Calcio malato grave, travolto da corruzione, scommesse e violenza

calcio_malato4Domani, 29 maggio 2015, ricorre il trentennale della tragedia dell’Heysel: 39 morti e 600 feriti.

Il calcio continua a essere malato.

Altri morti, città militarizzate.

Milleduecento agenti per l’ultimo derby Lazio-Roma. Ponti chiusi e traffico limitato. Interi quartieri in stato di assedio.

feritoGuerriglia, scontri, due accoltellamenti, bottiglie molotov, sequestarata una bomba con 50 granni di polvere da sparo e riempita di chiodi.

È la violenza da stadio. Non appartiene a Napoli, Roma, Bergamo, Milano o Verona. E’ democraticamente trasversale, è dell’Italia intera. Sarebbe un errore limitarne i confini, faremmo il loro gioco. Un’entità piccola fa meno paura, può continuare ad agire senza essere disturbata.
E smettiamola di dire sono criminali, cretini, irresponsabili che non appartengono al calcio. Non è vero. Sono all’interno del tessuto di questo sport, ne fanno parte integrante.

Gli scontri da stadio devastano, impauriscono, minacciano. Lo sappiamo tutti prima. Eppure ogni volta facciamo finta di stupirci quando ne vediamo le conseguenze.

violenzaUn Paese che non si scandalizza del fatto che 1.200 agenti di sicurezza siano impiegati per una partita di calcio è un Paese che non può guardare al futuro.

Ogni volta leggiamo e sentiamo per giorni e giorni condanne alle varie mafie che gestiscono l’affare disonesto, al calcio violento, allo scempio fatto delle istituzioni, alla pochezza del governo pallonaro, ai giornalisti che non stigmatizzano. Poi tutto finisce e si riprende a giocare come sempre, sino alla prossima tragedia.

Negli ultimi tempi è tornato a farsi sentire lo scandalo scommesse. Il capo degli “zingari” ha cominciato a parlare e le ipotesi hanno preso corpo. Era già accaduto in passato, è accaduto oggi, accadrà in futuro.

Scommesse truccate, violenza anche in Lega Prò e Serie D.

scommesseCome se non bastasse è esploso anche lo scandalo legato ai diritti televisivi. I nuclei investigativi speciali della Guardia di Finanza hanno fatto irruzione nei locali della Lega Nazionale Professionisti, Infront Italia, Sky Italia, Reti Televisive Italiane, Mediaset e Mediaset Premium. L’ipotesi investigativa è che nel triennio 2015-2018 la vendita dei diritti televisivi sia stata alterata da un accordo restrittivo della concorrenza.

In Italia lo sport del pallone è in piena crisi. Sono sette anni che le società continuano ad accumulare perdite, fino ad arrivare a un indebitamento netto di 1,5 miliardi di euro. E il futuro non genera certo ottimismo. La nostra Serie A non è più considerata appetibile per gli investimenti da chi ha a disposizione ingenti risorse finanziarie, a parte sporadiche eccezioni.

Gli sceicchi hanno preferito Francia e Inghilterra. Al Paris St Germain in tre anni hanno realizzato +400% di ricavi. Da noi non sarebbe stato possibile.

La sponsorizzazione globale delle venti squadre del campionato non arriva a 90 milioni di euro, in Inghilterra supera abbondantemente i 200.

Conti in rosso. Calano gli incassi.

statiovuotoGli stadi sono vecchi, il 50% ha più di sessant’anni. Sono inutilmente grandi. Molti riescono al massimo a riempirsi per il 50% della capienza, quando le cose non vanno peggio e ci si assesta al 20%.
Il crollo della vendita degli abbonamenti è un segnale inquietante anche per il futuro: -75% la Lazio, -66% il Napoli. Ne ha persi ottomila il Milan, tradizionalmente legato a doppio filo con la tifoseria. Solo Roma, Atalanta e Torino possono rallegrarsi su questo fronte.
La difficoltà nel raggiungimento dell’impianto, la mancanza di parcheggi, la scomodità dei posti sono tra le cause della disaffezione. Poi c’è la brutta visibilità delle fasi di gioco. Molti dei nostri stadi sono circondati da una pista di atletica da sei a nove corsie. Questa allontana lo spettatore, lo costringe all’uso del canocchiale soprattutto se si trova in una delle due curve.

Le sponsorizzazioni sono in discesa e il marketing si muove su livelli ridicoli se confrontati con l’estero. Da noi un freno è dato anche dalla tolleranza del taroccamento. Impensabile replicare l’esempio del Real Madrid che dopo l’acquisto di James Rodriguez ha venduto in una settimana 15 milioni di magliette con il suo nome. In Italia si trovano nelle bancarelle, per strada, in negozi senza alcun contatto con le società. Ovunque insomma. La protezione del marchio è inesistente.

Ma il calcio non è malato solo dalle nostre parti, è un’epidemia mondiale.

Domani dovrebbe essere eletto il presidente della Fifa.

Ieri sette dirigenti sono stati arrestati a Zurigo, assieme ad altri otto sono stati accusati di corruzione per reati commessi negli ultimi venti anni. Con speciale riferimento all’assegnazione dei Mondiali (Russia 2018 e Qatar 2022), della gestione del marketing e dei diritti televisivi. L’ammontare della corruzione toccherebbe i 150 milioni di euro.

Le accuse vengono dal ministro della giustizia americana Loretta Lynch e dal capo dell’Fbi James Comey.

Tra gli accusati ci sono due vice presidenti e un ex membro del Comitato Esecutivo.

Il calcio sprofonda. Ma Fifa, Uefa e (nel nostro piccolo) Federcalcio si dichiarano parti lese. Continueranno ad andare avanti così, fino al giorno in cui il Titanic del pallone affonderà definitivamente portando con sè uomini che non sanno cosa sia il rimorso.

 

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Il portiere va a bere e gli avversari segnano!

kover11Il bere ha rovinato molti uomini, e anche tante donne.

Ma non sapevo che anche bere acqua potesse fare male. Eppure per un po’ d’acqua qualcuno rischia di perdere il lavoro e dovrà pagare una multa di circa 7.500 euro.

Sui Weijie fa il portiere di calcio. Gioca nella SuperLega cinese con il Chongqing Lifan e domenica la sua squadra stava vincendo per 1-0 contro il Liaoning quando mancavano sette minuti alla fine.

Sui aveva sete, non ce la faceva proprio ad aspettare che passassero quei sette minuti.

Il Liaoning era in attacco, l’arbitro fischiava una punizione a due dal limite dell’area.

Sui aveva sete, usciva dalla zona di porta, usciva dal campo, prendeva una bottiglietta d’acqua e finalmente poteva bere.

Ma quelli del Liaoning non rispettavano le sue necessità. Battevano in fretta la punizione, davano la palla al centrocampista Ding Haifeng che segnava a porta vuota.

Sui guardava la scena come se fosse stato al cinema, solo quando i rivali tornavano esultando a centrocampo realizzava l’enormità del gesto. Due sorsi d’acqua, due punti persi. Uno a sorso.

porterochinoI dirigenti del Chongqing Lifan non l’hanno presa bene.

Hanno multato di 50.000 yuan il portiere, lo hanno sospeso dalla prima squadra e stanno pensando seriamente di cederlo.

È proprio vero.

Bere fa male.

Iturbe, il gol, la vita Storia di miseria e nobiltà

iturbe-sblocca-il-derby-della-capitaleFino al momento del gol la sua faccia raccontava tormenti e rabbia. Lineamenti tirati, muscoli contratti, sguardo torvo. Messa dentro la palla con una mossa da centravanti vero è tornato a sorridere. Ha urlato la gioia, ha ritrovato serenità

Non è diventato improvvisamente un fenomeno, ma forse il prossimo anno capiremo meglio chi sia in realtà questo ragazzo dall’infanzia sofferta. In fondo anche lui cerca risposte. Ma credo che fin da questo momento valga la pena di conoscerlo meglio.

Roma 17/09/2014 - Champions League / Roma-Cska Mosca / foto Insidefoto/Image Sport nella foto: Juan Iturbe

De todos los millonarios de Núñez, hay uno más humilde que ninguno: Juan Manuel Iturbe lleva en la espalda la 21. (sommario della rivista “La Garganta Poderosa”)

Giovanotti ricchi solo di speranze e ragazze che scoprono il mondo attraverso qualche rivista trovata in giro. Sono i passeggeri del Bus 70 che lentamente lascia il centro di Buenos Aires per avventurarsi verso il barrio che non troverai mai sulle guide turistiche, in quella zona che il governo vorrebbe cancellare tradendo così il ruolo che gli elettori gli hanno assegnato. Servirebbero aiuti, ma i politici fanno finta di non vedere, di non sapere.

Ragazzi e ragazze scendono alla fermata di Calle Luna, rientrano nel loro territorio. Un misto di vecchio Far West e di scenari da Paesi del terzo mondo.

Fa caldo e la gente se ne sta fuori dalle case. Riparano vecchie scarpe, cuciono vestiti laceri. I bambini rincorrono un pallone sdrucito, lo prendono a calci lungo strade di terra, tra la sporcizia. Vecchi con i volti segnati dal tempo e da rughe infinite bevono il mate, tè alle erbe. È l’unico lusso che possono concedersi.

Per fortuna non piove. Le fogne non reggono e bastano poche gocce per allagare le vie. Manca l’acqua potabile e l’odore della miseria è la sensazione più forte che puoi provare se decidi di entrare a Villa 21, Barracas, estrema periferia di Buenos Aires.

villa21

Juan Manuel Iturbe Arevalos (foto sopra, pubblicata su La Garganta Poderosa) è nato lì, il 4 giugno del 1993. Ha vissuto gli anni della prima gioventù in casa della zia, ha passato intere giornate a giocare a pallone con i cugini. Lunghe, interminabili partite che si concludevano solo con l’arrivo del buio. Non c’erano nè vincitori, nè vinti. Ma c’era la gioia di un bambino protetto da un gruppo di amici così divertenti da fargli dimenticare la realtà.

Juan non rinnega nulla. Quando può, torna da quella parti, sente di amare il posto che lo ha visto scoprire il mondo. Non era una finestra privilegiata, ma era l’unica che aveva.

Di tutti i milionari di Nunez, ce ne è uno più umile di tutti: Juan Manuel Iturbe ritorna al 21

Così recita il sommario de “La Garganta Poderosa”, il servizio è a pagina 16.

È una rivista importante, fa cultura, racconta storie. Non è un caso che si ispiri nel nome della testata alla moto di Che Guevara. La mitica Poderosa, appunto.
Iturbe è nato lì. Su quelle strade ha scoperto il calcetto. A cinque anni era già dentro una squadra. A nove Angel Jara Saguier vedeva in lui quel talento che altri non avevano ancora scoperto. L’anno dopo firmava il primo cartellino con il Cerro.

Veniva da una famiglia povera.

Juan del Carmen Iturbe e Miriam Mabel Arevalos non credevano che il futuro dei loro cari potesse essere a Barracas. Loro erano nati in Paraguay e lì un bel giorno avevano deciso di tornare.

Padre, madre, Juan e sua sorella Maria del Carmen, le altre due sarebbero nate dopo. Pochi bagagli, tanti sogni e la voglia di provare una nuova avventura. Nato in Argentina, ma cresciuto in Paraguay, ad Asuncion. E’ questa, in estrema sintesi, la storia del ragazzo. I genitori facevano mille cose per cercare di garantire il giusto ai loro bambini.

Juan è diverso da molti coetanei. Ha la memoria lunga, non dimentica chi gli ha fatto del bene. Così oggi non rinnega il passato e ha addirittura voluto scriverlo sulla sua pelle. I tatuaggi sono appunti impressi per sempre sul proprio corpo, una sorta di agenda per ricordare quello in cui si crede, i momenti magici o drammatici della vita.

genitoriSul petto, appena sopra il cuore Iturbe ha il volto di un Cristo con la corona di spine. Un altro disegno religioso riempie la parte alta della schiena, una sorta di tribale è stato disegnato sul fianco destro. E poi ancora taguaggi che riempiono le braccia. Ma è il polpaccio sinistro a svolgere il ruolo di paginone centrale nel libro della memoria. Poggiati su un letto di rose ci sono le immagini di Juan sr e Miriam, papà e mamma. Per sempre.

Un forte senso religioso Juan jr lo ha sempre avuto. Quello che gli è capitato nell’ottobre del 2013 deve averlo comunque rafforzato. Stava andando a Ciudad del Est, la città dove sono nati i genitori. All’altezza di Caaguazù, 150 chilometri da Asuncion, la Bmw 4×4 che stava guidando era andata a scontrarsi con un camion. Auto distrutta, lui indenne. Un miracolo, o quasi.

Villa 21 nel barrio di Barracas, 45.000 abitanti e tre calciatori importanti. Eduardo Tuzzio che ha giocato con River Plate e Independiente; Antonio Barijho: Huracan e Boca Juniors. E lui, un predestinato. Conteso da Paraguay e Argentina, ha scelto quest’ultima e con maglia dell’Under 20 ha avuto la prima esperienza mondiale. In Sudafrica, nel 2010, la squadra faceva da sparring alla nazionale maggiore allenata da Diego Armando Maradona.

La frequentazione con i campioni è sempre stata una costante nella vita sportiva del ragazzo. Un tempo lo chiamavano “el cara sucia”, la faccia sporca. Leggo il soprannome e faccio un salto indietro nel tempo sino ad arrivare a un famoso trio, quello degli “angeli dalla faccia sporca”: gli argentini Omar Sivori, Valentin Angelillo e Humberto Maschio. Sono abbastanza vecchio per ricordarmeli. Fuoriclasse autentici.

Più tardi Iturbe è diventato il “Messi Guaranì”, un po’ Paraguay un po’ Argentina: in nome del popolo di lingua tupi che viveva nella zona del rio della Plata o del Paraguay.

messiIl “nuovo Messi”. Per la statura che non arrivava a 1.70, per il modo di concepire il calcio (nella foto sopra con il fenomeno del Barcellona, a sinistra). Mancino, veloce, bravo nel calciare le punizioni. Un gol soprattutto, il secondo in Porto-Celta Vigo, ha acceso ancora di più la fantasia.

I giornalisti amano le iperboli, non hanno bisogno di riscontri, basta un movimento e sei condannato al parallelo eterno. L’azione di Iturbe era stata spettacolare. I periodisti dicevano che quel gol era uguale alla rete di Messi contro il Getafe, a quella di Maradona contro l’Inghilterra. E via su quel sentiero pericoloso.

Ora che i Cartoneros sono solo il ricordo di un’infanzia difficile, ma saggiamente mai rinnegata, Juan Manuel Iturbe ha spalle grandi per non piegarle sotto il peso dei paragoni. A 21 anni ha tutto il tempo per crescere. Lo voleva mezza Europa, Manchester United compreso. Lo voleva la Juventus. Sembrava fosse fatta, poi è arrivata la Roma.

iturbe

Il giovanotto si farà, non ha neppure le spalle strette, indosserà la maglia numero 7 (foto A.S. Roma da Facebook). Ha sofferto, ha capito. Non ha rinnegato il passato, ama i genitori e ha il senso della famiglia. Sembra un quadro fin troppo perfetto per un giocatore di calcio. Siamo strani noi che scriviamo di sport, ci innamoriamo di un personaggio senza neppure conoscerlo a fondo. Ma non gli sto regalando credito eterno, il tempo indicherà la sua dimensione. Per quel che mi riguarda, mi sono limitato a raccontare la storia di un altro ragazzo che il calcio ha tirato fuori dalla povertà.

Angel Jara Saguier aveva visto bene. Quella pulce aveva un futuro. Peccato che Angel non possa godere delle giocate della sua più grande scoperta.

La Kronk Gym riapre a Detroit, c’è anche Hearns

com-5Riapre la Kronk Gym, la mitica palestra di Detroit dove Emmanuel Steward ha tirato su decine di campioni.

Lì sono cresciuti, tra gli altri, Milton McCrory, Jimmi Paul, Duane Thomas, Mark Breland, Andy Lee e Adonis Stevenson. Lì è nato il più grande del gruppo: Thomas Hearns, il Cobra.

È stato proprio lui a presenziare all’inaugurazione dei nuovi locali nel seminterrato di una chiesa nella parte ovest di Detroit.

La prima sede era stata creata da Emmanuel Steward alla fine degli anni Settanta ed era stata aperta sino al 28 novembre del 2006,  Ristrettezze economiche, ladri sempre all’opera e vandali che si divertivano a devastare ne avevano consigliato la chiusura.

com-6Ora ha riaperto. In un’altra zona, ma con lo stesso nome e gli stessi intenti. Manca il fondatore, scomparso nel 2012. Ma il ricordo di Steward sarà sempre lì, a ispirare chiunque voglia avventurarsi nella faticosa ma fantastica avventura del pugilato.

È un bel giorno per la boxe.

Balotelli, ultima stranezza. Incatenato su Instragram

koverL’Indipendent titola: “Questa portebbe essere la cosa più strana che Mario Balotelli abbia mai fatto“. Ne dubito.

In ogni caso SuperMario ha pubblicato su Instagram una foto. L’ha fatto alla chiusura di un campionato che l’ha visto partire solo dieci volte da titolare, l’ha fatto subito dopo la sconfitta del Liverpool per 6-1 contro lo Stoke City.

Nell’immagine, dedicata ai tifosi dei Reds, si vede Balotelli con la divisa ufficiale della squadra, incatenato mentre sta per entrare in un castello medioevale. Nella foto si riconoscono un teschio, una spada e una ragnatela.

Sullo sfondo il nuovo stadio di Wembley.

A chiudere, un messaggio.

balotitGrazie ai tifosi del Liverpool per quest’anno… mi sto caricando per la prossima stagione #beast“.

Cosa ha voluto dire?

Se qualcuno ha una risposta, me la faccia sapere.

Le scarpe (…in legno) di Air Jordan in vendita a 10.000$

woodenaironesyoukiddingmeUna copia delle scarpe Chicago, collezione Air Jordan Retro, sarà messa all’asta sabato su eBay. Le scarpe saranno, come informa Usa Today, perfettamente identiche alle originali anche nelle dimensioni e partiranno da una base di 10.000 (diecimila) dollari.

L’unico particolare che le differenzierà da quelle che calzava il mitico Michael è nel materiale utilizzato per realizzarle.

Queste saranno in legno di noce…

Sono certo che nessuno potrà giocarci, ma sono altrettanto sicuro che ci sarà battaglia per acquistarle.

Tokyo University vince dopo 94 ko di fila!

000Todai, la squadra dell’Università di Tokyo, ha vinto una partita. Non accadeva dall’ottobre del 2010. Ha vinto dopo 94 sconfitte consecutive, i tifosi temevano superasse le cento…

Todai gioca nella Tokyo Big6 Baseball League. È nel campionato dal 1925. In novantanni ha messo assieme 244 vittorie, 1.550 sconfitte e 55 pareggi.

Nel periodo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta ha centrato lo scomodo record di 76 sconfitte consecutive.

Il fatto è che come Università non recluta giocatori forti dai Licei, non offre borse di studio per meriti sportivi. Non serve essere un campioncino per ottenere l’ammissione, è invece indispensabile superare gli esami, essere fuoriclasse nello studio. Anche per questo è l’Università più potente della capitale giapponese.

Ha interrotto la corsa verso le cento sconfitte consecutive battendo la Hosei University, il team che ha conquistato 44 campionati in novant’anni ed è in corsa per il titolo di primavera.

Questo è accaduto sabato.

Lunedì Hosai ha battuto Todai per 6-0.

La normalità è stata ristabilita.

Cinquant’anni fa. Ali, Liston e la storia di una foto famosa

kover1Cinquant’anni fa. 25 maggio 1965, St Dominic’s Arena di Lewiston nel Maine. Ore 10:40 della sera.

Quaranta condensatori, ognuno del peso di trentacinque chili. Normalmente illuminano la Roosevelt Raceway di Long Island. Ci sono volute pazienza e tenacia per convincere i proprietari a prestare l’intera attrezzatura a Sports Illustrated.

C’è poca gente attorno al ring, ma sulla piccola cittadina del Maine sono puntati gli occhi del mondo. Lewiston non sa neppure cosa sia la boxe e si ritrova a ospitare il campionato mondiale dei pesi massimi tra Muhammad Ali e Sonny Liston.

biglietto1La gente affluisce lentamente nella St Dominic’s Arena. Il match avrebbe dovuto svolgersi al Boston Garden, ma le autorità del Massachusetts hanno negato l’autorizzazione all’incontro. Pensano che dietro gli organizzatori ci sia la mafia. Pochi mesi prima è stato assassinato Malcolm X e subito dopo è stata incendiata la casa di Ali.

In molti temono che qualcuno possa uccidere il campione, l’ipotesi di un attentato si è fatta sempre più reale. Meglio dunque un posto piccolo, dove sarà possibile controllare tutti.

Il match si svolgerà nella cittadina sul fiume Androscoggin 130 miglia a nord est di Boston, in una località che ha una scarsa tradizione che la leghi al pugilato.

Neil Leifer, giovane fotografo di Sports Illustrated, ha scelto il suo lato del ring. Su quello opposto si è piazzato Herbie Scharfman, un collega della stessa rivista, uno che ha scattato delle splendide immagini del grande Rocky Marciano. La loro, come quella di ogni bravo fotografo, è una vera e propria sfida a chi riuscirà a rubare lo scatto migliore. Usano Rolleiflex con flash stroboscopico. Hanno un unico scatto, poi sono costretti ad avvolgere la pellicola e aspettare dai tre ai cinque secondi affinché il flash si ricaricasse. Ogni volta che lo fanno, rischiano di perdere il momento magico.

alifaccia1In sala ci sono più poliziotti che spettatori. Ogni persona che entra deve essere perquisita. È il 25 maggio del 1965, Cassius Clay ha abbracciato la religione dei Musulmani Neri e cambiato il suo nome. Prima in Cassius X, per poi diventare per tutti Muhammad Ali.

L’America non ha ancora deciso se amare l’ex galeotto o quello sbruffone che si prende gioco dei rivali, fino a plagiarli.

Al terzo destro scagliato da Ali, Liston stramazza al tappeto subito dopo avere abbozzato un jab sinistro. Un lampo e l’Orso è lì, disteso, quasi immobile. Il campione gli sta sopra e lo sfida urlandogli addosso.

«Alzati, brutto Orso. E fallo in fretta, siamo in televisione».

È andato giù dopo 1:44, si era rialzato a 1:56, solo a 2:12 l’arbitro ha decretato il ko. Er astato un pugno fantasma a chiudere la sfida.

walcott1L’arbitro è Jersey Joe Walcott, vecchio campione del mondo dei pesi massimi. Liston è al tappeto. È scivolato giù lentamente, come un vecchio edificio che si sgretola dopo essere stato colpito dalla palla di acciaio. È lì a terra, steso come se fosse stato appena folgorato. Walcott comincia a contare, perde tempo nel mandare Muhammad all’angolo neutro, si innervosisce, si lascia sfuggire il controllo del match, torna al centro del ring quando i due hanno già ricominciato a boxare. Da bordoring gli urlano di fermarsi, gli gridano che il match è finito. C’è Nat Fleischer in prima fila, è l’editore e il direttore di The Ring: la rivista che viene considerata la bibbia del pugilato.

Fleischer: È finita Joe, ferma l’incontro
Walcott: Perché?
Fleischer: Liston è rimasto giù 14 secondi
Urla anche il cronometrista.
Walcott: Quanto è rimasto a terra Liston?
Cronometrista: Oltre 12 secondi
Jersey Joe Walcott ripercorre lentamente camminando all’indietro lo spazio che lo separa dai pugili, ferma la loro azione e alza il braccio di Ali. Il ragazzo di Louisville si è confermato campione. Ha vinto per ko con un pugno che nessuno ha visto.
La gente strilla.
Buffoni, imbroglioni.”
Sono tutti in piedi e gridano.
Truffatori.”

liston1Adesso cercano di sfuggire alla rabbia della folla. Un deputato chiede al Congresso di abolire la boxe. I giornali parlano di una gigantesca truffa sulle scommesse, della mafia che ha manipolato il risultato, dei Mussulmani Neri che hanno bisogno di un campione del mondo per propagandare la loro dottrina.
Liston ha perso il titolo, ma continua attraverso la Inter-Continental Promotions a prendere la percentuale sulle borse del nuovo campione.
Liston è steso al tappeto. Le mani sopra la testa, la gamba destra leggermente flessa. L’immagine perfetta della resa. Le luci sono a posto, i condensatori stanno facendo il loro lavoro. Non c’è tanta pubblicità a inquinare la scena. La gente fuma e questo crea un effetto foschia. Non si può chiedere di più.
Scatta Neil Leifer, scatta Herbie Scharfman.

SI1Una grande foto ha bisogno di una grande fortuna. Tutto il mondo ricorderà lo scatto di Leifer, l’immagine di Ali con il braccio destro piegato, fino a raggiungere con il pugno la spalla sinistra, e il viso trasformato da un misto di rabbia e orgoglio. Sotto di lui, Liston è la rappresentazione di un uomo che non ha più nulla da chiedere. Nello scatto c’è anche un signore pelato e con gli occhiali. È proprio accanto alla gamba destra di Ali, intento a ricaricare la macchinetta fotografica. Quel signore è Herbie Scharfman. Ha scelto il lato sbagliato.
Nessuno nella piccola arena di Lewiston ha visto andare a segno il pugno che ha mandato giù Sonny Liston, dopo appena 1:44 dall’inizio del match. È stato un lampo d’immaginazione che solo l’ironia di Ali può raccontare come se sia veramente accaduto.
«I miei colpi sono talmente veloci che devi tenere sempre gli occhi aperti. Un battito di ciglia e hai perso quello del kappaò….»

Ali2Dicono che c’è stata una truffa gigantesca sulle scommesse (ma Liston era dato favorito solo a 5/6), che la mafia ha pilotato il risultato, che i Musulmani Neri hanno bisogno di Ali campione del mondo per propagandare la loro religione. Ne dicono tante. L’unica cosa certa è che Liston ha perso anche la rivincita mondiale, ma è entrato in una società che gestiva i guadagni pugilistici del campione.
Neil Leifer è felice. Sa di avere in macchina lo scatto buono. Ha usato il grandangolare a 180° al momento del knock out e ha fermato per sempre un’immagine storica. Una foto che vale più di mille parole. Ali è stato immortalato nel pieno della sua forza. Potente, strafottente, clownesco, sicuro. Una bellezza plastica in grado di ipnotizzare le folle. E Leister ha tutto dentro la sua Rolleiflex. Ma Sports Illustrated non giudica quello scatto degno della copertina, lì finisce una foto di George Silk. Solo molti anni dopo, capito l’errore, quella foto sarebbe finita sulla copertina della rivista come uno dei più grandi scatti di sempre.

«C’è una qualità di Ali che ho sempre ammirato più delle altre: la sua abilità unica di sommare energia e coraggio davanti alle avversità, di attraversare la tempesta senza mai perdere la strada».
Con queste parole Obama ricorda il campione nell’articolo scritto per l’edizione speciale con cui Usa Today nel 2010 ha celebrato i cinquant’anni dell’ingresso di Ali nella grande boxe.
C’erano 2.434 spettatori quella notte a Lewiston, lì dove la grande avventura ha preso il volo. Muhammad Ali, l’uomo che avrebbe conquistato il mondo, è partito da un piccolo pubblico radunato in una piccola Arena di una piccola città che conosceva assai poco la boxe. Non è stata l’unica contraddizione nella vita dell’uomo che ha riscritto la storia del pugilato.

 

 

 

Mayweather scommette e vince 477.273 dollari!

koverNon a caso lo chiamano Money.
Floyd Mayweather jr nell’ultimo week end ha mischiato boxe e basket Nba, ha sfidato i bookmaker, ha scommesso 350.000 dollari ed ha portato a casa una vincita di circa 477.300 $. Saranno pure una briciola davanti ai 200 milioni guadagnati per le 12 riprese contro Manny Pacquiao, ma restano pur sempre 417.000 euro, quasi 850 milioni delle vecchie lire.
Io non faccio niente gratis. Ho scommesso 350.000 dollari e me ne sono andato via con 827.272,73“.
twitterUn post su Twitter per annunciare al mondo l’ennesimo colpo. Ha anche indicato gli eventi sui cui ha investito il suo denaro: il mondiale dei medi tra Gennady Golovkin e Willie Monroe jr innanzitutto. Ha puntato sul fatto che il match sarebbe finito prima di 5.5 round. A quarantacinque secondi dalla scadenza, GGG ha messo ko l’americano.
Ha giocato su gara 6 e 7 delle semifinale NBA Western Conference tra Los Angeles Clippers e Houston Rockets, favorendo in entrambe le occasioni i texani. Ha chiuso il week end fortunato indovinanto anche Atlanta Hawks vs Washington Wizard dell’Eastern Conference.
Soldi chiamano soldi. È un vecchio detto sempre di moda.
Certo se hai 350.000 $ da rischiare in un fine settimana, alla fortuna dai una bella mano.
InstagramGli ultimi quattro giorni sono stati grandi. Sono stato pagato mentre guardavo altri che gareggiavano. Non faccio nulla gratuitamente. Ho scommesso $ 350,000 e mi sono allontanato con $ 827.272,73“.
Non ha voluto negare la notizia ai suoi seguaci neppure su Instagram.
Floyd Mayweather jr detto Money ormai usa i social network per tenerci aggiornati sul rapporto con chi ama di più al mondo.
I soldi.

Angel Robinson Garcia, il vagabondo del sesso

angelPE-PAM!

Diretto destro doppiato dal gancio sinistro, Angel finisce giù. Si alza, guarda l’altro, cerca di rubare qualche secondo in più per recuperare.

«Boxe!»

Si ricomincia.

Angel pedala all’indietro, guadagna tempo, va faticosamente avanti fino a quando non sente il gong e si avvia con passo lento verso l’angolo.

Il vecchio maestro, magro e ciondolante, sale a fatica i tre gradini di legno che portano sul quadrato e si piazza davanti allo sgabello.

Aspetta che l’altro parli, ma quello se ne sta zitto.

«Così non andrai da nessuna parte. Sei un pazzo. Continui a prendere bastonate sulla faccia. Mettici almeno un po’ d’orgoglio. Quello non è neppure degno di stare sullo stesso ring con te».

Silenzio.

«Tu sei senza speranza. Vai e cerca di finire velocemente a terra, voglio tornare presto a casa».

Ancora silenzio.

Angel si gira verso il pubblico delle prime file. Tira su le spalle, alza le sopracciglia verso l’alto e fa addirittura in tempo ad aprire la bocca in un mezzo sorriso triste prima che il coach gliela chiuda con il paradenti.

Torromeo1Sul ring Angel si muove come una pantera. Ha classe. Qualcuno molto tempo fa ha cominciato a chiamarlo Robinson. Come il mitico Sugar Ray. Quel soprannome gli è rimasto appiccicato addosso per sempre.

Angel Robinson Garcia è un grande, ma ancora più grande è la sua dipendenza dal sesso. Non c’è giorno che non faccia l’amore. Con una o più donne. Non può farne a meno, il sesso è come il cibo. A volte un’esigenza, sempre un piacere.

Gli piace boxare, ma la cosa che gli piace di più è l’amore. Quello fisico.

Ama il contatto dei corpi, la notte consumata in un’esplosione dei sensi, il piacere dato e ricevuto.

Sesso, sesso e ancora sesso.

E non sta certo lì a porsi dei limiti sul dove o sul quando.

Prima di salire sul ring, dopo il peso, a fine match, durante gli allenamenti. Il sesso è per lui quello che l’aria è per noi.

Indispensabile per vivere.

Angel picchia duro, ma l’altro gli restituisce ogni colpo con gli interessi.

Ha incassato e portato a casa per quasi tutto il round, poi negli ultimi trenta secondi è stato lui a trasformarsi in attaccante. Mazzate che si sono abbattute sul fisico di Garcia debilitato dallo sforzo fatto a inizio ripresa.

«Metti il gancio sinistro!»

«Entra col montante!»

«La testa, arbitro! Che, non lo vedi? La testa!»

Urlano i tifosi di Angel.

L’altro è una furia. Diretti, ganci, montanti. Ma Angel incassa qualsiasi cosa. E restituisce con gli interessi. Le ultime due riprese sono sue. Poi, l’intervallo. Il match è in equilibrio.

Robinson Garcia non scherza più, il vecchio maestro gli parla e lui sembra addirittura che stia ad ascoltarlo.

«Come va, Angel?»

«Quante riprese mancano?»

«Questa è l’ultima. Provaci, ma fallo una sola volta».

Silenzio.

«L’abbiamo studiato per un mese in palestra».

Silenzio.

«Butta il corpo in avanti, schiva il sinistro che lui tirerà cercando di colpirti di incontro. Entra con la testa nella sua guardia e spara il tuo gancio sinistro. Te la senti?»

Silenzio.

«Angel, cazzo! Mi senti?»

Lui piega leggermente la testa in avanti.

«E allora, vai».

Robinson esegue con magnifica precisione. Il gancio sinistro parte con scelta di tempo perfetta e chiude la corsa sulla mascella dell’avversario che va al tappeto.

Giù, vittima di un capolavoro.

L’arbitro comincia il conteggio.

«Uno, due, tre, quattro…»

All’angolo il vecchio coach sorride.

Robinson Garcia sente di avere ritrovato energie che non pensava di avere. La gente urla pazza di felicità.

«An-gel, An-gel, An-gel!»

Al “cinque” l’altro prova a rimettersi in piedi. Quando ripiomba al tappeto non si meraviglia nessuno. Angel Robinson Garcia ha appena portato a casa un’altra vittoria.

(stralci da “Angel Robinson Garcia, il vagabondo del sesso”, racconto inserito nel libro “Non fare il furbo, combatti”, Dario Torromeo per Absolutely Free editore. 260 pagine, 15 euro. Nelle migliori librerie)