Domani a Macon (Georgia), tre fratelli saliranno sul ring nella stessa serata…

Domani tre fratelli saliranno sul ring nella stessa serata.

Macon è una città al centro della Georgia, poco meno di 140 chilometri a sud di Atlanta. È lì, allo Shrine Temple al numero 22 di Mecca Drive, che si svolgerà l’evento. Non so quanti precedenti abbia, di certo è una rarità.

In programma i Montgomery Brothers (la foto sotto è tratta dal profilo Facebook di Maliek), allenati (e non poteva essere altrimenti) dal loro papà Michael sr.

Maliek detto Mayhem ha 22 anni e un record di 149-12 da dilettante. È l’unico cittadino di Macon ad avere vinto per due volte i Golden Gloves dello Stato. È alto 1.73 e boxa da superpiuma, è al suo secondo incontro da professionista. Il primo lo ha vinto per kot. Affronterà Calvin Smith (2-11-0). È stato nazionale della squadra USA. Ha cominciato a boxare quando aveva otto anni, gli piace anche il wrestling e la corsa campestre. Si è diplomato in Sports Marketing al Technical College della Georgia.

Mikhail detto 50-Khail ha 20 anni, boxa da dieci, è alto 1.70 e combatte da peso piuma. Da dilettante ha chiuso con un record di 120-12. Anche lui ha già debuttato, vincendo per kot all’esordio. Domani incontrerà Tony Jones.

Michael jr detto Six Speed ha 23 anni. Alto 1.80 combatte da peso welter. Da dilettante 150-20, da professionista è al debutto. Si batterà contro Edwin Aceves detto Eddie, anche lui al debutto.

La palestra in cui hanno cominciato non poteva che essere Team Montgomery Boxing.
Il coach Michael sr ha boxato da professionista (7-4–0, 1 ko). Ha cominciato agli inizi degli anni Settanta mettendo in fila sei successi di fila (cinque ai punti e uno prima del limite). Si faceva chiamare Mike e governava abbastanza bene la sua carriera. Poi è accaduto qualcosa che capita a tutti. Ha perso un match. Era il 6 dicembre del ’77. È sceso dal ring ed è rimasto fermo per sei anni, quando è tornato non aveva più la forza di prima. Si è ritirato dopo avere messo assieme un deludente 1-3-0 nella seconda parte della carrieta. Ora guida i tre figli.

Si combatte domani, sabato 21 ottobre.
Venticinque dollari per entrare, quarantacinque per una sedia a bordo ring.
I Montgomery sono certi che riempiranno lo Shrine Temple.

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Le tre vite di Ryan Burnett, il campione a cui Belfast ha dedicato un murale

Ryan aveva il telefono attaccato all’orecchio, ma le parole che arrivavano dall’altro capo del filo sembravano venire da un’altra dimensione. Il suono era confuso, ovattato.

La realtà era che lui quella frase non voleva proprio sentirla.

Le gambe erano diventate molli mentre un freddo glaciale l’aveva assalito senza pietà.

“Mi dispiace. La TAC ha evidenziato un problema al cervello. Non può più praticare la boxe”.

Il neurologo ripeteva per la seconda volta quella che aveva tutta l’aria di essere una sentenza senza appello.

Era il 2011, Ryan aveva diciannove anni e stava per diventare professionista con il club di Ricky Hatton.

Paradossalmente era stata l’ultima parte della telefonata (non può più praticare la boxe) a mandarlo nel panico. Qualsiasi altra persona sarebbe rimasta sconvolta dell’inizio del discorso (la TAC ha evidenziato un problema al cervello), ma un pugile spesso vede le cose allo specchio. Al contrario del resto dell’umanità. Non a caso se c’è un pericolo sul ring lui ci va incontro, cercando di eliminarlo ma sicuramente non fuggendo mai.

Ryan Burnett era pallido, stanco, deluso, avvilito.

Aveva quattro anni quando gli avevano scattato la prima foto con un paio di guantoni sulle mani. Ne aveva nove al debutto in palestra, undici al match d’esordio.

A 15 aveva cambiato palestra. Dal quella del St Patrick College si era trasferito alla Holy Family Boxing Club di Gerry Storey. Un posto dove non guardavano le differenze, non c’era diverso trattamento per i ragazzi, qualsiasi credo politico o religioso professassero.

Il percorso dilettanstico l’aveva chiuso con un onorevole record di 94-0 e una medaglia d’argento ai Mondiali Youth.

Adesso era arrivato il momento di fare il grande passo.

Ma era arrivata la telefonata di quel neurologo.

“Mi dispiace. La TAC ha evidenziato un problema al cervello. Non può più praticare la boxe”.

Ryan e Brian Burnett, figlio e padre, non si erano arresi. Nella battaglia li aveva aiutati Ricky Hatton. Visite specialistiche, cure, nuovi esami. Ancora visite, cure e esami. Un anno di tormento, ma alla fine era arrivata un’altra telefonata. Stavolta Ryan l’aveva capita al primo colpo.

“Lei è idoneo. Può tornare sul ring, corre gli stessi pericoli che corre qualsiasi persona che decida di fare del pugilato la sua professione”.

Esordio nel maggio del 2013, a ventuno anni.

Quattro match, tre vittorie per ko e uno ai punti.

Tutto sembrava filare liscio.

I Burnett erano una famiglia unita. Tre fratelli, un papà che seguiva la carriera di quello mediano, l’unico che avesse scelto la boxe. Una mamma occupata a tenere a bada gli uomini di casa. L’Irlanda del Nord nel sangue, Belfast nel cuore.

Il pugilato era entrato d’impeto nella vita di Ryan.

Da piccolino vedeva il papà impegnato nella boxe di strada, quando aveva comincitato a crescere si era unito alle risse. Picchiava e le prendeva, a scuola o in strada non faceva differenza. Era quasi sempre il più piccolino, ma difficilmente si faceva intimidire.

Nel 2014 un cambio brusco aveva sconvolto la sua esistenza.

Per motivi che non ha mai voluto rivelare, l’accordo con Ricky Hatton si era rotto. Doveva trovare un altro allenatore, un nuovo promoter. E soprattutto lui e il papà dovevano trovarsi una nuova casa. Soldi in tasca ne avevano pochi, non bastavano di certo per pagare l’affitto.

Per sei settimane i Burnett erano diventati dei senzatetto, avevano dormito all’interno di una jeep che gli era stata data in prestito dallo stesso Hatton.

Ma, si sa, gli irlandesi hanno la testa dura. Non si arrendono mai. E così i Burnett hanno continuato a lottare. Hanno trovato un nuovo coach, Adam Booth che Ryan chiama La Bibbia per la sua onniscenza pugilistica, hanno aperto la caccia a un promoter che volesse investire sul ragazzo.

Match del nuovo esordio il 22 novembre 2014.

Il viaggio era appena ricominciato.

Poco meno di tre anni dopo è arrivata l’occasione mondiale. Proprio a Belfast, proprio davanti ai suoi amici. L’altro si chiama Lee Haskins. Burnett lo domina per dodici round, lo mette al tappeto nella sesta e nell’undicesima ripresa. Al momento del verdetto saltella felice sul ring, poi sente la voce del ring announcer e un brivido freddo gli attraversa la schiena.

Split decision: 119-107, 119-107, 108-118.

Ero davanti alla tv e mi stavo chiedendo chi fosse quel folle che aveva partorito un verdetto che sembrava il frutto della mente di un alieno.

Quel tizio si chiama Clark Sammartino.

Cosa fosse accaduto l’ha spiegato il promoter Eddie Hearn.

“Il giudice ha confuso i due pugili, assegnando all’uno il punteggio dell’altro”.

Come è possibile?

“Per due volte ha chiesto a un fotografo a bordo ring chi fosse Haskins”.

Il fotografo gli ha dato l’indicazione sbagliata?

“No, ha risposto correttamente. Gli ha detto: Haskins è quello nell’angolo rosso”.

E allora perché Sammartino si è confuso?

“Perché ha capito: Haskins è quello con i pantaloncini rossi”.

Piccola aggiunta. Haskins e Burnett avevano i loro nomi scritti a caratteri cubitali sui pantaloncini.

Clark Sammartino ha stilato il cartellino lo scorso 10 giugno.

Sabato 28 ottobre entrerà nella Hall of Fame del Connecticut.

Torniamo al giovane Ryan, un ragazzo di 25 anni che ama i vecchi film, ascolta Frank Sinatra e ha visto almeno cinque volte “Il miglio verde”.

Vinto in titolo Ibf dei gallo, sabato a Belfast si batterà per l’unificazione contro il kazako Zhanat Zhakliyanov, super campione per la Wba che all’angolo avrà proprio Ricky Hatton.

Burnett torna a casa.

“Figliolo qui hanno dipinto un enorme murale con la tua figura”.

La mamma, orgogliosa e felice, gli ha telefonato per dargli la bella notizia.

E lui si è commosso.

L’Irlanda del Nord nel sangue, Belfast nel cuore.

Sempre.

Diretta televisiva su FoxSports Plus

Il titolo Ibf, Wba dei gallo tra Ryan Burnett (17-0, 9 ko) e Zhanat Zhakliyanov (27-1-0, 19 ko) sarà trasmesso in diretta da FoxSports Plus, canale 205 del bouquet di Sky a conclusione della partita di Champions League di volley femminile (il collegamento avrà inizio tra le 22:00 e le 22:30). Repliche domenica alle 10:30 su FoxSports (canale 204) e alle 17:30 su FoxSports Plus (205). Telecronista Mario Giambuzzi, commento tecnico Alessandro Duran.

 

 

Salvatore Cherchi: Takam è veloce e potente, può battere Joshua

Salvatore Cherchi è da una vita nella boxe.

L’ho conosciuto alla fine degli anni Settanta, nello scantinato di una vecchia palestra romana dove ero andato per intervistare Rocky Mattioli.

È stato a lungo al fianco di Umberto Branchini e quando il Cardinale se ne è andato per sempre, Salvatore si è messo in proprio.

Ha gestito i campioni del mondo Giovanni Parisi, Vincenzo Nardiello, Stefano Zoff, Michele Piccirillo, Christian Sanavia, Silvio Branco, Simona Galassi, Giacobbe Fragomeni.

È a capo della OpiSince82, società che ha le sue origini nella vecchia Opi inventata da Umberto Branchini, quella in cui si muoveva da protagonista un giovanissimo Giovanni Branchini oggi tra i più importanti procuratori di calcio del mondo.

Negli ultimi tempi avevo sentito Salvatore carico di nuovo entusiasmo. Stava inseguendo un sogno. Quando me ne parlava ascoltavo, ma dentro di me pensavo fosse di difficilissima realizzazione.

E invece ieri notte ce l’ha fatta.

Un suo pugile, Carlos Takam (35-3-1, 27 ko), si batterà per il titolo più prestigioso. Quello dei pesi massimi. Il 28 affronterà nello stadio di Cardiff l’imbattuto Anthony Joshua (19-0, 19 ko) per i titoli Wba e Ibf.

 

Salvatore, quale è il tuo rapporto di lavoro con Takam?

“Sono il suo promoter”.

Da quanto tempo lo hai sotto contratto?

“Due anni”.

Quando avete saputo che si sarebbe battuto per il mondiale?

“Eddie Hearn ci aveva detto di tenerci pronti nel caso in cui Pulev non potesse rispettare l’impegno. In pratica sapevamo di essere la prima scelta in caso di forfait sino dalla firma dell’accordo tra il campione e lo sfidante ufficiale. Se Pulev avesse affrontato Joshua, Takam avrebbe combattuto il 4 novembre a Montecarlo”.

Dove si sta allenando Carlos?

“A Parigi con il suo maestro Joseph German, lo stesso che ha portato JeanMarc Mormeck a battersi a livello assoluto”.

Match terribile quello contro Joshua, pensi che Takam abbia una possibilità di vittoria?

“Ne sono convinto”.

E cosa ti spinge ad essere così ottimista?

“Carlos sul ring ha una grande intelligenza tattica, è veloce e potente. E ha un sinistro che potrebbe creare qualche problema al campione. È esperto, si muove bene e picchia. L’altro è un grande pugile, ma qualche difetto in difesa ce l’ha. Sarà durissima, ma credo che il mio assistito possa uscirne vincitore”.

Che tipo è Carlos Takam?

“Una persona seria. Uno che non ha vizi. Non beve, non fuma e la sera va a dormire presto come ogni atleta che voglia arrivare al massimo. Vive da solo a Parigi, non ho mai avuto alcun dubbio su di lui”.

Quale è il suo peso attuale?

“Centodieci, centododici chili”.

Non è un po’ troppo per uno che non arriva a 1,90?

“No. Se lo vedi sul ring ti sembra un armadio. È compatto, muscoloso, resistente”.

Quando ti sei convinto che potesse puntare al massimo?

“Fin da quando l’ho preso. Ho subito avuto fiducia in lui. E poi l’ho visto contro Joseph Parker. Il match era suo, poteva vincerlo prima del limite. Ha dato una grande dimostrazione di sostanza pugilistica”.

Credo sia quasi impossibile che possa battere Joshua. Ma se invece dovessi avere ragione tu, cosa accadrebbe dopo?

“Cercherei di fargli fare tre difese e poi mi farei da parte. Giro il mondo per passione, mi danno l’anima, lavoro sodo. È tempo di rallentare. Se dovesse davvero andare come sogno, mi ritaglerei un ruolo da supervisore e lascerei campo libero ai miei figli. Christian e Alessandro sono bravi, stanno facendo la giusta esperienza e sapranno farsi valere”.

In bocca al lupo, Salvatore.

“Dario, io il lupo me lo mangio…”

Pulev infortunato, il 28 vedremo Joshua vs Takam su FoxSports

Kubrat Pulev (25-1-0, 13 ko) non affronterà Anghony Joshua il 28 ottobre allo stadio di Cardiff. Si è infortunato alla spalla e ha dovuto dichiarare forfait.

Eddie Hearn aveva poco tempo per trovare un sostituito e per trovarlo all’altezza, c’è riuscito. Per sua fortuna si era premunito. Nel momento stesso in cui aveva chiuso l’accordo con Pulev aveva avvertito il clan di Carlos Takam di tenere in allenamento il pugile nell’eventualità che lo sfidante ufficiale dovesse avere qualche problema.

Takam è anche in linea con il regolamento Ibf che prevede per le difese obbligatorie di rivolgersi al primo disponibile della classifica per un’eventuale rimpiazzo. Il pugile e il suo clan hanno immeditamente accettato l’offerta.

Carlos Takam, francese di origini camerunensi, ha 36 anni e un record di 36-3–1, 27 ko. Le due ultime sconfitte le ha subite contro l’attuale campione del Wbo Joseph Parker, ai punti al termine di un match combattuto e contro Alexander Povetkin per kot 10, dopo che per otto round era riuscito a rimanere in parità sui cartellini dei tre giudici.

Il mondiale massimi valido per Wba e Ibf tra Anthony Joshua e Carlos Takam sarà trasmesso in Italia da FoxSports che nell’occasione manderà in onda l’intera serata che comprenderà, tra l’altro: Khalid Yafai (22-0) vs Sho Ishida (24-0) titolo Wba supermosca; Lenroy Thomas (21-4-0) vs David Allen (12-3-1) titolo del Commonwealth pesi massimi; Frank Buglioni (21-4-0) vs Callum Johnson (16-0) titolo del Commonwealth pesi mediomassimi; Anhai Esther Sanchez (17-2-0) vs Katye Taylor (6-0) titolo leggeri Wba donne.

Se ne è andato Valter Cevoli, pugile gentile e coraggioso

Valter era un ragazzo educato. Bastava guardarlo in faccia per capire che potevi fidarti di lui. Riusciva addirittura ad arrossire per un complimento.

Non cercate il nome di Valter Cevoli tra gli italiani campioni del mondo, per essere un campione non bisogna necessariamente conquistare quel titolo.

Non viaggiava su livelli di eccellenza assoluta, ma era bravo. Un mediomassimo che sapeva tirare di boxe. Elio Ghelfi era stato il maestro che l’aveva messo su giorno dopo giorno, arrivando a realizzare un piccolo capolavoro.

Non dovevate farvi ingannare da quel viso gentile e dai modi da figliolo a modino. Se c’era da tirare fuori il carattere lui sapeva farlo.

Il 15 aprile dell’83 è la data, credo, più importante della sua carriera. È andato a Mugnano, in casa del rivale, a prendersi il titolo italiano della categoria. Ha sconfitto ai punti Gennaro Mauriello, uno che fino a quel momento non aveva mai perso, idolo di un pubblico che ha (come era normale che fosse) tifato per lui sino alla fine. Poi ha applaudito Valter, il vincitore.

E lui ha sorriso. Niente follie, niente dichiarazioni sopra le righe.

Valter Cevoli era fatto in questo modo. Godeva in silenzio, quasi temesse di disturbare. Io lo ricordo così.

Elio Ghelfi descrive il loro primo incontro nel suo libro “Con i miei sogni all’angolo del ring”: “Uno degli Zavattini, il “Nano” (un vero mago della preparazione dei trottatori, aveva allevato fior di campioni), un pomeriggio venne in palestra. Accompagnava un ragazzo alto e decisamente grasso. Mi chiamò in disparte, mi parlò all’orecchio come se volesse dirmi chissà quale segreto: Questo ragazzo è un purosangue. È un vero campione. Con questo Elio, andiamo lontano”.

Al ragazzo piaceva lavorare, si impegnava, dimagriva. Ma era ancora grezzo nei movimenti e il maestro cominciava a dubitare. La testa però era quella giusta. Si applicava e imparava alla svelta.

Ben presto Ghelfi capì che il tutto il tempo passato in palestra con lui era stato ben speso…

Non avrei mai pensato che potesse diventare un pugile tecnicamente tanto bravo. Invece Valter imparò quel pugilato del quale ero e sono ancora innamorato. Un pugilato fatto di tecnica, mobilità e gioco di gambe” (ancora dal libro autobiografico del maestro riminese).

Campione italiano delle Forze Armate, bronzo ai Mondiali Militari, campione italiano agli Assoluti dilettanti di Fano, nazionale.
Poi il passaggio al professionismo con il grande Umberto Branchini che aveva un debole per i suoi modi gentili, l’educazione. Ma anche per le qualità del pugile: sempre in linea, sempre col tempo giusto, rapido. Non aveva grande potenza, una pecca che ne ha limitato i successi ai confini nazionali, ma l’arte della boxe la conosceva più che bene.

Ha esordito nel marzo del 1980. È rimasto sul ring fino al maggio dell’85 chiudendo con un record di 29-3-1, due sconfitte con Mauriello e una con Bonny McKenzie agli inizi. Vittorie ancora su Mauriello, Lazzari, Freo e Peralta.

Ieri pomeriggio ho aperto Facebook e ho appreso della sua morte da un post dell’amico Gualtiero Becchetti.

“Oh, no!”, mi è uscito di getto.

Quando mia moglie ha chiesto cosa fosse successo, le ho detto: “È morta una brava persona”.

L’avevo conosciuto bene negli anni in cui era in attività, l’avevo rivisto raramente. Non l’incontravo da tanti anni. Eppure quando ho letto la notizia, quando ho rivisto le sue foto ho capito che quell’esclamazione mi era uscita direttamente dal cuore.

Ha fatto parte degli anni della mia maturità professionale, ero un giornalista curioso di capire che cosa fosse davvero la boxe.

Andavo spesso a Rimini, mi ci portavano Loris e Maurizio Stecca, ma anche Pira, Cevoli e Righetti. Andavo volentieri in Romagna dove avevo conosciuto un signore con cui era nata un’amicizia.

Elio Ghelfi era diventato la mia guida nel pugilato, la palestra della Libertas Rimini sotto lo stadio di calcio era l’università dove studiare.

Vogliamo essere forti come lo sei sempre stato tu papà, ti porteremo nel cuore con orgoglio per il grande uomo che sei stato e per ciò che ci hai insegnato“, così il figlio Andrea ha dato il triste annuncio sul suo diario Facebook.

Cevoli aveva 59 anni e faceva parte dei ragazzi dell’Ottanta, quelli magici per il nostro pugilato.
Se ne è andato per sempre in un pomeriggio di metà ottobre e io sono qui avvolto in una grande tristezza.

Riposa in pace Valter.

La mamma di Kuba: “L’organizzatore mi ha offerto dei soldi, tanti”

Il coroner capo della Contea di Norfolk, Jacqueline Lake, continua i suoi interrogatori.
Oggi ha ascoltato la mamma di Jakub “Kuba” Moczyk, il 22enne morto nel novembre scorso in seguito a un ko subito sul ring dell’Atlantis Arena di Great Yarmouth in Inghilterra.
La signora Jolanda Smigaj (nella foto accanto al compagno) ha detto essere stata avvicinata, fuori dall’ospedale dove il figlio era in coma, da Aurelius Kerpe che le avrebbe offerto dei soldi, tanti.
“Mi ha chiesto quanti ne volessi, 20.000, 30.000 sterline. Il mio compagno era con me. È tutto molto strano, dall’inizio alla fine”.
La signora ha confermato la versione della figlia, la gemella di Jakub, sul ritardo dell’ambulanza che sarebbe arrivata soltanto un’ora dopo la chiamata.

Aurelius Kerpe ha negato di avere fatto quelle offerte in denaro, ha aggiunto di avere messo a disposizione 1.500 sterline come “donazione” che “veniva dal cuore, dopo aver porto le condoglianze”.
Ha negato anche di essere l’organizzatore della riunione. Ha detto di essere stato avvicinato perché ha vent’anni di esperienza nella boxe. Gli avrebbero chiesto di aiutarli “ad allestire l’evento, a ordinare il ring, contattare l’arbitro e fare il tabellone degli accoppiamenti”.
Quando il medico legale gli ha chiesto se avesse controllato l’efficienza del servizio medico prima della riunione, ha replicato: “Non rispondo alla domanda”.

Falcinelli nuovo presidente (a interim) dell’Aiba. Congresso Straordinario a novembre…

Il Comitato Esecutivo dell’Aiba, con 15 voti su 17 a favore, ha ufficialmente nominato Franco Falcinelli presidente a interim dell’Aiba dopo che nei giorni scorsi il Comitato Disciplinare aveva sospeso il presidente Wu Chun-Kuo, in carica dal 2006.

La ratifica della qualifica fino alle prossime elezioni avverrà nel Congresso Straordinario che si terrà il prossimo mese.

È stata una decisione naturale, essendo in pratica imposta dall’articolo 39.3 dello Statuto Aiba che dice: “If the President is unable to exercise his powers for a prolonged period due to absence or illness, the Vice President who has served the longest period will act as Interim President, this for a maximum of one (1) year until an Extraordinary Congress is called and a new President elected”. In pratica se il Presidente non è in grado di esercitare per un periodo prolungato i suoi poteri per assenza o malattia (la sospensione disciplinare è stata considerata paritaria alla “assenza”) il suo posto viene preso da chi ha esercitato per il periodo più lungo il ruolo di vice presidente. Falcinelli rientra nel profilo tratteggiato dalla regola.

Il direttore esecutivo dell’AIBA William Louis-Marie ha rilasciato questa dichiarazione ufficiale: “Oggi 15 membri su 17 del Comitato Esecutivo hanno votato a favore di Franco Falcinelli come presidente provvisorio dell’AIBA sino alla decisione finale della Commissione Disciplinare in relazione  alla sospensione del presidente Ching-kuo Wu”.

In pratica, a novembre si terrà un Congresso Straordinario per fissare le strategie davanti a tutte le Federazioni Nazionali affiliate all’Aiba. La situazione dell’Ente e del pugilato è estreamente grave. L’Aiba, secondo l’Interim Management Committee (IMC: il Comitato Provvisorio nato durante il Congresso di Mosca del luglio scorso) ha avuto una cattiva gestione finanziaria che l’ha portata sull’orlo della bancarotta con un debito di oltre tredici milioni di euro e altri ammanchi in sospeso. L’IMC conta su cinque membri: l’italiano Franco Falcinelli, Terry Smith (Galles), Pat Fiacco (Canada), Alberto Puig De La Barca (Cuba) e Mohamed Moustahsane (Marocco). Saranno loro a gestire il Congresso Straordinario in cui si dovranno delineare le linee future e stabilire il momento dell’elezione del prossimo presidente.

Tutto lascerebbe pensare che sia proprio Falcinelli a prendere in mano il comando dell’Aiba. Wu infatti ha conservato solo l’appoggio di un ristretto gruppo di nazioni che hanno poca forza politica. Ma da qualche tempo circola con insistenza la voce che dietro l’intera manovra ci sia la lunga mano del Kazakhistan, nazione ricca e potente politicamente che vorrebbe prendere il comando delle operazioni. Si tratterà di capire se vorrà farlo subito o aspettare dopo Tokyo 2020.

Blandamura mi scrive: “Kuba vittima della violenza di chi non ha regole”

Sulla vicende che hanno portato alla morte del giovane Jakub “Kuba” Moczyk e sulle nefandezze che hanno accompagnato quella notte maledetta, mi ha scritto Emanuele Blandamura: campione europeo dei pesi medi e attuale numero 10 del World Boxing Council (Wbc), ma soprattutto uomo dall’animo sensibile. Le sue sono parole che nascono dal cuore.

Ciao Dario,

ho letto con molto interesse e tanto dispiacere la storia del ragazzo “Kuba” e della sua crudele morte a soli 22 anni. Non è stata una tragedia, ma un reato di squadra. Io amo la boxe, o meglio la Nobile Arte. Di questo sport mi piace la possibilità di confrontarsi ad armi pari, uno contro uno. Ma ci sono anche delle regole ben precise e la sfida deve essere portata avanti rispettandole tutte.

È questa la garanzia che ci permette di tenere la violenza fuori del pugilato.

La violenza non ha regole, come purtroppo ci ha confermato questa triste vicenda.

Ci troviamo davanti a un caso di violenza pura, gratuita e umiliante sia per chi ha visto che per chi è chiamato a giudicare. Mi sento travolto da un senso di dispiacere per questo ragazzo e per la sua famiglia. Magari Kuba aveva un sogno, quello di diventare un giorno un campione, un esempio, oppure più semplicemente un fighter. Quando dico semplicemente non ho alcuna intenzione di accomunare questa parola con mediocrità, dico semplicemente perché la boxe si può fare anche per pura passione, per il gusto di sfidare gli altri e se stessi, senza per forza avere come meta finale il titolo assoluto.

Purtroppo un’organizzazione di poca nobiltà, competenza, moralità e professionalità ha messo in piedi una serata che ha visto la morte di un ragazzo, una serata in cui altre vite sono state messe a rischio: quelle dei pugili che sono saliti sul ring.

Io da campione d’Europa esprimo tutto il mio cordoglio alla famiglia e sento il bisogno di rendere pubblico il mio disprezzo per queste persone che si sono autoproclamate competenti di uno sport che si chiama pugilato. Di pugilato quella sera non c’era neanche l’ombra.

Scusa Dario, ma credo sia giusto che il mondo della boxe italiana esprima un giudizio in occasioni come questa. Dobbiamo prendere posizione, forse è ora che la parola torni a chi ha diritto di farsi sentire, i pugili.

Emanuele Blandamura

Il ragazzo morto il giorno del debutto, un giallo sul nome del promoter…

Terza giornata di interrogatori.
Il coroner Jacqueline Lake della Corte di Norfolk continua la sua indagine sulla riunione del 19 novembre scorso all’Atlantis Arena di Great Yarmouth in Inghilterra, quella in cui Jakub Moczyk (primo in basso a destra nel poster della manifestazione) detto Kuba è finito ko al terzo round nel match contro il diciassettenne Irvidas Juskys. Due giorni dopo il ragazzo è morto, avrebbe compiuto 23 anni il 12 dicembre scorso. Era un novizio al primo match.

Ieri è stata ascoltata la testimonianza di Colin Abbott, il proprietario dell’edificio.
È stato lei a organizzare l’evento?
“No”.
Ma l’Atlantis Arena è di sua proprietà.
“Sì. Ma affitto spazi all’interno dell’edificio”.
A chi li ha affittati?
“Ryan Martin gestisce un bar a piano terra e mi ha chiesto l’affitto dell’Arena”.
C’era una licenza di locazione in vigore la sera in cui si è svolto il tragico match?
Abbott si è rifiutato di rispondere a questa domanda.
Può aiutarci a capire meglio?
“Un amico mi ha detto che un uomo di nome Aurelius Kerpe era interessato ad allestire una serata di pugilato. L’ho presentato a Martin”.

Il coroner ha quindi interrogato il titolare del bar.
Signor Ryan Martin, può fornirci la sua versione dei fatti?
“Abbott mi ha detto di avere organizzato una serata di boxe con un socio, io avrei gestito il bar come avevo fatto in altre occasioni. Non si è mai parlato di coinvolgermi nell’organizzazione dell’evento”.
Secondo le informazioni in suo possesso, chi ha organizzato la serata?
“Aurelius Kerpe”.

Sentito infine Benjamin Poole che era all’angolo dell’avversario di Jakub Moczyk quella tragica notte.
“Moczyk ha preso un brutto colpo alla testa, era ko ancora prima di toccare il tappeto”.

Oggi la chiusura dell’inchiesta.

Pugile morto al debutto, il coroner indaga. Nuovi inquietanti particolari…

L’inchiesta del coroner (medico legale) Jacqueline Lake (foto sotto) della Corte di Norfolk ha portato alla luce nuovi sconvolgenti particolari sulla riunione del 19 novembre scorso all’Atlantis Arena di Great Yarmouth in Inghilterra.
Quella sera Jakub Moczyk detto Kuba è finito ko al terzo round del match contro il diciassettenne Irvidas Juskys. Due giorni dopo Jakub è morto, avrebbe compiuto 23 anni il 12 dicembre scorso. Era un novizio al primo match.

Ieri il coroner ha interrogato gli operatori sanitari che sono intervenuti in soccorso dello sfortunato pugile.

Riporto il testo, redatto a domanda e risposta per rendere più immediata la comprensione, ripreso da quanto riportato da vari giornali inglesi sulla testimonianza rilasciata da Susan Mitchison.

Signora Mitchison, quando hanno chiesto il suo aiuto come sanitario?

“Alle 16:30 del pomeriggio, il giorno della riunione”.

Lei cosa ha risposto?

“Ho detto che sarei potuta andare, ma che non ero in grado di fare sforzi fisici. Ero stata operata da poco per una brutta ernia e avevo tolto i punti appena due giorni prima”.

Come pensava di farcela?

“Ho chiamato mio marito, Andrew Cawlard. Era a Londra stava lavorando in un set cinematografico. Gli ho chiesto se sarebbe potuto venire, mi ha risposto che sarebbe arrivato prima possibile”.

Eravate in platea quando il match è cominciato?

“Sì”.

Lei è laureata in medicina?

“Sono un tecnico medico per le emergenze”.

Lavora in un ospedale?

“Lavoro per la Lifeshield Medical Services assieme a mio marito”.

È una dipendente?

“La società è mia e di mio marito”.

Di cosa si occupa la Lifeshield?

“Fornisce copertura sanitaria a eventi, tra cui incontri di boxe, piccoli festival musicali e set cinematografici”.

Quando è arrivata nell’Arena ha visto se era stata allestita un’adeguata attrezzatura medica?

“Non c’era alcuna zona preparata per i medici e non è stata data nessuna informazione sui pugili, non c’era neppure la lista dei nomi di quelli che avrebbero combattuto o i risultati dei precedenti test medici. L’avversario di Jakub Moczyk non aveva neppure il referto dell’esame della pressione sanguigna”.

A quel punto, lei cosa ha fatto?

“Ho messo un tavolo accanto alla cabina del DJ e ho fatto scrivere a ogni pugile il proprio nome su un pezzo di carta dopo avere controllato se fossero in grado di combattere”.

Avete notato qualcosa di strano durante il combattimento?

“Per due volte l’avversario di Jakub ci è sembrato in grandi difficoltà, ci aspettavamo che l’arbitro ci guardasse in cerca di un consiglio, incerto se fermare o meno il match. Ma non è accaduto”.

Signor Cawlard, non ha ritenuto opportuno salire sul ring per sincerarsi delle condizioni del pugile in difficoltà?

“Ero a conoscenza del fatto che l’arbitro era anche l’allenatore del pugile, ero convinto sapesse benissimo se fosse giusto fermarlo o andare avanti”.

Cosa avete fatto quando nel terzo round Moczyk è finito ko?

“Siamo immediatamente saltati sul ring, lo abbiamo messo in posizione di recupero, gli abbiamo dato ossigeno e abbiamo chiamato paramedici e ambulanza”.

Dopo quanto sono arrivati?

“Crediamo una decina di minuti”.

C’era altra gente sul ring?

“C’erano tante persone, troppe, gente che non aveva alcun diritto di essere lì. Era tutto molto disorganizzato” risponde la Mitchison.

Ieri il coroner Jacqueline Lake ha ascoltato anche Melvin Payne, l’arbitro del match.

Signor Payne, Jakub Moczyk e il suo rivale avevano record simili? Era un match sulla carta equilibrato?

“Kuba era al primo combattimento da pugile, ma aveva un po’ di esperienza nella arti marziali. Il suo avversario aveva disputato tre match di boxe, vincendone uno e perdendone due. Era una sfida equilibrata, per questo mi è sembrato giusto fare quell’accoppiamento”.

È stato lei a mettere in piedi il combattimento?

“Mczyk mi aveva chiesto un aiuto e io ho trovato un pari peso”.

Lei era arbitro del match e allenatore del rivale di Jakub Moczyk?

“Assolutamente no. Sul ring devi essere imparziale, inutile dare una vittoria al tuo ragazzo se ha perso”.

Sembra che i guantoni non avessero lo stesso peso, cosa mi dice in proposito?

“All’epoca credevo che entrambi usassero guantoni da 12 once”.

Nessuno dei due aveva il casco di protezione.

“Non avevano l’obbligo di indossarlo”.

(Il regolamento recita: Headguard and Breast Protection, art. 62. All male Devolopment Boxers and male Elite Boxers will box without headguards. art. 63. All other Male & Female boxers MUST wear headguards and use 10oz gloves. In pratica, dovendo i due protagonisti del match in questione fare riferimento all’art. 63 DOVEVANO indossare il caschetto protettivo e combattere con guantoni da 10 once. L’arbitro ha quindi commesso un doppio grossolano errore)

Nel secondo round l’avversario di Jakub Moczyk è stato in difficoltà, lei non lo ha neppure contato.

“Non era stato colpito da un pugno, il suo era un problema di ansia e non di sofferenza fisica”.

Nel terzo Jakub Moczyk è stato centrato duramente.

“E io sono saltato tra i due, ho contato Kuba e gli ho chiesto se si sentisse in grado di continuare. Mi ha fatto cenno di sì e li ho fatti andare avanti”.

Si sente in colpa per questo?

“La decisione di farli continuare è stata mia. Ma anche il suo angolo avrebbe potuto gettare l’asciugamano”.

Se il match si fosse svolto in Italia secondo i regolamenti vigenti della FPI, organizzatori, arbitro, medici o tecnici medici, maestri e ogni altra persona coinvolta nell’evento avrebbero commesso più violazioni.

Da noi per ottenere l’autorizzazione a effetuare una riunione è indispensabile che dal luogo dell’evento sia raggiungibile un Centro di Neurochirurgia nel termine massimo di un’ora. Ove non fosse possibile, il promoter deve mettere (per iscritto) a disposizione, oltre all’ambulanza, un presidio mobile di rianimazione con personale medico e paramedico.

L’ambulanza deve stazionare vicino all’uscita più facilmente raggiungibile.

Gli addetti all’ambulanza devono rimanere a disposizione del medico di servizio.
E soprattutto a coordinare e presiedere deve essere un medico di servizio non un tecnico medico.

Prima di ogni incontro si deve procedere alla visita, secondo quanto prescritto dal Regolamento Sanitario, e al controllo del peso di tutti i pugili.

Ascoltate le testimonianze fatte sino a questo momento, è più che lecito chiedersi se anche altre nostre regole non siano state violate: libretto sanitario, operazioni di peso, controllo della vista, controllo del tesseramento.

Una tragedia ha colpito un ragazzo di 22 anni.

In molti hanno sbagliato.

Le udienze continuano.