Marciano vs Vingo, sembrava una tragedia è diventata una favola di fine anno

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Ha sconfitto i migliori, ha chiuso la carriera imbattuto dopo quarantanove successi. Non sono stati i pugni dei rivali a spaventarlo.
La più grande paura Rocky Marciano sul ring la vive nel match contro Carmine Vingo (16-1) in una notte di fine anno. Il ragazzo ha vent’anni, origini italiane, i genitori sfidano la povertà nel Bronx. La sera del 30 dicembre 1949 sale sul ring del Madison Square Garden contro Rocky (24-0). Ci sono diecimila spettatori, l’arbitro è Harry Ebbets.
Dopo due minuti è già al tappeto, un doppio gancio sinistro di Marciano gli frattura la mascella, ma si rialza e va avanti. Va ancora giù, ha il volto insanguinato, deformato dai colpi di Rocky. Nella sesta ripresa un altro gancio sinistro del ragazzo di Brockton lo rispedisce al tappeto. L’arbitro non conta neppure, guarda gli occhi vitrei di Vingo e chiama il medico. Non c’è un’ambulanza ad aspettare fuori del Garden, non ci sono ambulanze che possono arrivare dal vicino Santa Clara.

Il dottor Vincent Nardiello gli fa un’iniezione sul cuore e riesce a rianimarlo. Ma pochi istanti dopo Carmine collassa di nuovo. Il medico lo fa trasportare a piedi, avvolto in coperte che diventano un’improvvisata barella, fino all’ospedale St Claire che è a due isolati di distanza. Vingo è in coma, gli viene data l’estrema unzione. Rocky è lì accanto, distrutto anche lui. Cammina su e giù lungo il corridoio pregando Dio di salvare la vita a quel ragazzo, incrocia la mamma di Vingo e si scusa piangendo. È distrutto.
Fortunatamente il finale non sconfina nella tragedia, ma si trasforma invece in una favola.
Ci vogliono venti giorni per i primi miglioramenti, il miracolo di un ritorno alla vita. A febbraio del 1950 riesce a lasciare l’ospedale e può tornare a casa. Dopo due anni Carmine Vingo recupera la completà efficienza fisica. Marciano paga le spese mediche e quando il ragazzo celebra le nozze con la bella Kitty regala agli sposi la stanza da letto.
Vingo sarà presente a ogni match importante dell’ex rivale. Morirà il 2 giugno del 2015, a 85 anni.

(da “Dodici giganti, pesi massimi. Un secolo di storie” di Dario Torromeo)

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Santo Stefano del ’67, storia di una giornata speciale in casa Duran

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La voce inconfondibile di Fausto Leali usciva dalle finestre della casa al primo piano di un vecchio palazzo.
A chi
sorriderò se non a te.
A chi
se tu, tu non sei più qui.
Ormai è finita,
è finita, tra di noi.
Ma forse un po’ della mia vita
è rimasta negli occhi tuoi.
Un amore finito male. Una storia che ha niente a che fare con la nostra, ma quella canzone aveva conquistato tutti e sul piatto del giradischi la faceva da padrona. Impossibile non ascoltarla anche dalla strada.

Era un martedì. Uno strano giorno per salire sul ring.
Ma era anche il 26 dicembre, si combatteva di pomeriggio e il Palasport di Bologna era pieno. C’erano settemila persone nell’impianto di Piazza Azzarita. Erano venuti a vedere Carlo Duran che affrontava per la terza volta Ted Wright, pugile di colore dai capelli folti e ricci. Un peso medio di Detroit, ben conosciuto in Italia. Del suo match al Palasport di Roma contro L.C. Morgan, le iniziali stavano per Langstone Carl, se ne era parlato per anni.

Rino Tommasi, che l’aveva organizzato, diceva: “È il più bell’incontro che sia riuscito a mettere in piedi. Avevo promesso duecento dollari in più della borsa pattuita a chi dei due fosse riuscito a mandare al tappeto l’altro. Erano andati giù entrambi. Morgan ad inizio terzo round, Wright nel finale della stessa ripresa. Un gancio sinistro di Wright aveva chiuso la sfida. L’accoppiamento era nato da una mia intuizione. Avevo visto Morgan contro Campari e Wright contro Santini, così avevo deciso che i due avrebbero potuto dare vita a una sorta di grande battaglia spettacolare. Non mi ero sbagliato”. Altri tempi.

Wright aveva incontrato Don Fullmer, Benvenuti, Griffith, Denny Moyer, Garbelli. Nominatene uno e lui l’aveva affrontato.

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Con Duran si era già battuto due volte, entrambe a Milano.

La prima il 22 novembre del ’63. Una serata indimenticabile, soprattutto perché era lì che pugili e pubblico avevano saputo della tragedia di Dallas. Il presidente John Fitzegerald Kennedy era stato assassinato in un maledetto pomeriggio texano.

La seconda il 7 febbraio del ’64.

Due risultati di parità.

La cosa strana però non erano i due pari, ma l’assenza a bordo ring di Augusta. La signora Duran non mancava mai a un incontro del marito. Nella prima occasione era in casa ad accudire Massimiliano, nato appena diciannove giorni prima. Nell’altra era alle prese con un’influenza. Del figliolo, non sua.

Ma a Bologna lei c’era. Sedeva a bordo ring.

Dice Alessandro.

È stata sempre lì a bordo ring a soffrire per i suoi cari. Il nostro è un ambiente affascinante, ma difficile. Non ci si scambia carezze. Lei ci ha sempre lasciato libertà di scelta. Seguiva papà agitandosi sulla poltrona a bordo ring. Con noi a vincere era la paura. Vedere combattere i figli le creava ansie continue. Se ne stava lì in silenzio. Di papà era anche una tifosa, per noi è stata sempre e solo la mamma. È normale che fosse così. In palestra era il papà a comandare, ma in casa le cose cambiavano. È stata lei che si è presa cura delle nostre vite. A volte è stata anche la mamma di mio padre”.

Lei lì e i figli in casa.

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Era il 26 dicembre del ’67, Ale aveva due anni. Ma già sentiva nell’animo la presenza forte del pugilato. Un ciondolo con due guantini in oro era stato il regalo di un amico del papà per il suo primo compleanno. Era ancora piccolo, ma neppure in seguito gli sarebbe stata concessa la presenza a bordo ring.

Dice Augusta.

E no! C’ero già io a soffrire. Vedere il papà combattere sarebbe stata per i ragazzi un’emozione troppo forte. Non era proprio il caso”.

Per Massimiliano il problema non si sarebbe mai posto. Il fratello davanti alla tv, lui da un’altra parte a tormentarsi le unghie ma senza guardare neppure un immagine.

Torniamo a quel Santo Stefano di quarantotto anni fa.

Carlo aveva vissuto la vigilia da vero professionista. Niente concessioni alle distrazioni, anche se il clima di festa lo avvolgeva come un panno caldo. Niente sgarri alla dieta e a qualsiasi altra cosa che avrebbe potuto togliergli la giusta concentrazione.

Era andato al Palasport convinto che ne sarebbe uscito vincitore.

Quaranta giorni prima aveva conquistato il titolo europeo battendo Luis Folledo, un pugile con 115 vittorie su 121 combattimenti, per kot alla dodicesima ripresa. E adesso era lì per conquistare un pubblico difficile come quello bolognese.

Prima del match clou c’era stata la sfida tra i mosca Vitantonio Mancini e Kid Miller. Quando era stato annunciato un verdetto di parità, sul ring era volato di tutto. Carta, monete, qualche scarpa. La gente non aveva gradito.

Alla fine era stata la volta di Carlo Duran e Ted Wright.

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L’americano aveva trent’anni e il meglio l’aveva già dato. Ma restava comunque un cliente molto scomodo. Anche perchè il ricordo delle prime due sfide faceva male.

Dice Gualtiero Becchetti, fratello di Augusta e cognato di Carlo. Ma soprattutto uomo di boxe da sempre.

Erano stati match duri, terribili. Soprattutto il primo. Non ricordo bene chi l’abbia detto, ma qualcuno ha definito quell’incontro come uno dei più terribili che si siano svolti a Milano. E poi una parte del pubblico era lì per tifare contro Carlo. Erano quelli che tenevano per Benvenuti e non vedevano di buon occhio l’argentino d’Italia”.

Nino quello stesso giorno era a Reggio Emilia per sostenere un’esibizione con Giulio Saraudi e Alfio Neri, in preparazione alla terza sfida con Emile Griffith che si sarebbe poi svolta il 4 marzo dell’anno dopo.

Il terzo match tra Duran e Wright era stato meno intenso dei primi due. Nei quattro round iniziali il ritmo era stato lento, poi erano entrati nel vivo e se le erano date al punto da finire l’incontro entrambi segnati.

Duran aveva vinto chiaramente e quando era uscito dallo spogliatoio aveva trovato il caldo abbraccio di Augusta. Un bacio era stato il suo premio. Se ne erano andati via a braccetto. Carlo però si era fermato all’improvviso. Aveva stretto il braccio della moglie e con gli occhi aveva attirato la sua attenzione su una scena che non avrebbe mai dimenticato.

Tito Lectoure aveva preso il suo sacco e glielo stava portando fuori dal Palasport. Un gesto di grande affetto da parte di uno che all’epoca era tra i padroni del pugilato mondiale. Ma soprattutto un gesto distensivo che equivaleva a una stretta di mano, a una proposta di pace ritrovata.

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Carlo Duran era andato via dall’Argentina proprio a causa di una lite con il boss del Luna Park di Buenos Aires.

Voglio combattere con Sacco, fammelo affrontare”.

Carlos e Ubaldo Francisco erano i medi del momento in quel Paese.

Il figlio di Ubaldo Francisco, Ubaldo jr, sarebbe diventato campione del mondo dei superleggeri e avrebbe poi perso il titolo a Montecarlo contro Patrizio Oliva. Ma questa è un’altra storia.

Lectoure non voleva mettere su quella sfida.

Poi all’improvviso aveva fatto una telefonata.

Carlo, finalmente puoi incontrare Sacco”.

Non puoi chiamarmi a due settimane dal match, sono in vacanza. Non sono pronto”.

Se non sali sul ring contro di lui, non combatterai mai più in Argentina”.

E lui aveva allora deciso di andarsene.

La prima scelta era caduta sugli Stati Uniti, poi Ernesto Miranda l’aveva convinto a scegliere l’Europa. Era così sbarcato in Italia, per poi fermarsi a vivere a Ferrara e mettere su famiglia in quella splendida città.

Adesso Lectoure aveva teso la mano.

Dimenicato il passato, di nuovo amici.

Carlo e Augusta avevano lasciato piazza Azzarita quando la sera bolognese stava ormai scivolando nel freddo della notte.

Erano tornati a casa, avevano dato un bacio a Massimiliano e Alessandro che già dormivano.

Finalmente le tensioni se ne erano andate.

Era Natale anche in casa Duran.

Siamo la coppia più bella del mondo
e ci dispiace per gli altri
che sono tristi perché non sanno
il vero amore cos’è!

Era notte, eppure sembrava proprio di sentire nell’aria le voci di Adriano Celentano e Claudia Mori…

Roma vs Spezia, l’urlo di un bambino è l’unica memoria che porterò nel tempo

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Roma contro Spezia, ottavi di Coppa Italia, stadio Olimpico.
Fine dei tempi supplementari.
La telecamera di Rai 2 si ferma sul volto di un bambino.
È deluso, amareggiato, e anche un po’ incazzato. Guarda il campo dove i suoi eroi sono in attesa di tirare i calci rigore. L’inquadratura resta su di lui per tre secondi al massimo. Giusto il tempo per vederlo gridare qualcosa.
PIPPE!
Urla il bimbetto in tribuna.
Ha detto GIPPE? Nel senso di jeep in gergo dialettale?
Ha detto TRIPPE? Nel senso di frattaglie ricavate dallo stomaco di un bovino?
No.
Ha detto PIPPE!
Nel senso di soggetti poco abili in una qualsiasi attività. A volte qualcuno esagera sconfinando nella locuzione “mezze pippe”.

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Il bambino si è fermato prima.
O forse avrà riservato il peggiorativo per la fine della partita.
Le telecamere di Rai 2 hanno evitato di inquadrarlo dopo il rigore calciato da Acampora, quello che ha portato lo Spezia a giocarsi i quarti di Coppa contro l’Alessandria.
PIPPE!
Di questa sfida è l’unico momento che mi accompagnerà nel tempo.

 

 

 

 

Alvarez vs Golovkin a settembre 2016, firmato un accordo…

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Il World Boxing Council ha annunciato il raggiunto accordo tra la Golden Boy Promotion e la K2 Promotion in rappresentanza rispettivamente del campione dei medi Wbc Saul Canelo Alvarez (46-1-1, 31 ko) e del campione a interim Gennady Golovkin (34-0, 31 ko).
Entrambi i pugili sono stati autorizzati a fare una difesa volontaria dei loro titoli. Una negoziazione di quindici giorni sarà concessa a partire dal giorno delle difese volontarie o dal 31 maggio 2016. Se non sarà raggiunto l’accordo privatamente la negoziazione sarà condotta secondo le regole del Wbc, ovvero attraverso un’asta.
Se dopo le difese volontarie uno dei due pugili non sarà disponibile al combattimento contro l’altro per il mondiale assoluto dei pesi medi Wbc, colui che non potrà disputare il match perderà il suo stato di campione o campione a interim. Il pugile che rimarrà unico disponibile alla sfida sarà dichiarato campione del mondo.

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Questa vicenda può essere interpretata con due chiavi di lettura. La prima è una visione ironica della vicenda. Il Wbc aveva imposto il termine di una settimana, poi di quindici giorni per firmare i contratti, quindi l’aveva nuovamente fatto slittare. Adesso concede una difesa volontaria e una trattativa sino a metà giugno 2016. Le organizzazioni si sono dette d’accordo (foto sopra: le due parti con al centro il presidente Sulaiman, foto da http://www.wbcboxing.com/), ma si sono anche riservate di discutere i termini soprattutto per quanto riguarda la spartizione delle borse. Non sembrerebbe quel gran successo che Mauricio Sulaiman sbandiera.
La seconda chiave di lettura dice che, almeno sulla carta, potremo finalmente vedere l’incontro tra Alvarez e Golovkin, quanto di meglio il panorama pugilistico attuale possa offrire. Visti i tempi per l’accordo, quelli per l’allestimento del match e le possibili ulteriori dilazioni, credo che se le due parti rispetteranno ogni passo, la sfida si concretizzerà  in settembre.
Alvarez disputerà la sua difesa volontaria il 7 maggio, Golovkin non ha ancora comunicato la data che non dovrà comunque essere successiva al 31 maggio.

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Non c’è alcun riferimento al catchweight. Questo mi lascerebbe supporre che il limite sarà quello dei pesi medi, ovvero 160 libbre. Ma dal campus di Canelo continuano però ad arrivare notizie contrarie a un peso che vada oltre le 155 libbre. Vedremo.
Se dovessi prendere per buono l’intero pacchetto, mi direi soddisfatto. Non sono stati rispettati i tempi imposti dal regolamento, ma si sa che nel pugilato moderno le regole sono l’ultima cosa a cui dare credito. L’importante è la firma delle due organizzazioni sotto il contratto. Hanno poco meno di un anno per rimangiarsi tutto. Non mi meraviglierei che ciò accadesse. Ma almeno ci stanno provando…

Il caso Roy Jones jr, perché nessuno lo ferma? Adesso è davvero in pericolo

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Roy Jones jr corre seri pericoli ogni volta che sale sul ring.
La sconfitta contro Enzo Maccarinelli è stata devastante, un ko brutale. Da troppo tempo il campione di Pensacola rischia di trasformare ogni suo match in una tragedia.
Mi ero già spaventato quattro anni fa guardandolo contro Denis Lebedev. Avevo pregato perché la punizione non fosse più severa di quello che era già stata. Un ko devastante. Dieci colpi consecutivi, due dei quali terribili. Jones a terra per qualche minuto, la moglie che trema e piange sul ring. Ma era tutto già scritto. L’ex campione del mondo, che è stato il miglior pugile pound for pound degli anni Novanta e ha dominato la scena sino agli inizi del Duemila, al peso aveva segnato 90 chili. Quasi undici in più del match precedente, quasi due e mezzo in più rispetto al mondiale dei massimi contro John Ruiz. Non ha più velocità di braccia, non ha più mobilità, non incassa più niente.
Lo stesso peso lo ha segnato, etto più etto meno, contro Maccarinelli sabato scorso.

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Mi ero intristito vedendolo combattere cinque mesi dopo Lebedev all’Atlantic Civic Center davanti a meno di mille spettatori, senza televisioni nazionali a riprenderlo e con la pay per view offerta in saldo a 9,99 dollari. Un’arena indegna del campione che è stato. Lui diceva: “Ho vinto e vado avanti”. Certo aveva messo su un successo ai punti dopo tre sconfitte consecutive, due delle quali per ko. Aveva ottenuto la prima vittoria dall’agosto 2009. Ma aveva battuto il signor Max Alexander che negli ultimi sette match vantava un record di sei sconfitte e un pari. Uno che non saliva sul ring dal 3 ottobre 2009, ventisei mesi di inattività. Ci sarà pur stato un motivo. E neppure contro questa sorta di sparring partner, Jones era riuscito a fare qualcosa di accettabile.
Da quel momento altri sette birilli. Vittorie contro un tale Courtney Fry in Latvia, Hany Atiyo in Russia, Eric Watkins o Paulo Vasquez in Nordamerica. Successi tanto per giustificare un folle prolungamento di carriera. Roy Jones jr il prossimo 16 gennaio compirà 47 anni.
L’inizio della fine è datato 15 maggio 2004, la notte in cui ha perso per kot contro Antonio Tarver. Poi sono arrivate altre tre sconfitte in otto incontri.

Dice di volere il titolo dei massimi leggeri, ma nelle uniche due occasioni in cui si è battuto al limite della categoria è stato messo knock out da Danny Green e Denis Lebedev. Aveva raccontato in giro che il suo combattimento con Maccarinelli sarebbe stato valido per il mondiale Wba della categoria. Il presidente Mendoza si era affrettato a smentire.
Roy Jones jr, l’uomo che ha vinto il mondiale in quattro differenti categorie di peso, adesso fa la “spalla”. Aiuta gli altri a dare credibilità al loro record. E’ tutto decisamente molto triste.
La prestigiosa rivista Sports Illustrated sostiene lo faccia per soldi. Ricorda i due contratti con la televisione HBO: 60 milioni per sei anni e poi 20 milioni per tre match. Ma rammenta anche il fallimento della compagnia discografica, il furto da parte di un impiegato della sua azienda, le spese folli per l’entourage e i familiari, la difficoltà a gestire le operazioni immobiliari in Florida.
E così, eccone un altro. Ha guadagnato cifre con cui vivere da re e si ritrova a dover combattere per sopravvivere. Attenzione, non è la boxe a rovinare gli uomini. Sono alcuni pugili a rovinare se stessi. Chi non è capace di fermarsi in tempo non rischia solo le finanze, ma corre anche il pericolo di avere pesanti problemi con la psiche e con la tutela delle proprie condizioni fisiche. E parlo di grandi campioni, non di mezze figure.
Nel 2011 un sito online americano ha rivelato che Roy Jones aveva problemi di equilibrio e frequentava un neurologo per cercare di limitare i danni cerebrali che due decenni di attività professionistica gli avevano provocato. Quattro anni dopo continua a salire sul ring.

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Un tempo Roy era il padrone dello spettacolo. Era l’uomo che vendeva da solo milioni di contratti per la pay per view, ora non riesce a darli via neppure sottocosto. E per fare attività è costretto a viaggiare migliaia di chilometri lontano dagli Stati Uniti o accettare di esibirsi in piccoli centri.
Qualcuno lo fermi. La boxe è uno sport pericoloso. Bisogna essere al meglio della condizione fisica per limitare al minimo i rischi.
Ha moglie e tre figli. E continua a sfidare la sorte.
Qualcuno gli dica basta, lo facciano scendere dal ring per sempre.
La HBO lo paga 250.000 dollari l’anno per fare il commentatore. Mestiere meno rischioso e decisamente più adatto a uno che negli ultimi anni non ha mai dimostrato di poter reggere il confronto con qualsiasi pugile di medio livello.
È una vicenda triste e pericolosa. Spero proprio che quella contro Maccarinelli sia stata l’ultima fermata.

 

Cent’anni fa nasceva Frank Sinatra, una voce magica e un amore senza confini per la boxe

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Cento anni fa nasceva Frank Sinatra, una delle più belle voci della musica moderna. Anche lui, come tanti personaggi famosi di Holywood e dintorni, era legato a doppio filo alla boxe.

Sua padre, Anthony Martin Sinatra, per trovare più facilmente lavoro nel pugilato professionistico americano aveva scelto come nome d’arte Marty O’Brien. Era un peso gallo, buon combattente anche se non dotato di grande talento. Boxerec indica in un deludente 1-5 il suo record, e tutte e cinque le sconfitte erano arrivate via ko. Poi si era rotto il polso e aveva optato per un altro lavoro, non certo meno rischioso. Aveva fatto il pompiere.

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Frank non è mai salito sul ring per un combattimento da professionista. Ma è sempre stato innamorato della boxe. Ha disputato qualche match da dilettante e ha fatto l’organizzatore. Il 23 giugno 1947 è stato il promoter di una riunione al Gilmore Stadium di Los Angeles. Sei incontro pro con il clou tenuto dalla sfida tra i pesi massimi Jersey Joe Walcott (43-11-2 e 35.000 dollari di borsa, niente male per l’epoca) e Joe Maxim (48-13-2, 10.200 dollari di borsa). Sfida vinta ai punti con decisione contrastata da Walcott.

Frank Sinatra è stato anche il manager di Cisco Andrade e ha gestito una quota del peso massimo Tami Mauriello che si è anche battuto per il titolo mondiale contro Joe Louis il 18 settembre del ’46, venendo sconfitto per ko alla prima ripresa.

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L’amore per la boxe è stato costante nel tempo. Quando l’8 marzo del 1971 Joe Frazier e Muhammad Ali si sono sfidati sul ring del Madison Square Garden, Sinatra avrebbe voluto sedere a bordo ring. Dal momento che la richiesta era arrivata a un giorno dal match, posti a disposizione non ce ne erano. Era stata la rivista Life a trovare un escamotage. Avrebbe potuto circolare liberamente attorno al ring, con tanto di accredito, se avesse accettato di fare delle foto per il magazine.

Detto fatto. Il 16 marzo ’71 Life usciva con un reportage sulla sfida firmato Norman Mailer e la foto di copertina di Frank Sinatra, come indicato nei crediti.

Giornali sportivi, mai una buona notizia…

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I dati di diffusione di ottobre 2015 non sono esaltanti per due quotidiani sportivi su tre. L’unico in segno positivo, uno dei pochi nell’intero panorama nazionale, è Tuttosport (+11,2% nei giorni della settimana rispetto a ottobre 2014, +1,1% il lunedì). Gazzetta dello Sport e Corriere dello Sport perdono più o meno nella stessa misura percentuale. Il fatto è che il trend negativo è diventato pluriennale e le copie vendute (tra cartaceo e digitale) stanno raggiungendo livelli di guardia preoccupanti.

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Il taglio degli organici redazionali è l’unico provvedimento finora adottato, oltre a un restiling grafico che già negli anni ha dimostrato di non pagare. Gli osservatori internazionali dicono che il calo dei quotidiani cartacei è fisiologico e inarrestabile, aggiungono che l’unico tentativo per frenare le perdite è quello di alzare la qualità del prodotto. E questo non si fa certo sguarnendo le redazioni, tagliando i servizi.

Esperti che ne sanno molto più di me spiegano che ormai le vendite rappresentano un fattore secondario nei bilanci delle case editoriali, che i giornali si stanno trasformando in contenitori di pubblicità dove la parte determinante è il prodotto da promuovere (sia esso un detersivo, una federazione sportiva, un sito online di scommesse o altro), mentre gli articoli sono puramente decorativi e servono a riempire gli spazi lasciati liberi dal carico pubblicitario.

Evidentemente le nuove politiche editoriali hanno mirabolanti orizzonti.

Ma, da vecchio operatore del settore, mi chiedo: quando i giornali venderanno solo poche migliaia di copie, quale inserzionista continuerà a investire?

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L’asse si sta lentamente spostando sul digitale, insistono gli esperti. Ma se ci fermiamo un attimo e riflettiamo su costi/ricavi capiamo che la via inseguita non è quella della salvezza. La pubblicità sul web copre in piccola parte gli investimenti fatti per offrire un prodotto di qualità. Il gettito pubblicitario su questo settore è l’unico dato in crescita, ma è monopolizzato dai colossi di Internetc come Yahoo, Microsoft, Facebook e Aol.

In aggiunta c’è da considerare come il moltiplicarsi delle fonti di informazione, tablet e smartphone ad esempio, abbia fatto lievitare il numero di persone che si rivolgono a questi mezzi per trovare notizie. Questo fenomeno ha anche creato il popolo del “tutto subito e gratis”.

Recentemente, di fronte agli studenti dell’Università di Milano, Luciano Fontana (direttore del Corriere della Sera) ha parlato dello stato attuale dell’informazione. “Tre sono le domande che mi vengono fatte di solito: l’attendibilità della profezia sulla morte della carta stampata, il destino del giornalismo nell’era digitale e che fine faranno i giornalisti di professione”. Fontana ha detto che le risposte risiedono nella scelta di un’informazione di qualità, anche a costo di perdere qualche lettore, e persino nella coraggiosa decisione di optare per un sito d’informazione chiuso e a pagamento. “Il modello dei contenuti gratuiti ha fallito e il mercato della pubblicità ha capito che i click non pagano”.

Del resto anche i dati Audiweb di ottobre 2015 non sono confortanti. Solo il sito della Gazzetta dello Sport presenta numeri accettabili. Il rapporto del Corriere dello Sport online con la rosea è di 1 a 4,5. Mentre sul cartaceo riesce a contenere il divario in un rapporto più o meno di 1 a 2.

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La valanga ci sta travolgendo e i giornali generalisti fanno poco per evitarla. Fanno ancora meno gli sportivi.

Un quotidiano deve dare al lettore un valido motivo per recarsi all’edicola e comprarlo. Deve soprattutto avere credibilità. Gli anni in cui si alimentavano i sogni raccontando favole è finito. I lettori si sentono traditi e negano la loro fiducia.

Negli ultimi tempi c’è stata poca attenzione per quello che solo qualche anno fa sarebbe stato un chiaro conflitto di interessi. Giornali che hanno partnership con siti di scommesse sullo sport, altri che diventano mediapartner di una grande federazione, altri ancora che pubblicano senza neppure revisionarli comunicati stampa. E c’è chi ha tra i propri responsabili di rubrica addirittura capi uffici stampa di federazione.

A volte si vedono spazi abnormi occupati da sport o da eventi che in altri momenti sarebbero finiti nelle brevi. Una ragione c’è e non va certo a vantaggio del lettore. Come non va a vantaggio il privilegio di alcune rubriche che hanno pezzi retti dalla pubblicità ben visibile a fondo pagina.

Il calo di credibilità dello sport in generale ha dato un ulteriore colpo. La corruzione nella Fifa, dopo la botta del calcio scommesse, il doping costante nel ciclismo e l’incredibile scandalo della federazione russa di atletica leggera non fanno certo bene a un sistema già in crisi di identità.

Per non parlare della qualità del prodotto.

Il pubblico di riferimento di un media sportivo è preparato, competente. Il giornalista che fa informazione deve esserlo ancora di più. Sul piano tecnico, storico, della documentazione, dell’approfondimento. Leggo articoli che sembrano poemetti giovanili. Servizi di una pochezza di contenuti avvilente. Pezzi pieni di errori tecnici e storici.

I tempi di reazione sono lenti. Se un fatto accade dopo le 20:00 si aspetta il giorno dopo per svilupparlo in ogni suo aspetto (“La cosa più importante è chiudere presto”). Così i quotidiani arrivano con 48 ore di ritardo rispetto a Internet. Colpa di organici decimati, ma anche di una reattività redazionale inferiore rispetto al passato.

Anche se resto dell’idea che non si possa continuare ad addossare ogni colpa al web o alla tv, resta il fatto che è con questi mezzi che bisogna confrontarsi. Una volta il giornale era la fonte principale di informazione sportiva, oggi è in concorrenza con nemici che hanno dalla loro il vantaggio dell’immediatezza.

Purtroppo è stata virtualmente legittimata la rinuncia alla notizia. Per mancanza di giornalisti sul campo, perché tanto le informazioni sono già state date da SkySport24 o dai siti online, perché il rapporto con le fonti si è inaridito. Qualsiasi sia la ragione, si è tolto il gusto di dare in esclusiva una notizia che altri non hanno. L’alternativa è l’analisi, il commento, lo sviluppo di quanto pubblicato da altri mezzi di comunicazione.

Anche in questo campo si corre all’indietro. Se le redazioni sono state sfoltite in maniera selvaggia, se sono stati tagliati i rapporti con i protagonisti dal momento che si è rinunciato in modo consistente a coprire con propri inviati gli eventi, se è calata la presenza sul territorio, ci sono due sole alternative: o hai dei grandi giornalisti capaci di esprimersi su ogni argomento lanciando messaggi importanti o non offri nulla di più di quanto chi dovrebbe comprarti già non sappia. Oggi le esclusive si limitano alle interviste. Spesso di maniera e senza approfondimento del personaggio.

Credo che i giornali sportivi dovrebbero cambiare in fretta e farlo assumendo rischi enormi sul piano giornalistico, la rivoluzione concettuale del quotidiano sportivo è a mio avviso l’unica possibile resistenza davanti all’erosione di copie. Continuare a produrre un prodotto di livello medio non porterà da nessuna parte. E’ finito il tempo di giocare in difesa. Bisogna attaccare.

Altrimenti il futuro prossimo vedrà i più grandi mangiare i più piccoli, fino a quando anche i sopravvissuti dichiareranno la resa totale. Purtroppo sono i numeri a dirlo, non io.

Diceva Vittorio Alfieri.

Leggere, come io l’intendo, vuol dire pensare profondamente”.

Se ne deduce che smettendo di leggere si rischia di smettere di pensare.

E questo mi spaventa davvero.

 

 

 

 

 

Il presidente dell’UFC si impone. Il 9 luglio a Las Vegas la rivincita tra Holly Holm e Ronda Rousey

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La prima difesa del titolo Holly Holm la farà contro Ronda Rousey.
Il 9 luglio nella nuova Grand Arena dell’MGM a Las Vegas affronterà proprio l’atleta a cui ha tolto la corona il 14 novembre scorso infliggendole un terribile ko.Lo ha detto Dana White, presidente dell’UFC, al Los Angeles Times.
Il manager della Holm, Lenny Fresquez, si è detto dubbioso su questa scelta: “Non so se per quella data la Rousey avrà recuperato. Noi vorremmo disputare un match nell’attesa che lei si riprenda del tutto, vorremmo dare una possibilità a Miesha Tate che è la numero 1 della classifica“.
Danda White ha tagliato corto. Prima ha lanciato un commento ironico (“Siamo molto interessati alle opinioni del signor Fresquez…“), poi ha rassicurato manager e pubblico.
Ronda sarà pronta per il 9 luglio, più forte e combattiva che mai“.
Che un presidente si pronunci in questo modo non mi sembra il massimo della correttezza. Ma se dovessi scommettere, punterei deciso sull’effettuazione della rivincita.

 

Il 14 gennaio Creed esce in Italia, è l’ultimo film della saga di Rocky con Sylvester Stallone

Creed, nato per combattere è l’ultimo film legato alla saga di Rocky (in realtà si tratta di uno spinn off, ovvero di una trama ricavata da un altro film traendo spunto da uno dei suoi personaggi).
Uscirà in Italia il 14 gennaio prossimo.
I trailer in circolazione rendono bene la drammaticità della storia.

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Adonis Johnson (Michael B. Jordan, I Fantastici 4) non ha mai conosciuto il suo famoso padre, il campione del mondo dei pesi massimi Apollo Creed, che è morto prima che lui nascesse. Eppure non si può negare che la boxe il ragazzo l’abbia nel sangue. Adonis si reca a Philadelphia, luogo del leggendario incontro tra Apollo Creed e l’allora sconosciuto Rocky Balboa. Una volta nella Città dell’Amore Fraterno, Adonis rintraccia Rocky (Sylvester Stallone) e gli chiede di diventare il suo allenatore. Rocky vede in Adonis la forza e la determinazione che aveva conosciuto in Apollo, il feroce rivale che divenne in seguito il più caro amico. Rocky accetta di allenare il giovane pugile anche se l’ex campione sta combattendo un avversario più letale di chiunque abbia mai affrontato sul ring. Con Rocky all’ angolo, non passerà molto tempo prima che Adonis ottenga un match per il titolo… ma riuscirà a sviluppare non solo le capacità, ma anche il cuore di un vero combattente in tempo per salire sul ring?
La sceneggiatura è nata dal lavoro di Ryan Coogler (Fruitbale Station).

Il motivo guida della colonna sonora è Last breath interpretato dal rapper Future.

Nel cast anche un pugile professionista, il britannico Tony Bellew detto The Bomber che sabato si batterà a Londra per l’europeo dei massimi leggeri contro Matusz Maternak.
Nel film è il detentore del titolo Pretty Ricky Coulon che affronta lo sfidante Adonis Creed.