Storia di Tania e dei Cagnotto. Acrobati senza paura

kover

Tania ha riportato in Italia un oro mondiale nei tuffi quarant’anni dopo Dibiasi. Qualche tempo fa avevo chiesto al papà Giorgio di parlarmi della sua famiglia. E lui aveva messo assieme la magica storia dei Cagnotto, un gruppo di acrobati senza paura.

Giogio Cagnotto aveva otto anni quando si esibiva a “Le Panteraie” di Montecatini Terme assieme allo zio materno Lino Quattrin. Si tuffavano vestiti da clown, erano i protagonisti di uno spettacolo comico che aveva come colonna sonora la voce roca di Fred Buscaglione.

Diventato grande, Giorgio se ne andava in giro per il Nord Europa.

Poteva anche essere estate, ma da quelle parti faceva comunque freddo. E le gare erano all’aperto. Una volta a Norkoepping, in Svezia, c’erano nove gradi e gli spogliatoi erano lontani più di un chilometro. Avevano rischiato di rimanere congelati.

Un’altra volta a Litvìnov, quando era ancora Cecoslovacchia, la piscina era al centro di un enorme prato. I giudici si erano coperti con gli impermiabili e indossavano quasi tutti i guanti. Loro erano lì in costume a tuffarsi nell’acqua gelida.

Dopo ogni avventura Giorgio guardava l’amico Klaus e gli diceva che dovevano proprio essere un bel branco di matti per mettersi in quelle situazioni.

L’amicizia con Dibiasi era di lunga data. Cagnotto dice, scherzando, che hanno dormito più insieme loro due che con le rispettive mogli.

Erano nemici in gara, grandissimi amici fuori. Mai uno screzio, anche se Giorgio ogni tanto lo prendeva in giro. Perché Klaus era uno a cui sembrava dovesse andare tutto bene. Si tuffava avendo costantemente dei punti di riferimento. In un giorno di cielo sereno se lui si augurava che arrivasse una nuvola per aiutarlo, state certi che quella si presentava puntuale.

klaus

Ci scherzava su Cagnotto, ma ha sempre riconosciuto che Dibiasi era un fenomeno assoluto precisanto che chi non l’avesse ammesso avrebbe sicuramente mentito.

Lo chiamano tutti Giorgio, ma sui documenti è scritto Franco. Lui pensa ci sia stata un’incomprensione tra il padrino e la mamma al momento della registrazione all’anagrafe. Non sa bene cosa sia accaduto, ma sa che quel nome sugli atti ufficiali gli ha creato spesso dei problemi.

Lo sport ai tempi di papà Cagnotto era meno nevrotico di oggi, l’atmosfera era meno stressante. Ma ieri come oggi capitava ai tuffatori di innamorarsi tra loro.

Carment Casteiner stava per festeggiare i suoi 18 anni alla fine di settembre del ‘72.

Era diventata tuffatrice quasi per caso. Carlo Dibiasi, il papà di Klaus, l’aveva vista in piscina e le aveva chiesto di provare a tuffarsi con maggiore impegno. Del resto lo sport era nel sangue dei Casteiner: Otto, il papà di Carmen, era stato il primo campione italiano.

Quel settembre del ‘72 Carmen e Giorgio erano a Monaco per l’Olimpiade. La notte in cui i feddayn di Settembre Nero avevano fatto irruzione negli appartamenti del Villaggio loro erano fuori e la mattina dopo erano già in viaggio di ritorno a casa. Avrebbero avuto paura a posteriori, ma di pericoli non ne avevano corsi.

Si erano messi quasi subito assieme, ma il matrimonio era arrivato solo dodici anni dopo.

Giorgio le aveva promesso che si sarebbero sposati dopo la sua ultima Olimpiade.

Ride ancora quando dice che è per questo che è andato avanti fino a Mosca 1980. Ma la sua è una risata furbetta.

La signora Casteiner ha vinto otto titoli italiani dalla piattaforma, ora gestisce la famiglia dietro le quinte e lega i rapporti dell’intero gruppo.

Giorgio ha conquistato due argenti e due bronzi olimpici, oltre a un bronzo mondiale; un oro, due argenti e due bronzi europei.

L’oro ai Giochi l’ha solo sfiorato.

giorgio

A Monaco 1972 sentiva di avere quella medaglia saldamente in mano. Dopo i sette turni del mattino era chiaramente avanti. Mancava però il doppio e mezzo rovesciato, un tuffo che non riusciva quasi mai a fare come avrebbe voluto. E anche in quell’occasione non era andata come sperava: Vladimir Vasin aveva recuperato fino a chiudere un punto e mezzo davanti lasciando a lui l’argento.

Tania la medaglia olimpica l’ha sfiorata, l’ha mancata per un soffio. Ma la sua carriera è stata comunque esaltante.

Si è tuffata per la prima volta quando aveva appena due anni. Ad essere precisi è caduta nel laghetto dell’Acquacetosa a Roma, dentro l’acqua con i pesciolini rossi. A 4 anni si era già innamorata di questo sport, anche se i genitori avevano provato a deviare i suoi interessi. Prima con lo sci, poi con il tennis. Ma lei aveva deciso.

Unica condizione che l’acqua della piscina fosse tiepida: non sopportava il freddo.

Timida, riservata, si scatena solo tra gli amici. Con gli altri quasi si vergogna a mostrare sentimenti o emozioni.

Prima di ogni tuffo guarda a bordo piscina il papà. E se lui non incrocia lo sguardo, lei si innervosisce. Vuole sempre un segnale di approvazione. Se Giorgio comincia a scuotere la testa, lei proprio non lo sopporta. Ma alla fine sono (quasi) sempre in pieno accordo.

Lei dice che spesso durante una competizione importante ha bisogno di sentire vicino il papà, non il tecnico. Le serve qualcuno con cui parlare di tutto, toccare argomenti più profondi di un triplo salto mortale andato male. E Giorgio è sempre presente.

Ci sono molti aneddoti curiosi nella vita sportiva di Tania, ne voglio ricordare uno in particolare.

tania-cagnotto-vince-la-gara-da-1-metro-a

Montreal 2005, campionati del mondo. La Cagnotto era stata la prima nuotatrice italiana a conquistare una medaglia in questa competizione: il bronzo.

Quel giorno i suoi amici Cinzia, che è nata lo stesso giorno di Tania, e Luca erano in vacanza a Sharm El Sheik, sul Mar Rosso. Volevano andare a ballare, ma poi avevano cambiato idea: in tv c’era la finale dei tuffi da Montreal. Così i due erano rimasti in albergo a tifare per lei.

Era stata la scelta che gli aveva salvato la vita.

Quel 22 luglio un attentato terroristico aveva ucciso 90 persone proprio nella discoteca dove i due ragazzi volevano andare.

Anche questo fa parte della storia dei Cagnotto, una famiglia di acrobati senza paura.

E adesso a Kazan è arrivato l’oro mondiale da un metro, davanti a una cinese. La favola continua, prossima puntata i Giochi di Rio de Janeiro 2016. C’è un tabù da sfatare.

Advertisements

È alto 2.18, pesa 131 chili, calza il 56. Ha portato l’India nella Nba

kover

Satnam Singh Bhamara ce l’ha fatta. i Dallas Mavericks l’hanno scelto al secondo e ultimo giro (4 punti al debutto contro i Blazers) e lui è diventato il primo indiano di nascita nella storia della Nba.

Satnam Singh Bhamara ha 19 anni.

È alto 2.18 e pesa 131,5 kg (quando è nato era già 4,8 chili). Calza il 56. Inutile chiedergli se abbia difficoltà a trovare un paio si scarpe.

Satnam gioca a basket. Niente squadre professionistiche, niente College, neppure la Lega D. Sempre e soltanto partite con team di laureati. Da cinque anni si allena alla IMG Academy in Florida. E adesso è nella NBA.

satnam-singh-bhamara

È la prima volta per un giocatore che in pratica non è mai andato sul parquet per qualcosa di veramente serio.

È la prima volta per un ragazzo nato in India.

C’è il precedente di un ragazzo canadese con origini indiane, Sim Sim Bhullar. Ma lui aveva solo parentele con quel grande Paese di 1,2 miliardi di abitanti e con appena cinque milioni di persone che praticano il basket.

genitori

Singh è nato a Ballo Ke, un villagio nel Punjab. Settecento anime, quasi tutte alte sopra la media nazionale, tanta campagna. I genitori sono contadini, vivono in una fattoria a quattro miglia dalla prima strada asfaltata. Anche il papà, Balbir Singh Bhamara, è alto 2.13. La mamma non supera 1.60 (nella foto Satnam con i genitori) La nonna paterna era alta 2.05!

Satnam a 14 anni era già arrivato a 2.13!

Il ragazzo ha fisico, forza e tocco. Gli esperti dicono che sarà pronto tra tre anni. Potenzialmente, aggiungono, ha tutto. Gli serve esperienza, maggiore mobilità e la capacità di entrare in un gioco in cui forza e altezza non sono certo tutto.

Per moltissimi Satnam Singh Bahamara è un grande mistero.

Adesso che è entrato nel libro dei record qualcuno sembra avere qualche certezza in più. Certo il mercato indiano fa gola a molti e uno di loro nella NBA è un bel passo avanti.

Nel suo paese non tutti sanno cosa sia il basket, quasi nessuno sa cosa sia la Nba. Ma tutti hanno festeggiato la notizia con grande gioia. E i giornali indiani hanno riservato alla notizia uno spazio adeguato con tanto di foto in prima pagina. Un mondo nuovo è entrato nel cuore della Nba, ora toccherà a lui scrivere la storia.

Giochi 2024. Boston si ritira, Roma va avanti. Dove è l’errore?

repubblica

Vi propongo foto e i titoli apparsi oggi sui siti di quattro giornali italiani (quello sopra è di Repubblica: “Degrado a Roma”) e di uno statunitense.

Boston rinuncia alla candidatura olimpica per il 2024, Roma insiste.

corsera

Corriere della Sera.

“Metro e bus, i vostri racconti. Linea B1, 50 minuti di attesa”.

messaggero

Il Messaggero. “Metro, chiusa a sorpresa la biglietteria di Ottaviano: protestano i viaggiatori”. E ancora: “Atac, presunto sabotaggio dei treni: la Procura indaga sui macchinisti”.

tempo

Il Tempo. “Regna il degrado, la Capitale si ribella”.

bostonglobe

Boston Globe. “La rinuncia alla candidatura olimpica una vittoria per Boston”.

Gli americani si sono fatti da parte perché di non volere fare pagare ulteriori tasse ai cittadini per realizzare il progetto olimpico. Roma dice che si può fare senza mettere le mani in tasca alla gente.

Dove è l’errore?

Tifo Marsili, uno che sa quanto sia dura la vita. Al porto e sul ring

k1

C’è una frase che nella boxe sento ripetere spesso. È una lezione di vita, non solo di sport. Molti l’attribuiscono a Muhammad Ali, l’ho sentita per la prima volta mentre guardavo “Rocky Balboa” al cinema. E, non a caso, era un ammonimento che Rocky dava a suo figlio.

Non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti”.

Credo che proprio questo sia passato per la testa di Emiliano Marsili il 20 gennaio del 2012 sul ring di Liverpool. Si stava giocando un match importante, non guardo da tempo alle etichette che gli organizzatori appiccicano sulle sfide di pugilato. Il valore lo danno i due rivali, non il nome del titolo. Combatteva all’estero e contro un avversario dal record di livello come Derry Matthews. Aveva vissuto una vigilia agitata per una telefonata fuori luogo della Federboxe italiana che a un giorno dall’incontro gli aveva imposto di non salire sul ring, pena la squalifica. Inutile dire che aveva respinto al mittente le minacce.

Durante quella battaglia che si era poi rivelato il match aveva rischiato di perdere, aveva sofferto, sentito dolore, ma si era rialzato ed era riuscito a vincere per kot alla settima ripresa.

Entrato tra fischi e sputazzi, aveva lasciato l’Olympia Arena tra gli applausi. Ecco rispettati tutti i principi di quella lezione che il vecchio Sylvester Stallone mi aveva trasmesso nel sesto episodio della serie e Marsili aveva messo in pratica su un ring nemico.

matt1

Non mi importa l’etichetta che c’è sul match dell’1 agosto a Fiumicino, non mi importa chi sia Gamaiel Diaz (per altro, ex campione del mondo). Mi importa dire che Emiliano Marsili merita tutto quello che riuscirà a conquistare.

Perché è un pugile dell’Italia di questi anni Duemila. Uno che interpreta la boxe, come una volta mi ha confessato, come un lusso. Deve lavorare per potersela permettere. Perché, nonostante qualche passo avanti sia stato fatto, questo sport è ancora una seconda attività.
Cosa vuole dire, oggi, fare il professionista in Italia?
Era stata la mia domanda.
Significa essere un pazzo scatenato, uno che ha sbagliato tutto. Uno che si è andato a incastrare in uno sport che richiede enormi sacrifici e ti ripaga con pochi euro. E pretende che tu sia un atleta vero, uno sempre in forma, schiavo della dieta più terribile. Intanto che fai tutto questo, devi anche cercare i soldi per andare avanti”.
Era stata la sua risposta.

Ma quando alla fine della chiacchierata gli avevo chiesto cosa pensasse del pugilato, non aveva avuto dubbi.
Lo amo”.

È la conferma di una sorta di masochismo che pervade quest’uomo che dieci giorni dopo il match festeggerà i 39 anni.

marsili

Anche stavolta Marsili (foto Renata Romagnoli) ha seguito il percorso fatto di sangue, dolore e lacrime. Con il caldo asfissiante che ha assalito ogni angolo del Paese, ha dovuto lottare contro il problema di sempre. Il peso.

Mi diceva che normalmente comincia la preparazione con nove chili da buttare via. È un leggero costruito sul sacrificio. Ma il pugilato è una missione che ha scelto, nessuno gliel’ha imposta. Al contrario, ha imboccato questa strada nonostante il pollice verso della mamma. Le ha detto qualche bugia ed è andato avanti.

È arrivato tardi al professionismo, aveva quasi 27 anni. Vi è arrivato dopo avere addirittura pensato di lasciar perdere tutto. Mario Massai e i suoi consigli l’hanno convinto ad andare avanti.

Pugile solido, mancino, tecnica adatta soprattutto contro chi attacca, pugno solido anche se non devastante. Ha faticato a imporsi a livello di popolarità. Pochi avevano rischiato una puntata su di lui quando si è misurato contro Luca Giacon. L’altro era la stella nascente, il cocco dei giornalisti, il ragazzo dal sorriso che conquista e dal pugilato spumeggiante. Emiliano Marsili lo ha messo kot in meno di due round.

Era una rivincita, così raccontava in diretta televisiva, contro chi non aveva creduto in lui. E parlava di Salvatore Cherchi e della Opi2000 (quel match l’aveva fatto con la Round Zero di Giulio Spagnoli).

Oggi è tornato con i Cherchi. E si trova meravigliosamente bene, il combattimento dell’1 agosto è un’acrobatica trovata della Opi2000 e della sua capacità di convincere il Wbc.

Apro una veloce parentesi. Nel panorama organizzativo italiano è stata proprio la società milanese a portare qualcosa di nuovo, di convincente. Ha avuto l’idea di una sede fissa dove ripetere riunioni per un pubblico di appassionati veri, sa accompagnare con una giusta dose di promozione mediatica l’evento, riesce ad arrivare all’appuntamento superando il naturale scetticismo che i giornali da anni mostrano nei confronti del pugilato. Parentesi chiusa, torno a Marsili.

marzamger

Lungo il cammino ha incrociato un artista appassionato di boxe, Federico Zampaglione dei Tiromancino, che per lui ha anche scritto una canzone: Molo 4, la canterà mentre Emiliano camminerà verso il ring la sera del match. A presentarlo assieme a Valerio Lamanna, sarà anche Claudia Gerini: attrice popolare e compagna di Zampaglione.

Marsili è un pugile di casa nostra, tosto e concreto. È lontano anni luce dal clima e dalle suggestioni della boxe americana, anche se proprio per questo match se ne è andato due mesi a Los Angeles frequentando anche la palestra di Fredie Roach. Emiliano non appartiene allo show business, non ha un soprannome che incute paura. Non è Boom Boom, Tiger, Mano di pietra, Hitman o Black Bomber. No, lui è Tizzo. Così chiamano nel Lazio chi ha la pelle più scura, nera come il carbone. Lavorando al porto e vivendo a Civitavecchia, è “agevolato” su questo fronte.

Sabato 1 agosto sul ring di Fiumicino si gioca una carta importante. Poi avrà altre quattro cartucce da sparare, così ha detto in un’intervista a Civonline. Altri quattro match e, a quarant’anni compiuti, chiuderà con la boxe. Finirà di soffrire e comincerà a rimpiangere le pene della dieta, il dolore del match, le lunghe attese, il massacrante ritmo delle giornate divise tra lavoro e allenamenti, l’adrenalina dei combattimenti.

Emiliano “Tizzo” Marsili è uno che è arrivato fin quassù con i suoi pugni e a 39 anni quasi compiuti ha deciso che è presto per fare il bilancio di una vita sul ring. È ancora tempo di guardare avanti e di realizzare i sogni. Merita tutto quello che riuscirà a conquistare.

La più incredibile presa nella storia del baseball

11

È accaduto tre giorni fa a Taiwan durante una partita di baseball del campionato professionistico cinese.

Alla battuta Marty Rodriguez degli Eda Rinhos. La palla è centrata bene e vola verso la fine del campo, a pochi metri dalla recinzione. L’esterno destro dei Lamigo Mokeys riesce a prenderla al volo. Eliminato.

Fin qui saremmo nella normalità, ma guardate un po’ come il giocatore dei Lamigo Monkeys riesce a catturare la pallina senza farla cadere sul terreno di gioco.

Guantone, avambraccio, spalla sinistra, ancora spalla sinistra, guantone, polso, presa con la mano senza guantone.

Un gioco di prestigio.

La faccia di Martinez (il battitore) è uno spettacolo che vale il biglietto.

Gli Eda Rhinos hanno vinto 6-3.

Tutta la verità sulla notte in cui Damiani battè il mito Stevenson

kover

Veniva giù un po’ di pioggia, insieme all’amico Roberto Fazi mi ero rifugiato in una sorta di bar. Cappuccino e bignè al cioccolato nel pomeriggio di una Monaco triste anche in primavera inoltrata.

Era l’11 maggio dell’82. La sera dei miracoli stava per arrivare, ma noi non lo sapevamo. A dire la verità ero uno dei pochi a crederci. Era un discorso con tanti se e qualche ma. A me bastava per sentirmi ottimista.

Un cubano dal fisico statuario ci aveva incantati qualche giorno prima.

Conferenza stampa di Teofilo Stevenson” annunciava l’avviso in sala stampa, inutile chiedere di cosa avrebbe parlato e perché la facesse. Era bastato quel nome per farci accorrere in massa. Un centinaio di giornalisti in una stanza che non ne aveva mai accolti più di cinquanta.

Non era stato necessario che dicesse qualcosa di memorabile. Era stato sufficiente che si presentasse.

Tre ori olimpici e due mondiali. Uno con 240 vittorie su 252 match. Un mito. Un gigante di 1.97 per 96 chili. Sembrava una statua atzeca. Il volto non tradiva emozioni e solo raramente si lasciava sfuggire una specie di sorriso. Era sicuro di sé, non si preoccupava minimamente di chi il sorteggio gli avesse riservato per il primo turno.

Francesco Damiani non mi preoccupa, non può preoccuparmi. Sarà una formalità”.

steve

Checco mi guardava interessato mente gli riferivo le parole del campione, non ne era rimasto impressionato. Anzi, quelle frasi avevano rafforzato la sua voglia di tentare la grande impresa.

Vado, lo batto e torno” mi aveva detto e quando avevo pubblicato il pezzo sul Corriere dello Sport in molti avevano sorriso. Io no.

Il terzo piano dell’albergo dei pugili era occupato dai cubani. Una bolgia perenne. Musica e urla in continuazione, quelli dell’hotel avevano addirittura pensato di mandarli via. Era una festa continua. Aspettavano la raccolta dell’oro e festeggiavano in anticipo.

Damiani conosceva bene Stevenson.

L’aveva visto per la prima volta ai Giochi di Montreal 1976. Si alzava ogni notte alla tre per guardare il torneo di pugilato.

Il 7 luglio Checco vinceva i campionati italiani novizi.

Il 2 agosto Teofilo conquistava l’oro olimpico.

L’aveva incrociato per un attimo di persona all’Olimpiade di Mosca.

Ora se lo sarebbe ritrovato avversario.

Di match Francesco ne aveva messi insieme 56 e 48 li aveva vinti. Era campione europeo. Meno alto di sette centimetri, più pesante di tre chili.

dami

Ci credeva nell’impresa. A Perugia lo avevano preparato alla grande.

Franco Falcinelli con l’aiuto di Nazareno Mela non aveva trascurato nulla. Per rinforzare gli addominali, serie ripetute di piegamenti con cinquanta chili sulle spalle. Per affinare la tattica giusta lo avevano fatto attaccare per ogni ripresa di sparring. Perché quello era l’unico modo per venirne fuori vincitore.

Aggredire il cubano, alzare il ritmo, non avere neppure un cedimento. E, soprattutto, evitare i suoi montanti. O, al limite, portarli via con il minimo danno.

C’era comunque un’aria cupa in casa Italia.

Erano i tempi in cui subivamo furti in rapida successione.

Stavolta era capitato a Damiano Lauretta contro il rumeno Totaiu e a Maurizio Ronzoni contro un altro rumeno, Fulger. I nostri avevano vinto al di là di ogni ragionevole dubbio ed erano stati puniti da verdetti ingiusti.

Ci eravamo persi per strada Carlo Russolillo, messo kot dal bulgaro Tokov, e Scapellato uscito contro quel Konokbaev che conoscevamo benissimo per la doppia avventura contro Patrizio Oliva (sconfitta per l’oro del napoletano agli Europei di Colonia, vittoria in finale all’Olimpiade di Mosca).

loro

La sera dei miracoli Francesco Damiani disputava il match perfetto. Non sbagliava nulla. Attaccava, attaccava, attaccava. E nel secondo round, se l’arbitro non avesse concesso a Stevenson il tempo di riprendersi, forse avrebbe addirittura chiuso prima del limite. Il cubano aveva guardato l’orologio e aveva cominciato a legare, poi erano tornato pesante e affaticato al suo angolo.

Sembrava tutto fatto, mancavano solo tre minuti alla realizzazione del sogno.

Sotto il ring c’era una grande agitazione.

Marco e Silvana, fratello e sorella del romagnolo, non stavano nella pelle.

Il presidente Ermanno Marchiaro si faceva scoprire in uno dei suoi rari sorrisi.

Da Milano era arrivato Giovanni Branchini.

Voleva mettere sotto contratto Damiani, farlo passare subito professionista senza aspettare i Giochi di Los Angeles. Marchiaro replicava che la Federboxe avrebbe fatto qualsiasi cosa per tenersi il campione.

Il giorno prima, mentre mandavo giù l’ennesima birra, Giovanni Branchini mi confessava ridendo che avrebbe fatto un’intera danza tirolese, con tanto di calzettoni con pon pon e cappellino comprensivo di piuma, se Damiani avesse sconfitto il Mito.

Terzo round. I montanti di Stevenson erano quelli dei tempi belli. Entravano al corpo e sembrava volessero affondare sino ad uscire dall’altra parte. Ma Checco resisteva, incassava, riusciva addirittura a replicare.

Al termine della ripresa precedente Damiani aveva sussurrato a Falcinelli.

Sono stanco”.

Il coach aveva trovato le parole giuste e lo aveva rimandato al centro del ring.

Gong. È finita.

Francesco cade sulle ginocchia. È la stanchezza, non una manifestazione di gioia.

Poi si alza e ascolta il verdetto. Ha vinto 5-0, tutti i giudici hanno visto la sua superiorità.

Urla felice.

Sono il più forte! Sono il più forte del mondo!

Il giorno dopo si scuserà, chiedendo di perdonargli quell’attimo di superbia dettato della gioia.

Diciannove milioni di persone hanno visto negli Stati Uniti la grande impresa. La ABC, la tv che ha mandato in onda il Mondiale, ha ricevuto mille telefonate di emigranti italiani. Vogliono la ripetizione del match. Il network li accontenta trasmettendo una lunga intervista al campione romagnolo.

ba

Giornalisti stranieri mi avvicinano per chiedermi dove mai sia nato l’uomo che ha battuto Stevenson.

A Bagnacavallo” rispondo.

Baghnacevalo?

Bagnacavallo!

Bacavalo?

In Romagna” e la chiudo lì.

La Rai ha trasmesso solo pochi spezzoni di una serata storica, ma stavolta non c’è spazio per lamentarsi. Hanno sbagliato tutti quelli che non hanno creduto potesse accadere.

Non vedo la danza di Giovanni Branchini, probabilmente ci ha ripensato.

Francesco Damiani ha battuto Teofilo Stevenson, per nulla finito e vincitore dei Mondiali di Reno quattro anni dopo.

E ha portato sulla mappa del pugilato Bagnacavallo.
Sì, capitemi bene: Ba-gna-ca-va-llo!

Strillatelo pure, tanto ora tutti possono sentirvi.

Al terzo piano dell’albergo le stanze dei cubani sono chiuse e silenziose.

 

Fa una foto con Mayweather, la riempiono di insulti

kover

Ruby Rose Langenheim è una modella australiana di 29 anni. Ha recitato in qualche piccola parte al cinema, ha avuto un ruolo importante nella serie televisiva Orange is the New Black interpretando il ruolo di Stella Carlin.

La scorsa settimana è finita su alcuni giornali e su molti siti americani per avere postato su Instagram una foto assieme a Floyd Mayweather che ha detto: “Mi sembri qualcuno che conosco“.

JB

I commenti sono stati terribili.

Una foto con uno che picchia tutte le donne con cui ha un appuntamento? Sono delusa“.

Ruby Rose conosci la storia di violenta misogenia di Floyd Mayweather?

Un selfie con Mayweather. Onestamente mi sono sentita attaccata“.

Sono disgustata dalla tua passione per Mayweather, una ragazza che è fan di un uomo che brutalizza le donne! Ti cancello dalla mia lista di preferite“.

twitter multipli

Rounda Rouse lo aveva attaccato alla premizione della ESPN per lo stesso motivo espresso dai tweet di protesta. Adesso è bastata una foto per far scattare la reazione.

Dopo poco meno di tre ore sotto quell’immagine sul profilo Instagram di Ruby Rose c’erano 299 “Mi piace” e 4.697 commenti (il 90% dei quali negativi).

Se voleva farsi pubblicità, c’è riuscita.

twitter1

La notizia conferma la grande popolarità negli States di Floyd Mayweather jr. E ribadisce il disprezzo che moltissime donne provano per lui. Amato e (ancor più) odiato, il campione trova sempre un modo per finire sui giornali o in televisione.

Lui, grande scommettitore, adesso sembra addirittura deciso a puntare su se stesso. Il match del 12 settembre all’IGM di Las Vegas contro (sembra) Andre Berto sarà trasmesso (al 90%) in pay per view da Showtime e non più in chiaro dalla CBS.

Con così poco tempo a disposizione per promuovere l’evento (che ancora non è ufficiale) sarà impresa ardua trovare un numero sufficiente di persone per pagare la solita borsa multimilionaria di Floyd jr. Soprattutto se sarà confermato Berto, rivale non certo alla sua altezza.

mayweather

Ma il pugile Mayweather ha sempre dimostrato di riuscire in qualsiasi impresa.

Molti lo criticano anche per quello che fa sul ring. Non dà spettacolo, sceglie il momento giusto per misurarsi con i rivali pericolosi, impone il peso che più gli fa comodo. Tutto vero, o quasi. Ma resta il fatto che quando è lassù ha un talento che nessun altro al momento può vantare. Non è (per me) il migliore di sempre come dice lui. Ma oggi è indiscutibilmente il numero 1 pound for pound.

Sceso dal ring è decisamente arrogante, violento, per niente rispettoso delle donne.

E non venitemi a dire che non vi importa nulla di quello che fa l’uomo, che a voi interessa solo il pugile.

Si può separare il giudizio, grante pugile e uomo sgradevole, ma non si può annullare né l’una né l’altra valutazione.

 

Il trapiantato di cuore che è tornato a giocare a calcio da professionista

kover

Martedì la vicenda di Simon Keith entrerà in milioni di case americane.

Espn-Tv trasmetterà “Change of heart: The Simon Keith Story”.

È un racconto commovente, strapperà qualche lacrima ma regalerà speranza a chi pensava di averla persa. È una storia che appartiene al recente passato.

Simon è nato nel 1965 a Lewes, in Inghilterra. Due anni dopo è emigrato a Victoria in Canada. Lì è diventato calciatore con la squadra dell’Università.

Nel 1984 gli è stata diagnosticata una grave malattia, il muscolo del suo cuore si stava rapidamente deteriorando.

Devi fare un trapianto”.

Potrò tornare a giocare?

Potrai tornare a vivere”.

Nel 1986 è stato operato al Papworth Hospital, appena fuori Londra.

Il nuovo cuore gli è stato donato da un calciatore diciassettenne morto mentre stava giocando.

Il recupero è stato sorprendente.

Posso tornare a giocare?

Pensa alla fortuna che hai avuto, sei tornato a vivere”.

Due settimane dopo l’intervento effettuato dal professor Mahsun Hakim Simon ha cominciato a fare quotidianamente jogging per poche miglia sul tapis roulant dell’ospedale, alternando due sessioni di 15’ sulla cyclette.

Meno di tre settimane dopo è stato dimesso ed ha continuato a correre per poche miglia, aggiungendo una camminata di un’ora a mezzo al giorno.

Tre mesi dopo, quando lo sterno era guarito, ha ripreso gli esercizi con i pesi e un mese dopo il suo tono muscolare era pienamente recuperato.

Fin qui la storia ha contorni quasi normali. Ma c’è una svolta che la rende eccezionale.

keith

Posso tornare a giocare?

Prova, ma con molta cautela”.

Simon Keith si era trasferito a Las Vegas e lentamente, con meno cautela di quanto i medici gli avessero chiesto, ha ripreso ad allenarsi. E infine è tornato a giocare. Con i Rebels, la squadra dell’Università di cui faceva parte anche il fratello Adam.

Il grande momento è arrivato nel 1989 quando è diventato prima scelta nel draft della MISL, la Lega professionistica americana di calcio.

Nell’ambiente circolavano mille voci, ma nessuno aveva certezza di quello che fosse accaduto a quel ragazzo che mostrava grinta e talento.

La verità nella sua forma più totale è uscita quando un agente lo ha avvicinato e gli ha fatto una domanda precisa.

So che hai avuto qualche problema al cuore, qualche problema con la valvola cardiaca o cosa?

Keith si è toccato il petto all’altezza del cuore, ha fissato l’uomo negli occhi e poi ha ammesso.

Uno è andato via, uno è arrivato”.

I Cleveland Crunch lo hanno preso in squadra e lui è diventato il primo atleta professionista nella storia dello sport dopo aver subito un trapianto cardiaco.

Cinquantadue partite e sei gol nel campionato indoor. Ma non sono questi numeri a rendere eccezionale la storia.

Lui l’ha raccontata nel 2012 in “Heart for the game”. Ora è diventata un documentario che Espn renderà decisamente più popolare.

Oggi Simon Keith ha cinquantanni ed è il presidente della Fondazione che porta il suo nome e si adopera per sensibilizzare la gente verso la donazione degli organi. È uno dei trapiantati che ha avuto vita più lunga e ha vissuto la maggior parte del tempo con il secondo cuore.

Lui stesso si definiva egoista, arrogante, altamente competitivo. Non gli piaceva che lo chiamassero “il ragazzo del cuore”, odiava raccontare la sua storia di trapiantato. Non voleva sapere assolutamente nulla della persona che gli aveva donato quel muscolo così importante per continuare a vivere.

Poi nel 2014, venticinque anni dopo l’operazione, ha fatto un viaggio indietro nel tempo. È andato in Inghilterra è ha incontrato il papà dello sfortunato diciassettenne la cui morte gli ha permesso di riprendere a vivere, di realizzare tutti i suoi sogni.
E la sua vita è di nuovo cambiata.

Sette milioni l’anno non gli bastano. “Sarà dura farcela. Ho famiglia”!

kover

Sono convinto da tempo che i calciatori vivano in un mondo parallelo. Non hanno una chiara visione di cosa sia la società attuale, non ne conoscono i problemi e non ne vivono i drammi.
Ho la certezza che anche i cestisti della NBA si muovano in quello stesso mondo.

Josh Smith riceverà un ingaggio di 1,5 milioni di dollari dai Los Angeles Clippers con cui giocherà la stagione 2015-2016, in aggiunta intascherà 5,4 milioni dai Detroit Piston ultima squadra con cui è andato in campo.

Porterà dunque a casa 6,9 milioni di dollari per un anno.

Non ho mai discusso sulle cifre di ingaggio degli sportivi. Fanno parte di una trattativa tra privati, rispondono alla legge della domanda e dell’offerta.

Quello che non sopporto è il mancato rispetto dei lavoratori che ogni santo mese, travolti dalla crisi, debbono fare i conti con gli euro che mancano. Non è demagogia, è solo che mi innervosisco quando sento frasi come quella detta dal signor Smith al giornalista David Witley dell’Orlando Sentinel.

Alla fine del discorso, io ho una famiglia. Così sarà un po’ più difficile per me quest’anno (la scorsa stagione guadagnava 14 milioni). Ma proverò a farcela. Ho preso una decisione e la porterò avanti”.

Un eroe!

Proverà a farcela?

Ma di che minchia parla?

Quasi sette milioni di dollari l’anno (circa 6,4 milioni di euro, tanto per intenderci) non bastano a garantire una vita serena?

Senza volere poi indagare su cosa abbia fatto dei 91 milioni guadagnati in carriera.

latrell21

Ma quello di Josh Smith non è un caso isolato.

Latrell Sprewell quando i Minnesota Timberwolves gli hanno proposto 30 milioni per tre anni ha avuto una reazione ancora più balorda.

È un’offerta offensiva”.

Poverino, dieci milioni a stagione l’offendevano…

Non sto qui a dire che calciatori, giocatori Nba o qualsiasi altro sportivo guadagni troppo. Ho già scritto la mia opinione sui 250 milioni intascati da Floyd Mayweather per un solo match. Non ci si deve stupire. Gli atleti producono un giro d’affari che dovrebbe essere proporzionale ai loro guadagni, quindi non trovo scandalosi i loro salari.

Ma per la miseria è proprio così difficile non tirare fuori il solito “tengo famiglia” ogni volta che si discute di soldi?

È questo che trovo offensivo, anzi nauseante.

 

 

Mayweather tratta per altri tre match. E si mette nei guai…

method=get&s=aljamain-sterling

Floyd Mayweather jr, ancora lui.

Il sito americano BoxingScene ha pubblicato in esclusiva la notizia che il campione del mondo starebbe trattando un’estensione di tre match con CBS/Showtime. Il primo contratto di sei combattimenti, cominciato nel 2013, si chiuderà il 12 settembre con il confronto (probabilmente) contro Andre Berto che dovrebbe portare Pretty Boy a 49-0.

Il giovanotto continua intanto a darsi da fare, ma stavolta sembra abbia sbagliato bersaglio. Ha provato a circuire la fidanzata di Aljamain Sterling che nella vita è un imbattuto atleta dell’Ultimate Fighting Championship. È accaduto durante un party in piscina a Las Vegas, domenica scorsa. Mayweather si è presentato, come al solito, sotto scorta di trenta guardie del corpo. Pantaloncini di marca, asciugamano Luis Vuitton, ha preso posto nella terrazza sopra la vasca. Poi ha mandato uno dei suoi a chiamare la ragazza.

Sterling si è innervosito.

aiuto

Non mi importa da quanti ragazzi si faccia proteggere, deve capire che questo non è il posto dove prendi ogni ragazza che vuoi, qui non funziona come da altre parti”.

È stata sfiorata la rissa.

La terza notizia è legata a una tragedia.

Il suo gioielliere di fiducia Aron Aranbayer è rimasto ucciso dopo essere stato investito da una Dodge Magnum nel Queens, New York. La famiglia ha messo una ricompensa di 25.000 dollari per chiunque riuscisse a far prendere il pirata della strada che è scappato dopo l’incidente. Un anonimo ha aggiunto 15.000 dollari.

Floyd Mayweather ne ha messi altri 10.000, portando così il titolare a 50.000, e ha spedito l’assegno accompagnandolo con un biglietto.

Sono qui con voi. Siamo una famiglia”.

Aron Aranbayer aveva 40 anni e gestiva la gioielleria Rafaelo&Co. A Manhattan.

70AshleyTheophane21309a

Chiudo con un atto di generosità.

Un premio per un suo pugile che ha vinto gli ultimi cinque match.

Ashley Teophane se ne stava in casa quando ha sentito il telefono squillare. Era Floyd.

Raggiungimi al rivenditore d’auto”.

Perché?

Vieni e basta”.

Arrivato a destinazione il boss gli ha dato le chiavi di una nuova, fiammante Chrysler 300 del valore di 30.000 euro.

Avevo bisogno di un’auto, ma non pensavo che me regalasse una così bella. È un grande”.

Teophane non è certo una giovane promessa. Ha 34 anni e un record di 38+ 6- 1=.

Stare nel clan di Mayweather ha i suoi vantaggi…