Mayweather, paga 1.000 $ a pasto!

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SIAMO a poco più di un mese dal mondiale Mayweather vs Pacquiao, fissato per il 2 maggio a Las Vegas, e la promozione continua a fare il suo dovere. La notizia dei biglietti in vendita a un minimo di 87.500 dollari vola veloce sul web. Ma se vai sul sito dell’MGM Grand Arena scopri che ce ne sono ancora sotto i 6.000 $ (per carità, da quei posti l’incontro devi fartelo raccontare da chi l’ha visto in televisione) e che sono rimasti addirittura alcuni bordo ring (precedentemente non messi in vendita) alla misera cifra di 40.000 $. Senza contare il bagarinaggio…

Floyd Mayweather jr prosegue la sua campagna. The Money Team messo in giro un video in cui il suo autista personale Bruce “The Driver” Miller è l’anfitrione di una visita guidata al parco macchine del campione. Solo quelle nel primo garage costano nove milioni di dollari. Ci sono Ferrari, Rolls Royce, Bugatti. Un autosalone di lusso, anzi di più.

E come se non bastasse, il campione ha tenuto a far sapere di avere messo sotto contratto per 46 giorni Chef Q, ovvero la californianta Quiana Jeffries, per la modica cifra di 184.000 dollari. Più o meno 1.000 a pasto, viste le abitudini di Mayweather. “Sono qui per lui 24 ore al giorno” ha detto al sito TMZ la signora. “Se avesse bisogno di me alle 3 del mattino sarei pronta a preparare la colazione, ma anche il pranzo o la cena”. A quelle cifre, ammesso che siano vere, credo sarebbero in molti a non avere problemi.

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Intanto le agenzie battono un dichiarazione di Rashida Ali, figlia del grande Muhammad. A suo dire il papà terrebbe per Pacquiao, che fra l’altro era presente in casa Ali anche nel 2012 per festeggiare il settantesimo compleanno del mito. Può anche essere, anzi sarà proprio così. Ma Ali in questo momento non credo abbia la forza per indicare il favorito di un match di boxe, per quanto grande possa essere l’evento.

 

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Messi e il gigante, che incontro!

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LA NAZIONALE argentina di calcio, negli Stati Uniti per l’amichevole con El Salvador, è andata a vedere una partita del campionato NBA: quella tra Washington Wizard e Indiana Pacers. Nel dopo match Lionel Messi ha incrociato Gheorghe Muresan. Uno strano incontro quello tra l’ex giocatore rumeno, il più alto (a pari merito con Manute Bol) nella storia del campionato di pallacanestro americano (2.31 per 137 chili di peso) e “la pulce” (1.68 per 67 chili) del Barcellona. Un sorriso, una stretta di mano e i due campioni si sono subito trovati a loro agio anche davanti alla macchinetta fotografica.

Vettel, un napoletano di Germania

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SEBASTIAN VETTEL è un napoletano di Germania.

È uno di noi. E non solo perché ha riportato la Ferrari alla vittoria dopo quasi due anni di digiuno. Ma anche e soprattutto per la passionalità con cui ha vissuto il successo, la capacità di trasmettere un entusiasmo contagioso, l’assoluta trasparenza delle emozioni.

Guardava Michael Schumacher alla tv e sognava. Era il suo idolo, come lo era la rossa a lungo confinata nel mondo dei sogni.

La Ferrari negli ultimi anni era scivolata lentamente nell’anonimato. Nonostante questo aveva conservato la capacità di attrarre uomini di tutto il mondo. Ha sempre avuto fascino la rossa, ha qualcosa di magico che non si può spiegare. Neppure le sconfitte sono mai riuscite ad appannarne il mito. Ma per chi è abituato al lusso di una tavola ricca, stare a digiuno è peccato mortale. Bisognava tornare all’antico, la Ferrari l’ha fatto legandosi a un tedesco come tedesco era Michael Schumacher. Una sorta di ritorno al futuro.

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La Formula 1 è l’esaltazione della tecnologia, per limare qualche centesimo di secondo si studia un anno intero. Ingegneri che appaiono come maghi a chi come me sa davvero poco di motori. Strateghi che disegnano piani complicati, facendo calcoli che fatico a comprendere. Ma poi alla fine scopro con gioia che la vittoria appartiene in buona parte alla bravura di un pilota, di un uomo.

Una macchina competitiva, un eccezionale lavoro di squadra, un pilota che non sbaglia nulla. O quasi. Qualifiche da applausi. E soprattutto una partenza da stratega, stavolta sì che è stato chiaro a tutti.

Il modo in cui ha impedito a Nico Rosberg di mettersi tra lui e Lewis Hamilton è stato da applausi. Un misto di sfrontatezza, azzardo e calcolo. Il brivido del rischio e l’adrenalina dell’operazione portata a termine con successo. Un cocktail con cui ubriacarsi senza starci tanto a pensare su.

Sebastian Vettel mi ha entusiasmato. Non solo per come ha guidato, veloce e pulito come solo i grandi sanno fare. Ma per la gioia che ha provato e per il fatto che non ha neppure tentato di nasconderla. Di questo lo ringrazio, di avere reso contagiosa la sua felicità.

Vettel ha vinto 40 Gran Premi, dal 2010 al 2013 è tato il dominatore della Formula 1: quattro titoli mondiali su quattro. Eppure in sella alla rossa di Maranello, al volante di una macchina uscita da una scuderia che appartiene al mito della velocità, si è sentito come un bambino davanti a un banco di dolci. Il giocattolo era suo e lo faceva divertire come aveva sperato. È stata questa scoperta, la ritrovata affidabilità della Ferrari, a farlo gridare mentre era ancora in auto, a farlo ridere e poi piangere e poi ancora ridere fino a premiazione avvenuta.

È quando l’intervistatore ufficiale della Fia gli ha chiesto se a questo punto pensasse di vincere il mondiale piloti, non ce l’ha fatta più.

“Adesso non me ne frega niente (non è testuale, ma credo che questa espressione ne interpreti a fondo il senso) di pensare se potrò o meno vincere il titolo, ora voglio godere il momento sino in fondo. Sarà una lunga notte!”

Il ditino appena alzato sul podio, la contentezza espressa sul quel faccione da bambolotto durante l’inno di Mameli, l’abbraccio con tutta la squadra, il gesto con il pugno chiuso nel retropalco a testimoniare la botta inflitta alla Mercedes.

Sì Sebastian Vettel è un tedesco di Heppenheim, ma oggi in Malesia mi è sembrato proprio uno di noi. Un napoletano che non ha paura di mostrare i sentimenti.

In arrivo un altro film sulla boxe

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È BASTATO un trailer per trasformarlo in un caso. Una grande opera di promozione o un grande film? Aspetto di vedere “Southpaw” prima di pronunciarmi. Le immagini sono forti, fanno perno sulla violenza del fisico e dei sentimenti.

Sarà nelle sale americane dal 31 luglio, poi arriverà anche in Italia.

Il protagonista avrebbe dovuto essere Eminem che in seguito ha rinunciato.

Jake Gyllenhaal (Brokeback Mountain, Donnie Darko, L’alba del giorno dopo, Source Code, Lo sciacallo) ha dovuto mettere su sette chili per interpretare il ruolo di un pugile che dopo avere perso tutto deve lottare per riprendersi la sua vita e riconquistare la figlioletta.

Nel film anche Forrest Whitaker (Platoon, Good Morning Vietnam, La moglie del soldato, Oscar come miglior attore protagonista in L’ultimo re di Scozia) e Rachel McAdams (My name is Tanino, Le pagine della nostra vita, La memoria del cuore). Nel cast anche il rapper 50 Cent.

Regia di Antoine Fuqua, sceneggiatura Kurt Sutter.

È in arrivo sui grandi schermi un altro film sulla boxe. Sono molto curioso.

Lo so, è più forte di voi…

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Come diceva Jeff Bridges ne “La leggenda del re pescatore”: “Pensare è bene, ci distingue dalle lenticchie”. Purtroppo nel nostro Paese i legumi abbondano e gli umani latitano.

E sono d’accordo anche con chi diceva: “Politici e i giornalisti sono come i pannolini: bisogna cambiarli spesso, e per lo stesso motivo”.

La prima immagine è l’apertura del blog di Grillo, l’altra è il titolo sulla prima pagina de Il Giornale di oggi.

“Sto pensando”

“Lo sentivo, il rumore di ferraglia”.

(Attenti al ladro, 1995)

Bundu: Mayweather ai punti, a meno che…

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IL 2 MAGGIO a Las Vegas mondiale unificato (Wbc, Wba, Wbo) dei pesi welter tra Floyd Mayweather e Manny Pacquiao. Un match che sta producendo cifre da sballo. Incasso, diritti televisivi, borse dei pugili, prezzo degli alberghi. Tutto sembra esageratamente grande.

Erano cinque anni che si parlava di questo combattimento. Finalmente è arrivato. A più di un mese dall’incontro televisioni americane, giornali e siti specializzati stanno già scaricando montagne di informazioni.

Sul tema, ho intervistato il miglior pugile di casa nostra.

Leonard Bundu è stato campione europeo della categoria, ha difeso sei volte la cintura, due volte all’estero. Si è anche battuto per il titolo interim della Wba e ha perso ai punti contro Keith Thurman. È il personaggio ideale per raccontare l’evento che tutti i tifosi di boxe aspettano.

Leo, chi è il tuo favorito per Mayweather o Pacquiao?

“Mayweather, ai punti. Penso abbiamo otto probabilità su dieci di farcela. A meno che…”

A meno che?

“Non sia più il solito Mayweather. Credo che il risultato dipenda esclusivamente da lui, dalle sue condizioni. Se non ha perso nulla per strada, Pacquiao non può farcela”.

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Cosa ti fa pensare che possano esserci dubbi sul suo stato attuale?

“Floyd contro Maidana non lasciato una grande impressione, soprattutto nella parte finale del match. Maidana è un pugile imprevedibile, non fa una boxe lineare. È scorbutico, non sai mai cosa può venire fuori dal suo pugilato. Questo gli ha creato problemi. Pacquiao è più pulito. Viene avanti e cerca di demolirti. Ma porta i colpi secondo quelle regole che ti insegna il maestro in palestra. Nessun imprevisto. È un bel pugile e questo, paradossalmente ,può giocare a suo sfavore”.

Se la sfida dovesse chiudersi prima del limite, il nome del tuo favorito cambierebbe?

“Darei qualche possibilità in più a Pacquiao. Ha maggiore potenza nei colpi, anche se sono più di cinque anni che non vince per ko. Il filippino resta comunque uno che viene avanti e picchia per finirti”.

A Mayweather 150 milioni di dollari, a Pacquiao cento. Che effetto ti fa leggere queste cifre?

“Porca miseria. A me per mandarmi in tilt basterebbe che si fermassero a un milione. Per loro credo che sia profondamente diverso. Ormai sono abituati a borsa da 20, 30, 40 milioni. Certo con questa sfida hanno raggiunto vette inimagginabili”.

Se li meritano?

“Fanno girare un mucchio di soldi, con questo match ci guadagnano tutti. I soliti noti soprattutto. E non sono neppure sul ring a prendere pugni in faccia. L’America è un mondo lontano per noi che guardiamo da quaggiù”.

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Compenso meritato per il giro di affari che mettono in piedi. Ma 150 milioni restano un’enormità.

“È un peccato, nel senso religioso del termine…”

E a metterlo in moto sono due pesi welter.

“Questo mi inorgoglisce. Una volta erano i medi o i massimi a creare il grande affare. Adesso sono i welter, la mia categoria. Mi fa piacere, mi sento uno del giro”.

Loro sono decisamente più forti. Come racconteresti la differenza tra te e loro?

“Fanno cose che a noi mortali non è concesso fare”.

Se dico Mayweather, quale immagine ti viene in mente?

“Quella di un pugile con un’incredibile abilità difensiva. Corregge la posizione del corpo con piccoli spostamenti, è sempre attento ai tuoi movimenti e appena commetti il minimo errore è velocissimo a punirti”.

E Pacquaio?

“Quella di un fighter che viene avanti, sempre avanti. Ha una grande continuità di rendimento. Colpi pesanti, che fanno male, lasciano il segno”.

Cosa altro ti piace di Mayweather?

“Il modo con cui porta i colpi al corpo, quelli che risolvono il match”.

Uno ha 38 anni, l’altro 36. Un po’ in avanti con gli anni. Eppure sono i protagonisti del più grande business di sempre, pugilisticamente parlando.

“Due nonnetti che riempiono l’Arena, fanno incassare 74 milioni di dollari, fanno comprare a milioni di appassionati l’accesso alla pay per view a 100 dollari. Una volta a quella età i pugili erano in pensione da un pezzo. Oggi tutto è cambiato”.

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Cosa ha prodotto l’allungamento dell’età agonistica?

“La conoscenza del proprio corpo, una maggiore cura del fisico, un’alimentazione decisamente più attenta che in passato, allenamenti mirati e una maggiore consapevolezza delle proprie responsabilità”.

Mayweather è spesso sotto accusa perché rischia il minimo, non si preoccupa per lo spettacolo e boxa soprattutto in difesa.

“Agli americani piace il sangue, la lotta senza fermarsi mai. A me piace il pugilato. Mi esalto per una schivata, per la precisione di un colpo al corpo. Dicono: con tutti i soldi che guadagna, potrebbe fare qualcosa di più. Lui lo fa, è la personificazione della boxe. Ha talento, scelta di tempo, velocità, un’abilità difensiva eccezionale. E vince sempre. Mi piace”.

A me piace il suo modo di boxare, ma non sopporto il suo modo di proporsi.

“Capisco che possa risultare antipatico. L’esibizione continua della ricchezza e l’arroganza di ogni dichiarazione non contribuiscono certo a renderlo simpatico. Ma credo che sia un atteggiamento studiato, un modo per aumentare lo spessore del personaggio. Guadagna tanto anche per questo. In molti vanno a vederlo perché sperano che finisca knock out”.

E Pacquaio?

“Più tranquillo, meno sbruffone. Più solido, più potente. Ma no, non credo proprio che possa farcela”.

Marotta, ma allora è un vizio…

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Giuseppe Marotta, ieri (tutti gli organi di informazione, 23 marzo 2015).

È una forma tipicamente italiana quella di attaccare sempre gli arbitri ed il loro operato. Non si fa mai autocritica. Invece di dirigere le critiche sempre verso gli arbitri, bisognerebbe magari ricondurle verso se stessi. Falsato? È un aggettivo ormai ricorrente, ma in un campionato episodi come questo si bilanciano e alla fine vince il migliore”.

Dopo un Genoa-Juventus (gazzetta.it, 26 marzo 2013).

Per un arbitro come Guida di Torre Annunziata ci sono difficoltà a venire ad arbitrare la Juventus. Non parlo di malafede ma di difficoltà. Al 94′ un arbitro della provincia di Napoli si è trovato in difficoltà. La designazione di Guida è stata infelice. Non metto in dubbio la buona fede, ripeto ma non si designa un arbitro di Torre Annunciata ad arbitrare la Juventus.

Dopo un 1-1 contro la Roma (corrieredellosport.it, 13 novembre 2010).

Penalizzati da Rizzoli la cui prestazione è stata largamente insufficiente. Non c’è uniformità di giudizio e su Borriello pretendo la prova tv. Mani come in Milan-Palermo ma scelta opposta, il rigore è discutibilissimo.

Dopo un Palermo-Juventus (tuttojuve, dichiarazione ripresa da intervista a Sky, 24 marzo 2015).

“C’è amarezza, riconosciamo i meriti del Palermo però sono qua dopo una serie di episodi dubbi che avviene da alcune settimane. Non vorrei che questo fosse il frutto di alcune nostre richieste su calciopoli e non vorrei che quella che era sudditanza diventi arroganza nei nostri confronti, è una critica e un richiamo alla classe arbitrale perchè sono episodi assolutamente impossibili da non valutare, è successo a Napoli con lo stesso arbitro, non voglio aggiungere altro.  Non vorrei che questo trattamento freddo di valutazione non oggettiva ma di prevenzione sia reale, sono episodi clamorosi. I moviolisti sono ex arbitri e il gol di Napoli era buono, Stefano Braschi ci disse che un arbitro non lo manda due volte ravvicinate a dirigere la stessa squadra, Morganti è la terza volta che ce lo ritroviamo, siamo sfortunati”.

Marocchi, quando direttore generale della Sampdoria.

Dopo un Parma-Sampdoria (repubblica.it, 28 febbraio 2010).

Vogliamo uniformità da parte degli arbitri, nel derby abbiamo subito un rigore con la stessa dinamica, per un intervento di Ziegler su Palacio. La differenza è che stavolta Rocchi era a due metri dal fallo ed ha ripensato da solo alla sua valutazione dell’episodio, a quanto ha detto ai giocatori, senza interferenze. È strano perché è passato un minuto nel frattempo. È la prima volta che assisto ad una dinamica simile: non riusciamo ad avere risposte riguardo ad alcune decisioni arbitrali e questo secondo me è il male oscuro del calcio.”

L’aveva già fatto dopo Juventus-Roma di questo campionato. Si è ripetuto dopo le dichiarazioni di Benitez dopo Napoli-Atalanta di domenica scorsa. Memoria corta. Non ci si mette in cattedra quando si hanno dei peccati nel proprio passato.

 

Boxe, pazzesco: 74 milioni di incasso!

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BOB ARUM ha dichiarato a Espn.com che l’incasso del 2 maggio a Las Vegas per il mondiale welter unificato tra Floyd Mayweather e Manny Pacquiao sarà di circa 74 milioni di dollari (al cambio: 67,6 milioni di euro!). Una cifra pazzesca che supera di tre volte e mezzo il precedente record: 20.003.150, settembre 2013 per Mayweather vs Alvarez. Tanto per dare un termine di paragone, Milan vs Juventus dei primati del 19 settembre 2014 ha generato un introito al botteghino di poco più di 3,2 milioni di euro per 78.681 paganti.

C’è stata un’attesa di cinque anni ma questo match sta per stracciare qualsiasi altro primato. Anche quello per la vendita dei diritti televisivi all’estero: 35 milioni di dollari. Solar ha comprato l’esclusiva per le Filippine pagando 10 milioni, le rivali messicane Azteca e Televisa per una volta si sono alleate e hanno acquistato i diritti per 2,3 milioni.

Il giro di soldi sta assumendo contorni che vanno al di là di ogni ottimistica previsione.

Un pugno di Tyson, ma non è lui…

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IL VOLTO di Mike Tyson. Un viso pieno di rabbia, carico di violenza. Un leone che ruggisce prima di lanciarsi all’attacco. The Game se lo è fatto tatuare sulla mano destra.

Se dovessero portarmi in Tribunale e il giudice mi chiedesse perché mai abbia preso a pugni 40 Glocc, potrei sempre rispondergli che è stato Iron Mike. Il mio braccio destro…

Fin qui la notizia apparsa sul sito TMZ.

Lui a pugni il collega 40 Glocc lo ha preso davvero, ma il fatto è accaduto nel 2012. Sembra però che stia pensando a un remake.

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Jayceon Terrel Taylor, in arte The Game, è nato a Compton nel ’79. Il quartiere in mano alle bande dei Crips e dei Bloods. Il postaccio dove sono cresciute anche Serena e Venus Williams. Un inferno da cui si può anche tornare, ma è un’impresa semplice.

Il papà era nella gang dei Crips, la mamma stava con le Hoover Crippelette. In casa circolavano droga e armi. A 6 anni il ragazzino ha visto uccidere un amico da una banda che voleva rubargli scarpe e vestiti. Ne aveva tredici quando hanno sparato a suo fratello Javon in una stazione di servizio. Morto, assassinato a 17 anni. A 15 è andato a vivere con mamma Lynette. Non è stata un’esperienza facile.

È andato al college, ha preso una borsa di studio per la pallacanestro e si è iscritto all’Università. Lo hanno sbattuto fuori quando hanno scoperto che trafficava con la droga.

Si è messo in affari nel ramo.

L’1 ottobre del 2001 alle due di notte hanno bussato alla porta di casa. Pensando fosse un cliente, ha aperto. Erano in tre, gli hanno sparato addosso cinque colpi di pistola. È stato tre giorni in coma. Nella convalescenza ha scoperto il rap. E stata la sua fortuna.

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Quello di Mike Tyson è solo l’ultimo dei suoi tatuaggi.

Ne ricordo solo alcuni.

Sull’avambraccio destro una tomba con la scritta 2Pac, Jam Master ed E-E. Sotto l’occhio sinistro una lacrima, più giù HCT 6 30 03. La data di nascita del figlio Harlem Caron Taylor, 30 giugno 2003. Tanto per non dimenticarla mai. Sotto l’occhio destro una farfalla (simbolo della rinascita) coperta dal logo dei LA Dodgers con una stella rossa attorno. Il volto di Mandela sul braccio sinistro. La scritta Compton ad attraversargli lo stomaco. Attorno al collo Hate it or love it (odialo o amalo). Un pinguino e un clown sull’avambraccio.

E molto altro ancora…