Burns in otto round distrugge il sogno mondiale di Di Rocco

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Il jab sinistro ad anticipare ogni intenzione di attacco di Michele Di Rocco.  Il colpo è risultato buono, ottimo per impedirgli di creare azioni pericolose. Il diretto destro per provocare danni seri. Obiettivo raggiunto. Due atterramenti, nel terzo e nell’ottavo round, una conclusione prima del limite. Così Ricky Burns è riuscito a portare a casa la terza cintura di campione del mondo. Dopo superpiuma e leggeri, ha conquistato anche quella Wba dei superleggeri.
Ha comandato la sfida con il diretto destro, un colpo che l’italiano è riuscito raramente ad evitare. Ha vinto il titolo con una conduzione perfetta dal punto di vista tattico e con una tecnica di buon livello. Non ha lasciato mai aperture dove Di Rocco avrebbe potuto infilarsi. Sarebbe servita una maggiore velocità e la ricerca della giusta misura, due elementi che sono totalmente mancati al pugile umbro.
Sono sincerto quando ho letto le quote dei bookmaker britannici (pagavano Burns a 2/7 e Di Rocco a 11/4) ho pensato che fosse arrivato anche per me il momento di scommettere. Mi sembravano esageratamente punitive nei confronti del nostro pugile. Il match ha detto che ancora una volta bisogna fidarsi dei bookmaker.
Incontrista naturale, Burns si è trovato davanti uno che ha cercato di dare battaglia, che ha provato ad attaccare. Ma che è riuscito solamente a scatenare qualche bagarre senza riportare risultati apprezzabili. Meglio di così non gli poteva andare.
A questo punto c’è da chiedersi cosa possa avere ridotto le possibilità di Michele in modo così importante. Forse era troppo teso, forse ha pagato l’ennesima guerra per rientrare nei limiti della categoria, forse ha pesato negativamente la lunga preparazione. Cinque mesi in palestra, preceduti da almeno altri quattro in allenamento per un match che è poi sfumato.
Non so cosa possa averlo frenato. Di certo il Di Rocco che ho visto sul ring di Glasgow non mi ha ricordato quello ammirato in precedenti combattimenti.
E non ci sono appigli a cui aggrapparsi per attenuare la delusione.
Certo, il colpo basso con cui Burns ha centrato l’umbro ampiamente sotto la cintura nella terza ripresa avrebbe potuto meritare un richiamo ufficiale, certo le continue trattenute dello scozzese non hanno provocato neppure una ramanzina da parte dell’arbitro inglese Terry O’Connor. Ma sono piccole cose che non hanno minimamente influito sull’esito dell’incontro.
Michele aveva un sogno, in una brutta serata di maggio davanti a tredicimila tifosi urlanti ha avuto la conferma che spesso i sogni non si realizzano.
Peccato.

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E se Fox Sports Tv diventasse la nuova casa del pugilato?

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E se Fox Sports diventasse la nuova casa del pugilato?

Ha comprato i diritti per la riunione di sabato a Glasogw imperniata su Di Rocco (40-1-1, 18 ko) vs Burns (39-5-1, 13 ko) per il titolo vacante dei superleggeri Wba (diretta dalle 21 sul canale 204 del bouquet Sky per la telecronaca di Mario Giambuzzi e il commento tecnico di Alessandro Duran). La Tv trasmetterà l’intero programma, tre ore e mezzo di collegamento.

Si pensava a un episodio isolato e invece ancora Fox Sports trasmetterà sempre in diretta domenica dalle 19 a mezzanotte l’intera riunione di Liverpool che ha il clou nel titolo vacante Wba dei massimi leggeri tra Tony Bellew (26-2-1) e Ilunga Makabu (19-1-0). Nel programma, e lo vedremo in diretta, anche il titolo vacante Wbc Internazionale dei leggeri tra Sean Dodd (10-2-1) e Pasquale “Il Puma” Di Silvio (20-7-1). Una riunione fiume con quattordici incontri in cartellone.

Visto il rapporto preferenziale che Fox Sports ha instaurato con la Matchroom di Eddie Hearns non è escluso che la tv possa portare in Italia anche il campionato mondiale Ibf dei massimi in calendario il 25 giugno a Londra tra il detentore Anthony Joshua (16+, 16 ko) e Dominic Breazeale.
Sarebbe l’occasione per vedere all’opera il peso massimo di cui si parla con più insistenza, il candidato numero 1 a recitare un ruolo da protagonista nella categoria.

In altre parole potrebbe anche accadere, con un colpo veramente a sorpresa, che la boxe abbia trovato una tv in grado di offrire in diretta gli avvenimenti più importanti.
Stesso canale, Fox Sports: 204 del bouquet di Sky. Stessi commentatori: Mario Giambuzzi e Alessandro Duran.
Staremo a vedere. Per ora godiamoci l’accoppiata sabato/domenica con in cartellone due italiani. Niente male come avvio.

Storia di Michele Di Rocco. La boxe, nove sorelle, i rom e un sogno ricorrente

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Michele Di Rocco è un bravo pugile, fa una boxe divertente. Ha talento e sa gestire il match. Ma anche fuori dal ring è un tipo che si fa apprezzare, scappa da luoghi comuni e frasi fatte. E non evita alcun argomento, anche quelli che potrebbero sembrare scabrosi.
Michele, quando sei stato certo che il match con Burns si sarebbe fatto?
Un mese e mezzo fa, quando siamo andati a Glasgow per tenere una conferenza stampa.
Cosa è accaduto prima?
Avrei dovuto disputare il mondiale contro Benavides nel dicembre scorso. Mi sono fatto tutto agosto a Milano. Un’esperienza non certo divertente. Poi a novembre ho saputo che il match è saltato. Natale e Capodanno a casa e sono tornato in allenamento. Ma non mi lamento, l’importante era realizzare il sogno.
Combatti da tempo nei superleggeri. È una categoria in cui ti trovi bene?
Devo faticare da matto per rientrare nel limite. Io nella vita di tutti i giorni peso 74 chili. E non sono certo grasso. Dovendo combattere a 63,500 devo sottopormi a una dieta stressante. Limitazioni nel cibo, acqua a livello pazzesco: fino a 6 litri al giorno! Se a questo aggiungi il doppio allenamento quotidiano, capisci perché considero l’incontro la parte più facile del mio lavoro. La preparazione è stata dura, ma è andata bene. Sono vicino al limite della categoria, venerdì alle operazioni di peso non avrò problemi. E sabato sera salirò sul ring vicino ai 69 chili. Questo sarà un vantaggio per me. Lui viene dalle categorie inferiori e pagherà pegno sulla stazza fisica.

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A combattere sei stato abituato da piccolo.
Vero. Sono l’unico figlio maschio e vivere con nove sorelle non è stato semplice. Anche perché sono tutte belle ragazze e io sono sempre stato geloso. Quando uscivano le guardavano tutti e a me questo dava un grande fastidio.”
Hai molti nipotini?
Tanti!
A Natale quando vi riunite, sare costretti a noleggiare il Palazzetto dello Sport, o no?
È quello che ci vorrebbe (ride, ndr), ma è bellissimo. I bambini sono la gioia della vita”.
Sei mai stato vittima di atteggiamenti razzisti?
Rom, zingari, gitani. Comunque li chiami, sono visti allo stesso modo. Con sospetto. Quando ero bambino non mi invitavano alle feste di compleanno. Pensavano potessi rubare qualcosa. Ancora oggi trovo molte persone diffidenti, nonostante sappiano che sono un pugile che fa il suo lavoro con grande sacrificio. Mi salutano, dicono che sono un bravo ragazzo. Ma dentro di loro conservano un po’ di paura.”
Eppure la tua famiglia ha antiche radici italiane.
Sono arrivati qui secoli fa. Papà commerciava in cavalli, poi ha fatto il muratore. Mamma è una casalinga. Io ho sempre lavorato. Il pugilato è un lavoro come gli altri, sono fortunato perché mi dà da vivere. Non capisco questo atteggiamento. Viviamo in una società multirazziale, da tempo arrivano qui personaggi di qualsiasi etnia. Certo, in questo mondo ci sono ladri, stupratori, truffatori. Ma appartengono a tutte le nazionalità. Io sono italiano. Canto l’Inno di Mameli, combatto per il tricolore, sono e mi sento di questo Paese fino in fondo all’anima. Credo che sia arrivato il momento di giudicare le persone per quelle che sono, senza dare etichette.”

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Chi sono i tuoi migliori amici?
I soldi e la famiglia. I primi mi permettono di vivere meglio, la seconda è la mia ragione di vita.”
Ti sei sposato giovanissimo, poi sono arrivati tre figli.
Sì. Filomena è diventata mia moglie quando eravano ancora ragazzi. Abbiamo tre figli: Anna che farà 15 anni a luglio, Jennifer di 13 e Francesco di 5: un’autentica peste, una furia scatenata. In palestra la gente si ferma a guardarlo. È un portento, si muove come un professionista. Ha il talento naturale dello sportivo.

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Sei uno dei pochi che in Italia vive di solo pugilato. Come ci riesci?
Ho la fortuna di poterlo fare, anche se è stata dura. Per un anno e mezzo sono andato in giro alla ricerca di un manager e un maestro che potessero garantirmi un futuro. Ho cominciato con Rosanna e Umberto Cavini: mi pagavano un mensile, prendevo le borse e non dovevo spendere soldi né per vitto e alloggi, né per i medici. Poi ho cambiato e sono andato da quello che avevo scelto fin dall’inizio, ma che per qualche piccolo problema non ero riuscito ad agganciare. Sono andato con il migliore. Credo che Salvatore Cherchi sia l’unico che in Italia lavori costantemente a livello europeo e mondiale.”
Assieme a un socio sei titolare di una palestra a Bastia Umbra dove vivi, ma so che hai piani più importanti.
Stiamo chiudendo il locale di Bastia, ne apriremo uno più grande a Perugia in zona Ellera. Un posto più centrale.”

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Sei uno che si dà da fare. Sei un professionista che sa quanso siano importanti le sponsorizzazioni. C’è qualcuno che vuoi ringraziare?
Non posso non citare una persona che mi è stata molto vicina negli ultimi tempi: Andrea Belvedere che ha un locale di acconciature in via Marghera a Milano e mi ha sempre dato fiducia.”
Per te cosa rappresenta la boxe?
È lo sport che mi ha insegnato a vivere. Mi ha spiegato cosa sia la realtà, ho capito che senza sacrifici non si ha nessun risultato. E poi mi ha fatto capire cosa sia il rispetto. Per l’avversario, per me, per le regole. È una disciplina che mi ha aiutato a crescere nel migliore dei modi.”
Cherchi dice che combattere all’estero non ti spaventa. È vero?
Certo. Gli otto anni di dilettantismo mi hanno regalato tanta esperienza sui ring di tutta Europa”.

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Se dovessi raccontare Burns in poche parole, come lo definiresti?
Bravo, tecnico, veloce e preciso. Ma non mi dà eccessive preoccupazioni.”
Che match sarà?
Ho fatto più volte un sogno. Sempre lo stesso. Io che combatto su un ring straniero, la folla che tifa per l’altro. Io che metto ko il rivale dopo avere disputato un grande match. E io sono uno che crede che nei sogni, perché so che possono diventare realtà.”

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Salvatore Cherchi è appena rientrato dalla Nuova Zelanda dove è stato all’angolo del peso massimo Carlos Takam, sconfitto ai punti in 12 round da Joseph Parker. Venerdì sarà a Parigi con Samuele Esposito impegnato nel titolo dell’Unione Europea dei superleggeri contro Franck Petitjean. Il giorno dopo volerà a Glasgow per il mondiale Wba dei superleggeri tra Michele Di Rocco e Ricky Burns.
È stanco, ma spera proprio che in questo fine settimana possa sentirsi felice.
Una volta tanto dovrà andare bene anche a noi…
Quella di Di Rocco è una grande occasione, non pensi?
Ci abbiamo lavorato con tenacia e pazienza. È stato bravo anche lui a credere che sarebbe andata in porto, ha saputo aspettare e ora si giocherà questa possibilità al meglio”.
Burns viene dai superpiuma, è passato tra i leggeri e ora sale ancora di categoria. Di Rocco è uno che fatica a stare dentro il limite dei welter junior. Sul ring la differenza si dovrebbe vedere. Che dici?
Lo spero proprio”.

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Quali sono i pericoli che Burns potrebbe nascondere?
L’unico pericolo vero credo sia nascosto in Di Rocco stesso. Non dovrà farsi prendere dall’irruenza, non dovrà cercare di trasformare il combattimento in una battaglia. Sa fare la boxe, ha imparato abbastanza bene a gestire gli incontri. Non deve farsi prendere la mano”.
Torni dalla Nuova Zelanda dove, dici, l’ambiente ha regalato qualcosina a Parker. Credi che andare a Glasgow rappresenti lo stesso pericolo?
No. Di Rocco non soffre di questi condizionamenti. Anzi, si entusiasma se sente che la gente che tifa contro”.
Come definiresti questa opportunità per il tuo pugile?
È un’occasione ideale. E lui è uno che merita di averla”.
Mercoledì Michele Di Rocco, Christian e Alessandro Cherchi, il maestro Franco Cherchi e il dottor Lamberto Boranga saranno a Glasogw. Salvatore arriverà sabato mattina. Giusto in tempo per la grande sfida.
L’avventura ha una data, una sede e un rivale.
Sabato sera, sul ring de The SSE Hydro di Glasgow, contro Ricky Burns (ex campione Wbo dei superpiuma e dei leggeri, detentore di un record di 39-5-1 con 13 ko) Michele Di Rocco vuole vedere se davvero i sogni possano trasformarsi in realtà.

La magica storia dei gemelli Jermall e Jermell Charlo

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La mamma era certa di portare in grembo una bella bambina.

La sorpresa è arrivata nella tarda serata del 19 maggio 1990, quando la signora è stata informata dall’ostetrica che aveva appena partorito due gemelli monozigoti, ossia nati dallo stesso ovulo. Praticamente identici.

«Signora, sono bellissimi. Hanno solo due giorni, ma il loro sguardo è già vivace, attento»

«Grazie».

«Ha deciso come chiamarli?»

«Assieme a mio marito abbiamo pensato Jermall e Jermell».

«Li chiamerete con lo stesso nome? Non si può».

«Non daremo loro lo stesso nome. Uno si chiamerà Jermall, con la “a”. L’altro Jermell, con la “e”. Carino, no?»

«Così, tanto per aumentare la confusione…»

Jermall è il più anziano dei due. È infatti nato un minuto dopo…

“Straordinari questi gemelli! Come si somigliano! Soprattutto questo!”

(Julian Tuwim)

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I ragazzi sono cresciuti all’insegna di un obiettivo preciso.

Non dare alcuna possibilità di far capire agli altri chi fosse l’uno e chi fosse l’altro.

Stessa altezza, stesso taglio di capelli, stessi vestiti, stesse scuole. E quando parenti e amici chiedevano sgomenti:

«Ma chi siete?»

Rispondevano: «Siamo un doppio problema».

Poi sono diventati grandi e c’è stata una piccola svolta.

Hanno scoperto i tatuaggi.

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Quello con la “e” si è fatto scrivere sul braccio destro “One of a Kind”, unico nel suo genere. L’altro ha preferito usare il braccio destro per “Issued”, rilasciato. Avevano offerto al mondo un’indicazione per distinguerli.

Con il passare del tempo i Jermella, li chiamo così per gioco, hanno sottolineato qualche altra differenza. Uno è solitario, l’altro ama muoversi con tanti amici attorno. Uno cerca attenzione, l’altro vuole stare lontano dai riflettori.

Eh sì, perché Jermall e Jermell Charlo sono personaggi pubblici.

Avevano otto anni quando hanno seguito papà Kevin in palestra. Il genitore era stato in gioventù un buon peso piuma dilettante, l’amore per il pugilato che gli è rimasto dentro è riuscito a trasmetterlo ai figli. Da ragazzi, per evitare di trasformarsi in avversari hanno deciso che uno dei due avrebbe bevuto tanta acqua da salire di categoria il giorno del peso. Hanno chiuso con buoni record e tante soddisfazioni. Jermall ha anche inseguito un posto nella squadra olimpica per Pechino 2008, ma è stato fermato da un infortunio al piede.

Vanno forte anche tra i professionisti.

Due gemelli campioni del mondo nella stessa categoria e nello stesso arco temporale. Mai accaduto prima nel mondo della boxe.

Gli unici che, a mia memoria, si siano avvicinati all’impresa sono stati i thailandesi Khaosai e Khaokar Galaxy. Il primo è stato titolare della corona dei supermosca Wba, che ha poi difeso diciannove volte. Per un breve periodo del suo regno il gemello è stato detentore del titolo Wba dei gallo.

Altri due gemelli girano da tempo nel mondo del pugilato a caccia di popolarità. Sono gli Arroyo, ragazzi portoricani a cui i genitori hanno regalato nomi che sembrano cognomi: McJoe e McWilliams. Forse avevano antenati scozzesi.

L’orgoglio della casa è stato per lungo tempo McWilliams.

Oro mondiale a Milano 2009 tra i dilettanti. Sfidante al titolo Ibf dei mosca da professionista. Occasione fallita di un soffio. È stato battuto per split decision da Amnat Ruenroeng il 10 settembre del 2014. Una differenza minima, un verdetto controverso. Gli è andata peggio contro Roman Gonzalez il 23 aprile scorso quando è stato dominato ai punti per il titolo Wbc.

È andata decisamente meglio a McJoe: campione del mondo dei supermosca Ibf il 18 luglio 2015 quando ha superato per decisione tecnica al decimo round Arthur Villanueva, ferito sopra all’occhio destro. Al momento della sospensione Arroyo era in netto vantaggio ai punti.

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I Charlo sono andati al di là di ogni immaginazione e hanno centrato la grande impresa.

Jermell è diventato campione del mondo la notte del 21 maggio, quando ha battuto per kot 3 John Jackson per la corona vacante Wbc dei superwelter. In quella stessa riunione Jermail ha difeso per la seconda volta il titolo Ibf nella stessa categoria superando ai punti Austin Trout. Aveva conquistato la corona il 12 settembre dello scorso anno battendo Cornelius Brundage per kot3, prima difesa contro Wilky Conpfort (kot4) il 28 novembre.

I gemelli sono una rarità, ma quando ci sono si muovono da protagonisti nell’universo tumultuoso della boxe.

I Jermella hanno appena realizzato un record difficile da uguagliare.

Houston è orgogliosa di loro.

 

Schmeling, la notte in cui mise ko Joe Louis e sconvolse il mondo

** FILE ** Joe Louis lies on the canvas after being knocked out by Max Schmeling, rear, in this file picture taken June 19, 1936 in New York.  Schmeling has died Wednesday Feb. 2, 2005 aged 99, the Max Schmeling Foundation announced Friday Feb. 4, 2005. (AP Photo)

19 giugno 1936.

Testimoni inaffidabili giurano che sia stata tutta colpa del caldo, che il destino dell’incontro sia stato condizionato dalla temperatura soffocante provocata dai riflettori per le riprese cinematografiche. Il tappeto bollente, dicono, ha riempito di vesciche i piedi di Joe Louis fin dai primi round. Il tedesco si è salvato solo grazie alla sua astuzia. Prima del match ha voluto testare la forza di quei riflettori e quando si è reso contro di quanto calore emanassero, si è fatto mettere una soletta isolante nelle scarpette. Questo dicono testimoni inattendibili.

Sono spiegazioni che nascono dalla difficoltà di giustificare lo choc che ha coinvolto quarantacinquemila spettatori allo Yankee Stadium (il rinvio di un giorno per pioggia ha influito negativamente sull’affluenza) e cento milioni di persone attaccate alla radio.

Il Nazismo si era impossessato dell’immagine di Max Schmeling nello stesso momento in cui aveva conquistato il titolo mondiale battendo Jack Sharkey per squalifica. Lo aveva eletto a modello della razza ariana.

Adolf Hitler gli aveva spedito un regalo per il matrimonio con l’attrice Anny Ondra. I gerarchi avevano mandato telegrammi di congratulazioni alla coppia. A volte chiamavano Max a sostenere pubblicamente il regime. Lui lo faceva senza enfasi, ma non si sottraeva a obblighi che gli sembravano naturali.

Quando si disputa il primo scontro con Louis, gli Stati Uniti non hanno ancora condannato senza alcun dubbio il governo nazista. Il Fuhrer ha già abolito i diritti legali degli ebrei, denunciato il trattato di Versailles, occupato la Renania. Eppure l’ambasciatore americano in Gran Bretagna, Joseph Kennedy: il papà di John, futuro presidente degli Stati Uniti, fa elogio pubblico del Terzo Reich e promuove il movimento di scambi economici tra Usa e Germania.

Joe Louis è il simbolo dell’America che sogna. Un nero arrivato in cima al mondo. Tifano per lui i poveri, la gente del ghetto. Sono con lui anche gli ebrei. Sentono la minaccia tedesca e cercano di impedire che uno di loro arrivi in America per guadagnare soldi, per esibirsi.

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C’è severità, lavoro, concentrazione nel clan tedesco.

Il campo dell’americano sembra un circo in festa.

La sfida è dipinta dai giornali come una lotta tra il rappresentante di una democrazia aperta e il simbolo della negazione dei diritti umani, della repressione. Venti milioni di tedeschi si preparano ad ascoltare la radio, anche se il match sarà trasmesso in diretta alle 3 del mattino e nei pronostici il loro eroe sia nettamente sfavorito: i bookmaker lo quotano 10/1.

Alle cinque del pomeriggio cinquemila persone sono in fila davanti ai botteghini per comprare i biglietti più economici, quelli da tre dollari e mezzo. Alle 22, quando l’incontro sta per cominciare, le strade delle metropoli americane sono deserte, il 97% delle radio del Paese è sintonizzato sull’evento, più di metà della popolazione ascolterà la voce di Clenn McCarthy sulla NBC. Il popolo dei neri ha invaso la città.

biglietti

Duemila tedeschi sono sbarcati a New York sui transatlantici Bremen ed Europa, con le svastiche che sventolano dagli alberi.

Hitler ascolterà la radio nel vagone letto che lo sta portando a Monaco. Anny, la moglie del campione, sentirà la radiocronaca in casa di Joseph e Magda Goebbels.

L’arroganza. Ecco cosa tradisce Louis, il calore soffocante dei riflettori è poco più che una favola. A farlo sentire imbattibile, a tradirlo, è la presunzione.

Nel quarto round abbassa leggermente il sinistro subito dopo avere fatto partire il destro. L’ha fatto quasi sempre nel corso di quel match. E Max Schmeling si è preparato per questo. Il destro scatta rapido, potente. E Louis finisce al tappeto, si alza velocemente, ma non riesce a recuperare da quel knock down. Al dodicesimo round finisce ancora giù. Sente un rumore nelle orecchie, non vede bene, le gambe sono molli e di forze non ne ha davvero più. Tenta disperatamente di rimettersi in piedi, si aggrappa alle corde, ma non ce la fa.

Joe Louis è knock out!

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La Germania impazzisce di gioia per il suo eroe. Il ragazzo torna in cima al mondo. Ora incontrerà Jim Braddock, Cinderella Man, per il titolo.

La protesta feroce, violenta degli ebrei americani impedirà la sfida. Siamo a metà del 1937 e tutto adesso sembra più chiaro, il nazismo è stato smascherato.

Joe Louis lascia il ring con il volto coperto. Distrutto nel fisico, sconvolto nella mente. Ma sarà lui a incontrare Braddock, a batterlo e vincere un titolo che difenderà per undici anni, compreso il match contro Max Schmeling, messo k.o. in meno di un round allo Yankee Stadium.

I due diventeranno amici, il tedesco aiuterà anche finanziariamente il collega americano. Fino a pagare i suoi funerali nell’aprile del 1981.

Dopo settanta incontri, il 31 ottobre 1948 Max Schmeling si ritira.

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La sua battaglia, prima di scendere dal ring, la sostiene nel tentativo di riabilitarsi davanti all’opinione pubblica. Comincia a farlo quando è ancora in attività, respingendo la proposta di Goebbels di licenziare il manager Joe Jacobs perché ebreo.

«È vero, sono stato a qualche party con Hitler. Gli ho detto no quattro volte, non si poteva dire no cinque volte al Fuhrer. Ma questo non fa di me un nazista. Ho cenato con Franklyn Delano Roosevelt, ma questo non fa di me un democratico».

Non ha mai preso la tessera del partito e vuole che questo suo status gli sia riconosciuto.

Nel suo passato si nasconde un episodio che rivela come l’animo di Max Schmeling non fosse schiavo degli ideali nazisti.

Nella notte tra il 9 e il 10 novembre del 1938 la Germania vive uno dei più feroci attacchi coordinati contro gli ebrei. Il pretesto è l’assassinio del diplomatico tedesco Ernst vom Rath da parte di Herschel Grynszpan, un diciassettenne polacco di origini tedesche che vive a Parigi.

I nazisti assassinano novantuno ebrei e ne spediscono trentamila nei campi di concentramento. Bruciano mille sinagoghe e distruggono settemila negozi.

Quella notte Max Schmeling salva le vite di Henry e Werner Lewin, i figli dell’amico ebreo David. Li nasconde nella sua stanza all’Excelsior Hotel di Berlino, poi dice al portiere di non essere disturbato perché è ammalato. Quando il furore nazista scema, il campione aiuta i due a fuggire dalla Germania.

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Non rende mai pubblico quel gesto.

Al suo posto lo fa proprio Henry Lewin che nel 1989 lo invita al Sands di Las Vegas, l’albergo di cui è presidente. Poi chiama i giornalisti e racconta l’intera storia.

«Se i Nazisti avessero scoperto dove ci nascondevamo, io non sarei qui con voi. E non ci sarebbe neppure Max…»

Max Schmeling muore il 2 febbraio del 2005, quando mancano poco più di sette mesi per festeggiare il suo centesimo compleanno.

 

 

I perdenti di Ashtabula, la Città della Vergogna

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Tomato can. Gli americani li chiamano così, lattina di pomodoro. Si spaccano in ogni match e uno schizzo rosso di sangue riempie il loro corpo di  perdenti di professione, gente che da sempre attraversa il mondo del pugilato.

Ashtabula è una piccola città di ventimila abitanti a nord est di Cleveland, Ohio. Bob Dylan l’ha accostata a San Francisco in “You’re gonna make me lonesome when you go”, ma questo porto sul lago Erie tra il popolo della boxe ha lasciato ricordi meno poetici.

Ti cercherò nella vecchia Honolulu,
San Francisco e Ashtabula,
Adesso dovrai lasciarmi, lo so.
Ma ti vedrò nel cielo sopra di noi,
Nell’erba alta, in quelli che amo,
Mi lascerai solo quando te ne andrai

Tomato Can Capital, ma anche Hall of Shame. Dove vergogna (shame) prende il posto di fama (fame).

Nel 1996 gli Stati hanno imposto la tessera federale di riconoscimento per ogni pugile che volesse combattere sul territorio americano. Nei cinque anni successivi Ashtabula ha mandato in giro per il mondo pugili che a fine 2001 avevano un record complessivo di 25 vittorie e 379 sconfitte, 343 delle quali per knock out.

L’uomo che ha partecipato in maniera determinante a questo delitto sportivo si chiama James Holly, uno che si è fatto anche chiamare Virgil Holly o James Robinson. Un espediente usato per salire sul ring senza portarsi dietro le espulsioni che uno dopo l’altro sei Stati avevano decratato contro lui.

Ha combattuto dal 1983 al 2000 e non ha mai sentito il suono dell’ultimo gong. Cinque vittorie e cinquantacinque sconfitte. Tutte per knock out. Trentuno volte è andato giù per il conto totale nel primo round.

Boxava da peso massimo. Un ragazzone alto 191 centimetri, con un peso che oscillava tra i 93 e i 114 chili. Mancino. Cranio rasato, baffoni spioventi. Scarso allenamento e una passione sfrentata per l’altro sesso.

Se non ci fossero state le donne, sarei arrivato al titolo.”

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Combatteva con il minimo preavviso, la telefonata poteva arrivare sino a 48 ore dal match e lui si presentava sul luogo della riunione.

Un solo momento di luce in una carriera per il resto totalmente buia.

Il telefono aveva suonato la mattina del 12 aprile del 1989. All’altro capo del filo c’era l’organizzatore Jerry Thomas.

-Ehi James, ci sono 600 dollari pronti per te

Come si chiama l’altro?

-Sam Scaaf

Quante riprese?”

-Sei.

Dove si combatte?

-Parkesburg, West Virginia

Arrivo.”

Andava sempre così. Non discuteva mai la borsa. Non faceva storie sul nome dell’avversario, che quella volta era il campione dello Stato. Holly non combatteva da quasi un anno, sino a quel momento aveva perso 17 match su 19 e tutte le sconfitte erano arrivate per ko.

Quella sera però il sinistro di James era andato a bersaglio e Scaaf era finito giù.

Dieci e out. Knock out al primo round.

Poi le sconfitte erano tornate a essere la normalità nella vita pugilistica di James Holly che nel 2000 era stato fermato definitivamente dalla Commissione.

Era stato a quel punto che aveva tirato su un ring nel giardino di casa. L’aveva costruito mettendo assieme la porta del garage, del compensato, un vecchio tappeto del salone, teli di canapa e vecchie corde. Lì faceva allenare i pugili della sua scuderia. Gente presa per strada, uomini che non avevano mai boxato in vita loro. Un lavoro che faceva già da qualche anno, ma che dopo il ritiro aveva intensificato.

La vita ad Ashtabula era dura. La disoccupazione era alta e il pugilato sembrava un modo veloce per guadagnare qualcosa. Le borse che offriva andavano da 100 a 200 dollari, fino a 2000 per match trasmessi in televisione, 3000 se si andava a combattere oltreoceano.

Raccattava fighter ovunque. Lo avevano sopannominato James “quanto pesi?” Holly.

-Ehi tu, dico a te ragazzo

Sì?

-Quanto pesi?

Centossesanta libbre.”

-Ce la fai a scendere a 154?

Per cosa?

-Vuoi combattere?

Ma io non sono un pugile.”

-Duecento dollari per un match tra tre giorni.

Dove devo firmare?

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Aveva messo assieme una trentina di uomini pronti per ogni occasione. Una telefonata, l’accordo sulla parola e quelli partivano. Come l’uomo che li aveva assunti, anche loro perdevano quasi sempre. E lo facevano velocemente.

C’era Mario Hereford. Venti match, venti sconfitte, diciassette per ko.

Exum Peight (foto) che aveva chiuso la carriera con 9 vittorie, 39 sconfitte e 2 pari.

George Harris aveva messo assieme 2 successi. Poi aveva perso 35 volte per ko e due ai punti.

Holly ne caricava fino a quindici su un vecchio camion che batteva il Nord America senza sosta. Un’autentica vergogna, un’offesa per chiunque amasse la boxe, lo sport.

In giro dicevano che alcuni dei pugili di Holly salissero sul ring addirittura ubriachi o pieni di droga. Non è stato mai provato.

Non si hanno recenti notizie su di lui. Le ultime informazioni lo danno ancora ad Ashtabula. Non sembra frequenti più l’ambiente e il pugilato non ne sente certo la mancanza. James “quanto pesi?” Holly è la faccia brutta della boxe. La sua storia sembra appartenere alla fine dell’Ottocento, invece è cronaca assai vicina ai nostri giorni.

I perdenti fissi continuano ad esistere, ci passano davanti agli occhi decine di volte impegnati in ring di provincia, ma anche in riunioni importanti.

Promoter senza scrupoli si difendono utilizzando da sempre la stessa scusa.

Bisogna sapere leggere un record, bisogna capire contro chi hanno perso.”

Quasi che 55 sconfitte per ko non siano un motivo abbastanza valido per bloccare la carriera. Qualsiasi siano stati i suoi avversari.

La Città della Vergogna.

Non credo che Ashtabula vada orgogliosa del soprannome che James Holly le ha procurato in anni di batoste sui ring dell’America intera.

 

Fragomeni, coraggio e amore. Così la boxe l’ha aiutato a vivere

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La Doria era al numero 6 di via Mascagni. L’ingresso in un cortile con tanti palazzi attorno. Era la vecchia sede del partito comunista. Alla fine della discesa c’era un meccanico, la porticina a fianco era quella della palestra. Dopo un piccolo corridoio, una porta stile saloon introduceva nella sala con il ring sulla sinistra, sulla destra un’altra porta che conduceva nell’ufficio. Gli spogliatoi avevano tre docce e un bagno alla turca. Roba rudimentale, vecchia.

Alla destra del ring c’erano quattro sacchi. Il pavimento era di un triste linoleum verde. Le ragnatele costituivano il patrimonio culturale della palestra, guai a chi le toccava.

C’era odore di sudore, di olio per i massaggi. Manifesti di vecchie riunioni con le foto dei pugili di una volta. I finestroni affacciavano sul cortile piccolino. Un orologio scandiva il tempo della fatica sulla parete sopra il ring.

«Quando sono entrato in palestra c’era tanta gente che faceva ginnastica nella saletta, energumeni tutti tatuati che picchiavano il sacco. Quando ho aperto la porta dell’ufficio avevo il cuore che andava a tremila all’ora. Ho subito visto “il nonno” e mi è tornato in mente com’ero arrivato fin lì. Me ne stavo sul tram e vedevo sempre questo ragazzo con la borsa della palestra Doria Totip. Io all’epoca pippavo. Il tram era il 15: lo chiamavo la Freccia del Sud. Andava verso Gratosoglio, Rozzano. Era il mezzo che ci collegava con l’altro quartiere. Lì si andava a picchiare, a fare i deficienti, a cuccare le ragazze degli altri, insomma a fare casino. Ero uno che non parlava mai. Aprivo bocca solo quando mi chiedevi qualcosa. Nella mente avevo solo cattivi pensieri. Non ce la facevo, morivo. Non avevo futuro, non avevo presente, cercavo di sopravvivere e basta. In testa un chiodo fisso: smettere di fare quella vita lì. Ma adesso ero nell’ufficio di Ottavio Tazzi, il maestro. Ero bloccato, non sapevo cosa fare. Mi sono presentato. Credo di essergli piaciuto subito. Ho cominciato ad allenarmi. Mi ricordo benissimo cosa mi ha risposto un attimo dopo che gli ho chiesto di fare il pugile.

“Sei un grassone, dove vuoi andare?”.

tazzi

Il nonno mi guardava e vedeva un ciccione di 120 chili. In tre mesi ero sceso a 90. Altri due mesi ed ero arrivato a 81. In palestra nessuno mi cacava, c’erano tanti pugili, dovevi dimostrare di valere. Io lo facevo per stare bene, per tirarmi fuori da tutto. Quando arrivava il nonno a dirmi una frase obbedivo e andavo avanti così fino a quando non arrivava a darmi un altro ordine. Sapevo che era una figura forte della palestra, sapevo che dovevo seguirlo. Ero schivo, me ne stavo sempre solo. Avevo grande rispetto nei suoi confronti. Quello che diceva per me era la bibbia. Era nato un rapporto forte, mi sono impegnato e loro hanno voluto provare. Sul ring ero un disastro, botte da orbi. La prima volta che ho fatto i guanti ho provato una grande emozione. Ho preso dei colpi, ho chiuso gli occhi, girato la testa.

“Giaco, devi guardare, altrimenti prendi più botte”.

Ascoltavo sempre il nonno. Mi diceva: “Devi combattere”, e io non chiedevo niente. Imparavo a fare la boxe. Un match alla settimana. Ai tempi c’era Tyson, e Sirtori, l’aiuto di Tazzi, mi ripeteva: “Fai come lui”.

Continuavo a frequentare gli amici, ma senza fare niente. Andavo ai concerti dei metallari, musica forte. Nel saltare, uno parte e mi dà una gran botta. Mi rompe il naso. Il lunedì in palestra non ho detto niente, ci sono andato anche se avevo il setto nasale fratturato. Ogni colpo che prendevo, scendevano giù i lacrimoni, avevo gli occhi neri.

L’esordio l’avevo fatto con Ruocco a Savona, da mediomassimo. Me ne stavo seduto nello spogliatoio. Sirtori era nervosissimo. “Vuoi stare fermo, devo combattere io, mica

tu”. Ho vinto per squalifica, l’altro portava solo ciabattate».

….

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«Patrizio mi ha visto combattere a Chicago in una sfida Campania-Stati Uniti. Io non c’entravo niente, ma Aurino aveva rinunciato ed ero l’unico che in quel momento potesse

sostituirlo. Lui ha capito subito che c’era del buono in me. E mi ha portato in nazionale. Con Oliva al fianco il 26 maggio 1998 ho vinto a Minsk l’europeo dilettanti. Ho battuto un bielorusso a casa sua e davanti al suo presidente della Repubblica.

Ero sempre in trasferta, lontano da Milano. Preso l’oro ho chiamato casa.

“Sono campione d’Europa”.

Mamma e Tazzi si sono commossi, sono scoppiati a piangere tutti e due.

Mamma ha parlato con Ottavio.

“Stagli sempre dietro. Mio figlio è buono e coglione”.

Piangevano.

Mi hanno detto che mamma guardava mille volte la cassetta dell’europeo, la metteva sempre ad alto volume. Avevamo vissuto brutte storie. Io con il pugilato ero diventato un po’ famoso nel quartiere. Quando andava a fare la spesa sembrava un pavone, era orgogliosa di me. Faceva fatica a fare cinque piani di scale, aveva l’affanno, ma si sentiva felice. E io ero contento di essere la causa di quella felicità. Con i primi soldi le ho comprato la lavatrice. Era

enorme. Lavava e asciugava, lei si è incazzata perché consumava troppa corrente.

….

mondiale

La sera del mondiale contro Kraj la tensione in giro è alta.

Lui è tranquillo.

Patrizio è tranquillo.

Negli spogliatoi Giaco fa entrare tutti gli amici della palestra Doria. Un po’ dentro, un po’ fuori. Poi quando sta per toccare a lui, fa uscire tutti. Si sposta in un lato del locale, finisce il riscaldamento dove non c’è nessuno, lontano dalla confusione.

Lo chiamano, torna in indietro, indossa l’accappatoio, bacia Tazzi “il nonno”, parla con Patrizio. È pronto per cominciare.

Il match va come sempre l’ha sognato.

«Lo pensavo più forte, più potente e più bravo. L’ho incalzato subito. Lui mi dava l’impressione che stesse per cedere da un momento all’altro, poi portava i colpi con tutto il peso del corpo. Tirava dei destri che se non avessi avuto le mani su, sarei finito ko. Stavo schivando, si era spostato anche lui, ci eravamo toccati. Non me ne ero accorto. Avevo sentito una gran botta, mi ero ferito. Uno squarcetto. Mica mi fermeranno per uno squarcetto? Il dottor Sturla non era dello stesso avviso.

“Fermiamo”.

Che avevo vinto l’ho saputo da Patrizio.

“Giacobbe, ce l’hai fatta!”

Si era inginocchiato e me l’aveva ripetuto tre volte.

Quando mi avevano alzato il braccio avevo provato l’emozione più bella della mia vita. Avrei voluto piangere subito, avevo pensato: “Lassù qualcuno mi ama”.

Il pensiero era andato alla mamma, a mia sorella, al mio papà. Crescendo, andando avanti, ci avevo pensato e ripensato. Non era una scusa. Se si era comportato così era perché evidentemente dentro di sé stava davvero male e quello era l’unico modo per sfogarsi. Sono fatto così, perdono tutti.

Mi sarebbe piaciuto averli tutti lì assieme. Pensavo: che figata!

Se fossero stati qui, io sarei stato con loro e si sarebbe sistemato tutto. Se fossi stato più grande quando il mio papà stava male, magari sarebbe finita diversamente.

Chissà cosa avrebbe detto la mamma nel vedermi campione del mondo! Sarebbe svenuta, avrebbe rischiato di morire dalla gioia. Nessuno sarebbe riuscito a fermarla, avrebbe camminato volando a venti centimetri da terra.

Come avrebbe reagito la Mary? Come la mamma, uguale.

E papà? Non lo so, a questa domanda non so proprio rispondere.

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(estratti da un racconto su Giacobbo Fragomeni pubblicato nel libro “Non fare il furbo, combatti” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free. In libreria e nei maggiori siti di distribuzione online. Disponibile anche in eBook)

Valdez, il colombiano che affrontò con lo stesso coraggio gli squali e Monzon

1

Trentanove anni fa Monzon affrontava Valdez in quello che sarebbe stato l’ultimo match della carriera. Una sfida fatta di pugni, lacrime, sangue e amore.

Il destro di Rodrigo Valdez era arrivato secco e traditore nel corso della seconda ripresa. All’inizio sembrava solo un serpente che strusciava sopra il sinistro proteso del campione. Sembrava un colpo lento, non letale. E invece era arrivato veloce come un fulmine, aveva anticipato il destro di Monzon e quando aveva centrato il mento non aveva lasciato all’argentino neppure il tempo di pensare.
Era il 30 luglio del 1977, il ring era quello dello Stadio Louis II di Monaco, nel Principato di Montecarlo.
Rodrigo Valdez era un colombiano di Cartagena de Indias. Capelli ricci e folti, naso schiacciato, labbra carnose, fronte alta e sguardo triste.
“El gran problema fue que, cuando Valdez me tiró, vi la piña, pero no tuve la rapidez de reflejos como para evitarla. Y después, cuando me vi la cara en los vestuarios y me vi lastimado, me dije a mi mismo que a Monzón nadie lo lastimaba. Y por eso me fui”. Il colpo lo aveva visto partire, ma non era stato abbastanza rapido da evitarlo e quando si era specchiato nello spogliatoio aveva visto una faccia segnata dai pugni del rivale. Non avrebbe permesso più a nessuno di ridurlo così.
Monzon aveva toccato per un attimo il tappeto con il ginocchio, per fermare la caduta si era piegato in avanti e aveva poggiato leggermente i guantoni a terra. Voleva tirarsi su il più in fretta possibile. Il diretto destro di Rodrigo “Rocky” Valdez lo aveva svegliato, scosso. Ma soprattutto, lo aveva fatto imbestialire. Urlavano tutti nell’arena. Quelli di bordo ring sembrava volessero salire anche loro lassù, a picchiare o a essere picchiati.
“Stendilo Rocky, metti giù quella bestia argentina!”
“Dai Rocky, picchialo. Non fermarti, picchialo a sangue!”
Meno di due secondi e Carlos Monzon era di nuovo in piedi, pronto a rituffarsi nella lotta. Il sinistro riprendeva a fare il suo lavoro. Bum, bum, bum. Solo jab, ma pesanti come macigni.

2

Alla vigilia del mondiale medi Valdez aveva cercato di isolarsi, non voleva distrazioni. Sentirsi così vicino al momento in cui qualsiasi miracolo poteva esser realizzato lo aveva però reso più vulnerabile, meno diffidente. E in una bella serata d’estate si era lasciato andare.
“Ero piccolo, vivevo ancora a Cartagena, in Colombia. Ero un bambino, ma già andavo a pescare al largo con quelli più grandi. Avevo imparato a convivere con il vento, la furia del mare, anche i tifoni facevano ormai parte della mia vita. Per pescare usavamo la dinamite. Un gran botto e poi tutti noi dovevamo muoverci con grande velocità per raccattare quanto più pesce possibile, prima che arrivassero gli scafi della polizia portuale. Non avevo paura di essere scoperto. Non avevo paura di lottare per tenere lontani gli squali, figuratevi se potevano spaventarmi quei signori in divisa. Come potrei avere paura oggi di un altro pugile che può usare solo le mie stesse armi? Era dura a quei tempi, per molti lo è ancora oggi. I bambini giocavano in strade di fango, erano scalzi e denutriti, si muovevano in mezzo a topi, cani randagi e maiali. Imparavi presto che se volevi sopravvivere, dovevi batterti. Poi, a 16 anni, dopo mesi di boxe a pugni nudi sulla spiaggia, mi hanno offerto sette pesos per un match vero, contro un vero pugile. Ho fatto salti di gioia e ho cominciato a correre con la fantasia. Sono stati tre round di battaglia selvaggia, alla fine è arrivata la vittoria. Quell’incontro ha rappresentato l’inizio di una nuova vita”.
Il mare gli aveva dato da mangiare nei giorni della povertà, ma gli aveva anche portavo via il papà. Uscito per una battuta di pesca e mai più tornato. Un ricordo straziante aveva accompagnato l’intera vita di un ragazzo che era stato costretto a crescere troppo in fretta. E quell’espressione eternamente triste del viso era lì a testimoniare che non avrebbe mai dimenticato.
Le mani del colombiano erano leggere, nervose, elettriche. E avevano appena mandato al tappeto il campione del mondo. Ora doveva solo chiudere la storia nel minor tempo possibile.

3

Ma il sinistro di Monzon aveva ricominciato a fare disastri. Era un belva Carlos. Quei diretti facevano così male. Martellavano il volto di Rocky. Dopo cinque round la faccia del colombiano era una maschera di sangue, sembrava che un aggressore pazzo lo avesse preso a rasoiate. La ferita appena sopra l’occhio sinistro era grande e slabbrata. Era proprio quello il pericolo maggiore, a fine match sarebbero stati necessari dieci punti di sutura per chiudere lo spacco.
“Stai andando bene Carlos. Continua così, tienilo lontano col sinistro. Fagli sentire la pesantezza del jab. Il destro mettilo dentro solo quando sei sicuro”.
“Amilcar, la mano mi fa male”
“Il sinistro Carlos, poi se lui si scopre piazza anche il destro”
Valdez nel settimo e ottavo tempo si era ripreso e lo aveva messo in difficoltà. Era necessario che il diretto destro del campione ricominciasse a fare per intero il proprio lavoro. E così era stato. Due riprese di autentica punizione per lo sfidante, soprattutto la decima in cui era stato sballottato da una parte all’altra del ring.

4

Dopo il gong, Carlos Monzon si era trascinato lentamente verso l’angolo. Strusciava le scarpette sul tappeto, ma aveva il busto eretto. Non doveva offrire alcun vantaggio all’altro. Appena seduto sullo sgabello aveva parlato con Amilcar Brusa.
“Mi sono rotto la mano destra, non so se riuscirò più ad usarla”
“La destra non ti serve, ti basta continuare a centrarlo col sinistro”
“Ti ho detto che mi fa male!”
“E io ti ho detto che puoi batterlo con una mano sola”
Anche all’altro angolo la situazione non era poi così tranquilla.
“Gil, non vedo. Come sta il mio occhio?”
“Rodrigo, l’occhio è messo male, devi provarci”
Gil Clancy sapeva che il tempo per recuperare era poco. Aveva fatto un miracolo con la ferita, ora non sanguinava più. Rodrigo Valdez poteva provare a vincere. L’altalena non aveva fine, il colombiano tornava a sperare. Ma Carlos era un macho vero. Se era necessario soffrire, l’avrebbe fatto.
L’ultima ripresa era una sfida senza più regole. Quando il gong chiudeva il match, entrambi alzavano le braccia convinti di meritare il trionfo.
L’annunciatore avvicinava il microfono alla bocca. Poi, lentamente, leggeva il verdetto.
“I cartellini. Roland Darkin, arbitro e giudice, 144-141 per Monzon; Kurt Halbach 147-144 per Monzon; Mario Poletti 145-143 per Monzon. Vince, con decisione unanime, e resta campione del mondo per il World Boxing Council e la World Boxing Association, Carlos Monzon”.

5

L’argentino non ce la faceva neppure a esultare. Si appoggiava alle corde e chiamava a gran voce Tito Lectoure che sedeva nelle prime file di bordo ring.
“Ahora sì, Tito.. Nunca mas… Esta fue mi ultima pelea”.
Monzon rientrava velocemente nello spogliatoio, si guardava allo specchio e vedeva qualcosa che non gli piaceva. Le ferite, il viso gonfio. Non era mai andato così vicino alla sconfitta. E questo proprio non riusciva a sopportarlo.
Abel aveva undici anni. Era entrato lentamente nello spogliatoio, si era avvicinato al lettino dove il papà era steso in cerca di un minimo recupero.
“Quando sei andato al tappeto ho pianto”
“Nella vita ognuno di noi può finire giù più di una volta, l’importante è che sia sempre in grado di rialzarsi”
E con quella frase pensava di aver chiuso la questione. Aveva appena spiegato ad Abel come come doveva comportarsi un vero uomo. Ma il ragazzo insisteva.
“Dimmelo papà”
“Cosa?”
“Che non combatterai più”
“Abel, nunca mas… Esta fue mi ultima pelea”

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(da “Monzon, il professionista della violenza” di Riccardo Romani e Dario Torromeo. Edizioni Absolutely Free. In libreria e nei maggiori siti di distribuzione online. Disponibile anche in eBook)