Un treno, lo schianto. Quindici anni fa se ne andava Tiberio Mitri

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“Chissà se morire non sia vivere, e ciò che i mortali chiamano vita non sia morire”
(Euripide)

Sono passati quindici anni da quel tragico lunedì.
Il fatto accade alle prime ore del giorno, solo un po’ di tempo tempo l’Italia scopre di avere perso un campione che ha amato come poche altri.
Per qualche ora quel corpo straziato è rimasto senza un nome. Poi la verità: l’uomo diviso in due da un treno, alle 6:48 del mattino, era Tiberio Mitri.
La scena della tragedia è all’altezza del ponte di Porta Maggiore a Roma, vicino ai capannoni delle Ferrovie: otto binari che costeggiano un muro, subito fuori dalla Stazione Termini.

Il treno Roma-Civitavecchia delle 6:40 ha già preso velocità. Il macchinista si accorge, nel buio del mattino, di un uomo che cammina al centro del binario. Suona tre volte il segnale di allarme, ma quel vagabondo continua a ciondolare. Non si sposta. La frenata è lunga, purtroppo inutile.

Il corpo dell’uomo è devastato dall’impatto. Aveva occhiali da vista. Era vestito con un giubbotto blu, un maglione con sotto la giacca del pigiama. Calzava un paio di scarpemalridotte.

Nei pantaloni conservava la ricevuta del pagamento del canone televisivo e il passaporto. Saranno gli unici elementi che consentiranno l’identificazione: Tiberio Mitri, nato a Cavana (Trieste) il 12 luglio 1926. Morto a Roma il 12 febbraio 2001.

L’epitaffio sulla tomba era già pronto. L’aveva scritto lui stesso, molto tempo fa, nel libro “Una botta in testa” in cui raccontava la sua vita.

Lo dedico ai diseredati come me, a quelli che pur emergendo sono tornati alle origini: tutto ciò che si crea in una vita si può distruggere in dieci secondi”.

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Una carriera da pugile professionista cominciata subito dopo la guerra, quando per chi aveva perso un marito, un figlio o un padre le ferite non riuscivano a chiudersi.

Agli inizi degli Anni Cinquanta il grande sogno travolgeva la vita di questo ragazzo triestino.

Era biondo Tiberio, fisico atletico, volto da attore. Ma tirava di boxe e lo faceva con ottimi risultati. Prima campione italiano dei medi, poi europeo. Adesso l’occasione mondiale. Arrivava con le parole di un messaggero dal nome famoso: Saverio Turiello. Era il portavoce di Jim “Big” Norris, il capo della famiglia, e di Frankie Carbo, il suo uomo fidato. Mitri avrebbe sfidato Jake LaMotta al Madison Square Garden di New York.

Era bello Tiberio, boxava bene. E aveva una moglie dalle curve generose. Fulvia Franco era stata eletta Miss Italia nel ’48, inseguiva il mito del cinema e gli Stati Uniti, soprattutto la costa californiana e Hollywood, sembravano una grande occasione anche per lei. Erano i tempi in cui le donne di successo portavano le gonne al polpaccio, avevano vitini di vespa, cappello e guanti in ogni stagione. Le maggiorate, così le chiamavano, avevano qualcosa in più. Forme generose da esaltare in abiti che strizzavano il corpo.

fulvia, jake vicky

Tiberio Mitri e Fulvia Franco (a sinistra della foto con Jake La Mota e sua moglie Vicky) riempivano le cronache dei giornali, non solo di quelli sportivi. Il giorno delle nozze c’erano diecimila persone sul sagrato della chiesa. Quasi fossero attorno a un ring. Erano una coppia la cui fisicità prorompente incantava o intimidiva, a seconda della personalità di chi la subiva.

Tiberio aveva vinto a Parigi contro Dauthuille, aveva pareggiato a Londra con Dick Turpin, aveva conquistato l’europeo a Bruxelles contro Cyrille Delannoit, lo aveva difeso a Parigi con Jean Stock. Adesso c’era il Toro del Bronx, il Toro Scatenato che sarebbe stato raccontato molti anni dopo in modo meraviglioso da Robert De Niro nel film di Martin Scorsese.

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Su quel match è stato detto e scritto di tutto. Frank Carbo l’avrebbe messo in piedi disegnando anche il finale, LaMotta si era lasciato convincere. Il vice-capo della famiglia si sarebbe arreso solo quando quel biondo italiano aveva mostrato a tutti che il Mondiale non l’avrebbe mai vinto. Non era l’uomo giusto per lui. Toro Scatenato aveva aggredito il ragazzo italiano dal primo gong e si era fermato solo dopo l’ultima delle quindici riprese. Tiberio era rimasto in piedi, coraggioso nella bufera. Ma aveva perso quasi ogni round di quella sfida, anche se due giudici su tre avevano faticato a registrare quella sconfitta: Bert Grant 8-7 per La Motta, Joe Agnello 9-6, Mark Conn 12-3.

Nella vita di Mitri c’è stato un altro momento fatale, stavolta però disegnato dalla magia di una vittoria.

Roma, 2 maggio del ’54, stadio Torino (oggi si chiama Flaminio ed è praticamente in rovina). La gente stava ancora prendendo posto a sedere.

Pasquale e Graziano Jovinelli, grandi organizzatori del tempo, chiacchieravano tra loro cercando di indovinare come sarebbe finito l’europeo tra Tiberio e Randolph Turpin.

Anche loro, come molte centinaia di spettatori, non avrebbero visto nulla. Il gancio sinistro del ragazzo di Trieste fulminava il rivale. Un minuto e cinque secondi e tutto era già finito.

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Veloce la gioia, lungo e straziante il dolore. Mitri si è trascinato da una tragedia all’altra. Due figli, entrambi morti giovani e in situazioni drammatiche. Aveva appena 28 anni Alex quando una overdose l’aveva ucciso. Tiberia era nata nel ’67, se ne era andata travolta dall’Aids.

Tre le donne che avevano vissuto con lui, tre storie finite male. Con Fulvia Franco c’era stata la separazione, troppe cose li dividevano. Non era durata neppure con Helen de Lys Meyer, la mamma americana di Tiberia. L’ultima con cui aveva diviso la vita era stata Marinella Caiazzo.

Aveva 33 anni, venti in meno di Tiberio, quando si era innamorata di quell’uomo il cui volto aveva conservato i lineamenti d’angelo, nonostante la vita avesse già scritto per lui mille pagine dolorose. L’aveva lasciato quando il ragazzo di Trieste aveva cominciato a riempire di violenza le loro giornate.

Era solo Tiberio. Viveva al numero 15 di via Luciano Manara, a due passi da piazza Santa Maria in Trastevere. Di lui si occupavano i ragazzi della comunità di Sant’Egidio.

Proprio loro l’avevano portato in una palestra di pugilato.

E lì aveva ritrovato momenti di lucidità. Le malattie gli avevano concesso una piccola tregua. Aveva promesso ai giovani atleti che sarebbe tornato a trovarli. Qualche pugile, l’ex campione di kick boxing Giorgio Perreca, la nuora, il nipote David. A turno cercavano di non farlo sentire solo.

Ma Tiberio spesso non li riconosceva, a volte diventava violento ed era difficile stargli accanto.

TIBERIO MITRI RITRATTO CON IL SUO GATTO.

Tiziano Amadio di mestiere fa il macellaio, ha un negozio a due passi dalla casa di Mitri. Per un lungo periodo aveva bussato ogni giorno alla sua porta per costringerlo a prendere le medicine. Un giorno era stato respinto a forza, quasi assalito. E lui, giustamente, si era spaventato.

Dicono che l’ex campione vivesse di elemosina, ma la verità è un’altra. Tiberio Mitri, campione di pugilato, non era in grado di gestirsi. La malattia e quel che restava dei vizi che avevano divorato la sua vita, droga e alcool lo avevano anche portato in prigione, si erano presi l’anima.

Aveva una pensione, che spesso si dimenticava di ritirare. Le sue risorse non erano così inaridite. Vagava come un’ombra, scordandosi di prendere i soldi. Per questo, a volte, chiedeva denaro in giro. A Trastevere, come a Termini.

Vittima di se stesso, più che di un destino crudele.

Era bello Tiberio. E il cinema non se l’era fatto scappare.

Da ragazzo aveva fatto il cromatore, il panettiere, il radiotecnico. Da giovanotto si era divertito di più. Diciassette film accanto a nomi famosi: Sordi, Gassman, Totò, Fabrizi,

Brazzi, Peppino De Filippo. Alcuni anche con ruoli importanti, come ne “Il nostro campione” del ’55, “Un uomo facile” del ‘58, “Angeli dalle mani bendate” del ’61. Aveva rifiutato una sola parte, quella di un uomo tradito, nel film “Grido” che Michelangelo Antonioni gli aveva proposto.

Con l’amore aveva un rapporto difficile. La tormentata storia di passione e odio con Fulvia Franco aveva segnato per sempre la sua vita.

Il ring lo aveva lasciato il 21 settembre del 1957, dopo una vittoria. L’Italia stava prendendo coscienza del mondo che cambiava, l’automobile aveva allargato i nostri orizzonti.

Si viaggiava all’estero e i giornali ampliavano le cronache illustrando i misteri della corrida, le gioie della Provenza e il romanticismo di una gita sul Reno. Un pugile, però, nel momento in cui scende, per l’ultima volta, dal ring vede i confini che gli si stringono addosso. Lì è padrone del suo futuro, la vita non è altrettanto disposta a fare concessioni.

Soprattutto se uno vuole prenderla per la gola.

Era bello Tiberio. Anche adesso, anche dopo i mille pugni della vita. Aveva un volto solare, disegnato per piacere alle donne. I capelli lisci ne addolcivano i tratti già delicati. Aveva uno sguardo intenso, che negli ultimi tempi, però, aveva perso quella luce che riempiva i giorni felici.

Nel suo mondo di ombre Tiberio Mitri si sentiva solo e inseguiva un porto che esisteva solo nella sua mente. Più volte aveva raccontato di volere partire. Una sera aveva anche preparato la borsa, ci aveva messo dentro un paio di camicie e si era chiuso alle spalle la porta di casa. Poi era tornato sui suoi passi.

Stavolta si è messo qualcosa sopra gli abiti della notte e ha vagabondato per Roma. La polizia ferroviaria sta ancora cercando di capire come sia finito su quel binario.

Non credo volesse suicidarsi, come ha sospettato qualcuno.

Penso, più semplicemente, che il vecchio campione si sentisse ormai definitivamente sconfitto. La malattia aveva vinto. Camminava senza meta, senza avere la minima coscienza di dove si trovasse.

Per lui, i versi di Francesco Guccini.

E intanto corre corre corre sempre più forte
e corre corre corre verso la morte
e niente ormai può trattenere
l’immensa forza distruttrice
aspetta solo lo schianto e poi che giunga il manto
della grande consolatrice”.

Il testo è dedicato al sogno infranto dell’anarchia. Nessuno più di Tiberio è stato anarchico nel profondo dell’anima.
Nel bene e nel male.
Sono passati quindici anni da quel tragico lunedì.

 

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La furia di Ketchel, un terribile ko, l’amore di una mamma

Ketchel

Il ventidue febbraio del 1908 mi batto contro Mike Sullivan.

Prima di salire sul ring incrocio alcune persone del suo clan che trasportano una grossa cesta.

«Che fate?» chiedo.

«Stiamo portando delle arance a Mike, ne è goloso. Ne mangia un paio tra un round e l’altro».

«Mi dispiace per lui e per voi. Se me lo aveste chiesto, vi avrei fatto risparmiare un po’ di fatica, tempo e soldi».

Lo metto ko in meno di una ripresa, mi bastano settantotto secondi per risolvere la questione.

Il San Francisco Chronicle riporta la notizia, Harry B. Smith firma il breve articolo.

«È stato un corto gancio sinistro scagliato dritto da Stanley Ketchel verso il mento del rivale a risolvere l’incontro. Mike è crollato giù, come se fosse stato colpito da un montone infuriato».

In realtà quello è solo l’ultimo di tre atterramenti. Il primo arriva dopo un diretto destro alla mascella, il secondo dopo un diretto destro al cuore.

Eleonore è la mamma dei Sullivan.

Sfortunatamente per lei quella sera è tra gli spettatori.

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Le mie gambe sembrano accarezzare il tappeto. Boxo sulle punte, a corta e media distanza. Il mio braccio sinistro è in posizione, flesso ad angolo retto. Qualcuno in platea, qualcuno con l’occhio allenato, vede quel movimento e capisce subito quello che sta per accadere.

Un grido strozzato esce dalle bocche di chi tifava Sullivan, un avvertimento che lui non può sentire. La traiettoria del pugno è circolare, partendo leggermente dal basso per chiudersi con un perfetto centro sulla mascella. Quando il colpo arriva a segno non tutti riescono a vederlo.

Ne avvertono però il rumore. Prima un fruscio, poi l’impatto. Un gancio veloce di una potenza devastante. Mike è scaraventato per aria, ricade con le gambe all’indietro, va giù con la nuca piegata fino quasi a toccare il tappeto. Il volto è una maschera di sangue.

Saltano sul ring Doc Jeffreys e Billy Burke, gli uomini che lo accompagnano all’angolo. Lui resta giù, inanimato.

La signora Eleonore con uno strattone si libera di due signori che provano a trattenerla.

Corre giù più veloce che può, quasi volando sopra la gente.

Una valanga che piomba a valle, verso il ring.

«Ho visto quel colpo che non mi è piaciuto e ho detto: “Dio! Questo non ce la fa!” Mike non reagiva. Non è che io capisca molto di pugilato, ma conosco mio figlio. L’ho fatto io. Lui ha dato un pugno e io ho cominciato a urlare. Mike, muoviti. Ho tirato fuori tutto il fiato che avevo dentro. Ancora un pugno e l’altro ha barcollato. Poi quello lo butta contro le corde e il fiato che avevo dentro l’ho dato tutto a mio figlio, ho cominciato a strillare.

“Fermatelo!”

Ma quello gli ha sparato un colpo tremendo e Mike è andato giù nel modo peggiore. Si è piegato come una sfoglia quando si taglia nel mezzo. Sono corsa giù dalla tribuna, urlavo.

“È morto, me l’hanno ammazzato!”

K

Sono arrivata sotto al ring, mi sono aggrappata alle corde, cercavo di portare su i miei novanta chili. Tutti mi trattenevano per i vestiti, ma io volevo salire. A forza di calci, morsi e pugni ce l’ho fatta. Mike era giù. L’hanno preso, poi hanno preso anche me. Tremavo dalla paura, pensavo che fosse morto, si era piegato in quel modo terribile!

Il pugno che quello gli aveva dato sulla mascella era stato tremendo.

La mandibola era partita ed era scivolata fino all’altro orecchio.

“L’ha ammazzato!”

Mi sono ritrovata sul ring. Ero senza scarpe, ma ho salvato mio figlio. L’arbitro non aveva visto che quel colpo aveva distrutto Mike. Io ero lì e urlavo come una pazza. Avranno pensato che fossi matta. Ma in momenti come quelli, una mamma non sta a sentire nessuno, pensa solo a suo figlio.

Poi, per fortuna, è finita. Mike era distrutto, mi sembrava che non avesse neppure la forza per respirare. Mi hanno preso in tre, quattro, non so neppure quanti e chi fossero. Mi hanno buttata fuori, ma senza cattiveria. Mi sentivo come se mi fosse crollata addosso l’intera arena.

Ero fredda, lui aveva gli occhi sbarrati. Si era piegato in due e quell’ultimo colpo dietro l’orecchio, era stato tremendo.

Uno spruzzo di sangue, la paura. Non riuscivo che a pensare una cosa: era successo qualcosa di veramente brutto».

Mike si riprende lentamente, recupera.

Un anno dopo torna a combattere.

Ma da quel giorno, quando i suoi ragazzi salgono sul ring, Eleonore rimane a casa.

E prega.

(da Stanley Ketchel di Dario Torromeo, Absolutely Free edizioni)

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