Storia di Frank, italiano di Cuba: La lotta è la mia seconda mamma. Voglio regalarvi l’oro

cover

Cafudda!

Il Palazzetto dello Sport di Totowa, New Jersey, era pieno. C’erano tanti italiani. Emigranti di seconda e terza generazione. Parlavano il dialetto delle loro terre, l’inglese era storpiato fino a diventare una lingua mista di difficile comprensione.

Sul ring Maurizio Stecca contro un certo Ricky West di Lorain, Ohio.

Era il 2 aprile dell’86. Dovevo raccontare quei giorni americani di Icio e di Francesco Damiani, da poco meno di due anni medagliati olimpici a Los Angeles.

Con me c’erano Pasquale ed Elio, colleghi, ma soprattutto grandi amici.

Un vociare continuo. I colpi di Stecca tormentavano West, la gente attorno al ring si eccitava, parlava, gridava, urlava.

Maurizio, cafudda!”

Elio scoppiava in una risata che gli usciva dal cuore. Sentire nel cuore del New Jersey quel verbo decisamente siciliano gli aveva messo dentro allegria. Palermitano di Sferracavallo, si era quasi commosso.

Era un’incitazione gergale che aveva il profumo di casa. Gli uomini che si agitavano guardando combattere quel piccolo grande uomo mancavano dall’Italia da troppi anni. Avevano forse dimenticato la lingua dei padri, ma il dialetto era rimasto come legame forte con il Paese dove i genitori, o i nonni, erano nati.

lotta

Cafudda!

È il primo suono che Frank Chamizo Marquez ha ascoltato in una palestra italiana. Lui viene da Matanzas, novanta chilometri da L’Avana. La chiamano la Venezia di Cuba per i diciassette ponti che uniscono i tre fiumi: Rio Yumuri, San Juan e Canimar. È la città di Pedro Juan Gutierrez. Zappatore, istruttore di nuoto, strillone, gelataio, soldato, raccoglitore di canna da zucchero, bracciante agricolo, professore di disegno. Ma soprattutto scrittore e pittore, scultore e poeta. Un’anima artistica molto originale.

Frank a Matanzas è nato il 10 luglio del ’92.

A sette anni viveva con la nonna.

Pavel, il papà, se ne era andato negli Stati Uniti e aveva abbandonato la famiglia. Clara, la mamma, faticava ad andare avanti. Doveva lavorare e quel bambino aveva bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lui durante il giorno.

esulta

In casa della nonna, Frank era una furia scatenata.

Ne ho fatti di casini!“.

Lei lo sgridava, a volte gli tirava anche uno schiaffone. Fino a quando lui non aveva deciso di scappare.

La fuga di un giorno, anzi di qualche ora.

Solo, con le mani nelle tasche di un vecchio paio di pantaloncini sdruciti, si era messo a camminare in una strada piena di gente. Faceva caldo, l’umidità era alle stelle. Il bambino si sentiva triste, ma allo stesso tempo aveva dentro qualcosa di speciale. Gli sembrava che una scossa elettrica gli attraversava il corpo. Era la sensazione forte di una libertà a lungo inseguita e fino a quel momento mai raggiunta.

Un’insegna colorata aveva attirato la sua attenzione. Una porta sgangherata con su appiccicati un paio di vecchi manifesti. Aveva spinto quella porta ed era entrato in un mondo nuovo.

Era una palestra di lottatori. Si stavano allenando. Faticavano, sudavano, si impegnavano. Ma soprattutto, come avrebbero detto a Roma, facevano a botte. E questo a Frank piaceva.

1

Prima di tornare a casa dalla nonna aveva fatto una veloce visita al posto di lavoro della mamma.

“Voglio fare il lottatore”.

Non se ne parla”.

“Voglio andare in quella palestra”.

È troppo lontana da casa di nonna”.

“Ma posso andarci a piedi, non ci metto molto”.

La lotta è uno sport pericoloso”.

“E dai, mamma!”.

Non se ne parla!”.

chamizo-icon

L’idea gli era venuta in quello stesso istante, dopo l’ennesima risposta negativa di Clara. Aveva pensato che se avesse avuto un documento da presentare in palestra forse lo avrebbero ammesso, forse non gli avrebbero fatto tante domande.

Aveva accompagnato la mamma a casa, aveva aspettato che lei andasse in bagno, poi aveva messo velocemente le mani nella sua borsetta. Tirato fuori il documento era corso via.

“Piccolo, come ti chiami?”

Frank Chamizo Marquez”.

“Tuo padre è Pavel?”

Sì, perché?

“È un buon lottatore, uno che ci sa fare”.

L’ingresso in palestra non era stato poi così complicato.

Il ragazzino aveva talento. Vittorie e titoli erano arrivati presto, fino alla convocazione in nazionale.

Ho conosciuto la povertà, quella vera. La lotta mi ha tirato fuori da ogni casino. È la mia seconda mamma“.

Ottobre 2011, PanAmericani a Guadalajara in Messico.

Frank Chamizo Marquez è lì per conquistare un posto sul volo che l’anno dopo porterà i lottatori cubani ai Giochi di Londra. Ma non riesce a rientrare nei limiti della categoria, combatte a 55 chili: dura per uno come lui che supera l’1.70, anche se di poco. È fuori dal torneo.

La Federazione cubana lo squalifica. Due anni fuori da qualsiasi competizione. Lui annuncia il ritiro. Loro riducono la squalifica a otto mesi. Ma basta quel breve stop per portarlo completamente fuori rotta. Seduto sul divano, davanti alla televisione, si ingozza con ogni tipo di cibo. Ingrassa, ormai ferma la bilancia a 75 chili.

Lotta-Frank-Chamizo-FB-800x522-800x522

Lentamente, senza avere più dentro la grande passione che l’ha accompagnato sino al giorno della squalifica, riprende ad allenarsi. In uno stage Italia/Cuba conosce Dalma Caneva, lottatrice. Lei cerca di scuoterlo, di fargli capire che sta buttando via quel talento che la natura gli ha regalato.

“Perché non vieni in Italia?”

No, con la lotta ho praticamente chiuso”.

“Non fare così, da noi potresti ritrovare gli stimoli giusti”.

Non credo, mi è passata la voglia di battermi”.

“Non bruciare la tua vita”.

Il ragazzo si lascia convincere.

Mi piace il vostro Paese. Nel 2006 ero a Cuba, ho visto i Mondiali di calcio. Avete vinto, abbiamo vinto. Ho tifato per voi, per noi“.

Sbarca a Genova, nella palestra della società Mandraccio gestita dal papà di Dalma. Quella della ragazza è una famiglia legata a doppio filo con la lotta: la mamma fa l’arbitro a livello internazionale. Frank si sposa e acquisisce la nostra nazionalità.

Un anno di allenamento, poi di nuovo sulla materassina per le gare.

vanity

Il 2015 è indimenticabile.

In settembre, nella Orleans Arena di Las Vegas, diventa campione del mondo dei 65 chili. Con quel successo arriva anche il pass per l’Olimpiade di Rio 2016. E arriva anche un minimo di popolarità, abbastanza per portarlo a posare in mutande sulle pagine di Vanity Fair.

Frank in gennaio divorzia da Dalma, ma i due rimangono amici. Lei lo segue anche a Rio. Ora Chamizo vive tra Genova e Ostia dove si allena al Centro Federale della Fijlkam con Filiberto Delgado detto Puli. È caporale dell’Esercito e si sente legato a doppio filo al nostro Paese.

All’Italia devo tutto. Mi ha dato fiducia quando non ne avevo. In Brasile dovrò combattere bene per forza, non voglio che si pentano di tutto quello che hanno fatto per me”.

Lotta-Frank-Chamizo-Togrul-Asgarov-Fijlkam

La sua avventura comincia nel modo giusto. Su questo non ci sono dubbi. Sale sulla bilancia e la ferma a 65 chili esatti. Un sospiro di sollievo, il primo passo è fatto. Ora ci sono gli incontri.
L’Italia aspetta un oro nella lotta da trentasei anni, da Pollio a Mosca ’80 nei 48 chili. Da quell’Olimpiade due napoletani sono tornati a casa con la medaglia più importante al collo, due successi conquistati negli sport da combattimento. Claudio Pollio e Patrizio Oliva, oro nei superleggeri e miglior pugile del torneo.

Il cerchio si chiude.

Cafudda!

Frank Chamizo Marquez ha pelle e lineamenti cubani, ma anima e modo di esprimersi italiano. Parla con inflessioni siciliane (“Molti della lotta vengono dall’isola”) e dice che il verbo che ha più volte sentito mentre si allena e proprio lo stesso che un emigrante italiano ha usato quella sera di trent’anni fa per incoraggiare Icio Stecca.

Il suono del dialetto, un incitamento che è anche un modo per trasportarci in un mondo antico dove la peggiore violenza era quella di una mala parola detta per dare forza a un amico.

Un verbo che noi di Garbatella traduremmo così: “Mena de brutto!”.

E allora, “Frank, cafudda!

Advertisements