Comunque vada, a Wimbledon oggi si scriverà la storia…

Wimbledon, finale maschile, 11 luglio 2021.
Venti anni fa un trentenne croato realizzava un’impresa quasi impossibile da uguagliare.
“Goran Ivanisevic trionfa nel giardino di Wimbledon, la prima e forse l’ultima wild card a vincere nel giardino più bello del pianeta” scriveva Rino Tommasi.
Anche stavolta la finale maschile è un appuntamento con la storia.
Se dovesse farcela Novak Djokovic, nettamente favorito dai pronostici (i bookmaker lo pagano 1.20, Berrettini è dato a 4.65), raggiungerebbe il ventesimo titolo dello Slam in singolare. Come Roger Federer e Rafa Nadal.
Ai prossimi US Open (30 agosto/12 settembre) avrebbe la possibilità, in caso di successo, di restare da solo nella classifica dei vincitori di Slam (ventuno!), ma soprattutto centrerebbe il Grand Slam (Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open nello stesso anno).
Due soli uomini sono riusciti nell’impresa: Don Budge (1938, da dilettante) e Rod Laver (due volte, 1962 da dilettante e 1969 con la formula Open). Tre invece le donne: Maureen Connolly (1953), Margaret Smith Court (1970) e Steffi Graf (1988, vincendo anche l’Olimpiade, a Città del Messico, ottenne il Grand Slam d’oro).
Se dovesse vincere Matteo Berrettini diventerebbe il primo italiano a conquistare il trofeo in 144 anni di tornei a WImbledon. E sarebbe anche il primo italiano a vincere uno Slam in singolare che non sia il Roland Garros (Nicola Pietrangeli 1959 e 1960, Adriano Panatta 1976).
Due le azzurre che hanno vinto uno Slam: Francesca Schiavone (Roland Garros 2010), Flavia Pennetta (US Open 2015, in una finale tutta italiana contro Roberta Vinci).
A Wimbledon oggi si scrive la storia.

Sinner ha sbagliato. Nei tempi, nei modi e nella sostanza…

Jannik Sinner decide di non partecipare ai Giochi e quasi tutti scelgono la strada della critica morbida. Mi è sembrato di vedere in giro un po’ di difficoltà nel dire quello che realmente si pensa. C’è la paura che domani, davanti ai (si spera) successi importanti del giovane si possa subire una ritorsione. Sul piano degli errori di valutazione e su quello dei rapporti. Ho sempre detto che Sinner deve avere la libertà di crescere senza sentirsi oppresso dall’opinione pubblica. È un giocatore di talento e ha il diritto di perdere senza essere crocifisso. La stampa italiana, quella che si occupa di tennis, è da troppo tempo alla ricerca di un vincente che riaccenda gli entusiasmi di Adriano Panatta, Nicola Pietrangeli, gli azzurri della Davis. Ha fretta di celebrare.
Francesca Schiavone e Flavia Pennetta hanno vinto uno Slam, cosa che ai maschietti non riesce dal 1976. Ma lo sport in Italia è maschilista e un trionfo portato a casa da una donna nei tornei più importanti del mondo non ha lo stesso impatto promozionale di quello di un uomo che si impone nello stesso torneo.
E allora ci si aggrappa a quello che potrebbe essere.
Ogni sconfitta aiuta a crescere. È vero, basta non abusarne.
La rinuncia all’Olimpiade da parte di un ragazzo di 19 anni è una sconfitta per lui e per chi lo ha consigliato, Riccardo Piatti I presume.
“Sono sempre più infastidito da questi giovani giocatori che si ritirano dalle Olimpiadi, onestamente, e mi chiedo chi è che li consigli. Chissà se avranno mai di nuovo questa possibilità. Per molti di loro mi sembra quasi garantito un rimpianto tardivo” ha detto Ben Tothenberg, firma del New York Times e di Racquet, come ci ricorda Lo Slalom.
Il tennis è uno sport tra i più lontani allo spirito olimpico. Ma vedere con quanta passione tanti campioni tengano ancora alla partecipazione ai Giochi mi fa pensare che per due settimane all’anno ci si possa snaturare e tornare bambini, o diciannovenni, senza sovrastrutture economiche o professionali.
Non molto tempo fa mi sono lamentato della scarsa attenzione riservata dai media a Matteo Berrettini rispetto a quella che avevano per Musetti&Sinner. I due ragazzi sono bravi, forti, talentuosi e potenzialmente in  grado di prendersi il mondo in un prossimo futuro.
Ma lo sport è fatto anche di presente. E Berrettini lo era e lo è. Con il suo quarto di finale al Roland Garros, il numero 9 del mondo e oggi con gli ottavi a Wimbledon. Lui e Lorenzo Sonego, amici disincantati e divertiti impegnati a giocarsi i loro sogni sull’erba londinese.
Fa più figo parlare di quello che potrebbe essere, di quello che sarà, dipingere un domani in cui il Grand Slam diventerà italiano. Nell’attesa mi guardo Berrettini&Sonego a Wimbledon, senza lasciarmi travolgere dalla malinconia di un diciannovenne che rifiuta l’Olimpiade. E lo fa con i tempi sbagliati, rischiando di impedire, con un annuncio a ridosso della chiusura delle iscrizioni, che un altro giovane di buona volontà potesse prendere il suo posto. Libero, ovviamente, lui di fare questa scelta, come mi sento libero io di dire che è sbagliata.
Ho sentito qualche collega arrivare a ridimensionare Tokyo 2020 piuttosto che ammettere a chiare lettere: Sinner ha sbagliato.
Auguro al giovane tennista di vincere uno Slam, di vincerne tanti, di diventare il numero 1 del mondo. Gli esperti dicono che può arrivare in alto come mai nessuno italiano è riuscito a fare.
Ma questo accadrà domani.
Oggi resta l’errore di una scelta, nella sostanza, nei modi e nei tempi di comunicazione. 
Matteo Berrettini, Lorenzo Sonego. Wimbledon vi aspetta. Sarà dura, durissima, ma continuate a farci sognare.
E grazie, già da oggi.

Ivanisevic, magia sull’erba di Wimbledon. Vent’anni fa…

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Lunedì 28 giugno avrà inizio l’edizione 2021 di Wimbledon. Il 9 luglio del 2001, sull’erba dell’All England Club, ho visto la magia del tennis.

Impossibile dimenticare quello che ho appena visto.
Guardo il verde e il viola di Wimbledon, ogni cosa racconta la favola di un principe guerriero che, stanco di appoggiarsi ai ricordi, sceglie di vivere nel presente. Ma anche nel momento in cui la passione sembra possa spaccargli il cuore, non tradisce sè stesso. Goran Ivanisevic è uno che la vita la prende di petto e nell’animo nasconde sentimenti forti.
Subito dopo avere alzato quel trofeo inseguito dal giorno della sua prima finale con Agassi nove anni fa, guarda il cielo.
«Questo è per te Drazen.»
Drazen è Petrovic: fuoriclasse del basket europeo e di quello della Nba, morto nel ’93 in un incidente automobilistico.
Poi Goran torna ragazzo.
«Non vorrei che qualcuno venga a svegliarmi per dirmi: ehi, hai perso un’altra volta».
Patrick Rafter poco più in là sorride. Lui è il principe buono, l’altro protagonista di una grande finale.
Le lacrime fanno da cornice all’intera scena.
Piangono i tifosi croati in tribuna.
Lo stadio è completamente rivestito di bandiere. Sono di più quelle australiane, ma anche gli altri si difendono bene. Una bolgia infernale, come nel tennis non sono abituati a vedere. La vita si è presa la scena, non curandosi molto di quello che si dovrebbe fare nel tempio.
Piange Sdrjan Ivanisevic, il papà. Ha tre by-pass e i medici gli hanno sconsigliato il viaggio. Ma lui non riesce proprio a stare lontano da quel figlio che lo fa impazzire fin da quando era bambino.
Piange Goran mentre sta per servire il primo match-point. L’ultimo game, un thriller pieno di sorprese.
Sotto 15-30 il croato piazza due ace e guadagna la palla del titolo. Si punisce con un doppio fallo, conquista un altro match-point e lo annulla con un altro doppio fallo.
Per due volte è a un punto dalla vittoria a Wimbledon, per due volte fallisce.
Eccolo qui Cavallo Pazzo, l’ho ritrovato e non posso fare a meno di chiedermi: “Cosa farà ora?”

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Il papà abbassa la testa, teme possa ripetersi la delusione delle altre tre finali perse. Non ce la farebbe a sopportarlo. In quelle però, Goran non è mai arrivato così vicino al successo.
Sbaglia Rafter. Terzo match-point.
Ivanisevic bacia la palla, le parla, le chiede di fare il suo dovere, di non punirlo ancora.
Pallonetto dell’australiano.
Parità.
Servizio vincente.
Quarto atto di una commedia che sta scivolando nel dramma. La folla è come se fosse scomparsa, c’è una assordante silenzio mentre Ivanisevic prepara il servizio.
I croati pregano, gli australiani ondeggiano come se stessero praticando chissà quale antico rituale. Papà Sdrijan abbassa le sopracciglia, stringe il naso verso i suoi baffoni. Sembra voglia scomparire, sente che anche un solo sospiro potrebbe rovinare l’incantesimo.
Servizio, errore di Rafter.
È fatta.
Piangono tutti, perché tutti vogliono un gran bene a Ivanisevic.
Goran racconta storie, inventa personaggi. È un affabulatore, sa incantare con le parole. Ma è anche uno che spara servizi che incutono timore. Ce l’eravamo dimenticato. In una sola partita mette assieme 41 ace, accumulandone anche cinque in un game. Poi, come dopo la sfida con Roddick, viene in conferenza stampa e incanta con le sue risposte.
Due match-ball, cosa hai pensato in quel momento?
«Signore, dammi un altro punto.»

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Un doppio fallo, un rovescio fuori, una palla in rete. Break-point per Roddick. Cosa stava accadendo?
«Ero fermo, attaccato alla linea di fondo e mi chiedevo: che ci faccio qui? Era come se avessi i piedi nella sabbia. Volevo muovermi, ma non ci riuscivo. I due Goran che sono in me hanno cominciato a litigare, erano entrambi nervosi. Io dicevo: ragazzi, calmatevi. Ma loro non mi ascoltavano. Sentivo che non sarei uscito vivo da quella situazione.»
Poi?
«È arrivato il terzo Goran, quello che viene quando ci sono le emergenze, quello col cervello, e ha detto: ragazzi siamo in un campo meraviglioso, rilassatevi. Tre ace di fila. È cominciata in quel momento la mia nuova vita.»
Se ne trovate un altro così, portatelo su un campo da tennis e tutti assieme impazziremo per lui.
Dopo il punto della vittoria, Ivanisevic si toglie la maglietta e la lancia alla folla. Sulla sua spalla destra appare il tatuaggio di una rosa. Se l’è fatto qualche tempo fa a Los Angeles, settanta minuti di dolore. Poi, quando l’uomo che ha portato a termine il disegno gli ha chiesto se volesse dipingerla di rosso, lui è scattato in piedi.
«E no, amico. Grazie, ma basta così.»
Un’ora e dieci minuti per il tatuaggio, 44’ in più per battere Andy Roddick e approdare agli ottavi di finale.
Ha cambiato il servizio, lo ha adattato di più al suo fisico: un’eccessiva rotazione del tronco era pericolosa per la schiena. Ha sofferto mille infortuni (pollice, piedi, polso, schiena) ed è precipitato in classifica. Per risalire è andato a prepararsi a settanta chilometri da Barcellona: a Lorret de Mar (posto di sofferenza per un atleta, di grandi bagordi per un inglese libero da impegni) in un campo di terra battuta, assieme agli junior spagnoli («Su questa superficie uno junior spagnolo gioca meglio di qualsiasi britannico»). Tre mesi tra un torneo e l’altro per migliorare il gioco da fondocampo.

Goran Ivanisevic

Era pronto per il grande appuntamento contro Rusedski.
Ivanisevic, che match sarà?
«Un altro incontro bello da vedere: 15-0, 30-0, 40-0, game. Cambio di servizio: 15-0, 30-0, 40-0, game. Tie break. Finito. Spero che lui sia più nervoso di me. Io sono diventato un tipo tranquillo. Non protesto, non spacco le racchette. Anche nei punti dubbi me ne sto calmo. A dire la verità uno dei due Goran voleva andare dall’arbitro a urlare le proprie ragioni. Per fortuna l’altro gli diceva: stai calmo, ma dove vai?»
Dopo il punto finale contro Roddick, dopo essersi tolto la maglietta, Goran urla: «Come on», che un romano atradurrebbe: «E annamo!».
Il sogno si sta realizzando.
A riportarlo ai problemi terreni ci pensa un giornalista croato.
Ivanisevic, cosa pensi dell’arresto di Milosevic?
«Ora è nella sua casa, in prigione. Deve rimanerci per sempre.»
Goran conquista Wimbledon edizione 2001.
È arrivato fin qui grazie a un invito speciale dell’All England Club.
È entrato come numero 125 del mondo, la classifica più bassa per un vincitore del torneo.
Solo sofferenza negli ultimi diciotto mesi. Per una spalla, quella sinistra, che lo sta facendo impazzire di dolore. Per i risultati che proprio non vengono. Lo scivolamento sempre più giù, fino a quel 129 che gli avrebbe impedito di entrare nei tabelloni.
Per lui solo un futuro di qualificazioni e Challenger.
Poi viene qui, serve 213 ace, batte Roddick, Rusedski, Safin, Henman e Rafter.
I bookmaker, che lo quotavano 66-1, ora dovranno pagare. Piangono anche loro.
La finale è una partita piena di angoscia, di eccitazione, di ansia. Ogni colpo può essere quello decisivo. Per due volte Rafter è a due punti dal match, ma non ce la fa. A dicembre dovrebbe annunciare sei mesi di riflessione per poi (penso) ritirarsi definitivamente.
È una partita che Ivanisevic rischia di rovinare concedendo troppo a quella radice di follia che non lo abbandona mai. Per un fallo di piede e una chiamata dubbia (per me aveva ragione Goran) insulta il giudice di linea, quello di sedia, scaglia la racchetta a terra, prende a calci la rete. Rischia soprattutto di perdere la concentrazione, arma vitale in un incontro così carico di tensione.
Ma alla fine vince e sale sulle gradinate ad abbracciare il papà.
Poi, assieme, piangono.

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L’estate di Goran, di Dario Torromeo (Absolutely Free Libri, 210 pagine, 18 euro)

L’incredibile storia di Barbora, Cenerentola al Roland Garros

Non so se ci fosse il sole quella mattina a Omice, 17 chilometri a est di Brno nella Repubblica Ceca. So per certo che una delle 758 abitanti del posto se ne stava in giardino a prendersi cura dei fiori, quando si è sentita chiamare. Si è girata e ha visto una ragazza alta e magra, un viso pieno di speranza, un naso a punta che indicava il futuro.
“Ciao Jana”.
“Ciao, ci conosciamo?”
“Io conosco te”.
“Dimmi”.
“Sono in cerca di un aiuto”.
“Cosa posso fare?”
“Ho 18 anni, ho vinto qualcosa di importante a livello junior. Per fare il salto nel tennis degli adulti ho bisogno di una grande maestra”.
“Vediamoci giovedì al club, prenoto il campo”.
Sono rimaste assieme tre anni. Un rapporto professionale forte, intenso. Jana le insegnava il tennis e la vita.
Veloce la gioia, lungo e straziante il dolore. 
Il 19 novembre del 2017 il cancro si portava via per sempre la Novotna, lasciando alla giovane allieva tanta tristezza e sette parole di speranza.
“Divertiti e prova a vincere uno Slam”.
Il tennis Barbora Krejcikova l’aveva scoperto che era bambina. Nella cucina di casa, a Brno. Era lì che assieme alla mamma guardava la tv. A otto anni, stupita, aveva ammirato la prima eroina. Piccola e fragile agli occhi di chi non la conosceva, Justine Henin in campo si trasformava in un gigante e vinceva il Roland Garros. Quando sabato 12 giugno Barbora se l’è vista davanti, per un attimo ha pensato non fosse vera, poi si è arresa.
“È un mito che esiste in carne e ossa, e conosce addirittura il mio nome”.
Questa è una storia con un epilogo degno di Cenerentola. La felicità però me la sono sempre immaginata in modo diverso.
Se arrivi al Roland Garros senza essere testa di serie e di Slam in singolare ne hai giocati appena quattro e poi alzi la Coppa al cielo, dovresti esplodere di gioia. Barbora, dopo il punto della vittoria, ha mostrato il pugnetto, alzato le braccia per non più di cinque secondi e si è chiusa in una malinconia da spezzare il cuore. Forse aveva paura di sorridere, temeva che se lo avesse fatto, non sarebbe più riuscita a trattenere le lacrime. Alla fine ha ceduto e un bacio è voltato in alto, ben sopra il Centrale del Roland Garros.
“Spero che lei sia felice” ha sussurrato.
Aveva appena sconfitto Anastasia Pavlyuchenkova e cercava di tenere lontane memorie ingombranti. Alzava ancora una volta la mano destra verso il cielo, così Jana era più vicina. L’aveva cercata altre volte in queste due settimane. Era esplosa in un pianto nervoso prima di affrontare Stephens e Sakkari. La psicologa le aveva dato una mano ricordandole il mantra che proprio la Novotna le aveva affidato.
“Divertiti”.
A quello si era aggrappata mentre giocava contro i cinque set point di Coco Gauff nei quarti, il match point annullato e i tre falliti contro Maria Sakkari in semifinale. Si è arrampicata per salite insidiose, ha attraversato il deserto dei dubbi e alla fine è arrivata alla meta per scoprire che era tutto vero, reale. Non un miraggio, ma la Coppa Suzanne Lenglen.
Appena un anno fa giocava il primo Roland Garros e non era tra le Top 100. Adesso, fuori dalla lista delle favorite, fuori dalle teste di serie, lontana dai nomi che catturano i titoloni dei giornali, ha vinto.
Alla fine le lacrime sono arrivate. Jana è stata celebrata.
Barbora è una Cenerentola che non ha mai incontrato la strega cattiva. Sul suo cammino per tre anni ha avuto una compagna di viaggio che l’ha spinta sul giusto sentiero. Lascia Parigi con il primo successo in uno Slam, il secondo torneo della carriera. L’altro l’ha vinto a Strasburgo una settimana prima.
“Barbora Krejcikova è una supernova, la giocatrice di un piccolo club di provincia della Repubblica Ceca, il trionfo della normalità in un circuito dove tutti cercano di distinguersi” Sophie Dorgan, l’Équipe
Un altro giornalista ha subito visto le qualità di questa ragazza. Christopher Clarey ne ha scritto lo scorso anno sul New York Times. È leggendo quell’articolo che ho scoperto l’intensità del rapporto sportivo e umano con Jana Novotna.
Quando ho visto Barbora impegnata nella più veloce celebrazione di un trionfo a cui abbia amai assistito in cinquant’anni di professione, mi sono convinto che la sua fosse davvero una storia da raccontare.

Sinner è davvero forte, ma non caricate sulle sue spalle 45 anni di astinenza…

Lo scorso novembre Jannik Sinner ha vinto a Sofia ed è diventato il più giovane italiano a imporsi in un torneo ATP. E si è scatenato l’inferno. Davanti a lui si è presentata l’Italia affamata. Il popolo del tennis è a digiuno da troppo tempo. Sono passati 45 anni dall’ultima volta che un italiano ha vinto un torneo dello Slam. Questa astinenza ha provocato una corsa forsennata. Tutti gli chiedono di vincere e di farlo senza aspettare. Subito, adesso. Ma se urliamo oggi, cosa mai dovremmo fare quando l’obiettivo sarà centrato?
A 19 anni è entrato nel mondo degli adulti.
Un mondo in cui si consuma tutto in fretta. Jannik ha appena cominciato a godersi il presente, a sognare il futuro, e già lo tirano per la giacchetta cercando di assegnargli tornei che deve ancora giocare, di metterlo sul trono di re del mondo quando ha appena cominciato la scalata alla Top Ten. Passi da fare ne ha ancora tanti. E questo dovrebbe renderci felici, perché la domanda è: se è già forte oggi, cosa potrebbe diventare se ogni elemento del puzzle andasse al suo posto?
Il ragazzo ha cominciato la scalata, ha giocato appena 64 partite nei tornei ATP. Abbassate i toni, se potete. Lui è bravo, forte, sicuro, rispettoso. Ma perché rovinare tutto trasformando uno starnuto in un uragano?
È in finale a Miami, in un Master 1000. Un grande risultato, ma va gustato come se bevessimo un whiskey pregiato. Sorseggiando, non buttando giù tutto in un sorso.
Sui social che fino a ieri non sapevano neppure chi fosse, ora lo chiamano per nome e gli predicono come minimo un Grand Slam, un filotto che parte dagli Australian Open e arriva agli US Open, passando per Roland Garros e Wimbledon. Tutto in un anno. Descrive il suo gioco chi fino a ieri spiegava i vaccini anti Covid, le invasioni di Bill Gates, l’alta finanza, la biologia, la cucina e l’economia domestica. Esperti in tutto, perché non aggiungere il tennis? Sui giornali, parolai pagati un tanto a metafora lo descrivono nei momenti più intimi, anche se lo hanno sentito parlare, forse, una sola volta in televisione.
Gli sportivi da poltrona in Italia sono milioni, molti dei quali appartengono al popolo del calcio. Quello che fa un processo ed emette una sentenza a ogni giornata di campionato. Vinciamo lo scudetto oggi, andiamo in serie B la prossima domenica. E giudicano il resto dello sport allo stesso modo. Sinner è un fenomeno, vincerà già quest’anno uno Slam, è il solito italiano che quando arriva il momento della verità se la fa sotto. Ma di cosa diavolo parlate?
Abbiate un attimo di lucidità. Jannik Sinner ha molte doti del campione, altre le deve ancora acquisire. A 19 anni ha tutto il tempo per farlo. Dategli tregua. Applauditelo, fategli i complimenti, sognate pure. Ma non mettete sulle sue spalle il peso di 45 anni di astinenza.
Quando arriverà il momento giusto sarà lui a dare il segnale. E allora sì che scateneremo l’inferno…

Panatta, il tennis in controtempo. Settanta volte auguri, Adriano

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Adriano Panatta ha vinto dieci tornei. Nel 1976 ha conquistato Internazionali d’Italia, Roland Garros e Coppa Davis. È stato 4 del mondo. Giocatore d’attacco sapeva rubare il tempo all’avversario. Ottimo servizio, eccezionali riflessi a rete dove le doti acrobatiche gli permettevano colpi di grande spettacolarità e di assoluta efficacia. Sapeva mascherare bene la palla corta e aveva grande senso della posizione. Oggi compie settant’anni. Questo è un articolo vintage, antico, di molti anni fa. Mi sembra che regga bene il tempo. Auguri, Adriano.

 

CDS

 “Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io”
(Orson Welles, Quarto potere)

 

Adriano, cosa non ti piace del tennis di oggi?

“Non amo i picchiatori. A parte Federer e Nadal giocano tutti uguale. La differenza la fanno quattro pallate a tutto braccio, a volte un po’ casuali. Prima dietro un punto c’era un’idea, un’invenzione, fantasia.”

Quale è stato il momento in cui tutto è cambiato?

“Quando è cambiato l’attrezzo. Le nuove racchette ti permettono di scegliere soluzioni tecniche che con quelle di legno non potevi neppure immaginare. E poi con queste tireresti forte anche tu.”

Nella tua epoca c’erano più variazioni tattiche?

“Giocavamo su ritmi più lenti, potevamo prenderci il lusso di pensare. Oggi tirano forte, è più facile.”

Federer è l’eccezione?

“Non ho mai visto uno giocare così bene, Laver compreso. Gli ho visto fare cose che pensavo fossero impossibili per un essere umano. Ha una forza di polso spaventosa. In molti, anche quelli che vincono tanto, non giocano bene a tennis. E’ un fenomeno che è sempre esistito, Borg compreso.”

Adriano, cosa ti piace di Federer?

«Sa giocare a tennis. Non vorrei essere frainteso: sono pochi quelli capaci di esprimere un tennis di simile talento. Dico Lendl e Sampras tra tutti quelli che ho visto.»

Come si manifesta sul campo il talento dello svizzero?

«Dal modo in cui colpisce la palla, dal cambio di ritmo, dalle soluzioni tecniche e tattiche che decide di adottare. Colpisce la palla con violenza, ma lo fa sempre nella maniera giusta. In un modo classico, ma nello stesso tempo moderno. Si è parlato a sproposito della scuola svedese, di quella spagnola. Federer è svizzero, viene dunque da una nazione che non ha una tradizione alle spalle. Lui gioca divinamente, come si deve fare: la palla davanti al corpo, non dietro come avviene spesso oggi. Gioca in lift, in back. Sa come e dove tirare da ogni parte del campo. E’ un grande campione.»

Altri riferimenti per spiegare meglio quali sono quelli che a tuo giudizio sanno ”giocare a tennis”?

«Dico Laver, Sampras, ma anche Agassi. Insomma è questo il modo di conquistare la gente. Io, tranne nelle occasioni in cui lo faccio per lavoro, mi siedo davanti alla televisione solo se c’è lui in campo. Ho ancora negli occhi la partita contro Hewitt agli US Open del 2004. Non ho mai visto giocare così, è quasi impossibile farlo.»

 

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Perché oggi questo fenomeno è più evidente?

“Da quando il mercato del tennis internazionale si è allargato, si gioca in continuazione. Fa poca differenza arrivare in forma o meno nei tornei più importanti. Lo scopo è guadagnare tanto e fare più punti possibili. Questo ha cambiato il gioco, ma anche il carattere dei giocatori. Li ha resi più chiusi, più introversi.”

Il modo di giocare così simile in tanti tennisti moderni dipende solo dalle racchette?

“I maestri non insegnano tutto ai bambini, insistono solo sulla specializzazione di quei colpi che potrebbero essere determinanti nella carriera professionistica. Così il ragazzo a un certo punto non cresce più e scopre che gli manca qualcosa. Sono bravi di dritto e rovescio. Tirano in allenamento quello che noi tiravamo per fare un passante vincente in partita. Ma se devono ammorbidire una palla, cappottano.”

Tra quelli che “sanno giocare a tennis” c’è dunque solo Federer?

“No. Nadal è un grande campione, come Borg. Come lui ha avuto un’evoluzione tecnica notevole. Col tempo ha imparato a giocare meglio a rete, a muovere meglio la palla da fondocampo. Ha capito che per vincere sempre doveva limare i suoi difetti.”

E gli altri?

“Ogni giocatore di livello ha per talento e predisposizione alcune qualità. Quello che gli manca dovrebbe allenarlo. L’ha fatto Nadal, l’ha fatto Borg, l’ha fatto Wilander, l’ho fatto io.”

Il problema dunque sono gli allenatori?

“Vedo deficienze tecniche anche tra giocatori forti che, sia chiaro, rimangono comunque forti.”

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È un discorso che vale per tutti?

“No. Guardate Nadal. E’ molto migliorato rispetto al passato, pur essendo da tempo un campione. Segno che chi lo allena è intelligente e lui è stato così intelligente da seguirlo sul discorso tecnico.”

Perché è così difficile intraprendere questa strada?

“Il 90% dei giocatori non ama lavorare sui difetti. E il tecnico, che ha nel giocatore il suo datore di lavoro, certi tipi di allenamenti glieli evita.”

Quale è la soluzione?

“I giocatori devono capire che un tecnico che li fa lavorare sui loro punti deboli è un tecnico bravo. L’allenatore deve avere carisma e capacità per spiegare sempre i perché del suo lavoro. I tecnici devono liberarsi del concetto che l’unico modo di vivere il tennis oggi sia quello di tirare forte. Paolo Bertolucci, quando allenava Pistolesi e cercava di fargli fare certe cose e non ci riusciva, parlo di una palla corta, di un chop, di un diagonale, insisteva per quanto possibile. Bisogna lavorare sulle pecche. È l’unica soluzione per migliorare.”

Adriano Panatta, con l’aiuto della televisione, ha il merito di avere dato una spallata al mondo del tennis di casa nostra. Ha buttato giù il vecchio edificio e creato una nuova realtà. Più dinamica, popolare, universale oserei dire.

Era l’estate del ‘76. La società stava cambiando. I diciottenni avevano votato per la prima volta, il Partito Comunista di Enrico Berlinguer aveva ottenuto uno straordinario successo e la Democrazia Cristiana aveva faticato a conservare il suo ruolo di partito di maggioranza.

Il mito dell’epoca si chiamava Nicola Pietrangeli ed era un elegante signore, nipote di un impresario edile e figlio del concessionario della Lacoste per l’Europa. Tennista per passione. Applausi, gesti bianchi, pacche sulle spalle dello sconfitto. Nicola aveva avuto il merito di aprire la strada, era stato il primo a imporsi come personaggio capace di uscire dai confini dello sport.

La televisione a metà anni Settanta aveva avuto il grande merito di rendere popolare il tennis. Aveva portato il gioco dentro le nostre case. Anche le nonne sedevano davanti a quella scatola magica, assieme alle casalinghe, ai giovani studenti. Tutti assieme si erano lasciati coinvolgere da quella stregoneria chiamata tifo.

I successi di Panatta erano accompagnati dalla passione. Sulle tribune degli stati il coro Aaa-dria-no, Aaa-dria-no era una sorta di amorosa, ossessiva colonna sonora. La gente assisteva allo spettacolo e si sentiva partecipe, in piena sintonia con l’eroe.

Dopo essere stato lo sport dei nobili, dei benestanti, il tennis ora apparteneva anche anche a chi censo e illustri natali non aveva. Parlare di riscatto sociale, mi sembrerebbe eccessivo. Anche se potrebbe esserci una percentuale di verità.

La televisione, oltre alla popolarità, aveva portato i soldi. Si firmavano i primi contratti milionari di sponsorizzazione. I club aprivano le porte ai ragazzi, ai signori di mezza età. I circoli subivano un’autentica trasformazione.

Il passaggio da Nicola Pietrangeli a Adriano Panatta era stato un salto verso il futuro. E non a tutti era piaciuto. La tribù dei puristi vedeva il tennis involgarito dalla contaminazione con una folla sempre più grande. Meglio custodirlo nella nicchia di pochi eletti che offrirlo a una divulgazione di massa che lo stava privando della nobiltà. Dimenticavano che le emozioni hanno sempre arricchito gli animi. Il passaggio da sport di élite a popolare aveva fatto conoscere nuovi orizzonti, conquistare altri mercati. Ora il tennis, anche in Italia, aveva un respiro mondiale.

Quella ’76 era diventata con il passare dei mesi una stagione irripetibile. Mai un giocatore italiano aveva messo assieme successi così importanti, mai un altro sarebbe riuscito a imitarlo.

Adriano cominciava a Roma, vincendo gli Internazionali.

“Una vittoria casareccia, una cosa che apparteneva a noi romani. Nel senso che sentivo attorno odori, sentimenti, passioni che conoscevo. Nessuno era più a casa di me al Foro Italico. Per questo ho sentito quel successo come qualcosa di intimo, meno pubblico degli altri. Su quei campi avevo vissuto la mia giovinezza. Andavo a palleggiare contro il muro della Pallacorda, lì giocavo con i miei amici. Lì ho capito cosa fosse il tennis. Della finale ricordo l’ultimo punto. Sembrerà strano, ma io di quegli undici match point annullati ne ricordo appena uno. Un passante vincente. L’immagine successiva è quella del trionfo”.

Poi arrivava il Roland Garros.

“La domenica vincevo al Foro, il martedì ero in campo a Parigi. Allora Internazionali e Roland Garros erano attaccati. I francesi mi volevano bene. A Wimbledon la gente è innamorata della loro manifestazione, del gioco in sé. Il pubblico parigino è sportivo, competente, esperto. Ama i giocatori, predilige quelli che attuano una tattica brillante. Li preferisce ai regolaristi. In quel periodo solo due attaccanti vincevano sul rosso parigino: Noah e io. Su quei campi sono stato l’unico a battere Borg, l’ho fatto per due volte. Come ci sono riuscito? E che mai poteva farmi? Per perdere il punto dovevo sbagliare io. Anche se a Roma nel ’78 mi ha battuto pur avendo giocato bene. Ma gli sono serviti cinque set in finale per riuscirci. Prima dell’ultima partita contro Solomon mi sentivo tranquillo. Ero sicuro di vincere. La sfida in semifinale contro Dibbs era stato il mio miglior match del torneo. Contro Solomon ho avvertito un po’ di stanchezza, in fondo stavo giocando da due settimane di fila! Ma non ho mai avuto grossi problemi”.

Con le vittorie arrivava il numero 4 nella classifica mondiale.

“La cosa a cui tenevo di più era essere il numero 1 sulla terra battuta. Vivevo in un’epoca in cui su quella superficie c’erano fenomeni come Borg, Orantes, Ramirez, Solomon, Dibbs, Nastase. E non potevi certo dirti fortunato se nel sorteggio pescavi Connors o Ashe. Ma in quel magico ’76 mi riusciva tutto facile”.

L’ultimo colpo da mago, la vittoria in Coppa Davis assieme a Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli. Capitano non giocatore Nicola Pietrangeli.

“Non volevano che andassimo in Cile, dove il dittatore Pinochet aveva preso il potere tre anni prima e il presidente Allende era stato ucciso. Il “No al Cile” era strillato in molte piazze. Chi si diede molto da fare per rendere possibile quell’avventura fu Nicola Pietrangeli. Ma il caso era politico e toccò a un politico risolverlo. Sembra sia stato Enrico Berlinguer a convincere tutti che sarebbe stato un errore lasciare al dittatore Pinochet il vanto del trionfo sportivo. A Santiago si avvertiva un clima pesante. Non bisognava essere dei geni per capire che eravamo in un Paese che soffriva l’oppressione del regime. Chi vive un grande evento sportivo spesso si muove in una relatà che non esiste. È tutto ovattato, ti sembra di muoverti in un paradiso. Ma io sono sempre stato curioso, chiedevo informazioni ai giocatori cileni e avevo un quadro più preciso di quello che ci stava attorno. Una finale facile. Loro avevano solo il doppio forte. Ma anche Paolo e io eravamo tra le miglioi coppie del mondo. Un po’ di sofferenza e la Davis è stata nostra. La vera impresa l’abbiamo fatta contro l’Australia. Newcombe e Roche erano clienti scomodi. Siamo riusciti a superarli e poi siamo andati in Cile a prenderci la Coppa”.

Una spallata al mondo un po’ nobile e molto impaurito di un tennis che temeva di lasciarsi travolgere da un’ondata che non sarebbe riuscito a controllare. Ma siamo ancora qui, 44 anni dopo, a parlare di quei giorni. Adriano ha conservato la sua popolarità e nessuno sul campo è ancora riuscito a imitarlo.
Internazionali, Roland Garros, Davis e numero 4 del mondo.
Prendetelo, se potete.

Auguri, Adriano.

Dieci anni fa, quella partita lunga tre giorni. Sfide infinite tra noia e magia

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Ci sono partite che sembra non debbano finire mai. Ci caschi dentro e ti ritrovi in una dimensione senza spazio, né tempo.
Il tennis per eliminare l’inconveniente ha inventato il tie break.
Ci ha pensato James Henry (Jimmy) Van Alen nel 1965.

Originario di Newport, nel Rhode Island, ha perfezionato nel tempo l’idea. Il primo passo è stato quello di assegnare il set a chi arrivava per primo a 21, con cinque servizi a testa. Proprio come nel tennistavolo. Poi ha spostato l’asticella. Set a chi arrivava per primo a 5. Terzo e decisivo passo, tie-break dal 6-6: vittoria per chi arriva a 7 ma con due punti di vantaggio.

Gli US Open l’hanno adottato nel 1970, Wimbledon nel 1979, la Coppa Davis dal 1989.
James Henry Van Alen è morto il 3 luglio 1991, il giorno in cui nella semifinale di Wimbledon Michael Stich ha battuto Stefan Edberg dopo tre tie-break.

Nel 2011 Samanta Stosur e Maria Kirlenko, agli US Open, hanno messo in piedi il più lungo tie-break femminile nella storia degli Slam. L’ha vinto la russa 17-15, dopo aver salvato cinque match point, due dei quali con overruled generati dall’intervento dell’occhio di falco: uno strumento che permette al Ministero della Difesa di seguire le tracce dei missili e ai chirurghi di guidare i laser nelle operazioni al cervello.

Nel caso del tennis il software garantisce un’elaborazione dei processi visivi in tempi brevissimi, traccia un’immagine tridimensionale del percorso della pallina e indica con precisione il punto di impatto con il terreno.
La partita che sembrava non dovesse mai finire è stata sicuramente quella di Wimbledon 2010 tra John Isner e Nicolas Mahut. Centottantatrè games, 70-68 l’ultimo set durato otto ore e undici minuti!

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Durante la seconda giornata di gioco, il tabellone che mostrava i punteggi sul campo è rimasto bloccato sul 47-47, poi si è spento. I programmatori IBM hanno detto che quello era il punteggio massimo programmato, ma che avrebbero provveduto a correggere il problema il giorno successivo.

Uno specialista ha lavorato sul sistema fino alle 23:45 per correggere i punteggi per il giorno seguente, ma si è avuto ugualmente un malfunzionamento dopo altri 25 game. Un evento straordinario.

Ma va sicuramente ricordato anche quanto accaduto il 24 settembre 1984 a Richmond, Virginia, in un torneo da 50.000 dollari.

In campo Vicki Nelson e Jean Hepner. Quest’ultima era avanti 11-10 nel tie break del secondo set. Il ventiduesimo punto appartiene ormai al mondo delle favole. Seicentoquarantatrè colpi, ventinove minuti. Ad essere onesti, bisogna precisare: “ventinove minuti di noia assoluta”. Lo ha sottolineato più volte John Packett, il giornalista del Richmond Times-Dispatch che è stato testimone oculare della vicenda. Una serie infinita di pallonetti, una grande paura di sbagliare e l’assoluta mancanza di coraggio per andare a cercare il vincente. Alla fine il colpo decisivo l’ha trovato la Nelson, che poi è caduta a terra in preda ai crampi, si è rialzata prima dell’ammonizione dell’arbitro, ha vinto il tie break e portato a casa la partita dopo sei ore e trentuno minuti. Record assoluto per le donne.

Il tie-break accorcia il gioco. Ma non è certo una scorciatoia. Roger Federer e Marat Safin ne hanno giocato uno lungo 26’ nella semifinale della Masters Cup 2004 a Houston (match allo svizzero 6-3, 7-6 con gioco finale 20-18). John McEnroe e Bjorn Borg ne hanno giocato uno nel quarto set della finale di Wimbledon 1980. È durato venti minuti e se lo è aggiudicato l’americano (18-16). Lo svedese ha poi vinto il quinto set e il torneo.

E’ il tennis, bellezza.

Schiavone, 10 anni fa Il giorno della magia di una grande artista


Parigi, 5 giugno 2010

 

Lei gioca sempre con passione.
“Mi impegno come se dovessi conquistare un amore”.
Ogni punto guadagnato diventa un abbraccio, un bacio, una carezza.
Lotta perché ha un assoluto bisogno di sentirsi amata.
“È il dono più grande della vita”.

E adesso eccola qui a spiegare agli altri quello che tante volte mi ha raccontato con un mezzo sorriso che faticavo a interpretare, non riuscivo a capire se fosse un segnale di allegria o di tristezza.
Francesca Schiavone ha fatto innamorare Parigi.

Ha appena vinto il Roland Garros. Si rotola sulla terra rossa del Centrale, la bacia, la mangia. Si rotola per sporcarsi il bianco del completino, per sentire sulla pelle la terra del campo. È una gestualità pagana che le permette di vivere questa avventura sino in fondo.

È stato un piacere vederla giocare.

La Schiavo pratica un tennis fatto di tocchi ormai dimenticati da gran parte della truppa. Un rovescio a una mano pieno di istinto e naturalezza; smorzate, variazioni di ritmo, top spin esasperati. Una tattica diversa per ogni partita. E quando sta sotto, non si arrende. Mette assieme le armi di un tennis pieno di risorse e riprende a lottare. Ma per esprimersi al meglio, per volare, deve sentirsi circondata da sentimenti nobili. È per questo che non nasconde nulla al pubblico. È solare. Si esprime con la faccia, la gestualità, il gioco, l’intero corpo.

Gioia, delusione, rabbia, felicità. Vuole che tutti siano partecipi dei sentimenti che prova. Sa che non deve nascondere nulla, perché prima o poi arriverà il momento di chiedere aiuto. Come Muhammad Ali nei suoi combattimenti, la Schiavo è una che succhia energia a chi è lì per vederla giocare. Dagli applausi, dalle urla, dagli incitamenti prende la forza per andare avanti, per ricominciare.

Le capita a volte, come è accaduto anche in questa occasione, di parlare con sé stessa nel bel mezzo di una partita. E quando le cose si complicano, l’interlocutore diventa un nemico su cui sfogare il nervosismo del momento. Allora alza lo sguardo verso la tribuna, lo fissa dopo un colpo sbagliato, prima di tornare alla battuta, e gli parla.

“Da quando sono in campo, non te ne va bene una. Vuoi giocare tu al posto mio?”

E Corrado Barazzutti, è lui l’altro protagonista della commedia, abbassa le sopracciglia, stringe le labbra e con il pugno chiuso le fa cenno di osare. Francy, come la chiama Samantha Stosur, la rivale della finale, stavolta è stata perfetta.

Le ha tolto respiro, spazio, possibilità di esprimersi. L’ha aggredita giocando solido, servendo assai bene e rispondendo meglio.

Questo Trofeo la Schiavone lo sognava da quando, a sei anni, andava assieme a papà Franco a raschiare il ghiaccio dai campi in cemento dell’Accademia Inter a Milano, per poi potersi allenare.

Ce l’aveva in testa da una vita e a Parigi, in una calda domenica di giugno, l’ha portato a casa. Ha cambiato la sua storia e quella del nostro tennis. È la prima italiana a vincere un torneo dello Slam.
Due settimane piene di magia, una finale perfetta. Ha giocato a rete con la classe di una campionessa autentica, ha distrutto la Stosur, atleta dal dritto devastante e dal servizio pesante. L’australiana è stata dominata nella partita a scacchi che la Schiavo le ha imposto. La milanese ha giocato d’anticipo, anziché difendersi è andata ad attaccare.

Fallo vedere ancora una volta quel fantastico rovescio a una mano Francesca, mostralo al mondo.

Il popolo delle bimani rappresenta il 90% del tennis femminile, quel rovescio è diventato, per l’intero circuito, messaggero di sventura. In un mondo di picchiatrici, di gente che usa la racchetta come mezzo per offendere, lei con quell’attrezzo ricama traiettorie magiche, insegue nuovi orizzonti. Perché è così che interpreta il mestiere.
Sulla terra rossa si esprime al meglio, su questa superficie ha tempo per pensare, spazio per far valere il talento contro la potenza, capacità di gestire tatticamente la partita senza rimanere ostaggio del servizio.

Il suo è un tennis fisico e di tocco. Con il rovescio a una mano, le volée vellutate, i pallonetti imprendibili, le smorzate assassine. Ma anche con le rincorse su palle disperate, i recuperi miracolosi, la lotta sino all’ultimo colpo.

È un modo di giocare che l’ha portata in alto, da lunedì sarà numero 4 del mondo.
È la più grande giocatrice italiana di sempre.
Stoppa il giudizio sulla bocca di chi l’ha appena pronunciato.
“Non faccio questo sport per impormi su qualcuno. Lo faccio perché lo amo”.
Se l’arte del frullone fosse materia di studio, Francesca Schiavone sarebbe professoressa emerita. In quei topponi spediti negli angoli più lontani del campo e destinati a fare impazzire le rivali, lei è specialista assoluta. Nel tennis di questa piccolina, comunque dotata di un fascio di muscoli scattanti, c’è la passione di chi cerca la strada migliore da percorrere frugando tra i gesti del passato, tra i ricordi. Lei così minuta, non potrebbe ingaggiare lotte selvagge con il popolo delle picchiatrici e allora usa le armi di una volta. Poi aggiunge la grinta. E vince.

Quarto match point nelle mani.
Stecca, l’australiana. Pallina in cielo, Schiavone distesa sulla terra rossa del Centrale. La bacia, poi vola in tribuna. Abbraccia amici, parenti, dirigenti, il coach Corrado Barazzutti. Prende in braccio Riccardo, il bel ragazzino biondo figlio della manager Federica Ruzzenente.
Tutti attorno piangono, solo lei continua a ridere. Un sorriso che si allarga, le riempie il volto di una felicità straripante.

Le passano un telefonino, dall’altra parte c’è Giorgio Napolitano, il Presidente della Repubblica.
Complimenti, lei fa onore all’Italia.
Poi, un’altra telefonata. È Adriano Panatta.
Brava, sei stata grande.

Tutti vogliono abbracciarla. Urlano di gioia le migliaia di italiani che hanno riempito il Centrale. In questo sport non siamo abituati a essere felici. La premia Mary Pierce. Le fanno i complimenti John McEnroe e Martina Navratilova. Il presidente della Federtennis, Angelo Binaghi, mi chiede se sia proprio vero che abbiamo vinto il Roland Garros o se invece il torneo non cominci domenica prossima.
Mamma Luisita a Milano comincia a preparare le torte, specialità della casa. Francesca bacia i genitori in diretta mondiale.
«Mamma, papà, vi amo», sussurra al microfono durante l’intervista sul Philippe Chatrier.
C’è aria di festa attorno a lei.

Samantha Stosur se ne sta sola e col capo chino, seduta sulla panchina dove ha coltivato un sogno finito male. La partita senza pecche della Schiavo non poteva che portare a questo risultato. Nessuna scelta sbagliata. Ha indovinato tutti i tempi di attacco, a rete non ha mai fallito. E dire che un paio di volée erano davvero roba complicata. Ha superato anche la zona rossa, quella del nervosismo. Avrebbe potuto farle perdere lucidità, ad esempio quando è andata a incattivirsi per una decisione sbagliata del giudice di linea e dell’arbitro. Per fortuna, non è successo.
Si mette le mani sul viso la Schiavo, poi le mostra al pubblico.

Ripete due, tre, dieci volte la stessa frase.
«Ma cosa ho fatto? Cosa ho fatto?»

Sul campo è da applausi. Regala emozioni, lampi di classe assoluta. Fuori dal rettangolo di gioco fatica di più.

Ha problemi a relazionarsi con i giornalisti, ad esempio.
Qualche tempo fa mi ha detto.
«Ho paura di essere fraintesa, di passare per quella che non sono, di rompere il filo che mi lega agli altri. Io ho bisogno di dividere le mie gioie, non poterlo fare mi darebbe un grande senso di angoscia».

Si sente sicura solo all’interno del clan che le fa da argine contro il resto del mondo.
«Loro mi fanno sentire accettata, rispettata, apprezzata per quello che sono. Anche con i miei difetti. In questa avventura hanno investito tempo e passioni».

Non ce la fa proprio a fidarsi del tutto.

Scriveva poesie, ha smesso. Scriveva un diario, non l’ha fatto leggere a nessuno.
“Mi sono fermata. Tutto è troppo contorto. Scrivo quando sento qualcosa di importante nascere dentro di me. O forse me lo immagino. Non le faccio leggere perché ho paura che dai miei versi si possa capire cosa provo, non mi piace mettere a nudo la mia anima davanti a chiunque.”

Ha spezzato l’incantesimo, una tennista italiana alza al cielo il trofeo del Roland Garros.
Sono felice anch’io.
Una volta mi ha raccontato che al mattino appena sveglia le piace ascoltare Mozart e che niente come una corsa sulla moto riesce a regalarle una sensazione di libertà. Mi è bastato.
Francesca è la mia preferita. Il suo è un tennis caldo, musicale. Mi ricorda John Coltrane.
Certo il sassofono dell’uomo che ci ha regalato My favorite things ha note di una magia più alta, ma non a caso appena cito la milanese sono proprio le parole del jazzista a tornarmi alla mente.
“Ho vissuto per molto tempo nell’oscurità perché mi accontentavo di suonare quello che ci si aspettava da me, senza cercare di aggiungerci qualcosa di mio”.
L’adagiarsi nel mare della tranquillità per paura di affrontare nuovi percorsi è il nemico peggiore per chi ha grande talento, ma non altrettanto coraggio.
Per fortuna, di coraggio Francesca Schiavone ne ha in abbondanza.

5 giugno 2010, esterno notte. 

Mentre torno in albergo, chissà perché mi viene in mente una frase di Gastone Moschin, l’architetto Rambaldo Melandri in “Amici miei”.
Che cosa è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione.
Sembra scritta per lei.
Per la piccola guerriera piena di talento che ci ha appena regalato un’altra magia.

 

 

 

 

 

Ivanisevic nella Hall Of Fame, nel 2001 l’impresa più grande

Goran Ivanisevic e Conchita Martinez entrano a far parte della Hall of Fame del tennis.
Il museo di Newport, Rhode Island, accoglie i due campioni nella ristretta cerchia dei più grandi.
La spagnola, coach della connazionale Garbine Muguruza, ha trionfato a Wimbledon ’94, in finale a Melbourne e Parigi, vincitrice di 33 titoli WTA, numero 2 del mondo e medaglia d’argento in doppio a Barcellona ’92, Atene 2004 e di bronzo ad Atlanta ’96.
Ivanisevic, numero 2 del mondo, ha vinto in carriera 22 titoli ATP e la medaglia di bronzo in singolare e doppio a Barcellona ’92.

Il croato, attualmente nel team di Novak Djokovic, è stato campione di Wimbledon nel 2001 (unico tennista uomo capace di vincere uno Slam da wild card).
Sabato 22 febbraio sarà presentato alla Garbatella il libro “L’estate di Goran” che racconta quella magica impresa.

L’ESTATE DI GORAN, il 22 febbraio presentazione alla Garbatella

È l’estate del 2001. Un tennista scivolato in fondo alla classifica, uno che ha già perso tre finali, vince a sorpresa Wimbledon.
Nessuna wild card c’era riuscita prima, nessuna ci riuscirà dopo.
Il libro è un viaggio nel tempo per ritrovare le magie di quell’incredibile avventura.
È il torneo in cui il mondo scopre Roger Federer che, non ancora ventenne, elimina Pete Sampras: l’uomo che aveva alzato 7 volte il trofeo nelle ultime otto edizioni.
Ma è soprattutto la storia di Goran Ivanisevic.
Ha sempre giocato per gli altri: per la sorella malata, per la patria, per il papà sofferente. Adesso capisce che è giunto il momento di giocare per se stesso.
Per farlo, riesce a mettere d’accordo le tre personalità che si agitano in lui: i tre Goran sempre in lotta tra loro. Supera in finale Patrick Rafter, in cinque set avvincenti come un thriller.

Il libro racconta i protagonisti di quel fantastico Wimbledon, in campo e fuori dal campo, le superstizioni, i pensieri, le paure, i retroscena.
Nel viaggio ci fanno compagnia due giovani tifosi croati che hanno chiesto agli amici un regalo speciale per le loro nozze: i biglietti dell’intero torneo; un portiere d’albergo: un napoletano dall’animo poetico; un barista rumeno che parla in perfetto romanesco; due gemelli indiani che gestiscono un’edicola aperta giorno e notte.
È una calda estate di felicità.
Due mesi dopo, sarà solo tragedia.

La mia regola è usare soltanto parole
che migliorino il silenzio.
(Eduardo Galeano)

Sette frasi per capire meglio GORAN IVANISEVIC.

7.
«Essere papà è fantastico ma c’è un problema. Lei non dorme. Di notte è come se si trasformasse in un vampiro. Si sveglia cinque o dieci volte, chiedendo qualsiasi cosa, cantando, chiamando. Se accade solo cinque volte in una notte è come se avessi vinto la lotteria. Ho provato a urlare, ma se urlo è ancora peggio, lei inizia a piangere e urlare più di me, così le do solo quello che vuole. Forse tra 10 anni dormirà tutta la notte».
(a Nick Harris, Independent, 28 novembre 2005)

6.
«Balotelli mi piace da morire. Lo metterei sempre in squadra perché può decidere sempre. Vorrei conoscerlo, davvero, mettiamo sul tavolo tutte le nostre personalità e vediamo quant’è grande il tavolo».
 (a Vincenzo Martucci, Gazzetta dello Sport, 27 giugno 2012)

5.
«Sulla terra forse il tennis si gusta di più, ma se permettete a me non interessa, io vado in campo per vincere, non per piacere agli spettatori. Quando gioco un’esibizione scherzo, ma è a Wimbledon che stiamo giocando. Devo divertirmi io, non gli spettatori». 
(a Roberto Perrone, Corriere della Sera, 27 giugno 1992)

4.
«Mio padre mi ha detto: se vuoi colpire un dritto, fallo e basta. È solo una pallina da tennis, non un fantasma».
 (a Gaia Piccardi, Corriere della Sera, 9 febbraio 2004)

3.
«Cosa non mi piace nel tennis? L’abitudine di usare l’asciugamano dopo ogni punto. È disgustosa, si perde tempo. Un doppio fallo e un asciugamano, una risposta in rete e un asciugamano…».
 (a Stefano Semeraro, La Stampa, 28 giugno 2012)

2.
«Era come una tragedia greca, un film western. Rafter era lì, ma era come se non ci fosse. Era il mio mortale nemico in un duello sotto il sole, ma così lontano che forse mi stavo sbagliando: forse ero sempre io, forse mi stavo guardando allo specchio…».
(a Leonardo Colombati, Il Sole 24ore, 27 settembre 2017)

1.
«Ho guardato in alto al momento del primo match point: Signore, se sbaglio il primo servizio, fammi tirare una seconda molto forte. E fa’ che sia buona. Ma è stato un doppio fallo. Allora ho detto: forse il Signore è a pranzo e non mi vede. Poi ho fatto ace con la seconda di servizio e ho pensato: okay, ora è tornato. È solo grazie a lui se sono in finale. Mi ha dato un’altra opportunità. Ha detto: ragazzo sei così noioso, sempre a chiedere un’altra possibilità. Ma sono buono e voglio dartela. Speriamo continui così».
 (
Goran Ivanisevic, dopo la semifinale)

Il libro sarà presentato sabato 22 febbraio alle ore 18:00 all’interno della manifestazione La Garbatella 20 20, festa per i cento anni. L’autore racconta in un capitolo il quartiere negli anni Sessanta…