L’Italia e i grandi eventi. Un disastro

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MOLTI ITALIANI appoggiano la candidatura di Roma per i Giochi del 2024.

Io non penso sia una buona scelta..

Ho spiegato le mie ragioni in un precedente articolo, ma forse non sono stato abbastanza chiaro. Si è discusso molto di speranza nel futuro, di fiducia nel fatto che le cose possano cambiare. Poi sono stati fatti raffronti con altre sedi olimpiche, è stato analizzato come queste abbiano gestito l’evento. Credo che prima di fare qualsiasi discorso si debba tenere a mente una grande verità. L’Italia è un caso a parte (e qui considero solo le manifestazioni sportive, perché se dovessimo parlare di Expo 2015 o del progetto del Mose sprofonderemmo nella tragedia). La fiducia deve prima mostrare di meritarla, poi potrà spingersi verso nuove avventure. A questo proposito vorrei qui ricordare cosa è stata capace di fare quando le è stata affidata la gestione di un grande evento.

Prima di addentrarmi nelle cifre, vi racconto la storia di un campo da polo. È una vicenda che mi sembra emblematica del modo in cui nel nostro Paese si considerino lo sport e i soldi. La costruzione dell’impianto era cominciata nel 1984 dopo che il comune di Giarre, dove il polo come si sa è sport popolarissimo, aveva ottenuto dal Coni l’assegnazione dei fondi pubblici destinati alla promozione di questo sport.

Quando lo stadio (da seimila posti!) era stato quasi realizzato si sono accorti che le tribune erano in pendenza, insomma gli spalti erano ripidi e gli spettatori rischiavano di cadere di sotto. È così stato chiuso per problemi di sicurezza.

Partite di polo a Giarre non ne sono mai state (ovviamente) giocate, in compenso l’impresa è costata 4 milioni di euro.

E veniamo agli sprechi dei grandi eventi.

Parto dai Mondiali di Italia ’90. Stando alle cifre ufficiali, convertite le lire in euro e rivalutata la somma dall’Istat sono costati 7,5 miliardi. Più di Sudafrica 2010, nettamente di più di Usa ’94. L’85% oltre il budget preventivo.

Sono stati spesi 226 miliardi di lire per lo Stadio delle Alpi a Torino. Chiuso nel 2006 e demolito nel 2009.

Il terzo anello dello stadio di Napoli, costruito per l’occasione, è stato chiuso perché genera onde sismiche pericolose per gli edifici circostanti.

Lo stadio di Bari è una cattedarale nel deserto ed è anche scarsamente resistente agli eventi atmosferici, soprattutto al vento.

Il Bilancio di previsione di Palazzo Chigi 2014 ha in conto i mutui accesi per la costruzione degli stadi mondiali di 24 anni fa: 61,2 milioni di euro.

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Tra le infrastrutture più sfortunate credo meriti un posto di rispetto la Stazione Ferroviaria Farneto. È stata utilizzata solo quattro giorni. Chiusa nell’ottobre 1990 e mai più riaperta per l’uso per cui era stata edificata. Spesa 15 miliardi di lire.

Il Terminal Ostiense che doveva collegare Roma all’Aeroporto di Fiumicino è stato chiuso nel 2003, dopo essere stato a lungo sottoutilizzato. È stato riaperto nel 2012 per altro uso, vi ha sede Eataly dell’imprenditore Oscar Farinetti.

L’Olimpiade di Torino 2006 ha costruito impianti rimasti abbandonati subito dopo la fine delle competizioni. Un miliardi di euro di perdita solo per le spese legate agli appalti.

I Giochi del Mediterraneo di Pescara sembra abbiano chiuso con un buco di 37 milioni di euro e pesino ancora sulle spalle degli italiani, dal momento che 12 milioni di contributi a quell’edizione dei Giochi erano presenti nella Legge di Stabilità dello scorso dicembre.

I Mondiali di Nuoto a Roma nel 2009 hanno nella Cittadella dello Sport di Tor Vergata il grande buco nero. Budget iniziale 120 milioni di euro per quella che avrebbe dovuto essere la sede della manifestazione con un Palasport da 8.000 posti, una piscina per la pallanuoto da 4.000, una piscina all’aperto per il nuoto da 3.000 e una pista di atletica. Nel settembre 2006 erano diventati 240, nel 2007 erano saliti a 323, il 25 gennaio 2009 sembrava che ne servissero 600. I Mondiali di nuoto si sono svolti al Foro Italico. È di questi giorni la notizia che per completare la Cittadella occorrano altri 500 milioni. Sto parlando di un budget totale di 1,1 miliardi di euro. Quasi dieci volte quello iniziale.

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E tutto questo senza ancora toccare la Roma attuale.

Scrive Federico Fubini su Repubblica.it: “L’operazione di salvataggio per ora ha fallito nel suo obiettivo più importante: voltare pagina. Quattro miliardi di aiuti in cinque anni da parte di tutti gli italiani non sono bastati alla città di Roma per iniziare a bruciare meno denaro pubblico e a offrire servizi più efficienti. Per liberare l’amministrazione di Roma dall’assillo dei suoi debiti, dal 2009 al 2012 i contribuenti italiani si sono accollati oneri da 580 milioni di euro l’anno. Durante lo stesso periodo, hanno trasferito a Roma Capitale – la nuova entità libera dai debiti partita nel 2008 – altri 885 milioni di euro solo perché l’amministrazione potesse continuare a funzionare. Infine nel 2013 i contribuenti di tutto il Paese, attraverso governo e parlamento, hanno mandato alla città di Roma altri 485 milioni di euro e si sono accollati debiti per ulteriori 115 milioni nella gestione commissariale che funziona ormai da bad bank della città eterna.Tra i casi più estremi indicati nel rapporto della Ragioneria risaltano alcuni grandi appalti e la gestione della grandi controllate al 100%, a partire dalla società di trasporto locale Atac.

L’Olimpiade del 2024 è un’idea che non mi piace, mi fa sprofondare negli incubi. Sognare è un lusso che non posso permettermi.

fonti: La Repubblica, L’Espresso, Corriere dello Sport, Il Tempo, Il Fatto Quotidiano, Il Sole24 Ore, Corriere della Sera.

 

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I Giochi del 2024 a Roma? No, grazie

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C’È QUALCOSA che mi sfugge nella questione “Roma 2024”.

Sono mesi che leggo sui giornali articoli su articoli.

Sono le scadenze a generare confusione.

Il 15 dicembre (forse) Roma annuncerà la candidatura.

Solo a settembre/ottobre del 2017 sapremo se sarà designata sede olimpica.

Solo nel 2024 si svolgeranno i Giochi.

Mancano dieci anni! E se ne parla come se dovessero cominciare domani. Pagine su pagine, grafici, interviste. Non ce la faccio più.

Sono in minoranza e debbo quindi dedurre di non conoscere il tipo di informazione che i lettori vorrebbero ricevere.

Mi sarei accontentato degli articoli di alcuni esperti che mi spiegassero costi potenziali, tipo di investimenti pubblici necessari, capacità nel panorama economico attuale di reperire finanziamenti privati, benefici eventuali e impatto sulle nostre tasche del progetto. Un paio di servizi che comprendessero tutte queste belle cose e poi se ne sarebbe riparlato tra quattro anni.

Ma evidentemente sono un ingenuo.

Leggo che sarà un’edizione “low cost”. Dicono che lo ha annunciato il Cio. A me sembra che manchi ancora la ratifica che comunque dovrebbe arrivare dalla prossima assemblea straordinaria a Montecarlo. Ma sono particolari.

L’ultima Olimpiade invernale, nel febbraio scorso a Sochi, è costata 40 miliardi di euro.

L’ultima Olimpiade estiva, nel 2012 a Londra, è costata 30 miliardi di euro.

Tutto sta a mettersi d’accordo sul significato di “low cost.”

L’investimeno di 10 miliardi da parte del Governo greco in un Paese già in crisi economica ha aperto la spirale in occasione di Atene 2004. È aumentato il deficit pubblico, le procedure che dovevano avviare le necessarie riforme sono state rallentate. E si è arrivati al baratro finale.

Ma veniamo a noi.

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Il Presidente del Consiglio Renzi continua a parlare di sogni. A me piace di più guardare la realtà. I sogni si trasformano facilmente in incubi.

Chiunque viva a Roma conosce benissimo la situazione di caos in cui si muove la capitale. Traffico impazzito a ogni ora del giorno e della notte, immondizia sparsa qui e là alla faccia della differenziata, strade sporche e piene di buche, impianti pubblici inesistenti, servizi pubblici carenti sull’intero territorio urbano, addirittura uno stadio come il Flaminio inutilizzato, il Velodromo dell’Eur rimasto desolatamente vuoto per quarant’anni e demolito nel 2008. Pronti a cosa?

Torino 2006 ha speso quasi un miliardo di euro per impianti che sono poi rimasti inutilizzati.

L’ultimo grande evento sportivo di casa nostra sono stati i Mondiali di Nuoto del 2009. Ancora stiamo aspettando un bilancio esaustivo della manifestazione.

Per non parlare di episodi recenti di corruzione riguardo grandi eventi/progetti in generale. Expo 2015 e Mose sono lì a mostrare la vergogna nazionale.

In un Paese che ha quasi il 50% di sedentari e dove la pratica sportiva è in pratica affidata ai privati (solo 18 bambini su 100 fanno sport a scuola), dove gli impianti coperti sono in pratica solo a pagamento, sento improvvisamente parlare di coscienza sportiva. E in riferimento all’organizzazione di un’Olimpiade.

Non penso di essere pessimista, né tantomeno scettico o prevenuto. Dico semplicemente che il passato organizzativo dell’Italia, l’attuale situazione socio-economica del Paese, la nostra tendenza a creare scandali quando l’occasione è tentatrice (ad essere onesti, anche quando non lo è) dovrebbero portarci verso altri obiettivi.

Roma 2024 prevede la costruzione di 18 nuove stutture e il rifacimento di altre 24. Tremo all’idea di cosa potrebbe accadere.

La presentazione della candidatura sembra costi dai 20 ai 45 milioni di euro. Mi fermerei prima.

Il fatto che una ad una siano scappate tutte le candidate all’organizzazione dell’Olimpiade invernale 2022 non dice niente?

Se ne è andata Leopoli in Ucraina. L’ha seguita Cracovia in Polonia: un referendum popolare ha detto no all’Olimpiade con il 70% dei votanti schieratosi contro questa prospettiva. Si temeva uno spreco di soldi pubblici e la possibilità che i fondi a disposizione dessero il via a fenomeni di corruzione.

Oslo si è ritirata dopo che era stata ventilata la possibilità di un aumento delle tasse per fare fronte all’impegno.

Stoccolma l’aveva anticipata non avendo adeguato sostegno economico.

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Sono rimaste solo Pechino, che deve fare i conti con il fatto che la città partner con cui dividere l’Olimpiade sarebbe Zhangjakon: nel nord ovest della Cina a circa 200 chilometri di distanza dalla capitale, e Almaty in Kazakistan.

Non è un segnale neppure questo?

Il Cio vuole abbassare i costi? Questo sì che mi sembra un sogno.

Gigantismo, aumento delle discipline, accondiscendenza alle esigenze degli sponsor, sudditanza nei confronti dell’emittente televisiva americana di turno. E adesso dicono che vogliono abbassare i costi?

Non è per scetticismo o prevenzione, ma all’idea che Roma possa organizzare i Giochi del 2024 rispondo: “No, grazie!

 

I segreti di Hamilton. Amore, grinta e un pizzico di follia

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Lewis Hamilton ha vinto con la Mercedes il secondo mondiale. Il primo l’aveva conquistato nel 2008 con la McLaren. Forte in pista, a volte folle fuori dal circuito. Come quando ha speso venti milioni di dollari per l’acquisto di un Bombardier CL 600 solo per rendere più semplice il rapporto con Nicole Scherzinger, fidanzata e cantante del gruppo Pussycat Dolls. O come quando è stato fermato dalla polizia mentre correva a quasi 200 khm su una strada francese. Cerchiamo di conoscere meglio il nuovo padrone della F.1.

«Il momento più bello non è quando hai vinto e tutti ti abbracciano. Il momento più bello è la mattina della gara quando ti svegli e te la fai sotto. Quella sensazione di aver fatto tutto il possibile e di essere pronto. Una sensazione che chi gioca sporco non potrà mai provare.»

LEWIS Carl Davidson Hamilton aveva appena dieci anni quando si è trovato nello stesso salone delle feste con Ron Dennis. Erano lì per una premiazione organizzata dalla rivista Autosport. Il ragazzino era già diventato campione nazionale di karting. Il più giovane nella storia britannica. Con lo stesso coraggio con cui affrontava le gare, si era presentato al boss della McLaren.

«Mi chiamo Lewis Hamilton e voglio farle sapere che mi piacerebbe guidare una sua macchina in futuro.»

Tre anni dopo Ron Dennis entrava in casa Hamilton e faceva firmare a padre e figlio un contratto con cui legava il ragazzo alla McLaren. Nel 2007 esordiva in Formula 1.

Si è subito parlato tanto di questo pilota. Soprattutto perchè è di pelle nera, ereditata dal nonno paterno che negli anni Cinquanta è emigrato dalle Isole Grenadine (Caraibi) a Londra. Lewis è stato il primo in questo sport ad arrivare così in alto. Un altro nero aveva già guidato una Formula 1. Lo statunitense Willy Ribbs nel 1986 aveva provato con la Brabham all’Estoril. La cosa però non aveva avuto un seguito.

Ha avuto un’infanzia dura Hamilton. E’ cresciuto in una famiglia borghese, accanto al fratello Nicolas che è anche il suo migliore amico e soffre di disturbi cerebrali, per questo ha continuo bisogno di cure.

Campione britannico di Formula Renault, campione europeo di Formula 3, vincitore di due serie nel GP2. La fila dei successi è lunga. Li ha meritati tutti. E’ un pilota di talento, ma è anche un uomo che sa tenere la scena diventandone un naturale protagonista. Nei modi e nelle parole, Lewis ci ricorda i grandi incantatori dello sport. Una sorta di Muhammad Ali, ma con quel pizzico di modestia che al Più Grande mancava anche agli inizi di carriera.

Damon Hill, l’ultimo britannico campione del mondo, aveva detto: «Troppe pressioni su di lui. Gli do sei mesi di tempo. Se non dovesse cogliere successi in questo periodo si sentirà un fallito.» Lui gli aveva risposto: «Sei mesi mi serviranno per imparare a non sbagliare, per imparare a vincere.»

In molti avevano avanzato dei dubbi. Per uno che non conosceva il mondo della Formula 1 tutto poteva diventare incredibilmente difficile.

«So come diventare il migliore. Ho solo bisogno di tempo.»

Sorridevano in molti davanti alle provocazioni di Ali quando ancora si chiamava Cassius Clay. Col tempo avevano imparato ad ascoltarlo.

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Un giorno hanno chiesto ad Hamilton: «Se avessi tre desideri, cosa chiederesti?».

Lui ha risposto come solo un grande sa fare.

«Per prima cosa chiederei più desideri, poi vorrei salute e ricchezza per la mia famiglia, infine chiederei di poter fare qualcosa di positivo per chi è stato meno fortunato di me.»

Il mitico Jackie Stewart ha sempre creduto in questo ragazzo, fin dalla prima gara.

«Lewis ha tutte le qualità per diventare un pilota di successo. Sono convinto del suo grande talento. E’ l’esordiente più preparato mai apparso in Formula 1.»

Non ha sbagliato giudizio.

C’era tanta curiosità, un po’ di scetticismo e molta passione attorno all’esordio di un uomo che aveva sempre creduto in se stesso. Il talento regala fiducia, ma serve anche una personalità forte che sappia accompagnarlo nei momenti di difficoltà.

«Sono pronto a realizzare i miei sogni.»

Quando nel 2007 è apparso a Melbourne in F. 1 il mondo si è subito accordo di questo ragazzo.

Lewis Hamilton voleva diventare il più grande e l’ha gridato forte.

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UN CAFFE’ a Parigi, anche se all’epoca viveva a Londra. Dicono che, non molto tempo fa, Lewis Hamilton sia salito in macchina nella City ed abbia guidato fino alla capitale francese solo per far visita alla sua ragazza (all’epoca non era ancora Nicole Scherzinger, foto sopra). Due ore a Parigi, poi di nuovo a Londra. Di quel viaggio la coppia ha conservato un romantico ricordo e il gusto di un caffè parigino.

E’ un tipo tosto il ragazzo. Aveva subito cominciato nella maniera giusta. Esordio in Formula 1, primo podio dopo essere stato a lungo davanti al campione del mondo Fernando Alonso. Il mondo della F. 1 era impazzito.

«E’ fantastico. Fino allo scorso anno questi piloti li guardavo in Tv, e adesso eccomi qui accanto a loro. Ma c’è tanto lavoro dietro questo risultato. Sono felice di essere rimasto così a lungo davanti al due volte campione del mondo. Non è cosa da tutti i giorni. Appena sceso dalla macchina mi sono chiesto: ma cosa ho fatto? Non credevo di essere davvero riuscito a realizzare quello che sognavo.»

Il primo che aveva incrociato dopo l’arrivo era stato Anthony, il papà. Una lunga risata liberatoria per celebrare un terzo posto che valeva un trionfo.

«Sono estasiato. Credo sia la parola migliore per esprimere quello che provo. Per qualcuno sarò una sorpresa. Ma io sapevo di potercela fare. Ho lavorato per questo. Fernando (Alonso) è un pilota molto veloce, ma io ho provato a stargli davanti. E ci riproverò ancora. Essere in squadra con un campione del mondo, mi esalta. Perchè ogni volta che riesco a fare qualcosa di buono, prendo fiducia. E’ vero, mi sento dentro un sogno. Siamo solo all’inizio, ma è un inizio meraviglioso. Sono andato più forte di quanto qualcuno pensasse, sono andato contro le scommesse. Ma io sono fatto così. So cosa devo fare e so come farlo.»

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C’è sempre stato Anthony, il papà, accanto a lui. Il nonno si chiamava Davidson e nel 1954 era emigrato dalle Isole Grenadine a Londra. Sono neri, ma Lewis dice di non essere mai stato vittima, se non qualche volta da piccolo, di episodi di razzismo.

L’UOMO nuovo della Formula 1 ha sfiorato il mondiale nell’anno dell’esordio, l’ha vinto nella stagione successiva. Adesso, dopo aver tagliato il traguardo per primo in 33 Gran Premi, si è ripetuto. E ad accoglierlo ha trovato il regalo più bello. L’intera famiglia era lì ad applaudirlo. La sera prima della gara aveva sentito il papà al telefono.

Mi piacerebbe avervi qui, so che avete deciso di non venire perché pensate sia meglio non distrarmi, non togliere nulla alla mia concentrazione. Ma sappiate che vi porterò nel cuore anche in corsa.”

Quando domenica, li ha visti tutti fidanzata compresa, ha pianto. Lei lo ha salutato con un bacio sul casco.

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Famiglia borghese, infanzia difficile. I genitori hanno divorziato quando lui aveva solo due anni. E’ cresciuto col papà, Anthony di 50 anni, ma va spesso a trovare la mamma Carmen Lockhart che lavora in una Casa di Salute a Londra.

Il giorno che in televisione hanno annunciato ufficialmente il suo ingaggio da parte della McLaren di Formula 1, il papà era davanti al teleschermo. E’ esploso di felicità, ha fatto un salto incredibile. Si è stirato un muscolo del polpaccio e si è dovuto far ricoverare in ospedale.

In gara Lewis ha quasi sempre usato un casco giallo, lo fa da quando correva con i kart. E’ stato il padre a volerlo. Così lo poteva riconoscere subito. E’ un tipo precoce il giovanotto. A 6 anni ha fatto la prima esibizione in televisione nello spettacolo per bambini “Blue Peter” guidando una macchina radiocomandata.

Ha lasciato Londra per andare a vivere nel villaggio di Tewin, nello Hertfordshire. Una chiesa e due pub. Poi si è trasferito a Montecarlo. A spingerlo in entrambe le occasioni è stato il sistema fiscale del posto, non certo il panorama.

Il più caro amico è il fratello Nicolas, di 14 anni. È il suo punto di riferimento.

«Nicolas è un fantastico ragazzo. E’ un’ispirazione per me. Ha sempre un sorriso, è sempre positivo, non si lamenta mai per quello che ha. Tiene semplicemente il mento su. Ogni volta che credo di avere un problema, penso a quanti problemi più grandi riempiono la sua vita. Averlo come fratello migliora il mio modo di affrontare il mondo.»

Il primo contratto con la McLaren aveva una clausola particolare: la casa inglese poteva sostituirlo senza pagare una penale se Hamilton non si fosse dimostrato abbastanza veloce.

Non c’è stato bisogno.

Lewis Hamilton non ha mai deluso e di mondiali ne ha vinti già due.

Carmen, 85 anni, sfrattata. Un club di calcio pagherà l’affitto

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LA CRISI colpisce duro, senza guardare in faccia chi viene colpito.

E non solo in Italia.

Carmen Martinez Ayuso (foto sopra e sotto) è una signora di 85 anni, da cinquanta vive in calle Sierra de Palomeras, tra calle Monte Aya e calle Villar del Olmo a Vallecas. Distretto di Madrid.

Sabato la polizia ha reso esecutivo lo sfratto che pendeva da giorni nei suoi confronti. E così la signora Carmen si è improvvisamente ritrovata senza una casa.

L’appartamento, che vale 160.000 euro, era stato dato in garanzia dal figlio per un debito. Il giovanotto quattro anni fa aveva perso il lavoro e contemporaneamente aveva divorziato. Le spese si erano accumulate, era stato necessario un prestito: 40.000 euro, poi diventati 77.000. Il mese scorso l’ordine di sfratto.

Carmen era all’oscuro di tutto.

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Sette anni fa le era morto il marito di cancro, fino a quel giorno loro due erano vissuti con la pensione sociale del signor Martinez: 630 euro al mese.

Lei ha lavorato per tutta una vita. Sveglia alle 6 del mattino e via l’intera giornata a pulire nelle case altrui. Un’esistenza di sacrifici, sofferenze. Ma alla fine credeva che a qualcosa tutto quel lavoro fosse servito. Aveva una casa dove invecchiare serenamente.

Quando sabato mattina il creditore si è presentato scortato dal suo avvocato e dalla polizia municipale, la signora ha reagito nell’unico modo che le era consentito. Ha pianto. Nessuna dilazione di pagamento, nessun contratto sociale. La casa serviva al creditore e lei doveva andarsene.

Poi, come accade solo nelle favole, qualcuno le ha lanciato un salvagente. E la storia è finita sulle pagine de El Pais.

Ad aiutarla è stata una squadra di calcio, il Rayo Vallecano che milita nella Liga ed è la terza società di Madrid. Il Rayo in quel barrio è nato novant’anni fa e tra quelle strade ha i suoi sostenitori.

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Saranno tecnici, dirigenti e calciatori a pagare a vita l’affitto per la signora Carmen. L’ha annunciato Paco Jémez (foto sopra), il manager.

È una vicenda che ci tocca. Ci sono un sacco di altre storie come questa. Stiamo attraversando un momento difficile e ci sono tante famiglie che stanno soffrendo. La cosa peggiore che possa capitare a una persona è essere buttata fuori di casa, soprattutto se lì hai vissuto per 50 anni. Non possiamo rimanere a guardare, ci accingiamo a fare qualcosa per aiutarla. Stiamo cercando un posto dove potrà vivere con dignità.”

La squadra si è anche impegnata ad aprire un fondo dove tutti potranno versare offerte che serviranno ad aiutare altre famiglie in questa situazione.

Sabato il Rayo Vallecano ha vinto 1-0 sul Celta.

 

Russo, tre sconfitte in una serata sono troppe

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UNA SCONFITTA non può rimettere in discussione un’intera carriera.
Vero, ma è anche vero che bisogna saper perdere. È questa una delle doti che fa di un pugile un campione.

Venerdì a Bergamo ho visto Clemente Russo (di spalle nella foto) perdere tre volte. Un po’ troppe in una sola serata.

Ha perso il match. Aleksei Yuryevich Egorov lo ha superato ben oltre il verdetto a maggioranza dei giudici (56-58 56-58 57-57, almeno il punteggio il comunicato federale potrebbe azzeccarlo…). L’unico ad attaccare con grinta, mettendo a segno colpi per tutte e sei le riprese è stato il russo. Più veloce, più preciso, più motivato. L’italiano ha detto che i colpi più puliti sono stati i suoi. Ammesso e non concesso che sia vero, se ne metti a segno tre e l’altro te ne stampa in faccia o al corpo almeno dodici, vuol dire che hai perso nettamente l’inconto. Il resto sono chiacchiere.

Ha perso quando ha dichiarato “Questa sconfitta non mi tocca, di questo match non me ne importava niente.” È una dichiarazione contraria allo spirito sportivo, riduce ancora di più (impresa che pensavo fosse impossibile) il valore assoluto del torneo che dovrà stilare la classifica Apb da cui si partirà a marzo per designare il primo campione di categoria. E offende il suo avversario. Quest’ultima cosa mi sembra la più grave dell’intero pacchetto.

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Ha perso quando si è lamentato di non avere potuto avere come sparring i professionisti extra Aiba. Ma vive nel mondo reale o in quello dei sogni? L’Aiba (sopra la notizia della sconfitta di Russo come è apparsa sul sito ufficiale dell’ente) tratta il mondo del vero professionismo come se fosse interamente popolato da appestati. Il solo contatto tra un pugile della loro organizzazione e un professionista è punito con la radiazione. E Russo si lamenta che non siano andati a fare gli sparring ad Assisi? Ma di cosa stiamo parlando? Non scherziamo, per favore.

Finora ero stato quasi sempre dalla parte di Clemente Russo. E ancora oggi sono dell’idea che non si vincano due titoli mondiali e due argenti olimpici senza essere un campione tra i dilettanti. Mi sono battuto contro chi lo denigrava, perché convinto che si potesse anche dire che la sua boxe non piace, ma non si potesse dire che tra i dilettanti non sia stato un protagonista assoluto.

Il professionismo però è un’altra cosa. Glielo ha mostrato un ragazzo con molta meno esperienza di lui. Uno che sa fare pressione, è aggressivo e porta i colpi senza stare lì a provarci senza raggiungere risultati concreti. Egorov ha solo 23 anni e il titolo più importante che ha conquistato è l’oro europeo a Minks 2013. Non è certo un veterano del ring. Ma è più veloce e più determinato di Clemente Russo che sulla distanza delle sei riprese ha palesato evidenti lacune.

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Egorov ha vinto meritatamente e chiaramente (sopra i cartellini, severi con lui, dei tre giudici). Per questo non meritava il commento dell’italiano (“Di questo match non mi importava nulla.”). Lui, dilettante vero, ha spiegato a Russo che ha 240 match sulle spalle cosa sia il mondo dei professionisti. Degli altri sei massimi impegnati nel torneo, preferisco non parlare. Credo sia meglio anche per loro.

Il torneo Apb conferma ad ogni tappa la sua scarsezza tecnica. E adesso cominciano ad arrivare anche le cattive notizie. Venerdì doppia sconfitta per noi. Ha perso anche Domenico Mirko Valentino, battuto nettamente nei leggeri dall’irlandese Joyce, dopo essere stato sconfitto all’esordio (il 24 ottobre) dal filippino Suarez.

 

“Sono la fidanzata di Phelps. Ero un uomo”

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HA TIRATO la bomba e poi è rimasta a vedere l’effetto che fa.

Taylor Lianne Chandler ha lanciato oggi il messaggio sulla sua pagina Facebook, il social network diventato ormai piazza globale, luogo dove colpire e affondare.

Sono la fidanzata di Micheal Phelps. Quando sono nata mi chiamavo David Ray Fitch ed ero un uomo.

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Con pazienza ha raccolto e ripubblicato su FB tutte le notizie generate dall’annuncio. A testimonianza della sua relazione con il fenomeno del nuoto ha postato la copertina del National Enquirer, tabloid scandalistico che non si può dire abbia la stessa autorevolezza del New York Times.

Foto della coppia non esistono. L’unica fonte è la signora Chandler. Ma è bastato un clic su Facebook e la notizia è diventata di dominio mondiale.

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Sono nata intersex, ma non sono mai stata un uomo, né mi sono mai sentita tale. Da teenager ho bloccato il testosterone, a vent’anni ho subito un intervento chirurgico per il cambio di sesso.”

È stata prodiga di particolari anche riguardo la sua relazione con Phelps.

Ci siamo conosciuti durante una partita dei Baltimora Ravens per la NFL. Nell’intervallo abbiamo fatto l’amore. Con nessun altro mi sono mai sentita donna come con lui. Dopo abbiamo rifatto sesso.”

Decine di giornali online, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, hanno ripreso la notizia. Il Mirror ha offerto il maggior numero di informazioni sulla signora.

Il tabloid inglese, sul suo sito web, ha scritto che è nata nel 1973 intersex: con il membro maschile ma senza testicoli.

A 16 anni è andata via da casa. A 18 è stata fermata per guida in stato di ebrezza.

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È stato in quel periodo, sempre secondo il Mirror, che avrebbe confessato “Sto pensando di ricattare qualcuno per farmi dare i soldi dell’intervento.”

Scoperta e arrestata, è stata condannata a trenta giorni di carcere.

Nonostante sia sul certificato di nascita che sulla patente fosse scritto che era di sesso femminile, è stata messa nel reparto maschile in cella con altri tre detenuti che l’hanno stuprata.

Il Mirror conclude dicendo che, secondo la Chandler, lei e il campione di nuoto si sarebbero incontrati grazie all’app Tinder. Primo appuntamento allo stadio di Baltimora. Il resto l’ha raccontato lei stessa.

Ora teme che Michael Phelps una volta uscito dalla riabilitazione (è fermo per essere stato trovato alla guida in stato di ebrezza) non vorrà più vederla. E Taylor Lianne piange anche per come alcuni giornali online hanno riportato la notizia.

Non spiega però da nessuna parte come mai abbia pensato di renderla pubblica su Facebook prima di confessarla al suo fidanzato.

Perché, è sempre la signora a parlare, lui non ne sapeva assolutamente nulla.

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Questa la storia. A tenerla in piedi ci sono solo le parole di Taylor Lianne Chandler (tutte le immagini sono della sua pagina Facebook). Né foto, né video a supporto, nonostante di ritratti in ogni posa la signora ne abbia messi in circolazione a centinaia (sono in larga percentuale degli autoscatti).

Sul profilo FB della Chandler sono indicati anche l’agente che cura le sue pubbliche relazioni, con relativo nome e numero di telefono, e telefono/email della stessa Taylor Lianne che si dichiara disponibile per pubbliche apparizioni.

Michael Phelps si sta curando per problemi con l’alcool. Vera o falsa che sia non è certo questa una notizia che potrà aiutarlo nel suo cammino di riabilitazione.

 

 

Tra guai e follie Mayweather aspetta Pacquiao

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MAYWEATHER E PACQUIAO si affronteranno nel 2015.

Sembra che i due non siano mai stati così vicini a raggiungere un accordo.

Bob Arum, che cura gli interessi del filippino, dice: “Stiamo trattando, siamo a buon punto.”

In questo periodo però le parole del boss della Top Rank vanno interpretate con le dovute cautele. Sabato a Macao il campione dei welter Wbo affronterà Chris Algieri e sembra che la vendita della pay per view non marci alla grande. Quindi potrebbe trattarsi solo di una mossa pubblicitaria per rendere più appetibile il match programmato in Cina.

Ma in aggiunta c’è anche la dichiarazione di Michael Koncz, consulente finanziario di Pacquiao che rivela: “Siamo free agent, non abbiamo alcun contratto con alcun network.” E questo sembrerebbe risolvere uno dei problemi più grandi, la sfida tra Hbo e Showtime (Mayweather ha un contratto per altri due match con l’emittente, onorato il quale a fine 2015 vorrebbe ritirarsi) per la trasmissione dell’evento.

A confortare la possibilità di un accordo c’è anche l’email che il portavoce di Showtime ha inviato al Times: “Tutti nel nostro clan, Floyd, CBS e Showtime stiamo lavorando perché il match si realizzi.

Pacquiao ne sarebbe entusiasta, al punto da realizzare un divertente spot pubbliciatorio per Foot Locker.

Se Algieri sabato non riuscisse a segnare una clamorosa sorpresa e la sfida dovesse andare in porto avrebbe già una data: 2 maggio, e una probabile sede: il Cowboys Stadium di Arlington, l’impianto al coperto che ospita le partite dei Dallas Cowboys nella NFL. Centocinquemila posti e un giro d’affari già stimato in 400 milioni di dollari. Un buon motivo per trovare un accordo.

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Del resto nel 2002 HBO e Showtime riuscirono a firmare un mega contratto per allestire la sfida tra Lennox Lewis e Mike Tyson. Perché non ripetere l’esperimento?

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Nella vendita della pay per view Mayweather è sempre stato un fuoriclasse.

Per il match contro Alvarez ha registrato 2.200.00 acquirenti per un incasso di 150 milioni di dollari. Niente male. Aggiungendo i 20 milioni portati dalla vendita al botteghino e i 30 tra merchandising, vendita diritti all’estero e consumazioni, il lordo di quella serata si sarebbe aggirato sui 200 milioni di dollari. Pretty Boy non a caso è lo sportivo più pagato del mondo: 105 milioni solo nel 2014. Tutti come compenso per quel match.

Con i soldi Mayweather ha un rapporto intenso, particolare. Sono la sua ragione di vita. Lui ricorda che le sofferenze della gioventù, madre tossicodipendente e padre spacciatore con sette figli tutti assieme in una stanza, lo spingono a individuare nei soldi la prova concreta del suo successo.

floyd

Del resto Floyd jr è uno che ha sempre vissuto di follie, eccessi, stranezze. Chiamatele come volete.

È di ieri l’intervista esclusiva di Josie Harris a Usa Today. L’ex compagna di Mayweather e madre di tre dei suoi quattro figli, ha rivelato al quotidiano americano di essere stata picchiata violentamente in sei occasioni.

Ero una donna maltrattata” è il titolo dell’articolo.

Straziante il racconto di quanto accaduto nel settembre 2010.

È entrato in casa mentre dormivo con i bambini, mi ha presa per i capelli e gettata a terra. Poi ha cominciato a picchiarmi mentre mi urlava contro terribili insulti.”

È stato uno dei ragazzi, Koraun, a chiamare la polizia e l’ambulanza.

Per quel crimine Mayweather è stato condannato a novanta giorni di prigione.

Il mese scorso ha ricevuto un’altra accusa di maltrattamenti da parte di Shantal Jackson che l’ha denunciato per averle addirittura puntato una pistola alla testa per una questione di gelosia.

È solo l’ultimo guaio di un uomo dalla vita spericolata.

Floyd Mayweather ama gli eccessi, gode a mostrare la sua ricchezza.

L’ultimo colpo l’ha messo a segno regalando una Bentley d’oro da cart a Koraun per il suo quattordicesimo compleanno. Il ragazzo lo ha ricambiato qualche ora dopo dichiarando a Usa Today: “Mio padre è un codardo.”

bentley

Di stranezze Money ne ha collezionate a centinaia. È di questi giorni il video che lo ritrae con dieci spogliarelliste del Sam’s Hofbran Adult Cabaret di Los Angeles.

Lui e le dieci ragazze, pagate tremila dollari ciascuna per un’ora di spettacolo privato, in una suite di un albergo superlusso.

Nel recente passato ci sono altre chicche da ricordare.

Come quella notte al night e11even di Miami. La festa del DJ Ierie si stava facendo sempre più calda quando sono entrate sul palco alcune ballerine in topless. Mayweather ha preso in mano il microfono, ha detto qualche parola e poi ha fatto un cenno ai suoi uomini. Una pioggia di centomila dollari è cominciata a cadere sulle ragazze!

Vive in una casa di duemila metri quadri, con cinque stanze da letto e sette bagni, all’interno del Southern Higlands Golf Club di Las Vegas. Nel garage ha otto auto di lusso, tra cui una Bentley da 300.000 $. Tutte bianche. Ne ha altre sei parcheggiate davanti alla villa di a Miami. Tutte nere. E quattro davanti a quella di Los Angeles. Tutte blù. Ogni città, un colore…

Lo scorso anno, più esattamente la mattina del 20 giugno 2013, gli è venuta una gran voglia di andare a vedere Gara 7 della finale NBA tra Spurs e Heat. Voleva quattro posti a bordo campo. Ha dato incarico di trovarli all’agenzia White Glove Entertainment. Detto, fatto. Gli è bastato pagarli… 20.000 dollari. Non male per una sola partita di basket.

Floyd si sposta con un jet privato: un Gulfstream. Ma fa viaggiare le guardie del corpo su un altro jet di sua proprietà: ha paura che con il loro peso quei signori destabilizzino il suo aereo.

Restiamo in tema. Su un jet si è fatto riprendere nel primo semestre del 2013 mentre contava un milione di dollari, in sottofondo 50 Cent cantava Double Up: un rap pieno di volgarità.

scarpe

Indossa la biancheria intima una sola volta, poi la butta. Si può fare, basta mettere in contro spese 6.000$ l’anno. E la stranezza non si ferma qui. Quando è in giro usa lo stesso sistema con le scarpe. Le mette un giorno, poi le lascia al personale dell’albergo che lo ospita.

È ossessionato dai contanti. Porta con sé almeno 60.000$, a volte arriva a girare con una borsa da golf che contiene fino a un milione. Ultimamente ha regalato a quelli del suo clan delle borse da atletica Vuitton piene di soldi.

È un maniaco dei gioielli. Nel 2008 una coppia di ladri entrata nella sua ville ne ha rubati per sette milioni. Nel maggio scorso ha speso 250.000$ per un regalo di compleanno, orecchini e collanina, da fare alla figlia di 13 anni. Prima di scegliere è rimasto nella lussuosa gioielleria per un’ora. A quel punto gli è venuta fame ed ha preteso che gli portassero pollo fritte e patatine. Pensate che il proprietario abbia opposto uno sdegnato rifiuto?

fidanzata

Lo scorso anno per riconciliarsi con la fidanzata Shantal Jackson che ha da poco lasciato (è la ragazza che una settimana fa lo ha denunciato per percosse), le ha regalato un anello con un mega diamante da 10 milioni.

Esibire la ricchezza è una sorta di patologia. A Tim Keown di ESPN che gli chiedeva di quantificarla, ha mostrato il saldo del conto in banca: 123 milioni. “Ma è solo uno dei miei conti” ha precisato.

In carriera ha guadagnato più di 420 milioni (fonte Forbes), 105 nella scorsa stagione. Ha contratti già firmati per altri 180 milioni. Non deve certo preoccuparsi dei soldi, anche se non riceve neppure un dollaro dalla pubblicità…

Bibliografia: ESPN, Business Inside, Bleacher Report, 8NewsNow, Usa Today, MailOnline, The Ring, Forbes, Wikipedia.

Dundee, “Il migliore”. Lo dicono Ali e Leonard

Angelo Dundee

IL VERO COGNOME di Dundee era Miranda. Angelo Miranda, proprio come il papà che faceva il pastore a Rogiana Gravina in provincia di Cosenza. Calabrese anche la mamma Filomena Jannelli. Il “nome d’arte” l’aveva ereditato dal fratello Joe che quando saliva sul ring si faceva chiamare Johnny Dundee.

L’uomo di cui si fidava Ali era dunque un bianco, un oriundo calabrese. Era nato a Philadelphia e aveva guidato al titolo Carmen Basilio.

Angelo Dundee era figlio di emigranti che parlavano meglio il dialetto che l’inglese. Il papà veniva dalla Calabria e in America asfaltava le strade, la mamma era una casalinga. Angelo era nato il 30 agosto del ’21 a South Philadelphia, al numero 829 di Morris Street. Una zona piena di italiani. Sette figli, più due morti nell’epidemia di diarrea che nel 1917 aveva fatto un’autentica strage. In casa Miranda la tradizione era quella di casa nostra, scandita dallo stesso menù per tutte le settimane dell’anno.

Lunedì: carne e patate; martedì: spaghetti con ragù di polpette; mercoledì: piselli, riso, verdure; giovedì: pasta; venerdì: pesce; sabato: sandwich; domenica: pranzo pieno con tre portate, più la frutta.

E per bere, in tavola c’era il vino che il papà produceva in proprio. Ogni pasto era introdotto dallo stesso rito. Angelo sr diceva ai ragazzi che dovevano portare rispetto alla fatica della mamma. Dovevano mangiare senza fiatare quello che lei aveva cucinato.

Mange, mange.

Erano le parole con cui si chiudeva sempre il piccolo sermone.
Il manager di Clay aveva dunque origini italiane. Il più grande amico era un fotografo cristiano, Howard Bingham. Il confidente, giullare, motivatore era un ebreo integrazionista, Bundini Brown. Un clan perfetto.

Angelo Dundee diceva che le stelle erano i pugili, non gli allenatori. Ma poi ammetteva che il suo era un mestiere difficile.

A volte devi essere un buon dottore, altre un bravo ingegnere, altre ancora conoscere la psicologia, spesso devi diventare anche attore. E, ovviamente, devi conoscere la boxe. Ci sono più modi di interpretare questo lavoro di quelli che puoi trovare negli inganni del cubo di Rubik.”

E lui era un grande allenatore. È morto il primo febbraio del 2012 a Tampa, aveva novant’anni. Si è portato dietro la magia dei suoi segreti. Era stato all’angolo di Cassius Clay. Era stato l’unico bianco nel gruppo dei Mussulmani Neri quando il campione era diventato Muhammad Ali e aveva affidato cuore e finanze ai rappresentanti del suo nuovo credo.

basilio

Aveva cominciato con Carmen Basilio, poi ne aveva avuti così tanti, almeno quindici, da perdere il conto. Willie Pastrano, Jimmy Ellis, Luis Rodriguez, George Foreman nella riconquista del titolo, Josè Napoles.

Il maestro/manager ricordava a tutti come Mantequilla, assieme ad altri due pugili cubani, Luis Rodriguez e Ultimino Sugar Ramos, gli avesse insegnato lo spanglish. Un misto di inglese e spagnolo assai utile per capire e farsi capire in un mondo che mischiava l’America del Nord e quella Latina con estrema facilità.

E poi, primo tra tanti, aveva gestito un altro grande: Sugar Ray Leonard. Li aveva messi tutti assieme nel suo biglietto da visita per non dimenticarli mai.

Assieme a un altro fratello, Chris, aveva creato la “5th St. Gym”: la palestra all’angolo tra Washington Avenue e la Fifth Street a Miami Beach in Florida. Il ginnasio dove si preparavano Luis Rodriguez e Bennie Paret. Dove potevi vedere gli allenamenti di Muhammad Ali.

Aveva cominciato, agli inizi degli anni CInquanta, allo Stillman’s Gym.

still

Louis Ingber, meglio noto come Lou Stillman, era stato un leggendario insegnante di pugilato che aveva aperto una palestra a New York. Nel 1919 i miliardari Alpheus Geer e Hiram Mallison gli avevano chiesto di amministrare lo Stillman’s Gym sull’Ottava Avenue tra la 54esima e la 55esima strada. I pugili che la frequentavano pensavano che il cognome del titolare fosse Stillman e lui glielo aveva lasciato credere.

Indimenticabile il dialogo tra lo stesso Ingber “Stillman” (interpretato dall’attore Matt Crowley) e Rocky Graziano (Paul Newman) nel film “Lassù qualcuno mi ama”

(la scena è quella in cui Rocky entra per la prima volta nella palestra)

Stillman: “Ehi tu, blocchi il passaggio.”

Graziano: “No che non lo blocco. Quello mi ha detto che potevate dirmi…”

Stillman (prende il microfono e parla ai pugili): “Mark Knyfield al telefono. E non credo sia tua moglie.”

Graziano: “Frankie Peppo, sa dirmi dove lo trovo?

Stillman: “Certo che lo so dove è Peppo. Prendi l’autobus e vai alla Stazione Centrale. Poi, prendi il treno per Sing Sing, ma senza fretta perchè starà lì dai due ai dieci anni.”

Ibner-Stillman aveva uno strano modo di gestire il locale. Non era certo il posto più salutare per chi facesse sport, per chi volesse respirare aria pura. Si poteva fumare e le finestre erano sempre chiuse, mentre i pavimenti venivano lavati di rado. Lui teneva una pistola nella cintura e aveva messo due guardie alla porta perchè si assicurassero che tutti pagassero i 25 centesimi del biglietto per vedere i pugili in allenamento.

Non faceva discriminazioni di razza, nè di sesso. Da lui si erano preparati Jack Dempsey, Georges Carpentier, Primo Carnera, Fred Apostoli, Joe Louis e Rocky Marciano. Sapeva cosa fosse indispensabile per un pugile e glielo faceva trovare. Sangue, sudore e lacrime. Era un buon maestro. Conosceva la strada per scalare le classifiche.

In quella palestra Angelo Dundee aveva “rubato” i primi segreti a Ray Arcel, Charley Godman, Chickie Ferrara.

Diceva Ferdie Pacheco, il medico dei campioni: “All’angolo Angelo era un misto di Godzilla e Superman.

Qualsiasi cosa ti dicesse in quel minuto, tu dovevi ascoltarlo. Dovevi credergli. Era il migliore del mondo”, ricordava Muhammad Ali.

E di capolavori all’angolo nei aveva fatti tanti. Saggezza, professionalità, capacità. Ma anche piccoli trucchi diventati famosi. Come quando, nel giugno del 1963, aveva allargato un piccolo buco nel guantone di Ali appena messo al tappeto da Henry Cooper. Per cambiare quel guantone, Angelo si era preso tutto il tempo possibile, sforando il minuto di intervallo, anche se non di molto come vorrebbe la leggenda. Il tempo necessario al campione per recuperare energie e vincere poi per ko al quinto round.

E chi potrà mai dimenticare “Thrilla in Manila”?

ali

Ali era stremato, finito. Guardava Angelo Dundee implorando un cenno, qualcosa che lo aiutasse ad arrendersi. Il vecchio manager italo-americano aveva fissato il campione negli occhi  e con un filo di voce gli aveva sussurrato nell’orecchio: «Hai vinto, lui non ne ha più».

Eddie Futch aveva guardato il volto devastato del suo pugile e aveva fatto un cenno con la mano all’arbitro. Era finita. Joe Frazier abbandonava. Ali era ancora campione. Una stilla di energia in più e un’intuizione geniale del maestro avevano salvato titolo e leggenda.

A poche ore dal mitico match con Foreman a Kinshasa, Dundee aveva visto le corde del ring molli. La pioggia le aveva allentate. Con la lama di un rasoio aveva tagliato e riparato quelle corde, le aveva rese più elastiche,ma anche più lente. L’aiuto ideale per Muhammad Ali e la sua magica tattica. Rope-a-dope, il titolo sarebbe tornato nelle sue mani.

Angelo Dundee aveva curato Cassius Clay nella seconda sfida con Sonny Liston, quando gli occhi del campione improvvisamente avevano preso a bruciare e la vista sembrava stesse per scomparire. Lo aveva ricacciato al centro del ring, non gli avrebbe mai permesso di regalare il titolo in quella maniera.

Aveva urlato «Fuck you» a Drew Bundini Brown che implorava un altro round per Ali. «Fottiti, è finita» aveva urlato il maestro/manager all’uomo che più di tutti era stato vicino al campione. E il massacro aveva finalmente avuto termine. Seduto sullo sgabello, all’altro angolo del ring, all’interno del Caesars Palace di Las Vegas, Larry Holmes piangeva. Per dieci riprese gli era sembrato di picchiare suo padre. L’uomo che gli stava davanti era un fantasma. Bundini non strillava più con quella sua voce melodiosa che veniva dall’anima. Angelo Dundee aveva posto fine allo scempio.

leonard

Era stato all’angolo di Sugar Ray Leonard per tutta la carriera. Anche nella notte della vittoriosa sfida con Marvin Hagler. Sceso dal ring Sugar Ray aveva ufficializzato il ritiro. Mentiva. Sarebbe tornato a combattere anche dopo il quarto annuncio. Ma al suo fianco non avrebbe più avuto Angelo Dundee. Mike Trainer lo aveva fatto fuori, aveva tolto di mezzo l’uomo che aveva costruito un capolavoro tattico nella sfida più dura di Leonard.

Questo e molto altro ancora è stato Angelo Dundee, un uomo che non ha mai dimenticato le sue origini italiane. Uno che, allontanatosi dal ring aveva continuato ad insegnare boxe. Russell Crowe, protagonista di “Cinderella Man”, era stato uno dei tanti attori che gli avevano chiesto aiuto.

Un grande. Il più grande, dice Muhammad Ali che se ne intende.

Non fatico a credergli.

 

Editoria ko: persi 1,8 miliardi di euro e 4200 posti di lavoro. Nel 2024 si chiude?

kover

TORNO su un tema a me caro.

Siamo in ritardo rispetto al resto del mondo.

Usiamo Twitter, email, Sms, Pinterest, Instagram e Facebook per comunicare. Ma neppure in questo riusciamo a stare alla pari con il resto dell’umanità. In Italia usa Internet solo il 33,5% della popolazione, meno della metà rispetto al 70% della media europea. Colpa del ritardo della banda larga, ma anche di una scarsa spinta verso la ricerca dell’informazione.

Informarsi è un diritto e una necessità. Ma da queste parti il concetto non passa.

Nel 1982 si vendevano otto milioni di quotidiani nel nostro Paese. Nel 2012 sono scesi a quattro e gli esperti dicono che entro il 2017 se ne venderanno appena due milioni. Se il trend è questo, la carta stampata scomparirà nel 2024.

E gli ultimi dati non incoraggiano certo all’ottimismo.

L’ultimo rapporto R&S Mediobanca fotografa con spietata precisione la triste e preoccupante realtà dell’editoria italiana.

Nel quinquennio 2009/2013 la pubblicità è calata del 31,3%, le copie vendute sono diminuite del 29% e i ricavi accessori sono scesi del 16,7%.

Hanno perso il posto di lavoro 4.200 dipendenti. Il colpo più forte l’hanno subito gli operai (-39,9%), poi i dirigenti (-24,4%) e infine i giornalisti (-13,1%).

Le perdite accumulate in questo periodo sono state stimate in 1.821 milioni di euro (il Gruppo L’Espresso, +116 milioni di euro, è l’unico a registrare profitti e non perdite). Il campione di riferimento per l’analisi dei dati è rappresentato dai sette gruppi editoriali più importanti: RCS, Mondadori, Sole 24 Ore, La Stampa, Monrif (Quotidiano Nazionale), L’Espresso, Caltagirone.

Tra questi solo la Stampa non è quotata in Borsa e solo Mondadori non pubblica quotidiani, ma settimanali.

Il Corriere della Sera è quello che ha accusato il colpo maggiore. È sceso dalle media giornaliera di 539.000 del 2009 a 386.000 del 2013 (-28,4%). Male anche Repubblica (-27,4%, da 485.000 a 352.000) e tutti gli altri quotidiani.

Non fanno certo eccezione i quotidiani sportivi.

2009:2014

Gli ultimi dati dell’ADS (Accertamento Diffusione Stampa, settembre 2013/settembre 2014) non danno segnali di speranza.

settembre

La tendenza è in forte perdita per i tre giornali di settore. La Gazzetta dello Sport è comunque riuscita a contenere in molti mesi dell’anno il calo in numeri a una cifra, mentre il Corriere dello Sport si è ormai stabilizzato su perdite medie a doppia cifra.

Il digitale sembra essere la grande via d’uscita nel resto del mondo. Le copie vendute online sono passate dagli 80 milioni del 2009 ai 1.753 milioni del 2013, un balzo in avanti di oltre venti volte la cifra iniziale.

In Italia si procede a rilento tranne alcune eccezioni.

Bene il Sole 24 Ore con una media annuale 2013 di 149.000 copie, reggono Corriere della Sera (99.000) e Repubblica (62.000). Poi c’è davvero poco.

Tra gli sportivi è ancora la Gazzetta dello Sport a staccarsi dal gruppo: 17.000 copie nell’ultimo rilievo di settembre 2014 contro le 2.200 del Corriere dello Sport e le 1.600 di Tuttosport. Questa la Top Ten bloccata a due mesi fa.

digitale2014

Siamo un popolo di sedentari. Costa fatica arrivare sino all’edicola, tirare fuori i soldi, tornare a casa, leggere il giornale. Meglio sedersi sul divano e accendere la televisione. Le statistiche dicono che si informa così l’80% degli italiani. E solo l’8% dei nostri connazionali ha Sky, questo vuol dire che la quasi totalità ha come unici punti di riferimento Rai, Mediaset o La7.

La pluralità dell’informazione rende il cittadino libero. Qui non si tratta solo di salvare i giornali, si tratta di salvare noi stessi.

La perduta credibilità e il distacco dal mondo reale hanno spesso accumunato quotidiani e politica. In aggiunta i giornalisti hanno lottato poco per la libertà di espressione e molto di più per la difesa dei privilegi. Da qualche tempo però una parte della stampa ha provato a cambiare inseguendo un’informazione più puntuale, a volte aggressiva. Il prossimo passo sarà quello di alzare ancora di più il livello qualitativo del prodotto, unico salvagente possibile per continuare a resistere.

I giornali hanno ancora mille difetti, ma senza di loro se ne andrebbe parte della nostra libertà. E ci consegneremmo totalmente a un’informazione televisiva imperniata su un bipolarismo Rai/Mediaset. Perché, ne sono quasi certo, i quotidiani online avranno un numero di utenti accettabile sino a quando saranno gratuiti. Poi faranno la stessa fine del cartaceo.

Dal 2024 saremo ancora meno liberi di quanto lo siamo adesso?

Non può essere questo il nostro futuro. Non voglio crederci.

 

 

 

 

 

 

 

Facebook, terra di violenti. Mi fa paura

F

Facebook è quello strano mondo dove si clicca Mi Piace sull’annuncio di una grave malattia (già il fatto che il malato senta il bisogno di postare la triste notizia su un social network mi inquieta), si collezionano Mi Piace per avere scritto ciaoooooooo. Ma ci sono dentro e non me ne vergogno. Mi sto però accorgendo che devo alzare il livello di guardia, altrimenti il meccanismo rischia di stritolarmi.

Quando ho cominciato, Facebook mi incuriosiva, mi divertiva. Ora mi fa paura e dentro di me si va facendo strada la convizione che per guarire sia indispensabile liberarsi del male. È un’ipotesi sto prendendo in considerazione.

FB è un mondo che non mi piace più.

Uso un personaggio che conosciamo quasi tutti per spiegarmi meglio.

Mike Tyson ha scritto un’autobiografia che si intitola “True”, verità, ma che a volte mi ha fatto venire il dubbio sia una verità gonfiata per stupire. Ho letto il libro ed ho scoperto alcune storie che non mi tornano. Come quando racconta di avere rotto le costole, spaccato la cavità orbitale e fratturato la mandibola a Frank Warren alla vigilia del match contro Lou Savarese. Ero a Glasgow e nella conferenza stampa post incontro ho visto l’organizzatore seduto al suo posto. Il cerone copriva qualche livido, ma Warren non mi sembrava quel relitto umano che avrebbe dovuto essere dopo il pestaggio raccontato da Iron Mike nelle sue memorie.

Tyson nel libro rivela quante volte si sia drogato, quante persone abbia picchiato, quanti furti abbia commesso, in quante orge e ubriacature senza fine sia stato coinvolto. Ma se qualcuno prova a ricordarlo su Facebook viene travolto da una raffica di insulti.

Giornalisti di merda parlate di cose che non conoscete.

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Non giudicare chi non conosci!

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Parlate così perché odiate il pugilato!!!

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Quelli come te devono morire!!!!!” (sugli esclamativi i frequentatori di FB non risparmiano mai).

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Everybody-has-a-plan-mike-tyson

Inutile provare a ragionare. Di solito scrivo di cose che conosco, in questo caso ho addirittura esposto fatti da lui stesso raccontati. Tirava coca e mandava giù superalcolici con la stessa frequenza con cui io mangio fettuccine. E, credetemi, lo faccio in quantità  del tutto rispettabile. E la qualità dell’impasto è decisamente migliore di quella delle sue schifezze.

Sul fatto che io debba morire sono d’accordo. Tutti prima o poi dobbiamo farlo, è una delle poche certezze della vita. Ma preferisco accada poi, piuttosto che prima. Mi dispiace deluderli.

Facebook mi fa paura. La violenza del web mi spaventa. Nascosti dietro soprannomi e finte immagini vengono sparate sentenze definitive. Chiunque abbia un’opinione diversa, è trattato come un nemico.

Un esempio?

Se faccio una classifica dei dieci migliori pesi massimi di sempre e lascio fuori Tizio, si scatena l’inferno.

Sei un demente, non capisci niente di boxe!!!

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Ma come fai a dire che è un pugile scarso? Idiota!!!

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Dovrebbero impedirti di continuare a scrivere di uno sport che non conosci!” (stranamente avaro di esclamativi).

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Ecco un altro concetto che il web ha lanciato.

Non è necessario leggere lo scritto che si contesta, non è necessario capire il significato della frase incriminata. L’importante è portare avanti, urlando, la propria idea. Magari accompagnandola con insulti a tutti quelli che si permettono di averne una diversa.

Non ci sto. Non ho mai detto che Tizio sia stato un pugile scarso. Era bravo, ho semplicemente scritto che secondo me non merita un posto nella Top Ten di sempre.

Ma cosa volete interessi a chi insegue visibilità attraverso una serie di insulti via Internet?

Non conta l’oggetto della disputa, non importa neppure che la contestazione si rivolga a un fatto reale. L’obiettivo è imporre la propria convinzione, il più delle volte prescindendo dai fatti.

L’esaltazione dell’individualità, l’affermazione dell’esistenza attraverso un post su un social network. E’ questa la molla che ha reso Facebook vincente e pericoloso, facendolo diventare spesso un’inquietante esaltazione del nulla.

G

a copia

Ciao a tutti.

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Ehiiiiiiiiii!!!!!!!!!!

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Va alla grande anche il messaggio in codice.

Senza il cane, hai mangiato sale.

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I limiti della sedia sono nel formaggio.

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Ma il terrore si è impossessato di me quando ho letto un post e una reazione allo stesso che scadeva nel surreale, nel tragicomico, per approdare infine a una follia totale.

Devo operarmi per un cancro all’intesino.

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Vi piace che abbia il cancro? O che si debba operare?

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Il mondo non è prigioniero dentro questi confini.

La vita è un’altra cosa, fatevene una ragione.

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