Rocky Balboa, pugile professionista solo per 57 secondi. Una storia piena di misteri…

Rocky Balboa.
Quel nome non poteva lasciarmi indifferente.
Nella nostra storia non apparteneva al pugile nato dalla fantasia di Sylvester Stallone, un personaggio immaginario a cui è stata dedicata una statua gigante e l’onore di essere inserito nell’International Boxing Hall of Fame. Come se fosse reale.
Il tizio di cui stavo leggendo non era il rivale di Apollo Creed e Ivan Drago.
Era un pugile vero, un professionista.
Anche se il suo record consisteva in un solo match all’attivo, da peso welter, disputato il 7 novembre 1981. Una sconfitta per ko dopo 57 secondi contro Robert Hines. Poi Rocky Balboa era scomparso. Il sito online worldboxingnews.net ne aveva parlato per la prima volta nel 2017 chiedendo a chiunque fosse in possesso di informazioni sul soggetto di contattare i responsabili del sito. Dopo quattro anni aveva riproposto l’articolo. Silenzio allora, silenzio adesso.
Si sapeva e si sa solo che era nato a Filadelfia, che viveva lì, che non aveva mai combattuto prima di quella notte, che non l’avrebbe mai fatto dopo. Pugile per 57 secondi, la storia poteva finire qui.
La mia curiosità però non era stata soddisfatta.
Cercavo nell’elenco telefonico di Filadelfia. Trovavo 49 Balboa, ma nessuno di loro si chiamava Rocky. Forse era un nome d’arte. Scrivevo una email alla Commissione Atletica del Nevada, per competenza territoriale. Il match di quarant’anni fa si era infatti svolto a Las Vegas, all’Hacienda Hotel e Casino che oggi non esiste più. Mi convincevo che ormai non mi restava altro che attendere un’improbabile risposta. Eppure sentivo che dovevo continuare a indagare. E la perseveranza veniva premiata legando la vicenda, passo dopo passo, fino ad arrivare in Italia.
Robert Hines, l’uomo che aveva aperto e chiuso la carriera di Rocky Balboa, il 4 novembre 1988 era diventato campione del mondo dei superwelter battendo Matthew Hilton. E aveva conquistato la cintura come solo Rocky avrebbe potuto fare, quello della saga cinematografica, non il Balboa che Hines aveva sconfitto in meno di un minuto.
Robert subiva una ferita all’arcata sopracciliare sinistra nel primo round.
Un brutale knock down nel secondo, con il rischio di finire ko.
Il sangue scendeva in maniera copiosa dal suo naso nella terza ripresa, un altro knock down.
Nel quinto veniva travolto dall’azione del rivale e rischiava più volte di chiuderla lì.
Nella seconda metà del combattimento, la sua riscossa. Hilton, che aveva faticato terribilmente per rientrare nei limiti della categoria fino a dover perdere tre chili nelle ultime 24 ore, calava alla distanza. Hines vinceva ai punti e diventava titolare della cintura IBF dei medi jr.
Cosa c’entra l’Italia?
Tre mesi dopo Robert Hines perdeva nettamente ai punti contro Darrin Van Horn, il ragazzo d’oro del pugilato statunitense. Il giovanotto restava campione per cinque mesi, poi affrontava un umbro ormai vicino ai 32 anni, uno che in molti pensavano fosse agli ultimi giorni di carriera. E invece Gianfranco Rosi, ad Atlantic City il 15 luglio 1989 metteva due volte al tappeto il campione e lo dominava ai punti.
Fine della nostra storia, per ora.
E Rocky Balboa? Chiedetelo a Sylvester Stallone…

Iron Mike tra una serie Tv con Jamie Foxx e una sceneggiata con Holyfield…

Mike Tyson è tornato al centro del villaggio.
Il 25 novembre si è esibito contro Roy Jones jr. Ho letto che quel momento ha fatto del bene alla boxe, che l’intera pantomima è stata messa su per fare beneficenza. Ho avanzato dei dubbi su entrambi i fronti e, come oramai è la norma sui social, sono stato insultato senza che a supporto sia stata portata alcuna prova.
Adesso sul rientro di Iron Mike parlano avvocati, società, manager e lo stesso protagonista.
Il 29 maggio sembrava dovesse andare in scena il terzo Holyfield vs Tyson, all’Hard Rock Stadium di Miami. Quell’evento non dovrebbe svolgersi.
Il clan di Holyfield, nella persona del suo attuale manager Kris Lawrence, ha detto che Tyson avrebbe rifiutato un’offerta di 25 milioni di dollari.
A quel punto è sceso in campo l’uomo più cattivo dell’Universo che ha scritto alla France Press e pubblicato un post sul suo profilo Instagram.
“Hanno trattato con le persone sbagliate. Io non combatterò mai più per Triller (il management che ha messo in piedi e trasmesso l’esibizione con Roy Jones jr, ndr). Non conosco nessun loro dirigente, non ho firmato alcun contratto, non voglio fare affari con loro. I prossimi impegni saranno gestiti dalla mia organizzazione Legends Only League”.
Il terzo atto di questa commedia l’ha scritto l’avvocato John Flock in rappresentanza di Triller. Il legale ha mandato una lettera a Sunjay Matthes, vice presidente di DAZN. La testimonianza è stata pubblicata da RingTv.com.
In sintesi Triller dice che Tyson ha un accordo firmato con loro per i prossimi tre anni. La società ha il diritto del primo rifiuto su ogni evento con protagonista l’ex campione dei pesi massimi. E nessuno, scrive l’avvocato, ha mai offerto loro la possibilità di mettere in piedi una terza sfida con Holyfield.


C’è ancora qualcuno che pensa che tutto questo sia mosso dal disperato bisogno di fare beneficenza?
Mike Tyson continua a essere al centro della notizia.
Anche a 54 anni compiuti. Un altro signore, che ha più o meno la sua età (nel suo caso sono 53), ha unito il proprio nome a quello del campione.
Jamie Foxx, Oscar per l’interpretazione di Ray Charles, ha annunciato una serie televisiva che avrà come tema centrale la vita di Mike. Da Bronwsville a oggi.
Avrebbe dovuto essere un film, è stato trasformato in un biopic (un documentario che parla della vita di un personaggio reale) per la televisione.


Il regista sarà Antoine Fuqua (Training day, The Equalizer). A capo della produzione Martin Scorsese, l’artista che dopo Taxi driver, New York New York e L’ultimo valzer ha portato sul grande schermo Toro scatenato, l’avventura di Jake LaMotta.
Ben venga la serie televisiva, ma mi risparmierei altri spettacoli sul filone Tyson vs Jones jr. Questo sport ha davvero un così disperato bisogno di eroi?  La risposta me la sono data in quella occasione, non ho cambiato idea.
Se il popolo del pugilato davvero crede che eventi simili possano giovare alla causa, spingere verso una nuova popolarità, allora vuol dire che i confini si sono ristretti fino a soffocarci.
Liberi, ovviamente, di dissentire.

Kirk Douglas, una storia di boxe ha dato il via a una carriera da campione

Kirk Douglas è morto. Aveva 103 anni.
Il personaggio che per primo gli ha regalato una grande popolarità (doppiato in italiano da Emilio Cigoli)  è stato quello di un pugile: Midge Kelly in Champion (“Il grande campione”) per la regia di Mark Robson. Una pellicola girata in un mese, tra novembre e dicembre del 1948, uscita nelle sale il 9 aprile del 1949.
Erano gli anni in cui la boxe americana era, in gran parte, nelle mani di Frankie Carbo.
Nato come Paul Carbo nel Lower East Side di New York il 10 agosto 1904, cresciuto nel Bronx. A 20 anni commetteva il primo delitto, un colpo alla testa di un tassista. Patteggiava la pena e veniva condannato per omicidio preterintenzionale. Nel ’28 entrava a Sing Sing. Tre anni dopo, mentre era in libertà sulla parola, uccideva il miliardario Mickey Duff. Lo arrestavano al Cambridge Hotel sulla Sessantottesima, era a letto con una sedicenne che si faceva chiamare Vivian Lee e dichiarava di essere un’artista.
In realtà il suo nome era Viviana Malifatti e i soldi li faceva con la lap dance. Si contorceva, praticamente nuda, avvinghiata a un palo o sulle gambe dei clienti.

Durante il Protezionismo, Carbo è stato un killer professionista. Poi è diventato un boss e, dalla fine degli anni Trenta, ha inserito il pugilato tra i suoi interessi. Ha comandato la scena per oltre vent’anni. Prendeva il 52% delle borse dei pugili.
È in questo clima che si muove il protagonista di Champion.
Scrive Morando Morandini.
Pugile senza scrupoli, abbandona la moglie per la carriera, il vecchio allenatore per uno sporco affarista, picchia il fratello invalido e vince il suo ultimo incontro. Primo vero successo di Douglas che, con varie sfumature, riesce a delineare un personaggio malvagio, ma vittima delle circostanze.”

Il film, nato sulla base di un racconto di Ring Lardner: scrittore di sport, ha successo. Cinque nomination per l’Oscar, che vince per il montaggio.
Kirk Douglas guadagna la sua prima nomination come attore protagonista.
Produttore associato è Robert Stillman, che con il celebre Lou Stillman della mitica palestra di New York, ha in comune solo il cognome.
Douglas, un Oscar alla carriera e due Goldn Globe, è stato un grande.
Una storia di boxe ha dato il via a una carriera da campione.

 

Trump si vede come Rocky, spunta subito la versione Butterbean

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, in doppia versione.
In quella a destra, da lui postata sul suo account Twitter, è Rocky Balboa, una versione da Photoshop partendo dalla copertina del DVD di Rocky III. In passato il presidente aveva cercato di far intraprendere la carriera politica a Sylvester Stallone che aveva ringraziato, ma si era detto non interessato. Ora si ripropone nella versione patinata dell’eroe del ring creato dall’attore/regista.
Nessun commento accanto alla foto.
Qualche ora prima, a un comizio in Florida, Trump aveva raccontato che durante un esame medico, i dottori lo avevano invitato a togliere la camicia e a mostrare lo splendido torace. Secondo la Casa Bianca, ricordano i giornalisti americani, l’ultimo esame clinico del Presidente ha determinato un indice di massa corporea pari a 30,4. Valore che lo qualificherebbe come obeso.

A sinistra Trump è nella versione Butterbean, postata da un altro utente Twitter (Photo Twitter/ Paul van Meer). Eric Esch, detto Butterbean (fagiolino) è stato un peso massimo americano, un personaggio soprannominato il re delle quattro riprese, un pugile che ha messo assieme un record di 77-10-4 (58 ko). Uno showman che per qualche anno ha catturato l’attenzione degli spettatori. Nell’ultimo match aveva fermato la bilancia a 190 chili…

Appuntamenti romani. Un film e un libro per raccontare la boxe, gli uomini

Il grido di dolore per una boxe che fino a qualche anno fa riempiva le giornate di chi ‘amava.
Il racconto del tempo in cui Roma sapeva affascinare e conquistare.

“Boxe Capitale” di Roberto Palma, presentato in anteprima al Rome Indipendent Film Festival, è anche questo.

Giovedì 20 settembre ci sarà la prima in una sala pubblica, al Nuovo Cinema Aquila (via L’Aquila 66-74, Roma) dalle 21:30.

Sul grande schermo sfilano gli uomini che hanno popolato un’epoca in cui i pugili erano ancora eroi.

Sono rimasto affascinato da quel clima di guasconeria, semplicità e voglia di arrivare che si respira con grande naturalezza nel documentario. Le palestre di Roma, Audace e Team Boxe Roma XI soprattutto ma anche le altre, sono lo scenario sui recitano pugili, maestri, dirigenti e organizzatori. Ognuno con la sua intensa storia da raccontare.

Il regista dosa con grande abilità passione, emozione e drammaticità. Stemperando il tutto con una buona dose di ironia. Da questi ingredienti saggiamente usati esce fuori il ritratto del pugile romano. Un po’ sfrontato, coraggioso, strafottente e poco propenso a seguire le regole. Ma anche forte, determinato, sempre e comunque innamorato di questo strano sport che si chiama pugilato. Una disciplina per cui rubi le ore al sonno, ti sottoponi ad allenamenti massacranti, prendi pugni in faccia, ti ferisci e a fine serata raccogli una paga che non è minimamente all’altezza di quello che hai messo sul piatto della bilancia.

“Boxe Capitale” mi ha ricordato l’istrionismo di Luciano Sordini e Daniele “Bucetto” Petrucci. Guerrieri tosti, mai domi, sempre pronti alla battaglia. Si fanno aiutare da una vena disincantata e dissacrante per narrare il passato e affrontare il presente. Un’esibizione di grande senso comico. Due autentici attori.

Il viaggio attraverso le facce del pugilato romano passa attraverso quella del maestro Eugenio Agnuzzi, uno che non nega a nessuno la battuta o un prezioso consiglio tecnico. Serio quando è necessario esserlo, mai serioso. Sempre pronto alla presa in giro quando serve per abbassare il clima di tensione se ritiene sia salito troppo in alto. Uno che dispensa saggezza pugilistica, senza far pesare il suo ruolo.

Il faccione da antico romano di Cesare Venturini e quello da centurione indomito e coraggioso di Mario Romersi. Eccoli lì a raccontare a raccontarsi. Parlano di una boxe che non c’è più, quella in cui un titolo italiano ti portava in cima al mondo e ti permetteva di vivere degnamente.

Un brusco salto in avanti nel tempo ed ecco Giovanni De Carolis che sottolinea, con quella calma che in pubblico non abbandona mai, come il pugilato oggi si faccia solo per amore. Non certo per crearsi un futuro. E se lo dice lui che è stato l’ultimo italiano campione del mondo…

Mi ha fatto piacere ritrovare un viso che non vedevo da molto tempo, quello di Franco Morasca. Era l’organizzatore dei venerdì al Palazzetto di viale Tiziano. Appuntamento fisso con pugili che non erano fenomeni, ma tenevano con grande dignità il cartellone. Dissacrante come sempre, Morasca non ha risparmiato nessuno. Ha avuto divertenti frecciate per tutti.

Tra i protagonisti del ring è sfilato Domenico Spada: si è presentato in smoking all’anteprima alla Casa del Cinema a Villa Borgese, quando ha tirato le fila del rapporto tra i gitani e la boxe.

Bella la storia di Angelo Artino, pugile che si è laureato con una tesi su boxe e disabilità. E oggi frequenta con piacere la Traiano Boxe Fiumicino del maestro Rondinella, un locale riservato esclusivamente ai disabili con l’intento di inserirli in un progetto più ampio che riesca a regalare loro rispetto delle regole e momenti felici attraverso questo sport.

C’erano anche tre giornalisti sulla scena.

Luigi Panella di Repubblica, Alfredo Bruno direttore di Boxe Ring ed io.

Abbiamo provato a fare da collante alle storie, a raccontare il pugilato capitolino attraverso la nostra chiave di lettura.

E ancora: Renzo Frisardi, Marco Digianfrancesco, Alberto Arcese, Gabriele Venturini, Marcello Stella, Italo Mattioli, Valerio Ranaldi, Silvano Setaro della Quadraro Boxe, Emanuele Blandamura: l’ultimo campione europeo della nostra boxe, Franco Piatti..

Chiedo scusa a tutti quelli che non ho citato. A una certa età la memoria è un bene prezioso. Per chi è riuscito a conservarla.

Ho lasciato per ultimo lo struggente momento in cui ha attraversato lo schermo il ricordo di Carlo Maggi, scomparso due anni fa. Daniele Petrucci non è riuscito ad andare avanti. Si è bloccato, ha stretto le corde del ring e ha pianto. È stato l’ennesimo omaggio a un maestro che oltre al pugilato insegnava anche la vita.

L’appuntamento è per giovedì 20 settembre al Nuovo CInema L’Aquila, via L’Aquila 64-74, ovviamente a Roma.

BOXE CAPITALE (documentario, 71’) regista e sceneggiatore Roberto Palma. Musiche: Matteo Senese. Montaggio: Alessandro Giordani. Anno di produzione: 2017. Fotografia: Giorgio Brancia. Suono in presa diretta: Luigi Scairato. Produttori: Silvia Innocenzi, Tommaso Agnese, Giovanni Saulini. Produzione: Magda Film.

Il 3 ottobre un altro incontro con il pugilato vicino e lontano dal ring.
Alla Biblioteca Hub Culturale Moby Dick (alla Garbatella) alle 17:30 ci sarà la presentazione del libro “Che LOTTA è la VITA” in cui racconto la storia di Emanuele Blandamura.

Tutti lo chiamano Lele.
Combatte dentro e fuori dal ring.
Non c’è giornata in cui non sia chiamato a confrontarsi con i demoni.
A dieci mesi è abbandonato dai genitori.
Comincia qui la storia di un uomo inseguito da incubi e dubbi.
Lo salva nonno Felice, maresciallo dei carabinieri in pensione.
Lo ama e gli insegna ad amare la vita, anche se sa di essersi imbarcato in un’impresa difficile: a 56 anni tirare su un bambino non è cosa da poco.

È un rapporto speciale quello tra il ragazzo ribelle e un signore che ne ha viste tante. Guerra e prigionia comprese.
Crescendo, Lele scopre che deve abbandonare la commiserazione e passare all’azione. È bravo a venirne fuori, lottando e soffrendo. È bravo soprattutto nonno Felice a camminargli accanto. Gli insegna come ritrovare un minimo di serenità, senza imporgli regole o stilare una lista di comandamenti.
Per fargli capire cosa sia la vita sceglie la strada più difficile da praticare, quella dell’esempio silenzioso.
E Lele capisce.
Pagina dopo pagina di “Che LOTTA è la VITA” impariamo a conoscerli meglio, fino a quando i ruoli si invertono. Il bulletto si prende cura del nonno colpito dal male e non più indipendente.
Il tempo passa, Lele scopre lo sport, diventa campione di pugilato, conquista il titolo europeo dei medi. Impresa prestigiosa. Quel giorno a bordo ring ci sono anche i genitori.
Ritrova la mamma dopo 27 anni di silenzio, riallaccia i rapporti con il papà dopo infiniti problemi.
Era un bulletto di periferia, è diventato un campione che vola addirittura in Giappone per vivere il sogno mondiale.
Tutto questo Lele racconta in prima persona nel libro.
Fanno da sfondo al romanzo le strade di una Roma di periferia, tra palestre che sembrano grotte e strade violente che offrono poco alla speranza.

CHE LOTTA È LA VITA è la storia del Sioux del Ring. Prima bulletto poi campione, salvato da un nonno eroe. Edizioni Slam, Absolutely Free Editore. Mercoledì 3 ottobre alle ore 17:30 Biblioteca Hub Culturale Moby Dick (via Edgardo Ferrati 3A, alla Garbatella, a cinquanta metri dal Teatro Palladium). Relatore il giornalista radiofonico Federico Zamboni. L’attore Giuseppe Ippoliti leggerà alcune pagine del libro. Ingresso libero.

 

 

Adriano attore, in un cammeo ironizza sui peccati del tennis moderno. Fantastico.

Faccio quotidianamente un giro su Twitter. Non cerco slogan o indiscrezioni, inseguo un piccolo aiuto. A volte lo trovo. Stavolta me lo ha dato un tweet di Rosario Fiorello che ha postato una clip da “La profezia dell’Armadillo“, un film di Emanuele Scaringi, sceneggiatura del gruppo di Zerocalcare, Valerio Mastrandrea, Oscar Giloti e Pietro Martinelli. Tra gli interpreti Simone Liberati, Pietro Castellitto, Laura Morante, Valerio Aprea, Claudia Pandolfi.
E poi c’è un cammeo di Adriano Panatta. È quello che ha fatto scattare la scintilla.
Adriano è un romano disincantato. Smorza gli entusiasmi con una risata, ridimensiona le situazioni con una battuta. Nel film interpreta se stesso, nel senso più completo della parola. È lui, sia nella figura che in quello che dice.
Ho visto la clip e ne sono rimasto conquistato. Eccezionale.
E allora mi sono ricordato di una chiacchierata che abbiamo fatto qualche tempo fa.
Le sue parole sul trailer ne rappresentano il riassunto perfetto.

Adriano Panatta, cosa non ti piace del tennis di oggi?

“Non amo i picchiatori. A parte Federer e Nadal giocano tutti uguale. La differenza la fanno quattro pallate a tutto braccio, a volte un po’ casuali. Prima dietro un punto c’era un’idea, un’invenzione, fantasia.”

Quale è stato il momento in cui tutto è cambiato?

“Quando è cambiato l’attrezzo. Le nuove racchette ti permettono di scegliere soluzioni tecniche che con quelle di legno non potevi neppure immaginare.”

Sì, ma non è che basta una racchetta di oggi per tirare botte tremende.

“Con queste tireresti forte anche tu.”

Nella tua epoca c’erano più variazioni tattiche?

“Giocavamo su ritmi più lenti, potevamo prenderci il lusso di pensare. Oggi tirano forte, è più facile.”

Federer è l’eccezione?

“Non ho mai visto uno giocare così bene, Laver compreso. Gli ho visto fare cose che pensavo fossero impossibili per un essere umano. Ha una forza di polso spaventosa. In molti, anche quelli che vincono tanto, non giocano bene a tennis. E’ un fenomeno che è sempre esistito, Borg compreso.”

Cosa ti piace di Federer?

«Sa giocare a tennis. Non vorrei essere frainteso: sono pochi quelli capaci di esprimere un tennis di simile talento. Dico Lendl e Sampras tra tutti quelli che ho visto.»

Come si manifesta sul campo il talento dello svizzero?

«Dal modo in cui colpisce la palla, dal cambio di ritmo, dalle soluzioni tecniche e tattiche che decide di adottare. Colpisce la pallina con violenza, ma lo fa sempre nella maniera giusta. In un modo classico, ma nello stesso tempo moderno. Si è parlato a sproposito della scuola svedese, di quella spagnola. Federer è svizzero, viene dunque da una nazione che non ha una tradizione alle spalle. Lui gioca divinamente, come si deve fare: la palla davanti al corpo, non dietro come avviene spesso oggi. Gioca in lift, in back. Sa come e dove tirare da ogni parte del campo. E’ un grande campione

Altri riferimenti per spiegare meglio quali sono quelli che a tuo giudizio sanno ”giocare a tennis”?

«Dico Laver, Sampras, ma anche Agassi. Insomma è questo il modo di conquistare la gente. Io, tranne nelle occasioni in cui lo faccio per lavoro, mi siedo davanti alla televisione solo se c’è Federer in campo. Ho ancora negli occhi la partita contro Hewitt agli US Open del 2004. Non ho mai visto giocare così, è quasi impossibile farlo.»

Il colpo migliore?

«Fa bene tutto. Certo, il rovescio è straordinario. Ma vogliamo parlare del diritto? Ha una forza di polso eccezionale, riesce a dare angolazioni inaspettate anche in avanzamento. E’ uno spettacolo in assoluto. E’ bello da vedere.»

Cosa avrebbe fatto contro i miti del passato?

«Credo che avrebbe potuto essere il numero 1 in ogni epoca

Anche giocando con la racchetta di legno?

«Lì sarebbe stato un mostro imbattibile

La capacità di vincere partite in cui è sotto pressione, l’abilità con cui risolve situazioni difficili, fanno pensare ad un uomo di grande personalità.

«Ha sicurezza. Gli viene dalla consapevolezza di poter risolvere in qualsiasi momento la partita

Per lungo ha avuto un solo neo: per essere perfetto gli mancava una vittoria al Roland Garros. Poi ce l’ha fatta. Ti ha sorpreso?

«Per niente. Ha l’attitudine alla terra rossa. Più di altri campioni che lì hanno fallito, come Becker o McEnroe. E poi, era ora che qualcuno che sapesse giocare a tennis vincesse a Parigi. Erano tanti anni che non accadeva

Quale è il campione del passato che ti ricorda?

«Lew Hoad, per il modo in cui colpisce la palla. Per il resto, è unico

Tra quelli che hanno giocato nella sua era, se dovessi fare un nome, chi avresti indicato come rivale in grado di creargli grossi problemi in ogni partita anche nel periodo d’oro?

«Marat Safin, se solo avesse cambiato la testa.»

Un miracolo che sarebbe stato possibile?

«Credo proprio di no

Immagine

Perché oggi giocano quasi tutti allo stesso modo?

“Da quando il mercato del tennis internazionale si è allargato, si gioca in continuazione. Fa poca differenza arrivare in forma o meno nei tornei più importanti. Lo scopo è guadagnare tanto e fare più punti possibili. Questo ha cambiato il gioco, ma anche il carattere dei giocatori. Li ha resi più chiusi, più introversi.”

Il modo di giocare così simile in tanti tennisti moderni dipende solo dalle racchette?

“I maestri non insegnano tutto ai bambini, insistono solo sulla specializzazione di quei colpi che potrebbero essere determinanti nella carriera professionistica. Così il ragazzo a un certo punto non cresce più e scopre che gli manca qualcosa. Sono bravi di dritto e rovescio. Tirano in allenamento quello che noi tiravamo per fare un passante vincente in partita. Ma se devono ammorbidire una palla, cappottano.”

Adriano Panatta in carriera ha vinto dieci tornei. Nel 1976 ha messo assieme Internazionali d’Italia, Roland Garros e Coppa Davis (con Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli; capitano Pietrangeli). E’ stato numero 4 del mondo. Giocatore d’attacco sapeva rubare il tempo all’avversario. Ottimo servizio, eccezionali riflessi a rete dove le sue doti acrobatiche gli permettevano colpi di grande spettacolarità e di assoluta efficacia. Sapeva mascherare bene la palla corta e aveva grande senso della posizione. 

 

 

Tarver (cinquant’anni a novembre) il 10 giugno torna sul ring…

Antonio Tarver compirà cinquant’anni il prossimo 21 novembre.
E ancora combatte.
Il 10 giugno a Lancaster (California) affronterà Travis Kauffman (32 anni, 31-2-0, 23 ko, padre single di tre figli) che negli ultimi due match ha incontrato Amir Manson (45 anni) e Josh Garmley (42).
Tarver (31-6-1, 22 ko) ha avuto tempi buoni.
È stato medaglia di bronzo all’Olimpiade di Atlanta 1996, l’anno prima aveva vinto l’oro ai Mondiali dilettanti battendo Gojovic, Aurino (match pari, decisione per numero dei colpi totali andati a segno), Jirov e Vega.
Da professionista è stato campione del mondo dei mediomassimi (in occasioni diverse) per Wbc, Wba e Ibf. Ha affrontato tre volte Roy Jones jr, chiudendo con due vittorie e una sconfitta.

Tarver ha avuto momenti bui.
Ha conosciuto la droga da ragazzo. È stato trovato positivo al controllo antidoping in due occasioni. E stato arrestato per avere emesso un assegno a vuoto nel 2014. Ha accumulato debiti per un milione di dollari.


Lo chiamano ancora Magic Man. Ma oggi si fa fatica a trovare un collegamento tra quel soprannome e il suo status.
Nel’ultimo decennio ha boxato da mediomassimo, massimo leggero e peso massimo. Andando e tornando da una categoria all’altra.
Il suo ultimi combattimento è datato 14 agosto 2015, negli ultimi tredici anni ha sostenuto solo tredici match.


Ha guadagnato anche lontano dal ring. Nel 2006 ha interpretato il ruolo di Mason Dix nel film Rocky Balboa di Sylvester Stallone (era il rivale giovane di Rocky) e ne è uscito con un buon assegno, coperto.
A quasi cinquant’anni continua a combattere.
FoxSports 1 riprenderà la sfida con Travis Kauffman che i tifosi chiamano My Time.
Di certo questo non sembra proprio essere il momento di Antonio Tarver.

Rocky all’angolo del figlio di Apollo contro Drago jr. Poster e video di Creed II

Abbiamo il titolo del film, la data di uscita e il nome del terzo protagonista.
Eppure resta un mistero da risolvere.
Il 21 novembre uscirà nei cinema degli Stati Uniti il fillm Creed II di Sylvester Stallone, regia di Steven Caple jr. È una storia che poggia su una pellicola di 33 anni, Rocky IV: quella in cui Ivan Drago uccide in un match di esibizione Apollo Creed.
Stavolta saranno i figli di Drago e Creed a ritrovarsi sul ring in una sorta di rivincita piena di sentimenti forti.
Adonis Johnson, cioè il figlio di Creed sarà (come nel primo film dello spin off di Rocky) l’attore Michael B. Jordan. Al suo angolo ci sarà Rocky Balboa (Sylvester Stallone). Ci sarà anche Ivan Drago (interpretato ovviamente da Dolph Lundgreen). Il ruolo del figlio, Vitor Drago, sarà di Florian Munteanu.

E il mistero è proprio attorno a questo giovanottone di 27 anni, nato in Germania da genitori rumeni. Alto 194 centimetri, per un peso di 111 chili, è stato presentato nel lancio del film come un peso massimo professionista.
Di lui però non si trova traccia di record sul sito specializzato boxrec.com. Nè in altri siti simili. Forse avrà fatto qualche match da dilettante, ma non credo che questo sia un problema.
Ieri Sylvester Stallone ha pubblicato sul suo profilo Instagram la foto del poster provvisorio del film. Interessante. Chi sia veramente Florian Munteanu lo scopriremo in seguito.

Un nuovo film con Mike Tyson e JC Van Damme (video)

È in uscita un nuovo film con Mike Tyson. Nel cast Alain Moussi, Christopher Lambert, Hafþór Júlíus Björnsson di Game of Thrones e Jean-Claude Van Damme.
Il titolo: Kickboxer, Retaliation (Kickboxer, la rappresaglia).
La trama: Un anno dopo avere vendicato il fratello assassinato, il campione di MMA Kurt Sloane (Alain Moussi) si ritrova in Thailandia, rapito e imprigionato da un potente gangster (Christopher Lambert). La sua unica possibilità di riconquistare la libertà è quella di vincere una sfida mortale contro un assassino da 400 libbre (oltre 180 chili…) potenziato con droghe sofisticate (Hafþór Júlíus Björnsson). Per sopravvivere, Sloane si sottopone a un allenamento più duro di quanto abbia mai sopportato in precedenza, con l’aiuto del leggendario maestro Durand (Jean-Claude Van Damme) e del compagno di prigione Briggs (Mike Tyson).
La programmazione: il 26 di questo mese digital download. Dal 5 marzo in Blue-ray e DVD.

Anthony Hopkins sarà Cus D’Amato in un film in uscita nel 2018

“L’eroe e il vigliacco provano entrambi la stessa cosa,
ma l’eroe usa la sua paura, la proietta sull’avversario,
mentre il vigliacco scappa. È la stessa cosa, paura,
ma è ciò che fai con essa quello che conta.”

Cus D’Amato (1908-1985)

 

Le riprese cominceranno il prossimo anno.
Sarà un film sulla vita di Cus D’Amato, il leggendario trainer che ha guidato Josè Torres, Floyd Patterson e Mike Tyson.


Cornerman, il titolo.
Anthony Hopkins, il protagonista nella parte di coach D’Amato.
I produttori stanno cercando, tramite la 2017 Casting Calls, due attori per i ruoli di Tyson giovane è più anziano.

Nel  bando per l’audizione è precisato che sono a caccia di un afro-americano, alto 1,76 o più.