Il sogno di Jose Mantequilla Napoles diventa un incubo. C’è Monzon…

monzon

Era acqua ghiacciata quella che veniva giù dal cielo.

Il vento soffiava forte e toglieva il respiro.

Il capannone del circo era montato su un terreno abbandonato. Il fango rendeva difficile ogni piccolo passo. Uomini e donne arrivavano ai confini di quello spazio umido e sporco in gruppi di tre o quattro. Procedevano cercando aiuto in una passerella di legno. Altre tavole segnavano il cammino verso la meta, indicata da una luce che usciva da una piccola porta in fondo alla strada. Grosse frecce all’uscita della metropolitana suggerivano la via per raggiungere il luogo dell’evento. I pugili erano rintanati in due camper che comunicavano con il tendone attraverso gallerie all’aperto.

Erano venuti in tanti per vedere un uomo di trentatrè anni salire sul ring portandosi dietro dieci centimetri e cinque chili in meno del suo rivale.

In molti amavano Jose Napoles.

napoles

Lo chiamavano Mantequilla perché i colpi sembrava scivolassero sul suo corpo. Sgusciava via, sempre e comunque, come un panino di burro. Schivate millimetriche che rivelavano la grandezza del fuoriclasse. Abile sul piano tecnico, ma dotato anche di pugno pesante. Era stato campione del mondo per sei anni, tranne una breve parentesi di pochi mesi. Carlos Ortiz si era sempre rifiutato di affrontarlo. Aveva battuto Curtis Cokes, Emile Griffith, Ernie Lopez, Billy Backus, Horacio Agustin Saldano. Peccato fosse un welter naturale, forse il migliore dopo Sugar Ray Robinson.

Il titolo in palio in quella fredda notte parigina era quello dei medi.

Un giovane francese con il viso d’angelo impartiva ordini con voce metallica. Curava gli ospiti di bordo ring, voleva che lì tutto fosse perfetto. Il resto del pubblico poteva anche maledire il momento in cui aveva deciso di comprare il biglietto. Alain Delon indossava un cappotto di cammello che gli stava a pennello, i capelli erano tenuti assieme da un leggero strato di gel.

Jose Napoles si era allenato nella palestra Jovert, nella zona nord ovest di Parigi. Un locale pieno di ragazzi che ogni pomeriggio, prima di cominciare il lavoro, alzavano lo sguardo verso la foto di Marcel Cerdan: l’algerino di Parigi, il campione del mondo dei pesi medi, l’amante di Edith Piaf, l’idolo della Francia intera. Il profumo delle Gauloises riempiva l’aria. Un odore forte, acre che sembrava l’ideale compagnia per quegli uomini che avevano scelto un mestiere così difficile.

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Napoles era nato a Cuba, aveva imparato a fare a pugni per le strade dell’Avana. Lavorava come lustrascarpe e andava in palestra. Buon dilettante, aveva cominciato l’attività sotto la guida di tre zii. Poi era passato professionista. Nel ‘61 Fidel aveva vietato la boxe “dei capitalisti” e lui era scappato in Messico portandosi dietro un record di 17 vittorie e una sconfitta. Il maestro che lo seguiva si chiamava Alfred Cruz, detto Kid Rapidez. Era esperto di Santeria, la stregoneria cubana. A pochi minuti dal match potevi tranquillamente trovarlo sotto la doccia che sgozzava un pollo, o potevi scoprirlo appena dopo il peso mentre bruciava candele votive in albergo.

Napoles aveva affrontato i migliori.

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Saliva sul ring e boxava tenendo le mani basse, schivando i colpi con un leggero movimento della testa e del tronco. Per cinque anni era stato il numero 1 dei pesi leggeri, ma non era riuscito ad avere l’occasione mondiale.

Fisico compatto, faccia tonda, incattivita da un paio di baffi da bandito, Jose Angel Napoles amava le donne in un modo selvaggio. Poco sentimento e tanto sesso.

“E’ arrivato il falco che mangerà le pollastrelle” era il suo grido di battaglia.

Adorava fare l’alba e cercare il grande colpo scommettendo su cavalli cha i bookmaker offrivano a 20 contro 1. In un solo pomeriggio aveva perso 30.000 dollari, una fortuna. Gli piaceva bere. Eric Thomas, detto “Baby Cassius” era uno dei suoi sparring più assidui. Raccontava che più di una volta aveva sentito l’odore dell’alcool uscire dalla bocca del campione durante le sedute di allenamento. Aveva aggiunto che quando si accorgeva di essere stato scoperto, Napoles diventava cattivo.

“Un pomeriggio mi ha fatto davvero male. Ero lì, tutto quello che volevo era guadagnare qualche dollaro per passare un buon Natale. Ma lui ha cercato di uccidermi a forza di pugni. Colpiva, colpiva, colpiva. Sembrava non ne avesse mai abbastanza”.

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Il circo era pieno. Un gruppo di messicani ritmava senza pause il canto di guerra.

“Me-hi-co, rah, rah, rah; Me-hi-co, rah, rah, rah “.

Gli argentini, più numerosi, urlavano ingiurie sanguinose e minacce di distruzione. Il fumo delle sigarette avvolgeva le prime file di bordo ring.

Fuori la pioggia ghiacciata continuava a venire giù come se volesse maledire quel giovane attore che aveva osato mettere in piedi la grande sfida. Accanto a lui si muoveva Rodolfo Sabbatini, il promoter romano che gestiva Monzon in Europa.

Gli spettatori applaudivano, si scaldavano le mani in attesa che quei due cominciassero a darsele di santa ragione. Perché era questo che volevano. Uno spettacolo di lotta senza risparmio. Sapevano che l’avrebbero avuto. Monzon non aveva mai deluso su questo piano e Napoles aveva fatto chiaramente capire che sarebbe andato a caccia del pugno pesante. Volevano lacrime e sangue, sarebbero stati accontentati.

Pioggia e freddo fuori, caldo dentro.

Carlos Monzon e Jose Napoles salivano sul ring, era la sera del 9 febbraio del ‘74.

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Durava meno di tre round la speranza del messicano di Cuba. Metteva a segno un destro che toccava la mascella di Monzon e la storia finiva lì, anche se Josè continuava ad avanzare, saltellando, come se stesse ballando sulle punte. Andava a cercare il campione, ma era una guerra impari. C’era troppa differenza fisica, almeno due categorie in più in favore dell’argentino. Il destro di Carlos era lungo, sembrava non dovesse mai avere fine. Veniva giù come quelle enormi palle di ferro che abbattono i palazzi e provocava danni pesanti. Nella sesta ripresa l’incontro diventava una mattanza, un gancio sinistro del campione feriva il rivale. Il sangue riempiva la faccia di Napoles, piccoli rivoli rossi disegnavano macabre linee su un volto sempre più cupo.

Nell’intervallo, la resa.

Jose Napoles: “Angelo no veo, no veo nada.”

Dundee: “Finiamola qui.”

Monzon rientrava nello spogliatoio, si faceva velocemente la doccia, si rivestiva e tornava in albergo senza fare il controllo antidoping.

“Non faccio pipì davanti a dieci persone”.

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Due mesi dopo, il Wbc metteva assieme questo episodio e il rifiuto di difendere la corona contro lo sfidante ufficiale Rodrigo Valdes entro novanta giorni e toglieva all’argentino la sua parte di titolo.

Per la corona vacante Rodrigo Valdes batteva Benny Briscoe.

Carlos era furibondo.

“Mi ritiro” annunciava ai giornalisti.

Rodolfo Sabbatini sorrideva.

“Tornerà sul ring non appena conoscerà il nome del prossimo avversario e l’entità della borsa”.

Otto mesi dopo avere distrutto Josè Napoles e avere annunciato il ritiro, Carlos Monzon difendeva per la decima volta il titolo. A Buenos Aires, Tony Mundine finiva knock out in sette round.

La parola fine non era ancora stata scritta.

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Cari contestatori di Nino Benvenuti, leggete la sua storia…

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“Dimmi, James: li ricordi, tu, i bei giorni andati?”
“Ogni anno che passa, sempre di più”
(John Hurt e Kris Kristofferson, I cancelli del cielo)

Un silenzio assoluto. Un’oscurità attenuata da flebili luci. Un uomo steso sul lettino dei massaggi, attorno a lui poche persone. Fuori, davanti alla porta dello spogliatoio, un altro uomo. Era il guardiano della serenità, colui che doveva controllare che nessuno entrasse a interrompere la concentrazione del campione.
Nino Benvenuti stava per affrontare la notte più importante della vita e aveva bisogno di ogni stilla di energia.
Era nella pancia del Madison Square Garden, lì dove ogni grande avventura era nata. Su quel ring avevano combattuto Joe Louis, Sugar Ray Robinson, Jake LaMotta, Rocky Marciano. L’arena aveva più volte cambiato indirizzo, quasi fosse il tendone di un circo creato per acrobati e clown, ma l’anima era rimasta sempre la stessa. La carovana dei pugilatori si muoveva nel ventre della civiltà, lasciando ovunque la sua impronta. Era seguendo il filo delle emozioni che potevi approdare al luogo sacro. E il Garden lo era.
Il dottor Harry Kleimann aveva già controllato le pulsazioni del triestino, 56 al minuto. Era uscito chiedendosi se quel ragazzo fosse incosciente o troppo sicuro di se stesso. Solo Nino avrebbe potuto dargli la risposta giusta.
Un silenzio assoluto attraversava la penombra di quel camerino. Era stato lungo il cammino per arrivare fino al palcoscenico che ogni pugile sognava.
Benvenuti aveva cominciato a fare boxe spinto da qualcosa che sentiva dentro, che lo motivava, che quasi gli imponeva di regalare al papà Fernando le gioie che lui non aveva potuto vivere. Il nonno di Nino glielo aveva impedito. Il pugilato, a quei tempi, faceva paura.
La decisione di diventare un pugile era stata istintiva.

Griffith
Benvenuti non sapeva molto di questo sport. Ma sapeva che doveva imparare a tirare pugni. E così si era inventato un pugilato tutto suo. Aveva appeso alla trave della cantina di casa un sacco di juta pieno di frumento. Un paio di calzettoni colmi di stracci erano diventati i suoi guantoni. Aveva tirato una corda fra le tre colonne della cantina e aveva costruito quello che lui immaginava essere un ring.
Aveva lasciato quella palestra personale dopo sei mesi di grande lavoro. Ed era entrato in un ginnasio vero, quello che il maestro Luciano Zorzenon aveva aperto a pochi metri da casa Benvenuti.
Nulla rompeva quel silenzio assoluto all’interno del Garden. La mente di Nino andava alla ricerca della concentrazione massima, voleva isolarsi dal resto del mondo e allo stesso tempo esserne parte integrante. Cercava quello che da tempo chiamava il suo Nirvana. Voleva salire sul ring leggero, nella condizione migliore per dare il meglio di sé, perché davanti avrebbe avuto un grande campione, Emile Griffith.
Era la notte del 17 aprile 1967.
Il mondiale dei medi sembrava un sogno per tanti, ma Nino il suo sogno l’aveva già realizzato. L’oro olimpico con l’aggiunta della Coppa Val Barker, quella per il miglior pugile dei Giochi di Roma 1960. Una cavalcata trionfale che non avrebbe mai dimenticato, continuando a dare a tutti la stessa risposta davanti alla stessa domanda.
«Nino, quale è stata la tua vittoria più bella?»
«La conquista dell’oro ai Giochi di Roma».

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Sul podio aveva lanciato un bacio verso il cielo, nel ricordo di Dora. La mamma era morta quando aveva appena 46 anni e lui ne aveva da poco compiuti 17. Aveva seguito in silenzio la carriera sportiva del figliolo, probabilmente non avrebbe voluto assecondare quella scelta, ma era contenta. Lo era perché il ragazzo rendeva felice il papà. Il signor Fernando l’aveva seguito restando sempre un passo indietro, lasciando che fossero i maestri a governare il suo ragazzo. Prima Zorzellon, poi Nino Tiralongo. E infine Natalino Rea, accanto al quale era salito in cima al mondo dei dilettanti.
Ancora silenzio nel camerino del Madison. Il massaggiatore aveva finito il suo lavoro. Era quasi arrivato il tempo di andare. Benvenuti si sentiva finalmente leggero. Ma avvertiva dentro di sé un peso che doveva riuscire a trasformare in una grande spinta.
Da quando era arrivato a New York aveva incrociato centinaia di italiani che gli avevano dato una pacca sulle spalle, avevano voluto fare una foto con lui, gli avevano ricordato cosa significasse per loro avere un italiano campione del mondo. Benvenuti non aveva lottato per scacciare quei pensieri, ci si era adagiato dentro, si era fatto cullare da quelle parole. Sapeva che avrebbero contribuito a dargli forza.
Quattro charter di tifosi erano volati dall’Italia per essere lì a incitarlo. L’America degli anni Sessanta era qualcosa di molto lontano per noi. Cosa sapevamo? I libri ci raccontavano la storia di quel popolo, ma erano in pochi a conoscere l’America moderna, quella di tutti i giorni. Era assai vicino a un sogno. Dicevano: vado lì e qualcosa accadrà. Venire trasportati a New York, anche se solo via radio, voleva dire essere nel mondo nuovo, partecipare direttamente all’evento.
Avevamo raggiunto, tutti assieme, quel Continente assai più distante delle migliaia di chilometri che lo separavano dall’Italia. E non lo facevamo attraverso il cinema, che raccontava storie senza tempo. No, tutti noi stavamo vivendo in diretta una grande avventura. C’era l’Italia intera dentro il Madison Square Garden. Non c’erano aerei super veloci e il costo del biglietto non era una cosa che molti potessero permettersi. Il racconto degli States era affidato dunque a libri e film. Quindi, in gran parte, alla fantasia.

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In quegli anni le nostre case si erano riempite di rumori e di luce. Un salto in avanti nel tempo, rispetto al grigiore degli anni Cinquanta. L’elettricità aveva ridisegnato le abitazioni. I giradischi erano diventati strumenti indispensabili per i ragazzi, nove milioni di italiani avevano comprato un televisore. E quelli che non lo avevano si radunavano in casa degli amici più fortunati. Venti milioni di telespettatori per la finale di Canzonissima, altrettanti per l’ultima serata del Festival di Sanremo. Ma c’era ancora chi voleva pensare per noi.
Il Governo italiano aveva vietato la trasmissione in diretta televisiva del mondiale. Temeva che gli italiani, restando in piedi sino all’alba (il match cominciava alle 22 di New York, le 4 del mattino a Roma) non si sarebbero poi presentati al lavoro. Era stata concessa, in via eccezionale, la radiocronaca. In cinquemila, solo a Milano, avevano prenotato la sveglia telefonica per le tre. In diciotto milioni avrebbero ascoltato la voce di Paolo Valenti, abile narratore della grande avventura. Una nazione intera spingeva Nino, voleva accompagnarlo sul tetto del mondo.
Era arrivato il momento di andare. Bruno Amaduzzi, Libero Golinelli e Benvenuti avevano lasciato il silenzio dello spogliatoio e si erano incamminati nel tunnel che portava all’arena. Il rumore era cresciuto lentamente, come il motore di un aereo che si avvicina e quando passa sulla testa provoca un frastuono infernale. Così le urla del Madison Square Garden avevano travolto il terzetto.
«Ni-no, Ni-no, Ni-no, Ni-no!»
Erano in tanti a ritmare quel nome. Uomini arrivati laggiù pieni di speranze, paisà che cercavano riscatto attraverso la vittoria di un loro connazionale, signori che all’America (come, all’epoca, dicevano in molti) avevano fatto fortuna. Incitavano, urlavano, sognavano. Era stato in quel momento che Nino aveva avvertito una strana sensazione. Aveva scoperto di sentirsi protetto. Quella gente era con lui.
Tanti italiani, tante bandiere tricolori. Era difficile rimanere calmo, ma lui ce l’aveva fatta. Era in un altro mondo, isolato da tutto. Nel resto della sua carriera non sarebbe mai più riuscito a sentirsi così. Solo nella folla. Non c’era tensione in lui. Poteva essere pericoloso non sentire quella carica agonistica che la tensione sa regalarti. Ma Nino quella volta non ne aveva bisogno. Sapeva esattamente quello che avrebbe fatto. Subito dopo il gong sarebbe stato lui a tirare il primo pugno. E sarebbe andato avanti su quella strada, sino alla vittoria. E così era stato.
Il match era stato duro, spietato.
Un montante destro al secondo round e Griffith era andato giù. Emilio si era fermato un attimo e Nino l’aveva quasi spinto. L’americano gli aveva tenuto il guantone in un estremo tentativo di rimanere in piedi, ma Benvenuti era riuscito a liberarsi di quella morsa e l’altro era finito al tappeto. Sapeva di averlo preso perfettamente, era un colpo che aveva studiato a lungo in palestra. Qualcuno dei suoi sparring partner era anche finito al tappeto. L’aveva provato con i guantoni grossi, funzionava. E aveva funzionato anche nel match per il titolo.
Ma Emilio quel colpo terribile era riuscito ad assorbirlo. L’aveva sentito, ma non aveva perso conoscenza. Si era rialzato immediatamente. Nino aveva allora provato ad accelerare per vedere le sue reazioni. E aveva scoperto che non era ancora arrivato il momento di forzare completamente.
Poi, nella quinta ripresa, ad andare giù era stato lui. Aveva perso l’equilibrio, il colpo gli era arrivato all’orecchio. Era caduto dritto, non si era neanche piegato. Nella testa aveva un solo pensiero, la paura di non essere più in grado di rimanere in piedi. Non era suonato. Purtroppo capiva tutto. Sentiva un fischio all’orecchio, aveva realizzato che il suo equilibrio era diventato instabile, doveva far passare il tempo. Aveva sfruttato gli otto secondi di conteggio, gliene servivano altri tre o quattro per recuperare. Ce l’aveva fatta. Ma il pericolo era sempre lì, a meno di un passo da lui.
Nino continuava a chiedersi: e adesso cosa succederà? Non aveva perso i sensi, era rimasto presente a se stesso. Era sempre lui, quello che voleva vincere. Aveva attraversato il momento più brutto del match ed era riuscito a superarlo. Nella vita ci sono dei passaggi obbligati, ti sembrano ostacoli insormontabili, ma sono proprio quelli i momenti in cui ti senti un predestinato. A Griffith sarebbero bastati un paio di colpi in più per ripresa e avrebbe vinto.
Negli ultimi due round, il quattordicesimo e il quindicesimo, Nino aveva fatto un piccolo miracolo. Aveva combattuto a mani basse, portando dei montanti al corpo. Quando mai avrebbe più fatto cose del genere? Era nelle condizioni da potersi permettere quell’atteggiamento. Era stato capace di attingere a ogni risorsa del suo corpo. Accade poche volte in una vita intera.
Alla fine il verdetto l’aveva premiato.

Nino Benvenuti-Middleweight Boxing Champ September 25, 1967 X 12341 / X 12527 credit: Herb Scharfman/Tony Triolo
Nino Benvenuti era diventato il nuovo campione del mondo dei pesi medi. E aveva conquistato il titolo laggiù, in America. Avevano suonato le sirene delle navi ancorate al porto di New York. Avevano tirato fuori mille bandiere italiane gli emigrati che finalmente potevano sfidare i compagni di lavoro («Sì, sono italiano, come il campione del mondo»). Molte coppie, negli anni, avrebbero raccontato a Benvenuti di avere fatto l’amore proprio quella notte, di avere chiamato Giovanni il bambino che dopo nove mesi era nato. Gente che non aveva mai toccato vino, aveva bevuto fino a ubriacarsi. Anche chi normalmente andava a letto alle dieci di sera aveva fatto mattina senza stancarsi.
Quella del 17 aprile del ‘67 era stata sicuramente una serata magica. Nino non era riuscito a percepire subito il valore dell’impresa che aveva compiuto. I primi segnali erano arrivati il giorno dopo. La gente lo fermava per strada per dirgli: «Adesso possiamo andare ad affrontare le fatiche di tutti i giorni dicendo che siamo italiani come Nino Benvenuti». Magari il giorno prima in fabbrica li prendevano in giro: «Vedrai come le becca dal negretto». E invece aveva vinto lui, il “bianchetto”. No, non aveva capito subito cosa era riuscito a fare. Poi, ne era rimasto quasi spaventato.
L’Italia era impazzita, ma anche l’America era stata conquistata da quel bel ragazzo che aveva un’incredibile capacità di comunicare. La Paramount gli aveva offerto 100.000 dollari per dare il suo nome a una catena di ristoranti. Si sarebbero chiamati Nino’s. La prestigiosa rivista Life gli aveva dedicato la copertina. In qualunque strada del Paese passeggiasse, Benvenuti doveva fermarsi almeno dieci volte. Stringere mani, firmare autografi, farsi fotografare.
E ancora una volta, sguardo al cielo, Nino aveva detto «grazie». Mamma Dora era sempre nel suo cuore.
Con Griffith avrebbe combattuto altre due volte, perdendo e vincendo. E l’entusiasmo sarebbe sempre stato lo stesso.
«Partivamo dall’Italia con l’Associazione Romani. Viaggio, albergo e biglietto per il match. Certo i posti erano un po’ lontani, gli ultimi in galleria, quelli da dieci dollari. Ma ci sentivamo tutti vicini a Benvenuti. Anzi a Nino. Come lo chiamavano anche gli americani. Un grande pugile e una brava persona, uno che ci ha fatto sventolare la bandiera italiana sotto la cupola del Madison e ci ha fatto urlare di gioia davanti alla fermata della metropolitana a Pennsylvania Station dopo ogni vittoria. C’eravamo innamorati di lui. Non ho perso un suo match al Palazzo dello Sport di Roma. Era un grande pugilato, quello».
Le parole sono di un testimone oculare di quei giorni, Vinicio Mallozzi. Uno dei tanti travolti dalla passione della boxe e affascinati dal mito di un italiano capace di dettare la sua legge anche in America.

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Messi nel cassetto i ricordi più belli, Benvenuti ci avrebbe regalato altre gioie. E soprattutto avrebbe conquistato l’amore dei romani. Il Palazzo dello Sport all’Eur sarebbe diventato la sua seconda casa. A fine carriera sarebbero stati trenta i match disputati su quel ring, per tre volte in palio ci sarebbe stato il titolo mondiale.
Quando c’era Nino lassù, la folla dell’arena romana impazziva. Quando Nino attaccava, loro attaccavano con lui. Onde di un mare in burrasca scendevano giù dal terzo anello sino a rovesciarsi sulle prime file della platea.
Quando si difendeva, loro si difendevano con lui. In silenzio o urlando contro il nemico, mimando colpi nel vano tentativo di fermare l’uomo che stava provando a intaccare il mito.
E quando un indio venuto da lontano aveva piazzato il destro che avrebbe chiuso match, carriera e speranze di Nino, i diciottomila del Palazzone avevano pianto. Non si erano vergognati di versare lacrime di rabbia e di tristezza. Avevano subito capito che un’epoca meravigliosa stava finendo. Erano lacrime di dolore, ma anche di riconoscenza per un campione che aveva saputo esaltarli anche nel giorno più duro, quello della resa al grande Carlos Monzon.
C’erano stati giganti della boxe che sembravano destinati a essere i padroni del mondo. Campioni che avevano tutte le caratteristiche per essere i numeri uno. Era però accaduto che sulla loro strada incrociassero il Mito. E allora anche i giganti si erano sentiti comuni mortali, a cui solo la sorte era riuscita a negare quello che sentivano già loro. Dividere la gloria, a volte cedere addirittura il passo, era comunque un’esperienza difficile da affrontare.

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A volte per rendere ancora più esaltante la carriera di un grande pugile serviva un degno rivale. Muhammad Ali aveva avuto Joe Frazier, i loro tre incontri avevano segnato un’epoca. Nino Benvenuti aveva Sandro Mazzinghi. Lo aveva incontrato due volte, aveva vinto in entrambe le occasioni, anche se il toscano non aveva mai accettato quei verdetti.
Né il primo, knock out al sesto round.
«Contro Benvenuti non ho mai perso. A Milano l’arbitro Brambilla avrebbe dovuto sospendere il match al quinto round. Benvenuti aveva alzato le braccia e se ne era andato verso il suo angolo gridando: “Buttate la spugna, questo mi ammazza”».
Né il secondo, sconfitta ai punti.
«Quel combattimento l’avevo vinto chiaramente, ma hanno voluto premiare lui. Prima o poi tutti si convinceranno che questa è la verità».
Nino, nella sua autobiografia “Il mondo in pugno”, aveva commentato in maniera diversa quella rivalità.
«Avrei voluto che diventassimo amici, come mi è capitato poi con Griffith e Monzon, ma non è stato possibile. Sandro mi ha riservato, in molte occasioni, parole poco riguardose. Tirava in ballo presunti favoritismi che durante la rivincita mi avrebbero permesso di ottenere il verdetto. Una volta sono andato a trovarlo a casa. Ho mangiato con la sua famiglia. È stata una bellissima giornata. Alla fine, accompagnandomi alla porta, Sandro mi ha detto: “Dì la verità, tu sei stato aiutato”. Non mi aveva capito, non aveva ancora accettato la verità del ring. Sono però contento per quello che ho visto l’ultima volta che l’ho incontrato. Ha una famiglia stupenda, due bravi ragazzi che studiano. Tutti hanno nei suoi confronti un rispetto che molti uomini vorrebbero avere. Ma nella sua testa io sono stato sempre quello che ha goduto di misteriosi favoritismi. Ha ribadito questa tesi anche quando andai a prendermi il titolo mondiale negli Stati Uniti. Non fu mai in grado di spiegare quei fantomatici favori di cui secondo lui avrei goduto. Ma i fatti sono fatti. Inoltre, chi mi conosce bene sa che non avrei mai accettato nulla che non mi fosse spettato di diritto».
Nel passato di Nino, oltre alle conquiste sportive, rappresentano un momento importante anche i tre mesi trascorsi in un lebbrosario a Madras, in India. Un’esperienza indimenticabile sotto il profilo umano.
Oggi vive a Roma con Nadia, la sua seconda moglie, da cui ha avuto una figlia: Nathalie. Ha scritto in un libro la sua autobiografia e fa il commentatore tecnico per la Rai.
La sua è stata una carriera fantastica, riempita dall’amore della gente. Un oro olimpico, due titoli mondiali in categorie diverse. In mezzo a tutte queste gioie, sopravvive un solo rimpianto.
«Non ho realizzato un mio sogno. Non ho potuto farlo per questioni di età. Mi sarebbe piaciuto fare un incontro con Ray Sugar Robinson. Anche per perdere, mi sarebbe bastato misurarmi con lui. Avrei voluto esser battuto da Ray Sugar Robinson, un mito».
Anche i miti hanno il loro mito.

N.B. Ho letto su Facebook un post del mio amico e collega Gualtiero Becchetti che contesta le parole di chi, sullo stesso social network, denigra Nino Benvenuti approfittando del suo settantottesimo compleanno. Condivido ogni sillaba scritta da Gualtiero. Chi attacca Nino Benvenuti  non conosce la storia della boxe e quello che Nino ha rappresentato per tutto lo sport italiano. Nel mio piccolo, dedico a Benvenuti (e ai suo denigratori…) questo capitolo del libro che ho scritto con Franco Esposito (“I pugni degli eroi”, edizioni Absolutely Free). Auguri Nino, sono 78 portati alla grande!

Uno scandalo! Garbatella travolta da auto, erbacce, buche, immondizia e sorci…

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Qualche tempo fa giravo per il Centro. Tornavo a casa dopo avere cenato in un ristorante in Prati, viale Giulio Cesare tanto per intenderci, quando ho visto una scena che noi umani della Garbatella non possiamo neppure immaginare. Ho visto dipendenti dell’Ama che pulivano le strade. Ho visto operatori ecologici che spazzavano via foglie e carte prima con un getto d’acqua e poi con le care e vecchie scopette.
La prima cosa che ho pensato è stata: “Stanno girando una fiction!”.
Poi ho avuto un’illuminazione e mi sono chiesto: “Perché la periferia è dimenticata?
Sono nato a Garbatella. Sessantasei anni dopo abito ancora qui e nonostante tutto ne sono felice.
Il nostro era un quartiere popolare nato all’inizio degli anni Venti come Borgata Giardino. Il tempo è passato, il quartiere è diventato di moda, i prezzi delle case sono aumentati, come sono aumentate le persone del mondo dello spettacolo sbarcate da queste parti.

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Ma Garbatella sta lentamente, inesorabilmente facendo passi indietro. Il degrado urbano tocca punte difficilmente raggiungibili. Della Borgata Giardino sono rimaste le palazzine e gli interni dei lotti, i colori delle facciate, la gente che da sempre la abita. Adesso però il panorama è cambiato.
La sera i selvaggi invadono il quartiere. Parcheggiano auto e moto sui marciapiedi, in divieto di sosta, in seconda e terza fila, in curva (in piazza Sant’Eurosia o in via Giustino de Jacobis) e   anche in mezzo alla strada (davanti al Palladium). Qualcuno ha un posto fisso allo svicolo della rotatoria davanti al Teatro Ambra. Ma il record è di un signore che ha lasciato per l’intera giornata la macchina all’intersezione tra via Alessandra Macinghi Strozzi e via Anna Maria Taigi. Ha parcheggiato in curva, sulle strisce pedonali, ostruendo il passaggio per disabili e contromano.
Un fenomeno.
Mai, dico mai, ho visto un vigile urbano da queste parti. Perché?
Prima o poi una soluzione bisognerà trovarla. E poi non vi lamentate…

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Abito in via Tolli e sono circondato dall’abbandono. Le erbacce ormai si arrampicano sulle mura esterne dei palazzi e vanno a fare compagnia a foglie morte da millenni, carte gettate in terra da adoratori del dio monnezza.
Ma anche quando attraverso la strada il panorama non migliora.
C’era una volta un bel giardinetto, creato dopo la pedonalizzazione di un tratto di via delle Sette Chiese. Che per definizione è rimasta isola pedonale, ma vede macchine parcheggiate ovunque.
Oggi quelle che dovrebbero essere aiuole rasate a pelo d’erba, sono una giungla invalicabile.

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L’erba è cresciuta alta come un bambino di tre anni, dentro si nascondono pezzi di carta unta, bicchieri, resti di bivacchi, sigarette, spesso si possono vedere anche figure dal cranio allungato, corpo compatto, pelliccia ruvida cosparsa di peli semi-spinosi. Piedi lunghi e sottili.
Insomma, I SORCI!
Meglio noti come topi o ratti da chi abita fuori dal raccordo anulare.
Qualche anima buona aveva tagliato alla meglio il regno delle infezioni, ma l’erba è tornata a crescere come la corruzione che infesta questa città e adesso ha ripreso dimensioni inquietanti.

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Su via delle Sette Chiese e via Alessandro Macinghi Strozzi sono posizionati i cassonetti dell’immondizia. Quasi sempre pieni, anzi stracolmi, con ogni possibile genere di spazzatura lasciata per strada perché all’interno non c’è più posto.
Ci massacrano occhi e orecchie con la differenziata. Ma dove e come possiamo buttare quello che in casa abbiamo cosi diligentemente diviso? A meno che quello che non ha capito nulla non sia io. Forse per differenziata il Comune intende un’altra cosa. Differenziare tra immondizia gettata nell’unico cassonetto con ancora un angolino di posto e immondizia gettata in terra.

cassonetti

Garbatella è quartiere popolare, pieno di vita e di voglia di vivere. La sera c’è un’atmosfera magica, un salto indietro nel passato scacciando tutto il male accumulato in giornate distrutte da Mafia Capitale, progetti di una diabolica candidatura olimpica, furti e rincari. Ma di serenità ne trovo davvero poca se mi guardo in giro e vedo quel mare di macchine e moto che occupano ogni centimetro quadrato di marciapiede costringendo i pedoni a trasformarsi in coraggiosi Indiana Jones per attraversare la strada e raggiungere la propria abitazione.
Facendo bene attenzione a evitare le buche formato gigante che dopo le strade hanno invaso anche i marciapiedi.
E in Prati un camioncino modello dell’Ama accompagna un solerte operatore ecologico che spruzza potenti getti d’acqua sull’immondizia e poi completa il compito con la vecchia ramazza…

Benny Briscoe, il Cattivo che ha fatto tremare anche Monzon

Copia di Monzon soffre

Benny Briscoe era per tutti “Bad”, il Cattivo. Sul ring impersonificava il diavolo, il peccato. Chiunque salisse a battersi con lui sapeva che sarebbe andato incontro a pene da scontare, minuti in cui ci sarebbe stato da soffrire.

Cranio rasato, fisico compatto, nessun timore. Si muoveva sempre allo stesso modo, chiunque avesse davanti. Avanzava a piccoli passi, quasi saltellando, e cercava il modo migliore per picchiare. Non si preoccupava di sapere chi fosse il nemico di quella notte.

Erano anni di grande intensità per la boxe, i pugili combattevano spesso, senza grande preavviso e non rifiutavano mai un avversario. Meno categorie, meno titoli a disposizione, più spettacolo. Gli eroi di quell’epoca erano sempre pronti a dare battaglia. E questo Briscoe sapeva farlo proprio bene. Dare battaglia.

Era un incubo per gli avversari, una sorta di robot che pressava fino a quando il rivale non si trovava con le spalle alle corde e il nemico che lo guardava fisso negli occhi. Imprigionato, senza possibilità di fuga.

Piccoli oscillamenti del tronco, testa e busto leggermente in avanti, occhi fissi sulla preda. Poi il problema si riduceva a trovare lo spazio per mettere le mani. E quando arrivava a segno, il nemico, chiunque fosse, malediceva il momento in cui aveva accettato quel match. Il dolore saliva veloce al cervello e faceva abbassare la guardia. E lui colpiva, colpiva, continuava a colpire.

Sembrava godesse nel leggere sul volto del rivale la paura, lo smarrimento. Un terzo degli avversari aveva dovuto prendersi un lungo periodo di riposo prima di tornare a combattere, dieci di loro erano stati addirittura costretti a ritirarsi dopo avere assaggiato la potenza di quei colpi.

«Ogni pugile che ho colpito si è dovuto arrendere e se non l’ha fatto è rimasto segnato per il resto della vita».

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Monzon interpretava la boxe sulla stessa lunghezza d’onda. Cercava la distruzione del rivale, per lui non c’era altro modo di concepire un match.

«L’unica emozione che provo sul ring è l’odio per il mio avversario».

Carlos aveva rispetto per Benny Briscoe.

«È uno tosto. Ti fa lavorare. Negli Stati Uniti i pugili legano, ti impediscono di boxare. A me piace boxare da fuori, ho le braccia lunghe. Anche Emile Griffith era bravo, conosceva tutti i trucchi. Ma Benny Briscoe è un duro, uno che ti fa soffrire».

Si erano già affrontati una volta, cinque anni prima a Buenos Aires, ed era finita in parità dopo dieci riprese piene d’azione. Due giudici non avevano visto un vincitore (198-198, all’epoca il punteggio massimo per round era 20), il terzo aveva assegnato il match all’argentino (198-197). Alcuni testimoni oculari però, anche tra I giornalisti sudamericani, giuravano che quell’incontro avrebbe dovuto essere assegnato all’americano (quattro riprese per lui, due per Carlos e quattro pari) che, nel sesto round, aveva anche messo seriamente in difficoltà il rivale. Per l’uomo di Filadelfia era stato un verdetto che suonava decisamente falso, un regalo fatto dall’Argentina a un figlio che si stava facendo volere bene.

Adesso si ritrovavano di fronte. Stesso ring, quello del Luna Park. Benny “Bad” Briscoe stava venendo ancora una volta in casa del nemico per prendersi quello che, pensava, gli appartenesse di diritto. Arrivava da Filadelfia, la patria del pugilato. Un peso medio capace di battersi in quella città era già garanzia di valori alti, assoluti.

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Briscoe era nato ad Atlanta, in Georgia, ma viveva da sempre a Filadelfia. Lavorava otto ore al giorno per il Comune. Prima era stato impegnato nella derattizzazione, poi nella raccolta dei rifiuti.

Benny, come li uccidevi i topi? Col veleno?

«Li chiudevamo in una stanza, poi andavamo a cacciarli con una mazza da baseball e li schiacciavamo».

E questo era un po’ quello che cercava di fare anche con gli avversari. Li chiudeva in un angolo del ring e poi tirava randellate fino a quando quelli non andavano giù.

Combatteva al piccolo Blue Horizon. Una caverna spoglia e piena di fumo che raccoglieva al massimo millecinquecento spettatori. Gente tosta, che sapeva cosa fosse un match di boxe. Dalle balconate sopra il ring potevano allungarsi fino a quasi a toccare con le mani i pugili.

Lì, il 30 settembre del 1969 Benny aveva fatto il tutto esaurito, 1606 persone pigiate in un’arena che poteva contenere solo 1300 posti. Aveva messo ko Tito Marshall al primo round, aveva raccolto l’applauso dei tifosi e aveva subito cominciato a prepararsi per la prossima battaglia.

Cresciuto di livello, Briscoe era poi passato ad esibirsi allo Spectrum. L’arena al coperto, all’epoca del secondo match con Monzon, non era ancora stata celebrata da Sylvester “Rocky” Stallone. Ma aveva già ospitato grandi eventi e poteva contare su una capacità di oltre 17.000 posti a sedere. Un grande impianto, degno dei campioni più forti. Benny Bad Briscoe affrontava tutti e vinceva spesso.

Sui pantaloncini portava la stella di David. Dicevano che lo facesse perché era di religione ebraica. In realtà era più un omaggio ai due manager: Arnold Weiss e Jimmy Iselin (il figlio di John, proprietario dei New York Jets, squadra di football americano), che la testimonianza di una fede a cui si era convertito in età matura.

Quindicimila dollari era la borsa di Briscoe, lo sfidante che era salito sul ring non al massimo della condizione per colpa di un’epatite da cui non era del tutto guarito.

I soldi non erano certo il principale motivo per cui l’uomo di Filadelfia combatteva, ma gli erano comunque serviti per realizzare il sogno di una vita. Comprare una casa con sei stanze e due bagni per la mamma. Era un tenerone Benny Bad Briscoe.

C’era poca gente dentro il Luna Park quella notte.

L’impianto poteva contenere quasi ventimila spettatori, solo in millecinquecento erano stati così coraggiosi da sfidare il maltemo. La pioggia aveva tenuto lontano tifosi e appassionati.

Bam. Il destro era arrivato secco, potente, distruttore. E aveva centrato Monzon al volto. Mancava poco meno di un minuto alla fine del nono round e fuori continuava a piovere, quell’11 novembre del 1972. Fino a quel momento l’argentino aveva dominato la sfida. Montanti sinistri e diretti destri si erano abbattuti sull’americano che incassava e continuava a venire avanti. Senza paura, con grande coraggio, ma senza ottenere risultati accettabili.

Sui cartellini dei giudici c’erano sette riprese per il campione, solo una per lo sfidante. Il Cattivo cercava un angolo, uno spiraglio. Gli servivano per mettersi in pari con tutto quello che la vita fino a quel momento gli aveva negato. Un pugile sa che deve meritarsi la grande occasione. E nessuno poteva dire che Benny Briscoe non se la fosse meritata.

Bad non si era mai risparmiato sul ring. Ma il titolo mondiale non era mai arrivato.

Adesso eccolo lì, vicino come non lo era mai stato.

Bam. Il destro dell’uomo calvo aveva scosso Monzon.

L’argentino era rimasto sorpreso che fosse accaduto, che ad essere in difficoltà adesso fosse lui. Un macho che passava come un treno sopra ogni nemico, senza curarsi delle macerie che lasciava lungo il cammino.

Sapeva che Briscoe era diverso dagli altri, era un duro come lui. Per questo lo rispettava. Un peso medio di Filadelfia, un certificato che garantiva la qualità del prodotto.

Carlos lo rispettava, ma non accettava l’idea di essere sconfitto.

Neppure da lui.

Benny si era lanciato su Monzon. Ora o mai più. Il gancio sinistro del pelato della Pennsylvania aveva nuovamente scosso il campione. Adesso mancavano quaranta secondi alla fine del round. Doveva fare in fretta.

Si sentiva attraversato da una comprensibile frenesia.

Aveva paura che il momento passasse, che il gong arrivasse a salvare l’argentino regalandogli il tempo che gli serviva per riprendersi. E allora aveva continuato ad andare avanti e aveva piazzato un altro diretto destro. Meno potente del primo, ma comunque in grado di fare male. Monzon piegava le gambe, legava, abbracciava l’avversario. Mancavano venti secondi alla fine del nono round.

«In quegli attimi di confusione, di annebbiamento, vedevo davanti a me due Briscoe. Uno a destra, l’altro a sinistra. Due immagini confuse. Ho scelto quello a destra, mi è andata bene. L’ho colpito ed ho capito che avrei recuperato e portato a casa anche quel match».

Dieci secondi alla fine. Nessun altro colpo.

Finiva lì il Grande Sogno. Benny Briscoe non sarebbe mai diventato campione del mondo dei pesi medi.

Come era già accaduto in passato a grandi pugili come Lazslo Papp, Rubin Hurricane Carter, o i nostri Anacleto Locatelli e Roberto Proietti, il titolo assoluto sarebbe rimasto un traguardo impossibile. Briscoe avrebbe guadagnato rispetto, ammirazione, pacche sulle spalle e commenti positivi. Ma la cintura mondiale non l’avrebbe mai riportata a casa.

(tratto da “Carlos Monzon, il professionista della violenza” di Riccardo Romani e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

Johnson perde contro Willard, poi confessa: “L’ho fatto per soldi!” Era il 5 aprile 1915

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Jack Johnson scappa dall’America razzista, fugge in Canada nascosto tra i giocatori di basket dei Black Giants. Sbarca in Europa. Compra cavalli da corsa che ricopre con gualdrappe di seta. Si fa seguire da un’orchestra jazz in cui lui suona la viola. Combatte a Parigi. Poi va in Argentina e disputa quattro match.

Il 5 aprile 1915 è a L’Avana. Lo aspetta la difesa mondiale contro Jess Willard.

Cuba è la meta preferita dei miliardari che arrivano dalla Florida e dal Texas. Vanno a spendere soldi al riparo dall’FBI. E poi a Cuba ci si può ubriacare senza problemi. L’ippodromo di Manano è a otto chilometri dalla capitale. Un fiume di gente si mette in marcia fin dal mattino. Ci sono ventimila persone attorno al ring, altre cinquemila sono arrampicate sulle colline.

Jess Willard è l’ultima grande speranza bianca. Ha 33 anni, quattro in meno di Johnson, ed è un autentico gigante che sfiora i due metri per 110 chili di peso. Jack ha accettato la sfida per 30.000 dollari di borsa ufficiale. Il match è programmato sulla distanza delle 45 riprese.

Dopo il gong del 25º round, Lucille Cameron lascia l’arena. Nella 26ª un diretto destro di Willard centra Jack alla mascella. Il campione va al tappeto, è knock out. Alza il braccio, lo piega all’altezza della fronte, come a coprirsi gli occhi dal sole cocente dell’Avana. Una foto immortala quella curiosa immagine. La confessione del campione aprirà le porte ai dubbi.

Johnson believed that even at the age of 37 and carrying excess flab, he would be good enough to withstand the challenge of Jess Willard.

Johnson nel gennaio 1916 concederà un’esclusiva, dietro il pagamento di 250 dollari a Nat Fleischer futuro direttore di The Ring, e ammetterà di avere accettato di perdere in cambio del permesso di rientrare nelle Stati Uniti e del versamento di 50.000 dollari in contanti. I soldi dovevano essere versati direttamente alla moglie che, seduta a bordo ring, lo avrebbe avvertito con un segnale convenuto: un cenno della testa o un fazzoletto bianco sventolato tre volte. Il match si sarebbe dovuto concludere all’undicesimo round, ma da Lucille Cameron non era arrivata alcuna indicazione. Johnson aveva così continuato a combattere cercando di chiudere il match in suo favore. Alla ventiquattresima ripresa finalmente i soldi erano finiti nella borsetta della signora. Due round dopo tutto era finito.

Il 20 luglio del 1920 Jack Johnson si costituisce alla polizia degli Stati Uniti. Sconta la condanna a un anno e un giorno nella prigione di Leavenworth. Quando esce ha solo cinque dollari in tasca. Continua a salire sul ring fino a 60 anni, si esibisce al circo, sui palcoscenici di provincia. Una pelle di leopardo copre quel corpo che per anni ha spaventato l’America dei bianchi.

Il 10 giugno del 1946 torna a casa a bordo di una Lincoln Zephyr. Perde il controllo dell’auto, taglia dritto una curva e chiude a Raleigh, nel North Carolina, la sua avventura.

Ha vissuto da re, da campione, da spaccone e da arrogante, comunque sempre da protagonista. Nessun nero prima di lui era stato campione dei massimi. Solo 22 anni dopo un altro afro americano, il mitico Joe Louis, riuscirà a imitarlo. Ma questa è un’altra storia.

5 aprile 1915, Oriental Park, Havana, Cuba. Campionato del mondo pesi massimi: Jess Willard (sfidante, 109 chili) batte Jack Johnson (102 chili) per ko al ventiseiesimo dei quarantacinque round previsti. Arbitro: Jack Welsh. Interruzione del match dopo 1:26 della venticinquesima ripresa.