I morti (per finta) su Twitter e Facebook

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UNA MORIA di personaggi famosi. Cadono attori, cantanti, sportivi, stilisti. Cosa sta accadendo nel mondo?

Ieri, verso le 11, è morto Christian De Sica.

Il 29 aprile 2013 era morto Dan Brown, lo annunciava Umberto Eco, in un incidente d’auto a Newark.

Lino Banfi è morto nella notte tra il 18 e il 19 gennaio 2010.

Owen Wilson dieci giorni dopo, in un incidente mentre sciava in Svizzera.

A settembre è morto Valentino Rossi, ad agosto Gerry Scotti.

Sylvester Stallone se ne è andato il 20 giugno, travolto sulla sua Lamborghini da un semirimorchio guidata da un ubriaco.

Giorgio Armani è morto almeno tre volte, l’ultima il 3 marzo scorso. L’annuncio era del ministro Per Carlo Padoan.

Pippo Baudo ci ha lasciati il 6 maggio del 2013. Ma ha fatto resistenza.

È assurdo, non sono morto. Che devo dire? Sono vivo, meglio che muoia altra gente.”

Christian De Sica ha accolto l’annuncio funebre da par suo.

Hug Hefner, l’editore di Playboy, è morto nel luglio del 2011.

Sono felice di sentire quante persone siano felici di sapere che non sono morto. Lo sono anch’io.”

Russel Crowe era stato altrettanto ironico.

Caduto in montagna in Austria, resto impossibilitato a rispondere ai tweet. Io stesso non so ancora come sono arrivato lì, ma i media hanno sempre ragione.”

Deceduto anche Jon Bon Jovi il 19 dicembre del 2011.

In Paradiso sembra di essere nel New Jersey.”

Twitter e Facebook sono i vettori delle morti annunciate e (fortunatamente) mai accadute. Autentiche, colossali bufale. Ma non sono degli scherzi innocenti, non nascono dalla voglia di scatenare il (macabro) burlone che si nasconde in ognuno di noi.

Le balle spaziali sono sparate per raccogliere “mi piace” (e sì, perché gli sciagurati frequentatori di questi spazi virtuali dicono mi piace anche davanti a un morto), per creare “traffico” e incamerare soldi ad ogni clic per accordi presi con qualche gestore di pubblicità.

È l’ennesima depravazione nata dall’uso distorto dei social network.

In questo caso non creati per stare assieme, ma per separarci da chi può regalare qualche modesto o ingente contributo grazie a quelle notizie che gli americani chiamano “fake”. False.

La deriva senza salvezza è il nostro futuro in un mondo che si divide in chi inganna e chi si fa ingannare senza neppure difendersi.

A proposito, io mi sento benissimo.

 

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Van Basten e quel gol bello come un arcobaleno

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ERA di sabato, come il giorno in cui è nato.

Marco Van Basten aveva già realizzato il gol che aveva portato l’Olanda in finale. Nella partita che assegnava il titolo europeo aveva già al suo attivo l’assist per l’1-0 di Ruud Gullit. Ma l’appuntamento con la storia non era ancora arrivato.

Si giocava all’Olympiastadion di Monaco di Baviera.

Le due Germanie erano ancora separate e l’avversario si chiamava ancor Urss.

Il mondo aveva però cominciato a conoscere due parole: glasnost (apertura) e perestroika (ristrutturazione). Michail Gorbachev era l’uomo nuovo che stava lentamente, e faticosamente, cercando di dare un nuovo volto al comunismo.

Era il 25 giugno del 1988.

Tre olandesi del Milan avevano condotto fino all’ultimo passo la squadra di Marinus Jacobus Hendricus Michels, un nome troppo complicato che era stato inevitabilmente accorciato nel più pratico Rinus. Era il nome del papà di quel nuovo calcio che era stato subito ribattezzato “totale”. Un modo “socialista” di concepire il pallone, uno schema in cui tutti dovevano sentirsi a proprio agio in ogni parte del campo, ogni uomo doveva dividere responsabilità e risultati con gli altri. Era il collettivo a generare il successo.

Velocità, possesso palla, capacità tecniche. Tutti ne possedevano in abbondanza, ma ce n’era uno che ne aveva più degli altri.

Van Basten è sempre stato un genio del pallone, ma non l’ho mai visto come un istrionico solista. Era una rarità, un centravanti capace di realizzare gol a raffica, ma nello stesso tempo di giocare per la squadra.

Da calciatore è stato una perla preziosa.

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Alto, sfiorava l’1.90 mancato solo per due centimetri, aveva un controllo di palla a terra proprio soprattutto dei brevilinei. Tirava forte e preciso sia di destro che di sinistro, i suoi colpi di testa erano un’arma devastante. Calciava al volo come quasi nessuno aveva saputo fare prima e nessuno ha saputo fare dopo. E di questo ne avremo un esempio esaltante nel corso di questa storia.

Era il 54’ di gioco. Olexander Zavarov sbagliava un controllo nella metà campo olandese, Adrian van Tiggellen rubava la palla e la portava in linea verticale verso la porta sovietica. Poi, passava ad Arnold Muhren che crossava da sinistra. Un lancio di interno piede che tagliava tutto il campo e volava verso Van Basten.

Marco faceva sette passi da quando era partito il pallone, era sull’ideale prolungamento dell’area piccola, molto defilato rispetto alla porta, dalla parte destra del campo. Pensavo che avrebbe crossato sperando in una deviazione fortunata dei compagni. Credo lo pensassero tutti.

Ma il genio, come diceva in “Amici miei” Rambaldo Melandri (Gastone Moschin), “È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.

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Con una coordinazione eccezionale, una scelta di tempo da autentico fuoriclasse e la sfrontatezza di chi sa di poter chiedere tutto al proprio talento, Van Basten calciava al volo verso la porta.

Il pallone disegnava un magico arcobaleno che scavalcava il portiere Dasaev, piazzato giustamente sul primo palo, e finiva la sua corsa all’incrocio dalla parte opposta.

Gol, Marco Van Basten aveva appeno scritto una pagina esaltante nella storia del calcio.

Dicono che sia il secondo gol più bello di sempre. Dopo, ovviamente, quello di Maradona contro l’Inghilterra ai Mondiali dell’86.

In quelle due reti c’è comunque l’essenza dei due campioni.

Diego era stato esagerato anche nel momento della gloria.

Ho ancora negli occhi l’infinita corsa palla al piede verso la porta di Shilton. Cinque giocatori saltati con movenze da ballerino, talento d’artista e capacità di incantare come solo i grandi uomini di spettacolo sanno fare. Anche i difensori inglesi sembravano esserne affascinati. A qualcuno di loro sarà sembrato un fantasma, un folletto imprendibile. Andavano per randellarlo e si trovavano a colpire l’aria. Il gol più bello nella storia dei Mondiali.

Marco aveva realizzato quell’opera meravigliosa con la semplicità del fuoriclasse. Niente dribbling, né corse ubriacanti verso il gol. Ma una tecnica perfetta, la purezza del talento assoluto, la perfezione nell’essenzialità del gesto propria solo dei geni. Appunto.

Dopo quel gol avevo visto Rinus Michels coprirsi il volto con la mano destra, non so se fosse una manifestazione di stupore per quello a cui aveva appena assistito o se volesse semplicemente scacciare la commozione.

A me, in quel momento, Marco aveva ricordato non un calciatore, ma un pugile. Forse per deformazione professionale. Il destro con cui Muhammad Ali aveva messo giù George Foreman a Kinshasa, quaranta anni fa, era stato altrettanto bello nella sua linearità. Aveva chiuso quella sfida con un pugno che veniva direttamente dal cielo. Poi non aveva voluto rovinare l’immagine perfetta del gigante che crollava al tappeto. Non aveva più colpito, non ce ne era stato bisogno.

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Ecco, Maradona ed Ali. È accanto a questi fenomeni che va posto Marco Van Basten, uno che ha segnato 280 gol in carriera nei club e 24 in Nazionale. Uno che ha vinto un campionato con l’Ajax, tre scudetti e due Coppe dei Campioni con il Milan. Un Europeo con la Nazionale. Ha alzato tre volte il Pallone d’Oro e una il riconoscimento Fifa come miglior giocatore del mondo.

Il 1988 era l’anno in cui il Milan di Sacchi cominciava a dominare il pianeta calcio, ricordi struggenti per un tifoso, con le magie del trio Rjkaard-Gullit-Van Basten. Tre grandi, ma lui era il più bravo di tutti.

Oggi Marco Van Basten compie cinquant’anni. Non posso non fargli gli auguri ed esprimergli la mia riconoscenza di tifoso per tutto quello di bello che mi ha regalato su un campo di calcio.

Auguri e grazie, campione.

Perin, portiere acrobata che sembra un fumetto

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GUARDO Matteo Perin e mi viene in mente Ed Warner, il portiere acrobata della serie manga “Holly e Benji”. I capelli sono lunghi e fini, scendono giù come un salice piangente. Matteo è forte, gioca su alti livelli quasi tutte le partite. Ma quando gli capita la giornata buona come è accaduto contro la Lazio, la Fiorentina o mercoledì sera con la Juventus, assume il ruolo di guerriero invincibile. Difende la porta come i cavalieri difendevano il castello, appare imbattibile.

Lo vedo e mi viene voglia di saperne di più su di lui.

Raccolgo una serie di informazioni, le metto assieme. Ne nasce una storia che sembra scritta da uno sceneggiatore fantasioso..

Quando era un giovane portiere Matteo è stato in prova per una settimana alla Fiorentina. Ed è stato scartato. Era bassino e, così pensavano i dirigenti viola, tale sarebbe rimasto. Un metro e sessantacinque, pochino per un portiere. Peccato che la crescita non si sia fermata e oggi Perin tocchi 1.88 di altezza.

Più lungimirante Nicola Melani, allenatore dei portieri alla Pistoiese. L’ha visto giocare a Latina ed ha subito deciso che sarebbe diventato un protagonista assoluto del nostro calcio.

In un recente passato è stato trattato da Milan e Juventus, oggi è richiesto dal Liverpool. Il suo procuratore, Matteo Roggi, dice che il ragazzo vale 20 milioni di euro.

Ne ha fatta di strada dal suo esordio in serie A, roba di tre anni fa. Era maggio del 2011 e il Genoa superava il Cesena per 3-2 con lui in porta nel finale di partita.

La prima volta che è stato convocato in Nazionale si è presentato ai cancelli di Coverciano accompagnato dal padre. Non volevano farlo entrare.

-Scusa ragazzo, qui non si puà passare

Sono Perin, sono stato chiamato da Prandelli.

-Sicuro?

Guardi nella lista.”

-Hai ragione, accomodati

Soccer: Serie A; Cagliari - Genoa

Con il papà ha un rapporto intenso, ma questo non gli impedisce di fargli scherzi tali da lasciarlo immobile sulla sedia. Come quella volta che si è presentato in casa, ha chiamato il genitore e gli ha fatto una confessione da rivoluzionare la vita.

Papà, ho messo incinta una ragazza.”

-Cosa? Come? Chi?

Era dicembre, faceva un gran freddo, ma il babbo aveva cominciato a sudare forte.

-Ma sei matto? Sei un ragazzo, perché mi fai questo?

Papà, ho sbagliato e ora devo riparare.”

Quando alla fine gli ha detto che era uno scherzo, il padre ha pianto dalla gioia.

Matteo compirà 22 anni il 10 novembre. Il futuro sembra proprio essere suo.

A Genova lo allena Gianluca Spinelli, un innovatore nel suo ruolo, uno che lavora con il presidente Preziosi da dodici anni e che da poco è arrivato anche in Nazionale. Con Perin ha portato avanta una sorta di sperimentazione. È stato uno dei primi a lavorare con la macchina sparapalloni: un camioncino con le rotelle che lancia palle con differenti velocità e angolazioni. E poi ha portato sui campi di calcio l’allenamento con le palline da tennis, lui le tira con la racchetta e il portiere di turno deve pararle. A Perin ha fatto anche irrobustire le gambe preparandolo con esercizi che simulano il terzo tempo nel basket.

Il lavoro paga.”

È la frase chiave che ha fatto di Matteo Perin uno dei migliori portieri d’Italia, nel suo ruolo rappresenta il futuro.

Gioca a calcio, ma ama il tennis. Ha letto “Open”, la biografia di Andrea Agassi, ma il suo tennista di riferimento è Roger Federer. Ora sta leggendo “Il gioco interiore nel tennis” di Timothy Gallwey.
È il sottotilo che lo ha affascinato.
Come usare la mente per raggiungere l’eccellenza.”
La concentrazione, la capacità di tenerla alta per l’intera durata della partita. E sì, perché per Matteo il tennista e il portiere hanno una cosa che li accomuna. In campo sono soli.
Ma almeno il tennista ha la possibilità di sfogarsi colpendo con la racchetta la pallina…
Lui quando vuole sfogari gioca con Taz, il bovaro del bernese, il suo amico cagnone.
Ora so qualcosa di più su Matteo Perin. Ragazzo di Latina che a Genova ha trovato la felicità. Facile oggi puntare su di lui, Nicola Melani l’ha fatto quando il giovanotto aveva solo 14 anni e gli altri dicevano che non sarebbe mai arrivato. Anche questa è classe.

P.S. Ringrazio Secolo XIX, Gazzetta dello Sport, Mail Online, Rai-Tv 2 per il contributo d’archivio. Alcune delle informazioni riportate in questa storia sono riprese da servizi apparsi sui due giornali, sul web o in Tv.

 

Il misterioso caso di Paul Kitterman

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PAUL KITTERMAN è un 53enne di Kremmling, un paesone di 1.500 abitanti che si adagia sulle sponde del fiume Colorado. Giovedì 23 ottobre era andato al Mile High Stadium per vedere la partita dei Denver Broncos. Due ore di macchina, ma ne valeva la pena. Era la prima volta che Paul, che lavora come operaio edile, assisteva dal vivo a una gara della National Football League.

Con lui il figliastro Jarod Tonneson di 20 anni e una coppia di amici: Tia Bakke, 25 anni, che aveva trovato i biglietti, e il suo fidanzato Jay Yust di 30 (nella foto, da sinistra: Jay, Paul, Tia, Jarod).

Alla fine dei primi due quarti si erano dati appuntamento davanti al bar per bere qualcosa e scambiare due chiacchiere. Poi si erano salutati per rivedersi a fine partita. Jarod aveva lasciato il patrigno per andare un attimo in bagno.

Quando era tornato Paul Kitterman era scomparso.

L’avevano cercato fino all’1 di notte. Di lui nessuna traccia, se non la testimonianza di un addetto alla sorveglianza che giurava di aver parlato con quell’uomo alla fine del terzo quarto.

La famiglia faceva appelli alla radio, apriva immediatamente una pagina su Facebook: “Aiutateci a trovare Paul Kitterman”. La polizia cominciava a indagare con grande scrupolosità.

Il 25 veniva ritrovato un cadavere nei pressi dello stadio.

Panico, tentativo di riconoscimento. Non era lui, la tragedia si trasferiva in un’altra casa.

Fino a martedì 28 nessuna notizia di Kitterman.

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Temiamo il peggio, non è da Paul sparire in quel modo” dicevano i familiari.

Nulla di nuovo fino al tardo pomeriggio quando una coppia di amici chiamava il 911 per dire che loro avevano dato un passaggio a quell’uomo. L’avevano prelevato davanti agli uffici dell’Esercito della Salvezza e l’avevano portato in albergo al Roadway Inn. La cosa che creava qualche dubbio era che l’hotel si trovava a Pueblo, a 103 miglia o meglio 166 chilometri dallo stadio di Denver.

Due agenti si recavano sul posto. Il portiere dell’albergo diceva di aver parlato con quell’uomo, ma che al momento non sapeva dove fosse.

Un’altra chiamata al 911, stavolta da Benfatti Forniture, un negozio di mobili che appartiene alla famiglia Benfatti da oltre mezzo secolo. Anche loro l’avevano visto. Nuova corsa dei poliziotti, nuovo viaggio a vuoto. Frank non era lì.

Ma era bastata una piccola ricognizione in zona per trovarlo davanti al locale Kmart. Illeso, in ottime condizioni di salute e in grado di rispondere con logica a ogni domanda. Tranne due.

-Signor Kitterman, perché è andato via dallo stadio?

“Ne avevo abbastanza, questi giocatori della NFL continuavano a lanciarsi una cotenna di maiale e io mi ero stancato.”

-Cosa ha fatto?

“Sono uscito per una passeggiata, cercavo un bel posto caldo dove riflettere.”

-Come è arrivato fino a Pueblo?

Muto.

-Con quali soldi ha vissuto in questi cinque giorni?

Muto.

Due quesiti senza risposte.

La polizia continua ad indagare.

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I familiari hanno ripetuto più volte che il loro parente non è amante della tecnologia, non ha un telefonino, non possiede carte di credito. E viaggiava con soli 50 dollari in tasca.

Come è arrivato fino a Pueblo?

Cosa è accaduto a Frank Kitterman e perché?

La famiglia ha anche tenuto a sottolineare che l’uomo non soffre di nessuna malattia, né fisica né mentale, che non è solito bere e non fa assolutamente uso di droghe.

Il caso è ancora aperto.

Maratoneti sbagliano strada ed elemosinano soldi per tornare allo stadio

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MARATONETI persi nel nulla si trasformano in questuanti in cerca di sodi per comprare un biglietto della metro e tornare dove avevano lasciato ogni cosa, nel Kanteerava Stadium punto di partenza e di arrivo della gara. Il tutto nel traffico più scatenato, ingorghi e smog senza risparmio.

Accade a Bangalore, in quella che chiamano la Silicon Valley dell’India. È una domenica di ottobre, al via si presentano in ottomila. Starter d’eccezione il mitico Haile Gebrselassie.

Il nastro di partenza fatica a tenere a bada i concorrenti. Davanti ci sono i migliori, ma anche un gruppo di guardie della sicurezza. Omoni che sembra non abbiano alcuna intenzione di farsi da parte per lasciare partire la corsa. Gebrselassie lascia cadere il nastro e dà il via al primo incidente. Qualche corridore inciampa, qualche altro va a finire sopra le guardie cadute a terra, tutti rischiano di finire travolti dall’onda dei maratoneti che non vedono e cercano solo la posizione migliore per prendere il passo gara.

Ci sono sei auto della polizia lungo il tracciato che è delimitato da alcune strisce di plastica e qualche sbarra di legno con cui si dovrebbero tenere a bada gli automobilisti. Gli abitanti di Bangalore sono nove milioni e parte di loro non è disposta a rimanere in fila anche di domenica mattina solo perché c’è una maratona in città. Così perdono la pazienza più velocemente di quanto non corrano i maratoneti e invadono il percorso.

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Benvenuti nel caos.

Si corre in mezzo a ogni tipo di mezzo. Pubblico e privato. Autobus, macchine, moto, camion, bicliclette. E non ce ne è uno che non urli, non lanci improperi verso quei tipi in maglietta e pantaloncini che disturbano la loro pace domenicale.

Ma i runners non si arrendono e vanno avanti.

I primi Twitter partono, i giornali si allertano.

Wall Street Journal India e Times of India sono i più attenti.

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A guidare la corsa è un’auto. Per essere più preciso, dovrei dire un pullmino. Quello dei giornalisti. Ma io dico, come si fa a fidarsi dei giornalisti? E infatti quelli, arrivati al chilometro 15 sbagliano direzione e si lanciano verso il nulla, seguiti da una decina di corridori impegnati nella mezza maratona. Dopo quattro chilometri si accorgono di avere sbagliato. Ormai è troppo tardi per rientrare in gara.

Una donna, si sa hanno un sesto senso che a noi manca, devia prima di finire imbottigliata dietro quella macchina-guida che non ha fatto la conversione a U quando avrebbe dovuto. Ma anche le donne sbagliano. Lei lo capisce dopo aver corso a vuoto per cinque chilometri, recuperata da un’auto dell’organizzaaione viene riportata sul tracciato originale.

I nostri maratoneti intanto, dopo avere rinunciato alla gara, stanno cercando di capire come recuperare la retta via. Chiedere informazioni sembra impresa inutile, oltre che faticosa. La lingua con cui comunicare non è la stessa per tutti. E allora decidono di trasformarsi in questuanti. Mendicano 30 rupie, 50 centesimi di euro, per comprare il biglietto della metropolitana che ha una fermata (fortunatamente) vicino al traguardo.

Alla fine tutto si sistema. I fortunati che hanno seguito la macchina giusta portano a termine la gara, i dieci persi nel nulla trovano i soldi per il biglietto e in metro recuperano le proprie cose, la donna riesce miracolsamente a chiudere la prova, gli automobilisti/motociclisti/ciclisti/camionisti scorazzano strombazzando sulle strade tornate finalmente libere.

A fine giornata resta senza risposta una sola domanda.

Ma lo sport è davvero salute?

 

Prende a calci la pubblicità, perde i 45.000$ del premio!

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ZHANG JIKE è un idolo dello sport in Cina. Ha vinto due campionati del mondo, il Grand Slam e l’oro olimpico a Londra 2012.

Suo padre voleva diventasse un calciatore. Lo ha chiamato così in onore di Zico, stella brasiliana. Ma sul campo il ragazzino non prendeva mai la palla. Era chiaro che avrebbe dovuto provare un altro sport.

Eppure Zhang Zhuaming, il babbo, le aveva tentate tutte.

Duri allenamenti, tanto per cominciare. Lui in moto e il figliolo dietro a correre a piedi fin quando non arrivava a casa stremato. Doppi sedute di preparazione giornaliere, esercizi con il pallone. Niente.

A 12 anni il ragazzo non ce la faceva più. E finalmente convinceva il padre che a lui piaceva un altro sport. Da quel momento, e per lungo tempo, sembrava che i due si odiassero.

Zhang Jike è un campione di tennistavolo. E ha appena vinto la finale di Coppa del Mondo a Dortmund, in Germania. Ha battuto il formidabile Ma Long al termine di sette entusiasmanti set.

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Poi però ha esagerato.

Un salto di gioia, un urlo e via calci ai tabelloni pubblicitari fino a sfondarli.

Nello stesso momento in cui il secondo tabellone si squarciava il 26enne di Quigado ha capito che non se la sarebbe cavata con poco.

Il comunicato dell’ International Table Tennis Federation è arrivato più veloce di Bolt spazzando via in un sol colpo il montepremi appena vinto.

L’ITTF ha inflitto al cinese una multa di 45.000 dollari (35.000 euro), esattamente l’equivalente del premio. A Zhang Jike è rimasta solo la gloria.

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Non sono riuscito a gestire la mia esultanza con calma e razionalità. Per molto tempo sono stato sottoposto a una forte pressione, ma non avrei dovuto sfogarla nell’arena. Non ho considerato l’impatto sulla squadra e sull’evento. Mi scuso con tutti.” (https://www.youtube.com/watch?v=8RN82Tz8EkM)

Il giovanotto ha un temperamento caldo.

Quando aveva 16 anni era stato rispedito tra i cadetti dall’allenatore. Vinceva molto, ma eccedeva in isterismi. Per due anni era stato relegato in provincia. Lui si difendeva girando perennemente con un cappellino da baseball calato sugli occhi per non farsi riconoscere. Si vergognava di essere lì.

Rapporti difficili col padre, di grande amore con la mamma.

La signora sa come prenderlo. Mentre il marito lo costringeva a allenamenti che spezzavano la schiena, lei gli faceva trovare i suoi piatti preferiti: fettucine all’uovo con sugo di pomodoro e melone amaro con uovo fritto.

In Cina è un vero idolo. La stampa lo segue ovunque. Da qui nasce la pressione di cui parlavamo prima.

Per farsi parzialmente perdonare del calcio ai tabelloni pubblicitari, Zhang Jike si è tolto la maglietta e l’ha lanciata sugli spalti dell’Arena di Dortmund.

Un bel gesto questo. Per tutti, ma non per il papà che gli ha ripetuto per l’ennesima volta: “Quelle magliette portale a casa!

 

I nuovi professionisti del ring. Noiosi e confusi

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CHE COSA sia davvero l’APB (Aiba Pro Boxing) l’abbiamo scoperto venerdì a Roma nel torneo riservato ai pesi massimi che ha visto il successo di Russo (foto) al rientro dopo sette mesi.

Only the very best boxers on the planet will compete against each other. The exciting match-ups in each category between eight best boxers in the world” aveva detto, con grande modestia, il presidente Ching-Kuo Wu. “I migliori pugili del pianeta combatteranno l’uno contro l’altro. Eccitanti abbinamenti in ogni categoria tra gli otto migliori pugili del mondo.” Poteva tranquillamente volare più basso.

Tanto per cominciare non sono neppure gli otto migliori dell’Aiba. Lo dicono le classifiche apparse il 15 ottobre 2014. Sono rimasti fuori cinque dei primi 8, sette dei primi 10!

In compenso tra le leggende del professionismo interpellate (le parole sono sempre di Wu) sono arrivati tale Jovonta Charles, trentenne con due match pro’ all’attivo, e Roman Golovashchenko: 13 vittorie su 15 match contro illustri sconosciuti.

Di Chouaib Bouloundinats non c’è traccia tra i primi 38 della classifica Aiba e il suo maggior titolo di merito è una vittoria ai Giochi Asiatici nel 2011.

In platea al Palazzetto di Roma alcune centinaia di invitati. L’ingresso era gratuito, ma non è bastato a convogliare un pubblico decente.

Bisogna però dire che a tenere desta l’attenzione c’è stato il giallo del regolamento. Se qualche volenteroso andasse in giro tra gli appassionati e chiedesse le norme che governano il torneo, sono sicuro che solo l’1% degli intervistati (e sono ottimista) saprebbe rispondere.

Dal momento che in molti mi hanno chiesto delucidazioni in proposito, ci provo. Ma vi avverto di prendere prima una pasticca per il mal di testa.

Dunque. Si è partiti da una base di 120 pugili, il 24 febbraio di quest’anno sette membri Aiba hanno ridotto il numero a 80, inquadrandoli nelle dieci categorie di peso. Il 17 settembre è stato fatto il sorteggio per sei pugili su otto, gli altri sono stati considerati teste di serie e messi in testa (il numero 1) o in coda (il numero 2) al tabellone. Per quanto riguarda i pesi massimi, categoria che prendo come riferimento, ne è uscito questo quadro.

Russo

Pulev (poi sostituito da Golovashchenko)

Egorov

Bouloundinats

Ahmatovic

Charles

Pinchuk

Peralta

I risultati della prima serata sono stati.

Match 1: Russo b Golovashchenko

Match 2: Egorov b Bouloundinats

Match 3: Ahmatovic b Charles

Match 4: Pinchuk b Peralta

Il 21 novembre seconda puntata a Bergamo. Si affronteranno:

Match 5: Russo c Egorov

Match 6: Ahmatovic c Pinchuk

Match 7: Golovashchenko c Bouloundinats

Match 8: Charles c Peralta.

Il 12 dicembre torneranno sul ring a Caserta.

Match 9: vincente Match 5 c vincente Match 7

Match 10: vincente Match 6 c perdente match 5

Match 11: perdente Match 6 c perdente Match 8

Match 12: vincente Match 8 c perdente Match 7

Fin qui tutti i combattimenti saranno sulla distanza delle 6 riprese.

Il 30 gennaio 2015 a Catania si combatterà per il titolo e gli incontri saranno sugli 8 round.

Match 13: vincente Match 9 c vincente Match 10

Match 14: vincente Match 11 c vincente Match 12

Match 15: perdente Match 9 c perdente Match 10

Match 16: perdente Match 11 c perdente Match 12

A questo punto non è chiaro cosa accadrà, ma penso che chi avrà la meglio nel Match 13 dovrebbe essere considerato il primo campione (dopo due match sui 6 e uno sugli 8 round…). Non ne sono certo, perché sul sito Aiba c’è scritto che questo torneo servirà a formulare la classifica da cui si partirà a marzo per cominciare finalmente, con quasi tre anni di ritardo, il nuovo professionismo.

Non è neppure chiaro se i primi due della classifica, cioè gli sfidanti del Match 13, avranno direttamente le carte olimpiche. Sembra sia così, ma sempre l’Aiba precisa nel suo sito che l’Apb assegnerà due posti al campione e allo sfidante che tali saranno a settembre 2015.

Insomma è sempre difficile muoversi nel mondo dei dilettanti.

Hanno fatto slittare l’inizio della “nuova era“, e quando dicono così sono convinti non esagerare, di quasi tre anni. Hanno via via ampliato il limite di incontri che un professionista può avere disputato prima di chiedere accesso all’Apb. Sono passati da 13 a 15, adesso sono arrivati a 20. Ma nonostante tutto questo non c’è stato un solo pro’ importante che gli abbia detto sì. Mentre sono stati tantissimi i medagliati olimpici che sono scappati via.

La nuova era del professionismo è appena cominciata. E già non ne posso più.

 

 

Jermall e Jermell Charlo, gemelli del ring

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LA MAMMA ne era certa. Quella che portava in grembo era una bella bambina.

Il 19 maggio del 1990 la signora è stata informata dall’ostetrica che aveva appena partorito due gemelli monozigoti, ovvero nati dallo stesso ovulo. Identici.

Non so se sia stata per spirito (bonariamente) vendicativo o per qualche altra ragione, fatto è lei e il marito hanno deciso di chiamarli Jermall e Jermell (a destra nella foto in alto). Così, tanto per aumentare la confusione.

Jermall è il più anziano del duo. È infatti nato un minuto dopo…

I ragazzi sono cresciuti all’insegna di un comandamento. Non dare alcuna possibilità di far capire agli altri chi fosse l’uno e chi fosse l’altro.

Stessa altezza, stesso taglio di capelli, stessi vestiti, stesse scuole.

E quando parenti e amici chiedevano sgomenti: “Ma chi siete?

Rispondevano: “Siamo un doppio problema.”

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Poi sono diventati grandi e c’è stata una piccola svolta.

Hanno scoperto i tatuaggi.

Quello con la e (Jermell, a destra nella foto) si è fatto scrivere sul braccio destro “One of a kind”, unico nel suo genere. L’altro ha preferito usare il braccio destro per “Issued”, problemi. Avevano offerto al mondo un’indicazione per distinguerli.

Con il passare del tempo i Jermella, chiamiamoli così per gioco, hanno sottolineato qualche altra differenza. Uno è solitario, l’altro ama muoversi con tanti amici attorno. Uno cerca l’attenzione degli altri, l’altro vuole stare lontano dai riflettori.

E sì perché Jermall e Jermell Charlo sono personaggi pubblici.

Avevano otto anni quando hanno seguito papà Kevin in palestra. Il genitore era stato in gioventù un buon peso piuma dilettante, l’amore per il pugilato gli è rimasto dentro e l’ha trasmesso ai figli.

Da dilettanti per evitare di trasformarsi in avversari avevano deciso che uno dei due avrebbe bevuto tanta acqua da salire di categoria il giorno del peso. Hanno chiuso con buoni record e tante soddisfazioni, Jermall ha anche inseguito un posto nella squadra olimpica per Perchino 2008, ma è stato fermato da un infortunio al piede.

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Da professionisti combattono entrambi da superwelter, si allenano nella stessa palestra: la Plex Gym di Houston, con lo stesso maestro: Ronny Shield, hanno lo stesso manager: Al Haymon.

Jermall (a destra nella foto) e Jermell di sicuro non saliranno mai sul ring per sfidarsi, anche se ci fosse in ballo un milione di dollari.

Abbiamo combattuto tante volte crescendo che siamo stufi di darcele” hanno detto scherzando. Poi sono diventati più seri.

A volte facciamo sparring e sono sedute intense. Ma non ci vedrete mai rivali in un match. Siamo l’uno la motivazione dell’altro, non siamo in competizione.”

Rapidità di movimento, abilità negli spostamenti laterali, bravura elevata nell’utilizzo del jab. Ancora una volta sono difficilmente distinguibili.

Ma se li guardi attentamente scopri che Jermell ha maggiore velocità, Jermall più potenza.

Il primo ha messo assieme un record di 24 vittorie, con 11 ko. L’altro ha collezionato 19 successi, 15 prima del limite.

Jermell, che ha sul petto la scritta “Cuor di leone” e subito sotto la faccia del felino che ruggisce minaccioso, il 13 dicembre al Mandalay Bay di Las Vegas affronterà Demetrius Andrade per il titolo Wbo.

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Jermall (a sinistra nella foto sopra) affronterà negli Stati Uniti, a fine anno/inizio 2015, il livornese Lenny Bottai nella semifinale per il titolo Ibf. Il vincitore incontrerà il campione Cornelius Brundage.

Rischiano di essere campioni nello stesso arco temporale. Una rarità nel mondo della boxe. Gli unici che, a mia memoria, sono riusciti nell’impresa sono i thailandesi Khaosai e Khaokar Galaxy. Il primo è stato titolare della corona dei supermosca Wba, che ha poi difeso diciannove volte. Per un breve periodo del suo regno il gemello è stato detentore del titolo Wba dei gallo.

Altri due gemelli girano da tempo nel mondo del pugilato a caccia di popolarità. Sono gli Arroyo, ragazzi portoricani a cui i genitori hanno regalato nomi che sembrano cognomi: McJoe e McWilliams. Forse avevano antenati scozzesi.

L’orgoglio della casa è stato per lungo tempo McWilliams. Oro mondiale a Milano 2009 tra i dilettanti. Sfidante al titolo Ibf dei mosca da professionista. Occasione fallita di un soffio. È stato battuto per split decision da Amnat Ruenroeng il 10 settembre scorso. Una differenza minima, un verdetto controverso.

L’altro è vicino a raccogliere l’occasione giusta. È numero 2 dell’Ibf nei supermosca (il numero 1 è vacante). Due possibilità: un match con Arthur Villanueva per la qualifica di sfidante ufficiale, oppure andare direttamente all’incontro con il campione Zoltan Tete.

I gemelli sono una rarità, ma quando ci sono si muovono da protagonisti nell’universo tumultuoso della boxe.

I prossimi ad avere la grande occasione saranno i Jermella. Houston tifa per loro.

 

Barney Ross, un eroe sul ring e in guerra

Rossmarine

I GIAPPONESI sparano, i colpi arrivano a raffica e lanciano nell’aria annunci di morte. Fino a pochi minuti prima Barney era di pattuglia assieme ad altri tre Marines. Adesso sono nascosti in una buca. Hanno paura, quelli oltre la linea di terra che li tiene ancora attaccati alla vita sono molti di più.

È la notte del 19 novembre 1942, quattro uomini soli e disperati a caccia di un futuro che sembra non esistere più.

Baia di Guadalcanal, Isole Salomone, Pacifico occidentale. Seconda guerra mondiale.

Un attimo di quiete. I giapponesi si stanno forse preparando all’offensiva finale. Barney si guarda attorno. Piangerebbe se solo ne fosse capace.

I tre compagni giacciono a terra supini, con gli occhi che guardano il buio del cielo. Sono feriti gravemente.

Il newyorkese non può aspettarsi nessun aiuto da loro. Raccoglie fucili e granate e si prepara a combattere.

In fondo è la cosa che gli riesce meglio.

Quando era venuto al mondo il 23 dicembre del 1909 si chiamava ancora Beryl David Rosofosky, figlio di Isidore e Sarah, ebrei ortodossi.

I genitori eranno due immigrati.

Negli anni felici il papà studiava il Talmud, testo sacro dell’ebraismo, a Brest Litovsk in Russia. Era miracolosamente sfuggito a una strage antisemita e con tutta la famiglia si era rifugiato negli Stati Uniti. Prima a New York e poi a Chicago dove gestiva un piccolo negozio di frutta e verdura. Un posto che dava soldi per sopravvivere. L’aveva aperto in Maxwell street, quartiere malfamato assai simile al ghetto di New York nel Lower East Side. Un posto terribile negli anni Venti e Trenta.

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Barney aveva imparato che per crescere senza problemi doveva imparare a picchiare più forte degli altri. E si era dato da fare. Ma il papà era contrario a ogni forma di violenza e lo rimproverava in continuazione.

Lascia che siano loro gli assassini, noi siamo studiosi e pacifici.

Non era bastato a salvarli dai mali del mondo.

Stavano arrivando le feste di Natale del 1923. Erano appena cominciati quegli anni ruggenti che si sarebbero chiusi con il dramma della Grande Repressione. La famiglia Rosofosky procedeva a fatica lungo il difficile cammino che ogni immigrato doveva percorrere. Ma andava avanti con dignità.

Il 16 di dicembre un vagabondo era entrato nel negozio e aveva sparato un colpo di pistola. Isidore era morto sul colpo, l’assassino era scappato via con pochi spiccioli.

Tragedia genera tragedia.

I ricordi passano velocemente davanti agli occhi di Barney che si sente assai vicino all’ultimo passo del suo cammino su questa Terra. Presto raggiungerà il papà. I giapponesi sparano, due dei suoi compagni sono già morti e l’altro non è più in grado di difendersi. Granate, fucili e munizioni sono lì, accanto al giovanotto rimasto solo nella notte a sfidare il nemico.

Un ultimo salto indietro nel tempo prima di salutare il mondo intero.

Mamma Sarah non aveva superato la tragedia, un devastante esaurimento nervoso le aveva sconvolto ancora di più la vita. Tre figli erano stati messi in orfanotrofio. Barney, il più grande, era rimasto in casa. Adesso toccava a lui portare i soldi per il pranzo. Diceva che gli sarebbe stato più facile farli picchiando altri uomini su un ring. Il pugilato gli era entrato nel sangue.

Buon dilettante, eccezionale professionista.

Barney Ross aveva un fisico compatto, sembrava una pallottala sparata addosso a chiunque volesse contrastarlo in un regolare match di boxe. Aveva forza, velocità, tenacia. La fame stimola fino all’esasperazione ogni qualità. Lui picchiava senza sosta, non importava quanto grosso o bravo fosse il rivale che aveva di fronte.

canzoneri

Il primo titolo mondiale, leggeri e superleggeri in un solo incontro, l’aveva conquistato il 23 giugno del 1933 battendo ai punti in 10 round Tony Canzoneri.

Il terzo, quello dei welter, l’aveva vinto il 28 maggio 1934 superando McLarnin ai punti in 15 round.

Era andato avanti fino al 1938, quando era stato sconfitto da Henry Armstrong. Un match selvaggio, duro, cruento. Barney era stato più volte sull’orlo del ko, ma non si era arreso e aveva portato a termine tutti e quindici le riprese.

Scoppiata la guerra si era arruolato nei Marines. Avrebbe potuto fare il servizio militare senza rischiare. Il governo degli Stati Uniti non negava mai un ruolo di rappresentanza agli eroi dello sport.

Lui aveva chiesto di andare al fronte.

E adesso si trovava a un passo dalla morte.

Barney Ross è abituato a battersi sino alla fine su ogni ring , farà fatto lo stesso sul campo di battaglia.

I giapponesi si sono fermati. Vogliono capire come stiano i nemici.

Il giovane americano guarda i tre compagni che sono in terra e non possono dargli aiuto. Carica i fucili, prepara le granate e lancia l’offensiva. Uno contro tutti.

Spara centinaia di proiettili. Qualcuno dice duecento, altri arrivano fino a quattrocento. Il risultato è lo stesso. Uccide venti giapponesi, gli altri si ritirano.

È salvo. Ma non ha concluso la sua missione.

Ross pesa attorno ai 65 chili, il marine che deve salvare supera abbondantemente i cento. Non può certo bastare questo per frenarlo. Se lo carica sulle spalle e lo porta fino al campo americano. Stremato, crolla a terra.

Quando torna a casa lo trattano da eroe. Gli danno la Silver Star, il presidente Roosvelt in persona lo cita da esempio all’America intera.

Ma uno come Barney Ross non può vivere tranquillo, immaginatevi se può farlo sotto pressione.

Le quattordici ferite rimediate in combattimento provocano dolori terribili. In ospedale per alleviare le sofferenze gli fanno delle iniezioni di morfina. Quando esce non può più farne a meno. Arriva a spendere fino a cinquecento dollari al giorno per la droga. Ne spende molti di più per le donnine con cui si accompagna.

Cathy, la seconda moglie, prova a salvarlo.

Lo convince a frequentare un programma di riabilitazione presso un centro di recupero militare. Barney vince anche questa battaglia. Scrive l’autobiografia “No man stands alone”, nessun uomo è solo, da cui è tratto il film “Monkey On My Back“: la scimmia sulla mia schiena.

Il 17 gennaio del 1967 deve arrendersi, un cancro alla gola lo uccide.

Se ne va un grande campione, un guerriero che è sempre andato incontro al pericolo perché sapeva che era l’unico modo per sconfiggerlo.

Sul ring e nella vita.

In Inghilterra scrivono: Balotelli inutile e senza cervello

qpr

NON GLIENE va bene una. Ora sembra che incarni tutti i mali del mondo.

Sfortuna? Non direi, Mario Balotelli è un instancabile cercatore di grane.

Il Liverpool va ko in Champions League contro il Real Madrid e la stampa inglese individua un solo colpevole. Lui. E lo accusa di un gesto vergognoso e irrispettoso. Ha scambiato la maglia con Pepe alla fine del primo tempo, quando gli spagnoli erano avanti 3-0. Per questo sarà multato, prassi a cui è abituato da tempo.

Pagò 100.000 sterline nel marzo del 2011 per avere tirato freccette contro un ragazzo delle giovanili del Machester City.

Il buon Balotelli era già stato protagonista di mirabili episodi. Aveva distrutto la sua Audi 8 a Carrington, vicino il campo di allenamento. Quando la polizia, arrivata sul posto, aveva trovato cinquemila sterline nella tasca posteriore dei suoi pantaloni gli aveva fatta la domanda più ovvia in un caso del genere.

-Signor Balotelli, come mai ha quella somma così alta di denaro in tasca?

Perché sono ricco.”

senzacervello

Il ragazzo è così. È uno che incendia casa perché adora sparare i fuochi di artificio in bagno (maggio 2011), fa a botte con l’allenatore/amico Roberto Mancini (gennaio 2013), si fa mettere fuori squadra da Mourinho quando era all’Inter (gennaio 2009) per una serie di violazioni disciplinari, si presenta a “Striscia la Notizia” con la maglietta del Milan quando era ancora dell’Inter (giugno 2010).

Il fatto è che da tempo va male anche in campo.

Dieci partite con il Liverpool tra Premier League e Champions League e un solo gol, contro il Ludogorest.

L’allenatore Brendan Rogers non ne può più.

I vecchi santoni alimentano il clima ostile.

inutile

Graham Souness: “Non fatemi parlare di nuovo di lui. Mi aspettavo molto di più. Se giochi con Balotelli ti capita di combattere per conquistare un pallone, di difenderlo con rabbia, poi alzi la testa e non riesci a vederlo. È nascosto da qualche parte.

Phil Thompason: “Il suo atteggiamento è vergognoso e irrispettoso.”

Nella partita con il Real Madrid è stato sostituito alla fine del primo tempo ed è rimasto per tutta la ripresa nello spogliatoio, da solo, a guardare la gara sul monitor.

La stampa inglese è molto meno tenera di quella italiana.

nunsereggepiu

Non ci hanno messo molto a definirlo “senza cervello” (Mirror), inutile (Indipendent), e a sottolineare come il Liverpool non possa più sopportarlo (Telegraph). Intanto il web impazza. Il gol fallito da due metri e a porta vuota contro il Queen Park Rangers è finito nel tritatutto dell’ironia (una partita dilatata in altezza, l’unico modo per SuperMario di fare gol…)

Balotelli ha 24 anni, ma sembra già un calciatore sul viale del tramonto.