Baby Face, a 4 anni già indossava il 10

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JAMES, come Bond. Come Dean. Lui, Baby Face: il ragazzo con la faccia da bambino, è James Rodiguez e sta incandando il mondo del calcio. Il 12 luglio compirà 23 anni. Ne aveva solo due quando è andato a vedere l’allenamento della Companeros Tolima, squadra di seconda divisione di Cucuta: la città dove era nato, al confine tra Colombia e Venezuela. Li ha visto allenarsi un gruppo di giocatori ed ha voluto imitarli, quando ha provato a calciare per la prima volta il pallone è finito con il sederotto per terra. Tre anni dopo giocava con i bambini dell’Academia Tolimense.

La Colombia si è accorta di lui nel 2013 quando è diventato il capocannoniere del torneo Pony Fùtbol. Andava in gol con una facilità sorprendente, segnava da ogni parte del campo. Ne faceva addirittura uno direttamente da calcio d’angolo con un preciso sinistro a rientrare e poi correva ridendo verso i compagni. Adesso quando segna si scatena in una danza di felicità (foto sotto).

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Non poteva più nascondersi. Si accorgeva di lui anche Gustavo Adolfo Upegui Lopez che lo portava all’Envigado. A trasferimento avvenuto l’Academia si lamentava, diceva di essere stata truffata, di avere ricevuto poco denaro per quel ragazzino che era stato visto fare cose da fantascienza in diretta televisiva nazionale.

Ma con il signor Upegui Lopez non si poteva molto discutere. Era a Medellin che aveva costruito il suo regno. Dicevano fosse implicato con rapimenti e associazioni paramilitari, che fosse nella cosca di Pablo Escobar. Più tardi si dirà che fosse coinvolto anche in alcuni omidici. Nessuna accusa sarebbe stata provata, ventuno mesi di reclusione in totale per reati minori. Fino a quando nel 2006 a rimanere ucciso non era stato lui.

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James Rodriguez era dunque nato il 12 luglio del 1991 a San José de Cucuta nel NordEst della Colombia da Wilson James Rodriguez Bedolla e Maria Del Pilar Rubio. Il papà faceva il calciatore professionista e a casa lo vedevano poco. Così quando la famiglia si era trasferita a Ibague era stato il padrino Juan Carlos Restrepo a prendersi cura del ragazzino.

A quattro anni già giocava con la maglietta numero 10. Non l’avrebbe più tolta. A 13 anni, appena arrivato all’Envigado, era stato messo sotto la guida tecnica di Omar Suarez. Era un ragazzino e aveva già un allenatore personale. A 14 esordiva nella srie A colombiana. A 17 andava a giocare con il Bonfield in Argentina e diventava il più giovane straniero di sempre.

Anche in Europa si erano accorti di lui, sembra che la Juventus l’avesse trattato a lungo. I fatti dicono che la firma che conta arrivava a 19 anni: ceduto al Porto per 5,1 milioni di euro e una clausola rescissoria di 30. Nel 2013 il Monaco lo comprava sborsandone 55: chiudeva la stagione con 10 gol e 12 assist. Ora sembra che se lo stiano litigando Real Madrid e Manchester United. Sorride Jorge Mendes, il suo manager, l’uomo che governa le carriera di Mourinho, Cristiano Ronaldo, Radamel Falcao, Diego Costa e altri fuoriclasse del pallone e degli ingaggi.

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Atleta di Cristo, con un forte legame per la sua famiglia. A 19 anni ha sposato Daniela (foto sopra) che ne aveva 18 ed è la sorella del suo compagno di squadra in nazionale David Ospina. Hanno una figlia di un anno, Salomé. A completare la famiglia c’è anche un cagnolino: Manolo.

Stop di petto con mezza torsione del busto, tanto per far scendere la palla nella direzione giusta. Senza aspettare che toccasse terra, gran botta al volo di sinistro. Il pallone sbatteva sotto la traversa ed entrava in porta, gol. Colombia 1, Uruguay 0 negli ottavi di finale della Coppa del Mondo edizione 2014. Quinta rete in questa competizione del ragazzo nato con il numero 10 cucito addosso.

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Shakira scriveva un tweet al suo compagno Gerard Piqué: “Passiamo ai quarti!! James, un grazie enorme! Sei il migliore del mondo. Semplicemente spettacolare”.

LeBron James lo scriveva al mondo: “Ragazzi, guardando questa partita della Colombia ho scoperto il mio giocatore preferito.”

E io sono tornato ad amare il calcio, uno sport che sa regalare emozioni. Purtroppo solo in pochi riescono a far scattare il meccanismo.

James Rodriguez è tra loro. Come e forse più di Neymar o Messi. Tre fenomeni, ma oggi mi piace regalare un applauso in più a questo predestinato colombiano.

Aveva due anni quando ha toccato il primo pallone, quattro quando ha indossato la maglietta numero 10, 14 quando ha esordito in A. E adesso è in Brasile e ci sta regalando un grande Mondiale.

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Il gigante viene dalla Cina e sfida il mondo

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IL PRIMO a usare il grimaldello della boxe per aprire la cassaforte cinese è stato Bob Arum. È sbarcato a Macao e ha cominciato a costruire il nuovo impero. Più di un miliardo e trecento milioni di abitanti sono un bacino d’utenza che ingolosirebbe qualsiasi operatore commerciale.
Nell’aprile dello scorso anno per il match d’esordio dell’idolo di casa Zou Shiming (due ori olimpici e tre mondiali, professionista a 31 anni) Arum ha spostato la macchina organizzativa dagli Stati Uniti in Asia. Ha prodotto in proprio l’evento, facendo venire l’attrezzatura da Hong Kong. Venti persone della Top Rank e settanta prese in loco hanno lavorato assieme. A commentare il match per Showtime e Cbs c’erano Larry Merchant e George Foreman. L’annunciatore era Michael Buffer e la musica, negli intervalli tra un incontro e l’altro, era gestita da un DJ professionista arrivato da Las Vegas.
Se la riunione si fosse fatta negli States sarebbe costata la metà. Ma era un investimento necessario.
C’erano quindicimila spettatori in sala. Trecento milioni davanti alla Tv nazionale, che ha avuto il match senza versare un dollaro. Il Venetian Casino che ha ospitato l’evento ha visto i suoi incassi crescere del 40% durante il week end.
I soldi veri nel pugilato moderno arrivano dalla pay per view. Per ora Arum sta facendo promozione. Per questo offre tutto gratis. In futuro ha intenzione di vendere la riunione a un costo decisamente più basso di quanto non faccia in America. I primi match costeranno infatti tra i 3 e i 5 dollari. Ma qui si andrà ad operare su un mercato che ha un potenziale di oltre 1,3 miliardi di persone!
Inoltre, visti i numeri dell’audience, Arum ha offerto di più a Zou Shiming, a patto che gli cedesse i diritti di immagine e lui potesse trattare in libertà con la Sands China Ltd che gestisce gli sponsor. Per questo la prima borsa, per quattro round contro un avversario morbido come Eleazar Valenzuela è stata di 300.000 dollari, cifra che è salita a 500.000 per il successivo impegno, sempre a Macao contro Jesus Ortega.

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E così Zou Shiming (a sinistra nella foto sopra) un minimosca/mosca si è trovato improvvisamente pieno di soldi.
La boxe era stata bandita in Cina nel 1959 da Mao Zedong che la considerava violenta e troppo legata alla mentalità occidentale. Nel 1966, in piena Rivoluzione Culturale, il Partito Comunista aveva proibito qualsiasi forma di sport agonistico. L’accusa era quella di trasformare gli atleti in schiavi dei trofei vinti. Solo nel 1986 il pugilato è tornato a far parte del panorama sportivo nazionale.
Fino a qualche tempo fa la boxe da quelle parti era solo dilettantismo. Ancora oggi ci sono programmi interamente dedicati a quell’attività: dal 16 al 28 agosto Nanchino ospiterà l’Olimpiade giovanile; una squadra nazionale parteciperà alla prossima edizione delle World Series of Boxing.
Ma sono i giorni in cui anche il professionismo sta ottenendo diritti ufficiali. Si può fare il grande salto solo dopo i trent’anni, questo è vero, ma non viene più visto come il nemico del popolo, il dragone da combattere. Ci sono promoter locali, come Wu Shi Niu e Liu Gang che hanno messo in piedi per il 25 luglio una riunione tutta imperniata su pugili cinesi e con titoli asiatici Wbo in palio. E ci sono organizzatori stranieri che sono accolti con grande curiosità e interesse.
Dopo Bob Arum un altro nome importante proveniente dagli Stati Uniti sta provando a entrare in Cina. E lo sta facendo attraverso la categoria più popolare. Il manager si chiama Dino Duva ed è il figlio del mitico Lou. Presiede la Dynasty Boxing, alla cui vicepresidenza ci sono Tommy e Terry: i figli del famoso arbitro Mills Lane.
Il nome guida dell’intera vicenda è quello di Zhang Zhilei (foto in alto).

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Trentuno anni, 198 centimetri di altezza, peso forma fissato a 111 chili. Di professione fa il pugile e si batte nella categoria dei pesi massimi. Da dilettante ha vinto un bronzo ai Mondiali del 2007 e l’argento all’Olimpiade di Pechino 2008, dove è stato messo ko da Roberto Cammarelle in finale. Il suo consulente per l’avventura professionistica è Evander Holyfield (sopra a destra con Zhang Zhilei). Lo allenano Joe Grier e Harold Knight, mentre il preparatore atletico viene dai New York Rangers: squadra della National Hockey League.
Zhang Zhilei ha dunque alle spalle uno staff importante.
Esordirà l’8 agosto al City Fairground di Fallon, Nevada, in una riunione organizzata da Lou Di Bella. Quattro round trasmessi in diretta televisiva dalla ESPN.
Boxa da quando aveva 15 anni, prima aveva provato con la canoa. È cresciuto guardando i video di Muhammad Ali, Mike Tyson e dei fratelli Klitschko. Ora vive e si allena nel New Jersey dove spera di portare presto anche la moglie e la figlia di cinque anni.

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Dino Duva (a sinistra nella foto sopra) è convinto: “Due anni, dodici/quindici match, e sarà pronto per il titolo.”
L’ho visto maltrattato da Cammarelle a Pechino nel 2008, l’ho rivisto perdere a Londra 2012 nei quarti di finale da Anthony Joshua. Mancino, discreto pugno, buona velocità. Ma credo che dovrà fare molto ma molto di più di quanto ha fatto sinora se vorrà rispettare la tabella di marcia di Duva. Al momento del grande massimo ha solo la stazza. Ed è proprio questa, unita alla nazionalità, che gli farà guadagnare bei soldi. Nonostante abbia già 31 anni, nonostante non sia un fenomeno. La Cina è vicina, soprattutto per i signori della boxe.
E noi siamo qui a capire cosa ci riserva il futuro…

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Helena, l’ultimo scandalo del calcio

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NON CI sono quote rosa nel mondo del calcio professionistico maschile.

Quando il presidente Claude Michy ha annunciato di avere ingaggiato una donna per allenare la sua squadra, la notizia ha fatto il giro del mondo.

Il Clermont Foot 63 milita nella seconda divisione francese, naviga nella bassa classifica e conta su un pubblico che raramente supera i quattromila spettatori. Ma è comunque un club professionistico e l’ingaggio di Helena Costa rappresentava comunque un elemento in controtendenza in un universo altamente maschilista.

A poche ore dal suo primo allenamento, Helena Costa ha però convocato una conferenza stampa annunciando le dimissioni. Ha detto di avere capito come la società intendesse utilizzarla solo come facciata per attirare pubblicità e sponsor, non come tecnico.

Hanno ingaggiato giocatori a mia insaputa, hanno messo in calendario amichevoli senza neppure informarmi. E quando ho chiesto al segretario Olivier Chavanon di darmi delle risposte, dopo una lunga attesa mi ha detto semplicemente che era stanco di ricevere le mie email.

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Helena ha risposto alle domande dei giornalisti, ha salutato tutti ed è tornata ad Alhandra, la città nel SudEst del Portogallo dove è nata 36 anni fa.

Il presidente Michy ha aspettato che fosse uscita, poi ha preso il microfono ed ha dato la sua versione politica dei fatti: “E’ una donna, potrebbe essersi sentita giù per qualsiasi cosa…”. Quando i giornalisti gli hanno chiesto di indicare un motivo per quelle dimissioni, lui ha replicato: “È una scelta irrazionale e incomprensibile. Ha sviluppato un problema di fiducia, ma non so da cosa possa essere stato generato.”

Michy è lo stesso presidente che l’anno scorso aveva annunciato l’acquisto di Messi. Solo dopo qualche ora aveva precisato che ovviamente non si trattava di Lionel Messi, ma del ventenne camerunense Junior Messi Euguene.

Helena Costa ha allenato le nazionali femminili del Qatar e dell’Iran, le giovanili del Benfica. Ha lavorato con il Celtic di Glasgow e nello staff di Mourinho quando era al Chelsea.

La signora si ritiene, giustamente, vittima di un male comune della nostra società che spesso tratta la donna come un oggetto. Viene usata come elemento di curiosità, tanto per attirare l’attenzione. È da sempre discriminata.

Riporto alcuni dati che ho pubblicato in occasione della festa dell’8 marzo 2014.

Il caso di Helena Costa è marginale rispetto all’enormità del problema, ma è comunque una spia rossa che si è accesa e a cui avremmo dovuto prestare attenzione. Non mi sembra che ne abbia avuta in quantità pari a quella dell’annuncio del suo ingaggio.

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17 miliardi di euro

E’ la stima del costo economico e sociale della violenza sulle donne in Italia.

41,2%

Percentuale di donne che hanno subito violenza in casa, il 38,6% dal proprio partner, rispetto al totale delle donne oggetto di violenza. Conseguenze fisiche: lesioni addominali, lividi, disabilità, fratture, disturbi ginecologici, sterilità, malattia infiammatoria pelvica. Conseguenze psicologiche e comportamentali: abuso di alcool e droghe, depressione, ansia, disturbi dell’alimentazione e del sonno, fobie e attacchi di panico, comportamento suicida e autolesionista.

130

Le vittime di femminicidi in Italia nel 2013.

2.220

Le donne assassinate in Italia dal 2000 al 2012 (foto sotto: 21 vittime della violenza)

1.400.000

Sono le donne che hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni.

6.743.000

Le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito qualche forma di violenza. Sono pari al 31,9% del totale. Una su tre.

91%

I casi di stupro in cui le vittime non hanno sporto denuncia per paura o vergogna.

7.134.000

Sono le donne che subiscono violenza psicologica in Italia.

7

Le donne che guadagnano oltre il 67% del reddito familiare rischiano di subire violenza con una percentuale sette volte superiore a quelle che contribuiscono al bilancio con meno del 33%.

70%

E’ la percentuale di donne, sul totale delle vittime, che è stata fatta oggetto di stalking.

56,7%

Percentuale delle donne che subiscono violenza attraverso spinte, strattonate, frattura del braccio, capelli tirati.

24%

La percentuale in meno del reddito di lavoro femminile in Italia rispetto a quello maschile.

13,8%

La percentuale di disoccupazione femminile sul totale delle donne in età lavorativa contro l’11,9% maschile.

Fino a quando dovremo sopportare tutto questo?

Le spese pazze di Money Mayweather

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IL LOCALE si chiama e11even.

Sono le 3 della notte tra sabato e domenica scorsa a Miami. La festa del DJ Ierie si sta facendo sempre più calda. È a questo punto che entrano sul palco alcune ballerine in topless. Un signore prende in mano il microfono, dice qualche parola e poi fa un cenno ai suoi uomini. Una pioggia di soldi comincia a cadere sul club, sembra fossero centomila dollari!

È solo l’ultima follia di Floyd Mayweather jr, il cinque volte campione del mondo che, non a caso, si regalato il soprannome di Money.

C’è un’ampia letteratura sul rapporto tra il pugile del Michigan e il denaro.

Vive in una casa di duemila metri quadri, con cinque stanze da letto e sette bagni, all’interno del Southern Higlands Golf Club di Las Vegas. Nel garage ha otto auto di lusso, tra cui una Bentley da 300.000 $. Tutte bianche. Ne ha altre sei parcheggiate davanti alla villa di a Miami. Tutte nere. E quattro davanti a quella di Los Angeles. Tutte blù. Ogni città, un colore…

Lo scorso anno, più esattamente la mattina del 20 giugno 2013, gli è venuta una gran voglia di andare a vedere Gara 7 della finale NBA tra Spurs e Heat. Voleva quattro posti a bordo campo. Ha dato incarico di trovarli all’agenzia White Glove Entertainment. Detto, fatto. Gli è bastato pagarli 20.000 dollari. Non male per una sola partita di basket.

Floyd si sposta con un jet privato: un Gulfstream. Ma fa viaggiare le guardie del corpo su un altro jet di sua proprietà: ha paura che con il loro peso quei signori destabilizzino il suo aereo.

Restiamo in tema. Su un jet si è fatto riprendere nel primo semestre del 2013 mentre contava un milione di dollari, in sottofondo 50 Cent cantava Double Up: un rap pieno di volgarità.

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Indossa la biancheria intima una sola volta, poi la butta. Si può fare, basta mettere in contro spese 6.000$ l’anno. E la stranezza non si ferma qui. Quando è in giro usa lo stesso sistema con le scarpe. Le mette un giorno, poi le lascia al personale dell’albergo che lo ospita.

È ossessionato dai contanti. Porta con sé almeno 60.000$, a volte arriva a girare con una borsa da golf che contiene fino a un milione.

È un maniaco dei gioielli. Nel 2008 una coppia di ladri entrata nella sua ville ne rubò per sette milioni. Lo scorso mese ha speso 250.000$ per un regalo di compleanno, orecchini e collanina, da fare alla figlia di 13 anni. Prima di scegliere è rimasto nella lussuosa gioielleria per un’ora. A quel punto gli è venuta fame ed ha preteso che gli portassero dita di pollo fritte e patatine. Pensate che il proprietario abbia opposto uno sdegnato rifiuto?

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Sempre lo scorso anno per riconciliarsi con la fidanzata Shantal Jackson (foto sopra), che ha da poco lasciato, le ha regalato un anello con un mega diamante da 10 milioni.

Esibire la ricchezza è una sorta di patologia. A Tim Keown di ESPN che gli chiedeva di quantificarla, ha mostrato il saldo del conto in banca: 123 milioni. “Ma è solo uno dei miei conti” ha precisato.

In carriera ha guadagnato più di 400 milioni, 105 nella scorsa stagione. Ha contratti già firmati per altri 180 milioni. Non deve certo preoccuparsi dei soldi…

Fonti: ESPN, Business Inside, Bleacher Report, 8NewsNow.

 

 

Italia, di Super c’è solo la vergogna

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HANNIBAL Suarez doveva essere espulso. E su questo non ho dubbi.
Il vampiro della porta accanto è un morsicatore seriale. L’ha fatto in Olanda, Inghilterra e adesso si è ripetuto in Brasile. Lui si diverte così.
Nessuno può negare questa verità. Ma per cortesia non venitemi a dire che l’Italia è uscita dai Mondiali per colpa dell’arbitro, altrimenti vi chiudo in una stanza con Dentone Luis: il vero mito di Mike Tyson.
Voglio ricordarvi il rigore negato all’Uruguay per la solita presa da catch del lottatore Chiellini nei confronti di Cavani. Ma soprattutto voglio rammentarvi la totale pochezza dimostrata in ogni singolo secondo della partita dagli Azzurri.
In tre gare abbiamo cambiato modulo mille volte. Solo gli imbecilli non cambiano se si accorgono di sbagliare. Vero, ma noi esageriamo.
Battiamo l’Inghilterra per un filo e ci entusiasmiamo come se avessimo conquistato la Coppa. Perdiamo con la Costa Rica e scopriamo, per bocca di Prandelli, che solo chi non sa di calcio non conosce il valore di quella nazionale. Milioni di tifosi di tutto il mondo arrossiscono. Nessuno di loro sapeva che fosse Costa Rica la favorita del Mondiale.
Non abbiamo un grande gioco. Forse perché siamo troppo spregiudicati? Contro Costa Rica un solo tiro in porta. Ieri il signor Muslera a fine partita è stato convocato da Tabarez che gli ha comunicato che era in esubero. Se il nostro è il calcio, allora è del tutto inutile avere un portiere.
Eppure davanti aveva SuperMario, il bomber che non perdona.
Sarà infallibile, ma non certo su un campo di calcio. Di lui in tre gare ricordo solo un colpo di testa contro gli inglesi. Poi palloni persi, nervosismo, poca sintonia con il resto della squadra, sguardo perso nel vuoto.
C’è chi insegue il risultato affidandosi alla tattica, chi all’estro dei singoli. Noi siamo la Grande Bellezza del calcio moderno. Perché siamo unici, non ci lasciamo affascinare da nessun modello. Non abbiamo né gioco, nè fenomeni.
Qualcuno ha provato a spiegare agli azzurri che per vincere bisogna fare gol e per fare gol bisogna tirare in porta. Loro hanno guardato stupiti la faccia di chi osava proferire simili eresie.
“Fare gol? Ma ai Mondiali non è vietato?”
In quanto a tirare in porta sanno benissimo che “Chi calcia in rete e tira via non è figlio di Maria”.
Quindi meglio continuare a passare la palla un numero infinito di volte, magari all’indietro.
Cassano pensaci tu. E lui ci ha pensato. Ma, maledizione, non gli è venuto niente di bello nella testa.
“Pippe!” ha urlato Mauro. Alla Garbatella sono definiti così “quei calciatori inadatti alla pratica del gioco del pallone”. Ho rimproverato aspramente il mio amico che si era permesso di lanciare un simile insulto contro chi aveva onorato questo sport con prestazioni di altissimo livello.
Andrea Pirlo uscendo dal campo aveva la faccia di uno che si pone il domandone finale: “Ma che ci faccio qui con questi?”
Un altro interrogativo scuoteva Verratti: “Perché quando esco io non entra nessuno?”
Fuori dai Mondiali in un girone vinto da Costa Rica. E mi fermo qui, non vorrei continuare a ricevere insulti perché non conosco il calcio mondiale. In fondo Costa Rica è piena di fenomeni. Ne potrei indicare a decine, ma in questo momento non ne ricordo neppure uno.
E adesso mi viene da dire qualcosa di più serio.
Mi sono sbagliato. Ero convinto che avremmo passato il turno, che l’Uruguay non potesse fermarci. Non perché fossimo forti noi, ma semplicemente perché non lo erano loro. Pensavo che tutto avesse un limite, non conoscevo gli Azzurri.
Hanno fatto una figura ridicola, hanno ampiamente meritato di essere eliminati. Senza un gioco, senza fenomeni (Pirlo escluso), senza tenuta fisica, senza carattere. La nazionale non poteva essere altro che l’espressione di un campionato mediocre a livello di talenti italiani. Quando la terza chiude dietro di ventiquattro punti sulla prima, il segnale è chiaro. Non c’è tensione, non c’è qualità media.
Siamo abituati alle figuracce: Corea del Nord, Nuova Zelanda, Zambia, Costa Rica. Ancora? Allora è un vizio. Lo ammetto: mi riesce difficile capire come una squadra con quel fantastico curriculum sia inserita solo al numero 28 della classifica Fifa.
Adesso fate i bravi, se potete. E godetevi la World Cup.
Messi, Robben, Van Persie, Neymar li hanno gli altri. Ma per fortuna il calcio è sport universale e si può gioire anche della bravura altrui. Anche perché divertimento e Italia sono un ossimoro, non possono coesistere nella stessa frase. Stavolta gli Azzurri mi hanno entusiasmato come una film bulgaro con sottotitoli in armeno.
Alla prossima. Magari sperando che il sorteggio non ci condanni ancora inserendoci nello stesso girone della Costa Rica…

 

Neymar? Mi ricorda Pretty Boy Mayweather

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Guardavo Neymar e mi sembrava di vedere Mayweather (a sinistra nella foto), fenomeno del pugilato e campione del mondo in cinque differenti categorie di peso.

Non faccio uso di stupefacenti, non ho allucinazioni. È che i due sono gemelli separati alla nascita. Non in senso fisico, ma per la loro personalità, per il modo di gestire il successo.

Vedevo il brasiliano esibirsi contro il Camerun e ne apprezzavo il talento.

Ha fluidità di movimenti, rapidità di esecuzione, capacità di intuire in anticipo quale sarà il comportamento dell’avversario. È dotato di classe naturale, ha un talento immenso. Esattamente come Floyd. E come lui non riesce a godersi il successo se non prova a prendersi gioco di chi gli sta davanti.

Nella partita contro gli africani ha provato un colpo da circo. Voleva prendere il pallone con la parte finale di entrambi i piedi, voleva farlo passare sopra la testa del difensore avversario. Insomma voleva irriderlo. Proprio come fa Pretty Boy quando scherza con il rivale di turno, sbeffeggiandolo nel momento stesso in cui si rende conto di averlo in pugno.

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Neymar è ricco. Nel 2012 France Football lo ha posto nella Top Ten dei calciatori più pagati del mondo con 19 milioni di dollari a stagione. Nel 2013 SportsPro l’ha definito “il giocatore più ricercato dagli sponsor”. Ed è di pochi giorni fa la notizia che attualmente i suoi guadagni sfiorano i 30 milioni l’anno.

Anche Floyd Mayweather jr è ricco, ma viaggia su altri livelli. Negli ultimi nove incontri ha guadagnato in media 25 milioni, nel 2013 si è messo in tasca 105 milioni di dollari diventando così il numero 1 degli sportivi nella classifica compilata dalla rivista di economia e finanza Forbes. E se proprio volessimo fare un conto globale, potremmo dire senza allontanarci molto dalla realtà che finora ha intascato 400 milioni soltanto in compensi per i combattimenti.

Neymar da Silva Santos jr porta lo stesso nome del papà, con l’aggiunta di quello della mamma. Senior è stato anche lui calciatore, ma senza neppure sfiorare alla lontana i traguardi del figliolo.

Floyd Maywether jr alla nascita aveva preso il nome della mamma, Deborah Sinclair, ma poi ha adottato quello del papà. Anche in questo caso Senior ha fatto lo stesso mestiere del suo ragazzo, ma con risultati decisamente inferiori.

Neymar è amato e odiato. Il Brasile lo adora, nel resto del mondo non tutti provano lo stesso sentimento. È un fenomeno, ma a volte esagera. E poi è scorretto. Si tuffa anche quando i tacchetti avversari sono lontani mezzo metro dalle sue gambe. Finge, simula. Insomma, le regole non sono fatte per lui. Vuole usarle a proprio vantaggio, adattandole ai suoi scopi.

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E Maywether viaggia sulla stessa strada. Ricordate il match con Victor Ortiz, il colpo a tradimento con cui ha vinto quel mondiale? Non è stato certamente l’unico caso.

La popolarità di entrambi è indiscussa. Le aziende fanno la fila per firmare un contratto con il calciatore brasiliano. Quando sul ring c’è il pugile americano i tifosi comprano la pay per view come non fanno per nessun altro atleta.

Insomma se un esperto dovesse tracciare il profilo non avrebbe dubbi.

“Personalità dominante, egocentrico, arrogante, insofferente alle regole. Fisico ben proporzionato, muscoli veloci e scattanti, capacità di agire con facilità in progressione. In società vuole sempre essere protagonista, non concepisce qualsiasi altro ruolo. Egoista, innamorato del denaro, incapace di relazioni sentimentali durature. Condizionato fortemente dalla figura paterna nella prima gioventù.”

È un ritratto che va bene sia per Neymar da Silva Santos che per Floyd Mayweather, due junior che sembra non abbiano alcuna intenzione di crescere. Stanno troppo bene così.

Azzurri, non fatevi impallinare!

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SETTE volte il continente americano ha ospitato la Coppa del Mondo. E a vincere è sempre stata una sua nazione. Tre volte il Brasile, due ciascuna Argentina e Uruguay. Stavolta potrebbe finire diversamente.

Quello in corso è un campionato diverso dai precedenti. È più tattico, più equilibrato. Costarica è andata avanti grazie al modo accorto di stare in campo piuttosto che con gli exploit dei singoli. Sono molte le squadre che hanno fatto incredibili progressi in questo senso. Le esperienze nei campionati più importanti, la possibilità di contare su tecnici sempre più preparati, la globalizzazione del mondo del calcio. Tutto questo ha generato un’omologazione della qualità base delle finaliste di una World Cup che entusiasma a sprazzi.

Giocano tutte su uno standard medio alto. Giocano tatticamente bene. Il rendimento complessivo si è livellato. A questo punto a fare la differenza è sempre lo stesso fattore. La possibilità di avere un fenomeno che riesca a fare cose da fenomeno.

E sì perché nel Mondiale del collettivo, a spingere verso il successo sono stati spesso i fuoriclasse.

Il Belgio non meritava di battere la Russia, ma quando Hazard a dieci minuti dalla fine ha deciso di giocare per i ragazzi di Capello non c’è stato più niente da fare. L’Argentina è andata in affanno contro l’Iran e solo un capolavoro di Messi l’ha portata alla vittoria. Suarez (foto sopra) ha condotto l’Uruguay al trionfo con l’Inghilterra: il “pistolero” è un cliente scomodo, l’uomo più pericoloso sulla nostra strada. Rischiamo di rimanere impallinati. Benzema ha trascinato la Francia; Van Persie e Robben hanno fatto lo stesso con l’Olanda.

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Ecco, all’Italia sono mancate entrambe le cose. E tutto questo Prandelli (foto sopra) lo sa benissimo.

Di solito quando c’è da mettere in piedi un’esasperazione tattica della partita siamo maestri. Stavolta non è andata così, contro Costarica è stato proprio su quel piano che abbiamo perso la sfida. Se il gioco non porta al gol, dovrebbero allora provvedere i fenomeni del giorno a risolvere le gare. Gli altri li hanno. Quelli che ho prima elencato hanno sinora fatto benissimo il loro mestiere. Noi lì davanti abbiamo fatto un’unica gigantesca puntata, abbiamo fatto “all in” avendo in mano solo Mario Balotelli. Ci è andata di lusso con l’Inghilterra, abbiamo pagato pegno contro Costarica.

Ma ci sarà tempo per rifarsi. L’orgia di partite mi ha lasciato un senso di cose sospese. Mi sembra di avvertire qualcosa sia nell’aria, qualcosa che sia per accadere. Sarei felice se questa sensazione nascesse dall’Italia.

La Spagna è fuori, Cristiano Ronaldo ha deluso più di ogni altro giocatore. Non solo del Portogallo, ma dell’intero Mondiale. Queste le due sorprese in negativo del campionato. Dovessimo andare fuori anche noi, completeremmo il terzetto delle grandi delusioni.

Non penso che finirà così. Gli aggiustamentti tattici annunciati da Prandelli, la scelta degli uomini che credo siano quelli giusti, la non travolgente forza degli avversari (contro gli inglesi, l’Uruguay è stato aiutato dall’arbitro che non ha visto un gigantesco fuorigioco di Suarez nell’azione del gol decisivo) mi fanno ben sperare.

Non c’è rito scaramantico in questa previsione. Non mi appello ai ricordi di un passato rivelatosi tanto più felice quanto peggio era cominciata l’avventura. Guardo il campo e credo di vedere buoni presagi per noi. A patto che si giochi con quell’istinto da killer (uso un modo di dire, una forzatura forse volgare ma che rende bene il concetto) indispensabile in situazioni come questa.

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Balotelli (a destra nella foto sopra accanto a Pirlo) e Insigne davanti. La difesa a tre della Juventus (Chiellini, Bonucci, Barzagli). Il ripescaggio di Verratti a centrocampo. Di Sciglio esterno di sinistra. Pirlo in regia, e non aggiugno altro. Basta la parola, è il nostro fuoriclasse: e se fosse una sua punizione a tirarci fuori dai guai?

Stavolta mi convince tutto molto di più delle prime due partite. Ci fosse stato anche De Rossi sarei stato più ottimista. Ma mi accontento.

È una grande possibilità per gli Azzurri. Quella che ci stiamo godendo è una World Cup estremamente livellata. Perché buttare via un’occasione così?

Per realizzare il sogno dovremmo mettere assieme una serie di piccoli miracoli, il primo dovremmo farlo subito. L’Uruguay di Cavani e Suarez non mi è sembrato finora travolgente e nello stesso tempo mi ha dato l’impressione di essersi espresso al massimo. Meglio di noi, questo sì. I margini di miglioramento però sono tutti dalla nostra parte. A patto di avere recuperato fisicamente e psicologicamente da quell’obbrobrio di prestazione offerta contro Costarica.

Ci giochiamo tutto subito e senza la possibilità di fare calcoli. E quello che ci riesce meglio. Quando ci mettiamo a pensare spesso ci ritroviamo a casa, davanti al televisore, a guardare gli altri.

Tutta la verità sul caso Vasyl Lomachenko

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Al secondo tentativo ce l’ha fatta. Vasyl Lomachenko ha sconfitto Gary Russell jr ed è diventato campione Wbo dei piuma. Ha conquistato il titolo dopo soli tre match da professionista.

Ora si apre la discussione. Sembrerebbe che con questa impresa abbia uguagliato il record di Saensak Muangsurin, che ha debuttato battendo per ko 1 Barro, ha proseguito superando per kot 7 Furuyama. Poi, il 15 luglio 1975 ha conquistato il mondiale dei superleggeri ingliggendo un ko all’ottavo round a Perico Fernandez. Il dubbio per Lomachenko è generato dai sei incontri (tutti vinti) nelle World Series of Boxing (il record è riportato sul sito online http://www.fightfax.com/). A questi vanno aggiunti i tre match registrati anche da http://boxrec.com/

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Sostengo da sempre che quello delle WSB non è vero professionismo perché ai pugili è vietato confrontarsi con i migliori, perché non tutti possono partecipare a quella competizione. Ma si combatte senza casco, al limite dei 5/7 round, le categorie sono al limite di peso dei professionisti, c’è una ricompensa in denaro, si usano guantoni da 10 once fino ai superwelter, da 8 dai medi in su. E allora?

Dal punto di vista qualitativo le WSB non possono essere considerate professionismo, ma un ibrido di difficile collocazione. Se si entra però sul piano statistico allora Lomachenko ha conquistato la cintura dopo nove vittorie, l’appuntamento con la storia gli era sfuggito da tempo.

Ma non sarà questo giochino, usato da chi ha tutto l’interesse a promuovere la carriera di Lomachenko, a farmi perdere la testa. L’ucraino è un grande pugile, l’ha ampiamente dimostrato a livello dilettantistico. Sono certo che lo confermerà tra i professionisti. Il modo con cui si è sbarazzato di Josè Ramirez, quello con cui si è battuto con Orlando Salido e la sicurezza con cui ha strappato il titolo all’imbattuto Russell rappresentano solo l’inizio di una carriera che potrebbe essere fantastica. Come lo è la sua storia.

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Vasyl Lomachenko è nato il 17 febbraio del 1988 a Bilhorod-Dnistovsk’yj, un’antica città fortezza nell’Ucraina sud-occidentale a poco meno di cinquanta chilometri dal confine con la Moldavia. Cinquantamila abitanti, che ha dato i natali a Elena Cernei: mezzosoprano, musicologo, regista, docente di canto e ricercatrice scientifica sulla voce parlata e cantata insignita, del titolo di Membro Attivo della New York Academy of Sciences.

Lui dice di essere nato con i guantoni sui pugni (la foto sembrerebbe confermare questa affermazione).

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“L’inizio della mia carriera ha avuto inizio nel ventre di mamma, una campionessa di ginnastica acrobatica. Dopo l’ospedale sono stato portato a casa, dove papà per prima cosa mi ha messo su i guantoni. E’ successo nel luglio del 1988. Poi la mia vita si è spostata all’interno una palestra di boxe. E la cosa più curiosa è che non mi ricordo l’inizio delle lezioni di pugilato, perché mi sembra di essere stato sempre coinvolto con questo sport.” (lo scrive sul suo sito http://lomachenko. com).

Aveva cinque anni quando papà Anatoly l’ha portato per la prima volta in palestra. Indossava una canottiera bianca, pantaloncini neri e dei piccoli guantoni rossi. Si batteva con la stessa grinta e determinazione di oggi (eccolo nel filmato http://youtube.com/watch?v=vmdKFACfBDQ).

E’ stato amore a prima vista. Da ragazzetto gli piaceva imitare Sugar Ray Leonard. Bolo punch, ottimo gioco di gambe. Danzava e picchiava. I suoi idoli erano Muhammad Ali e Roy Jones.

Il papà (a sinistra nella foto sotto assieme a Vasyl) gli è sempre stato vicino (il legame tra i due è così forte che il ragazzo si è fatto tatuare sul fianco sinistro il volto del genitore sotto la scritta Victory). Allenatore, mentore, padre. E’ a lui che Vasyl aveva chiesto consiglio dopo l’oro ai Mondiali di Milano nel 2009.

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“Papà, vorrei diventare professionista. Che ne dici?”

“Potrai farlo solo quando il tuo fisico smetterà di crescere.”

“Papà, è meglio l’oro olimpico o il titolo mondiale dei professionisti?”

“Non ho dubbi. Il trionfo olimpico. Quello dura per sempre.”

Ma non tutto dura in eterno, neppure un grande ideale.

Vasyl ha una boxe spettacolare che mischia potenza e talento. Un fenomeno del ring. In 397 match da dilettante, l’unica sconfitta nota è quella rimediata nella finale dei Mondiali di Chicago 2007 contro Albert Selimov (16-12 il punteggio). Un verdetto sonoramente fischiato dal pubblico.

Che fosse un match nato male, lo rivela un curioso episodio. Lomachenko era solito regalare agli avversari una bandierina ucraina che il papà aveva comprato davanti al Monastero di Kievo Pechersk a Kiev, dove sono custoditi i corpi dei monaci mummificati. L’unico ad avere rifiutato l’omaggio era stato proprio Selimov, che Vasyl avrebbe poi dominato (14-7) nella rivincita, al primo turno dei Giochi di Pechino.

Il record ufficiale riporta 396 vittorie e una sconfitta, ma è lo stesso Lomachenko ad ammettere (sempre sul suo sito) che almeno un pari c’è stato… anche se aveva solo sei anni!

“Ricordo il primo incontro, l’ho disputato nel torneo “Speranze”. Ho combattuto contro un ragazzo di due anni più grande e più pesante di circa cinque chili! Ho vinto quella battaglia, ma i giudici hanno decretato un pareggio. Volevano evitare che il ragazzo rimanesse sconvolto.  Così hanno poi spiegato a me ed a papà… Era tutto organizzato!”

Lomachenko ha forza, ma anche mascella resistente. Un solo atterramento: è accaduto nel 2007, evidentemente un anno maledetto, a Odessa. Giù nella ripresa iniziale, ma recupero immediato e vittoria per ko.

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Ama l’hockey ghiaccio, sognava di diventare un giocatore famoso proprio in questo sport. Adora le macchine. Gli piace guidare auto sportive.

Dice di avere un segreto nella sua dieta: lo strutto. Fatico a credergli, ma forse solo perché sono ignorante in materia di alimentazione.

Mancino, fa male con entrambe le mani. Da dilettante è stato re tra i pesi piuma (nei 57 chili, prima che l’avvento del pugilato femminile non imponesse l’abolizione di questa categoria), dopo i Mondiali di Milano 2009 è passato tra i leggeri salendo a 60 chili.

Ha fatto il grande salto dopo l’Olimpiade di Londra 2012. E’ passato professionista con la Top Rank di Bob Arum. Niente ingaggio multimilionario, ma un programma spericolato e molto ben pagato.

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Ha esordito il 12 ottobre a Las Vegas contro un uomo in classifica mondiale (7 della Wbo) e sulla distanza delle dieci riprese. Ha chiuso con un ko alla quarta, dopo aver dominato per tutti i round Josè Ramirez.

Poi ha tentato il colpo grosso, ma è stato sconfitto dal campione Orlando Salido per split decision (un giudice per lui, due per l’altro) nel primo assalto al mondiale.

Sabato notte sul ring dello StubHub Center di Carson in California ce l’ha fatta (nella foto sopra una fase del match contro Russell, Lomachenko è il pugile a sinistra).

Campione dopo tre o nove match?

Non mi interessa. Vasyl Lomachenko è un grande pugile, è questo che conta.

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Storia di Alberto, il più grande di sempre

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SONO passati cinque anni dai Mondiali di nuoto romani. Gli unici “ritorni” giornalistici sono legati agli scandali di gestione di quei giorni. A me sono rimaste nella mente anche altre cose. La travolgente avventura di Federica Pellegrini (foto sotto), ad esempio. Ma quella credo che in pochi se la siano dimenticata. Io mi porto dentro soprattutto il ricordo di un grande uomo di sport. Si chiamava Alberto Castagnetti, è morto il 12 ottobre del 2009 dopo un’operazione al cuore. In Italia è stato il più grande di sempre.

Ricordo con nostalgia quella parlata inconfondibile e il racconto di una vita piena di sentimento che mi aveva fatto un giorno di luglio del 2008 a Rubiera, pochi chilometri da Reggio Emilia, alla vigilia dei Giochi di Pechino.

Mi ero spinto lassù assieme al mio compagno di scorribande Roberto Perrone, grande giornalista e grande amico. Castagnetti si era raccontato come non aveva mai fatto. Avevamo mangiato alla Clinica Gastronomica di Arnaldo. E lì, tra bolliti e pere allo zabaione, aveva messo sul tavolo i suoi segreti. Qualcosa aveva tenuto per sé, qualcos’altro aveva pregato di tenerlo per noi. Ma ce n’era abbastanza per capire chi fosse. Questa è la storia di un vincente che la morte ci ha strappato via troppo presto. Il tempo aveva cambiato l’uomo che negli ultimi anni si commuoveva più facilmente, non aveva cambiato il tecnico che pretendeva sempre il massimo dai suoi. Aveva cominciato l’avventura da ct azzurro nel 1988, era ancora a capo del movimento ventuno anni dopo. Nel suo medagliere quattro ori, due argenti e sette bronzi olimpici. E ancora: tre ori, due argenti  e quattro bronzi Mondiali. Ci manca, e non solo per questo.

Alberto Castagnetti, dove e quando hai scoperto lo sport?

“Nella parrocchia di San Nazzato a Verona. Giocavo a pallone assieme a Pierluigi Cera, il libero del Cagliari e della Nazionale. Poi sono passato allo sci.”

Altri sportivi in casa?

“La mia era una famiglia medio borghese. Papà Mario era dirigente di una casa tedesca di trattori. Siamo diventati benestanti quando mamma Maria ha fatto 12 al Totocalcio. Nessun 13, i quattro 12 presero ciasuno sei milini di lire. Era la fine degli anni Quaranta e quelli erano tanti soldi. E pensare che aveva fatto la schedina facendo ruotare un dado con i tre segni.”

Lo sport quanto è entrato in famiglia?

“Siamo tre fratelli e abbiamo giocato tutti e tre a pallanuoto con la Rari Nantes Bentegodi. Mia sorella Maria Grazia è stata campionessa dei 100 rana. Ma soprattutto abbiamo realizzato i sogni di papà. Amava la lirica e Mario, il più grande, è diventato un cantante. Fa il basso in Francia, si è esibito all’Opera di parigi, ha inciso un disco con Renata Tebaldi. Papà voleva la sicurezza economica e Giannagelo è diventato dirigente di banca. A papà piaceva lo sport e io sono diventato nuotatore prima e allenatore dopo.”

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La lirica è una delle tue grandi passioni.

“Mi piacciono i cantanti del passato. In casa ho cinquemila dischi in vinile. Jussi Bjoirling è il mio preferito, adoro Hipolito Lazaro che ha fatto la prima incisione nella storia della discografia. Sono cresciuto con i suoni della musica classica come colonna sonora, vado spesso all’opera. E’ vero, è una mia grande passione.”

Ti sarebbe piaciuto cantare?

“Sognavo di fare il tenore, ma con la voce che ho non era proprio possibile.”

Quando hai capito che il nuoto sarebbe stato la tua vita?

“Nei primi anni Sessanta ho visitato le piscine dell’Università della Louisiana, ho visto i corsi per bambini e ho capito che sarebbe potuto diventare il mio lavoro. Ho ripreso a nuotare, poi assieme all’ingegnere Sartorelli ho aperto la prima piscina privata italiana. Ho cominciato da lì.”

Da atleta come te la cavavi?

“Nono, fuori per tre centesimi, dalla finale dell’Olimpiade di Monaco 1972 con la 4×100 sl. Avevo gareggiato con la febbre. Sesto ai Mondiali di Belgrado 1973 con la stessa staffetta.”

E a scuola come andavi?

“Ho preso la maturità scientifica, ho fatto il biennio di ingengeria e mi sono fermato lì.”

Hai detto di avere capito quale sarebbe stato il tuo futuro negli Stati Uniti. Per quale motivi ti trovavi in Louisiana?

“La mia prima moglie, che si chiama Patricia Peyton, viveva a New Orleans dove faceva la ballerina classica. Ero volato lì per stare con lei. Più di trent’anni fa abbiamo divorziato.”

Avete avuto dei figli?

“Due vivono ancora a New Orleans. La più grande si chiama Olivia. L’altra Linda, ma questo l’ho scoperto solo quando aveva 26 anni.”

In che senso?

“Io l’ho sempre chiamata Samantha. Era il nome che assieme alla madre avevamo deciso di darle. Quando è nata io ero in giro per il mondo. Al mio ritorno nessuno mi ha detto che per lei era stato scelto il nome della nonna, la mamma di mia moglie. E così l’ho chiamata Samantha, cosa che del resto faceva anche Patricia. Quando qualche anno fa le ho spedito un assegno intestato a Samantha Castagnetti, mi ha risposto: Grazie, papà. Ma non posso intascarlo, io mi chiamo Linda”

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Adesso hai un’altra famiglia.

“Ho sposato Isabella Sollazzi, una triestina che ho conosciuto all’Arena di Verona. Faceva la ballerina classica, ha danzato anche alla Scala. Quattro anni fa è andata in pensione, ha preso la maturità scientifica e adesso è iscritta a Letteratura Moderna. Studia di notte. E’ un fenomeno.”

Avete figli?

“Veronica ha 27 anni e fa l’architetto, lavora a Londra. Segue la ristrutturazione delle proprietà della Regina Elisabetta. Vittoria ha 18 anni e poca voglia di studiare. Lei canta. E’ stata nel coro della Tosca all’Arena. Suona. Ha imparato da autodidatta il pianoforte e il flauto traverso. Recita con la scuola. Capisci che per studiare ti tempo ne ha davvero poco.”

Una moglie, due figlie, so che nella casa di Verona hai altri ospiti.

“Due cani luo e otto gatti. Tutti trovatelli. Li abbiamo accolti in casa con tanto amore.”

Come è nata la tua avventura da allenatore?

“Ho cominciato preparando gli esordiente, poi ho avuto una piccola squadra, quindi ne ho messa su una con la Felotti, Guarducci, Rampazzo, Carey. Pagavo io per mantenere il tutto, le difficoltà economiche non erano poche. Quindi Brescia mi ha offetto di andare lì. Avevo visto Giorgio Lamberti (foto sotto) ai Mondiali di Madrid. Era un fenomeno. Io l’ho fatto andare più forte. Secondo agli Europei dietro Holmets. Male ai Giochi di Seul. Oro e record mondiale a Bonn. Vent’anni fa nuotava i 200 sl in 1:46, senza l’aiuto dei costumi, delle virate e niente altro di particolare. Ho ancora un grande rammarico perché si è fermato troppo presto. Poi sono arrivati Fioravanti, Brembilla e gli altri.”

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C’è qualcuno dei tuoi ragazzi che ti ha sorpreso?

“Fioravanti (foto sotto) a Sydney quando ha vinto l’oro nei 200 rana. E Federica quando ha fatto il mondiale dei 400 sl. In nessuno dei due casi pensavo potessero andare così forte.”

Cosa ti ha meravigliato della prestazione della Pellegrini?

“Sarei stato contento se avesse nuotato in 4:03. Gli allenamenti prima del record non mi avevano entusiasmato. Ma forse il fatto è che non ho termini di paragone, non ho mai avuto una ragazza che andasse così forte.”

Il nuoto non permette a un allenatore di intervenire durante la gara. Come si ovvia a questo problema?

“Gli atleti devono sapere gestire la gara. Non c’è sport più ripetitivo del nuoto. Loro sanno perfettamente quello che stanno facendo, lo sanno in ogni momento. In allenamento devo creare quei meccanismi che poi rendano automatico il rtimo, il gesto, il movimento.”

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Quale è stato il cambiamento più importante, dal punto di vista tecnico nei tuoi vent’anni nel nuoto come ct?

“La virata. Il modo di farla. E’ quella che ha inciso maggiormente sull’abbassamento dei record.”

Abbiamo parlato di tante cose. Chiudiamo con una domanda che potrebbe sembrare provocatoria, ma che vuole solo definire meglio il tuo personaggio.

“Spara”

Pensi di avere dei nemici?

“Non credo. Diciamo che ci sarà qualcuno che mi invidia. Ma questo è nella norma delle cose. E poi, come spesso dice spesso Barelli, spero scherzando: forse sono solo fortunato.”

 

 

Peggio della Corea, Costa Rica azzera l’Italia

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L’ITALIA è più forte. Il calcio è la nostra casa.

Qualcuno si è però dimenticato di spiegarlo al signor Luis Pinto: il coach della Costa Rica, quello che gli amici chiamano don Jorge.

Quel piccolino lì, non più di 165 centrimetri di energia, ha gestito da illusionista consumato la squadra e ha fatto sparire il pallone.

Per gli azzurri un solo tiro nello specchio della porta nel primo tempo. Zero nella ripresa.
E a recriminare per un rigore negato sono loro, non noi. La spinta di Chiellini su Campbell grida vendetta. Ma gli arbitri di questo Mondiali sono degni di Blatter. Nischimura in Brasile vs Croazia ci ha fatto capire a cosa saremmo andati incontro. Rolan con la collaborazione del guardialinee ha inventato l’annullamento di due gol a Dos Santos, per fortuna il Messico ha ugualmente sconfitto il Camerun. In Uruguay vs Inghilterra è stato permesso a Suarez di segnare il raddoppio partendo da una posizione di fuorigioco di almeno due metri. E la sceneggiata di Muller contro il Portogallo ha provocato l’espulsione di Pepe e aperto la strada alla Germania.

Ma non è questo l’argomento del giorno. Il protagonista di un afoso venerdì di giugno è don Jorge, l’uomo che viene da San Gil: un paesone di poco più di quarantamila abitanti a Nord Est della Colombia, trecento chilometri di strada da Bogotà. Anni luce lontano della realtà italiana.

Forse per questo quando ha parlato dei pericoli in arrivo ha fatto il nome di Pirlo.

Non sapeva che avremmo schierato l’arma segreta. Chi? Ma Thiago Motta, ragazzi. Forse il signor Luis Pinto (foto sotto) non lo conosceva, altrimenti alla vigilia non sarebbe stato così possibilista. Sarebbe stato certo della vittoria.

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Forse il tecnico della Costa Rica aveva però sentito nominare Cassano, probabilmente però il ricordo era legato al passato. Non poteva pensare che Prandelli avrebbe mandato in campo uno capace di sbagliare il 95% dei passaggi.

Uno che di sicuro il nostro eroe colombiano conosceva era Balotelli.

SuperMario, il bombardiere senza paura, l’uomo che distrugge le difese.

A forza di sentirne esaltare le qualità mi ero convinto che fosse colpa mia. Non ho mai avuto una considerazione esaltante del bomber oggi al Milan. Probabilmente era solo un mio approccio sbagliato.

Tutti lo dipingevano come l’ariete capace di trasformare ogni squadra. Eppure continuavo a non vedere in lui né Boninsegna, né Riva, né Ibrahimovic. Loro sì in grado di fare squadra da soli.

E sì perché questo era il problema. Fare squadra da soli dal momento che almeno dieci dei quattordici non erano neppure scesi in campo. Erano stanchi, fuori condizione, lenti, fallosi e imprecisi. Forse il travolgente successo sulla perfida Inghilterra, chissà perché eliminata dopo due partite, li aveva stremati.

Don Jorge ha costruito una squadra che ha tenuto il pallino in mano per tutta la partita. Linea alta in difesa e italiani in perenne fuorigioco: alla fine sarebbero stati dodici quelli giustamenti fischiati dall’arbitro. Salda cerniera a centrocampo e scorribande in attacco quando si poteva. Tutto qui.

Voi direte: E che sarà mai?

Niente di speciale, ma ci siamo andati avanti per decenni.

Un girone terribile. Così era stato dipinto alla vigilia della Coppa del Mondo. Poi abbiamo scoperto che l’Inghilterra era poca cosa e l’Uruguay si barcamenava tra il decoroso e l’indecente. Restava Costa Rica.

Cerchi, ti informi, spulci annuari, giornali e libri, guardi video e ti fai raccontare particolari da amici che la conoscono bene. Ma alla fine non ti sembra proprio di vedere il Brasile del ’58 o quello del ’70. Non c’è Pelè, non ci sono neppure Tostao, Carlos Alberto, Dialma Santos o Rivelinho. Non è neppure l’Olanda del ’74 che sfiorò il titolo. E se c’era un nuovo Johan Cruyff non me ne sono accorto.

Eppure è a punteggio pieno, unica già qualificata agli ottavi di finale.

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Non so come andrà a finire questo Mondiale per l’Italia. Mi auguro che riesca ad arrivare sino in fondo, anche se so che è una speranza più da tifoso che da osservatore distaccato.

Ma nessuno riuscirà a convincermi che fosse una necessità assoluta far giocare Thiago Motta, Cassano e Candreva. E mi porterò dietro a lungo un’imbarazzante domanda dopo il crollo contro i sudamericani: perché eravamo così a pezzi dal punto di vista fisico già alla seconda partita dei Mondiali?

Ho sentito dire in televisione che la sconfitta contro Costa Rica non può essere paragonata a quella contro la Corea del Nord nel 1966. Continuo a leggere la formazione dei sudamericani mentre nella testa mi ronza la classifica Fifa che vede 27 squadre davanti ai sudamericani e mi convinco che quelli di Sky hanno ragione.

Forse la disfatta non è stata davvero come contro la Corea. E’ stata più grande.

Ho visto il nulla fatto squadra. Il paradosso calza alla perfezione: Costa Rica peggio della Corea.