Alex Krunic, la piccola serba fa miracoli

Tennis: U.S. Open-Kvitova vs Krunic

BOBO Zivojinovic è stato il primo a regalare un attimo di popolarità al tennis serbo. Eravamo negli anni Ottanta. Toccava a Croazia e Slovenia creare tennisti. La Serbia era terra di giocatori di pallanuoto, pallavolo, calcio o pallacanestro.

Ma non andate a cercare una data o un nome: non esiste il grande giorno della svolta.

Quello che vedete oggi viene dal fango” diceva Janko Tipsarevic, classe ’84 e faccia da Gattuso. Erano i tempi in cui aveva appena messo il naso nello sport che conta e raccontava come fossero state le sofferenze di una guerra terribile ad avere generato atleti pronti a lottare fino all’ultima goccia di fatica.

Per arrivare in alto erano dovuti andare tutti all’estero.

Novak Djokovic aveva 12 anni quando ha raggiunto Niki Pilic in Germania, ne aveva qualcuno in più quando è stato con Riccardo Piatti in Italia.

Jelena Jankovic era dovuta emigrare a Bradenton, Florida, da Nick Bollettieri.

Ana Ivanovic ha avuto il primo sponsor a Basilea e si è spesso allenata a Barcellona.

I maestri venivano fuori dai confini, come i soldi degli investitori.

Le cose non sono poi cambiate di molto. L’ultima protagonista dell’ondata serba non è neppure di quelle parti.

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Alexandra Krunic è nata a Mosca 21 anni fa, da Bratislav e Ivana andati lassù per finire gli studi universitari. Ora lei vive a Belgrado, ma mamma e papà sono sempre in Russia dove gestiscono una grande compagnia elettrica. Con loro vive Anastasia, l’altra figlia, che studia disegno.

Ha cominciato a giocare da quando aveva sette anni. Si è allenata allo Spartak Tennis Club, quello in cui sono cresciute Dementieva, Myskina, Safina, Kournikova. Ho reso l’idea?

Alexandra, che dagli amici si fa chiamare Alex, studia alla Singidunum University di Belgrado dove a fine anno spera di laurearsi in economia. Intanto gioca a tennis e sabato 30 agosto ha eliminato Petra Kvitova, 4 del mondo, agli US Open. Una che quest’anno ha guadagnato quasi quattro milioni di dollari ed ha superato abbondantemente i 15 in carriera. Alex? Da quando ha cominciato a giocare il suo prize money totale è arrivato a 235.605$…

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Vederle vicine faceva tenerezza. La ceca è sedici centimetri più alta e decisamente più in carne. A sottolineare le differenze c’è poi la loro storia sportiva.

Alex è una qualificata che in carriera ha vinto i due unici match giocati nel tabellone principale di uno Slam, questo. La Kvitova ha vinto due edizioni di Wimbledon.

La serba è una ragazza tosta. Non ha grande fisico, 1.67 di altezza e un corpo senza un filo di grasso. Non può competere sul piano della potenza con le gigantesse di oggi. Ma sfrutta quello che ha nel suo repertorio.

Le bombardiere sparano colpi con tutta la forza che hanno in corpo, ma appena trovano una che riesce a reggere botta ed è capace di cambiare ritmo e variare il tema tattico, precipitano in un burrone da cui non riescono più a risalire.

Lei è veloce di gambe, rapida negli spostamenti. Ha tocco e sa gestire la partita. Pallonetti e smorzate fanno parte del repertorio e sono stilettate per chi conosce un unico modo di giocare. Sempre quello.

Probabilmente non arriverà ai vertici ma si prenderà le sue soddisfazioni uscendo presto da quel numero 145 della Wta che occupa adesso, quinta giocatrice nel ranking serbo…

Merita attenzione la ragazza. Non solo per come gioca, ma per come si muove fuori dal campo.

Le piace leggere, studiare. È un’appassionata di psicologia e criminologia. Si porta dietro i libri in ogni parte del mondo.

È poi è allegra.

Sembra proprio che ci sia qualcosa che non va in lei: in un mondo che fatica a sorridere in pubblico, non si vergogna di una battuta, di uno scherzo. Ne ha raccontato uno proprio dopo la vittoria più importante della vita, quella che l’ha portata al quarto turno dell’ultimo Slam dell’anno.

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Prima di affrontare Madison Keys sono entrata di corsa in palestra e ho cacciato Djoko che si stava rilassando. Ho fatto la stessa cosa dopo il successo su Petra. Mi porta bene, sento di avere fortuna…

Djoko è Novak Djokovic che le ha risposto così.

Spero di essere cacciato sino alla fine del torneo…

Sa stare al gioco l’uomo che spera di riprendersi a breve il numero 1 del mondo. È un tipo a cui piace uscire dagli schemi. Alla fine della sua conferenza stampa dopo la vittoria su Sam Querrey ha guardato i giornalisti con quegli occhi di fuoco che dicono più delle parole e ha introdotto una cara amica.

E’ un prodogio, una futura star. Questa è un’esperienza importante per lei. Per favore fatele una domanda. Si chiama Zia e ha nove anni, è una musicista di talento.”

La ragazzina è arrivata, leggermente intimidita, magra e con un sorriso contagioso.

“Che strumento suoni, Zia?”

La chitarra.”

“Hai anche scritto delle canzoni?”

Ne ho pronte cinque.”

“Ne canteresti una?”

Non l’ho mai fatto senza la mia chitarra, ma ci proverò.

E ha cantato. Un canto dolce, melodioso.

La canzone si intitolava “Sole africano” ed era un messaggio di speranza per i bambini di quelle terre.

Poi Zia e Djoko si sono abbracciati.

Lui è così. Alexandra Krunic gli vuole bene. Sa che non potrà arrivare ai suoi livelli, ma non è per questo che gli vuole bene.

Alex ha testa e gambe. E soprattutto un tennis che non annoia. Una rarità ai giorni d’oggi. Non deve certo vincere gli US Open per farmi entrare tra i suoi tifosi…

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Un match, mille stranezze. Tutto in una notte

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UN MATCH incredibile, una sfida in cui accade di tutto.

La boxe non finirà mai di stupirmi.

Il 16 agosto al Coliseo Hector Sola Bezares di Caguas, Portorico, si affrontano Roberto “Azabache” Castaneda (a sinistra nella foto) e Josè “Wonder Boy” Lopez per il titolo FECARBOX Wbc dei supergallo.

Ora io mi chiedo: come è possibile che un messicano (affiliato alla Federazione nordamericana) e un portoricano (affiliato alla Federazione caraibica) possano sfidarsi per un titolo del Centro America? È un po’ come se uno nato e Firenze e tesserato per la Toscana e uno di Napoli tesserato per la Campania si battessero per il titolo regionale siciliano.

L’arbitro si chiama Roberto Ramirez sr. Sulle spalle e sulle braccia porta la sponsorizzazione della Telmex: la maggiore compagnia telefonica messicana. Mi chiedo il perché e scopro che la Telmex è uno dei principali donatori del fondo che raccoglie i soldi che andranno a garantire pensioni ai pugili, fondo gestito dal Wbc tramite una società che ha sede nel Nevada. Almeno questo è chiaro.

I giudici sono Cesar Ramos, Josè Roberto Torres e Carlos Colon.

Tutti e quattro, arbitro e giudici, sono portoricani. Mi chiedo: quale garanzia di imparzialità potrà esserci in una giuria totalmente composta da connazionali di uno dei due protagonisti? Sembra che sia la prassi per risparmiare sui costi dei biglietti aerei e sul pagamento degli alberghi. La riunione era organizzata dalla Top Rank…

Il titolo si svolge sulla distanza delle 8 riprese. Perché non 12 o (con delega speciale) 10 come da regolamento? Qui è più difficile trovare una risposta, le federazioni locali godono di eccessiva autonomia e spesso vanno per una strada diversa da quella maestra.

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Primo round.

Cinque atterramenti in un minuto e 36 secondi!

Va giù lo sfidante messicano Castaneda dopo 1:24, va al tappeto per quattro volte il campione portoricano Lopez (foto) a 1:51, 2:14, 2:38, 3:00.

Il Wbc non ha nel regolamento il ko automatico dopo tre knock down, fermare il match è a discrezione dell’arbitro.

Il gong suona un decimo di secondo dopo il quarto kd di Lopez. Ma la campana, sempre dalle regole Wbc, non ferma il conteggio. Stavolta però è accaduto qualcosa di molto strano. In quarant’anni di boxe non l’avevo mai visto.

Lopez va giù, si rialza e aiutato da uno dei secondi va a sedersi al suo angolo. A quel punto l’arbitro scansa Gerardo Sanchez jr che sta aiutando il suo pugile a riprendersi e comincia il conteggio del portoricano che è seduto sullo sgabello!

Pazzesco.

Credo che questo possa essere considerato un errore tecnico, l’unico motivo per cui si possa cambiare un verdetto.

Il Wbc consiglia il cronometrista di non suonare il gong se uno dei due pugili è al tappeto. Vista la quasi contemporaneità dei due eventi, non me la sento di dargli colpe. Ma le regole dicono anche che l’arbitro deve contare immediatamente il pugile finito kd, accertarsi che sia in grado di continuare e solo dopo la fine del conteggio e  il suono della campana permettergli di raggiungere l’angolo. Nessuno può aiutare il pugile prima che la ripresa sia chiusa.

Il signor Roberto Ramirez sr permette invece che Lopez raggiunga l’angolo grazie all’aiuto di uno degli uomini del suo clan, soltanto dopo e in maniera perlomeno singolare fa scattare il conteggio.

Il match ha altri due knock down: nel secondo e nel terzo round ad andare al tappeto è Roberto Castaneda che alla fine delle otto riprese perde la sfida per Majority Decision: un pari e due cartellini per Lopez (a sinistra nella foto sotto).

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La storia finisce qui? Non conoscete la boxe.

Il giorno dopo il giudice Cesar Ramos (il cui cartellino riporta 74-72 per Lopez) accusa il commissario di riunione Josè Toto Penagaricano di condotta impropria e illegale durante la riunione. In pratica lo accusa di avere cambiato il suo punteggio in occasione del primo round del campionato.

Il commissario di riunione reagisce sdegnato e chiede la squalifica a vita del giudice.

Il clan di Castellaneda chiede che il verdetto sia trasformato in no contest (in realtà avrebbe dovuto chiedere la trasformazione in no decision, essendo il match stato portato a termine, ma non voglio fare il pignolo…).

Ramon Orta, segretario dello Sport di Portorico nomina l’avvocato e professore di diritto Hiram Morlaes quale esperto che dovrà decidere sul caso.

Ci sono molti interrogativi in questa storia che da sola riassume tante delle contraddizioni che stanno minacciando il pugilato.

La gestione degli eventi minori è spesso affidata a federazioni che li gestiscono con ampia libertà di interpretazione. E questo alla fine lo pagano tutti, perché è la credibilità generale di questo sport a venire messa in discussione. Sia che si disputi un campionato del mondo che sul ring ci si batta per un titolo della FECARBOX…

P.S. Ringrazio Marco Bratusch per avermi fornito il filmato del match (http://youtu.be/RY0WJhzQf60).

 

 

Calcio, si comincia. E il pallone è sgonfio…

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SI APRE la nuova stagione e il calcio è in emergenza continua. Il pallone è sgonfio.

I Mondiali in Brasile hanno testimoniato la nostra crisi tecnica ed esaltato la forza della Germania. Un risultato facilmente pronosticabile se si fosse analizzato il movimento che c’era dietro i due universi.

In Italia lo sport del pallone è in piena crisi. Sono sette anni che le società continuano ad accumulare perdite, fino ad arrivare a un indebitamento netto di 1,5 miliardi di euro. E il futuro non genera certo ottimismo. La nostra Serie A non è più considerata appetibile per gli investimenti da chi ha a disposizione ingenti risorse finanziarie, a parte sporadiche eccezioni (Roma e Inter).

Gli sceicchi hanno preferito Francia e Inghilterra. Al Paris St Germain in tre anni hanno realizzato +400% di ricavi. Da noi non sarebbe stato possibile.

La sponsorizzazione globale delle venti squadre del campionato non arriva a 90 milioni di euro, in Inghilterra supera abbondantemente i 200.

Sette società (Cesena, Fiorentina, Genoa, Lazio, Palermo, Sampdoria e Roma che per l’esordio contro la Fiorentina avrà @SkySport sulla maglietta) aprono la stagione senza il contratto firmato con uno sponsor principale. Premier League, Bundesliga e Ligue 1 hanno il 100% di copertura. Nella Liga solo Valencia e Levante non hanno il main sponsor.

Per mettere il marchio sul campionato Tim ha pagato meno di 16 milioni di euro. Barclay ne ha versati 63 per la Premier.

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È arcinoto come il calcio italiano sopravviva grazie ai diritti televisivi. Rappresentano mediamente il 60% delle risorse. Quest’anno hanno quasi triplicato gli introiti: 572 milioni da Sky e 373 da Mediaset per il triennio 2015-2018: una media di 315 a stagione. Ma ancora molto lontani da 908 milioni della Premier.

Un interessante studio è stato pubblicato da Deloitte Football Money League 2014. Uno sguardo ai primi venti club sotto il profilo degli introiti ci permette di capire quanta e quale sia la differenza tra l’Italia e il resto del mondo.

Nella Top 20 ci sono sei squadre inglesi, quattro italiane (Juventus, Milan, Inter e Roma) e altrettante tedesche, tre spagnole, due turche e una francese. Ma è soprattutto il modo in cui raggiungono il fatturato che rivela il problema.

Il Real Madrid è in testa agli incassi annuali con 518,9 milioni di euro: 23% dal botteghino, 36% dai diritti Tv, 41% dal commerciale. La Juventus che è nona divide così i suoi 272,4 milioni di euro: 38% botteghino, 61% diritti tv e 25% commerciale. Ed è una delle squadre che in Italia può contare di più su biglietti e abbonamenti.

In Inghilterra il Manchester United ha firmato un accordo decennale con l’Adidas per un totale di 941 milioni di euro. La stessa società ne paga 30 a stagione alla Juventus e 20 al Milan.

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Non si riesce a rendere forte il brand neppure nei momenti di massimo splendore. Il caso dell’Inter del triplete di Mourinho è esemplare.

Il marketing in Italia è frenato anche dalla tolleranza del taroccamento. Impensabile replicare l’esempio del Real Madrid che dopo l’acquisto di James Rodriguez ha venduto in una settimana 15 milioni di magliette con il suo nome. Da noi si trovano nelle bancarelle, per strada, in negozi senza alcun contatto con le società. Ovunque insomma. La protezione del marchio è inesistente.

In Germania le società contano sui diritti tv per il 29%, la parte portante dell’economia è retta dalla vendita di abbonamenti e biglietti che raggiungono una media partita di 43.004, con l’eccezione del Borussia Dortmund che è su quote fantastiche: 80.000 (43% del fatturato)!

I ricavi da botteghino in Italia ballano attorno all’11% del bilancio. Negli ultimi cinque anni c’è stato un calo del 9% con una leggera crescita nell’ultima stagione. Nel 2008-09 la media spettatori era di 25.779, nel 2013-14 è stata di 23.365.

Prima di noi vengono Germania (43.004), Inghilterra (36.589), Spagna (27.679).

Molte le ragioni di questa disaffezione. Al primo posto lo sviluppo delle pay tv che consentono di vedere la partita comodamente seduti sul divano di casa.

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Gli stadi sono vecchi, il 50% ha più di sessant’anni. Sono inutilmente grandi. Molti riescono al massimo a riempire il 50% della capienza, quando le cose non vanno peggio e ci si assesta al 20%.

La Juventus ha trovato la soluzione costruendo il proprio stadio, la Roma ci prova. Il Cagliari lo scorso anno era itinerante e ha registrato una media spettatori attorno ai 4.000…

Il crollo della vendita degli abbonamenti è un segnale inquietante anche per il futuro: -75% la Lazio, -66% il Napoli. Ne ha persi ottomila anche il Milan, tradizionalmente legato a doppio filo con la tifoseria. Solo Roma, Atalanta e Torino possono gioire su questo fronte.

La difficoltà nel raggiungimento dell’impianto, la mancanza di parcheggi, la scomodità dei posti sono tra le cause della disaffezione. Poi c’è la brutta visibilità delle fasi di gioco. Molti dei nostri stadi sono circondati da una pista di atletica da sei a nove corsie. Questa allontana lo spettatore, lo costringe all’uso del canocchiale soprattutto se si trova in una delle due curve.

Da qualche anno si è aggiunto un altro fattore negativo. La violenza. Ma soprattutto l’impunità che sembra esserci in quel terreno di nessuno che è lo stadio e nel territorio che lo circonda.

A giustificare il calo di spettatori c’è poi il calo del livello qualitativo del campionato.

Il calcio italiano mi sembra la pubblicità dei sonniferi. Non può essere divertente una partita giocata per non perdere, non può essere eccitante una gara senza fuoriclasse. Mi accontenterei di vederne uno per squadra.

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Dove sono Maradona, Del Piero (foto), Van Basten, Platini, Batistuta, Ronaldo, Ibrahimovich, Baggio, Zidane, Falcao, Rivera, Riva, Mazzola?

I calciatori si sono adattati a un colore grigio anonimo, in campo e fuori. Mancano personaggi con una personalità forte, uomini che sappiano regalare emozioni anche con le parole. In partita quelli che azzardano un dribbling sono rarità assolute e vengono visti con sospetto. È bastato l’innesto di Gervinho a scatenare il panico. La tattica è la nuova dominatrice. E tutto rimane prigioniero di formule magiche.

C’è paura di osare. Non solo con il modulo, ma soprattutto con l’innesto di giovani talenti. Sono rari gli Under 20 messi in campo nel nostro campionato che è il più “anziano” del Vecchio Continente. Guai a fare giocare giovani italiani.

“Non sono pronti”, “Meglio vadano a fare esperienza altrove”, “Troppe responsabilità.” Meglio comprare stranieri, anche se scadenti: l’anno scorso erano quasi il 54% del totale dei giocatori. Lazio e Inter ne avevano l’80%! In Liga la media è 38%, in Germania 46,8%. Solo l’Inghilterra ci supera con il suo 67%. Ma lì sono considerati stranieri gallesi, nordirlandesi e scozzesi…

Da noi meglio gli stranieri, costano meno e si trattano con più facilità.

I migliori del nostro campionato vanno fuori. Da tre anni perdiamo sistematicamente il capocannoniere: Cavani, Ibrahimovic, Immobile. Non arrivano altrettanti campioni, anzi.

E alla fine si paga il conto. Nelle Coppe come al Mondiale.

Nella Liga hanno Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid. Basta vederle giocare per capire quanto possa essere ancora divertente il calcio. Nella Premier League ci sono Chelsea, Liverpool e Manchester City e lo spettacolo è assicurato ogni settimana. Il dominio del Bayern di Guardiola e la forza del Borussia dicono molto sulla forza della Germania. In Francia ci sono Paris St Germain e Monaco a riscuotere consensi.

EUROPA LEAGUE

In Italia, escluse la Juventus di Conte e la Roma di Totti (foto), ci si annoia. E così le tribune presentano larghi vuoti.

Questo è il calcio che sta per cominciare, profondo rosso senza neppure intravedere la luce alla fine del tunnel. Anche perché per tirarci fuori hanno nominato un presidente inadeguato e un vicepresidente che era dimissionario.

È l’Italia bellezza…

 

 

Portiere per caso regala dieci milioni

BULGARIA SOCCER UEFA CHAMPIONS LEAGUE

RAZGRAD, nord est della Bulgaria.

Stadio del Ludogorets pieno, ottomila persone sognano la prima volta in Champions League.

Si giocano i preliminari e la squadra di casa affronta lo Steaua Bucarest.

I rumeni hanno vinto la partita di andata 1-0.

Novantesimo minuto. Il sogno è sempre vivo, ma la realtà dice che i bulgari ancora non hanno segnato. Angolo, tiro al volo di Wanderson, gol. Si va ai supplementari.

Nulla di fatto sino al 119’ quando Fernando Varela ha nei piedi la palla per regalare la qualificazione allo Steaua. Il portiere del Ludogorets, Cladislov Sotyanov, entra a valanga e lo stende fuori dall’area. L’arbitro Alberto Undiano Mallenco decreta punizione ed espulsione. I bulgari hanno già fatto le tre sostituzioni.

bulgaria

Cosmin Moti è un centrale di difesa, è arrivato a Razgrad tre anni fa e ha un ingaggio di 200.000 euro a stagione. Il 3 dicembre festeggerà 29 anni. È nato a Resica, in Romania. Ha giocato per sette anni con la Dynamo, la grande rivale dello Steaua. Per lui è una sorta di derby, se sarà una favola o un dramma lo saprà solo a fine partita.

Nel 2008 sembrava dovesse venire alla Lazio, il presidente Lotito era andato a trattarlo. L’accordo non era stato chiuso e il giovanotto era finito in prestito al Siena. Quattro partite appena, dopo cinque mesi era tornato a casa.

Tosto, reattivo, buon colpitore ha nel suo curriculum anche cinque presenze in nazionale rumena. Ora però è dall’altra parte della sponda, con una squadra bulgara.

Il Ludogorets è una società giovane, nata nel 2001. Ha preso il nome dalla zona in cui gioca: la regione delle foreste selvagge. È stata rivale della Lazio nell’Uefa Cup 2013-2014, l’ha anche eliminata: 1-0 all’Olimpico. 3-3 in casa. Tra le due squadre il rapporto è decisamente buono e il club di Lotito ha fatto un regalo ai bulgari il cui soprannome è “Le Aquile”. Così a Razgrad è arrivata Fortuna: una vera aquila. La gemella di Olimpia, la mascotte dei biancocelesti.

Moti ha preso i guanti e la maglietta numero 91 da Ivan Cvorovic, il portiere di riserva, ed è andato in area di rigore per il momento decisivo della sfida.

Un’intera città, trentatremila abitanti, sulle sue spalle.

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È lui a tirare il primo penalty. Gol.

Koseru pareggia.

Wanderson, l’uomo gol della partita, sbaglia.

Tocca a Pruvlescu. Moti si muove sulla linea, salta, si agita. Il calciatore dello Steaua tira angolato sulla destra. Il “portiere per caso” vola e devia. Primo rigore annullato, Ludogorets di nuovo in gara.

Hamza segna.

Szukola pareggia.

Vanno in gol anche Junior Calcara e Dyakov per i padroni di casa. Popa e Prepulita per i rivali.

Da questo momento il primo vantaggio significa la qualificazione.

Tira Fabio Espinho, gol.

Sul dischetto Râpă. Ottomila spettatori urlano, imprecano, pregano e sognano. Moti comincia un balletto sulla linea di porta. È lo stesso rituale con cui Bruce Grobbelaar innervosiva il rivale in un momento di massima tensione.

La gente urla, l’arbitro fischia, Cosmel Râpă parte e calcia di destro. Muti si accartoccia e blocca il rasoterra (http://youtu.be/GgC8ar9URss).

Il Ludogorets è per la prima volta nella fase a gironi della Champions League, ce l’ha portata Cosmir Moti. Un portiere per caso che con due parate da campione le ha regalato anche il bonus attorno ai 10 milioni di euro che l’Uefa conferisce ai partecipanti alla Coppa.

Una notte da sogno, notte di festa a Razgrad.

 

Sabbatini, l’uomo di Hagler e Monzon

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Ho letto su Facebook l’appello dell’amico Mario Magnin: “Mi piacerebbe se chi ha conosciuto Rodolfo Sabbatini, siano pugili, manager, colleghi, appassionati di pugilato o giornalisti, lasciasse un commento su di lui.” Questo è quello che ricordo di Rodolfo. Mi si perdonino le inesattezze, le dimenticanze e la lunghezza. Anche se so che lui non mi avrebbe mai perdonato…

 

RODOLFO scriveva di boxe come giornalista, poi aveva deciso di entrare da protagonista in un mondo che conosceva benissimo. Negli anni Sessanta l’inizio dell’attività da promoter. Il grande salto invece è datato 1977, l’anno in cui si è inventato l’alleanza americana con Bob Arum e la Top Rank. Assieme hanno messo su settanta campionati del mondo.

Ma la svolta di quella unione era l’accesso alla televisione americana e ai soldi che portava. Rudy, come lo chiamavano gli amici, mi raccontò i dettagli dell’affare nel maggio del 1978, alla vigilia della difesa mondiale tra Rocky Mattioli e Josè Duran. Quel match Rocky l’avrebbe vinto per ko 5 davanti a diecimila persone nello Stadio comunale di Pescara. Era stato un colpo da maestro quello del promoter romano, meglio del knock out del pugile di Ripa Teatina.

Sabbatini, classe 1927, ex cronista di pugilato prima all’Avanti, ai tempi in cui il direttore era Sandro Pertini, poi a Paese Sera, era diventato il miglior organizzatore d’Europa.

Era un omone che adorava la polemica e la alimentava con quella voce roca che gli impediva di toccare le tonalità alte: anche quando urlava non riusciva mai a staccare l’acuto. Lo chiamavano “Capoccione” e, statene certi, non era solo per le notevoli dimensioni della sua testa. Capoccia, appunto, in dialetto.

Era romano in molte cose. Nella cadenza piacevole, nell’approccio burbero ma sincero, nella ricerca della battuta.

Mi diceva spesso che quei capelli sparati verso il cielo Don King li aveva perché era riuscito a scampare alla sedia elettrica all’ultimo istante, o meglio: quando la prima scarica era già arrivata. Poi, scoppiava in una fragorosa risata.

Eravamo amici.

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Ricordo quando l’avevo incrociato nella hall del Caesars Palace alla vigilia di Hagler-Hearns (nella foto sopra Obel e Hagler al Teatro Ariston di Sanremo)

Subito dopo esserci salutati, Rodolfo mi aveva chiesto.

«Secondo te, chi vince?»

«Sono incerto. Contro Duran e Roldan, Hagler non mi ha entusiasmato. Hearns picchia duro, potrebbe metterlo in difficoltà»

«Se vuoi fare bella figura, scrivi che Hagler lo metterà ko»

«Perché sei così sicuro?»

«Perché li ho visti negli ultimi allenamenti, perché Hearns da medio non ha la stessa potenza devastante di prima, perché Hagler è più bravo, più forte, più coraggioso. Dammi retta. Almeno per una volta, Dario dammi retta»

«Ma Hearns ha vinto il mondiale dei welter battendo un mito come Pipino Cuevas, ha conquistato quello dei superwelter superando un fuoriclasse come Wilfredo Benitez, ha steso Duran con un colpo micidiale, un diretto che sembrava una fucilata, “Mani di pietra” ne è stato fulminato. Hearns ha fatto in due round quello che Hagler non è stato capace di fare in quindici.»

«Ma Duran non era un peso medio. Contro uomini più pesanti, Hearns non ha mai espresso potenza. Hagler lo presserà, lo colpirà, lo farà impazzire. L’ho visto, è in condizioni eccezionali. Come non è mai stato. Maledizione, Dario. Per una volta, vuoi darmi retta?»

Gli avevo creduto. E avevo fatto bella figura.

Si è inventato Carlos Monzon (con lui nella foto in alto), ha portato in Italia Marvin Hagler e Ray Boom Boom Mancini.

Con l’argentino aveva un legame molto stretto. Ogni volta che passava da Roma, Carlos visitava i locali di via G.B. Vico. E si comportava da par suo, come quella volta che era entrato indossanto un elegantissimo completo bianco e si era seduto sulla sedie della scrivania di Silvana (la mitica segretaria di Sabbatini). La sedia aveva una delle rotelle rotte ed era in precario equilibrio. Monzon aveva deciso di rimediare all’inconveniente e… aveva lanciato la sedia fuori dalla finestra. Per fortuna l’ufficio era al primo piano e in quel momento non passava nessuno.

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Avevo conosciuto Ray Mancini (sopra, ha combattuto a St Vincent contro Feeney) a fine gennaio dell’83. Rodolfo l’aveva portato in Italia dopo la tragedia del 13 novembre 1982: quella notte sul ring del Caesars Palace di Las Vegas, Mancini aveva travolto il coreano Deuk-Koo Kim, figlio di un coltivatore di riso, fermato troppo tardi dall’arbitro Richard Green al penultimo round del mondiale leggeri. Una sfida selvaggia in cui il pugile asiatico aveva subito una durissima lezione, figlia dell’incredibile fatica fatta alla vigilia per rientrare nei limiti di peso della categoria.

Quattro giorni dopo, Deuk-Koo Kim era morto in seguito alle ferite di cui era rimasto vittima durante il combattimento. L’American Medical Association aveva proposto l’abolizione del pugilato. Le immagini degli ultimi minuti di quell’incontro venivano trasmesse in continuazione.

Erano di una ferocia inquietante, spaventosa.

Nessuna abolizione, l’unico risultato pratico era stato la riduzione da 15 a 12 riprese dei campionati del mondo disputati sotto l’egida della World Boxing Association.

Ray avrebbe voluto chiudere lì con la boxe. Aveva assistito ai funerali del suo rivale in Corea e quel momento di immensa tristezza lo aveva convinto ancora di più che non sarebbe mai potuto salire un’altra volta sul ring. Era caduto in uno stato di depressione. Poi ci aveva ripensato e Sabbatini gli aveva organizzato un viaggio nel vecchio paese d’origine.

Lenny, il papà, veniva da Bagheria, Sicilia. Aveva fatto il pugile ed era arrivato ai vertici delle classifiche, le ferite riportate durante la seconda Guerra Mondiale avevano però spezzato il grande sogno.

Ray era felice di tornare in Italia. L’avevo incontrato a Roma, era appena sbarcato da New York. Assieme a Rodolfo avremmo dovuto prendere la coincidenza per Torino, il match contro il britannico George Feeney era infatti in programma al Casinò di Saint Vincent. Eravamo in fila, davanti al gate di ingresso con la carta di imbarco in mano, quando un dipendente dell’Alitalia ci aveva avvisato che per un problema di overbooking non saremmo potuti salire su quel volo per Torino.

Era stato come accendere un cerino e dare fuoco a un bidone di benzina. Già innervosito per i ritardi, stanco e in agitazione per l’organizzazione di un evento così importante, Sabbatini era esploso.

«Non me ne frega niente se avete venduto più posti di quanti ne avevate a disposizione. Qui non parte nessuno se su quel volo non ci siamo anche noi tre

«Signore, non posso farci niente. L’aereo è già pieno, l’imbarco è chiuso.»

«Parlo forse cinese? Oggi l’Alitalia non va a Torino se non ci andiamo anche noi. Mi chiami il capo scalo.»

Le urla di Rodolfo avevano riempito l’aeroporto di Fiumicino. La gente aveva fatto capannello, le minacce stavano avendo effetto. Il caposcalo, con il consenso della compagnia, aveva così messo su un programmino a cui non avrei mai creduto se non ne fossi stato parte integrante. Mancini, Sabbatini e io eravamo saliti su un volo per Genova. Senza lasciare la pista (cosa che mi dicono sia severamente vietata) eravamo scesi da quell’aereo sulla pista del “Cristoforo Colombo” per salire su quello a fianco, proveniente da Cagliari, con meta finale Caselle, dunque: Torino.

Ray Boom Boom Mancini quel match lo aveva poi faticosamente vinto.

Il Meraviglioso l’ho visto per la prima volta il 30 giugno del 1979, quando Rodolfo l’ha fatto combattere all’Esplanade de Fontvieille, a Montecarlo, sulla Costa Azzurra.

A fine riunione gli avevo fatto i complimenti.

Questi sì che sono ottimi programmi.”

“È facile fare i fenomeni quando ci sono i soldi delle televisioni americane…”

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Ha lavorato negli Stati Uniti con Bob Arum, in Gran Bretagna con Mickey Duff, in Argentina con Tito Lectoure. In Francia ha lavorato anche con Alain Delon (nella foto da sinistra: Rocco Agostino, Bob Arum, Rodolfo Sabbatini, Mickey Duff al Riviera Hotel di Las Vegas)

Parlava solo romano, aveva imparato in fretta e in modo da comunicare senza problemi l’inglese, il francese e lo spagnolo.

Ha allestito programmi con tutti migliori. Non mi metto qui a fare l’elenco, ne dimeticherei qualcuno e si offenderebbe. Cito un match per tutti, uno dei più belli che abbia visto nella mia vita: il mondiale Wbc dei superpiuma tra Alfredo Escalera e Alexis Arguello a Rimini, sfida vinta dal nicaraguense per ko alla tredicesima ripresa.

Ha fatto combattere Carlo Duran, Vito Antuofermo, Don Curry, Victor Galindez e tanti giovani talenti italiani.

Il primo grande colpo l’aveva messo a segno nel 1965 organizzando il secondo mondiale tra Nino Benvenuti e Sandro Mazzinghi.

Ha portato sui teleschermi della Rai il meglio della boxe mondiale.

Ha guidato la carriera di Patrizio Oliva, ma non è riuscito a vederlo campione del mondo.

Patrizio ha battuto Ubaldo Sacco e conquistato il titolo dei superleggeri Wba il 15 marzo del 1986. Sabbatini era stato stroncato da un infarto due mesi prima.

Aveva avuto un primo segnale nell’81. Era stato salvato miracolosamente all’Ospedale di Ancona. I medici gli avevano detto “Freni, così rischia troppo.”

Avevamo cenato assieme in una di quegli incontri dopo match che si tenevano una volta, in quell’occasione era per un match di Nino La Rocca: pugile letteralmente inventato dalla mente geniale di Rodolfo e gestito dall’abilità del manager Rocco Agostino.

Rodolfo vedo che ti sei messo a dieta.”

“Dario, la botta è stata forte. Non posso scherzare. Meno stress, meno abbuffate:”

Ma il lavoro lo divorava dentro. Non riusciva a farne a meno. E così, poco alla volta, c’era cascato cascato nuovamente dentro.

L’8 gennaio dell’86 una telefonata mi aveva annunciato la sua morte.

È stato un grandissimo. Un genio dell’organizzazione pugilistica.

Suo figlio Roberto ci ha provato per un po’ assieme a Giulio Spagnoli, figlio di Renzo: per lungo tempo partner di Rodolfo. Poi si è arreso a un pugilato in cui non si riconosceva più.

La figlia Adriana è un numero uno nel mondo del casting, non c’è serie televisiva di successo che non porti il suo nome.

Ogni tanto chiamo Roberto a casa. Quando mi risponde la mamma, Maddalena, scambiano due parole sui vecchi tempi. Sì, era davvero una Belle Epoque.

Il caso Benatia e il Far West del calcio

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Benatia è ufficialmente del Bayern Monaco. Le cifre, non ufficiali, dicono 27 milioni di euro, più un massimo di 5 di bonus, alla Roma; quattro a stagione al calciatore. Il contratto, per quel che può valere, è quinquennale. Io resto dell’idea espressa in questo mio articolo del 25 maggio scorso…

 

“Quando si hanno troppi soldi non se ne hanno mai abbastanza”

(Michel Simon, Il porto delle nebbie)

 

IL CALCIO è il Far West degli anni Duemila, un mondo senza regole dove la follia regna sovrana e il rispetto delle leggi che regolano qualsiasi rapporto di lavoro scivola nell’utopia.

Ho letto con attenzione tutto quello che è stato scritto in questi giorni sul “caso Benatia”, a cominciare dalle sue dichiarazioni.

“Barcellona, Bayern, Manchester City sono il sogno di ogni giocatore. E io ho l’età giusta in cui arrivano grandi proposte da club importanti, a 27 anni bisogna riflettere.

A quel punto è calata a valle una valanga di insulti da parte di molti tifosi.

Mercenario, traditore.”

La difesa ha assunto toni più pragmatici.

E’ un professionista e come tale valuta le offerte.”

Professionista?

In qualsiasi altro lavoro del mondo non la penserebbero così. Addirittura i giornalisti, vil razza dannata, rispettano i contratti.

Io faccio l’editorialista. Firmo un contratto da collaboratore con un editore per tre anni. Dopo cinque mesi di buoni articoli, chiedo un aumento. Sapete cosa mi risponderebbe l’editore? Credo sia inutile spiegarvelo.

“Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti.” (Paolo Conte)

Il centrale africano ha siglato, senza che nessuno lo costringesse a farlo, un quinquennale con la A.S. Roma appena dieci mesi fa. E’ legato alla società fino al 2018. Ma vuole andarsene per due motivi che lui stesso ha precisato:

1. La Roma è un club di seconda fascia

2. Gli emolumenti che percepisce sono bassi

E sì, perché di questo ha discusso sinora il suo agente.
Mehdi Benatia ha firmato con la Roma il 13 luglio 2013. La società l’ha comprato per 17 milioni di euro (13,5 in contati, più i 2,5 di Verre e 1 di Nico Lopez). Le due parti hanno concordato un ingaggio annuale di 1,3 milioni di euro.
In passato il marocchino aveva giocato con le giovanili del Marsiglia e poi con Tour, Lorient, Clermont e Udinese. Buone prestazioni, ma non mi sembra che fosse stato indicato come un fenomeno planetario.

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Dice: ma è un difensore che va in gol, nella Roma ne ha realizzati cinque.
La stagione che ha appena concluso è anomala se confrontata con il passato. SIa per rendimento che per capacità realizzativa: 10 gol nei precedenti sette anni di carriera, cinque con la maglia giallorossa. Non è che c’entri qualcosa Rudi Garcia? Non è che c’entri qualcosa l’intera squadra?
Ma non è sul valore del giocatore che voglio discutere. E’ bravo, è forte, è di alto livello. Non ho dubbi. Ma se proprio vuole essere un professionista faccia come gli altri professiniosti del mondo del lavoro. Rispetti il contratto.
Dopo dieci mesi a ottimo livello, la Roma ha deciso di concedergli un aumento portando lo stipendio annuale a due milioni di euro (settecentomila in più rispetto all’accordo iniziale).
L’agente ha ritenuto la proposta quasi “offensiva”, considerando le offerte da 4 milioni a salire che ha in mano.
Io credo che offensivo sia sputare su settecentomila euro di bonus, con una rivalutazione degli emolumenti pari a circa il 50% sulla cifra iniziale. E questo lo dico senza fare demagogia, so benissimo che ogni lavoro si misura su paramentri di retribuzione diversa. Ma anche nel calcio, se si parte dal fatto che nulla sarebbe dovuto, 700.000 euro in più restano una bella somma.
Non so come finirà questa storia, del resto molto comune all’interno del sistema pallonaro (non è un caso che i bilanci delle società siano quasi tutti in rosso fisso), ma credo che un minimo di rispetto nei confronti di un Paese in drammatica crisi economica non ci starebbe male.
Con due milioni di euro l’anno, premi esclusi, si può arrivare a fine mese. Magari con qualche sacrificio. L’agente del marocchino, potrebbe cominciare a vedere la situazione in un quadro generale. E ricordarsi che a volte addirittura nel calcio un contratto quinquennale può venire rispettato.
In caso contrario si possono accomodare. Il giocatore in panchina e lui dove vuole.

A meno che non arrivi qualche club (Manchester City, Barcellona, Bayern, Chelsea?) con un’offerta di acquisto del cartellino che la Roma giudichi congrua.

Per chiudere, vista la continua richiesta di adeguamento economico dopo pochi mesi di buone prestazioni, sarei curioso di vedere cosa accadrebbe nel momento in cui (atteggiamento del resto diventato usuale nella contrattazione privata) l’adeguamento fosse proposto anche in senso contrario.

Giochi male? A fine stagione ti ritrovi con un tot percentuale di stipendio in meno. La squadra va in serie B? La cifra stabilita dal contratto iniziale viene ridotta del 75%.

No? Così non va bene? Allora il cerchio si chiude e si torna lì dove questo discorso è cominciato.

Il calcio è il Far West degli anni Duemila, un mondo senza regole dove la follia regna sovrana e il rispetto delle leggi che regolano qualsiasi rapporto di lavoro scivola nell’utopia.

Alla fine la Roma ha avuto più o meno la cifra che chiedeva, ma si è mossa sul mercato perché spinta in maniera pesante dal giocatore. È il calcio bellezza, ma non riesco proprio a farmelo piacere…

 

La sfida di Diana sulle orme di Forrest Gump

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PROFONDI segni sulle braccia e sul collo, lunghe linee rosse che disegnano una mappa del dolore. Diana ha lo sguardo duro, capelli corti e biondi. Un viso pieno di rughe che raccontano le sofferenze di una vita.

Segni e rughe sono i messaggi che il suo corpo lancia a chi vuole starla ad ascoltare. Raccontano storie così diverse: i primi parlano della gioia, le altre mettono in mostra il dolore.

Diana Nyad (la foto sopra è stata pubblicata dal New York Times nel 2012) ha compiuto 65 anni da pochi giorni. Ha alle spalle una grande impresa e nella mente una grande idea.

È stata la prima donna a nuotare da Cuba alla Florida senza l’aiuto di una gabbia anti squali.

È partita alle 8:59 a.m. del 31 agosto 2013 da una località pochi chilometri a sud dell’Avana.

All’1:53 p.m. del 2 settembre è arrivata a Smothers Beach, Key West, Florida.

maschera

Centottanta chilometri a nuoto. Lungo il percorso ha incontrato meduse velonese, una tempesta, forti correnti. Ha indossato una maschera al silicone la prima notte, poi l’ha buttata via. Stringeva troppo, le dava problemi al viso e alla gola. Durante le due notti si è protetta con una muta intera: braccia e gambe coperte. Tre volte i subacquei sono dovuti intervenire per allontanare gli squali. Con lei ha lavorato un gruppo di 35 persone. Due notti senza dormire, per mangiare ha usato un tubo che le calavano direttamente dalle barche di appoggio. Per tenersi compagnia ha cantato più volte due canzoni dei Beatles: “Ticket to ride” e “Paperback Writer”.

Il nuoto è l’ultima forma di deprivazione sensiorale.”

Negli anni si è “allenata” per la grande impresa.

Nel 1975 ha nuotato attorno all’isola di Manhattan, appena 45 chilometri.

Nel 1979 ha nuotato da North Bimini (Bahamas) a Juno Beach (Florida), e qui i chilometri sono diventati 164.

Aveva già tentato quattro volte la traversata da Cuba alla Florida, dal 1978 al 2011, ma si era dovuta arrendere.

Appena messo il piede sulla spiaggia di Key West e dopo avere recuperato un minimo di energie, Diana ha detto alla giornalista del New York Times che ha raccontato la sua impresa: “Vorrei dare tre messaggi: 1. Non dobbiamo mai arrenderci; 2. Non sei mai troppo vecchio per abbandonare i tuoi sogni; 3. Questo sembra uno sport solitario, è invece un lavoro di squadra.

I segni rossi erano il ricordo che le avevano lasciato le meduse.

Le rughe raccontavano una storia decisamente più triste.

Diana Nyad

Diana è nata da Lucy Winslow Curtis e William L. Sneed jr, dopo il divorzio la mamma si è risposata con Aristotle Z. Nyad che ha adottato la ragazzina.

Aveva 11 anni la prima volta che il patrigno l’aveva molestata sessualemente. Era andata avanti fino a 14.

Poi si erano trasferiti in Florida e Diana aveva cominciato ad allenarsi seriamente, il nuoto era una grande passione, l’aiutava a sentirsi viva. Sognava di partecipare ai Giochi di Città del Messico 1968, ma un’endocardite l’aveva bloccata nel periodo migliore della preparazione.

Il suo allenatore era Jack Nelson, un altro che aveva abusato di lei quando aveva 15 anni.

Queste traumi sono stati raccontati più volta dalla Nyad che, dopo una turbolenta esperienza universitaria (è stata espulsa dalla Elmory University per essersi lanciata con il paracadute dal quarto piano), è diventata scrittrice, giornalista, oratore motivazionale e attivista del movimento lesbico americano.

Il 12 agosto ha festeggiato i 65 anni e nei giorni scorsi ha annunciato la prossima grande avventura: vuole attraversare gli Stati Uniti a piedi, correre sulle orme di Forrest Gump, trascinarsi dietro lungo il percorso un milione di americani.

Perché?

Per dare un calcio a quei culi grassi che vedo in giro” ha confessato in un’intervista al sito TMZ.

L’appuntamento è per il 2016, quando di anni ne avrà 67.

Ma cosa volete che importi a una che ha dovuto imparare presto a difendersi da sola, una che ha subito la peggiore delle violenze: quella di un padre sulla figlia.

Non bisogna arrendersi mai, in fondo non è l’età quella che può farci abbandonare i nostri sogni.

 

 

Stampa sportiva, un lumicino nella tempesta

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C’È un minimo segnale di speranza, che non va però sottovalutato, all’interno dell’editoria sportiva. I dati di giugno indicano una crescita, sia sul cartaceo che nel digitale, della Gazzetta dello Sport. Questo è il bicchiere mezzo pieno, il mezzo vuoto è rappresentato dalla conferma del calo di Corriere dello Sport e Tuttosport.

La media comparata giugno 2014/giugno 2013 indica -14,5% per il Corriere, -9,8% per Tuttosport, +0,3% per la Gazzetta (fonte ADS, Accertamento Diffusione Stampa).

Dati confermati (fonte Audiweb) dai contatti unici nel giorno medio sui rispettivi siti che, sempre riferendosi a giugno, sono stati 168.407 per il Corriere (-12,8%), 168.448 per Tuttosport (-21%) e 609.163 per la Gazzetta (+5%).

Nell’esaminare queste cifre vi ricordo che giugno 2014 ha avuto come argomento guida del settore sportivo i Mondiali di calcio in Brasile che hanno preso il via il 12 del mese.

Le cifre della Gazzetta generano un moderato ottimismo. Se confermate, testimonierebbero un segnale di piccola ripresa nel settore e darebbero ragione a chi pensa che dalla crisi ci si possa difendere.

Ma non bisogna entusiasmarci troppo. Le indicazioni generali infatti sono sconfortanti.

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In Italia non c’è un quotidiano che superi le 300.000 copie.

Lo scorso anno il calo è stato del 10,3% rispetto a una media europea che è assestata sul -5,20%.

Nel 1982 nel nostro Paese si vendevano otto milioni di copie, oggi siamo attorno ai 3,4. I lettori sono scesi dai 25,1 milioni del 2011 ai 20 attuali.

Web e televisioni hanno eroso potenziali “clienti” dei media cartacei, anche se il Wi-Fi continua a spezzare in due l’Italia: è infatti decisamente più difficile usare Internet da Napoli in giù.

Il declino della stampa è costante. Oltre al calo delle vendite c’è soprattutto una diminuzione devastante della pubblicità. Nel 2013 il disavanzo è stato del -19,4% passando da 1,78 miliardi di euro a 1,38 miliardi. E le stime per il 2014 non sono certo ottimistiche: si calcola un’ulteriore perdita fino ad assestarsi a un introito finale di 1,17 miliardi. Perdiamo a un ritmo doppio rispetto al resto del mondo e in misura superiore del 3% in confronto al resto d’Europa (fonte Rapporto World Press Trends).

Davanti a questo raccapricciante scenario i giornalisti continuano a comportarsi in maniera strana. Sono direttamente coinvolti nel problema, ma non sembra avvertano la necessità di informarsi. Una percentuale minima conosce i dati di diffusione del proprio giornale, pochissimi sanno delle perdite pubblicitarie o del calo di contatti del sito per cui scrivono.

Sembra quasi che questa professione sia rimasta ancorata a vecchie dinamiche, all’epoca in cui tutto andava per il meglio e i quotidiani vendevano centinaia di migliaia di copie.

Parlo del giornalismo sportivo, quello che conosco meglio dal momento che lo frequento da oltre quarant’anni.

C’è una naturale avversione ai numeri. I grafici sono visti come una pecetta da appiccicare accanto all’articolo che ritengono di gran lunga più importante.

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Sostengo da tempo come una bella foto valga più di un buon pezzo. Allo stesso modo credo che un grafico ben pensato e altrettanto ben realizzato sia di grande aiuto per il lettore. Ecco quello che si è spesso perso di vista: il lettore.

È a lui che bisognerebbe rivolgersi attraverso un attento uso del web. Lo sfruttamento dei social network e del proprio sito sarebbero un buon punto di partenza. Il website infatti è prima di tutto un punto dove dare informazioni immediate. Vanno aggiornate continuamente, rendendole più interessanti con l’aiuto di grafici e articoli relativi, permettendo al lettore di utilizzare in modo semplice e veloce anche l’archivio. Il sito deve avere una grafica semplice e chiunque lo navighi deve potersi muovere con estrema velocità, senza impazzire alla ricerca di informazioni che dovrebbero essere subito evidenti.

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Sono ancora convinto che i giornalisti sportivi italiani guardino al proprio sito come a un posto di secondo livello, un’informazione a cui dedicare scarsa attenzione.

Il professionista oggi per mettersi al passo con i tempi dovrebbe fare un ulteriore salto di qualità. E il web potrebbe essere di notevole aiuto. Come potrebbe esserlo quello di imparare a lavorare in gruppo, divendendosi i compiti e cercando di portare a termine un lavoro uno in aiuto dell’altro e non uno contro l’altro.

I giornali che arrivano ogni giorno in edicola sono già vecchi.

L’argomento principale, se non a volte l’unico, è ancora il calcio mercato. Ne sono pieni i programmi tv, lo sono i quotidiani. Ma si parla di ipotesi che, più di una volta, non hanno appigli nella realtà. Si continua a pensare che il lettore sia un beota a cui si possa dare in pasto qualsiasi cosa.

È antico anche l’approccio alla narrazione dei grandi eventi. La rassegna stampa mostra con imbarazzante puntualità come nell’80% dei casi ci sia un unico articolo ripetuto su tutti i giornali, cambia solo la forma e il nome della testata. Un pezzo che, visto cosa offre, potrebbe essere stato scritto benissimo da casa senza avere la necessità di recarsi in loco. Non c’è la ricerca di una chiave di lettura originale, non c’è la rincorsa a qualcosa da raccontare in esclusiva. Non ci sono storie, nè curiosità. Non c’è approfondimento critico. Non c’è nulla di più di quanto offerto dalla televisione e dal web con almeno 24 ore di anticipo. Il tutto, lo ripeto a scanso di equivoci, si verifica nell’80% dei casi che restano comunque un’enormità.

Detto questo, mi aggrappo al minimo segnale positivo lanciato dalla Gazzetta. È un lumicino di speranza: forse il cartaceo può sopravvivere. Forse…

La storia dei Cagnotto, acrobati senza paura

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Tania ha attraversato da protagonista gli Europei di Berlino. Qualche tempo fa avevo chiesto al papà Giorgio di parlarmi della sua famiglia. E lui aveva messo assieme la magica storia dei Cagnotto, un gruppo di acrobati senza paura.

 

GIORGIO CAGNOTTO aveva otto anni quando si esibiva a “Le Panteraie” di Montecatini Terme assieme allo zio materno Lino Quattrin. Si tuffavano vestiti da clown, erano i protagonisti di uno spettacolo comico che aveva come colonna sonora la voce roca di Fred Buscaglione.

Diventato grande, Giorgio se ne andava in giro per il Nord Europa.

Poteva anche essere estate, ma da quelle parti faceva comunque freddo. E le gare erano all’aperto. Una volta a Norkoepping, in Svezia, c’erano nove gradi e gli spogliatoi erano lontani più di un chilometro. Avevano rischiato di rimanere congelati.

Un’altra volta a Litvìnov, quando era ancora Cecoslovacchia, la piscina era al centro di un enorme prato. I giudici si erano coperti con gli impermiabili e indossavano quasi tutti i guanti. Loro erano lì in costume a tuffarsi nell’acqua gelida.

Dopo ogni avventura Giorgio guardava l’amico Klaus e gli diceva che dovevano proprio essere un bel branco di matti per mettersi in quelle situazioni.

L’amicizia con Dibiasi era di lunga data. Cagnotto dice, scherzando, che hanno dormito più insieme loro due che con le rispettive mogli.

Erano nemici in gara, grandissimi amici fuori. Mai uno screzio, anche se Giorgio ogni tanto lo prendeva in giro. Perché Klaus era uno a cui sembrava dovesse andare tutto bene. Si tuffava avendo costantemente dei punti di riferimento. In un giorno di cielo sereno se lui si augurava che arrivasse una nuvola per aiutarlo, state certi che quella si presentava puntuale.

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Ci scherzava su Cagnotto, ma ha sempre riconosciuto che Dibiasi era un fenomeno assoluto precisanto che chi non l’avesse ammesso avrebbe sicuramente mentito.

Lo chiamano tutti Giorgio, ma sui documenti è scritto Franco. Lui pensa ci sia stata un’incomprensione tra il padrino e la mamma al momento della registrazione all’anagrafe. Non sa bene cosa sia accaduto, ma sa che quel nome sugli atti ufficiali gli ha creato spesso dei problemi.

Lo sport ai tempi di papà Cagnotto era meno nevrotico di oggi, l’atmosfera era meno stressante. Ma ieri come oggi capitava ai tuffatori di innamorarsi tra loro.

Carment Casteiner stava per festeggiare i suoi 18 anni alla fine di settembre del ‘72.

Era diventata tuffatrice quasi per caso. Carlo Dibiasi, il papà di Klaus, l’aveva vista in piscina e le aveva chiesto di provare a tuffarsi con maggiore impegno. Del resto lo sport era nel sangue dei Casteiner: Otto, il papà di Carmen, era stato il primo campione italiano.

Quel settembre del ‘72 Carmen e Giorgio erano a Monaco per l’Olimpiade. La notte in cui i feddayn di Settembre Nero avevano fatto irruzione negli appartamenti del Villaggio loro erano fuori e la mattina dopo erano già in viaggio di ritorno a casa. Avrebbero avuto paura a posteriori, ma di pericoli non ne avevano corsi.

Si erano messi quasi subito assieme, ma il matrimonio era arrivato solo dodici anni dopo.

Giorgio le aveva promesso che si sarebbero sposati dopo la sua ultima Olimpiade.

Ride ancora quando dice che è per questo che è andato avanti fino a Mosca 1980. Ma la sua è una risata furbetta.

La signora Casteiner ha vinto otto titoli italiani dalla piattaforma, ora gestisce la famiglia dietro le quinte e lega i rapporti dell’intero gruppo.

Giorgio ha conquistato due argenti e due bronzi olimpici, oltre a un bronzo mondiale; un oro, due argenti e due bronzi europei.

L’oro ai Giochi l’ha solo sfiorato.

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A Monaco 1972 sentiva di avere quella medaglia saldamente in mano. Dopo i sette turni del mattino era chiaramente avanti. Mancava però il doppio e mezzo rovesciato, un tuffo che non riusciva quasi mai a fare come avrebbe voluto. E anche in quell’occasione non era andata come sperava: Vladimir Vasin aveva recuperato fino a chiudere un punto e mezzo davanti lasciando a lui l’argento.

Tania la medaglia olimpica l’ha sfiorata, l’ha mancata per un soffio. Ma la sua carriera è stata comunque esaltante.

Si è tuffata per la prima volta quando aveva appena due anni. Ad essere precisi è caduta nel laghetto dell’Acquacetosa a Roma, dentro l’acqua con i pesciolini rossi. A 4 anni si era già innamorata di questo sport, anche se i genitori avevano provato a deviare i suoi interessi. Prima con lo sci, poi con il tennis. Ma lei aveva deciso.

Unica condizione che l’acqua della piscina fosse tiepida: non sopportava il freddo.

Timida, riservata, si scatena solo tra gli amici. Con gli altri quasi si vergogna a mostrare sentimenti o emozioni.

Prima di ogni tuffo guarda a bordo piscina il papà. E se lui non incrocia lo sguardo, lei si innervosisce. Vuole sempre un segnale di approvazione. Se Giorgio comincia a scuotere la testa, lei proprio non lo sopporta. Ma alla fine sono (quasi) sempre in pieno accordo.

Lei dice che spesso durante una competizione importante ha bisogno di sentire vicino il papà, non il tecnico. Le serve qualcuno con cui parlare di tutto, toccare argomenti più profondi di un triplo salto mortale andato male. E Giorgio è sempre presente.

Ci sono molti aneddoti curiosi nella vita sportiva di Tania, ne voglio ricordare uno in particolare.

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Montreal 2005, campionati del mondo. La Cagnotto era stata la prima nuotatrice italiana a conquistare una medaglia in questa competizione: il bronzo.

Quel giorno i suoi amici Cinzia, che è nata lo stesso giorno di Tania, e Luca erano in vacanza a Sharm El Sheik, sul Mar Rosso. Volevano andare a ballare, ma poi avevano cambiato idea: in tv c’era la finale dei tuffi da Montreal. Così i due erano rimasti in albergo a tifare per lei.

Era stata la scelta che gli aveva salvato la vita.

Quel 22 luglio un attentato terroristico aveva ucciso 90 persone proprio nella discoteca dove i due ragazzi volevano andare.

Anche questo fa parte della storia dei Cagnotto, una famiglia di acrobati senza paura.

 

Nuoto in Tv, fateci capire chi sta vincendo…

Hungary's Daniel Gyurta competes in the

HO UNA sfida aperta con i registi degli eventi sportivi. Se devo essere onesto fino in fondo, stanno stravincendo loro: continuano a ignorare chi sta dall’altra parte dello schermo.

Sono ignorante in materia di tecnologie di ripresa, ma da spettatore so benissimo cosa voglio. E loro fanno di tutto per non darmelo.

Prendiamo gli Europei di nuoto di Berlino e la regia internazionale. Per il 75% della gara non riesco a capire chi sia davanti e chi dietro. Inquadrature individuali, subacquee, schiacciate laterali, primi piani, riprese con prospettive ingannevoli.

Ma fatemi capire chi sta vincendo, che poi è anche la ragione per cui ho acceso la tv!

Se si sentono artisti incompresi, facessero un film.

È un po’ quello che accade durante una partita di calcio.

Un giocatore è lanciato verso l’area avversaria e mi sbattono sul megaschermo la faccia di uno spettatore. Due calciatori cominciano a litigare e il campo si allarga fino all’estrema periferia. Mi spiattellano uno a uno i volti dei quarantamila spettatori e mi fanno perdere il quadro d’assieme delle azioni.

Ma torniamo al nuoto. Ieri, venerdì 22 agosto, le immagini sono più volte scomparse. Nero assoluto. Anche e soprattutto durante le prove dei nostri.

Mi dicono: colpa della telecamera dedicata, quella per cui la Rai paga (diritti e operatori) per regalarci in esclusiva le gesta degli azzurri.

Rispondo: non è possibile che sia così, il regista italiano se ne sarebbe accorto e sarebbe subito rientrato con le immagini dell’Eurovisione.

Il mio interlocutore sorride e conferma.

Dai retta a me. Non se ne sono accorti.

Il fatto che non abbiano fornito spiegazioni avvalorerebbe le certezze del mio interlocutore…

Dichiarazioni in fotocopia dalla zona mista.

Unica polemica quella che Andrea Mitchell D’Arrigo fa a conclusione di una deludente prima frazione in staffetta 4×200 sl dai microfoni Rai: “Un giornale vicino alla Federazione ha scritto cose inaudite su mio padre.

Un’accusa pesante a cui farei un paio di appunti.

Primo. Sarebbe stato bello se avesse spiegato il senso di “giornale vicino alla Federazione.

Secondo. Sarebbe stato corretto se avesse fatto il nome del giornale.

Non discuto sul fatto che il commento del quotidiano fosse lecito o meno, non so né chi lo ha scritto né cosa ha scritto. Dico solo che è un antico vezzo italico generalizzare.

Cosa avrebbe detto D’Arrigo se un giornalista avesse accusato tutti i nuotatori di essere maleducati per il solo fatto di avere discusso con uno di loro?