Calcio in Tv. Aumenti e scelte discutibili penalizzano lo spettatore

Sky ha comprato per 795 milioni di euro i diritti televisivi di Champions League ed Europa League nel periodo 2018-21. A pagare saranno gli abbonati che da ottobre si ritroveranno con un aumento dell’8,6% del canone. Il rateo infatti, anziché essere mensile come lo è stato finora, sarà esigibile ogni quattro settimane. Le mensilità da dodici diventeranno quindi tredici. Così, come se niente fosse.
La televisione via cavo recita sempre di più il ruolo del padrone, del vecchio feudatario. Ha l’esclusiva, se vuoi vedere il calcio devi subire.
Ha 4,8 milioni di abbonati e li tratta così sia sul piano dell’esborso finanziario sia su quello dell’offerta.
La Lega Calcio ha fatto di tutto per aiutarla nel perseguire questo intento. Nel concorso per l’assegnazione di prossimi diritti della Serie A, al comma 2.3 del Bando diritti estero, ha inserito per la prima volta una clausola: il broadcaster avrà la possibilità di scegliere l’orario delle partite di campionato. Non di tutte, ma di dodici sì. Per ora.


Cosa sia diventata l’ingerenza della Tv nel mondo dello sport è sotto gli occhi di tutti, ma sembra che non desti scalpore più di tanto. Il calcio è diventato monopolio televisivo in tutti i suoi momenti. Pagano e gestiscono.
Il 75% del fatturato dell’industria del pallone viene dai diritti televisivi.
Ma il banco potrebbe anche saltare.
La Lega ha dovuto annullare la prima asta, avendo giudicato le offerte insufficienti. Chiedeva un miliardo di euro, ha ricevuto proposte per complessivi 490 milioni da Sky e dall’inglese Perform. Se ne riparlerà a gennaio o febbraio 2018.


Da testimone a padrona dello spettacolo. La televisione ha cambiato il panorama sportivo. Oggi andare in televisione per uno sport, calcio compreso, è diventato obbligatorio se vuole continuare a vivere. Questa consapevolezza ha portato i gestori dell’attività a cedere a ogni richiesta. Il campionato di Serie A si è trasformato in una telenovela che dura più giorni.
Si gioca sabato, domenica e lunedì. A mezzogiorno, nel pomeriggio e alla sera. L’eventuale sconfinamento di una partita al venerdì è previsto da tempo. E come se non bastasse adesso arriva la possibilità concessa al broadcaster di gestire a proprio piacimento la collocazione di dodici partite.
Una volta si giocava tutti alle 14:30 della domenica e le partite teletrasmesse erano tenute nascoste fino a un minuto prima della messa in onda del solo secondo tempo.


Un’altra epoca, l’appassionato stava decisamene peggio davanti a quella misera offerta. So benissimo che il progresso non deve lasciare nostalgia del passato. Ma non bisogna dimenticare che lo sport è sentimento, subire una partita alle 12:30, accettare un turno di campionato diluito in tre/quattro giorni, fare gestire la programmazione dell’evento esclusivamente dagli interessi del network fa male.
Ma forse sono semplicemente fuori sintonia con il tempo in cui vivo.
Almeno fino a quando gran parte degli spettatori non si stancherà di subire. Perché, come ho detto all’inizio, i broadcaster investono soldi. Ma quei soldi in fin dei conti sono anche nostri, abbonati che pagano parte della macchina. Un minimo di voce in capitolo dovremmo averla…

Se qualcuno fosse interessato alla programmazione della prima di campionato…

Sabato 19 agosto
Ore 18:00 Juventus-Cagliari
Ore 20:45 Hellas Verona-Napoli

Domenica 20 agosto
Ore 18:00 Atalanta-Roma
Ore 20:45 Bologna-Torino; Crotone-Milan; Inter-Fiorentina; Lazio-Spal; Sampdoria-Benevento; Sassuolo-Genoa; Udinese-Chievoverona.

Per ora…

 

Gatlin, il doping, il rispetto della pena. E quell’ipocrisia…

Esistono gli uomini ed esiste il regolamento.

Entrambi vanno rispettati. Nello sport come nella vita.

Nel mio mondo ideale, chi è sospettato (con tanto di prove e testimonianze a sostegno) di essere colpevole di un reato viene denunciato, segue un giusto processo e poi una sentenza.

È un principio che dovrebbe regolare la civiltà contemporanea.

Se commetto un reato, devo essere punito. Scontata la pena, mi deve essere offerta un’altra possibilità. La civiltà moderna ha però concepito la reclusione solo idealmente come un percorso di riabilitazione. Anche perché nei carceri italiani, a quanto leggo, è decisamente più alta la possibilità di aumentare il tasso di criminalità che quella di capire i propri errori.

Accade però che chi assiste allo spettacolo (sul palcoscenico della vita o in uno stadio) sia sempre più spesso un giustiziere che ha nel cuore il concetto di fine pena: mai. La morte, civile o reale, dei peccatori è a loro giudizio il modo migliore per consentirci di vivere sereni.

Non ci sono concessioni alla redenzione. Se hai sbagliato una volta non meriti più di frequentarie coloro che si reputano normali. E sì, perché siamo spietati nel giudicare gli altri ma concediamo mille attenuanti a noi stessi.

Sono da sempre un sostenitore del concetto: chi sbaglia deve pagare. Ma una volta che un giudice ha stabilito quale è l’entità della pena, tutti devono rispettare quella decisione. Condannato e società.

Parlo di sport.

Mike Tyson ha commesso più di un reato nella sua turbolenta vita. Il crimine più disgustoso per cui ha subito una condanna è stato lo stupro di Desireè Washington. È stato in carcere, ne è uscito, ha ripreso a combattere. Ma in realtà non ha mai pagato sino in fondo la sua colpa. Questa è l’opinione di moltissime persone soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra.

A molti piace vedersi come cittadini del vecchio Far West, dove la legge era amministrata a colpi di pistola. Ci si faceva giustizia da soli. E anche pistoleri colpevoli di disgustosi peccati si sentivano in dovere di uccidere in nome di una legge assolutamente personale.

Il reato X prevede Y anni di prigione o di squalifica.

Una volta scontata la pena, mi sono riconquistato il diritto di avere una seconda occasione. Se sbaglio ancora, il mio allontanamento dalla società dovrà essere più lungo nel tempo, se camminerò sulla retta via non dovrò trovare quegli ostacoli che altri cittadini non hanno.

Justin Gatlin ha vinto i 100 metri ai Mondiali di Londra. E per lui ci sono stati solo fischi e insulti. Squalificato per uso di anfetamine, altra squalifica per uso di  testosterone. Peccati mortali per un atleta. Ha pagato con cinque anni di allontanamento dai campi di gara.

O l’atletica leggera decide per una squalifica (immediata) a vita o deve accettare che un ex dopato vinca un mondiale e riceva il giusto tributo. Solo se la dicitura ex dovesse essere cancellata in un prossimo futuro gli spettatori avranno il diritto di riempire un intero stadio di boo.

Sono contrario alla pena di morte. Questo non vuol dire che sia contrario al rispetto della legge. La certezza della pena è l’unica battaglia per cui mi sento di lottare. Se sei giudicato colpevole devi pagare, tutto. Per la vittima infatti non ci sono sconti. Ma il colpevole deve avere anche una possibilità di riscatto.

È per questo che non mi sento di unirmi ai fischi contro Justin Gatlin. Se pensassi che ha corso ancora una volta senza rispettare le regole, i fischi li lancerei piuttosto contro il mondo dell’atletica leggera che non avrebbe saputo far rispettare le leggi e avrebbe permesso a un colpevole di correre. In caso contrario, mi sembra che dietro tutto questo sdegno ci sia solo un eccesso di ipocrisia.

Continuiamo pure a essere spietati con gli altri e a nascondere sotto il tappeto i nostri peccati.

L’angoscia di Los Angeles e l’incubo di una maratona maledetta…

2Seduto sulla panchina proprio sotto il segnale della fermata, aspetto il prossimo bus che mi porterà in Rodeo Drive.

Lei cammina con andatura irregolare. Quando la vedo mi sembra che sia avvolta dalla nebbia. Ondeggia, ha le gambe dritte e rigide, i piedi rischiano di incrociarsi a ogni passo.

Ha braccia lunghe e magre, la spalla destra è alta e non allineata con la sinistra, che piega verso il basso.

Taglia il traffico come se anziché trovarsi su Wilshire Boulevard fosse su una spiaggia deserta. Le macchine le passano accanto sfiorandola, mentre tutto attorno lo smog forma una sottile cortina grigia.

Le urlo di togliersi da lì, la imploro di tornare sul marciapiede.

Ho paura che un guidatore disattento possa farle del male.

Ma lei ignora ogni invocazione e continua ad avanzare verso di me.

Ha lo sguardo fisso nel vuoto, gli occhi sono senza luce.

L’ingorgo di automobili diventa sempre più fitto, il traffico impazzisce, qualcuno perde la pazienza e accelera.

Urlo.

Mi sveglio.

Ancora lo stesso incubo.

1Mi metto a sedere sul letto mentre le prime luci dell’alba vengono a rischiarare la triste stanza d’albergo. Mi guardo attorno.

Pile di giornali sul lettino accanto a quello su cui dormo.

È il mio archivio di lavoro. L’ho preparato con cura a Roma. Ritagli, appunti, schede.

Davanti agli occhi, nella parete di fronte, ho il cassettone su cui troneggia la televisione. Non mi va di accenderla, anche se so già che non ce la farò a riprendere sonno.

Meglio cercare qualcos’altro che accompagni il risveglio.

Magari un po’ di musica, quella che mi piace ascoltare quando sono triste.

Accendo la radio.

Cantaci una canzone tu sei il pianista

cantaci una canzone stanotte

beh abbiamo tutti voglia di una melodia

e siamo tutti con te

Il vecchio apparecchio sul comodino trasmette “Piano Man” di Billy Joel.

Sono stato fortunato.

Mi alzo, appoggio la fronte al vetro della finestra per cercare un po’ di fresco che non trovo, poi guardo giù.

Venticinque piani sotto di me Los Angeles si sta svegliando, anche se a me in realtà sembra che non riesca mai a dormire.

Fatico a entrare in sintonia con questa città. Strade enormi, automobili che non finiscono mai, ristoranti che sembrano campi di calcio, non c’è un solo posto che mi ricordi casa.

Mi sento solo tra milioni di persone.

catFaccio la doccia e scendo per la colazione. Mangio un pezzo di crostata e bevo quel bibitone di latte e finto caffè che qui si ostinano a chiamare cappuccino. Nella breakfast room dell’albergo mi guardano come se fossi un marziano mentre mandano giù uova, bacon, salsicce, patate e qualsiasi altra cosa riescano a ingozzare alle sette e trenta del mattino.

Odio starmene da solo al tavolo di un ristorante. Accade così che spesso mi porti dietro un libro, tanto per sentirmi in compagnia.

“La torta che scelse era sormontata da un razzo spaziale e da una rampa di lancio sotto una manciata di stelle bianche e un pianeta di zucchero rosso. Il nome, SCOTTY, sarebbe stato

tracciato a lettere verdi sotto il pianeta…”

“Cathedral” non è ancora uscito in Italia, Raymond Carver da noi lo conoscono in pochi. Io l’ho scoperto quasi per caso.

Leggo qualche pagina ogni sera, prima di addormentarmi o al mattino mentre, come diciamo a Roma, inzuppo la crostata nel cappuccino. Carver mi regala piacevoli sensazioni.

3Era il 5 agosto dell’84, mancava poco alle undici del mattino di quella domenica.

Le persone all’uscita del tunnel che portava in pista cominciavano a muoversi nervosamente. Alla fine sbucava lei.

Gabriela Andersen-Schiess era il ritratto della sofferenza, il volto deformato dalla fatica in una maschera tragica. Puntavo il binocolo. Faticavo a vedere i suoi occhi, erano infossati nelle orbite e sembrava stessero cercando disperatamente di rivedere la luce. Capelli corti, bagnati dal sudore che li appiccicava su un cranio protetto solo parzialmente da un berrettino bianco. Aveva maglietta e pantaloncini rossi e il numero 323 che era ormai diventato appena visibile.

Avanzava piegata innaturalmente sul lato sinistro del corpo, come se una forza misteriosa la attirasse verso la pista.

Lo sguardo era perso nel vuoto, ondeggiava paurosamente dirigendosi verso l’arrivo. Non sapeva neppure dove si trovasse.

I ricordi degli ultimi due chilometri erano avvolti nel buio, ma quando entrava nello stadio capiva che il traguardo era vicino.

Aveva la mente annebbiata, ma sapeva che doveva finire la corsa. L’aveva giurato a se stessa.

A trentanove anni non avrebbe avuto un’altra occasione.

dorando-pietri-007A chiunque guardasse quel fantasma che si muoveva lentamente e con scarsa coordinazione degli arti non poteva che venire in mente Dorando Pietri, per me che sono italiano l’associazione era ancora più forte.

Era il 1908, settantasei anni fa, ma la reazione della folla era stata la stessa. La gente scattava in piedi e applaudiva.

Un attimo dopo erano tutti lì a chiedere che qualcuno fermasse quello spettacolo angosciante.

Attratti dalla drammaticità della situazione, ma in cerca di qualcosa che scaricasse i loro sensi di colpa.

Lei cercava di dominare con la forza della mente un corpo stremato dalla fatica e quasi totalmente disidratato. La vedevo respingere il tentativo di un dottore e di un paramedico che volevano darle soccorso. Sentiva che le forze la stavano abbandonando, ma continuava ad avanzare. Le gambe si incrociavano, procedeva a zig zag dando l’impressione di crollare da un momento all’altro. Ma andava avanti.

C’erano trentadue gradi a Los Angeles e l’umidità raggiungeva il 90%.

Gabriela impiegava poco meno di sei minuti per percorrere gli ultimi quattrocento metri.

Venti minuti dopo l’arrivo della vincitrice, tagliava il traguardo.

Gli ultimi metri erano un’angosciosa rappresentazione della sofferenza. Riusciva a mettere assieme capacità di sopportazione, spirito di sacrificio, volontà. In migliaia vivevamo quel dramma e speravamo che non sconfinasse nella tragedia.

gabriela-andersen-schiess-maraton-femenian-los-angeles-1984-locos-por-correrCi chiedevamo se i medici facessero bene a non fermarla.

Eravamo allo stesso tempo sadici e compassionevoli. Lei era disidratata, rischiava di collassare.

Ma continuava a venire avanti con un’andatura innaturale e alla fine ce la faceva. Superava il traguardo, trentasettesima su quarantaquattro concorrenti. Poi crollava esausta, ma felice. Una felicità molto ben nascosta nell’anima, il suo corpo raccontava infatti un’altra storia e mi lasciava in uno stato di inquietante imbarazzo. Ero contento che ce l’avesse fatta, ma mi domandavo quanto di questa contentezza fosse da attribuire a un’impresa al limite delle forze umane e quanto alla storia che rappresentava per un giornalista in cerca di qualcosa che entrasse nel cuore dei lettori.

Il dubbio mi tormentava.

Gabriela era appena entrata nella storia dei Giochi.

E nei miei incubi.

cover(da I MIEI GIOCHI di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 314 pagine, 16 euro)

 

Scandalo Russia, la Wada accusa: Doping di Stato. E chiede l’esclusione dai Giochi

151109-russia-medal-doping-jsw-1001a_35b813d78237cea2055b0dd1ae45bc2d.nbcnews-ux-2880-1000La Wada (World Anti-Doping Agency) ha presentato oggi a Ginevra un rapporto, 323 pagine scritte dopo un’indagine di undici mesi, destinato a sconvolgere il mondo dello sport.
Nel rapporto la Wada dichiara la Federazione russa di atletica leggera “non conforme” con il codice antidoping mondiale e chiede alla IAAF (federazione mondiale di atletica) di sospenderla con decorrenza immediata. Chiede inoltre di escludere la Russia da tutte le gare, Olimpiade di Rio de Janeiro 2016 compresa.
La commissione presieduta da Dick Pound descrive quello che ha scoperto come “un doping supportato dallo Stato“.
La Wada ha suggerito di togliere al laboratorio anti doping di Mosca il suo accredito: Vitaly Mutko, il ministro dello sport del Paese, ha ordinato al direttore del Laboratorio di distruggere 1417 test per evitare che l’inchiesta potesse scoprire la truffa.
Il documento asserisce anche che alla periferia di Mosca è stato creato un laboratorio dove i test venivano controllati prima che arrivassero all’Antidoping ufficiale. Durante l’Olimpiade di Sochi membri dei servizi segreti russi si sarebbero infiltrati nelle strutture di controllo per manipolare i risultati dei test dei loro connazionali.
La Wada ha detto che l’Olimpiade di Londra 2102 è stata sabotata da una diffusa mancanza di provvedimenti contro gli atleti russi sospetti di doping. Oltre all’esclusione dai Giochi, la Wada ha chiesto la radiazione a vita per cinque atleti, tra cui l’olimpionica degli 800 metri a Londra 2012 Marya Savinova (a sinistra nella foto) e della medaglia di bronzo Ekaterina Poistogova. L’oro andrebbe alla sudafricana Semenya.
La Wada sostiene che anche i servizi segreti (FSB) sono coinvolti nello scandalo.
In risposta al rapporto della Commissione indipendente WADA diffuso oggi, il Presidente IAAF Sebastian Coe, ha compiuto il passo urgente di chiedere l’approvazione dei membri del Consiglio per prendere in considerazione sanzioni contro la Federazione russa di atletica. Tali sanzioni potrebbero comprendere la sospensione provvisoria eil  completo il divieto di partecipare a futuri eventi  IAAF.
L’agenzia Interfax ha intanto riferito che il mistro dello sport Vitaly Mutko ha detto che era stata la stessa Agenzia mondiale antidoping ad ordinare la distruzione dei test antidoping per gli atleti russi e ha poi aggiunto: “La Wada non ha il diritto di sospendere. Le conclusioni della commissione non sono sostenute da prove e non contengono fatti nuovi. Se si legge il rapporto è scritto più o meno così: secondo le nostre informazioni c’è l’influenza dello Stato, rappresentato dal ministero, su tutto questo sistema. Non abbiamo le prove, però allo stesso tempo riteniamo che questa influenza ci sia. Ma che tipo di accusa è?“.
Vadim Zelechenok, capo dell’atletica russa, ha dichiarato: “Qualsiasi sospensione deve essere discussa nella riunione della IAAF di questo mese. Deve essere provato il fatto che le violazioni siano colpa della federazione e non dei singoli sportivi. Dovremmo avere la possibilità di fare chiarezza sui nostri nomi“.
Vladimir Uiva, capo dell’agenzia federale medico-biologica russa ha detto: “Non c’è alcun motivo di privare i nostri atleti delle medaglie, anche olimpiche, o di squalificarli, e nemmeno gli allenatori. Le conclusioni della Wada hanno una motivazione assolutamente politica, come le sanzioni contro la Russia“.
Un incontro dei membri Iaaf è fissato per il 26 e 27 di questo mese a Monaco.

A cento anni fa cinque record del mondo: 100 in 26″99 e poi alto, peso, disco, lungo…

koverCinque record del mondo in un pomeriggio.
Non male. Don Pellmann, nato a Milwaukke e residente a Santa Clara, può essere soddisfatto.
A cento anni compiuti non poteva chiedere di meglio.
Il signor Pellmann, una moglie (Maggie, 92 anni) e tre figli, è venuto al mondo nel 1915. Ha un lontano passato da ginnasta e da specialista dell’alto. Il suo cruccio è l’asta. Quando era più giovane, diciano fino agli ottant’anni, si allenava con un’asta di bambù atterrando sulla sabbia del parco giochi per bambini vicino casa. Ora non ha più tempo e, forse, neppure la voglia.Shorts, magliettina e cappelletto con regolare visiera, Don Pellman ha battuto i primati degli ultracenenari
100correndo i 100 metri in 29″99
altosaltando in alto 90,20 centimetri
discolanciando il disco a 16,65 metri
pesoe il peso a 6,60 metri, saltando in lungo 1,77 metri.

Ha fallito il sesto tentativo di record, quello con il salto con l’asta dove non è riuscito a superare l’asticella posta a 94 centimetri.
Sono abbastanza soddisfatto” ha detto Pellman a Karen Crouse del New York Times che ha raccontato la storia da San Diego dove era in corso l’Olimpiade Senior.
Per la prima volta in cento anni e 127 meeting, Don si è fatto massaggiare da un professionista, Ardy Riego. Non ha però seguito molto i consigli del suo allenatore Bud Hell, ex giavellottista. Invano il coach, 87 anni, gli ha consigliato di bere acqua per non rimanere disidratato. Nonostante i 37 gradi della California il nostro campione si è sistematicaemente rifiutato.
Aveva anche detto no alle medaglie d’oro (“Ne ho fin troppe“), poi ha ceduto alle insistenze degli amici.
Don Pellman, cento anni e cinque record del mondo sotto il sole cocente di San Diego.
Un applauso di cuore.

Lo strano caso della campionessa che ai Mondiali sbaglia corsia ma non è squalificata…

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Veronica Campbell-Brown vince la sua batteria dei 200 metri ai Mondiali di atletica leggera a Pechino.
Ma lo fa nella corsia sbagliata.
La campionessa 2011 era partita nella corsia numero 5, ha chiuso nella 6.
Non ha rilasciato dichiarazioni dopo la gara.
Ho un forte mal di testa“, queste le uniche parole prima di andare negli spogliatoi.
L’inglese Margaret Adeoye è rimasta scioccata quando ha visto la giamaicana davanti a lei.
Ho sbagliato io, ho ha sbagliato lei?“.
La Adeoye ha chiuso terza e si è qualificata per la semifinale.
Così come si è qualificata anche la Campbell-Brown.
Il regolamento IAAF dice che non può essere squalificata “perché ha passato le linee di demarcazione delle corsie senza averne vantaggi materiali e non ostacolando o ostruendo la gara di alcuna atleta al punto da impedirne lo svolgimento“.

Leonardo vola nell’alto alle Olimpiadi Giovanili. È il figlio di Rocco Siffredi

figliosiffredi

Leonardo vive a Budapest con la mamma Rozsa, il papà Rocco e il fratello Lorenzo più piccolo di tre anni. Di cognome fa Tano e ha preso la nazionalità della mamma, che è ungherese.

La signora si chiama Rozsa Tassi, ma quando lavorava si faceva chiamare Rosa Caracciolo.

Leonardo pratica l’atletica leggera, il salto in alto. Ha fatto parte della nazionale magiara impegnata a Tbilisi in Georgia negli EYOF, il Festival Olimpico della Gioventù Europea: competizione multisportiva riservata agli juniores.

scheda

Leonardo è nato il 5 ottobre del ’99. È alto 1,95 e pesa 76 chili. In Georgia gli è andata male. Si è fermato a 1.99 chiudendo al nono posto.

L’oro è stato vinto dall’ucraino Dmytro Nikitjj con 2.12, argento all’irlandese Ryan Carthy Walsh con 2.09, bronzo al greco Antonio Merlos con 2.06.

Ma Leonardo Tano un articolo lo merita comunque.

Il suo papà è Rocco Siffredi, il re del porno, l’attore che (a suo dire) ha recitato in 1500 pellicole del settore.

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Rocco ha incontrato la moglie Rozsa durante gli Hot d’or di Cannes (gli Oscar del porno) dove lei era stata assunta come hostess.

Quando l’ho incontrato per la prima volta non sapevo chi fosse e, dopo essermi presentata, mi sono girata dall’altra parte. Non poteva crederci e da quel momento ha deciso di conquistarmi”.

Lui che proprio timido non deve essere, le ha proposto senza starci a pensare su di recitare da co-protagonista nel film “Il guardaspalle“.

È stato l’esordio nel porno di Rosza che si è però fermata, dopo quattordici pellicole, nel 1999. L’anno della nascita di Leonardo.

Dopo L’Isola dei Famosi, un’altra incursione nella normalità per la famiglia Tano (o Siffredi, che è un nome d’arte: viene da Roch Siffredi, il protagonista del film Borsalino interpretato da Alain Delon) che sta riscoprendo il piacere di una vita senza la necessità di eccessi.

E il merito sembra che sia proprio di Rozsa.

FAMIGLIA

Dice Rocco.

Con il tempo e grazie a lei, mi sono reso conto che la sera, quando torni a casa, sei solo e che quelle migliaia di donne scompaiono. Ròzsa ha riempito quel vuoto. E mi ha sempre reso uomo. Ed è stata sempre lei a gestire il nostro fragile equilibrio quando io mi sono fatto mille problemi...”.

Leonardo (il secondo da destra nella foto sopra) prova a volare alto. Ha tutto il tempo per riuscirvi.

Una quindicenne cieca salta 3,50 con l’asta ad Austin, in Texas

caneCharlotte Brown ha quindici anni. Ed è cieca. Il mondo entra nei suoi occhi attraverso un minuscolo foro e, come dice la mamma: “Anche se davanti non ha il buio totale, ciò che riesce a captare è un puzzle di sfumature che mescolano luce e oscurità”.
Charlotte Brown pratica il salto con l’asta e ieri ha vinto il bronzo nei campionati delle scuole superiori dello Stato del Texas. Terza con 3,50 metri.
2“Se potessi lanciare un messaggio non riguarderebbe il salto con l’asta, nè l’atletica leggera. Sarebbe un messaggio per esprimere quello che sento dentro. Vorrei dire a tutti: se pensate che qualcosa possa regalarvi felicità dovete inseguirla, qualsiasi siano gli ostacoli lungo il cammino”.
Charlotte è nata con una vista normale. A 16 settimane le sono cadute le cataratte ed è stata sottoposta alla prima di una lunga serie di operazioni, inclusa quella che prevedeva l’inserimento delle lenti artificiali. La sua vista si è stabilizzata fino a 11 anni, quando ha cominciato ad andare sempre peggio.

Vede solo ombre indistinte e non distingue i colori.
L’atletica leggera le ha regalato momenti di grande gioia.
Partecipa ai campionati dal 2013 quando ha chiuso ottava, quarta lo scorso anno e ora il bronzo. Sul podio è salita assieme a Vador, il cane che l’accompagna.
3La quindicenne texana viene da Emory, un paesino rurale a 76 miglia da Dallas: 1.239 abitanti nell’ultimo censimento del 2010. Due fratelli e una coppia di genitori che le vogliono un bene dell’anima e l’hanno spinta a provare.
Stoni, la mamma, ha anche cercato di attutire un’eventuale delusione. Prima della gara le ha parlato nella stanza d’albergo che dividevano ad Austin.
“Ricordati, sei una delle poche ad essere arrivata così lontano, sia che tu vinca o no una medaglia”.
“No, ho bisogno di salire sul podio”.
Fatto.
Blind Pole Vaulter AthleticsCharlotte corre lungo una pedana al fianco del quale il suo allenatore ha steso una striscia di prato artificale verde, le serve per rimarcare in qualche modo i confini.
Prende la rincorsa partendo con il piede sinistro, conta sette passi con lo stesso piede e si orienta ascoltando il rumore di un debole segnale acustico fissato sul tappeto di caduta che le suggerisce quando imbucare l’asta e spingere verso l’alto.
Ha saltato 3,50 alla prima prova. Ed è andata sul podio.
Felice di avere fatto qualcosa di “eccitante e pericoloso”.

Maratoneti sbagliano strada ed elemosinano soldi per tornare allo stadio

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MARATONETI persi nel nulla si trasformano in questuanti in cerca di sodi per comprare un biglietto della metro e tornare dove avevano lasciato ogni cosa, nel Kanteerava Stadium punto di partenza e di arrivo della gara. Il tutto nel traffico più scatenato, ingorghi e smog senza risparmio.

Accade a Bangalore, in quella che chiamano la Silicon Valley dell’India. È una domenica di ottobre, al via si presentano in ottomila. Starter d’eccezione il mitico Haile Gebrselassie.

Il nastro di partenza fatica a tenere a bada i concorrenti. Davanti ci sono i migliori, ma anche un gruppo di guardie della sicurezza. Omoni che sembra non abbiano alcuna intenzione di farsi da parte per lasciare partire la corsa. Gebrselassie lascia cadere il nastro e dà il via al primo incidente. Qualche corridore inciampa, qualche altro va a finire sopra le guardie cadute a terra, tutti rischiano di finire travolti dall’onda dei maratoneti che non vedono e cercano solo la posizione migliore per prendere il passo gara.

Ci sono sei auto della polizia lungo il tracciato che è delimitato da alcune strisce di plastica e qualche sbarra di legno con cui si dovrebbero tenere a bada gli automobilisti. Gli abitanti di Bangalore sono nove milioni e parte di loro non è disposta a rimanere in fila anche di domenica mattina solo perché c’è una maratona in città. Così perdono la pazienza più velocemente di quanto non corrano i maratoneti e invadono il percorso.

1

Benvenuti nel caos.

Si corre in mezzo a ogni tipo di mezzo. Pubblico e privato. Autobus, macchine, moto, camion, bicliclette. E non ce ne è uno che non urli, non lanci improperi verso quei tipi in maglietta e pantaloncini che disturbano la loro pace domenicale.

Ma i runners non si arrendono e vanno avanti.

I primi Twitter partono, i giornali si allertano.

Wall Street Journal India e Times of India sono i più attenti.

twitter

A guidare la corsa è un’auto. Per essere più preciso, dovrei dire un pullmino. Quello dei giornalisti. Ma io dico, come si fa a fidarsi dei giornalisti? E infatti quelli, arrivati al chilometro 15 sbagliano direzione e si lanciano verso il nulla, seguiti da una decina di corridori impegnati nella mezza maratona. Dopo quattro chilometri si accorgono di avere sbagliato. Ormai è troppo tardi per rientrare in gara.

Una donna, si sa hanno un sesto senso che a noi manca, devia prima di finire imbottigliata dietro quella macchina-guida che non ha fatto la conversione a U quando avrebbe dovuto. Ma anche le donne sbagliano. Lei lo capisce dopo aver corso a vuoto per cinque chilometri, recuperata da un’auto dell’organizzaaione viene riportata sul tracciato originale.

I nostri maratoneti intanto, dopo avere rinunciato alla gara, stanno cercando di capire come recuperare la retta via. Chiedere informazioni sembra impresa inutile, oltre che faticosa. La lingua con cui comunicare non è la stessa per tutti. E allora decidono di trasformarsi in questuanti. Mendicano 30 rupie, 50 centesimi di euro, per comprare il biglietto della metropolitana che ha una fermata (fortunatamente) vicino al traguardo.

Alla fine tutto si sistema. I fortunati che hanno seguito la macchina giusta portano a termine la gara, i dieci persi nel nulla trovano i soldi per il biglietto e in metro recuperano le proprie cose, la donna riesce miracolsamente a chiudere la prova, gli automobilisti/motociclisti/ciclisti/camionisti scorazzano strombazzando sulle strade tornate finalmente libere.

A fine giornata resta senza risposta una sola domanda.

Ma lo sport è davvero salute?