Jennifer Lopez e Shakira nella notte del Superbowl, il 2 febbraio a Miami

Uno show tutto latino. Saranno Jennifer Lopez e Shakira le protagoniste dello spettacolo musicale a metà tempo dell’edizione numero LIV del Superbowl, che si terrà il 2 febbraio 2020 all’Hard Rock Stadium di Miami, Florida.
La finale della stagione NFL (Football Americano) sarà trasmessa in diretta su Fox.
Sembra che questa volta gli spot avranno la durata di circa 40 secondi, dieci in più dell’ultima edizione, anche perché i blocchi pubblicitari sono stati ridotti da cinque a quattro. E saranno venduti a 5,6 milioni di dollari ognuno.
Il Superbowl è seguito mediamente da cento milioni di telespettatori.

Sabato sale sul ring Ray Robinson, una storia di curiose omonimie…

Ray Robinson tornerà sul ring sabato a Filadelfia, affronterà l’imbattuto Egidiijus Kavaliauskas sulla distanza dei dieci round, al limite dei pesi welter.

Niente zucchero prima del nome.

Sugar Ray, quello vero, ci ha lasciati il 12 aprile dell’89 e sul piano pugilistico era di un altro pianeta.

The new Ray Robinson è nato due anni e mezzo prima della scomparsa dell’originale. Oggi ha un record di 24-3-0, con 12 ko all’attivo.

Nell’elenco aggiornato di boxrec.com gli omonimi del fuoriclasse della Georgia sono in tutto dodici. Motivi diversi hanno portato i genitori a chiamare i loro ragazzi come il campione.

Per l’ultimo, in ordine cronologico, la scelta è stata del tutto casuale.

Il nostro uomo non ha mai conosciuto il padre, che di cognome faceva Robinson. Il nome glielo ha dato la mamma Diane Nettles, semplicemente perché le piaceva chiamare Ray suo figlio.

Niente storie di boxe o di passione alle spalle, la signora sapeva poco di sport.

Decisamente più intrigante la storia di un altro atleta che porta il nome di un pugile famoso, mi piace riproporre un racconto che ho scritto sul tema qualche anno fa.

Lui si chiama Mike Tyson.

Mike Tyson come il padre, come il figlio di tre anni.

Si chiamano proprio così senza senior o junior dopo il nome. Per distinguersi hanno preferito scegliere tre differenti nomi di mezzo: Jorge, Jamont’e e Jai.

“Piacere, Mike Tyson”
“Sei un parente?”
“No, sono proprio Mike Tyson”

Accade almeno una volta al giorno. La gente non riesce a capacitarsi di essere davanti a quello vero. Forse perché il nostro Mike Tyson gioca defensive back nei Seahawks, che lo hanno scelto al sesto giro del Draft della NFL (accadeva nel 2017, da settembre 2018 è con gli Houston Texans).

È alto 1.88 e pesa attorno ai 91 chili. Potrebbe essere un buon massimo, magari un cruserweight. E invece no.

“Chi è il vero Tyson?”
“Lo siamo tutti e due. Solo che lui faceva il pugile e io gioco a Football”.

Viene da Norfolk, Virginia. La città del grande Pernell Whitaker, Sweet Pea, campione del mondo in quattro categorie di peso.

Il cerchio si chiude.

Il nostro uomo è nato nel luglio del 1993, l’anno in cui Iron Mike dopo essere stato il più giovane campione del mondo dei pesi massimi era diventato ospite della prigione di Plainfield nell’Indiana.

Condannato a due anni per stupro.

L’altro caso di omonimia che mi ha colpito risale a qualche tempo prima ed è ancora più strano…

Erano i magici anni Ottanta.
La boxe viveva un’epoca di grandi protagonisti.
Mike Tyson era un peso massimo e aveva un fisico compatto.
Non altissimo, assai vicino ai cento chili di peso. Qualcuno lo chiamava The Destroyer, il distruttore.
Saliva sul ring pieno di certezze e quando scendeva il risultato del suo match era sempre lo stesso.
Una sconfitta dietro l’altra.
Jerry Halstead, Lione Washington, Andre Smith, Kimmuel Odum e Dick Ryan lo avevano messo knock out. Chuck Gardner e Bobby Hitz l’avevano battuto solo ai punti.
Aveva un record di cui vergognarsi: 0-7-0.
Eppure Mike Tyson continuava a girare per gli Stati Uniti raccontando di essere il migliore.
“Stavolta sarà l’occasione buona?”
Ye-a-a-ah“.
Strascinava le parole, per ogni domanda sembrava avesse un’unica risposta.
Ye-a-a-ah“.
Era Mike Tyson.
La verità è che tutti lo chiamavano OT, Other Tyson: l’altro Tyson. Un po’ come oggi chiamano The New Ray Robinson il personaggio che mi ha spinto a scrivere questa storia…
Il Mike Tyson vero era anche lui un peso massimo.
Era il campione del mondo della categoria.
Ed era imbattuto.
Il nostro OT era nato nel 1960 a Oxford nel Mississippi, a 18 anni se ne era andato a Davenport nell’Iowa. Aveva lavorato in una fabbrica che produceva ketchup e poi aveva fatto l’autista di camion. Si era allenato prima con Bob Kramer, poi con Bill Bender a Los Angeles. Era rimasto nel professionismo dal 1986 al 1989, gli anni di massimo splendore di Iron Mike.
Gli unici match che OT aveva vinto erano stati quelli nei “toughman contest“. Uomini senza alcuna esperienza di boxe che si mettevano i guantoni e salivano sul ring. Per due volte era stato finalista del torneo e aveva portato a casa mille dollari.

Le sue borse medie si aggiravano sui 1.200 dollari, mentre il Tyson vero intascava milioni per ogni combattimento.

Un giorno le due vite avevano rischiato di incrociarsi.
La polizia aveva bussato alla porta di OT, in un vecchio hotel della California, e gli aveva mostrato una denuncia per avere picchiato un parcheggiatore. Lui aveva impiegato qualche ora per chiarire l’equivoco e quelli erano allora andati da Iron Mike.

Non ho mai avuto il manager giusto, se l’avessi trovato avrebbe saputo darmi l’opportunità per fare vedere il mio valore“.

E se ti avessero proposto un match con il campione, che cosa avresti risposto?

Ye-a-a-ah“.

Pensavi di poterlo battere?

Ye-a-a-ah“.

Questa è la storia di OT, l’altro Tyson.

Se ti chiami così, hai deciso di fare il pugile e sei un peso massimo, per la miseria proprio nell’epoca del vero Mike Tyson dovevi capitare?

Ye-a-a-ah…

Ma anche se scegli di giocare defensive back nella National Football League, quel nome ti perseguiterà. Credimi, ogni volta che stringerai la mano a un nuovo amico, ti sentirai fare la stessa domanda.
“… ma sei quello vero?”.

Parola di Mike Tyson…

Per chiudere questo viaggio attraverso le omonimie tra comprimari e protagonisti famosi, mi piace sottolineare come l’originale Sugar Ray Robinson in realta si chiamasse Walker Smith jr.

Era piccolino, un peso piuma. Ed era stata proprio questa la categoria in cui aveva disputato il primo match.
Aveva 15 anni, troppo giovane per salire sul ring.
Una sera era andato a vedere una riunione. Un pugile non si era presentato all’appello: si chiamava Raymond Robinson.
Walker jr amava la danza e adorava il ballerino nero Bojanges Bill Robinson. La scelta era stata fatta. Grazie alla complicità di un amico più grande, che gli aveva prestato la tessera, era riuscito a spacciarsi per un sedicenne. Quindi, abilitato a salire sul ring.
Il piccoletto avrebbe fatto l’intera carriera come Ray Robinson.
Una signora gentile e un giornalista attento gli avrebbero regalato anche il soprannome. Sugar: zucchero, dolce come la sua boxe.
Era fatta.
Si sarebbe fermato solo dopo dopo 87 match da dilettante (85-0 come Ray Robinson, 0-2 come Walker Smith jr) e 199 da professionista (174-19-6 con 109 ko): mondiale nei welter e cinque volte mondiale nei medi.
Io ci avrei pensato dieci volte prima di presentarmi sul ring con il suo nome…

 

 

Cowboys e Rams, che rissa! Nella NFL si picchiano anche in allenamento…

Il Football Americano è uno sport violento, si sa. Ma questi si menano di brutto anche in allenamento.
Dallas Cowboys e St. Louis Rams se le sono date di santa ragione durante una partita di allenamento a Oxnard, in California. Sembra che tutto sia iniziato da una gomitata rifiata alla stella della squadra texana Dez Bryant da Imoan Claiborne.
Cowboys e Rams si affronteranno solo nei play off.
Ci sarà da aspettare tutta la regular season, ma ne varrà la pena…

Il giallo dei palloni sgonfiati, sospeso il Messi della NFL

 

New England Patriots quarterback Tom Brady holds up the game ball after an NFL divisional playoff football game against the Baltimore RavensSaturday, Jan. 10, 2015, in Foxborough, Mass. The Patriots won 35-31 to advance to the AFC Championship game. (AP Photo/Elise Amendola) ORG XMIT: NYDP181

Tom Brady è uno dei più famosi giocatori nella storia del Football Americano. Assieme a Joe Montana detiene record che appartengono al magico mondo dei fenomeni: è stato il quarterback che ha portato per sei volte i New England Patriots al Superbowl. Ne ha vinti quattro, per tre volte è stato premiato come MVP. Il migliore in campo. Ha giocato dodici finali di Conference. In altre parole un fuoriclasse assoluto. Se parlassimo di soccer, calcio insomma, potremmo dire che equivale a Lionel Messi o Cristiano Ronaldo.

Tom Brady è stato squalificato per quattro turni con conseguente azzeramento di stipendio per il periodo di sospensione, la sua squadra multata di un milione di dollari e tolta dalla prima scelta per il 2016 e dalla quarta per il 2017.

Tutto questo in conseguenza di quello che negli Stati Uniti hanno chiamato “Deflategate”. Due membri dello staff dei Patriots avrebbero deliberatamente sgonfiato il pallone della finale di Conference contro Indianapolis Colts. E sembra che Brady ne fosse al corrente.

ARLINGTON, TX - JANUARY 12:  Wilson footballs are seen on the field before the College Football Playoff National Championship Game at AT&T Stadium on January 12, 2015 in Arlington, Texas.  (Photo by Jamie Squire/Getty Images)

Il magazziniere Jim McNally e l’addetto all’equipaggiamento John Jastemski sarebbero stati gli autori materiali del “crimine”. Uno scambio di messaggi tra i due sarebbe la prova determinante del reato contro le regole della NFL. In quegli stessi messaggi sarebbe stato scritto che la richiesta del quarterback era quella di avere il pallone molto più sgonfio di quanto consentito dal regolamento.

Tutto questo è scritto nel report di 243 che ha tenuto un investigatore indipendente, l’avvocato Ted Wells.

I palloni sono stati testati nell’intervallo della partita tra i New Englad Patriots e i Colts. Undici sono stati quelli trovati fuori regola.

Tom Brady si è rifiutato di collaborare all’indagine e ha impedito all’investigatore di controllare il suo cellulare.

Salterà le partite contro Pittsburg Steelers, Buffalo Bills, Jacksonville Jaguars e Dallas Cowboy. Il campionato comincerà il 10 settembre, lui scenderà in campo per la prima volta il 18 ottobre, proprio contro Indianapolis Colts…

I New England Patriots quella finale di Conference l’hanno poi vinta 45-7. E Brady ha passato la palla per tre touchdownd ed ha completato 23 passaggi su 35 per complessive 226 yard.

I Patriots hanno vinto anche il Superbowl sconfiggendo i Seattle Seahawks per 28-24.

Lo sport americano ha difeso le sue regole colpendo pesantemente il suo giocatore più popolare e la squadra campione in carica.

Vi chiedo: nella nostra Serie A sarebbe accaduto lo stesso?

Gigante polacco (2.06 per 159kg) nella NFL

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C’è un uomo nuovo in città.

Circoletto rosso sul calendario attorno al 14 agosto per la prima partita interna della pre season dei Minnesota Vikings contro i Tampa Bay Buccaneers.

Minneapolis vuole vedere all’opera l’ultimo acquisto: Babatunde Aiyegbusi, figlio di un ginecologo nigeriano e di una capo infermiera polacca.

Un gigante alto 2.06 per 159 chili di peso.

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Ha esordito a 22 anni nel campionato polacco. Tardi. Prima aveva provato con il basket, ma picchiava tutti sotto canestro. Meglio cambiare.

Il professionismo l’ha conosciuto in Germania, con i Dresden Monarch.

Lavorava nella sicurezza in Polonia, faceva duecento miglia in macchina per allenarsi e giocare. A fine mese intascava l’assegno: 500 (cinquecento) euro.

Non poteva certo viverci.

A fine marzo ha firmato per i Vikings: tre anni di contratto a 1,575 milioni di dollari. Non gli sembra vero e ha ragione.

Ha 27 anni.

La prima volta che Matt Gaymon, il primo allenatore polacco, l’ha visto giocare ha detto: “Wow! Può muoversi!”

Ha fatto un provino per l’Università di San Antonio, Texas. È salito su un areo ed è volato negli States. Detto così sembra semplice, la realtà è stata diversa. La mole di Aiyegbusi e le dimensioni del sedile hanno creato un grosso problema. Per quasi l’intero viaggio il giovanottone è rimasto sdraiato sul corridoio dell’aereo. Ma alla fine è approdato a San Antonio pieno di speranze.

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Gli è andata bene.

L’hanno preso.

Mike Shaliton, osservatore della squadra di Minneapolis, l’ha visto e l’ha subito raccomandato a Ryan Monnes, il suo capo.

Due giorni dopo i Minnesota Vikings lo avevano convocato per un provino. Ventiquattro ore dopo aveva firmato l’accordo.

È il quinto polacco nella storia della NFL, il secondo che non sia un kicker. Lui gioca offensive tackle.

Una montagna umana che incute soggezione.

Babatunde è felice, perché la felicità sia però completa aspetta che sua moglie Luisa e il figlioletto Babatunji di due anni e mezzo abbiano i documenti in regola per raggiungerlo negli Stati Uniti.

All’esordio ufficiale mancano quattro mesi. Ha abbastanza tempo per accontentare l’allenatore. Gli ha chiesto di scendere a un peso forma di 149,6. Quasi dieci sotto il peso attuale. Sarà dura, ma ne vale la pena. Ad attenderlo ci sono 1,575 milioni di dollari…