Perry conquistò Wimbledon e la Dietrich

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FRED PERRY è morto nel febbraio del ‘95, vent’anni fa, maledicendo la Gran Bretagna tennistica per non essere stata capace di creare un altro atleta capace di vincere Wimbledon.

Era un giovanotto della classe operaia e questo gli snob di Wimbledon non glielo perdonavano. Non potevano accettare che ad alzare il trofeo fosse il figlio di un uomo che aveva cominciato a lavorare quando aveva appena dieci anni, peccato grave soprattutto in considerazione del fatto che lo stesso Fred era stato impegnato come aiuto impiegato in uno dei negozi del club.

Sam Perry, il papà, da bambino raccoglieva cotone e dava una mano al mulino, a 21 anni era sindacalista, a 30 magistrato e quindi membro del Parlamento per il partito laburista. Aveva speso buona parte degli stipendi per aiutare il figliolo a diventare un tennista. E Fred non l’aveva deluso.

Tre volte vincitore degli US Open, una dell’Australian Open e del Roland Garros, ottant’anni fa. Per tre volte consecutive aveva trionfato Wimbledon. L’ultima nel 1936. Da allora i britannici avevano dovuto aspettare Andy Murray e il 2013 per tornare a conquistare il trofeo.

Fred Perry era nato nel 1909 a Stokport, nella grande area di Manchester. Aveva studiato alle scuole serali. A 8 anni era arrivato con la famiglia a Londra. A 14 aveva visto per la prima volta una partita di tennis.

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Si era introdotto di nascosto, attraverso un buco nella rete, al Devonshire Park di Eastbourne. Tornato a casa aveva chiesto al papà se tutte quelle macchine di lusso che aveva ammirato fossero dei giocatori o degli spettatori. Sam non aveva avuto problemi a dirgli che molto probabilmente erano quasi tutte dei tennisti. Era stato in quel momento che Fred aveva deciso cosa avrebbe fatto nella vita.

Tre Wimbledon di fila, un’impresa fantastica che solo Bjorn Borg tanto tempo dopo sarebbe riuscito ad uguagliare, poi Pete Sampras avrebbe fatto addirittura meglio arrivando sino a quattro. E il fenomenale Roger Federer avrebbe fissato a cinque il record con le sue imprese dal 2003 al 2007.

La tripletta aveva reso Fred Perry popolare soprattutto a Hollywood. Il boss del cinema Jack Warner l’aveva chiamato per dirgli che avrebbe potuto fargli incontrare a cena qualsiasi delle attrici che aveva sotto contratto. Non avrebbe dovuto neppure preoccuparsi dei conti, bastava una firma e il produttore avrebbe pagato. Era stato legato a Marlen Dietrich, si era fidanzato con Mary Lawson e aveva avuto una relazione con Helen Vinson.

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Nel ’36, al culmine della popolarità, Perry aveva accettato un contratto da professionista e si era trasferito negli Stati Uniti: 100.000 dollari di ingaggio e fino a 150.000$ per un’esibizione. Era un portento negli affari: direttore sportivo di un hotel a Boca Raton, manager di banca, direttore amministrativo di un’azienda che portava il suo nome, testimonial delle Slazenger.

Pieno di problemi nella vita privata: quattro matrimoni, due figli avuti dall’ultima moglie Barbara, ex compagna di Seymour Friedaman, anche lui un boss di Hollywood.

È morto il 2 febbraio del ’95 in un ospedale di Melbourne, dove era stato ricoverato per la frattura delle costole in seguito a una caduta nel bagno dell’albergo che lo ospitava.

 

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Un’eccezione per Irina si può fare

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SONO contrario alla pubblicazione di signorine poco vestite, non mi piacciono i blog o i siti che le mettono in pagina per catturare un click in più. Ma una volta tanto faccio un’eccezione. La bellezza, la provocazione, lo stile e il fascino mi hanno fatto superare una naturale avversione all’uso che spesso viene fatto dell’immagine femminile. Irina Shayk, nata Irina Valeryevna Shaykhlislamova, modella e attrice ma anche ex di Cristiano Ronaldo, si è presentata così a Los Angeles alla festa di Vanity Fair subito dopo la consegna degli Oscar del cinema. Non credo sia necessario aggiungere una sola parola. Lo prometto, non lo farò più. Forse.

Giocano spudoratamente a perdere!

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ACCADE a volte, non è una rarità, che una squadra giochi a perdere. Ma è molto più difficile venire a sapere di una partita in cui entrambe le squadre hanno giocato a perdere. Eppure è accaduto proprio in quel mondo dello sport studentesco americano che spesso citiamo ad esempio.

Hanno giocato a perdere e lo hanno fatto in modo così sfacciato che gli arbitri hanno dovuto urlarlo in faccia ai due allenatori.

È accaduto nel Tennessee, in occasione di una partita del campionato regionale di basket femminile che valeva il secondo posto del girone.

Le ragazze di Riverdale sono entrate in campo con un modulo 2-3 a zona, quando per tutta la stagione avevano giocato a uomo in modo “spietato”. L’allenatore delle rivali, le fanciulle della Smyrna High School, ha capito subito cosa stesse accadendo ed ha mandato in campo la squadra riserve, subito imitato dal collega avversario. A questo punto è cominciata la farsa.

Riverdale ha sbagliato intenzionalmente 16 tiri liberi.

Smyrna non superava mai la metà campo e quando proprio era costretta a farlo metteva in lunetta una ragazza che indicava chiaramente all’arbitro la sua presenza oltre i 3”.

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Ma il fondo è stato raggiunto quando a turno le quattordicenni hanno provato a mandare la palla nel canestro sbagliato, il proprio.

L’arbitro ha chiamato i due coach: Corry Barrett (Riverdale) e Shawn Middleton (Smyrna) e, come ha riportato il New York Daily News che ha dato per primo la notizia, ha urlato sulle lore facce: “Non potete continuare a prenderci in giro!

A quel punto la partita era sul punteggio di 30-25 per Smyrna. Un dirigente della scuola è entrato in campo ed ha avuto un breve, nervoso dialogo con coach Middleton.

Perché in campo non c’è nessuna giocatrice del quintetto base?

“Mah, perché, direi…”

Adesso le mandi in campo e dici loro che devono vincere questa partita, chiaro?

Così è stato.

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Smyrna si è imposta per 55-29, chiudendo gli ultimi quattro minuti con un parziale di 25-4.

La Tennessee Secondary School Atheltic Association ha espulso le scuole dal torneo e le ha complessivamente multate per 1.500 dollari.

Entrambe le squadre hanno giocato a perdere perché una vittoria avrebbe significato affrontare la Blackman High School, campione in carica e imbattuta quest’anno nella Conference. La sconfitta avrebbe invece corso il rischio di misurarsi contro la fenomale rivale solo in finale.

Adesso i coach saranno felici. Nessuno di loro dovrà scontrarsi con la Blackman…

È stato un duro colpo, d’immagine e di sostanza, per un sistema sì competitivo ma anche formativo come quello dei college americani.

In Qatar fa caldo, l’ha scoperto la Fifa!


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LA FIFA ha scoperto che d’estate in Qatar fa caldo. E forte di questa incredibile rivelazione si affanna a cercare una data alternativa per i Mondiali di calcio 2022. Mancano sette anni e già siamo alle smentite. Nel 2013 li avevano messi in programma dal 10 giugno al 10 luglio, poi i geni del pallone si sono accorti che nel periodo gennaio/luglio la temperatura media di quel Paese è di 41.5 gradi, con punte che toccano i 51. Il tutto accompagnato da forti venti caldi. Per non parlare dell’umidità che di giorno sfiora il 65% e la notte, grazie all’evaporazione delle acque del Golfo Persico tocca l’85% con temperature appena sotto i 40 gradi.Questo non da oggi come si potrebbe pensare osservando l’atteggiamento dei fifaioli, ma da sempre. Eppure la Fifa se ne è accorta solo ad assegnazione di Mondiale avvenuta. E ora cerca di cambiare data. Prima avevano pensato alla primavera, ora sembra si siano decisi a spostare il tutto in inverno.
Un comunicato ufficiale ci informa che una Task Force dell’associazione che (mal)governa il calcio ha scelto il periodo 26 novembre/23 dicembre per evitare le temperature eccessivamente alte.blatter_2714627b
L’uomo che guida la Task Force ha chiesto che i Mondiali 2022 durino meno rispetto alle precedenti edizioni della Coppa del Mondo.
Siamo contenti che, dopo l’approfondita valutazione delle varie posizioni e dopo discussioni dettagliate con tutti i soggetti coinvolti, abbiamo individuato quella che riteniamo la miglior soluzione per il calendario internazionale 2018-2024 e per il calcio in generale.”
Ci voleva una Task Force per scoprire che d’estate in Qatar fa caldo! Potevano chiederlo a me o a qualche altro miliardo di abitanti del pianeta Terra, avrebbero risparmiato altri soldi ed evitato di dire frasi del tipo “miglior soluzione per il calendario internazionale 2018-2024 e per il calcio in generale.”
Peccato che per portare avanti il progetto dovranno bloccare i campionati nazionali di mezzo mondo. Con un calendario già fitto di impegni, quando pensano di far recuperare quelle date perse?Le federazioni europee, Premier League in testa, sono già in rivolta (anche se alla fine, come sempre, finiranno per accettare l’ennesima imposizione).

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Nell’anno di grazia 2015 non mi meraviglio più di nulla. Non l’ho fatto quando la finale della Supercoppa Italiana è stata disputata in Libia, Stati Uniti e Cina, perché mai dovrei farlo per un Mondiale collocato all’interno di una sauna?

Hanno fatto correre la finale dei 100 metri ai Giochi Olimpici di Seul 1988 alle 13.30, perché non potrebbero far giocare la finale per il mondiale di calcio con 51 gradi all’ombra?

Attorno allo sport girano milioni, miliardi di euro (o dollari, fate voi). Ma sembra che ancora non si riesca a pensare da veri professionisti. Negano la necessità di un aiuto tecnologico all’interno di una partita e arrivano a impiegare sei uomini per governare novanta minuti di gioco. Il risultato è identico al passato. Errori, contestazioni, moviole, insulti, liti.

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Prepariamoci. Nei sette anni che mancano al Mondiale del Qatar ne sentiremo di tutti i colori. Chissà che qualcuno non proponga di farli giocare sotto una campana di materiale magico, con una temperatura costante di 24 gradi e un tasso di umidità degno dei climi temperati. Tanto, dei dodici stadi che ospiteranno il torneo nove devono ancora essere costruiti e due devono essere riammodernati.

L’ultima parola dovrebbe arrivare dalla riunione del Comitato Esecutivo della Fifa che si terrà a Zurigo il 19 e 20 marzo. In quella sede…

…un momento. Scrivendo mi sono accorto di una stranezza. Hanno assegnato i Mondiali al Qatar che aveva presentato un piano che ne prevedeva la programmazione da metà giugno a metà luglio con temperature che toccano i 51 gradi, un Paese che ha nove stadi su dodici da costruire e una tradizione pallonara prossima allo zero. Ma allora perché 14 membri della Fifa alla votazione finale hanno scelto il Qatar? Mah…

Da due mesi Roma senza gioco e carattere

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LA ROMA seconda in classifica è la conferma dell’attuale livello del calcio italiano.

Sei pareggi nelle ultime sette partite, un gioco noioso, poco concreto, ripetitivo. Contro un Verona che lotta per non retrocedere ha tenuto palla per ¾ della partita ed ha concluso (su azione) due sole volte nello specchio della porta.

Decisamente più scarsa del passato in difesa. Manolas e Astori/YangaMbiwa sono lontani anni luce da Castan e Benatia. Lenta e prevedibile a centrocampo dove Pianic ha subito un’inquietante involuzione e Nainggolan, che prima o poi finirà per scoppiare, a forza di correre non è quasi mai lucido quando si tratta di fare l’ultimo passaggio o di tirare in porta. Assente in attacco, con Gervinho imbarazzante e Doumbia che proprio non riesce a farsi notare almeno una volta.

Carente sotto il profilo atletico, priva di una rabbia agonistica che avrebbe potuto mascherare le pecche, la Roma è senza gioco da due mesi.

E il suo allenatore Garcia continua a raccontare realtà inesistenti. I cambi arrivano in ritardo, la scelta degli uomini non è quasi mai è convincente.

Nelle ultime sette partite la Roma ha perso otto punti sulla Juventus. Eppure l’allenatore continua a dire frasi come questa: “Sfortunati e stanchi nel finale.” Dimenticando forse che giocava contro un Verona che nelle ultime cinque partite aveva rimediato quattro sconfitte e una vittoria, subendo 14 gol e realizzandone solo 5.

La squadra manca di carattere. Attaccanti e centrocampisti trotterellano, raramente corrono e quasi mai si propongono per il passaggio. Se ne stanno lì, fermi, in attesa del pallone, salvo poi sprecarlo quando arriva tra i loro piedi.

Il possesso palla è di una lentezza da crisi isterica. È bastato che il Verona si chiudesse dietro, senza fare nulla di speciale, e la storia è finita ancor prima di cominciare. Il gol è arrivato con un tiro da lontano di Totti. Ljajic si è fatto sentire solo su punizione. Ma non ho neppure visto quella rabbia agonistica che avrebbe potuto dare la scossa a una squadra in crisi di identità

La Roma è in piena involuzione. Di gioco e di risultati. Eppure è sempre lì, seconda in classifica.

È la Serie A, bellezza.

È giusto pagare un pugile 150 milioni?

Oscar De La Hoya, Floyd Mayweather Jr.

IN TANTI mi hanno chiesto se sia giusto dare a un pugile 150 milioni di dollari per un solo match. È più o meno quanto guadagnerà Floyd Mayweather jr per affrontare Manny Pacquaio (a cui andranno circa 100 milioni) il 2 maggio a Las Vegas.

Comincio con il precisare che la cifra è orientativa. Molto dipenderà dalla vendita della pay per view. Ma questo non è l’essenza del problema e non risponde neppure alla domanda.

Dico subito che per me è giusto.

Perché non sono soldi pubblici.

Perché sono i due pugili a generare il guadagno.

Perché alla fine tra giro d’affari direttamente legato al mondiale e indotto si supereranno abbondantemente i 400 milioni di dollari.

Vediamo come.

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Il record di acquirenti per la pay per view è di 2,5 milioni per Mayweather vs De La Hoya del 2007. L’incasso più alto si è registrato nel 2013 per Mayweather vs Alvarez ed è stato di 150 milioni.

Se si calcola che sia Floyd che Pacquiao sono leader nella vendita della ppv e che questo è il più grande evento pugilistico degli ultimi dieci anni, si capisce come le cifre possano salire velocemente e i record siano destinati a essere battuti.

Una stima che non dovrebbe essere lontana dalla realtà indica attorno ai 3/3,5 milioni la vendita della ppv (costo: 89.95$, più altri 10$ per vederla in alta definizione), con un introito superiore a 300 milioni di dollari. Di questi il 50% andrà ad arricchire le borse degli sfidanti, Hbo e Showtime incasseranno l’altro 50%.

Legati allo spettacolo televisivo saranno anche gli incassi per i diritti all’estero e le repliche negli Stati Uniti.

Il record al botteghino è 20.003.150 dollari per Mayweather vs Alvarez del 2013. Se si tiene in considerazione il fatto che in quell’occasione i biglietti (venduti in 24 ore) costavano da 350 a 2.000 dollari ed ora dovrebbero andare da poco sotto i 1.000 a 4.000, non sarebbe una sorpresa se i 17.000 spettatori portassero nelle casse altri 40 milioni.

A queste cifre vanno aggiunti i ricavi delle sponsorizzazioni e del marketing.

Per le prime saranno coinvolte grandi industrie.

Per l’altro sono certo che cappellini, T-shirt, berretti e sciarpe del match andranno sicuramente a ruba.

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Poi c’è l’indotto. Sono cominciate le scommesse e il trend di investimenti sembra decisamente positivo. Piccole, costanti somme (da 100 a 1.000 dollari) sono state puntate su Pacquiao, quotato come sfavorito: puntando 100$ su di lui se ne incasserebbero 225. Somme più importanti (una scommessa da 30.000 dollari è stata fatta a 24 ore dall’annuncio ufficiale) sul favorito Mayweather che paga 100$ per ogni 285 di puntata.

I prezzi degli alberghi sono saliti vertiginosamente.

L’MGM che ospiterà l’evento per le giornate dell’1 e 2 maggio ha portato il costo camera da 190$ a 796 più tasse. Il Circus Circus da 99 a 200, l’Excalibur da 159 a 349, il New York New York da 145 a 425.

Ristoranti, taxi, spettacoli. Tutto dovrà essere pagato di più e ogni posto sarà più affollato.

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Quello che negli Stati Uniti chiamano “gross”, il lordo degli incassi, sarà tra i 400 e i 500 milioni di dollari. Che la metà vada nelle tasche di chi genera tutto questo, di chi è il motore dell’evento, delle persone senza le quali nulla sarebbe accaduto, di chi prende pugni sulla faccia mi sembra una cosa giusta.

Piccola consolazione per chi, nonostante tutti i numeri che ho messo in fila, continua pensare che i dollari dei compensi siano troppi. Gran parte delle borse sarà legata all’incasso della ppv. Stime pessimistiche dicono che potrebbe fermarsi a tre milioni di acquirenti, cioè a 300 di proventi, 150 dei quali nelle tasche di Mayweather (90) e Pacquiao (60). Ma poi ci sarebbero comunque tutte le altre royalty…

Floyd Mayweather jr e Manny Pacquiao sono i protagonisti del più grande affare che un match di pugilato abbia mai prodotto. Senza uno di loro due tutti questi soldi non sarebbero circolati, non sarebbe stato prodotto alcun guadagno. Perché pensate che mettersene in tasca la metà sia troppo?

Supersfida, all’MGM solo stanze da 828$…

Manny Pacquiao, Floyd Mayweather Jr.

PANICO all’MGM di Las Vegas dopo l’annuncio ufficiale del mondiale welter tra Floyd Mayweather jr e Manny Pacquiao, in programma nell’arena da 17.000 posti dell’albergo di Las Vegas il prossimo 2 maggio. A chiunque tentasse di prenotare appena un’ora dopo che la notizia aveva fatto il giro del mondo, il computer per errore ha risposto c’era già il “tutto esaurito” nelle giornate dell’1 e 2 maggio.

La portavoce dell’hotel Yvette Monet ha dichiarato che l’albergo è ben lontano dal “tutto esaurito” e che basta cliccare sul sito www.mgmgrand.com per averne la conferma.

Ho seguito il consiglio. È vero, ci sono ancora stanze a disposizione. La più economica costa 796 dollari a notte, più 32.48 di tasse…

Mayweather vs Pacquiao, accordo fatto!

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FLOYD MAYWEATHER è stato accontentato in tutto e alla fine ha detto sì. Ha firmato il contratto per il match del 2 maggio all’MGM Grand Arena di Las Vegas (16.800 posti al coperto) contro Manny Pacquiao, in palio il mondiale unificato dei welter Wbc, Wba, Wbo.

Pretty Boy ha chiesto è ottenuto di essere lui a dare l’annuncio. L’ha fatto attraverso un’applicazione social media. Si chiama Shots e non è un caso che lui sia tra gli azionisti.

Quello che il mondo stava aspettando, è arrivato. Mayweather-Pacquiao del 2 maggio 2015 è un affare fatto. Avevo promesso ai tifosi che avrei reso possibile questo ed è ciò che è accaduto. Il 2 maggio faremo la storia. Non mancate. Questo è il contratto firmato da entrambi i pugili.”

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Meno enfatico il commento di Pacquiao.

Sono felice che Floyd Mayweather e io possiamo dare ai tifosi quello che volevano da molti anni. Hanno aspettato abbastanza. Sarà un onore fare parte di questo evento.

Stabilite le borse, con le percentuali che aveva chiesto Mayweather: 60% a lui, 40% al filippino. Il che vuol dire circa centocinquanta milioni di dollari garantiti a Mayweather, cento a Pacquiao.

Scelti anche i guantoni. Sono quelli da otto once, come ha preteso Floyd.

Nessuna controversia sull’antidoping, anche perché è quello che era stato chiesto da Pretty Boy:  sarà effettuato prima e dopo il match.

Risolto anche il problema sulla televisione che trasmetterà l’evento.

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Pacquiao ha un contratto con HBO, Mayweather con Showtime. Saranno entrambe le emittenti a mandarlo in onda, come è già accaduto per Lennox Lewis vs Mike Tyson nel 2002. Sarà trasmesso in pay per view a un prezzo che dovrebbe essere di 89.95 dollari, più altri dieci per chi vorrà l’alta definizione. In altre parole siamo a 100 $ per casa collegata. Questo, più l’incasso al botteghino, la pubblicità e il marketing fanno pensare a un movimento di soldi che potrebbe superare i 400 milioni di dollari.

Aspettavamo questa sfida da cinque anni. I due contendenti hanno raggiunto la rispettabile età di 38 e 36 anni.

In uno studio pubblicato su BoxingInsider (il fotomontaggio che appare sopra è stato pubblicato da quel sito), IvanG. Goldman dimostra prove alla mano come il meglio sia ormai passato. “La diminuzione della capacità polmonare è inevitabile con il passare del tempo” afferma il dottor Richard Goldberg dell’University of Southern California Medical School. L’apice della condizione atletica si raggiunge attorno ai 25 anni, quello della prestazione (fisico, esperienza, capacità di gestione) tra i 28 e i 30.

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Negli ultimi dieci match Manny Pacquiao ha ottenuto 6 vittorie con verdetto unanime, 1 per majority decision, 1 per kot e due sconfitte. La percentuale di successi prima del limite è stata del 10% contro il 78,8% del resto della carriera. Non vince per ko dal 2009.

Sempre prendendo in cosiderazione gli ultimi dieci incontri, Floyd Mayweather ha realizzato 1 vittoria per split decision, 2 per majority decision, 5 ai punti e 2 per ko con una percentuale del 20% contro il 64,9 del resto della carriera. Non considerando l’insolito ko contro Victor Ortiz, non vince prima del limite dal 2007.

In ballo c’è una montagna dei soldi. Se la divideranno due pugili che hanno un’età complessiva di 74 anni e sono ormai fuori dal picco della loro carriera. Sento già salire l’obiezione. Sono cambiati i sistemi di allenamento, è cambiato l’aiuto della medicina, hanno una diversa alimentazione, la tecnologia li aiuta. Sono le spiegazioni che ci vengono fornite ogni volta che ci troviamo davanti a un risultato eclatante di un atleta che ha superato l’età in cui una volta ci si ritirava. Concordo sul fatto che tutta quella serie di aiuti abbia spinto in avanti l’età del ritiro. Sono anche convinto che alcuni over 40 possano offrire ottime prestazioni. Ma mi riuscirebbe difficile dire che un pugile di 38 anni possa avere lo stesso livello di rendimento, capacità di recupero, resistenza alla fatica, velocità, ritmo di quando ne aveva 27.

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Ben venga Mayweather vs Pacquiao, fa sempre piacere vedere a confronto due grandi campioni. È indubbiamente la sfida più interessante che il pugilato di oggi possa proporre. L’aspetto con grande curiosità. Ma a forza di rinviare ci hanno tolto il piacere di gustare il meglio del loro valore.

Una volta i match che il popolo della boxe sognava si realizzavano senza fare tante storie. Prendiamo Sugar Ray Leonard. Ha affrontato Roberto Duran (29) quando aveva 24 anni, Thomas Hearns (23) quando ne aveva 25 e Marvin Hagler (32) quando ne aveva 30. E oggi Floyd Mayweather jr soprattutto e Pacquiao in minima parte hanno continuato per anni a fare un passo avanti e tre indietro davanti a una montagna di dollari. Pretty Boy è un fuoriclasse del pugilato, ma appena scende quei tre gradini si trasforma in una Diva antipatica, presuntuosa, arrogante.

Per entrare nella storia non basta essere bravi sul ring.

Mayweather e Pacquiao vorrebbero trovare la piscina di Cocoon nella speranza di scoprire l’eterna giovinezza.

Da parte mia sono felice che non abbiano continuato a rinviare il match fino a quando non fossero diventati nonni. Robert De Niro e Sylvester Stallone ci hanno già fatto vedere quanto possa essere triste (anche nella boxe) inseguire il passato.

La notizia che molti appassionati di pugilato aspettavano è dunque arrivata. Il timore è che, come spesso accade, dopo una grande attesa ci sia un’altrettanto grande delusione. Non penso, ma io sono da sempre un inguaribile ottimista.

Caos, violenza. Un altro colpo a Roma 2024

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QUALCHE centinaio di vandali olandesi ha messo a ferro e fuoco Piazza di Spagna, ha deturpato la Barcaccia del Bernini appena restaurata, ha devastato quindici bus, ha distrutto piazza Farnese. E se non bastasse, cito l’assessore alla Mobilità Guido Improta: “Strade del centro storico e stazioni delle metro ridotte a latrine, motocicli rovesciati in terra, cittadini chiusi nei portoni.”

Era un gruppo di violenti il cui arrivo era stato annunciato per tempo dalla polizia olandese.

E vogliono organizzare l’Olimpiade del 2024 a Roma?

Questa città e l’Italia non hanno saputo gestire senza finire nel caos un Mondiale di specialità (nuoto 2009), non hanno saputo garantire un alto livello di onestà all’interno delle istituzioni (Mafia Capitale), hanno una tra le più alte tassazioni d’Europa. Roma non possiede un velodromo, non ha tre piscine da 50 metri vicine (i Mondiali di nuoto si sono svolti con due vasche costruite sopra il Centrale e il Pietrangeli, campi da tennis del Foro Italico), non ha una pista d’atletica all’altezza (l’Olimpico va bene per il Golden Gala, ma dovrebbe essere rimesso a nuovo per i Giochi).

Sento e leggo che pallavolo, basket e ciclismo si dovrebbero svolgere a Tor Vergata (il centro sportivo più caro nella storia dello sport, soprattutto se si considera il rapporto prezzo/impianti realizzati).

Roma 2024 prevede la costruzione di 18 nuove stutture e il rifacimento di altre 24. Tremo all’idea di cosa potrebbe accadere.

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In questi giorni è arrivata la prima conferma, abbiamo visto il trailer di cosa potrebbe accadere nella capitale d’Italia. Carenza di strutture, incapacitù organizzativa, alto grado di corruzione. E anche errori a ripetizione nella gestione di situazioni apparentemente eccezionali.

Il sindaco Marino dice: “Falle intollerabili nella sicurezza.“ E se la prende con il prefetto Pecoraro. Il presidente del Consiglio Renzi afferma: “Tifosi barbari, colpa loro.” Il Viminale difende le scelte compiute: “Sono servite a evitare che la situazione potesse degenerare coinvolgendo chi si trovava lì per altri motivi.”

Chissà se sapremo mai di chi sarà la colpa di non avere saputo gestire un branco di violenti di cui era stata annunciata la presenza e le intenzioni.

Abbiamo alle spalle una tradizione di insuccessi sul campo e tiriamo avanti nonostante tutto.

Roma si era candidata per l’Olimpiade del 2004. E aveva perso in finale contro Atene. Ci aveva riprovato per i Giochi del 2016. Aveva rinunciato quando aveva capito che non avrebbe potuto esserci una terza città europea (dopo Londra e Sochi) designata come sede olimpica. Aveva vinto Tokyo. Terzo tentativo nel 2020. Stavolta la rinuncia era arrivata perché il premier Monti non aveva ritenuto ci fossero le condizioni economiche per provarci. Aveva vinto Rio de Janeiro.

Siamo arrivati alla candidatura per il 2024.

Non ci fermiamo davanti a nulla. E non perché a spingerci sia la realizzazione di un sogno, come ho sentito dire, ma perché abbiamo un’incredibile faccia tosta. Questa sì da oro olimpico.

 

Un grande arbitro attacca la nuova boxe

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IL PARERE di un esperto. Uno che ha arbitrato per trent’anni ad alto livello tra i dilettanti e ha rappresentanto l’Italia in cinque Mondiali e all’Olimpiade del 2004. Uno che è stato premiato sia ai campionati mondiali che alla World Cup.

A colloquio con Claudio De Camillis**.

Cosa non ti piace del mondo arbitrale di oggi?

“La poca preparazione tecnica, la mancanza di esperienza, la scarsa personalità che hanno quasi tutti. E poi credo che non ci sia passione.”

Colpa di chi?

“A livello internazionale cambiano i regolamenti ogni giorno. Li costringono ad arbitrare allo stesso modo sia i dilettanti che i semi professionisti, non ce la faccio a considerare Wsb e Apb come dei professionisti a tutto tondo. Intervengono poco, permettono gomitate, spintoni, trattenute, schiaffoni al posto dei pugni. Non riescono a sdoppiarsi. Capisco che sia difficile, ma quello che accade per i pugili inevitabilmente accade con gli arbitri.”

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Cosa manca rispetto al passato?

“A livello dilettantistico hanno messo nuove commissioni mondiali, si sono inventati le stellette di merito. Ma poi, sia in una dimensione internazionale che nazionale, manca chi possa essere un punto di riferimento dal punto di vista tecnico, qualcuno che abbia la capacità di sottolineare quotidianamente gli errori e possieda una personalità così forte da farsi accettare da tutti nel momento stesso in cui li riprende.”

L’Aiba non è riuscita a dare maggiore professionalità alla classe arbitrale?

“Ha creato dei commessi viaggiatori. Li pagano e li mandano in giro per il mondo. Li usano come usano i pugili. Gli atleti sono gestiti pensando solo al presente, non al futuro. Non esiste più l’attività normale. Non si fanno tante domande su quale possa essere il valore del pugile in prospettiva, manca la fase di crescita.”

Come giudica il divieto di uso del casco protettivo e il cambio di guantoni?

“Non capisco come il Cio e soprattutto l’Italia abbiano potuto permetterlo. Aumenta il rischio delle ferite, si offre un’immagine negativa del pugilato dilettantistico. Ma il problema è proprio qui. Loro non vogliono più i dilettanti. Già nel 2007/2008 dicevano che la boxe è spettacolo e lo spettacolo è rappresentato dal ko. È questo che inseguono. E in questo pugilato non mi riconosco più.”

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I pugili sono vittime di questa situazione?

“Certo. Prima li tengono lontani dai grandi eventi, poi affrettano i tempi nel momento in cui c’è la necessità di un ricambio generazionale. Arrivano così all’appuntamento senza avere svolto attività a un livello di massima competitività.”

L’Olimpiade di Londra 2012 è stata una delle peggiori sotto il profilo di arbitri e giudici, sei d’accordo?

“È stata vergognosa. Ho visto in azione nelle fasi finali arbitri o giudici che sette/otto anni fa non andavano oltre il terzo turno. Se fossi maligno, direi che hanno scelto quelli meno bravi tecnicamente perché sono quelli più facili da controllare. Il fatto è che hanno commesso errori da principianti.”

I pugili scontano anche i continui cambiamenti a livello regolamentare?

“Arbitrare i dilettanti e arbitrare i professionisti non è la stessa cosa. Identico discorso si deve fare con gli atleti. Se combatti per tre anni sulle 5/8 riprese, diventa oltremodo difficile abituarti ai tre round del torneo olimpico. Cambia la preparazione, il ritmo di gara, il modo di combattere. Possibile che non lo sappiano? Non credo sia così. Lo sanno, ma vogliono lentamente trasformare l’intero mondo della boxe in un mondo di professionisti. È questo che pagano i pugili. E non penso sia un bene per il nostro sport.”

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Hai sottolineato più volte come nel settore arbitrale ci siano carenze dal punto di vista tecnico, da cosa nascono?

“Si è passati da un corso di sei mesi a uno di 60 ore. Quando vanno sul ring si portano dietro impreparazione, indecisione, inesperienza. Una volta a gestire i settori, a fare da maestri erano personaggi come Bellagamba e Tallarico. Gente che poteva arbitrare a occhi chiusi. Oggi non vedo né le stesse capacità, né le stesse personalità.”

Il 31 dicembre 2016 finirà il regime “misto”. Dall’1 gennaio 2017 dilettanti/professionisti Aiba con la Fpi, professionisti “veri” con la Lega Pro Boxe che si trasformerà in Federazione. A quel punto cosa accadrà?

“Ancora oggi non sono convinto di questo distacco netto. Tutti, Federboxe compresa, si sono accorti dei danni provocati dall’Aiba. Il pugilato gestito in questo modo avrà un futuro difficile.”

Di cosa avrebbe bisogno?

“Di tornare a una differenziazione tra professionisti e dilettanti, di regolamenti che non cambino in continuazione.”

E la classe arbitrale dove andrà?
“Anche quello sarà un grosso problema. Ma se non cambierà la motivazione che spinge oggi un uomo a diventare arbitro, non ci sarà futuro. Serve più passione e soprattutto serve personalità. Non si può sempre accettare tutto senza avere la forza di difendere le proprie idee.”

In una parola, come vedi il futuro del pugilato sotto l’egida dell’Aiba?

“Nero.”

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**Claudio De Camillis, romano di 57 anni, ha arbitrato in cinque Mondiali. Dal 1998 a Buenos Aires al 2005 in Cina dove è stato premiato come migliore del torneo. È stato il rappresentante italiano ai Giochi Olimpici di Atene 2004. Ha arbitrato in due Coppe del Mondo: in Azerbajian e a Mosca 2005, anche qui premiato come migliore del torneo. Ha arbitrato ai Giochi Panamericani di Santo Domingo e Rio de Janeiro; in tre Europei e in cinque tornei pre-olimpici. Ha fatto parte della Commissione mondiale Aiba arbitri/giudici. Dal 1983 al 2000 ha arbitrato i campionati italiani. Dal 2011 non è più tesserato per l’Italia. Dal 1989 è direttore tecnico del settore pugilato delle Fiamme Oro. Continua ad arbitrare (“Perché mi diverto”) in Portogallo e Germania, con licenza portoghese.