L’artista Kalambay, professore di boxe

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ENNIO Galeazzi se ne è andato, l’ho saputo leggendo un post di Sumbu Kalambay su Facebook. E mi sono subito tornati alla mente quei due.
Ennio, parlata marchigiana cantilenante, aveva sempre il sorriso sulle labbra. Ma dentro era un fermento, aveva un pensiero fisso. Cercava continuamente la soluzione per trovare la via giusta. Sapeva di avere nelle mani l’uomo adatto, il campione, doveva solo fargli percorrrere il cammino migliore.

Sumbu Kalambay era stato convinto da Mario Mattioli a farsi chiamare Patrizio, come Oliva. Il napoletano era personaggio famoso in quegli anni Ottanta. E poi il papà di Kalambay si chiamava Patrice e il figlio Patrick. La soluzione poteva dunque andare bene per un africano diventato italiano. Il 25 settembre del 1985 il fatto era stato ufficializzato da un bigliettino firmato Kalambay, Sabbatini, Mattioli e distribuito alla stampa in occasione del campionato italiano con De Marco a Caserta.

Ma non bastava per imporlo all’attenzione generale. I pugili di colore da queste parti sono quasi sempre stati collaudatori, figlioli buoni per arricchire i record di presunti campioni, per dare sostanza a carriere senza futuro. Sumbu invece i match li vinceva, bene e per knock out. Così lo tenevano alla larga dalla gente di casa nostra.

Aveva avuto la fortuna, e anche qui Galeazzi (in alto a destra, nella foto con un Kalambay giovanissimo) aveva svolto un ruolo importante, di entrare nel giro di Rodolfo Sabbatini. Il grande promoter aveva capito subito il valore di chi aveva davanti. Ma gli serviva tempo per imporlo. Così lo aveva portato in giro all’estero e quasi sempre gli aveva evitato scontri diretti con pugili italiani.

Bravo, Patrizio Sumbu era davvero bravo. In Africa lo chiamavano Ali, da noi era diventato “Il Professore.”

Una volta ho scritto: “Quando vedi combattere Kalambay ti innamori della boxe. Quando Patrizio sale sul ring la boxe diventa arte.”

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Proprio così. I suoi muscoli erano come note musicali suonate da un grande artista. Si muovevano al ritmo giusto, andavano a sviluppare armonie deliziose. Non c’era mai volgarità nel suo pugilato. Anche un ko era una forma di bellezza, oserei dire, sofisticata. Muscoli di seta che sprigionavano una forza che era acciaio puro.

È nato a Lumumbashi in una nazione che ancora si chiamava Congo Belga. Quando è diventato Zaire lui era ancora lì. Nel ’74 si trovava da quelle parti e non aveva perso l’occasione di seguire passo dopo passo la preparazione di Muhammad Ali a N’Sele, in una palestra a trenta chilometri da Kinshasa. È stato allora che ha capito: non sarebbe mai riuscito a fuggire dal fascino travolgente di questo sport. E Ali era definitivamente l’esempio a cui ispirarsi.

In Italia è arrivato alla corte di Sergio Cappanera ed Ennio Galeazzi, che poi è rimasto come suo unico manager.

Taciturno, introverso, timido con chi non conosceva, Kalambay si rivelava affabile e spiritoso se solo riuscivi a entrare in confidenza.

Fuori dal ring aveva lo sguardo dolce di chi si aspetta sempre il peggio. Eppure veniva da una famiglia medio borghese, papà contabile e mamma casalinga, non aveva mai sofferto la fame devastante della povertà. Era stato il modo in cui l’Italia lo aveva accolto ad avergli dato quel senso di insicurezza.

Per imporsi doveva fare dieci volte di più dei suoi colleghi di casa nostra. E lui l’ha fatto, incappando però in sconfitte apparentamente inspiegabili (Kalule soprattutto). Ma offrendoci spettacoli indimenticabili.

La vittoria su Herol Graham a Londra. Niente tv, nessun giornalista al seguito. Era una vittima designata contro il “bomber” imbattuto e pronto per il mondiale.

E invece è tornato a casa con la cintura europea in tasca. Ed è stato salutato come meritava, da campione assoluto.

La conquista del mondiale contro Iran Barkley, detto “la lama”. Un rivale pericoloso domato senza affanno. E poi il successo a Montecarlo contro Doug De Witt e la gioia di scoprire che 6,2 milioni di spettatori lo avevano seguito davanti alla tv.

Ma è stata soprattutto la vittoria contro Mike McCallum a Pesaro, cinquemila spettatori in sala, a consacrarlo al ruolo di fenomeno, a inserirlo nei migliori pesi medi italiani di sempre, a regalargli la patente di fuoriclasse.

Sono sincero, nel pronostico avevo indicato l’americano come favorito. Forse anche per questo quando ho visto all’opera il talento puro di Kalambay mi sono entusiasmato come un ragazzino. E ho goduto di una gioia maligna quando, rientrando di notte in albergo, ho sentito le urla del mitico Lou Duva che insultava l’intero suo clan per la sconfitta.

C’è stato altro nella carriera di Sumbu. C’è stata la sconfitta lampo contro Michael Nunn a Las Vegas. Ottantotto secondi ed era tutto finito. Kalambay ko, schiantato da un colpo d’incontro che si era infilato in una guardia inesistente. Un momento di buio, da dimenticare in fretta.

Poi era tornato l’europeo e un’altra sfida mondiale. Contro Chrys Pyatt in Inghilterra. Nonostante gli anni e le battaglie combattutte ancora una volta il più bravo era stato lui. Ma alla fine ad essere premiato era stato l’altro. Un successo, visto a posteriori, meritato ma che lasciava comunque il ricordo di un grande campione anche se sconfitto.

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Fuori dal ring la vita di Patrizio Sumbu Kalambay ha avuto alti e bassi, fortune e sfortune. Oggi, a 58 anni, insegna boxe, anche se è difficile che trovi uno capace di ripetere le sue imprese. Ma ha buoni consigli da dare e un’esperienza con lui sul ring non può che far bene a qualsiasi pugile voglia imparare qualcosa di un’arte affascinante, ma terribilmente difficile come il pugilato.

Ennio Galeazzi se ne è andato a 81 anni. Le ultime cose che ricordo di lui sono un sorriso appena accennato a ingentilirne il viso, la cantilena marchigiana che accompagnava ogni discorso e una presenza costante accanto ai suoi uomini.

Pugilato di una volta che oggi non c’è più.

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Stangata su Roma, 3000 euro di pedaggi!

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L’ALTRO giorno ho preso il 160. Il bus che porta da Tor Marancia a Villa Borghese. In pratica collega la periferia di Roma al centro. Non so se siano state le sospensioni inesistenti del mezzo, le buche che riempiono le strade della Capitale o entrambe le cose. Fatto è, come direbbe Maurizio Battista, che alla partenza ero seduto in ultima fila e all’arrivo mi sono ritrovato accanto al guidatore. Salti, scossoni, sindrome da terremoto. Schiena a pezzi, mal di stomaco. Un disastro.

Eppure il costo del biglietto Atac è aumentato. Le cifre ufficiali dicono del 50% (da 1 euro a 1,50), il rapporto dell’agenzia Codici fa però salire il rincaro al 75% perché calcola anche il 25% del tragitto in meno compiuto dai mezzi rispetto al recente passato. Nel 2013 sono stati -16 milioni i chilometri rispetto all’accordo Atac/Comune, quest’anno si viaggia a una media di -1,5 milioni in al mese.

A proposito di biglietti. Una denuncia dei sindacati Cisl e Uil ha fatto scattare un’inchiesta dei Nas che, come ha riferito Il Tempo la scorsa settimana, ha scoperto che il Metrebus è tossico. Contiene infatti Bisfenolo A, probabilmente nocivo per la salute.

Per chiudere in bellezza, il trasporto pubblico ha ridotto i mezzi in circolazione. A maggio sono state mandate in pensione 17 linee. E nel 2013 la Metro B si è fermata almeno una volta nel 27% delle giornate in cui è stata operativa (fonte agenzia Codici).

Ritardi, corse saltate, pericoli per la salute, scioperi, aumento dei costi.

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È con questo trasporto pubblico che il sindaco Ignazio Marino ha deciso di scatenare la guerra al trasporto privato.

Ha aumentato del 50% il costo dei parcheggi, ha triplicato il pedaggio per la lunga sosta, ha abolito l’abbonamento mensile.

Non gli è bastato. Ha intenzione di eliminare le linee bianche, cioè le (poche) zone dove si può ancora parcheggiare senza pagare balzelli. Solo strisce blù, cioè a pagamento. Come sarà a pagamento dall’1 gennaio 2017 anche l’ingresso nell’anello ferroviario. In pratica in tutta Roma.

Un sistema ZTL sarà sistemato in ogni sito di accesso. Pagheranno anche i residenti a cui saranno concessi 120 bonus l’anno. Considerando che ne serviranno due nelle ore di punta e uno nelle altre fasce orarie, se ne deduce che ogni pendolare (dei treni riservati a questi lavoratori meglio non parlare per non entrare nel campo dell’horror) dopo due mesi al massimo avrà finito la scorta. Da quel momento comincerà la tassazione forzosa: 3 euro per i vecchi Euro 4, 2 per gli Euro 5, 1 per gli Euro 6. Gratis ibride ed elettrici. Se ne deduce che a pagare saranno ancora una volta i meno abbienti, i pedaggi infatti sono inversamente proporzionali alla giovinezza dell’auto: poco per le più nuove, tanto per quelle datate.

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In totale la somma per un pendolare costretto a prendere la macchina per venire a lavorare a Roma sarà attorno ai tremila euro annui. Se si pensa che il “piano miracolo” di Renzi (gli 80 euro mensili ai meno abbienti) è di 960 euro annuali si capisce cosa voglia dire questa somma abnorme per le famiglie romane.

Vessazioni che del resto si riscontrano in altri settori. Il sindacato dei vigili urbani ha denunciato la scarsezza di personale e ha sottolineato come negli orari notturni la quasi totalità dell’organico sia destinato al centro storico. Evidentemente la periferia non merita adeguata tutela.

Ed eccoci al problema immondizia.

È ancora attuale, nonostante i proclami. Basta girare per Roma per vedere cassonetti pieni, rotti, rifiuti in terra, strade sporche come neppure nelle città del terzo mondo. Un’autentica vergogna.

In questo contesto mi è arrivata la lettera di Roma Capitale dove l’Ama mi informa che ci saranno sanzioni fino a 500 euro se non farò la differenziata rispettando le regole. Mi dice anche che dovrò gettare il materiale precedentemente selezionato in quattro cassonetti e in una campana verde. Tutto giusto.

Ignazio Marino

Il nuovo sistema comincerà progressivamente a partire dalla fine del mese di settembre. Cioè da oggi. Ho guardato i cassonetti nella mia zona: sono tre, tutti e tre rotti e pieni sino all’inversomile. Di campane di vetro non c’è traccia.

Dal momento che onoro una la tariffa rifiuti versando annualmente centinaia di euro, vorrei sapere perché l’Ama non ha mai pagato multe (da dividersi tra tutti i cittadini) per l’immondizia lasciata e che ancora lascia in strada in questi anni.

 

I giornali, lo sport e il calcio

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C’È un gruppo su Facebook, si chiama “Leggo la Gazzetta alla rovescia”. Mi sembra sia chiaro chi ne faccia parte, sono tutti quelli a cui piacciono gli “sport vari”. Così i cultori del dio calcio chiamano con una punta di disprezzo il resto del mondo. Atletica, ciclismo, pugilato, moto, pallavolo, basket, ginnastica, formula 1, tennis, nuoto, pallanuoto, rugby, sci e via dicendo sono discipline che devono lottare per avere cittadinanza nel mondo mediatico.

Ancora una volta i soci del club di Facebook si chiedono: “Perché?”

Lo spazio mediamente accordato al “non calcio” è il 25% del totale. E quel 25% va diviso fra tutti gli sport, mentre il 75% del calcio è monotematico.

Detto questo mi piacerebbe fissare alcuni punti.

  1. Il calcio è largamente, enormemente, indiscutibilmente lo sport più popolare in Italia. Ieri c’erano 42.000 spettatori a Roma, 22.000 a Bergamo. E non sono certo cifre record. Le altre discipline, moto e F. 1 escluse, non arrivano mai a questi livelli. E se li sfiorano se ne parla per giornate intere.
  2. L’audience televisiva del calcio è anni luce davanti a quella degli altri sport (sempre con i motori a fare eccezione, e non è un caso che moto e F. 1 siano le discipline che strappano i maggiori spazi all’interno dei quotidiani). Nella classifica dei 45 programmi (di ogni genere) più visti di sempre troviamo solo partite di pallone.
  3. I giornali sono fatti per esser venduti, per questo si rivolgono al pubblico potenzialmente più vasto. Toglietevi dalla testa che servano a promuovere la cultura sportiva, la vedrebbero come beneficenza.

Detto questo, mi piace sottolineare proprio come sia il terzo punto quello che paradossalmente potrebbe far cambiare il modo di inquadrare il problema.

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La stampa attuale soffre in larga parte di una mancanza di rinnovamento nel modo di fare informazione. Ha scarsa originalità nella confezione del materiale proposto e un’inesistente voglia di stimolare gli approfondimenti.

A questo si aggiunga il lento declino della professione, un avvilente livellamento verso il basso che permette a un grande giornale nazionale di inserire in prima pagina la foto sbagliata del reporter americano trucidato dall’Isis. E oggi, tornando allo sport, quella di Destro che va in gol usando non l’immagine della partita con il Verona ma quella di due giornate prima contro il Cagliari.

È la stessa rilassatezza che porta un altro quotidiano a inserire due volte lo stesso articolo nella stessa pagina, a sbagliare tre titoli su cinque, a dare informazioni errate.

Il fenomeno della stampa italiana è un cane che si morde la coda. Poche vendite, riduzione degli organici, scadimento del prodotto, ancora meno vendite. E si torna alla casella di partenza per poi ricominciare il triste balletto.

Ma non voglio allontanarmi dal problema.

Si ignora il “non calcio”, non gli si concede lo spazio che merita anche e soprattutto perché chi guida i settori, sia un caporedattore per i quotidiani politici che un direttore per i giornali sportivi, non ha una cultura sportiva totale. Gli manca la visione generale del problema. Pensa, erroneamente, “questo è quello che vogliono i lettori”. Non si domanda mai: perché se questo è quello che vogliono i lettori noi ne abbiamo sempre di meno?

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La stampa sportiva è quella più lenta a cambiare. Le ultime innovazioni sono datate fine anni Sessanta/inizio anni Settanta e riguardano pagelle e interviste. Poi, stop. E da qualche tempo è sparita anche l’informazione. Si è delegato tutto al web, al sito. Senza però farsi un’ulteriore domanda: come mai neppure sul sito riusciamo ad avere una notizia in esclusiva?

Lo scoop è rimasto territorio riservato ai film, ai libri. Sono stati tagliati i legami con il popolo degli atleti, dei dirigenti, degli operatori. Ormai sono loro che si servono dei giornali, usandoli come cassa di risonanza solo quando ne ricavano un’utilità per il proprio lavoro.

Diminuiscono a vista d’occhio gli specialisti di settore.

Io mi occupo di pugilato da quarant’anni. Ieri sera mi ha chiamato un amico e mi ha chiesto a chi potesse rivolgersi all’interno dei giornali italiani per sollecitare un intervento sul nostro sport. Sono riuscito a dargli solo quattro nomi, due dei quali di colleghi che ormai ne scrivono semestralmente.

I numeri del “non calcio” sono bassi, bisogna riconoscerlo. Nessun responsabile di giornale se la sente di giocare la carta del cambiamento. L’innovazione fa paura, soprattutto se non conosci la materia. Ma questo non significa che ignorare, o quasi, eventi mondiali sia scusabile.

Sento salire un’altra obiezione. Non avevamo un inviato sul posto, avremmo dovuto mettere un’agenzia. A parte che in alcuni casi l’inviato lo avevate e non gli avete chiesto il servizio, non pensate sia meglio stampare lo stesso articolo di altri piuttosto che non metterlo? E poi non sarebbe una novità. Se i giornali non dovessero pubblicare sport tratto da notizie di agenzia, avrebbero buchi pazzeschi. Se pubblicate quotidianamente interviste di calciatori/allenatori registrate dalla televisione, perché dovreste vergognarvi di mettere in pagina un’agenzia scritta da bravi giornalisti?

Non ci sono teste per cambiare, non c’è coraggio, non c’è visione globale del panorama che si deve quotidianamente raccontare. Mancano i capi, ormai mi sembra si sopravviva in attesa dell’inevitabile.

Mancano soprattutto gli inviati. Leggo quotidianamente con grande interesse i servizi di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera. Racconta andando sul posto i conflitti che stanno dilaniando il mondo. Lo fa offrendo informazioni, messaggi, analisi. Lo fa scrivendo benissimo. Ho comprato ogni giorno quel quotidiano quasi esclusivamente per leggere i suoi pezzi. Questo non dice niente a chi gestisce i media?

Chiudo tornando al concetto che ha ispirato il mio intervento.

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Resto convinto che il calcio in quanto a popolarità sia anni luce davanti agli altri sport, ripeto, moto e F. 1 esclusi. Ma non sono assolutamente d’accordo con la distribuzione degli spazi. Anche perché non tengono conto dei numeri (gli spettatori del mondiale di volley femminile giustificherebbero ben altra attenzione), né del fatto che un mutamento epocale potrebbe essere una delle poche soluzioni per provare a difendersi.

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Oggi siamo fermi a: calcio 75%, tutti gli altri sport 25%. Ed è una visione ottimista del problema.

Gazzetta dello Sport esclusa, e i numeri sembra le stiano dando ragione (per questo pubblico le tabelle del sito e del cartaceo in occasione degli ultimi dati). Calma, non è la soluzione finale. Internet e televisione continueranno la loro opera di massacro. Ma arrendersi senza essersi difesi mi sembra ancora peggio. E questo vale per i quotidiani di informazione, quanto per gli sportivi.

C’è ampia possibilità di manovra. Qualcuno avrà il coraggio per provarci?

 

Kilimanjaro, il cricket in cima al mondo

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C’È chi cerca i suoi quindici minuti di popolarità, chi lo fa per sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere fondi per cause nobili. E poi ci sono quelli a cui piace semplicemente la stravaganza fine a se stessa.

Questo è lo sport un po’ folle, quello che racconta sfide il cui fine ultimo è entrare nel Guinness dei Primati.

Il calcio si è scavato una nicchia particolare in questo universo delle stranezze.

Ha creato uno stadio all’interno di una montagna in Portogallo, ne ha costruito uno sull’oceano nelle Isole Fær Øer o su un grattacielo a Tokyo. Ha messo in piedi “The Float at Marina Bay” di Singapore: l’unico stadio galleggiante al mondo in grado di ospitare fino a trentamila spettatori. A me divertirebbe soprattutto vedere una partita sul campo in pendenza di Uzhorod, nell’Ucraina occidentale. Non so proprio come dannazione si potrebbe giocare senza far rotolare la palla a valle ogni momento.

Stavolta però niente stravaganze fini a se stesse, la causa è nobile anche se l’impresa è davvero folle.

Un gruppo di ex giocatori di cricket, riferisce la France Press, ha giocato una vera partita, con tanto di arbitri ufficiali e qualche spettatore (non più di dieci, sembra) su un vulcano estinto a 5.730 metri di altezza in Tanzania, sul monte Kilimanjaro. A soli 165 metri dalla vetta.

Hanno camminato per otto giorni, scalando di giorno e accampandosi di notte assieme ai portatori indigeni che hanno tirato su una pista di plastica, ceppi, mazze, palle e tutto quello che serviva per la sfida.

A capo dei portatori c’era Mukuru Mugapoblo, uomo esperto e guida navigata, uno che nella vita ne ha viste di ogni colore. E nonostate tutto questo non è riuscito che a commentare così quello di cui è stato testimone: “È la cosa più pazza e divertente a cui abbia assistito nella mia vita!”

C’erano due leggende del cricket all’opera.

Il sudafricano Makhaya Ntini: il primo nero a essere impegnato in un test match nel suo Paese, un fast bowler. Insomma uno di quei tipi che danno una forte rotazione alla palla e la lanciano attorno ai 145 kmh. E l’inglese Ashley Giles, uno spin bowler. Uno che usando dita e polso imprime alla palla una rotazione ingannatrice.

Hanno vinto i Gorilla guidati dal vice capitano della squadra femminile inglese Heather Clare Knight. Hanno avuto la meglio segnando un punteggio di 82-5 contro i 64-9 dei Rinoceronti di Giles. Le donne vanno più forte anche in cima al mondo…

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Non si è trattato di un’impresa da poco. A quell’altitudine si rischia tanto. Polmoni, pressione cerebrale, reni, fegato sono sottoposti a sforzi fuori dalla norma. La quantità di ossigeno in vetta al Kilimanjaro è la metà di quella che si può respirare al livello del mare.

Il gruppo di ex giocatori di cricket si è imbarcato in questo capolavoro per raccogliere fondi a favore della ricerca contro il cancro e per altre associazioni benefiche.

Chiudo con una nota statistica. Il precedente record era stato stabilito da una partita giocata ai 5.165 metri dell’Himalaya sul campo base dell’Everest in Nepal, nel 2009.

Blatter e un calcio senza regole

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SEPP Blatter nello stesso giorno mette a segno, come direbbero i bravi telecronisti, una doppietta personale. Cosa mai vorrà significare e perché non si possa più semplicemente dire doppietta qualcuno prima o poi me lo spiegherà? Mah.Torniamo al 78enne svizzero che annuncia la candidatura per il quinto mandato consecutivo e ci informa che il “rapporto Garcia”, che illustra la corruzione che ha inquinato le consultazioni per l’assegnazione dei mondiali 2018 in Russia e quelli del 2022 in Qatar, resterà segreto.“Fatti nostri, perché divulgarli?” È più o meno il Blatter pensiero.I Mondiali in Qatar, ricordate? Quelli del caldo atroce. La Fifa l’ha scoperto solo ad assegnazione avvenuta. E si è affannata a cercare una data alternativa. Mancano otto anni e già siamo alle smentite. Li avevano programmati dal 10 giugno al 10 luglio, poi qualcuno è stato folgorato sulla via di Zurigo. Non si sa se il merito sia di un’apparizione notturna che aveva le sembianze di un gigantesco pallone sudato oppure delle variazioni climatiche dell’ultima pazza estate. Fatto è che i geni del pallone si sono accorti che in quei giorni la temperatura media di quel Paese è di 41.5 gradi, con punte che toccano i 51. Il tutto accompagnato da forti venti caldi. Per non parlare dell’umidità che di giorno sfiora il 65% e la notte, grazie all’evaporazione delle acque del Golfo Persico tocca l’85% con temperature appena sotto i 40 gradi.
Solo a cose fatte i geni del dollaro hanno scoperto che laggiù faceva caldo. Il “rapporto Garcia” offre una visione meno fanciullesca dello scandalo. Ma per i signori della Fifa è un documento vietato, come la verità.

Non contento, lo svizzero ci riprova. E sarà eletto. Il suo unico potenziale antagonista, il francese Jerome Champagne, non ha i voti per contrastarlo. E Michel Platini se volesse azzardare un attacco avrebbe al suo fianco l’Europa. Blatter manderebbe in campo il mondo.

È il monarca del calcio dal 1998, resterà lì per almeno altri quattro anni.

Davanti a tutto questo ho smesso di chiedermi perché il calcio, oltre a non osservare a livello mondiale alcuna regola di trasparenza finanziaria, non si degni neppure di osservare il suo regolamento.

Ma non posso smettere di stupirmi.

Sabato e domenica scorsi, come ogni week end, ho guardato le partite alla televisione. E ho visto che nulla è cambiato. Non c’è un arbitro che faccia rispettare le regole, non c’è un direttore di gara in grado di impedire ai giocatori

  1. di protestare a ogni calcio di punizione fischiato.
  2. di muovere la mano come se stessero mostrando un cartellino ogni volta che si ritengano in credito di un giallo o un rosso contro i loro avversari.
  3. di urlare in faccia al malcapitato giudice di gara ogni violenza verbale possibile mostrando uno sguardo da killer.
    E allora mi sono chiesto se il regolamento non fosse cambiato e io non me ne fossi accorto.
    Sono andato a riprendere un vecchio articolo dell’anno scorso, un pezzo che avevo scritto dopo avere letto il sito dell’Associazione Italiana Arbitri ed avere scoperto alcune cose interessanti.

Riporto testualmente, in neretto e tra virgolette, le norme tuttora in vigore (sul senso delle cose tornerò in altra parte dell’articolo).

“Il capitano di una squadra ha il diritto di contestare le decisioni dell’arbitro?
No. Né il capitano, né gli altri calciatori hanno il diritto di protestare contro le decisioni dell’arbitro.”

Ma come, non c’è fischio che non sia seguito da urla, sceneggiate, spesso insulti da parte dei calciatori e nessuno dei direttori di gara è in grado di far rispettare questa semplice norma?

“Al portiere non è consentito mantenere il controllo del pallone tra le mani per più di sei secondi. Nei sei secondi sono compresi anche quelli in cui fa rimbalzare il pallone sul terreno o lo lancia in aria per calciarlo”

Pensate sia necessario prendere un cronometro per dimostrare come questa regola venga praticamente sempre disattesa?

 “L’arbitro lascia proseguire il gioco fino a quando il pallone cessa di essere in gioco se, a suo giudizio, un calciatore è solo lievemente infortunato”

Questa norma dovrebbero leggerla, stamparla e tenerla sul letto, sul comodino, in cucina e al bagno tutti i giocatori. Forse imparerebbero che è inutile, oltre che scorretto e punibile con sanzioni disciplinari, dare fuori da matti ogni volta che un loro compagno va giù e gli avversari non calciano il pallone oltre la linea del fallo laterale.

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“Un calciatore non è autorizzato a ricevere cure sul terreno di gioco;
dopo che l’arbitro ha autorizzato i sanitari ad entrare sul terreno di gioco, il calciatore deve uscire dal terreno di gioco in barella oppure a piedi; se un calciatore non rispetta le istruzioni dell’arbitro, deve essere ammonito per comportamento antisportivo;
Eccezioni a queste disposizioni sono ammesse solo in caso di:
• infortunio di un portiere;
• scontro tra un portiere ed un calciatore per i quali si rendano necessarie cure immediate;
• scontro tra calciatori della stessa squadra per i quali si rendano necessarie cure immediate;
• infortuni gravi”

Ripetizioni e uso della lingua italiana a parte, sarebbe la norma che sancirebbe la fine della “spugna magica” di una volta, dello “spray miracoloso di oggi”. Peccato che quasi nessuno la rispetti.

“Agli arbitri si rammenta di intervenire prontamente e con fermezza nei confronti dei calciatori che trattengono l’avversario, in particolare all’interno dell’area di rigore in occasione di calci d’angolo e di calci di punizione.
In queste situazioni l’arbitro deve:
• richiamare verbalmente ogni calciatore che trattiene un avversario prima che il pallone sia in gioco;
• ammonire il calciatore se continua a trattenere l’avversario prima che il pallone sia in gioco;
• accordare un calcio di punizione diretto o di rigore ed ammonire il calciatore se ciò avviene dopo che il pallone è in gioco.”

Se le cose andassero veramente così, non ci lamenteremmo per tutti i rigori subiti ogni volta che usciamo dai nostri confini.

“Se un difensore comincia a trattenere un avversario all’esterno dell’area di rigore e continua a trattenerlo all’interno dell’area di rigore, l’arbitro accorderà un calcio di rigore.”

Questa è una regola che dovrebbero tenere a mente soprattutto i giornalisti, i signori del “ma il fallo è cominciato fuori”.

Detto questo, so benissimo che pretendere l’osservanza del regolamento sia un’autentica utopia.

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Il calcio è uno sport dove tutto è mutabile. Dal rispetto del contratto da parte di un giocatore, al rispetto della dignità degli uomini da parte di un presidente.
Ormai in televisione è stato legittimato “il fallo tattico”, indicato come una dote figlia dell’esperienza; è stata esaltata la furbata, glorificando il giocatore famoso che al minimo tocco del rivale crolla sull’erba guadagnandosi punizione o rigore; è stato perdonato qualsiasi eccesso verbale, al punto da ignorarlo.

È avvilente vedere come ogni volta che la palla finisce fuori i giocatori più vicini, di entrambe le squadre!, alzino le braccia pretendendo che la rimessa sia a loro favore. È triste constatare che neppure la certezza di trenta telecamere e dieci moviole impedisca al randellatore di turno di alzare le braccia e fare la faccia da bimbo innocente prima che sia fischiata la punzione, per poi tramutare il proprio sguardo al punto da fare impallidire Jack lo Squartatore quando l’arbitro non torna sulla sua decisione.

La cosa che più mi avvilisce, ma non sorprende, è che ormai siamo assuefatti alla negazione del rispetto delle regole. Il fallo, la protesta, la bugia fanno parte della realtà e sono entrati di diritto in un mondo che mi sembra sempre più finto.

Del resto se il capo mondiale è uno che ritiene “cosa nostra” anche un rapporto ufficiale sulla corruzione, cosa ci si può aspettare scendendo di livello?

Il calcio è fuori da questo mondo. Da molto tempo non è più un gioco, da qualche tempo è anche più brutto.

Ma di questo parlerò un’altra volta.

Il personalissimo cartellino di Rino Tommasi

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SABATO La Grande Boxe torna in televisone, su Italia 1. Mi sembra una buona occasione per parlare di chi quella storica trasmissione l’ha inventata.

Rino Tommasi non farà le telecronache, lo dico per informare quegli appassionati ingannati da una frase dell’articolo che ho scritto per questo blog e boxeringweb.

Ma non si può pensare al pugilato degli ultimi cinquant’anni senza pensare a Rino che, forse, stavolta vedrà il match comodamente seduto in poltrona davanti alla Tv.

Tommasi, classe 1934, il pugilato l’ha vissuto in molti modi.

Ha fatto l’organizzatore di successo, facendo lavorare, eravamo negli anni Sessanta, Benvenuti, Arcari, Rinaldi, Burruni, Loi, Lopopolo. Ma anche Ray Sugar Robinson, Archie Moore, Emile Griffith e tanti altri.

Match equilibrati, programmi messi su seguendo il gusto del pubblico e senza tanto protezionismo nei confronti dei nostri. Per Benvenuti, tanto per fare un esempio, prese Teddy Wright. Una cosa impensabile al giorno d’oggi.

A ripagare quei rischi c’erano però le borse. Sostanziose e soprattutto puntuali.

Finita l’epoca dell’organizzazione ha cominciato a raccontare boxe sui giornali.

Ha scritto per Tuttosport, Gazzetta dello Sport, Il Tempo. Ha vinto premi importanti, ha girato il mondo.

Con l’ingresso a Canale 5 ha fatto il grande salto. È diventato telecronista, ruolo in cui ha commentato circa quattrocento campionati del mondo.

Nel 1986 a New York, Bill Cayton mi fece vedere le immagini di uno sconosciuto peso massimo. Mi è bastato qualche minuto: ho comprato quella videocassetta e i diritti televisivi dei successivi incontri di quel pugile. Era Mike Tyson.”

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Ricordo due spezzoni di commenti.

Una delle più belle riprese a cui mi sia mai stato dato di assistere.”

(la sesta di Hagler-Mugabi, fantastica telecronaca)

Deficiente!

(Holyfield-Foreman, i poliziotti avevano lanciato fuori dal ring gli spettatori che vi erano incautamente saliti. Un tifoso aveva centrato in pieno Rino durante la telecronaca in diretta).

Poi è passato a Tele+, diventandone il primo direttore dei servizi giornalistici.

Con Rino ho diviso molte trasferte.

Non sempre mi sono trovato d’accordo con lui. Abbiamo fatto anche una sorta di dibattito su Canale 5 dopo Hagler-Leonard. Lui sosteneva che era stato un match combattuto, io ero dell’idea che fosse stato privo di animosità. Coordinava Guglielmo Zucconi, in studio c’era Nino Benvenuti.

Sulla cinematografia legata alla boxe abbiamo un punto in comune.

Non mi piacciono i film in cui si vede il pugilato finto. Il primo Rocky sarebbe stato perfetto se fosse finito al primo colpo di gong.”

Parlare di sport con Rino è sempre un piacere. Lo ama, lo conosce, ne ricorda ogni particolare. Ha il rigore tecnico del competente, la capacità analitica del giornalista di razza.

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Stima la boxe.

“In tutta la storia del pugilato ci sono stati meno incontri truccati che in una stagione dei campionati di calcio in Italia dalla serie A alla Z…

E ancora.

Non penso che il pugilato sia pericoloso e faccia vittime. Il pugilato è uno sport, una disciplina. Negli Stati Uniti ha tolto tantissimi ragazzi dalla strada, impedendogli di fare una brutta fine.”

E lui che ha viaggiato il mondo intero per raccontare sport, ha fissato in un match di pugilato il momento chiave vissuto come testimone.

L’evento sportivo più affascinante al quale ho assistito è stato l’incontro tra Muhammad Ali e George Foreman a Kinshasa nel 1974.”

È vero, non è mai stato un esempio di modestia anche perché sostiene che sia figlia dell’ipocrisia.

Gli arbitri hanno due possibilità: essere d’accordo con me o sbagliare.”

Il suo “personalissimo cartellino” non può essere messo in discussione.

Con gli arbitri ha un conto aperto da sempre.

In questa Olimpiade di Seul i pugili sono dilettanti, ma i giudici sono ladri professionisti.”

Rino Tommasi, un grande.

Uno che ha interpretato alla lettera un motto che mi ha sempre affascinato.

Io la mia vita ho deciso di viverla come l’ho sognata.” (Sabine Azéma in “Una domenica in campagna” di Bertrand Tavernier)

Spero che sabato sera sia davanti alla tv e si goda la sfida europea di Marsili, in fondo è il ritorno della Grande Boxe.

Stimo Rino Tommasi, uno dei più culti giornalisti sportivi in assoluto. Un cervello essenzialmente matematico però capace di digressioni etico-fantastiche quali consente uno sport come il pugilato. Io lo chiamo professore senza la minima ombra di esagerazione scherzosa.”

Parola di Gianni Brera.

 

A casa di “mani di pietra” Duran

kover

HO INCONTRATO Roberto “mani di pietra” Duran a Miami in un caldo giorno di fine ottobre, tanti anni fa.

Avevo il suo indirizzo scritto in stampatello su un foglietto a quadretti custodito nella tasca posteriore dei jeans.

MIAMI BEACH CLUB 601.

Era sulla 39 North West, appena fuori città.

Con me c’erano Mario Bruno di Tuttosport, Franco Esposito del Mattino e l’inseparabile Teo Betti del Messaggero. L’appuntamento per l’incontro con il campione era fissato alle 12, davanti a un cancello bianco.

L’indirizzo ce l’aveva dato Luis De Cubas, un manager cubano-americano, che avevamo conosciuto qualche tempo prima.

-Luis, puoi metterci in contatto con Roberto Duran?

«Posso provarci, anche se lui non ama i giornalisti

Alla guida di una Chevrolet rossa avevo imboccato una strada larga che costeggiava un condominio dipinto di celeste e totalmente immerso nel verde. All’uscita dell’ultima curva avevamo visto il lago e sulla sinistra il cancello bianco. Eravamo in anticipo di una decina di minuti.

Alle 12 in punto era apparso Giovani: un signore dalla pelle olivastra, una barbetta appena accennata, magro da far paura. Ci aveva aperto il cancello e si era incamminato verso la macchina.

Luis De Cubas ci aveva fornito la frase per essere ammessi nella casa.

-Chi siete?

«Siamo fratelli di Luis».

«Seguite quel corridoio, quando arrivate in fondo girate a sinistra. Lì troverete qualcuno che vi sta aspettando.»

Il secondo guardiano si chiamava Carlos. Indossava un abito elegante ed aveva modi meno bruschi del suo amico.

-Chi siete?

«Siamo fratelli di Luis.»

Avevamo sceso una rampa di scale, preso un ascensore, eravamo saliti al secondo piano per poi entrare in una stanza. A quel punto Carlos aveva fatto una telefonata.

«Sono arrivati i fratelli di Luis.»

Un altro ascensore, un altro piano. Davanti all’appartamento numero 32 avevamo trovato altre due guardie del corpo. Duran temeva che qualcuno volesse fargli del male.

-Chi siete?

«Siamo fratelli di Luis

Eravamo dentro l’appartamento.

Un grande salone e una camera da letto, una piccola cucina. Il disordine era totale. Un televisore trasmetteva un programma con un improbabile cuoco.

Una signora grassa trafficava tra pentole e fornelli.

Una bambina stava giocando con il videogame. Era una delle cinque figlie di Roberto.

Il pavimento era ricoperto di scarpe da tennis buttate ovunque, alla rinfusa. Sul divano quattro pantaloni sporchi, tre camicie, un paio di magliette. Il tavolino del salone era invaso da medicinali per dimagrire. Erano l’antidoto all’incubo di “mani di pietra”: il peso.

Carlos era entrato in camera da letto e ne era uscito qualche minuto dopo, seguito dal Mito.

duran

Roberto Duran indossava un paio di pantaloni strappati all’altezza delle cosce, sopra aveva la blusa di una vecchia tuta.

Barba lunga di qualche giorno, capelli spettinati, zigomi lucidi a testimonianza delle mille battaglie sul ring.

«Facciamo in fretta

Tre parole per farci confermare che non amava i giornalisti. Aveva fatto un’eccezione solo perché glielo aveva chiesto un uomo a cui doveva molto.

Alla fine avevamo parlato per più di un’ora.

Roberto si era raccontato con diffidenza. Mentre rispondeva alle nostre domande si era toccato i piedi e aveva pulito le unghie con le mani.

La vita di Roberto Duran non era mai stata facile.

Era venuto al mondo nella Casa de Piedra, il condominio dove abitavano nonna Ceferina Garcia e nonno Jose “Chavelo” Samaniego.

Pochi istanti prima che nascesse era accaduto il fattaccio.

“Chavelo” se ne era andato al bar per bere ma soprattutto per amoreggiare con una giovane ragazza, incurante del fatto che la figliola minore Clara stesse per dare alla luce il quarto bambino. Ceferina non si era persa d’animo, aveva raggiunto il marito e lo aveva teso sul pavimento con un gancio destro veloce e potente.

Poi l’aveva riportato a casa.

C’era bisogno dell’aiuto di tutti.

Una casa di pietra e un gancio destro.

Ancor prima che Roberto nascesse il segnale era già stato lanciato.

moore-duran

Per pochi spiccioli, da bambino, aveva ballato per i turisti del porto. Aveva lucidato le scarpe dei signori nei quartieri residenziali, aveva venduto i giornali per strada, aveva lavato i piatti nei ristoranti, aveva cantato e suonato nei night club.

Era cresciuto in fretta, accompagnato da una rabbia sempre più grande. Poi, era arrivata la boxe. Sul ring aveva saputo portare quello che aveva imparato per strada.

Il confine tra aggressività e follia era molto labile.

I successi erano stati accompagnati dai soldi, chi lo conosceva bene parlava di 50 milioni di dollari. Ma erano finiti tutti, assai più velocemente di come erano arrivati.

Senza più un centesimo in tasca, si era visto rifiutare dalla Federazione un vitalizio mensile di 300 dollari. Aveva chiesto il perchè. Gli avevano risposto che “non aveva i requisiti culturali e sociali richiesti”.

Era vero. Tutto in “mani di pietra” parlava di potenza, distruzione. L’unica cultura che conosceva era quella della violenza.

I soldi li aveva sperperati. Casinò, auto di lusso, ma soprattutto tasse non pagate. Ce l’aveva confessato in quella visita a Miami, tra un unghia pulita con lo stesso dito che poi sarebbe finito in bocca e un’ispezione meticolosa all’interno del naso.

«Don King e Bob Arum non hanno mai pagato le tasse sui miei combattimenti. Ho un debito con il Fisco di oltre sei milioni di dollari. Non posso neppure investire I miei soldi. Se apro un bar o un ristorante, tutto quello che incasso finisce nelle tasche del Ministero delle Finanze

Aveva rischiato di essere cacciato dalla casa panamense. Era stato salvato dal Governo che aveva cancellato i 300.000 dollari di ipoteca e aveva poi dichiarato l’appartamento “monumento di interesse nazionale”.

Ma il problema principale non era stato risolto.

Era senza un cent.

Dicono che per racimolare qualche dollaro fosse andato a suonare le congas in un locale buio e triste del Queens, New York. Che si fosse messo a vendere hot dog e bibite alla fiera del carnevale panamense, che avesse ceduto per pochi dollari cimeli e autografi.

Non so quanto ci fosse di vero o se tutto appartenesse invece alla leggenda del pugile maledetto che Duran si era cucito addosso.

Quando aveva battuto Sugar Ray Leonard la prima volta a Montreal si era tirato giù i pantaloncini ed aveva mostrato il sedere nudo ai reporter in prima fila.

«Adesso baciatemi il culo!»

leonard

A forza di comportarsi da selvaggio era stato abbandonato da tutti.

Erano sparite anche le quattro cinture di campione del mondo. Le aveva rubate il fratello di una delle sue ex mogli. Le aveva portate via di nascosto, per poi rivenderle a un ricettatore per dodicimila dollari.

Dicevano di averlo visto, sovrappeso, sguardo cattivo e volto gonfio, imbonire gli avventori di una fiera.

«Comprate una birra e un panino a questa bancarella e avrete la foto autografata del grande Roberto Duran.»

Il re del mondo era sceso definitivamente dal trono.

Aveva battuto Leonard, Buchanan, De Jesus, Barkley. Aveva resistito quindici riprese contro Marvin Hagler. Era stato il più forte peso leggero della storia. Aveva dominato l’universo della boxe. Anche quando era stato guidato da un supplente di una scuola cattolica della

Pennsylvania come Mike Acri, da un tassista di Brooklyn come Carlos Hibbart o da un profugo cubano come Luis de Cubas.

Aveva combattuto fino a 50 anni. A fermarlo non erano stati nè l’età, nè i colpi dei rivali.

Il 5 di ottobre del 2001 una Rover guidata dal signor Jimenez era andata a scontrarsi con una Fiat Palio. Dopo tre testa coda, aveva finito la folle corsa contro il guard rail dell’autostrada “9 de Julio”, una delle arterie principali di Buenos Aires.

Uno dei quattro passeggeri era stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Argerich. Aveva subito la frattura di sei costole e la perforazione del polmone sinistro. Era stato immediatamente operato.

Quel signore era Roberto Duran, sopravvissuto anche a quell’ultimo colpo.

Tre mesi dopo aveva finalmente annunciato il ritiro.

 

Kostner, Cagnotto e l’amore fuorilegge

CDS23

IL CORRIERE dello Sport e Tania Cagnotto dicono che mentire per amore non è reato.

Il procuratore capo di Bolzano dice che lo sport è omertoso.

Io sto con lui.

L’amore è un sentimento meraviglioso. Per amore si possono perdonare sbagli, errori. Si possono accettare situazioni inaccettabili. Tutto è concesso sino a quando si resta nel privato di un rapporto a due.

E neppure sempre. Come ad esempio, calma: non ha alcuna attinenza con il caso, quando si tratta di violenza domestica.

Ma niente è concesso quando le azioni di uno vanno a danno di altri. A quel punto il cerchio si deve aprire. Altrimenti si è complici di un reato.

È una regola fondamentale, semplice e ancora in vigore nella legge italiana.

La mia libertà finisce dove comincia la vostra.”

Cito Martin Luther King.

Quella di Schwazer finiva molto prima, nello stesso momento in cui sceglieva di doparsi truccando così il gioco e danneggiando quelli che gareggiavano con lui.

È stato commesso un reato e chiunque ne fosse stato a conoscenza aveva il dovere di denunciarlo. Carolina Kostner è arrivata addirittura a coprirlo.

Non condivido la gogna mediatica in cui è finita, posso arrivare a capire la debolezza che ha generato il silenzio. Ma resta il fatto che anche lei ha sbagliato e come colpevole va punita.

La libertà di andare oltre le regole non può concederla neppure l’amore.

Non c’è una lista di episodi in cui si può trasgredire la legge, non ci sono esenzioni.

Chiaramente a ogni livello di reato corrisponde una pena adeguata.

Non si punisce allo stesso modo chi ruba tre mele e chi fa sparire milioni.

E attenti alla parola libertà.

Un aforisma di Bismark recita: “Non c’è vocabolo di cui non si sia oggi fatto così largo abuso come di questa parola: libertà. Non mi fido di questo vocabolo, per la ragione che nessuno vuole la libertà per tutti, ciascuno la vuole per sé”.

Non scherziamo.

Mentire per amore è reato.

 

Milan provinciale, offende il suo passato

Van_Basten_Gullit_Rijkaard_(1988)

IL MILAN gioca come una provinciale, e questo è un complimento” dice Beppe Bergomi su Sky. Parola di interista.

Il Milan gioca come una provinciale, e questo è una vergogna, dico io. Parola di milanista.

La colpa non è certo degli uomini messi in campo contro la Juventus, né di Pippo Inzaghi che almeno una qualità è riuscito a trasmetterla a questa squadra: la voglia di non mollare mai, lo spirito di sacrificio.

La colpa è di chi ha costruito e di chi gestisce il club.

La vendita di Ibra, Thiago Silva e Pato ha portato nelle casse milaniste 77 milioni di euro. Una volta i soldi delle cessioni venivano reinvestiti in acquisti di spessore. Oggi ci si muove su un livello medio basso sull’intero fronte.
Sono milanista da tanti anni, ricordo i tempi in cui la squadra si faceva ammirare in Europa e nel mondo (foto sopra Rikard, Van Basten, Gullit).
Il Milan di Sacchi: Galli; Tassotti, Costacurta, Baresi, Maldini; Donadoni, Ancelotti, Rijkard, Evani; Van Basten, Gullit.
Il Milan di Capello: Rossi; Panucci, Costacurta, Baresi, Maldini; Donadoni, Albertini, Desailly; Boban, Savicevic, Weah.
Il Milan di Ancelotti: Dida; Cafu, Nesta, Stam, Maldini; Gattuso, Pirlo, Seedorf; Kakà, Inzaghi, Shevchenko.
Stasera ha giocato con: Abbiati; Abate, Rami, Zapata, De Sciglio; Poli, de Jong, Muntari; Honda, Menez, El Shaarawy.

Dove è l’errore? (foto sotto El Shaarawy, Menez, Poli)

Milan-Calcio-Serie-A-2014-2015

Tre partite, tanto orgoglio e poco gioco. Agevolato da una Lazio imbarazzante in difesa, fortunato contro un Parma addirittura ridicolo dalla metà campo in giù, rinunciatario contro una Juventus tutto sommato deludente.

Esaltato il sistematico fallo tattico della Juventus, come se facesse parte del gioco. Sento già nello orecchie il ritornello del tifoso.

È il calcio, bellezza.”

Contenti voi…

Spero che non ci siano stati molti bambini davanti alla tv, avrebbero ricevuto cattivi insegnamenti. Come quelli che dispensa Chiellini ad ogni partita. Lo sfiorano e sembra colpito da una raffica di mitra, entra a spaccotuttoio e poi alza le mani come se nulla fosse accaduto. Fino a quando dovremo sopportare tutto questo?

A scanso di equivoci, aggiungo che la Juventus ha vinto meritatamente. È stata l’unica a tentare di giocare a pallone. Ha chiuso il Milan nella sua area per almeno quaranta minuti del secondo tempo, ha provato a creare occasioni da gol, ha dato dimostrazione di essere una squadra di calcio.

E il Milan? Perché si è ridotto così?

Il passato è sempre migliore del presente nei nostri ricordi. Stavolta se solo paragonassi ieri e oggi rischierei una querela per diffamazione.

Chiudo con una preghiera. È possibile non sentire più la favoletta del “falso nueve”? Odio tutte le espressioni lanciate da spiriti senza fantasia e poi riprese dall’intero universo calcistico. Ho da tempo dichiarato guerra alla standing ovation (se gli spettatori sono seduti, non possono essere standing), alla palla che qualcuno scarica all’indietro mentre un altro arriva a rimorchio, al giocatore murato (vivo, spero), alle ripartenze, agli esterni alti e bassi, alle doppiette personali.

Abbiate pietà di me.

 

Colpo di scena. Italia 1 riapre al pugilato

marsili

COLPO di scena.

Torna La Grande Boxe, lo storico programma Mediaset “inventato” molti anni fa da Rino Tommasi.

Torna su Italia 1 ogni sabato alle 23:45 con la trasmissione di un’importante riunione in leggera differita.

Si sta stilando un calendario che arrivi sino al 20 dicembre, con il nuovo anno si andrà avanti.

In programma da qui a fine 2014 tredici serate, sette delle quali in Italia.

Ecco gli appuntamenti già definiti.

27 marzo (da Viterbo) europeo leggeri Marsili (foto) vs Mizsey jr.

4 ottobre (da Leeds) europeo piuma, vacante, Warrington vs Dieli.

Nello stesso programma quasi certamente l’europeo superleggeri Di Rocco (sotto a destra) vs Nieto, disputatosi il giorno prima a Madrid.

11 ottobre (da Manzano, Udine) superwelter Wbc Internazionale e Unione Europea Fiordigiglio vs Castellucci.

Nello stesso programma quasi certamente l’europeo superpiuma Boschiero vs R. Jacob disputatosi il giorno prima a Calais.

18 ottobre il programma di questa data è ancora allo studio.

25 ottobre (da Montecarlo) Wbc Silver medi Murray vs Spada.

Nello stesso programma quasi certamente l’europeo massimi leggeri Fragomeni vs Chakiev disputatosi il giorno prima a Mosca

Finalmente una buona notizia per il mondo del pugilato.

L’accordo è stato siglato oggi pomeriggio, 18 settembre.

Italia 1 ha accettato la sfida lanciata da Paolo Cassarà, amministratore della Boxe in Progress società attiva a fianco della Lega Pro Boxe per quanto riguarda diritti televisivi e marketing.

di rocco vs lauri 1 copy

La mancanza di certezze e l’impossibilità di contare su un grande network che stimolasse anche nuovi sponsor avevano creato molti dubbi addirittura sul futuro della disciplina. Ora è stata riaperta la porta. È un’occasione unica.

La Tv ha cambiato radicalmente il suo ruolo. Inizialmente era il mezzo per godere dello spettacolo, il testimone oculare dell’evento, portava l’avvenimento nelle case degli italiani. Oggi si è trasformata in ragione di vita per lo sport stesso che, senza di lei, rischia di chiudere i battenti.

È per questo che l’accordo ha un’importanza vitale.

Ne ho parlato con Paolo Cassarà.

-Come siete riusciti a convincere Italia 1?

Ci siamo inseriti in una discorso economico già esistente, abbiamo fatto una proposta di contenuti. La boxe è spettacolo. Ora si tratterà di offrire il meglio e in una location all’altezza della proposta. Abbiamo pugili e incontri che la gente vuole vedere, esiste ancora uno zoccolo duro di telespettatori. Convincere Italia 1 non è stato semplice, ma ce l’abbiamo fatta.”

-Possono rientrare in questa programmazione anche i grandi match di Mayweather, Pacquiao, Klitschko e altri di questo livello?

La possibilità esiste ed è concreta. Molto dipenderà da dove verrano effettuati. Gli Stati Uniti ci sfavoriscono come fuso orario. Italia 1 avrà un appuntamento fisso al sabato, potrà portarlo avanti, se le esigenze di programmazione lo richiederanno, anche fino all’1:30. Ma a quell’ora Mayweather non sarà ancora salito sul ring.”

-Avete previsto alternative di programmazione?

Per i match americani, la soluzione più probabile continuerà ad essere Sportitalia che ha un palinsesto più flessibile.

-E la Rai in tutto questo fermento attorno alla boxe, che ruolo avrà?

In ottobre dovrebbe trasmettere tre campionati italiani (Scala-Nettuno, gallo l’1 ottobre ad Avezzano; Tommasone-Pisanti, piuma 31 ottobre a Rizzato, più un terzo. Ndr). Ma siamo aperti a qualsiasi discorso se l’Emittente di Stato si mostrerà interessata.”

-Ci sarà spazio anche per altra programmazione?

Su Italia 1 nel 2015 dovremmo trasmettere le World Series of Boxing, ma questo aspetto non l’abbiamo ancora definito.”

-Avrete un’attenzione particolare per i nostri pugili?

Sette delle prime tredici serate saranno dedicate alla boxe organizzata in Italia. E per i nostri pugili avremo ovviamente un occhio di riguardo.”

Italia 1 torna con un impegno importante, Sportitalia è sempre in campo con la consueta disponibilità e in più c’è la potenzialità di un ulteriore aumento degli spazi in Rai.

La Grande Boxe è tornata.