Edgar a Bari, ieri profugo oggi eroe

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DUE GOL. Il primo di testa (foto), il secondo di piattone. Una doppietta e il Bari è tornato a esultare, irrompendo nei play off, sognando la Serie A. Quei due gol hanno trasformato Edgar Junior Cani in un idolo, lo hanno consegnato alla storia del calcio pugliese. Proprio lui che, pur essendo centravanti per ruolo e stazza (1.92 per 87 chili), del cannoniere non ha mai interpretato sino in fondo il personaggio.

Il linguaggio sportivo prende in termine delle parole e le trasforma in iperboli. Non andate a cavillare sulla dimensione che attribuisco a qualche termine. Eroe, per esempio. E’ solo per rendere l’idea, per avvolgere il tutto in un’atmosfera da favola.

Se sei dunque l’eroe di una giornata di festa è abbastanza normale che attorno a te il racconto si trasformi in leggenda. Quella di Edgar jr è una storia forte, drammatica, ai confini con la tragedia. Ma non sempre è stata narrata con rispetto assoluto per la verità cronistica.

Leggenda vuole che sia sbarcato a Bari l’8 agosto del 1991 sulla nave Vlona. Su quell’imbarcazione c’erano ventimila albanesi in fuga dal proprio Paese. Pressati sino all’inverosimile, in condizioni disperate. Bari li aveva accolti con grande civiltà.

La realtà è molto simile, ma profondamente diversa alla radice. L’ha raccontata con grande professionalità la giornalista Tiziana Alla a Dribbling su Rai 2, con tanto di testimonianze ineccepibili.

Era il luglio del 1990 quando la famiglia Ciani si era rifugiata con mille altri connazionali nell’Ambasciata Italiana a Tirana. Chiedevano un posto sicuro dove vivere, sognavano un lavoro.

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Mimoza Hajno (foto sopra) è la mamma di Edgar.

Era il tempo della disperazione. Non sapevamo se ci avrebbero sparato addosso o se ci avrebbero portati via. Siamo rimasti lì dentro per dieci giorni. Si dormiva ovunque, si mangiava una volta al giorno: un pezzo di pane, un pomodoro e un pezzo di formaggio. Poi i soldati dell’ONU ci hanno trasferiti a Durazzo. Siamo partiti per l’Italia senza portarci dietro niente se non i vestiti che avevamo addosso.”

A Bari avevano trovato ospitalità, aiuto.

Siamo arrivati a Brindisi il 13 luglio del 1990, nove giorni dopo Edgar ha compiuto il primo compleanno a Bari. Da noi la religione era vietata, non avevamo coscienza di cosa fosse. Ma abbiamo deciso di dare al ragazzo una possibilità in più, per questo l’abbiamo battezzato.”

Non era stato poi così semplice. Serviva un padrino cattolico e alla fine l’avevano trovato.

E’ proprio Edgar jr a raccontare quel momento mettendo in fila i ricordi che Mimoza ha sempre mantenuto vivi.

E’ stato un militare a farmi da padrino. Mamma mi ha sempre detto che si era molto affezionato a me e quando è stato il momento non si è tirato indietro. Mi piacerebbe incontrarlo, ringraziarlo.”

Il ragazzo, che oggi ha 24 anni, parla un italiano corretto. Ma la cadenza è chiaramente umbra. E’ normale, dal momento che è cresciuto e ha studiato a Città della Pieve, mentre la prima squadra di calcio è stata il Cortona.

Non si è mai fermato molto in un posto. Palermo, Ascoli, Padova, Piacenza, Polonia, Catania, Carpi. Il cerchio si è chiuso con il ritorno a Bari, il 31 gennaio: l’ultimo giorno di mercato. E’ tornato lì dove tutto era cominciato.

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Quello che ha sempre chiamato “il viaggio per la libertà” lo aveva finalmente riportato a casa. Cinque presenze in A. Centodiciotto in B con 19 gol. Poi un venerdì che non dimenticherà mai.

Cinquantamila persone che scandivano il suo nome.

Il Novara era andato in vantaggio, lui era entrato con il Bari sotto 0-1 all’8’ del secondo tempo. In ventuno minuti aveva cambiato la partita. Pari con una frustata di testa al 16’, raddoppio con un intervento di precisione al 29’.

Bari impazzita di gioia, ha esultato anche l’Albania. I giornali di quel Paese hanno riportato le imprese del giovanotto in prima pagina (foto sopra).

Partito da Tirana, ha trovato il nuovo mondo in Puglia. L’Umbria l’ha cresciuto, Bari ne ha legittimato la professione.

Il calcio ha vissuto un’altra bella storia da raccontare.

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Tsonga, l’amore e la paura della solitudine

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Jo-Wilfried Tsonga ha sconfitto anche Jerzy Janowicz. Mentre il popolo parigino era in delirio, lui già pensava al prossimo appuntamento. Al quarto turno del Roland Garros affronterà Novak Djokovic e non potrà non ricordare i quarti di due anni fa. Quattro match point gettati al vento prima di cedere la strada al serbo. Il francese non è più all’apice della carriera, ma tiene vivo il sogno di un popolo. Sarà dura, ma… E’ un grande personaggio il giovanotto nato a Le Mans da padre congolese e madre francese. Attualmente è 14 del mondo con dieci titoli in bacheca. Ma soprattutto ha una sensibilità rara tra i professionisti dello sport. Per aiutarvi a conoscerlo meglio, ecco una chiacchierata che ho fatto con lui…

 

JO-WILFRIED Tsonga, quale è la cosa più importante nella vita di un uomo?

«Amare ed essere amato».

E la peggiore?

«Essere solo».

Spesso le chiedono del grande Muhammad Ali (foto sotto, il campione di pugilato è a destra), le parlano continuamente della somiglianza con lui da giovane. E’ una cosa che le dà fastidio?

«No, per me va bene. Non è mica una mia colpa. Ma devo ricordarmi di chiedere ai miei genitori perchè somiglio così tanto ad Ali. Ci sarà qualcosa che devo sapere?»

Ha mai tirato di boxe?

«Sì, per scherzo. Una volta in Germania».

E le è piaciuto?

«Sì».

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Da bambino, quale era lo sport che preferiva?

«Il football».

Ha giocato al calcio?

«Ho giocato dai 7 ai 13 anni, in una vera squadra. Avevamo il campo vicino a Le Mans, dove abitavamo. Giocavo all’attacco. Ero, comesi dice in inglese?».

Wing (ala).

«No, quelle sono degli animali».

Si dice così anche per il calcio.

«Allora, va bene».

Segnava molti gol?

«Sì»

Tifa per qualche club?

«Mi piace molto giocare, ma penso che oggi il calcio sia meno interessante di una volta. Perché non sempre è il migliore a vincere, per

problemi con gli arbitri o per altri problemi. I giocatori poi non hanno fair play. Non mi piace guardarlo, ma adoro ancora giocarlo».

Lo fa spesso?

«No, è pericoloso per il mio lavoro».

Quali sport guarda in tv?

«Basket e atletica, qualche volta mi piace vedere la boxe».

Quale è lo sportivo che ammira di più?

«Non ho uno sportivo preferito. Mi piacciono le grandi performance, chiunque le faccia. Mi piacciono gli atleti di forte personalità. Gente che abbia carisma, sappia essere forte e leale».

Quale è stata la più forte emozione che ha provato su un campo da tennis?

«Quella durante la la finale di Paris Bercy nel 2008. In tribuna c’era tutta la mia famiglia, c’erano i miei amici, tutti quelli che mi avevano aiutato nel corso della carriera. E’ stato un momento davvero speciale. Avevo chiara la sensazione che stavo facendo qualcosa di importante anche per chi mi aveva dato così tanto».

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Cosa le piace di più nel tennis?

«Mi piace quando riesco a dare il meglio di me».

E cosa non le piace?

«Non dico viaggiare, perchè per tanti è una cosa bella e non possono farla. Dico allora che non mi piace stare tanto tempo chiuso in albergo. Anche se è un hotel di lusso, resta sempre qualcosa di impersonale».

Che fa per ingannare il tempo durante quelle lunghe giornate?

«Non ho tanto tempo libero, se voglio fare bene il mio lavoro devo occuparlo soprattutto nella preparazione dei match. Quando posso, leggo, guardo qualche film alla tv e soprattutto passo delle ore al telefono».

Cosa deve avere un tennista perchè sia il migliore?

«Deve possedere la capacità di dare il meglio di sè in campo. Puoi anche essere il numero 80 del mondo ed essere contemporaneamente un grande giocatore, perché dai sempre il meglio rispetto alle tue possibilità. Non è una questione di quanta tecnica, talento, fisico, o forza mentale tu abbia. E’ la capacità di sfruttare tutto quello che hai dentro per dare il massimo. Essere il miglior giocatore del mondo è importante, ma lo è ancora di più essere forte nella tua mente».

Può un allenatore insegnare queste cose?

«E’ un risultato che raggiungi mettendo assieme molte cose: la tua evoluzione umana e sportiva, la tua educazione. Gli insegnamenti di tutti i coach che hai avuto durante la carriera. E’ poi serve quella che comunemente noi tutti chiamiamo esperienza. Le faccio un esempio. Se incontro un uomo anziano, uno che ha vissuto più di me, posso star sicuro che lui saprà più cose di me. Perché lui ha avuto la possibilità di mettere assieme più esperienze. Ecco, per dare il meglio devi avere l’esperienza di un uomo anziano e la forza di un giovane che sappia tradurla in gioco».

Ma, lei mi insegna, un tennista può anche fare a meno di un allenatore.

“Io gioco per divertirmi, provo piacere nella lotta, nella sfida. Non voglio essere influenzato da qualcuno. Mi diverto quanso sono me stesso, senza segreti. E’ questo che mi porta a pensare che si possa fare a meno di chiedere consigli. E’ bello ritrovare la spontaneità perduta”.

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Cosa è per lei il Roland Garros?

«E’ il mio Slam preferito, quello che mi piacerebbe vincere (nella foto sopra la sconfitta con Djokovic del 2012). Lo metterei davanti anche a Wimbledon, che rappresenta la tradizione».

Quale è stata la prima volta che ne ha sentito parlare?

«Non lo ricordo più, ero così giovane. In Francia è l’unico torneo che trasmettono su un canale pubblico. Lo guardano e ne parlano tutti, anche la gente che non ha i soldi per l’abbonamento alla tv satellitare».

Quale è la cosa più importante che i suoi genitori le hanno insegnato?

«Essere una persona che ha rispetto per gli altri e per se stesso».

E’ difficile essere un personaggio popolare?

«A volte sì».

La popolarità cambia le persone?

«Certo che le cambia. Sei uno che nessuno conosce e improvvisamente diventi uno che tutti conoscono. E’ il mondo attorno a te a non essere più lo stesso. Qualcosa di tutto questo entra nella tua testa. Può cambiarti in tanti modi. Ma stai certo che se avrai ricevuto un’educazione forte, cambierai in meglio».

Jo-Wilfried Tsonga, quale è il sogno della sua vita?

«Essere lo stesso fino alla morte. Vivere sempre con accanto la mia famiglia e tutti quelli che mi sono stati vicini».

 

La fretta dei genitori cancella il talento

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CON CALMA, senza fare correre troppo i pensieri, il ragazzo americano sembra avere trovato la sua coperta di Linus. Quella che gli regala sicurezza.

Donald Young è amico dalla nascita di Taylor Townsend, il grande personaggio di questo Roland Garros: la signorina Grandi Forme (https://dartortorromeo.com/2014/05/29/la-rivincita-della-signorina-grandi-forme/). Per lui è una sorella, i rispettivi genitori si conoscono da sempre. I ragazzi hanno molto in comune. Sono stati numero 1 del mondo da junior, hanno avuto liti furibonde con la Federtennis americana, sono mancini. Quando sono insiene parlano più dei problemi della vita che di tennis.

Il giovanotto quando era ancora un teenager sembrava dovesse far rivivere le glorie del passato a una nazione che aveva bisogno di nuovi eroi. Sulla sua gestione sono stati commessi errori in serie e oggi, a 24 anni, è scivolato al numero 79 del mondo senza scalpi importanti nel record. Nessun titolo in bacheca, appena una finale raggiunta a Bangkok (foto sotto, alla premiazione con il vincitore Andy Murray)  in un 2011 che sembrava fosse quello della definitiva consacrazione. Un errore dietro l’altro gli ha bruciato la strada. Sbagli generati sempre dalla stessa matrice.

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Maledetta fretta. Questa è una storia in cui nessuno ha la pazienza o il coraggio di aspettare.

Aveva tre anni Donald Young junior e i genitori lo mostravano già in giro orgogliosi. “Guardate quanto è bravo il nostro bambino con la racchetta”. E lui, piccolo e nero, sparava palline contro il muro convinto che quello fosse un gioco. A 10 anni gli avevano già costruito addosso una storia da copertina. Giuravano che John McEnroe avesse fatto qualche scambio con lui al torneo di Chicago e subito dopo avesse esclamato: “E’ il primo che ha una mano come la mia”. Gary Swain era il testimone capace di mettero il sigillo della verità in quella vicenda. Ma Swain sarebbe stato anche l’agente dell’IMG che avrebbe messo sotto contratto il ragazzino a soli 14 anni.

Avevano fretta Donald senior e Ilona, i genitori del piccolo fenomeno. Lo costringevano, giurano i vicini di casa, a battere mille servizi prima di colazione. Odierà il breakfast per tutta la vita. A soli 15 anni l’avevano fatto esordire tra i professionisti. Era già un divo. Un contratto con l’IMG, uno con la Nike. Ma sul campo cominciava a prendere i primi schiaffi. Fino ad allora era andato sempre di corsa. Numero 1 del mondo tra gli junior, batteva i più grandi ed era convinto che quello fosse il tennis. Pacche sulle spalle, un sorriso di mamma e papà, la stretta di mano al rivale appena superato.

L’avvio tra i professionisti era stato devastante: 16 sconfitte di fila. Poi aveva perso 6-0 6-0 contro Carlo Berlocq. E aveva pensato di chiuderla lì. Aveva solo 17 anni.

Aveva fretta anche l’USTA. A caccia di un talento da troppo tempo, ne aveva uno sottomano. Ed era addirittura afro-americano, l’erede di Arthur Ashe, la risposta maschile alle sorelle Williams. Fuori i soldi per finanziarne la crescita e un maestro per migliorarne la tecnica. Sembrava così semplice. Ma gli Young non avevano alcuna intenzione di cedere ad altri il controllo del figlio. Sarebbero stati loro i maestri. Avevano anche il diploma.

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Per sette anni Donald jr è andato a caccia di se stesso. Ha cercato di capire fino a dove potessero spingersi i sogni. Poi si è accorto che la vita stava trasformandosi in un incubo. Il papà l’aveva convinto a mettere via i propositi di ritiro. Ma lui continuava a girare per i tornei, ad ottenere wild card non meritate, e a perdere. I genitori (foto sopra Donald con la mamma) dicevano che era meglio prendere cinquemila dollari per una sconfitta al primo turno nel circuito, piuttosto che girare per i Futures e accontentarsi di un paio di biglietti da cento. Fingevano di non capire che le sconfitte fanno male, sono pugni che ti mandano al tappeto. E rischi di non rialzarti più. “Prodigy’s end” titolava il New York Times nel 2007. Young (foto sotto Donald sr, il papà) aveva 18 anni.

Gentile e tranquillo nella versione ufficiale. Arrogante fino ad apparire volgare in quella privata. “Fuck Usta! They are full of shit! They have screwed me for the last time”, digitava su Twitter. “Affanculo l’Usta, sono pieni di merda! Mi hanno fregato per l’ultima volta”, il rispettoso messaggio spedito online. La Federazione americana gli aveva chiesto di fare i play off per la wild card al Roland Garros. Come si erano permessi!

Cappellino con la visiera girata sulla nuca, diamanti ai lobi delle orecchie. Era l’unica immagine che lasciava sul campo. Le mani fatate, il tocco delizioso, il talento giovanile. Sembrava fosse tutto irrimediabilmente perso.

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Poi, improvvisamente nel 2011 aveva fatto quello che avrebbe dovuto fare da tempo. Si era allenato duramente. Alla sede dell’Usta a Carson, in California. Con Mardy Fish, Sam Querry e addirittura Pete Sampras. E aveva battuto Andy Murray a Indian Wells. Era arrivato agli US Open ed aveva sconfitto prima Wawrinka e poi Chela. Ma ancora una volta era accaduto tutto troppo in fretta.

Avevano detto che finalmente era diventato uomo, avevano esaltato ogni colpo, ogni punto. L’America si era dichiarata felice di avere scoperto il nuovo Ashe. Poi era arrivato Murray, quello che pochi mesi prima era stato sconfitto in California, e lo aveva rispedito a casa, bloccato agli ottavi di finale.

Questo 2014 sembra essere per lui l’anno dei piccoli passi. Terzo turno agli Australian Open e adesso si è ripetuto a Parigi. Ha eliminato a sorpresa Feliciano Lopez, 27 del mondo, e ora se la vedrà con Guillermo Garcia-Lopez: il giustiziere di Wawrinka (https://dartortorromeo.com/2014/05/27/storia-di-guillermo-prima-sorpresa-del-rg/).

Senza farsi tante illusioni, Donald jr ha ancora la possibilità di divertirsi. Se smetterà di correre e si fermerà un attimo a riflettere, prenderà tutto quello di buono che il tennis gli ha regalato. La consapevolezza di potersi battere a ottimi livelli, la speranza di crescere ancora. Meglio tardi che mai.

Il mondo è pieno di giovani talenti che si sono rovinati con le proprie mani. Qui i potenziali colpevole sono tanti. I genitori, l’Usta, gli sponsor, John McEnroe, l’America a caccia di eroi, lui stesso.

Donald ha bisogno di tornare bambino, di riprendere a giocare per divertimento, senza programmi a lunga scadenza. Poi, se ritroverà il talento perduto e la voglia di sacrificarsi in allenamento sarà quella dei tempi migliori, forse potrà ancora togliersi qualche soddisfazione.

Ma per favore, con calma, senza fretta.

La rivincita della signorina Grandi Forme

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QUANDO aveva 16 anni le hanno detto che era una cicciona e doveva rimanere a casa sino a che non sarebbe diventata presentabile. La Federazione americana le ha spedito una bella lettera sottolineando che non era “in forma” e per questo motivo le tagliava i fondi. Niente più dollari per viaggiare da un torneo all’altro.

Taylor Townsend ha fatto spallucce ed è andata avanti. Era già numero 1 del mondo tra le junior, aveva vinto l’Australian Open, aveva raggiunto risultati che altre americane non toccavano da trent’anni. E quelli le dicevano che era grassa.

“E ‘stata davvero dura. Questa è un’epoca in cui sei davvero consapevole di ciò che sei, soprattutto una ragazza. E’ un argomento molto delicato. Quelle parole mi hanno fatto davvero male. Perché io non sono come tutte quelle che vedo in giro per il circuito. Loro sono magre, alte. Io sono bassa e muscolosa. Non posso farci niente. Non sapevo cosa volessero da me. Stavo lavorando per tirare giù il mio culone e loro mi dicevano che ero grassa. Ora non dò più importanza a commenti come quelli. Le persone possono parlare e dire quello che vogliono, non mi importa quello che pensano gli altri. Sono sovrappeso, ma mi sento a mio agio in questo corpo. Non è obbligatorio essere tutte della stessa taglia per giocare a tennis.”

L’Usta era stata chiara: niente soldi per gli US Open junior. Ci avevano pensato quelli del suo circolo, XS Tennis di Chicago, a reperire fondi. Avevano fatto versare una quota dai 10 ai 15 dollari a tutti quelli che volevano allenarsi con lei, quando avevano raggiunto la quota di mille euro le avevano comprato il biglietto aereo. Le altre spese le aveva coperte la mamma.

Sheila è sempre stata molto vicina alla figlia, soprattutto da quando ha divorziato da Gary. La bambina ha vissuto con molta ansia quel periodo difficile.

Solo in campo riusciva a trovare un po’ di serenità.

“Il tennis è stata la mia via di fuga dai dispiaceri della vita.”

Taylor è una ragazza che non sfugge al radar degli appassionati.

Per il suo fisico, 1.68 per 78 chili, e per lo stile. Un serve and volley perfezionato nel tempo, tocchi slice e un ottimo dritto. E’ una che ama il gioco a rete, al punto che nella fase di riscaldamento è l’unica che comincia con i colpi di volo anziché quelli da fondocampo.

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Per due anni ha giocato da destrorsa, con un rovescio a due mani. Poi ha capito che era meglio cambiare e adesso tira ogni colpo da mancina.

Quegli US Open li ha poi giocati. Quarti di finale in singolare e vittoria in doppio.

Taylor è una tosta, anche se lei per definiresi usa il termine “spumeggiante”.

Per ottenere la wild card del Roland Garros, il primo Slam di una giovane carriera, ha dovuto vincere due tornei. Nel secondo è riuscita ad aggiudicarsi quattro match in un giorno, due in singolare e altrettanti in doppio.

E adesso è a Parigi e al secondo turno ha fatto fuori Alizé Cornet, numero 21 del mondo. Lei ha cominciato il torneo da 205 e a fine lavoro sarà molto più avanti. Per festeggiare si è lanciata in una divertente danza: il Naè Naè, assai popolare dalle parti di Atlanta. Per concentrarsi e trovare la spinta nei momenti difficili, a ogni cambio campo ha consultato il libretto dei miracoli. Quello in cui appunta pensieri, motti, consigli.

Cosa mai c’è scritto dentro quelle pagine?

“Non vorrete che riveli a tutti i miei segreti’”, un sorriso e via.

Ama il calore della famiglia. Si allena vicino a Englewood a due passi da due nonne e un’infinità di zii, zie e cugini. Quando è a casa coccola Sochi: cagnolino di razza pik-a-poo (un incrocio tra un pechinese e un poodle) e Gilligan: un gatto che adora.

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Se le chiedi quale è la persona che vorrebbe incontrare, ti risponde “Beyoncé”. Se le domandi quale è l’incontro che l’ha segnata, ti dice: “Quello con Martina Navratilova.”. Di lei hanno parlato bene, oltre alla stessa Navratilova, anche Andy Murray che le ha dedicato un Twitter dopo l’ultima vittoria, e John McEnroe.

La allena Zina Garrison, ex numero 3 del mondo.

“Ho lottato a lungo contro la bulimia e non voglio che Taylor soffra i miei stessi problemi.”

Il 16 aprile Taylor scorso ha festeggiato il diciottesimo compleanno.

In un recente passato aveva sofferto per una severa anemia e carenza di ferro. Adesso sono solo brutti ricordi. La ragazza è ancora sovrappeso, ma sembra che in quel fisico si senta davvero a suo agio. In sua difesa si sono mosse Serena Williams e Lindsay Davenport, anche loro più volte accusate di avere chili in eccesso.

Lei ringrazia chi la difende e va avanti.

Un ciclone si sta abbattendo sul mondo del tennis femminile.

E’ diversa dalle altre e per questo fa paura. Taylor Townsend lo sa, ma fa spallucce e continua a mettere in fila un successo dietro l’altro. Poi sorride e ti conquista.

In un mondo di picchiatrici lei parla un linguaggio antico, fatto di slice e colpi di volo. Ma quando c’è da menare non si tira indietro. La Federazione americana in crisi di talenti si dovrà mangiare la lingua per le offese tirate, senza pensarci tanto su, a una ragazzina di 16 anni.

La signorina Grandi Forme si sta prendendo la sua rivincita.

Giornali sportivi in crisi d’identità

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LA CRISI dei giornali impone soluzioni inedite agli editori. Per la prima volta due quotidiani sportivi gestiranno in comune i servizi dello stesso gruppo di inviati. Accadrà ai prossimi Mondiali di calcio in Brasile (dal 12 giugno) dove i reporter del Corriere dello Sport-Stadio e di Tuttosport pubblicheranno i loro articoli su entrambe le testate.

Il contratto nazionale lo prevede, l’esperimento ha dei precedenti importanti. All’Olimpiade di Londra, ad esempio, gli uomini del gruppo Caltagirone avevano formato una squadra che scriveva contemporaneamente per Messaggero, Mattino e Gazzettino. Non c’era un capo unico che gestisse gli inviati, ma erano le singole testate a farlo con il risultato di avere a volte gli stessi uomini sullo stesso servizio, lasciando scoperti altri eventi.

Stavolta il rischio sarà ancora più grande.

Cinque i reporter del Corriere, quattro quelli di Tuttosport (più il direttore). Nove in tutto, non inserendo nel conto il direttore del quotidiano torinese che presumo si gestirà in proprio. Ma da questo gruppo andranno tolti i due (per giornale) che si dedicheranno alla nazionale italiana. Resteranno dunque in cinque. La domanda è: saranno governati da un unico capo redattore che deciderà chi coprirà cosa? E questo capo sarà del Corriere o di Tuttosport?

Domanda, credetemi, non banale. Perché se ogni gruppo sarà affidato a un referente interno al giornale di appartenenza, ci si potrà trovare davanti allo stesso problema vissuto dagli inviati di Caltagirone ai Giochi londinesi. Ma se così non fosse, con quali criteri saranno stabiliti i nomi di chi dovrà occuparsi di un evento piuttosto che di un altro?

I quotidiani sportivi hanno peculiarità ancora più evidenti degli organi di informazione.

Se “la Repubblica” si dovesse trovare davanti a una scelta di merito tra Berlusconi e Renzi non credo che si porrebbe il minimo dubbio.

Come si comporterà il giornalista del Corriere dello Sport-Stadio quando un allenatore preferirà mettere in campo un giocatore della Juventus piuttosto che uno della Roma?

E ancora. Ricordo benissimo i Mondiali in Messico del 1986. Il Corriere li gestì, a Italia eliminata, avendo come riferimento unico Diego Armando Maradona eroe di Napoli. Se la cosa si ripetesse e il protagonista dei Mondiali fosse un calciatore che milita in una squadra della zona diffusionale di Tuttosport, come sarebbero gestiti i servizi?

I giornali americani pubblicano da tempo lo stesso pezzo su tutti i quotidiani della catena editoriale. Ma sono articoli scritti da grandi editorialisti, pezzi di opinione, provocazioni, commenti. Non rappresentano il lavoro in presa diretta, l’analisi di un evento.

Nell’Italia dei campanili il mondo dello sport è quanto di più attaccato ai propri confini possa esserci. Il nemico numero 1 della Roma non è la Lazio, ma la Juventus. E Tuttosport la rappresenta in pieno, come il Corriere dello Sport fa con la Roma. Mischiare le due anime sarà un’impresa difficile che andrà a intaccare quello che è il patrimonio fondamentale di ogni giornale. La sua identità.

So benissimo che la crisi è devastante, che le perdite si accumulano in maniera preoccupante generando una situazione drammatica dal punto di vista economico. Risparmiare è giustamente in cima ai pensieri di ogni editore. Ma ancora una volta non mi trovo d’accordo sul come farlo.

Non sono convinto che avere la possibilità di godere del lavoro di inviati esterni alla politica, ai pensieri, alla filosofia del quotidiano che ospiterà i loro servizi sia meglio che continuare a operare in proprio. I due/tre nuovi non saranno per forza di cose in sintonia con i lettori, non avranno precisi punti di riferimento. Parleranno a un pubblico che non è il loro, usando metri di valutazione che non appartengono a chi il giornale l’avrà acquistato in edicola.

Mi dicono che, al di là dell’apporto analizzato sul piano della qualità, gli uomini in più servirebbero anche a coprire spazi generati da un eventuale carico pubblicitario. Dunque, lentamente ma sempre più inesorabilmente, il giornalista si avvia a realizzare quello che sembra essere il sogno di molti editori: un contenitore di pubblicità, dove la parte determinante è il prodotto da reclamizzare e quella puramente decorativa il servizio dell’inviato di turno.

Mi sembra che ci si stia avviando sempre di più verso la scomparsa del giornale che noi vecchi operatori del sistema conoscevamo. Le nuove politiche editoriali hanno altri orizzonti. C’è la crisi, bisogna gestire l’emergenza.

Faccio ammenda. Sono io che non capisco. Ero abituato a lavorare in un giornale che vendeva 380.000 copie di media al suo apice e 260.000 nel momento più buio. Oggi viaggiano a fatica attorno alle 100.000 e calano mese dopo mese. Il panorama è diverso, l’emergenza è continua. Ma resto convinto che servirebbe un capitano che sapesse guidare la nave in porto, mi sembra invece che si continui a navigare a vista. E questo a prescindere da cosa pensi l’armatore.

 

 

Olimpiadi invernali a rischio chiusura?

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E SE ALLA FINE non ci fosse nessuna città disposta ad ospitare i Giochi invernali del 2022? Cosa accadrebbe?

Stoccolma si era già ritirata, adesso ha annunciato la fine della corsa anche Cracovia. Un referendum popolare ha detto no all’Olimpiade con il 70% dei votanti schieratosi contro questa prospettiva. Si teme uno spreco di soldi pubblici e la possibilità che i fondi a disposizione diano il via a estesi fenomeni di corruzione.

I soldi sono alla base di tutto. L’ultima edizione, quella dello scorso febbraio a Sochi è stata sotto questo aspetto un’autentica follia: 51 miliardi di dollari investiti nell’operazione. Dopo un’analisi approfondita è stato calcolato come la città russa abbia investito 520 milioni per ogni evento in programma, contro i 132 di Pechino per i Giochi estivi del 2008. Una spesa di sette volte superiore a quella fatta da Vancouver nel 2010.

Una volta alzata l’asticella e messi davanti a queste cifre, i potenziali organizzatori hanno tutti cominciato ad avere paura.

E non basta di certo il recente contratto firmato dalla NBC che ha assicurato la sua copertura per le Olimpiadi dal 2022 al 2032 con un impegno di 7,65 miliardi. Per l’edizione invernale del 2022 i miliardi dollari a dispozione saranno 1,275. Non sono pochi, ma i preventivi di spesa non si accontentano certo di queste cifre.

Rimangono in corsa quattro città, ognuna di loro ha enormi problemi e potrebbe prima o poi tirarsi indietro.

Oslo ha messo in campo un budget di 8,5 miliardi. In città però nessuno crede che possano bastare e la possibilità di un aumento delle tasse per fare fronte all’impegno sta facendo crescere il fronte del dissenso all’interno dell’intera Svezia.

Lviv è in Ucraina, Paese che in questo momento a tutto deve pensare meno che a ospitare un evento sportivo.

Pechino deve fare i conti con il fatto che la città partner con cui dividere l’Olimpiade sarebbe Zhangjakon, nel nord della Cina a 120 miglia di distanza dalla capitale.

La quarta e ultima candidata è Almaty in Kazakistan. Ha ospitato i Giochi invernali asiatici nel 2011. Ma non ha grandi città vicine e da sola non sembra godere della necessaria presa per diventare sede olimpica.

Questa estate il Cio dovrebbe eliminare una delle quattro. Il 31 luglio 2015 a Kuala Lumpur sarà annunciata la città prescelta.

I Giochi non fanno più gola a nessuno. Costano troppo, i ritorni sono decisamente inferiori agli investimenti e la promozione mediatica è lontana anni luce alla corrispettiva edizione estiva. Tutto questo messo assieme fa prevedere tempi bui per gli amanti delle acrobazie sulla neve o sul ghiaccio.

L’Olimpiade del 2018 si svolgerà a Pyeongchang, in Corea del Sud. Poi…

Storia di Guillermo, prima sorpresa del RG

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GUILLERMO Garcìa-Lopez è uno che i migliori li ha spesso battuti. Ha fatto fuori undici Top Ten in carriera, ma poi quando doveva spiccare il grande salto si è sempre fermato a un passo dall’ostacolo. Ha sconfitto Nadal, Murray, Berdych, Moya e Wawrinka. Lo svizzero dallo sguardo triste e perennemmente assonnato lo ha eliminato nel primo turno del Roland Garros. Poi si è messo al computer, è andato sul suo account di Twitter è ha fatto i complimenti all’Albacete per la promozione in seconda divisione.

Guille è fatto così. In giro per il mondo, ma sempre solidamente attaccato alle radici.

In campo fa bene tutto, ma non eccelle in nessun colpo. Anche se quel rovescio a una mano da fondocampo è arma con cui ha fatto male a tanti rivali.

La prossima settimana compirà 31 anni, da dodici è professionista. Tre titoli in bacheca (Kitzbuhel, Bamgkok e Casablanca) e il numero 23 come miglior classifica di sempre. Lunedì era 41 ed ha messo via il numero 3, l’altro svizzero che aveva su di sé i riflettori del mondo del tennis. Dicevano che sarebbe stato tra i protagonisti di Parigi. E dopo un giorno era già fuori.

Resta dentro invece questo ex ragazzo nato a La Roda Albacete, Castiglia-LaMancia, da un papà che fa l’insegnante e si porta dietro un cognome importante nel mondo dello sport: Juan Garcia Ballesteros, e da mamma Paqui Lope Cuesta: infermiera.

Lui tifa Barcellona, ma adora Zinedine Zidane. Dice di ispirarsi a Pete Sampras e Michael Jordan, di amare Il Gladiatore e il Codice da Vinci. Un tipo tranquillo che lo scorso dicembre ha però scosso il sonnolento mondo del tennis con una dichiarazione a Efe, la principale agenzia giornalistica spagnola: “L’80% dei giocatori riceve proposte illecite per truccare gli incontri.

E’ capitato anche a lui, ha rifiutato. “Bisogna eliminare le cattive frequentazioni, gira gente che non mi piace.”

La Spagna lo segue con attenzione, ma non è certo tra quelli che hanno i riflettori puntati addosso. Nella classifica Atp sono otto i connazionali che lo precedono. Viaggia dunque di poco sopra l’anonimato. Tranne, ovviamente, sui giornali di casa che in quanto a enfasi non si risparmiano di certo.

Oto dìa para la historia” titolava CronicaLaRonda, periodico digitale.

Se vieni da una cittadina di quindicimila abitanti e vivi un giorno da re al Roland Garros è normale che in un attimo ti trasformi in eroe che entra nella storia.

E poi l’ex ragazzo è uno che sa farsi voler bene. Sono quasi settemila i suoi followers su Twitter, mentre su Facebook si sono registrati due fan club a lui dedicati.

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Guille è fidanzato con Andra Damian (foto sopra), modella rumena sbarcata in Spagna per studiare marketing all’Università di Alicante. Si sono conosciuti, si sono innamorati e lei non è più tornata a casa. Il tennis non sapeva neppure cosa fosse. E non è che adesso le piaccia più di tanto. Meglio il jet ski, le folli corse a tutta velocità sull’acqua, come anche Guillermo le ha fatto vedere.

Garcia-Lopez invece ama profondamente il suo sport.

L’ho scoperto quando avevo dieci anni. Mi regala una felicità intensa. Ogni volta che vado in campo sono contento, credo che il lato più bello dello sport sia proprio questo. La gioia che sa darti.”

Anche stavolta ha messo a segno il gran colpo. Eliminato Stanislav Wawinka, numero 3 del mondo, vincitore in Australia del primo Slam del 2014. Lo spagnolo che viene da La Roda ha un’altra occasione per provare a saltare l’ostacolo e non fermarsi al sogno di una sola notte. Chissà…

Torna la Quintavalle, regina di Pechino

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Giulia Quintavalle è tornata ad allenarsi, insegue un posto per Rio 2016. E’ l’unica italiana ad avere vinto un oro olimpico nel judo (Pechino 2008). A Londra 2012 ha chiuso al quinto posto. Poi si è sposata con Orazio D’Allura, ha avunto un bambino: Leonardo, si è fermata. Ma non ha mai pensato di lasciare lo sport. Ora è di nuovo sul tatami, pronta a combattere. Questo è il racconto di quella magica giornata all’interno di un mega impianto cinese.

GIULIA ti conquista con un sorriso e con una timidezza antica. Di cognome fa Quintavalle ed è la prima azzurra a vincere l’oro nel judo.

Il match che l’ha consegnata alla storia l’ha vinto dominando Deborah Gravenstijn, tenente dell’esercito olandese. Un combattimento d’attacco prima, di gestione del vantaggio poi. Un capolavoro tattico, studiato a tavolino con il coach Felice Mariani che al termine della finale era completamente afono.

Appena avuta la certezza della medaglia, ha fatto ruotare la mano vicino all’orecchio destro, nel gesto reso famoso da Luca Toni.

«Era una promessa fatta alla mia migliore amica, Antonia. Voleva dire: non so se avete capito cosa ho fatto…»

Ha vinto un torneo duro, difficile, cominciato battendo la campionessa olimpica Yvonne Boenisch.

Non era un nome da favorita quello di Giulia Quintavalle. Ma l’oro l’ha portato a casa con pieno merito.

Finanziere semplice, forse avrà una promozione. La caserma di Castelporzionato, all’Infernetto (Roma) ha sofferto assieme a lei. Tutti in sala mensa a tifare per questa dolce ragazza che sul tatami si trasforma e diventa determinata, sicura, forte.

Lei sudava a Pechino, a migliaia di chilometri di distanza un signore soffriva ancora più di lei. Renato Contini è il maestro di sempre a Cecina. Davanti alla tv non si è perso una mossa e quando ha visto Giulia strisciare il piede sinistro sul tallone destro, ha capito che per la vittoria era solo questione di tempo. Era quello un segnale convenuto, una specie di dichiarazione di intenti fra i soci di una setta che fa del judo il proprio credo.

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Livornese, figlia di Fabrizio, geometra comunale di Rosignano Marittima, e di Marina: casalinga che ha già preparato la schiacciata di pane e la pasta con le cicale per festeggiare il ritorno a casa della figliola.

Il judo cominciato a 5 anni, forse per farle sfogare tutta quella agitazione che aveva dentro. Due fratelli. I genitori hanno chiamato il primo Manuel, in onore del bisnonno. Il papà di Juana, la nonna che viene dalle Grandi Canarie. L’altro, il gemello di Giulia, l’hanno battezzato Michel in onore di Platini che il 6 marzo 1983, il giorno in cui Giulia&Michel sono nati, ha segnato il gol della vittoria nell’1-2 della Juventus allo stadio Olimpico contro la Roma. E’ chiaro a questo punto della storia che i Quintavalle sono tutti sfacciatamente di fede bianconera.

Giulia ha provato il judo, il basket e il nuoto. E ha scelto il judo.

Da piccola ha vinto tutto a livello giovanile, le difficoltà sono arrivate più tardi. Andava bene, ma non riusciva a trovare il successo. Una lunga serie di quinti posti. Il cambio di peso, dai 63 è scesa a 57 chili, è stata la chiave di volta per scoprire la strada giusta.

Timida, ma solo con le persone che non conosce. Per farsi vedere in tv durante la sfilata nella cerimonia di apertura ha indossato una parrucca tricolore, poi ha alzato una bandiera con su scritto “Questi sono schizzi”, nel senso che quando uno scoppia di fatica gli schizzi di sudore sono lì a far da testimoni.

Finanziera dal 2002, è fedele all’arma sino in fondo all’anima. E’ nelle FF.GG il fidanzato, Orazio D’Allura. Come in finanza è la migliore amica Antonia Cuomo. Il Centro di Castelporziano è il buon ritiro. Lì prepara dolci da far assaggiare ai colleghi. Lei non ne mangia, quel che cucina le viene a noia.

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Famiglia di universitari quella dei Quintavalle. Manuel studia architettura, Michel ingegneria. Giulia era iscritta al Liceo Linguistico, ma ha dovuto interrompere gli studi al terzo anno. Il judo si era preso tutte le giornate. Ha ricominciato qualche tempo dopo fino a ottenere un diploma “un po’ privato”. Ora frequenta l’Istituto Tecnico per le Attività

Festeggiava a Pechino la dolce Giulia. A Cecina il maestro Contini le spediva il suo Sms di complimenti, poi le confessava che un giro sulla sua barca da pesca d’altura Vermar (dal nome delle figlie: Veronica e Maria) sarebbe stato il modo migliore per celebrare l’impresa.

La Quintavalle prendeva l’oro, lo baciava, si faceva fotografare. Poi concludeva il rituale delle interviste. Tornata al Villaggio metteva la medaglia sul comodino e continuava a guardarla, fino a quando non si addormentava.

 

Benatia e il Far West del calcio

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“Quando si hanno troppi soldi non se ne hanno mai abbastanza”

(Michel Simon, Il porto delle nebbie)

 

IL CALCIO è il Far West degli anni Duemila, un mondo senza regole dove la follia regna sovrana e il rispetto delle leggi che regolano qualsiasi rapporto di lavoro scivola nell’utopia.

Ho letto con attenzione tutto quello che è stato scritto in questi giorni sul “caso Benatia”, a cominciare dalle sue dichiarazioni.

“Barcellona, Bayern, Manchester City sono il sogno di ogni giocatore. E io ho l’età giusta in cui arrivano grandi proposte da club importanti, a 27 anni bisogna riflettere.

A quel punto è calata a valle una valanga di insulti da parte di molti tifosi.

Mercenario, traditore.”

La difesa ha assunto toni più pragmatici.

E’ un professionista e come tale valuta le offerte.”

Professionista?

In qualsiasi altro lavoro del mondo non la penserebbero così. Addirittura i giornalisti, vil razza dannata, rispettano i contratti.

Io faccio l’editorialista. Firmo un contratto da collaboratore con un editore per tre anni. Dopo cinque mesi di buoni articoli, chiedo un aumento. Sapete cosa mi risponderebbe l’editore? Credo sia inutile spiegarvelo.

“Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti.” (Paolo Conte)

Il centrale africano ha siglato, senza che nessuno lo costringesse a farlo, un quinquennale con la A.S. Roma appena dieci mesi fa. E’ legato alla società fino al 2018. Ma vuole andarsene per due motivi che lui stesso ha precisato:

1. La Roma è un club di seconda fascia

2. Gli emolumenti che percepisce sono bassi

E sì, perché di questo ha discusso sinora il suo agente.
Mehdi Benatia ha firmato con la Roma il 13 luglio dello scorso anno. La società l’ha comprato per 17 milioni di euro (13,5 in contati, più i 2,5 di Verre e 1 di Nico Lopez). Le due parti hanno concordato un ingaggio annuale di 1,3 milioni di euro.
In passato il marocchino aveva giocato con le giovanili del Marsiglia e poi con Tour, Lorient, Clermont e Udinese. Buone prestazioni, ma non mi sembra che fosse stato indicato come l’equivalente di Thiago Silva o David Luiz, e neppure (tanto per fare un salto nel passato) come l’erede di Alessandro Nesta.

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Dice: ma è un difensore che va in gol, nella Roma ne ha realizzati cinque.
La stagione che ha appena concluso è anomala se confrontata con il passato. SIa per rendimento che per capacità realizzativa: 10 gol nei precedenti sette anni di carriera, cinque con la maglia giallorossa. Non è che c’entri qualcosa Rudi Garcia? Non è che c’entri qualcosa l’intera squadra?
Ma non è sul valore del giocatore che voglio discutere. E’ bravo, è forte, è di alto livello. Non ho dubbi. Ma se proprio vuole essere un professionista faccia come gli altri professiniosti del mondo del lavoro. Rispetti il contratto.
Dopo dieci mesi a ottimo livello, la Roma ha deciso di concedergli un aumento portando lo stipendio annuale a due milioni di euro (settecentomila in più rispetto all’accordo iniziale).
L’agente ha ritenuto la proposta quasi “offensiva”, considerando le offerte da 4 milioni a salire che ha in mano.
Io credo che offensivo sia sputare su settecentomila euro di bonus, con una rivalutazione degli emolumenti pari a circa il 50% sulla cifra iniziale. E questo lo dico senza fare demagogia, so benissimo che ogni lavoro si misura su paramentri di retribuzione diversa. Ma anche nel calcio, se si parte dal fatto che nulla sarebbe dovuto, 700.000 euro in più restano una bella somma.
Non so come finirà questa storia, del resto molto comune all’interno del sistema pallonaro (non è un caso che i bilanci delle società siano quasi tutti in rosso fisso), ma credo che un minimo di rispetto nei confronti di un Paese in drammatica crisi economica non ci starebbe male.
Con due milioni di euro l’anno, premi esclusi, si può arrivare a fine mese. Magari con qualche sacrificio. L’agente del marocchino, potrebbe cominciare a vedere la situazione in un quadro generale. E ricordarsi che a volte addirittura nel calcio un contratto quinquennale va rispettato.
In caso contrario si possono accomodare. Il giocatore in panchina e lui dove vuole.

A meno che non arrivi qualche club (Manchester City, Barcellona, Bayern, Chelsea?) con un’offerta di acquisto del cartellino che la Roma giudichi congrua. A quel punto si tratterebbe di una scelta fatta dalla società e non dell’imposizione al di fuori degli accordi contrattuali del signor Benatia.

Per chiudere, vista la continua richiesta di adeguamento economico dopo pochi mesi di buone prestazioni, sarei curioso di vedere cosa accadrebbe nel momento in cui (atteggiamento del resto diventato usuale nella contrattazione privata) l’adeguamento fosse proposto anche in senso contrario.

Giochi male? A fine stagione ti ritrovi con un tot percentuale di stipendio in meno. La squadra va in serie B? La cifra stabilita dal contratto iniziale viene dimezzata. No? Così non va bene? Allora il cerchio si chiude e si torna lì dove questo discorso è cominciato.

Il calcio è il Far West degli anni Duemila, un mondo senza regole dove la follia regna sovrana e il rispetto delle leggi che regolano qualsiasi rapporto di lavoro scivola nell’utopia.

 

 

Griffith, vita tragica di un omosessuale

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IN ITALIA l’abbiamo conosciuto per le tre sfide contro Nino Benvenuti. Match di quasi mezzo secolo fa, ma ancora impressi nella memoria di chiunque abbia avuto una minima frequentazione con il pugilato. Nelle teste di tutti noi anziani c’è soprattutto quel 17 aprile del 1967, il primo epico incontro. Attaccati alla radio, legati a una vicenda di intimità familiare col papà che vi svegliava per ascoltare assieme la voce di Paolo Valenti che arrivava da così lontano, dall’America.

L’altra sera ho parlato di Emile Griffith a RaiSport 1, in una puntata dedicata all’omosessualità nello sport per il programma “Pugni di parole” di Andrea Fusco.

Emile Griffith era il nemico in quella notte magica. Aveva 29 anni e veniva da Saint Thomas, Isole Vergini. Vita stretta, torace da statua greca, una vocina flebile e un’ombra a fargli da compagna inseparabile. Il 24 marzo del 1962, sul ring del Garden, aveva incontrato Benny Kid Paret: un pugile di origini cubane, in palio il mondiale dei welter.

Alla dodicesima ripresa l’aveva chiuso all’angolo, i suoi pugni lo avevano reso incosciente. La testa ed il braccio sinistro di Paret erano rimasti intrappolati nell’ultima corda. Ma Emile aveva continuato a picchiare, picchiare, picchiare (foto sotto). Sedici colpi alla testa, senza che l’altro potesse difendersi, senza che l’arbitro Rudy Goldstein avesse il coraggio di intervenire in quei cinque secondi che avrebbero consegnato il cubano alla morte. Paret era entrato in coma e nove giorni dopo aveva lasciato questo mondo.

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Non so quanto abbia influito l’omofobia in quella tragedia, penso però che a livello inconscio la furia devastatrice di Griffith sia stata esaltata da quanto accaduto la mattina alle operazioni di peso.

Norman Mailer era stato il primo a scrivere quello che molti già dicevano nelle palestre, nei bar, nelle strade d’America. Quella mattina Paret aveva toccato il culo di Griffith e quando Emile si era girato, gli aveva urlato in faccia “maricon”, frocio. L’altro non l’aveva perdonato. Essere ufficialmente gay nell’America degli anni Sessanta era un lusso che potevano permettersi solo gli intellettuali, non certo i pugili. Lui aveva deciso di non rivelare la sua natura, quasi fosse un crimine di cui vergognarsi. Oggi è meno difficile decidere di fare coming out, cinquant’anni fa significava sfidare una cultura totalmente machista che non ammetteva deroghe. Soprattutto nello sport. Ci voleva coraggio, indipendenza e nessun condizionamento. All’uomo delle Isole Vergini mancavano due requisiti su tre.

Emile aveva una vocina sottile, gli piacevano tanto i cappellini da donna. Aveva lavorato a lungo in una fabbrica sulla 39esima e il gusto per le acconciature stravaganti gli era rimasto dentro.

Senza papà, era cresciuto all’ombra di una mamma forse troppo ingombrante che si era presa anche parte della sua vita. Faceva la cuoca a Portorico, poi si era spostata a New York. Ed Emile le era sempre stato accanto.

C’era stata anche una moglie nella vita di Griffith. Una copertura, come si usava tra omosessuali che non volevano rivelarsi. Lei si chiamava Sadie Donastorg. L’aveva conosciuta in un locale di St Thomas, in un posto che si chiamava “Bamboshay”. Avevano ballato una notte intera, due mesi dopo si erano sposati. Lui aveva adottato Christine, la figlia di Sadie. Due anni dopo si erano lasciati.

“Sesso?”

«Poco, anzi niente. Diceva che intralciava la sua carriera», ha sempre ripetuto la signora Donastorg.

Molti anni dopo il ritiro dalla boxe, la Nbc, uno dei tre grandi network televisivi americani, ha girato un documentario. L’ha intitolato “Ring of fire” (http://www.youtube.com/watch?v=f5OEBbzINOA&feature=kp). E come gran finale ha scelto di fare incontrare al Central Park di New York il figlio di Paret e Griffith. Un grande abbraccio, poche parole, tante lacrime, il perdono.

Lucy non c’era. La moglie di Benny Kid Paret non ha mai perdonato.

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Sul ring Emile Griffiht era dannatamente bravo. Un welter naturale che era salito di categoria fino ad approdare nei pesi medi. Sapeva fare la boxe come pochi, aveva testa e tecnica. E non credete a quelli che dicono non facesse male. Le sue mani piccole e quelle dita affusolate con nocche dure come noci, provocavano autentiche scosse elettriche ogni volta che andavano a segno.

La sua storia con Benvenuti è stata un romanzo in tre puntate. Sconfitta, vittoria, sconfitta. Ma quello che sarebbe venuto dopo, avrebbe avuto toni ben più drammatici. Con Nino era rimasto a lungo amico, aveva anche fatto da padrino a suo figlio Giuliano. Era con se stesso che Emile era stato sempre in guerra. Una lotta tra quello che era e quello che la gente avrebbe voluto che fosse.

Nel 1992, uscendo da “Hombre”, un bar per gay sulla 41esima nel West Side di New York, era stato pestato a sangue da un gruppo di delinquenti. L’avevano picchiato con mazze da baseball, preso a calci, ridotto quasi in fin di vita. Solo, con pochi soldi in tasca, aveva trascinato la sua esistenza fino a quando l’Alzheimer non l’aveva travolto, confinandolo in una demenza senile che lo aveva costretto a nascondersi nella nebbia della malattia. Niente più ombre, brutti ricordi, sentimenti da tenere nascosti.

Nessuno ha chiesto più nulla al grande Emile Griffith sino a quando il 22 luglio dello scorso anno ci ha lasciati per sempre. Amico sincero di una vita, Nino Benvenuti gli è stato spesso accanto (foto sopra) fino al momento in cui, a 75 anni, Emilio se ne è andato per sempre.