilder continuerà a intascare borse importanti, a misurarsi con rivali improbabili, a permettersi due anni e passa senza incontrare lo sfidante ufficiale.

Jan 16, 2016; Brooklyn, NY, USA; Deontay Wilder celebrates after knocking out Artur Szpilka in the ninth round of their heavyweight title boxing fight at Barclays Center. Wilder defeated Szpilka via ninth round knockout. Mandatory Credit: Adam Hunger-USA TODAY Sports

Il regolamento del World Boxing Council recita (articoli 3.5 e 3.6)

3.5

Obblighi difesa obbligatoria

Tutti i campioni del WBC devono fare almeno un (1) difesa obbligatoria l’anno, salvo deroga concessa dal WBC a sua unica discrezione. Al campione può essere richiesto di effettuare più di una difesa obbligatoria per anno, nel caso in cui il WBC abbia designato per qualsiasi motivo più di uno sfidante ufficiale. Nessun incontro potrà essere considerato una difesa obbligatoria a meno che non espressamente approvato come tale dal WBC e realizzato esclusivamente con lo sfidante designato dal WBC. Lo sfidante che vince il titolo eredita gli obblighi della difesa obbligatoria del campione che ha sconfitto, a meno che il WBC non decida diversamente.

3.6

Tempi e prolungamento dell’obbligo di una difesa ufficiale

I periodi di tempo per le difese ufficiali indicati in queste regole possono essere modificati dal WBC a sua unica discrezione nel caso di circostanze particolari.

Io non sono pratico di regolamenti, cavilli legali e altre cose simili. Ma ho l’impressione che l’intero manuale di comportamenti avrebbe potuto ridursi a una sola riga.

1.1 (e fine)

Il Wbc è libero di decidere come vuole in ogni occasione.

Ogni volta che cerco di seguire un percorso logico nel pugilato, mi viene immancabilmente in mente Comma 22 (dal romanzo Catch 22 di Joseph Heller): Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”.

E allora, siamo davvero sicuri che il calcio sia il solo mondo ad essere finto e iprocita?

 

L’angoscia di Los Angeles e l’incubo di una maratona maledetta…

2Seduto sulla panchina proprio sotto il segnale della fermata, aspetto il prossimo bus che mi porterà in Rodeo Drive.

Lei cammina con andatura irregolare. Quando la vedo mi sembra che sia avvolta dalla nebbia. Ondeggia, ha le gambe dritte e rigide, i piedi rischiano di incrociarsi a ogni passo.

Ha braccia lunghe e magre, la spalla destra è alta e non allineata con la sinistra, che piega verso il basso.

Taglia il traffico come se anziché trovarsi su Wilshire Boulevard fosse su una spiaggia deserta. Le macchine le passano accanto sfiorandola, mentre tutto attorno lo smog forma una sottile cortina grigia.

Le urlo di togliersi da lì, la imploro di tornare sul marciapiede.

Ho paura che un guidatore disattento possa farle del male.

Ma lei ignora ogni invocazione e continua ad avanzare verso di me.

Ha lo sguardo fisso nel vuoto, gli occhi sono senza luce.

L’ingorgo di automobili diventa sempre più fitto, il traffico impazzisce, qualcuno perde la pazienza e accelera.

Urlo.

Mi sveglio.

Ancora lo stesso incubo.

1Mi metto a sedere sul letto mentre le prime luci dell’alba vengono a rischiarare la triste stanza d’albergo. Mi guardo attorno.

Pile di giornali sul lettino accanto a quello su cui dormo.

È il mio archivio di lavoro. L’ho preparato con cura a Roma. Ritagli, appunti, schede.

Davanti agli occhi, nella parete di fronte, ho il cassettone su cui troneggia la televisione. Non mi va di accenderla, anche se so già che non ce la farò a riprendere sonno.

Meglio cercare qualcos’altro che accompagni il risveglio.

Magari un po’ di musica, quella che mi piace ascoltare quando sono triste.

Accendo la radio.

Cantaci una canzone tu sei il pianista

cantaci una canzone stanotte

beh abbiamo tutti voglia di una melodia

e siamo tutti con te

Il vecchio apparecchio sul comodino trasmette “Piano Man” di Billy Joel.

Sono stato fortunato.

Mi alzo, appoggio la fronte al vetro della finestra per cercare un po’ di fresco che non trovo, poi guardo giù.

Venticinque piani sotto di me Los Angeles si sta svegliando, anche se a me in realtà sembra che non riesca mai a dormire.

Fatico a entrare in sintonia con questa città. Strade enormi, automobili che non finiscono mai, ristoranti che sembrano campi di calcio, non c’è un solo posto che mi ricordi casa.

Mi sento solo tra milioni di persone.

catFaccio la doccia e scendo per la colazione. Mangio un pezzo di crostata e bevo quel bibitone di latte e finto caffè che qui si ostinano a chiamare cappuccino. Nella breakfast room dell’albergo mi guardano come se fossi un marziano mentre mandano giù uova, bacon, salsicce, patate e qualsiasi altra cosa riescano a ingozzare alle sette e trenta del mattino.

Odio starmene da solo al tavolo di un ristorante. Accade così che spesso mi porti dietro un libro, tanto per sentirmi in compagnia.

“La torta che scelse era sormontata da un razzo spaziale e da una rampa di lancio sotto una manciata di stelle bianche e un pianeta di zucchero rosso. Il nome, SCOTTY, sarebbe stato

tracciato a lettere verdi sotto il pianeta…”

“Cathedral” non è ancora uscito in Italia, Raymond Carver da noi lo conoscono in pochi. Io l’ho scoperto quasi per caso.

Leggo qualche pagina ogni sera, prima di addormentarmi o al mattino mentre, come diciamo a Roma, inzuppo la crostata nel cappuccino. Carver mi regala piacevoli sensazioni.

3Era il 5 agosto dell’84, mancava poco alle undici del mattino di quella domenica.

Le persone all’uscita del tunnel che portava in pista cominciavano a muoversi nervosamente. Alla fine sbucava lei.

Gabriela Andersen-Schiess era il ritratto della sofferenza, il volto deformato dalla fatica in una maschera tragica. Puntavo il binocolo. Faticavo a vedere i suoi occhi, erano infossati nelle orbite e sembrava stessero cercando disperatamente di rivedere la luce. Capelli corti, bagnati dal sudore che li appiccicava su un cranio protetto solo parzialmente da un berrettino bianco. Aveva maglietta e pantaloncini rossi e il numero 323 che era ormai diventato appena visibile.

Avanzava piegata innaturalmente sul lato sinistro del corpo, come se una forza misteriosa la attirasse verso la pista.

Lo sguardo era perso nel vuoto, ondeggiava paurosamente dirigendosi verso l’arrivo. Non sapeva neppure dove si trovasse.

I ricordi degli ultimi due chilometri erano avvolti nel buio, ma quando entrava nello stadio capiva che il traguardo era vicino.

Aveva la mente annebbiata, ma sapeva che doveva finire la corsa. L’aveva giurato a se stessa.

A trentanove anni non avrebbe avuto un’altra occasione.

dorando-pietri-007A chiunque guardasse quel fantasma che si muoveva lentamente e con scarsa coordinazione degli arti non poteva che venire in mente Dorando Pietri, per me che sono italiano l’associazione era ancora più forte.

Era il 1908, settantasei anni fa, ma la reazione della folla era stata la stessa. La gente scattava in piedi e applaudiva.

Un attimo dopo erano tutti lì a chiedere che qualcuno fermasse quello spettacolo angosciante.

Attratti dalla drammaticità della situazione, ma in cerca di qualcosa che scaricasse i loro sensi di colpa.

Lei cercava di dominare con la forza della mente un corpo stremato dalla fatica e quasi totalmente disidratato. La vedevo respingere il tentativo di un dottore e di un paramedico che volevano darle soccorso. Sentiva che le forze la stavano abbandonando, ma continuava ad avanzare. Le gambe si incrociavano, procedeva a zig zag dando l’impressione di crollare da un momento all’altro. Ma andava avanti.

C’erano trentadue gradi a Los Angeles e l’umidità raggiungeva il 90%.

Gabriela impiegava poco meno di sei minuti per percorrere gli ultimi quattrocento metri.

Venti minuti dopo l’arrivo della vincitrice, tagliava il traguardo.

Gli ultimi metri erano un’angosciosa rappresentazione della sofferenza. Riusciva a mettere assieme capacità di sopportazione, spirito di sacrificio, volontà. In migliaia vivevamo quel dramma e speravamo che non sconfinasse nella tragedia.

gabriela-andersen-schiess-maraton-femenian-los-angeles-1984-locos-por-correrCi chiedevamo se i medici facessero bene a non fermarla.

Eravamo allo stesso tempo sadici e compassionevoli. Lei era disidratata, rischiava di collassare.

Ma continuava a venire avanti con un’andatura innaturale e alla fine ce la faceva. Superava il traguardo, trentasettesima su quarantaquattro concorrenti. Poi crollava esausta, ma felice. Una felicità molto ben nascosta nell’anima, il suo corpo raccontava infatti un’altra storia e mi lasciava in uno stato di inquietante imbarazzo. Ero contento che ce l’avesse fatta, ma mi domandavo quanto di questa contentezza fosse da attribuire a un’impresa al limite delle forze umane e quanto alla storia che rappresentava per un giornalista in cerca di qualcosa che entrasse nel cuore dei lettori.

Il dubbio mi tormentava.

Gabriela era appena entrata nella storia dei Giochi.

E nei miei incubi.

cover(da I MIEI GIOCHI di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 314 pagine, 16 euro)

 

I peccati della Tv. Ha reso ricchi pochi e tolto popolarità universale alle boxe

coverLa boxe è uno sport che più di altri, al pari forse solo del ciclismo, si presta al racconto. Lo dimostrano film meravigliosi come Lassù qualcuno mi ama, Toro scatenato, Città amara, il primo Rocky e tanti altri ancora. Lo testimoniano libri di successo come La bistecca, La sfida, Il re del mondo o canzoni come Hurricane, The hitter, The boxer.

Insomma, le vicende pugilistiche si prestano alla narrazione, offrono drammaticità, spessore dei personaggi, storie che hanno radici profonde nella società e un misto di tradimenti, onore, emozioni, meschinità. Tutti lementi in grado di garantire il successo a chiunque abbia un po’ di talento e quel misto di passione e rispetto indispensabili per parlare degli altri, non sempre e solo di se stessi.

La boxe ha storia, personaggi celebri, tradizioni.

Eppure è diventata muta.

Non solo in Italia dove sembra spettacolo riservato a pochi, uno sport di nicchia per nostalgici. Ma anche in quei Paesi dove ha ancora successo, dove raccoglie migliaia di spettatori e fa girare tanti soldi. Parlo, tanto per capirci, di Inghilterra e Germania. Ma anche Stati Uniti e Messico. E questo accade perché al pugilato è stata negata l’universalità. Il suo spettacolo è stato riservato a pochi eletti.

La pay per view ne ha limitato i confini, pur avendo portato soldi quanti questa disciplina non ne aveva mai avuti.

Non ci sono più i grandi personaggi di una volta. E ve lo dice uno che da sempre è convinto che dietro ogni pugile ci sia una meravigliosa storia da raccontare. Il fatto è che finisci per raccontarla a un pubblico ristretto, a qualche appassionato e nulla più.

Prendiamo il match più chiacchierato degli ultimi vent’anni.

mayweather-vs-pacquiao-2015Mi riferisco a Mayweather vs Pacquiao.

La pay per view ha registrato picchi da record: 4,4 milioni di persone hanno comprato l’evento portando nelle casse degli organizzatori oltre 400 milioni di dollari. Tutti felici e contenti. Ma gli Stati Uniti hanno una popolazione di 319 milioni di abitanti e quel numero non rappresenta in assoluto nulla di eccezionale.

Spence vs Bundu in chiaro su NBC ha fatto 4,6 milioni.

Mike Tyson vs Buster Mathis jr nel ’95 in chiaro su Fox ha fatto registrare 16,9 milioni di media.

olivaOliva-Gonzalez (10 gennaio 1987) trasmesso attorno alle 22 da Rai 1 ha raccolto quasi dieci milioni di telespettatori.

I match di Gianfranco Rosi (anni Ottanta, inizio anni Novanta) oscillavano tra i 4 e i 5,5 milioni.

Il passaggio dalle trasmissioni in chiaro a quelle a pagamento ha ridotto drasticamente i numeri.

Roy Jones, uno dei più grandi dei tempi moderni, è conosciuto solo tra gli appassionati. Lo stesso Floyd Mayweather pugile di infinito talento e personaggio di impatto immediato non ha una popolarità pari alle sue qualità.

Muhammad Ali ha portato la boxe nelle case del mondo, ha conquistato anziani e bambini, ricchi e poveri. È stato un personaggio universale. Nessun altro pugile potrà più esserlo. Ai moderni manca il carisma, certo, ma anche il mezzo per diffondere e promuovere il prodotto. Cioè, se stessi.

Non ci sono più grandi personaggi, Mayweather è stato una rarità e per questo ha guadagnato una montagna di soldi.

In Inghilterra l’idolo del momento è Anthony Joshua, negli Stati Uniti uno degli eroi è Canelo Alvarez, in Germania ci sono Marco Huck e Arthur Abraham. Niente che possa conquistare il cuore del mondo.

Per vedere il pugilato bisogna pagare.

È una legge commerciale.

Tutto questo ha spento le luci, reso meno universali i protagonisti.

tysonBisognerebbe essere in grado di ricostruire l’intero edificio.

È un po’ quello che sta accadendo nell’editoria, un fenomeno (negativo) che non risparmia nessun Paese. I giornali vendono sempre meno.

In Italia la crisi ha toccato livelli impensabili appena una decina di anni fa. La difficoltà in alcuni casi ha portato a un impoverimento dell’offerta e questo non ha fatto altro che peggiorare le cose innescando un circolo vizioso che potrebbe all’estinzione del prodotto stesso. Resisteranno solo i più forti, quelli in grado di garantire ancora un servizio qualitativamente elevato.

La boxe dovrebbe fare lo stesso.

Concentrarsi sulla qualità.

Rendere ogni riunione, anche la più piccola, simile a un grande evento senza aumentare i costi a dismisura.

Qualità dei pugili proposti, abilità nella compilazione del programma, promozione dell’evento, originalità del luogo che ospita lo spettacolo. Garanzie di programmazione televisiva (ha senso vedere alle 00:30 il giovane pugile più interessante del momento, con un ritardo di due ore rispetto alla programmazione annunciata?) che capisca cosa sta proponendo.

È un lavoro per professionisti, a questo punto del gioco i dilettanti (non parlo di pugili ovviamente) non sono più ammessi. Pena il calo delle saracinesche e buonanotte ai suonatori.

Saul Alvarez of Mexico celebrates after knocking out opponent Carlos Baldomir of Argentina during their WBC Super Welterweight Silver Title fight at the Staples Center in Los Angeles, on September 18, 2010. AFP PHOTO/Mark RALSTON (Photo credit should read MARK RALSTON/AFP/Getty Images)

Nel mondo ha ristretto il bacino di utenza.

Da noi ha azzerato anche la messa in onda.

La Rai tratta il pugilato come se fosse uno sport per pochi intimi.

Sportitalia ha smesso di seguirlo e si sta esibendo in una serie di brutte figure degne di peggior causa.

L’unica a resistere è Fox Sport che trasmette grandi riunioni internazionali e il meglio dell’attività che coinvolga un italiano.

Eccoci tornati alla qualità.
È quella che serve. E quando c’è bisogna farlo capire bene a chi è dall’altra parte del tavolo o provare a inventarsi qualcosa di diverso.

La boxe è diventata sport per pochi, non facciamola diventare sport di nessuno.

E pensare che ci sarebbero tante storie da raccontare…

 

È il 26 dicembre 1908. Jack Johnson diventa il nuovo re dei massimi. Ed è nero

copia-di-2Natale 1908. Sammy Jackson, seduto su una vecchia poltrona nella sua casa di Sydney, legge per la quarta volta una lettera. Viene da Atlanta.
La vita è dura per noi neri in America. Ci linciano perché siamo diversi. Non abbiamo diritto al voto. Chiese, teatri, treni, ristoranti, parchi e addirittura marciapiedi diversi. Siamo considerati inferiori anche alle bestie. La schiavitù è finita da cinquant’anni, ma continuiamo a vivere in case che rischiano di crollare da un momento all’altro. L’unica cosa che abbonda sono le malattie. La criminalità è padrona dei ghetti dove ci hanno segregato. Viviamo nel West End. Nomi diversi, per posti sempre uguali. A New York è San Juan Hill o Harlem, Seventh Ward a Philadelphia, South Side a Chicago. Ora però c’è una speranza. Jack Johnson affronterà Tommy Burns per il titolo, lo batterà e diventerà il primo nero campione del mondo dei pesi massimi. Ti invidio, potrai vederlo vincere per noi
Tuo cugino Timoty”.

3Tommy Burns è il nome con cui combatte Noah Brusso. È un franco-canadese di ventisette anni, ha conquistato il titolo mondiale sconfiggendo Marvin Hart in 20 round.
Johnson insegue Burns sfidandolo in ogni occasione. Ma l’America non vuole un nero come campione dei massimi. In Tennessee, nel 1866, è nato il Ku Klux Klan. Un gruppo razzista che odia i neri fino a ucciderli. I suoi capi si chiamano Gran Dragone, Gran Titano, Gran Ciclope. Sono tutti alle dipendenze di uno Stregone Imperiale. Indossano tuniche e cappucci bianchi, erigono croci fiammeggianti sulle colline, si muovono con spedizioni notturne per picchiare, linciare, assassinare i neri.
Il KKK si schiera decisamente contro il match. Minacciano ritorsioni contro chiunque si azzardi a organizzare la sfida.
Il campionato si fa in Australia. Anche lì le tensioni razziali sono forti, lo sterminio degli aborigeni della Tasmania da parte dei coloni inglesi e le leggi anti-immigrazione hanno creato un clima di conflittualità estrema. I giornali contribuiscono ad aumentare la tensione.
«L’Australia è per gli uomini bianchi», scrive il Bulletin.
Tommy Burns è perfetto per incarnare il ruolo del protagonista. Un piccolo bianco che deve lottare contro il gigante nero corrotto e malato di sesso.

4Jack Johnson si fa costruire un sacco di allenamento a forma d’uomo e vi dipinge sopra la faccia di Burns, sotto scrive «pig», porco. Questo e altro gli ha insegnato anni prima Joe Choynski, un californiano che dopo averlo sconfitto per ko al terzo round è finito in prigione assieme a lui per avere dato vita a un match tra pugili di razze diverse.
Per il mondiale con Jackson, Burns prende la più alta borsa della sua carriera: 30.000 dollari. Per il match d’esordio, otto anni prima, aveva guadagnato un dollaro e 25 centesimi. Intasca tanto, ma rimedia anche una dura lezione. Per rendere un’idea di come vada, basta leggere i titoli dei giornali il giorno dopo.
«Il massacro di Sydney», è il commeno più tenero.

Burns viene punito da Johnson, che dopo ogni colpo apre la bocca in un ampio sorriso, mostra i suoi quattro denti d’oro e lo sbeffeggia.
«Ehi, Tommy. Pensavo fossi un combattente, un uomo che sapeva dare battaglia. Mi sono sbagliato. Vieni avanti, picchia. Fa’ qualcosa».
Jack tiene in piedi il nemico bianco, colpendo lui punisce un’intera razza. L’incubo per Burns finisce alla quattordicesima ripresa, quando interviene il sovrintendente di polizia Frank Mitchell e dichiara chiuso il combattimento.
È il 26 dicembre 1908, Jack Johnson è il nuovo campione dei massimi.
Ed è nero.
(da “Dodici giganti. Pesi massimi, un secolo di storie” di Dario Torromeo, Edizioni Libri di Sport, 132 pagine, 13 euro)

 

 

Santo Stefano del ’67. In casa Duran si festeggia con un match al Palasport…

sinistra1destraQuesta storia mi è sempre piaciuta. Appartiene a un’epoca lontana, a quasi cinquant’anni fa. Dentro c’è il sapore delle cose belle di una volta. L’ho già raccontata, ma quando arriva il Natale prepotentemente torna nei miei pensieri. È come fare l’albero o il presepe. Ha un richiamo forte. Non ce la faccio, ve la ripropongo.

juan-carlos-duranLa voce inconfondibile di Fausto Leali usciva dalle finestre della casa al primo piano di un vecchio palazzo del centro storico di Bologna, tra Piazza Maggiore e la Basilica di San Petronio. In via Dè Pignattari, mi sembra.
A chi
sorriderò se non a te.
A chi
se tu, tu non sei più qui.
Ormai è finita,
è finita, tra di noi.
Ma forse un po’ della mia vita
è rimasta negli occhi tuoi.
Un amore finito male. Una vicenda che ha niente a che fare con la nostra storia, ma quella canzone aveva conquistato tutti e sul piatto del giradischi la faceva da padrona. Impossibile non ascoltarla anche dalla strada.
Era un martedì, strano giorno per salire sul ring.
Quel 26 dicembre, anno di grazia 1967, si combatteva di pomeriggio e il Palasport era pieno. C’erano settemila persone nell’impianto di Piazza Azzarita. Erano venuti a vedere Carlo Duran che affrontava per la terza volta Ted Wright, pugile di colore dai capelli folti e ricci. Un peso medio di Detroit, molto conosciuto in Italia. Del suo match al Palasport di Roma contro L.C. Morgan, le iniziali stavano per Langstone Carl, se ne era parlato per anni.
Rino Tommasi, che l’aveva organizzato, diceva: “È il più bell’incontro che sia riuscito a mettere in piedi. Avevo promesso duecento dollari in più della borsa pattuita a chi dei due fosse riuscito a mandare al tappeto l’altro. Erano andati giù entrambi. Morgan ad inizio terzo round, Wright nel finale della stessa ripresa. Un gancio sinistro di Wright aveva chiuso la sfida. L’accoppiamento era nato da una mia intuizione. Avevo visto Morgan contro Campari e Wright contro Santini, così avevo deciso che i due avrebbero potuto dare vita a una sorta di grande battaglia spettacolare. Non mi ero sbagliato”.
Altri tempi.
Wright aveva incontrato Don Fullmer, Benvenuti, Griffith, Denny Moyer, Garbelli. Nominatene uno e lui l’aveva affrontato.

trisCon Duran si era già battuto due volte, entrambe a Milano.
La prima il 22 novembre del ’63.
Una serata indimenticabile, la sera della grande tragedia. A Dallas, in un maledetto pomeriggio texano, era stato assassinato il presidente John Fitzegerald Kennedy.
La seconda il 7 febbraio del ’64.
Due risultati di parità.
La cosa strana però non erano i due pari, ma l’assenza a bordo ring di Augusta. La signora Duran non mancava mai a un incontro del marito. Nella prima occasione era in casa ad accudire Massimiliano, nato appena diciannove giorni prima. Nell’altra era alle prese con un’influenza. Del figliolo, non sua.
Ma a Bologna lei c’era e sedeva a bordo ring.
Dice Alessandro.
È stata sempre lì a soffrire per i suoi cari. Il nostro è un ambiente affascinante, ma difficile. Non ci si scambia carezze. Lei ci ha sempre lasciato libertà di scelta. Seguiva papà agitandosi sulla poltrona a bordo ring. Con noi a vincere era la paura. Vedere combattere i figli le creava ansie continue. Se ne stava lì in silenzio. Di papà era anche una tifosa, per noi è stata sempre e solo la mamma. È normale che fosse così. In palestra era il papà a comandare, ma in casa le cose cambiavano. È stata lei che si è presa cura delle nostre vite. A volte è stata anche la mamma di mio padre”.
Lei lì e i figli in casa.

augustaAle aveva due anni. Ma già sentiva nell’animo la presenza forte del pugilato. Un ciondolo con due guantini in oro era stato il regalo di un amico del papà per il primo compleanno. Era ancora piccolo, ma neppure in seguito gli sarebbe stata concessa la presenza a bordo ring.
Dice Augusta.
E no! C’ero già io a soffrire. Vedere il papà combattere sarebbe stata per i ragazzi un’emozione troppo forte. Non era proprio il caso”.
Per Massimiliano il problema non poneva. Il fratello davanti alla tv, lui nascosto in un angolo della casa a tormentarsi le unghie senza guardare neppure un’immagine.

duranTorniamo a quel Santo Stefano di quarantanove anni fa.
Carlo aveva vissuto la vigilia da vero professionista. Niente concessioni alle distrazioni, anche se il clima di festa lo avvolgeva come un panno caldo. Niente sgarri alla dieta e a qualsiasi altra cosa che avrebbe potuto togliergli la giusta concentrazione.
Era andato al Palasport convinto che ne sarebbe uscito vincitore.
Quaranta giorni prima aveva conquistato il titolo europeo battendo Luis Folledo, pugile con 115 vittorie su 121 incontri, per kot alla dodicesima ripresa. E adesso era lì per conquistare un pubblico difficile come quello bolognese.
Prima del match clou c’era stata la sfida tra i mosca Vitantonio Mancini e Kid Miller. Quando era stato annunciato un verdetto di parità, sul ring era volato di tutto. Carta, monete, qualche scarpa. La gente non aveva gradito.
Alla fine era stata la volta di Carlo Duran e Ted Wright.

carlo1L’americano aveva trent’anni e il meglio l’aveva già dato. Ma restava comunque un cliente molto scomodo. Anche perchè il ricordo delle prime due sfide faceva male.
Dice Gualtiero Becchetti, fratello di Augusta e cognato di Carlo. Ma soprattutto uomo di boxe da sempre.
Erano stati match duri, terribili. Soprattutto il primo. Non ricordo bene chi l’abbia detto, ma qualcuno ha definito quell’incontro come uno dei più terribili che si siano svolti a Milano. E poi una parte del pubblico era lì per tifare contro Carlo. Erano quelli che tenevano per Benvenuti e non vedevano di buon occhio l’argentino d’Italia”.
Nino quello stesso giorno era a Reggio Emilia per sostenere un’esibizione con Giulio Saraudi e Alfio Neri, in preparazione alla terza sfida con Emile Griffith che si sarebbe poi svolta il 4 marzo dell’anno dopo.
Il match tra Duran e Wright era stato meno intenso dei primi due. Nei quattro round iniziali il ritmo era stato lento, poi erano entrati nel vivo e se le erano date al punto da finire l’incontro entrambi segnati.
Duran aveva vinto chiaramente e quando era uscito dallo spogliatoio aveva trovato il caldo abbraccio di Augusta. Un bacio era stato il suo premio. Se ne erano andati via a braccetto. Carlo però si era fermato all’improvviso. Aveva stretto il braccio della moglie e con gli occhi aveva attirato la sua attenzione su una scena che non avrebbe mai dimenticato.
Tito Lectoure aveva preso il suo sacco e glielo stava portando fuori dal Palasport. Un gesto di grande affetto da parte di uno che all’epoca era tra i padroni del pugilato mondiale. Ma soprattutto un gesto distensivo che equivaleva a una stretta di mano, a una proposta di pace ritrovata.

titoCarlo Duran era andato via dall’Argentina proprio a causa di una lite con il boss del Luna Park di Buenos Aires.
Voglio combattere con Sacco, fammelo affrontare”.
Carlos e Ubaldo Francisco erano i medi del momento in quel Paese.
Il figlio di Ubaldo Francisco, Ubaldo jr, sarebbe diventato campione del mondo dei superleggeri e avrebbe poi perso il titolo a Montecarlo contro Patrizio Oliva. Ma questa è un’altra storia.
Lectoure non voleva mettere su quella sfida.
Poi all’improvviso aveva fatto una telefonata.
Carlo, finalmente puoi incontrare Sacco”.
Non puoi chiamarmi a due settimane dal match, sono in vacanza. Non sono pronto”.
Se non sali sul ring contro di lui, non combatterai mai più in Argentina”.
Duran aveva allora deciso di andarsene.
La prima scelta era caduta sugli Stati Uniti, poi Ernesto Miranda l’aveva convinto ad andare l’Europa. Era così sbarcato in Italia, per poi fermarsi a vivere a Ferrara e mettere su famiglia in quella splendida città.
Adesso Lectoure aveva teso la mano.
Dimenicato il passato, di nuovo amici.
Carlo e Augusta avevano lasciato piazza Azzarita quando la sera bolognese stava ormai scivolando nel freddo della notte.
Erano tornati a casa, avevano dato un bacio a Massimiliano e Alessandro che già dormivano.
Finalmente le tensioni erano sparite.
Si poteva festeggiare il Natale anche in casa Duran.
Siamo la coppia più bella del mondo
e ci dispiace per gli altri
che sono tristi perché non sanno
il vero amore cos’è!
Era notte, eppure sembrava proprio di sentire nell’aria le voci di Adriano Celentano e Claudia Mori…

Lai candidato presidente Fpi: Pedro Roque coach azzurro, Apa responsabile dei prò da resettare

vittorio-copia-2Vittorio Lai, sardo di Seui nell’Ogliastra. Classe 1944, pensionato, quadro delle Poste Italiane.
Vice presidente federale uscente, coordinatore settore nazonali dilettanti AOB.

Vittorio Lai, perché si è candidato alla presidenza della Federazione Pugilistica Italiana?

“Sarei rimasto volentieri fuori, ma mi sono convinto che dovevo dimostrare il mio amore per il pugilato”.

Lei è stato accanto ad Alberto Brasca come vice per l’intero ultimo quadriennio. Perché si è staccato?

“Dopo Rio, come tutto il Consiglio Federale ho appoggiato la posizione di Brasca. Su un solo punto, però fondamentale, non ero d’accordo. Lui era convinto che il ct dovesse essere un italiano. Io no”.
Ho avuto l’impressione che in molti si siano allontanati in fretta da Brasca, lasciandolo improvvisamente solo.

“La solidarietà c’è stata fino all’ultimo Consiglio Federale. Ma ha voluto portare avanti il suo progetto e personalmente non l’ho più potuto seguire. Il CF è stato d’accordo, avrebbe potuto addirittura chiamare subito un tecnico. Per rispetto per chi verrà dopo, non l’abbiamo fatto”.

Perché è contrario a un italiano alla guida della nazionale?

“Sarebbe un errore. Da noi ogni allenatore si crede il migliore di tutti, per questa ragione contesterebbe chiunque fosse scelto. Bisognerà optare per una persona al di sopra di ogni sospetto”.

Chi è il nome che ha in mente?

“Sono convinto che l’uomo giusto sia Pedro Roque. Cubano, professionista di 60 anni che ha allenato in tutto il mondo. Spariglierebbe i giochi”.

Negli ultimi se ne è andato in giro a intascare stipendi onerosi.

“Come tutti i grandi tecnici itineranti pretende soldi, attualmente credo guadagni dai tredici ai quindicimila dollari al mese. Ma è una persona che fa bene il suo lavoro”.

È convinto che basti venire da Cuba per essere bravi?

“Il suo curriculum non si discute. E poi, mi chiedo: se in tutto il mondo ci sono settanta tecnici cubani che operano con successo, non vorrà forse dire che quella è un’ottima scuola? Gran Bretagna e Francia sono degli incapaci? Il Marocco era a zero e si è tirato su. Sì, sono fermamente convinto che Pedro Roque sia la soluzione giusta”.

Come si dovrebbe muovere il cubano?

“Il tecnico federale dovrà essere itinerante, portare qualità in giro per l’Italia. Ci affideremo ai Comitati Regionali che sono quelli che lavorano più a contatto con la realtà locale. Chiederemo loro di allestire degli stage dove selezionare gli elementi più promettenti. Il coach azzurro sceglierà, parlerà con i tecnici cercando di instaurare una linea comunque, un’unità di intenti”.

Che fine farà il Centro Tecnico di Assisi?

“Di una cosa sono certo: non dovrà più essere un Centro Vacanze. I ragazzi ci andranno con i loro tecnici a fare la rifinitura della preparazione. Ha tutto per essere un luogo di altissima specializzazione. È questo che dovrà essere. Dobbiamo tirare fuori il meglio dai dilettanti senza portarli fuori dal loro ambiente, senza allontanarli da scuola, famiglia e per molti il lavoro. Assisi è un posto fantastico che il mondo ci invidia. Ma deve essere un posto dove allenarsi, dove ritrovare tutti assieme l’orgoglio. Insisto, non potrà essere un Centro Vacanze”.

A mio avviso la nazionale azzurra ai Giochi ha portato a casa un risultato disastroso. È d’accordo?

“I pugili italiani sono andati benissimo sino alle qualificazioni. Poi sono arrivati a Rio convinti di essere già sul podio. Non è andata così. Per prendere una medaglia devi soffrire. L’Uzbekistan ha sofferto maledettamente per un anno e ha portato a casa i risultati. Va ripensata l’intera struttura. Credo che un anno sia sufficiente per sparigliare la situazione e restituire serenità”.

Io dico che l’ultimo quadriennio è stato un fallimento. Lei è d’accordo?

“Abbiamo fatto un eccellente lavoro a livello giovanile, portando a casa cento medaglie tra tornei e competizioni varie. Non siamo una Federazione scalcinata”.

E l’Olimpiade?

“Non è andate bene per nessuno, uomini e donne”.

Mi chiedo: lei è il vice presidente federale, il coordinatore del settore nazionale dilettanti AOB, perché il pugilato dovrebbe darle fiducia dopo un risultato così disastroso soprattutto in chiave olimpica?

“Calma. Le cose non stanno esattamente così. Ero il coordinatore, ma non mi occupavo in prima persona del settore Elite. La squadra femminile era affidata a Sergio Rosa che si relazionava con il ct. L’elite maschile, la squadra olimpica, era di competenza esclusiva di Alberto Brasca. Nessuno di noi vi ha messo bocca, era una sua priorità. Io mi sono occupato del settore giovanile assieme a Coletta e Russo. Se sarò eletto seguirò personalmente la nazionale. Ho le mie idee, non contesterò mai i tecnici, ma suggerirò di convocare alcuni atleti e i loro maestri. Qualcosa ci capisco…”.

Come intende comportarsi con il professionismo?

“Enrico Apa sarà il responsabile unico del settore con totale libertà di scelta dei collaboratori. Sarà uno dei due vice presidenti, l’altro sarà Flavio D’Ambrosi che avrà la delega sul dilettantismo. Il professionismo è un settore in una situazione molto critica. Mancano i veri imprenditori, i manager, gli organizzatori come quelli che ci sono in Germania o Gran Bretagna. Non ci sono grandi sponsor che investono su un pugile. Prendi Lomachenko, hanno creduto in lui e ora guadagna una montagna di soldi. Non ci sono organizzatori come potevano esserlo Spagnoli o Sabbatini”.

E allora?

“Bisognerà resettare tutto e ripartire con calma dalla poche cose buone che ci sono. Dovremo offrire spettacoli accettabili da portare in televisione. I professionisti dovranno dimostrare competenza e capacità. Attualmente i pugili sono relegati in un angolo. Quanti sono quelli che possono dire di vivere di solo pugilato? Le ASD devono cercare sponsor, allenare il pugile, aiutare ad allestire le riunioni e non ricevono niente in cambio. Perché non consentire loro di organizzare fino al titolo italiano?”.

Il professionismo soffre da tempo la mancanza di ricambi. I dilettanti buoni restano tali a vita, grazie anche ai contributi dei Gruppi Militari. Cambierà qualcosa?

“Abbiamo fatto un grande lavoro con i Gruppi Militari”.

Direi che sono stati i Gruppi Militari ad avere fatto un grande lavoro per voi.

“Abbiamo lavorato assieme. Ora è arrivato il momento di cambiare qualcosa. Non saranno più in classifica, i punteggi saranno accreditati al 100% alle società orginarie. Attualmente qualsiasi pugile “militare” percepisce uno stipendio. Se diventerò presidente, il pugile potrà decidere di restare nel Gruppo e passare al professionismo conservando i vantaggi, pensione compresa, di essere un militare”.

Cosa manca al professionismo?

“La capacità di essere uno sport appetibile. Oggi se organizzi in un comune che offre il suo contributo, il 90% delle volte quel comune non ti richiama. Esattamente il contrario di quello che accade con i dilettanti”.

Come sarà il suo rapporto con l’Aiba?

“Ci muoveremo sul piano di una critica costruttiva. Faccio un esempio. Gli schoolboys da noi hanno un limite di 13 anni, molte nazioni volevano abbassarlo a 12. Mi sono battuto come Italia contro tutti. Non poteva passare, da noi il Ministero della Salute non lo avrebbe mai permesso. Alla fine abbiamo vinto. Abbiamo anche tolto i verdetti di kot o kot per ferita, reinserendo rsc e rsc per ferita. E poi la grande novità: se un tecnico si accorge che il suo pugile sta subendo in modo drammatico, può chiamare l’arbitro e far chiudere il match. Quella sarà registrata come una sconfitta ai punti”.

Ho sentito che vorrebbe portare delle modifiche anche al settore comunicazione.

“Lo ristruttureremo totalmente. E incideremo anche su una rivista storia come Boxe Ring. La domanda che dobbiamo farci è: va tenuta o cancellata? Se va tenuta, e io sono di questo parere, va rivalutata. Deve essere degna del suo passato”.

Ultima domanda. Anche lei ha alle spalle un amico importante come Franco Falcinelli?

“Sono suo amico da oltre quarant’anni. Come sono amico di tante persone che non la pensano come me e si muovono da avversari. Di certo a Franco non ho mai chiesto favore personale”.