Una divertente storia di Ali con gli sci, non volava come una farfalla…

La storia che sto per raccontarvi regala un sorriso.
L’ho letta su un vecchio numero del Burlington Free Press, l’ha scritta Susan Green nel giugno dello scorso anno, pochi giorni dopo la scomparsa di Muhammad Ali.
Ho letto tante cose in quel periodo. Racconti di vita e di boxe. Ma qui si parla di Ali sugli sci, di neve, di freddo. Strano, no? In quell’articolo c’è la vena spiritosa del personagio, la sua caparbietà, la capacità di entrare in sintonia con i giovani. Gli bastavano poche battute e il legame era nato.
“Le piace sciare?”
“Sono andato giù più volte di Floyd Patterson!”
L’anziana signora ci aveva provato, voleva essere cortese.
Il campione era alle prese con quello che alla fine si sarebbe rivelato il più duro dei suoi avversari.

Marzo 1970, Ali era ancora squalificato. Non poteva combattere. E allora se ne era andato al West Dover Resort nel Vermont, aveva chiesto a Bob Gratton di insegnargli come cavarsela con gli sci.
L’istruttore aveva preso la cosa molto sul serio.
Si erano recati nel negozio di abbigliamento sportivo e avevano cercato la giacca a vento giusta. La più grande copriva solo per tre quarti le braccia del campione che era alto 1.91 e pesava attorno ai 98 chili. Con molta fatica erano riusciti a trovare qualcosa che gli potesse andare bene.
Gratton e Ali era andati sulla neve.
“Portami in cima alla montagna”
“I principianti non cominciano da lassù”.


Alla fine l’istruttore l’aveva convinto e si erano spostati su una collina, un leggero pendio denominato Mixing Bowl.
Gratton aveva unito le punte degli sci, l’aveva fatto per spiegargli che in quel modo sarebbe riuscito a frenare più facilmente.
Ma Ali proprio non riusciva a rispettare le regole, faticava ad ascoltare chi predicava prudenza e gli metteva davanti agli occhi gli eventuali pericoli che avrebbe affrontato se non avesse seguito le istruzioni.
Muhammad aveva messo gli sci in parallelo e si era lanciato giù.
Aveva preso velocità ed era andato dritto verso i confini della pista, aveva sfondato una recinzione in legno ed era caduto giù.
“Si sarà rotto ogni osso del suo corpo!” aveva pensato con terrore Gratton.
Errore.
Ali si era rialzato, aveva messo via i legni rotti della recinzione ed era ripartito.
Aveva percorso pochi metri, poi aveva incrociato un dosso ed era volato via. Aveva alzato le braccia al cielo con ancora le racchette in mano, era terrorizzato.
“Toglietevi dalla mia strada, TOGLIETEVI DALLA MIA STRADA!” urlava e si agitava. Non sapeva come fermarsi.
“La sua carriera è finita. Si romperà entrambi i femori” aveva sussurrato Thomas Montemagni, all’epoca istruttore di sci e oggi procuratore a West Dover.
Il campione aveva lanciato in alto le punte degli sci, riuscendo miracolosamente a attutire l’impatto sulla pista con la parte posteriore. Siera sorprendentemente salvato.


Due ore di lezione erano state però sufficienti a fargli capire che quello sport forse non faceva per lui. Era così tornato a valle, nel negozio di articoli sportivi. Lì aveva incontrato due ragazzi: John (di sei anni) e Walter Wess (di due anni più grande). Erano con il papà. Avevano riconosciuto il campione che aveva cominciato a scherzare con loro. Aveva mimato il vuoto, aveva finto di colpirli. I due avevano preso confidenza e Walter si era addirittura lanciato in un paio di domande.
“Pensi che riuscirai a battere Joe Frazier?”
“Mi avete visto cadere e cadere sulla collina. Così Joe Frazier cadrà e cadrà sul ring”.
“Come è andata con gli sci?”
“È stata più dura di quanto pensassi. Ma se non è riuscito a battermi Sonny Liston, non ci riusciranno di certo questi due legni”.
Il 26 ottobre del ’70 Muhammad Ali tornava sul ring e batteva per kot 3 Jerry Quarry.
Il 30 ottobre del ’74 riconquistava il titolo mondiale battendo George Foreman per ko 8 nella mitica notte di Kinshasa, Rumble in the Jungle.
Decisamente meglio che sulla neve, con gli sci ai piedi non volava certo come una farfalla…

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Belmondo, l’oro della fatica

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A Sochi è in corso l’Olimpiade invernale. Stefania Belmondo è l’atleta che in Italia ha vinto più medaglie ai Giochi: due ori, tre argenti, cinque bronzi. In questo articolo Stefy si racconta. Siamo a Ramsau, durante i Mondiali del ‘99 dove la fondista conquistò due ori e un argento. Nelle sue parole c’è la poesia e l’orgoglio di una montanara che conosce i valori della vita.

A CENA, in una serata incupita da un violento temporale, con la neve che diventa ghiaccio, per poi perdersi in piccoli ruscelli d’acqua gelida. Stefania Belmondo in jeans e camicia e Manuela Di Centa in mini tailleur bianco brindano assieme sotto gli occhi delle telecamere e dei fotografi. Nei tavoli attorno si parla dei tempi passati, dell’esuberanza naturale di Manu e della riservatezza esasperata di Stefy. Qualcuno racconta dell’esordio della Belmondo fra infiniti timori, tredici anni fa. Centomila chilometri dopo, la ragazzina piemontese è diventata donna e campionessa, ma fa fatica a perdere quella voglia di contorcersi nella ricerca di qualcosa che possa rovinarle la festa.

Mi metto sempre in discussione, solo così riesco ad andare avanti. Quando ho vinto la prima gara di Coppa del Mondo, mi sono chiesta se non fosse stata solo fortuna. Nel momento in cui ti senti arrivato, non hai più voglia di migliorarti. Ogni giorno bisogna pretendere qualcosa in più da se stessi. Me lo hanno insegnato i miei: qualsiasi cosa tu voglia ottenere, hai bisogno di tanto sacrificio per ottenerla.

E’ la filosofia con cui è cresciuta da bambina a Pontebernardo, una frazione di poche case e 17 abitanti. Lì dove si parla occitano, vecchio provenzale, assai simile al catalano. Una chiesa dedicata a Maria Assunta. E neppure un prete. Un sacerdote sale fin lassù a 1300 metri solo per la funzione della domenica. La scorsa settimana è stato celebrato un battesimo. Non accadeva da 22 anni, l’ultimo nato era stato Enrico, il fratello di Stefy. E quella chiesa non era stata aperta per una cerimonia ufficiale dal giugno del ’94, quando la Belmondo aveva sposato il suo Davide.

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Se mi chiedessero quali suoni mi piacerebbe registrare, direi: il rumore dell’acqua nella fontana davanti alla mia casa natale; le campane della chiesa di Maria Assunta e le parole in dialetto dei miei genitori.

La Belmondo legge Svevo e Pavese, ama Tolstoj e Dostojevski. Sorride, ma solo quando sta da sola sembra trovare la giusta dimensione.

La popolarità mi soffocava, sentivo che si stava rubando la mia serenità. Oggi mi sono abituata. Quasi.

Davanti alla vecchia casa giravano gatti, cani, galline e conigli. Lei da bambina raccoglieva il fieno, correva per le strade mascherando da automobile una cassetta di frutta. Il suo è un mondo da sempre a contatto con la natura.

Quest’anno mi sono allenata a Kiruna, oltre il Circolo Polare Artico. Ho visto l’aurora boreale. Sono diventata amica di una lepre. Ogni sera, alla stessa ora, veniva davanti alla porta della mia casa ed io le davo da mangiare. Chissà come sarà rimasta male quando sono partita.

Questa è Stefania. Dentro le sono rimasti valori importanti, regole di vita da non tradire mai.

Lo ripeto. La mia è la vittoria dello sport pulito. Che significa? Voglio solo dire che so come ho raggiunto questo obiettivo e posso esserne orgogliosa. Ho vinto con le mie sole forze. E questo è più importante della vittoria in sé.

Nel vecchio chalet il prosecco rallegra le gole. Si festeggia l’oro di Stefania, si presentano i Mondiali del 2003 in Val di Fiemme, si cerca di consolare Fulvio Valbusa per la medaglia di legno. La Belmondo è al tavolo con il suo clan. Sola o in famiglia, non si smentisce mai. Manu Di Centa è con i dirigenti federali e gli organizzatori dei campionati. Quando la serata volge al termine, si alza e va al tavolo dell’ex rivale. Un brindisi per le telecamere.

Stefania, cosa vi siete dette?

Ero stanca, non ricordo.

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Ha massacrato le avversarie nella 15 km di esordio, potrebbe chiudere con altre tre medaglie. Una di queste potrebbe essere d’oro.

Stefania, sei la più forte fondista del mondo?

Non scherziamo.”

Quando una cosa le piace, il volto le si illumina. Gli occhi diventano più grandi ed appare un grosso sorriso. Poi però si affretta a mascherare con le parole quel peccato di felicità. Ha quasi paura di farsi vedere contenta. La montanara non apre il cuore al mondo, chi ne ha voglia deve cercare di capire, di interpretare. Una volta ha anche provato a raccontare a un diario le emozioni, ha messo giù qualche poesia. Poi le è sembrato che il tutto prendesse una piega troppo triste ed ha chiuso il diario in un cassetto.

La Belmondo è il volto pulito dello sport. Si massacra di lavoro in allenamento e va avanti contando solo su quel fisico minuscolo che sembra potersi spezzare in ogni momento. Dietro di lei, il fondo femminile ha un buio profondo. Stavolta è Stefania a lanciare un messaggio positivo.

Tranquilli. Mi piace ancora sciare. A Salt Lake City 2002 potrei esserci.

Lo speriamo.

P.S. A Salt Lake City 2002 lei c’era. E vinceva un oro, un argento e un bronzo. Dieci anni dopo il primo successo olimpico…