Tokyo 2020. Per Rebecca c’è la n. 1, sarà un’alba di tensione

Kellie ha 32 anni.
Viene dall’Irlanda. Abita a Dublino, dove lavora non a tempo pieno nell’Ospedale Psichiatrico di St Vincent come addetta alle pulizie. L’altra parte della giornata la dedica all’attività che le ha salvato la vita.


Era una ragazza vivace, con un’innata predisposizione a mettersi nei guai. I genitori hanno pensato le servisse qualcosa in cui impegnarsi, fisicamente e psicologicamente, qualcosa che le insegnasse il rispetto per sé stessa e per gli altri. A 15 anni è entrata in una palestra di boxe e ha trovato la strada giusta per tornare a godersi la vita.
Oggi Kellie Ann Harrington è la numero 1 del mondo nei pesi leggeri, la grande favorita per la corsa all’oro in questa Olimpiade.
Ha vinto il mondiale 2018 nella sua categoria attuale, due anni prima aveva conquistato l’argento tra i superleggeri.
Lo scorso mese, nelle qualificazioni di Parigi per Tokyo 2020, ha sconfitto in finale Caroline Dubois, atleta dalle grandi qualità, l’inglese che aveva eliminato Rebecca Nicoli nei quarti.
Mancina, Kellie spesso boxa in guardia frontale.
È un’attaccante, ha forza esplosiva nelle gambe, velocità di braccia, buon movimento sul ring.
Carattere forte, impone il suo stile contro molte avversarie.
Ecco, questo è un veloce ritratto della Harrington.
Domani mattina sul ring, contro di lei, ci sarà Rebecca Nicoli.
Ha vinto il match di esordio, quello che la opponeva a Esmeralda Falcon Reyes.
Così ho raccontato quella sfida.
Un colpo alla volta, un colpo alla volta.
Prima il gancio destro, poi il gancio sinistro. Poi un diretto sinistro.
Precisi, puliti, a segno.
Rebecca Nicoli è andata a prendersi la vittoria senza affanno, macinando un pugilato di qualità.
L’arrembante sudamericana pressava in continuazione, ma non aveva né la tecnica, né la scelta di tempo di Rebecca. È stato un combattimento intenso, senza pause, piede sull’acceleratore e via.
Una corrida di sofferenza sul piano fisico, non certo su quello del punteggio.

E adesso arriva Kellie Harrington.
Altro spessore tecnico, altra personalità, altra esperienza.
Ma Rebecca non si spaventa. Lei è una guerriera. Sono sicuro che darà battaglia, anche se sono altrettanto certo che sarà dannatamente dura.

PESI LEGGERI (domani, 30 luglio ore 4:00 del mattino in Italia) Ottavi di finale: Rebecca Nicoli vs Kellie Harrington (Irl).

Tokyo 2020. L’Aiba non c’è, ma il caos arbitri/giudici resta

Arbitri e giudici rappresentano un grosso problema per i Giochi di Tokyo 2020.

L’AIBA ha bloccato da cinque anni, a livello internazionale, i trentasei ufficiali di gara che hanno lavorato a Rio 2016. Da un paio di settimane è in corso un’inchiesta dell’Ente, guidata dal canadese Richard McLaren, il professore di diritto che è a capo della McLaren Global Sport Solutions (MGSS). L’agenzia investigativa indagherà sulle denunce di irregolarità nel giudizio e nell’arbitraggio dell’Olimpiade brasiliana.
Un primo rapporto si dovrebbe avere entro la fine del prossimo mese.
Nel frattempo la boxe va avanti.
In Giappone sono arrivate le seconde linee.
Si è giunti alla designazione del gruppo di giudici/arbitri attraverso un sorteggio.

Ne sono venuti fuori due rappresentanti per Mongolia, Argentina, Marocco, Stati Uniti, Australia, Cuba, Kazakhistan, Algeria. E poi ufficiali di gara dal Perù, Sri Lanka, Tajikistan, Indonesia più altri altri sedici.
In totale sono trentasei. Non c’è un italiano.
Il sorteggio è stato gestito dalla Boxing Task Force del Comitato Olimpico Internazionale.
I designati non hanno avuto molte occasioni per esercitarsi in tornei internazionali e, paradossalmente, sembra sia stato proprio questo uno dei principali motivi per cui il CIO li ha inserita nella cosiddetta long list da cui sono poi stati estratti i trentasei nomi.
Non erano tra i trentasei di Rio 2016 per i quali, lo ricordo, non sono ancora stati pronunciati né giudizio, nè eventuali condanne. Non erano cioè tra quelli che rappresentavano il meglio del gruppo.
Vergini da ogni dubbio.
A Tokyo 2020 opera un gruppo di livello tecnico non elevato.
Lo dicono i numerosi 3-2, lo dicono i verdetti con sei punti di differenza tra i giudici per un match che dura tre round, lo dicono i modi con cui si muovono alcuni arbitri sul ring.

Credo, ad esempio, che l’ultimo colpo subito da Vassily Levit negli ottavi dei pesi massimi, martedì contro Emmanuel Reyes, un arbitro più esperto del colombiano Wulfren Olivares Perez (lo stesso che non ha contato la Hung finita al tappeto per un colpo della Sorrentino) avrebbe potuto evitarlo. Lo spagnolo ha portato un primo destro, il kazako ha chiaramente piegato le gambe. In una sfida tra dilettanti l’arbitro normalmente conta il pugile per il solo fatto che ha subito un colpo potente. Ma Perez era lontano dall’azione. E così Reyes ha potuto portare un secondo destro e poi cercare di chiudere con un terzo. Levit ha subito un knock down, si è rialzato traballante, ha subito una punizione che poteva essere limitata se solo Perez fosse interventuo dopo il primo colpo.

Che dire poi della signora Nelka Shiromala Thampu, dello Sri Lanka. Non si è accorta del tentativo del marocchino Youness Baalla di mordere lo zigomo di David Nyika, durante i sedicesimi del torneo dei pesi massimi. L’africano è stato squalificato solo a match concluso, con vittoria ai punti del neozelandese, dalla commissione della Boxing Task Force.


E ancora.
Pesi piuma. Ottavi di finale.
Staniia Nikolaeva Petrova contro Ymarias Casteneda.
Due giudici vedono la bulgara vincere tutte le riprese, altri due vedono la sua avversaria vincere tutte le riprese. Sei punti di differenza in tre round!
Decide il quinto giudice che assegna il verdetto alla Castaneda.
Questo e atro hanno fatto gli ufficiali di gara, in alcuni casi ne sono rimaste vittime le azzurre.
Dopo cinque giorni di competizione l’inadeguatezza del gruppo ha già dato i suoi segnali.
A Rio de Janeiro accadde il disastro, ma nessuno ha mai pensato di annullare i risultati di quella Olimpiade. I peccati dell’AIBA sono stati portati alla luce da un’inchiesta del CIO, che ha sospeso a tempo indeterminato l’Ente.
Ma è lo stesso CIO che giudica l’AIBA inadeguata a gestire il torneo olimpico di Tokyo 2020, ad avventurarsi su un curioso percorso. Ha sospeso l’AIBA, ma ha adottato i risultati di Mondiali e campionati continentali, gestiti dalla stessa associazione, per stilare le classifiche che hanno garantito il ripescaggio o addirittura la selezione di molti pugili che stanno combattendo in Giappone.
Mi sembra un’incongruenza. E pure grande.
E non è finita qui, ne sono convinto.

Tokyo 2020. Eliminata la Sorrentino, meritava di più

Huang muove le mani, Giordana Sorrentino fa la boxe.
La ragazza di Taipei, la mosca gigante che si presenta sul ring con 177 centimetri di altezza per 51 chili di peso, mette le sue lunghissime leve tra lei e l’azzurra.

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Per un round, il primo, la ragazza di Fiumicino riesce a chiudere la distanza, a entrare nella guardia dell’avversaria, a scaricare un paio di buone combinazioni. Fa pressione, attacca, cerca il risultato.
L’altra arretra, colpisce (poco) di rimessa, subisce.
Due giudici la vedono così, come l’ho vista io.
Gli altri tre (Polonia, Uganda e Sri Lanka) premiano il poco che ha fatto la favorita.
Cambio di scena nella seconda ripresa. Huang prende la misura, trova il tempo giusto per colpire d’incontro l’arrembante Giordana che fa tre minuti a ritmi più bassi di quelli che le servirebbero per portare a casa il risultato.Perde il round.
Tutti concordi nel vedere così il film di un match che si sta mettendo male per l’italiana.
La ripresa che chiude questo ottavo di finale è confusa, incerta, equilibrata.
A rompere l’equilibrio, ma l’ipocrisia del dilettantismo dice che non è così che vanno le cose, ci potrebbe essere un atterramento. Il sinistro della Sorrentino va a segno, trova la Huang sbilanciata, la lungona di Taipei finisce al tappeto, l’arbitro colombiano Wulfren Olivares Perez (già colpevole di gravi errori tecnici in questi Giochi) non conta. E io non so perché.
Perde con decisione unanime Giordana Sorrentino, esce dai Giochi dopo avere disputato un buon match contro una rivale che presentava indubbie difficoltà. Per la sproporzione fisica, sul ring ventidue centimetri in meno si sentono. Trovarsi davanti quella barriera costituita da due infinite braccia a fare da diga, dovere passare sotto quei colpi, entrare e scaricare senza fare il minimo errore, è dura. Richiede un impegno psicofisico enorme.
È stata brava l’azzurra. Avrebbero potuto premiarla, darle qualcosa in più. Ma che la giuria non fosse ben predisposta nei suoi confronti si era visto subito, in quel primo round vinto, ma da cui era uscita con un risultato di 2-3 che non faceva pensare a nulla di buono.
Pressione, condizione fisica, ricerca della vittoria. Non deve rimproverarsi nulla Giordana. Lei ce l’ha messa davvero tutta.

PESI MOSCA (51 Kg., ottavi di finale) Huang Hisao-Wen (Taipei) b. Giordana Sorrentino 5-0.

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I

Tokyo 2020. Per Giordana c’è la Huang, mosca gigante (1.77)

Sarà dura. Non per una questione di tecnica, determinazione o coraggio. Qui il problema è di altro tipo. È un problema fisico.

Giordana Sorrentino (a sinistra sopra, nel match contro la Huang ai Mondiali 2019) è un trottolino che ti conquista quando la vedi combattere. Se riesce a scrollarsi dalle spalle la tensione, boxa in scioltezza e fa cose pregevoli. Sembra che rimbalzi dolcemente sul tappeto del ring, è continuamente pronta a sferrare il colpo. Ovunque si trovi, da qualsiasi posizione sia costretta ad attaccare. Perché attaccare è il suo credo, il modo migliore per vincere.
Ma se devi attaccare contro una che è più alta di te di 22 centimetri (!), può diventare un problema. E sì perché Huang Hisao-Wen, 24 anni a fine agosto, è alta 1.77 (due centimetri più di Irma Testa). E combatte a 51 chili. Per carità ne ho visti in giro di lungoni tirati da far paura. Tanto per fare il primo nome che mi viene in mente, Thomas Hearns è stato anche campione del mondo dei welter, saliva sul ring sotto i 66 kg ed era alto 1.85!
La ragazza di Taipei negli ultimi cinque anni è, incredibilmente, scesa di due categorie.
Nel 2016 combatteva nei pesi piuma, nel 2019 è diventata campionessa del mondo dei gallo, adesso è nei mosca.

Boxa costantemente con il sinistro in avanti, a tratti si difende anche il destro in allungo. Lo fa per tenere a distanza l’avversaria. Le braccia sono lunghe, senza fine. Passare sotto quell’uno-due rappresenta un rischio, un pegno da pagare.
Serve coraggio, e questo Giordana ce l’ha. Come dice uno dei suoi primi maestri, Luciano Sordini, lei è una “che non conosce la retromarcia”.
Ma servono anche scelta di tempo e rapidità di braccia. Perché le occasioni in cui riuscirà ad accorciare la distanza contro la Huang non saranno poi così tante. E non dovrà sprecarne neppure una.
Mi viene in mente un altro nome del passato. Panama Al Brown.
Lo chiamavano il Ragno Nero. Era alto 1.78 per 53 chili e mezzo di peso, più o meno ci siamo. Uno spilungone per la categoria. Braccia lunghe, gambe senza fine, magre, ma robuste. Lui era dotato di grande classe. Lei, prossima 24enne di Taipei, decisamente meno. Non danza sul ring, non è cosi agile nel movimento di gambe, i colpi non sempre sono precisi.
Quando parte in attacco però, sembra una macchinetta. Uno-due in serie e per l’altra sono problemi. Non la definirei un fenomeno, ma sa come sfruttare al meglio le armi che la natura le ha dato.
Giordana (seconda da sinistra siora, nella foto FPI/Bozzani, la prima è Rebecca Nicoli, poi Irma Testa e Angela Carini) ha gambe solide ed è in grado di marciare a tavoletta per tutte e tre le riprese. Ha meno esperienza pugilistica dell’asiatica, in assoluto (ha più o meno la metà dei match) e relativamente alle grandi competizioni. Ma è una che non si arrende, non molla. La guardi e capisci che per batterla dovrai soffrire. L’ha capito anche la ragazza di Taipei ,due anni fa ai Mondiali di Ulan Ude, quando la Sorrentino l’ha pressata per tre lunghi round.
Sarà dura per l’azzurra portare a casa la vittoria, ma mi sento di dire che non sarà semplice neppure per Huang Hisao-Weng.
Forza Giordana da Fiumicino, sei vicina al capolavoro della tua carriera.

GIOVEDI’
(29 luglio, ottavi di finale) Pesi mosca (6:54 ora italiana, 52 kg) Giordana Sorrentino vs Hsiao-Wen Huang (Taipei)

Tokyo 2020. Irma è medaglia, la professoressa incanta

La professoressa Irma Testa di Torre Annunziata ha tenuto lezione alla Kukugikan Arena di Tokyo.


Tre round interminabili per Caroline Veyre, tre riprese da incubo. La canadese ha visto il sinistro dell’azzurra stamparsi sulla sua faccia un interminabile numero di volte, il problema era che più che vederlo realizzava che era arrivato solo perché ne sentiva gli effetti.
Brava Irma, ha saputo rendere semplici anche le cose difficili. I piccoli movimenti per anticipare l’attacco costante e all’arma bianca della 32enne americana, la velocità del sinistro, la precisione del destro dritto ogni volta che partiva il raddoppio.
Irma ha incantato. Mi ha fatto definitivamente credere che quello che ho visto per l’intero torneo di qualificazione a Parigi e nei primi due match a Tokyo sono la pura verità, la realtà di quello che è la Testa. Una campionessa ai massimi livelli.
Mi ero ripromesso di non nominare neppure una volta la parola storia, perché mi sembra retorica, eccessiva.
Ma mentre scrivo mi chiedo perché si debbano annacquare le emozioni, solo per un sendo di eccessivo pudore.
Irma Testa da Torre Annunziata, il regno del mago Lucio Zurlo, è la prima donna italiana a conquistare una medaglia olimpica. Per ora è il bronzo, poi si vedrà. Un lungo abbraccio con Emanuele Renzini ha suggellato il rapporto con il coach che ha realizzato un capolavoro. Un poker di donne all’Olimpiade e, finora, cinque vittorie in sei match.
Irma, euforica, ha poi sollevato in aria l’altro allenatore, Riccardo D’Andrea.
Piano, che ti fai male” le ha detto lui ridendo.
C’era da festeggiare, e festa sia.
Si è mossa da padrona la Testa. Il ring è la sua casa, l’altra più che bussare alla porta ha cercato di sfondarla. Ma ha sempre trovato l’angoscia degli spazi vuoti. Non la prendeva, non la prendeva. Irma era un fantasma dispettoso che si nascondeva quando la canadese sparava colpi corti e pieni di rabbia, diventava una spadaccina implacabile quando andava a infilare l’avversaria con uno-due da antologia.
Una professoressa, appunto.
Era uscita da Rio con dubbi e pensieri nella testa. Era una ragazza alla ricerca di un’identità che le desse forza e fiducia. È sbarcata a Tokyo e ha dimostrato al mondo di essere diventata una donna capace di elaborare un pugilato di tecnica, velocità e precisione come poche nell’intero gruppo del torneo femminile riescono a fare.
Sabato 31 luglio torna sul ring (alle 6:39 del mattino in Italia). Affronta Neshty Petecio, mancina delle Filippine.
Non è ancora finita. La montagna è sempre lì, Irma guarda la cima. È sempre più vicina.

PESI PIUMA (57 kg, quarti di finale) Irma Testa b. Carolyne Veyre (Can) 5-0.
SABATO 31 luglio (ore 6:39) semifinale pesi piuma: Irma Testa vs. Nesthy Petecio (Fil).

Tokyo 2020. Tra Irma e il podio, una 32enne canadese

Si chiama Caroline Veyre, ha 32 anni.
All’alba di domani sfiderà Irma Testa (foto FPI/Bozzani), in palio ci sarà una medaglia olimpica.

Caroline ha già detto cosa farà.
Sono contenta di avere affrontato subito la Cacic, un’avversaria dalle lunghe braccia come molte altre nella mia categoria. Anche la Testa è tra queste, quindi contro di lei userò la stessa strategia. Ma dovrò farlo meglio, perché l’italiana è più forte della Cacic. Attaccherò, farò pressione costante, tirerò molti colpi. È quello che i giudici vogliono vedere, è quello che farò”.
L’ha confessato al Toronto Star.

E io ci credo.
Anche perché penso sia l’unico modo di combattere che conosca.
Testa bassa, e via. Pressione, pressione, pressione. Accorciare le distanze per poi scaricare serie al corpo, soprattutto ganci.
Un attaccante, proprio l’avversaria che Irma sembra gradire di più. Anche perché quando viene avanti, la canadese sbraccia e offre spazi ampi per infilare il sinistro o il diretto destro di incontro. Il meglio del bagaglio tecnico della campionessa di Torre Annunziata.
Caroline ha scoperto tardi la boxe. Aveva 18 anni quando è entrata in palestra per tenersi in forma e per migliorare l’autodifesa. Da tre anni era sbarcata a Montreal, dove la mamma si era trasferita per curare il cancro. Veniva da Parigi, dove era nata. Ha una gemella e alcune passioni.
Gioca a biliardo e a poker. Le piace la musica latina e sogna di vivere per qualche tempo in Brasile.

È brevilinea, ha assoluta necessità di boxare a corta distanza.
Ha vinto l’oro ai Panamericani 2015 e l’argento nel 2017. Ha saltato le qualificazioni di Rio per un problema alla spalla destra.
Il suo sogno è “Vincere una medaglia all’Olimpiade”, così è scritto sul sito federale.
Irma pensa che la canadese quel sogno non riuscirà a realizzarlo, almeno non in questa Olimpiade.
La Testa nella nuova versione, quella di lusso, appartiene proprio al tipo di pugile che Caroline non vorrebbe mai affrontare.
È dura battere qualcuno che non vuole arrendersi”.
La Veyre sembra avversario temibile, ma forse è stata la Cacic a ingigantirne le qualità.

Irma (foto sopra FPI/Bozzani, davanti Fabio Morbidini; dietro da sinistra Riccardo D’Andrea, Irma Testa, Emanuele Renzini) ha affrontato due volte la croata, vincendo in entrambe le occasioni. E un mese fa, a Parigi, le ha dato una autentica lezione di pugilato. Colpendo sempre, senza essere mai colpita.
Come al solito bisogna fare la tara. La Cacic pugilisticamente parlando è timida, predisposta a soffrire se davanti ha una più brava di lei. Resta comunque il fatto che Carolina Veyre è una tosta, ha ritmo, solidità fisica e una grande voglia di arrivare. A 32 anni non credo possa sperare in un’altra occasione.

Irma Testa (foto FPI/Bozzani) sta andando alla grande, sbaglia davvero poco. E quello che fa, lo fa dannatamente bene. Credo che il pericolo, contro una come la canadese, possa arrivare più dai giudici che dall’avversaria. Quello che sto vedendo in questa Olimpiade fa paura. Domini un round e loro ti puniscono. Quasi sempre vedono la ripresa in modo diverso e alla fine due di loro decidono che hai vinto 30-27, altri due pensano sia stata l’altra a farcela con identico punteggio. Ecco, questo è il pericolo più grande. Ma Irma finora è stata brava a sconfiggere anche questo modo, diciamo bizzarro, di leggere gli incontri.
Non deve distrarsi. C’è un solo imperativo, guardare la cima della montagna.
È sempre più vicina.

PROGRAMMA
MERCOLEDI’ 
(28 luglio, quarti di finale) Pesi piuma (4:15 ora italiana, 57 kg) Irma Testa vs Caroline Veyre (Can).
GIOVEDI’ 
(29 luglio, ottavi di finale) Pesi mosca (6:54 ora italiana, 52 kg) Giordana Sorrentino vs Hsiao-Wen Huang (Taipei)
VENERDI’
(30 luglio) Pesi leggeri (4:00 ora italiana, 60 kg) Rebecca Nicoli vs Kellie Harrington (Irl).

Tokyo 2020. Carini, per pochi pugni in meno esce dai Giochi

Il sogno appena nato, è già finito.
Angela Carini (foto FPI/Bozzani) era arrivata a Tokyo per portare a termine una missione. Inseguiva una medaglia che riuscisse ad attenuare la sua angoscia, che servisse a regalare un attimo di felicità al papà.

Nien-Chen Chen, 24enne di Taipei, si è rivelata avversaria meno impossibile di quanto sembrasse alla vigilia. Era determinata, sì. Ma confusa nell’azione, impacciata nella tecnica dei colpi, imprecisa nell’esecuzione.
Per batterla però sarebbe servita una Carini al massimo.
Angela mi è sembrata nervosa, troppo concentrata su quello che stava inseguendo, meno su cosa avrebbe dovuto fare per ottenerlo. La tensione l’ha portata fuori dalla zona di azione. Sempre o quasi un paio di centimetri troppo distante dal bersaglio. I colpi si fermavano a un niente dal volto dell’asiatica, rendendo vano il match di grande volontà dell’azzurra.
La smania di fare bene è sembrata tratti rabbia, in altri momenti frustrazione. Sul ring devi essere sempre padrona della situazione, non lasciarti avvolgere dalla nebbia del nervosismo.
È stato un match confuso, pieno di colpi a vuoto e clinch prolungati.
Un incontro che Nien-Chen Chen ha vinto per pochi pugni in più.
La sfida si è chiusa su un piano di equilibrio. Tranne il giudice algerino, che aveva tutti e tre i round in favore della ragazza di Taipei, gli altri quattro avevano un solo punto di differenza: un doppio 29-28 per Angela, due 29-28 per l’altra.
È un peccato perché la Carini questo match poteva portarlo a casa.
Ci ha messo dentro orgoglio, voglia di vincere, furore agonistico.
Per chiudere il cerchio e andare avanti ne torneo, sarebbe servita a mio parere una maggiore freddezza nell’azione, la lucidità di incidere con il sinistro di incontro sugli attacchi scomposti della rivale, la calma nella gestione tattica del combattimento.
Finisce qui l’avventura ai Giochi di Angela Carini. Ha qualità e tempo per rifarsi. Anche se era proprio a Tokyo, nell’anno di grazia 2021 e nel mese di luglio che lei sognava di alzare le braccia al cielo per regalare un momento di felicità a papà Peppe gravemente malato.
Ad Afragola avranno capito. Ce l’ha messa tutta. Purtroppo, non è bastato.

PESI WELTER (69 kg, ottavi di finale) Nien-Chin Chen (Taipei) b Angela Carini 3-2.

Tokyo 2020. Avanza Rebecca, ora c’è la numero 1 del mondo

Un colpo alla volta, un colpo alla volta.
Prima il gancio destro, poi il gancio sinistro. Poi un diretto sinistro.
Precisi, puliti, a segno.


Rebecca Nicoli (foto FPI/Bozzani) è andata a prendersi la vittoria senza affanno, macinando un pugilato di qualità.
Davanti aveva un treno in corsa, Esmeralda Falcon Reyes conosce un solo modo di stare sul ring. Attaccando, senza fermarsi un attimo. Viene avanti e tira pugni, sperando di piazzare quello buono.
L’azzurra non ha snaturato la sua boxe, non è andata a complicarsi la vita.
Vuoi la battaglia, l’avrai.
L’arrembante sudamericana pressava in continuazione, ma non aveva né la tecnica, né la scelta di tempo di Rebecca. È stato un combattimento intenso, senza pause, piede sull’acceleratore e via.
Correndo, rischi di farti male se non hai gli appoggi tecnici a cui chiedere aiuto. E così è stato per la Reyes. Sbracciava, indovinava un paio di serie al corpo e poi finiva vittima dei colpi puliti, tecnicamente piacevoli dell’italiana.
Una corrida di sofferenza sul piano fisico, non certo su quello del punteggio. Un terzo round in cui la Nicoli ha concesso qualcosa in più all’altra, ma senza mai mettere in discussione il risultato finale.
Per tutti, meno che per la giudice bulgara Mariya Kavaklieva che ha visto vincere la messicana dopo averle assegnato prima e terza ripresa. Ci risiamo. Prima o poi, a forza di errori di valutazione, il risultato scandaloso salterà fuori. Solo allora probabilmente ci saranno urla di protesta e analisi di inadeguatezza. Per ora le falle di alcuni giudici sono coperte dalla saggezza di altri.
Adesso per Rebecca arriva la madre di tutte le sfide.
Venerdì 30 luglio, alle 4:00 del mattino in Italia, affronterà Kelly Harrington. È l’irlandese numero 1 del mondo, la grande favorita per la medaglia d’oro.
La Nicoli è una guerriera, non si spaventa. Sono sicuro che darà battaglia, anche se sarà dannatamente dura.

PESI LEGGERI (60 kg, sedicesimi di finale) Rebecca Nicoli b. Esmeralda Falcon Reyes (Messico) 4-1.

Russo è stato odiato o amato. Comunque, è un campione

Queste sono le mie opinioni
Se non vi piacciono, ne ho delle altre
(Groucho Marx)

Clemente Russo ha ufficialmente annunciato il ritiro dal ring. L’ha fatto in controtempo, in piena Olimpiade. L’ha fatto mettendosi al di fuori della cronaca, come del resto ha sempre gestito la carriera. L’ha fatto dopo avere di recente raccontato favole a giornalisti che non si sono vergognati di farle passare per realtà.
Ma questo fa parte del personaggio, il pugile è altra cosa. Anche se, debbo dirlo, è stato lui a creare questa fusione dei ruoli, godendone poi i benefici.
Detto quello che credo fosse giusto dire, vado oltre. E aggiungo, Clemente è stato un grande dilettante.
È una verità confortata dai fatti, anche se chi non l’ha mai sopportato ha approfittato della parte finale della carriera per infierire, traendo da una serie di eventi recenti lo spunto per giudicare fallimentare l’intero percorso.
Come se due argenti olimpici e due ori mondiali, la conquista delle WSB, i successi su Danny Price, Oleksandr Usyk, Deontay Wilder, Egor Mekhontsev potessero essere il frutto solo di una fortuna sfacciata.



Russo è uno che nel pentolone mediatico c’è finito dal primo momento in cui è salito sul ring. Gli insulti che ha ricevuto sono stati (spesso) superiori ai complimenti.
Capisco che si potesse non gradire il suo modo di boxare. Anche a me non piaceva, anzi era uno stile che non sopportavo. Era un pugilato fatto più di astuzia ed esperienza che di un talento classico. È vero, spesso portava sventole larghe che finivano sul bersaglio, schiaffi senza valore. Ma non ci sto quando sento dire che non è stato un campione tra i dilettanti.

Anche perché ha sempre inseguito e raggiunto il successo con determinazione. Ricordate la semifinale dei Giochi di Londra 2012? Contro Mammadov sembrava fosse finita dopo appena un round e due conteggi. E invece ne è uscito vincitore.
Quando in una calda mattinata duranti i Giochi di Londra 2012, gli ho chiesto quale fosse la chiave delle sue vittorie, mi ha risposto con quel sorriso con cui sembra prendere in giro il mondo intero.
Cuore e testa. Vinco così. Il cuore per trovare il coraggio di soffrire, la testa per motivazioni e orgoglio.”
Gli ricordavo i fischi del pubblico dopo il bruttissimo match con il cubano Lardouet Gomez e lui replicava.
I fischi sono stati la reazione al fatto che non avevano visto del pugilato. Perché, è vero, quella sera di boxe non se ne è vista per niente.

Alle critiche è dunque abituato. Gliene sono arrivate a fiumi.
È l’invidia, guaglio’. Ho letto un commento molto bello di Marco Maddaloni, mio cognato. Diceva: “Ragazzi, purtroppo l’invidia è l’arma peggiore che viene puntata contro il campione”. Anche se non hai nulla contro Usain Bolt, avresti voluto che vincesse Gatlin. Non può vincere sempre lo stesso. Hanno goduto tantissimo anche sulle sconfitte della Pellegrini. Sono dei gufi maledetti, chi vince dà fastidio. È così da sempre. E poi c’è un’altra cosa…

Dimmi…
Stravinci e l’avversario nun nè bbuono, straperdi e si ‘nu scemo, che amma a fa’? Voglio prendere i fischi sino alla fine, me ne strafotto. L’importante è il risultato”.
Era stato così a Londra, come lo era stato a Pechino, ai Mondiali di Chicago e a quelli di Almaty.
Quando era al massimo della condizione Russo era resistente, abile nella difesa (“Il mio maestro, Domenico Brillantino, mi ha insegnato che è un’arte determinante in questo sport. Non l’ho mai dimenticato”) e sapeva colpire rapido per poi uscire altrettanto velocemente dalla replica dell’avversario. Portava i colpi attraverso strane traiettorie. Impossibili per chiunque, ma non per lui. E faceva risultati. Poteva non piacere, ma è stato sicuramente un dilettante fortissimo.
Non so cosa avrebbe fatto da professionista. Mi dispiace non ci abbia provato, anche perché resto dell’idea che un pugile che si limiti al dilettantismo rimanga un incompiuto, uno che non può essere giudicato in assoluto. Ma ho rispetto per la sua scelta.
Quelli che oggi chiamano haters, perché non odiatori professionisti?, gongolano. Si eccitavano davanti alle sconfitte di Clemente, cancellavano con un ingiusto colpo di spugna il passato. E adesso godono del ritiro.
Non funziona così. Ed è proprio il pugilato a insegnarcelo.
I punti accumulati nelle riprese iniziali di un match valgono quanto quelli messi assieme negli ultimi round. Russo campione lo è stato, il fatto che negli ultimi anni si sia mosso su bassi livelli di rendimento non giustifica i cartellini di chi non gli assegna alcun merito nell’intera carriera.

Clemente Russo ha segnato una linea di confine. È stato un dilettante che ha goduto di grande popolarità. Ha agito da protagonista in televisione, sulle prime pagine dei giornali, sulle riviste non sportive. E questo gli ha dato riconoscibilità, soldi e sicurezza. Ma ha minato l’attendibilità dei giudizi. Troppo spesso si è portati, anche inconsapevolmente, a giudicare il personaggio e non l’atleta. E lui, con l’atteggiamento fuori dal ring nel finale di carriera (nelle interviste, intendo) ha dato materiale in abbondanza agli odiatori di professione.
Clemente Russo, anche se il suo stile non piaceva agli amanti della nobile arte, me compreso, è stato un degno campione tra i dilettanti. Chi non lo sopporta, se ne faccia una ragione.

Scende dal ring un campione. I risultati che ha ottenuti sono esaltanti. Non lanciamoci in confronti azzardati. Clemente Russo ha in bacheca risultati che pochi pugili sono riusciti a mettere assieme nel mondo del dilettantismo. E allora, per una volta, mettiamo da parte antipatie e gusti tecnici. Applaudiamo l’uscita di scena di un pugile che di sicuro questi applausi li merita tutti.
A Clemente dico solo, avessi evitato le ultime interviste sarebbe stato tutto più facile…

Tokyo 2020. Nicoli, c’è la Pantera… Carini, sarà dura

Domani, martedì 27 luglio, esordiscono nel torneo olimpico Rebecca Nicoli (prima in piedi, da sinistra nella foto FPI/Bozzani)) e Angela Carini (prima a destra).
Diverso il coefficiente di rischio.


Rebecca se la vedrà contro Esmeralda Falcon Reyes, soprannominata La Pantera. Una ragazza che un risultato l’ha già ottenuto, è la prima messicana a disputare un’Olimpiade.
Mancina, trasforma i match in combattimenti senza un attimo di tregua. Sempre in attacco, mulinando le braccia e tirando colpi. Raramente lascia partire il montante sinistro, ma quando lo fa diventa pericolosa. Questa foga le fa perdere a volte attenzione in difesa, si espone così ai colpi dell’avversaria rischiando non poco.
Ha un altro problema che ha cercato di trasformare in vantaggio.
Ho l’asma, la malattia mi ha solo reso più forte e ribelle”. 
Rebecca Nicoli  l’ho raccontata così.
Ha 21 anni e un cuore da guerriera. Ci sono quelle giornate in cui devi mettere da parte la ricerca della perfezione, l’esasperazione del bel gesto tecnico. Sali sul ring e sai che come unica compagna di avventura avrai la tigre che si nasconde dentro di te. Rebecca non dimentica di scavare in fondo all’anima per tirare fuori ogni goccia di coraggio. Soprattutto se la rivale cerca lo scontro fisico, una guerra fatta di piccoli sotterfugi e grandi trattenute.

È a Tokyo in cerca di momenti di gioia.
È un’occasione da non perdere. Rebecca Nicoli è una tosta, saprà farsi rispettare. Ha già superato molti ostacoli, altri dovrà superarne. Il primo ostacolo è alla sua portata, deve solo muoversi al meglio delle sue possibilità e l’altra non sarà in grado di seguirla su quei ritmi.
Angela Carini (pesi welter, 69 kg) è una tipa tosta. È arrivata a Tokyo 2020 con una missione da portare a termine. Non vuole sentire difficile, impossibile, terribile. Lei in questa avventura giapponese ha una promessa da rispettare, deve tornare nella casa di Afragola con una medaglia al collo. Altri risultati non li prende neppurein considerazione.
Le è capitata la cliente più scomoda. Saltato il primo match grazie a un bye, martedì troverà Nien-Chin Chen (anche lei all’esordio) di Taipei, data di nascita 10 maggio 1997, numero 3 del mondo. Ha vinto l’argento all’Olimpiade giovanile del 2014, il bronzo ai Mondiali 2016. Le è andata male alla sua prima Olimpiade, quella di Rio cinque anni fa. Fuori al primo turno.
Boxava nei medi, a 75 chili. Nel 2018 il suo allenatore le ha chiesto di cambiare categoria, di scendere di sei chili e provare tra i welter.
Adesso si presenta sul ring meglio strutturata sul piano fisico. Guardia normale, pecca di eccessivo di autostima. Boxa spesso con le mani basse, si fida dei suoi riflessi e di una velocità di braccia che le permette di anticipare il tentativo di attacco dell’avversaria. Il suo uno/due è rapido, ma non mi sembra possieda eccessiva potenza.
Angela è forte, può affrontare chiunque sperando di vincere. Sarà così anche stavolta, ma come primo match avrebbe potuto essere più fortunata.
L’ho raccontata così.
Guerriera coraggiosa, a mezza via tra una tigre e una principessa. Lotta con tenacia, ha colpi e movimenti tecnici per esaltare. Il dolore che si porta dentro potrebbe essere una spinta o un freno. Penso che la pena che ha per il papà, aggravatosi proprio alla vigilia della partenza per il Giappone, sia superiore a qualsiasi altra cosa. Ha messo in dubbio la sua partecipazione, si è chiesta se sia giusto combattere a Tokyo quando a casa, ad Afragola, la persona a cui vuole più bene al mondo sta soffrendo. A togliere ogni perplessità ci ha pensato lui, il papà ferito in servizio, Peppe, che anche se su una sedia a rotelle non ha mai perso fermezza e rispetto che la divisa da poliziotto impone, è stato chiaro.
“Io sono qui, e più tu combatterai forte, più il mio cuore riprenderà a battere. Più tu rallenterai, più il mio cuore rallenterà. Porta quella medaglia qui”.

Domani, martedì 27 luglio, è il giorno di Rebecca Nicoli e Angela Carini.

PROGRAMMA
MARTEDI’ (27 luglio, ottavi di finale) Pesi leggeri (6:06 ora italiana, 60 kg) Rebecca Nicoli vs Esmeralda Falcon Reyes (Mes). Pesi welter (7:42 ora italiana, 69 kg) Angela Carini vs Nien-Chin Chen (Taipei).
MERCOLEDI’ (28 luglio, quarti di finale) Pesi piuma (4:15 ora italiana, 57 kg) Irma Testa vs Caroline Veyre (Can).
GIOVEDI’ (29 luglio, ottavi di finale) Pesi mosca (6:54 ora italiana, 52 kg) Giordana Sorrentino vs Hsiao-Wen Huang (Taipei)