Per la serie: provateci voi, guardate che fa questo lanciatore dei New York Mets…

Giocata incredibile di Carlos Torres, lanciatore dei New York Mets contro i Philadelphia Phillies nella Major League Baseball.
Dopo il suo lancio, la palla battuta dalla mazza del giocatore dei Phillies gli finisce tra i piedi. Torres con riflessi e inventiva la colpisce di tacco, spedendola al compagno in prima base che a fatica riesce a restiturigliela quando lui ha raggiunto la base.
Incredibile. Il telecronista è giustamente impazzito…

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Mayweather sconfitto, ha osato troppo contro Isaiah Thomas su un campo da basket

Floyd Mayweather jr è stato sconfitto.
L’impresa è riuscita a Isaiah Thomas, point guard dei Boston Celtics nella NBA.
Hanno giocato a basket al meglio delle cinque partite e Thomas si è imposto.
Stessa altezza o quasi, 1.73 Floyd e 1.76 Isaiah. Ma il giocatore di pallacanestro si muove chiaramente a livelli decisamente diversi.
Il video è stato girato da Showtime e messo in rete dal sito BSO.

Il capolavoro di Icio Stecca contro Benichou, l’uomo che ha preso a pugni la vita…

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Era un dicembre freddo, ventoso. Veniva giù una pioggia fitta e fina.

Poca gente in strada, anche il clan italiano dopo l’allenamento si era rintanato in albergo. C’erano Umberto Branchini, Elio Ghelfi e il dottor Mario Ireneo Sturla.

Maurizio “Icio” Stecca se ne stava da una parte. Il match che due giorni dopo l’attendeva non era certo dei più semplici.

Chi gli voleva male diceva che era in pieno tour dell’addio a caccia di buone borse. In cambio, aggiungevano con una perfidia neppure nascosta, offriva il suo nobile curriculum per onorare l’avversario.

Non era così, non poteva essere così.

Maurizio negli ultimi dieci anni era stato una delle colonne del pugilato italiano. Prima da dilettante dove era arrivato all’oro olimpico a Los Angeles 1984. Poi da professionista dove aveva vinto il titolo italiano, europeo e infine quello mondiale. Non avrebbe mai pensato di barattare l’onore con la moneta.

A 29 anni sentiva che le stagioni migliori erano alle spalle e magari accettava qualche rischio in più. Questo sì, ma saliva sempre sul ring con l’obiettivo della vittoria.

Eravamo a Clermont Ferrand, Francia, nella regione dell’Auvergne. Un posto di mezza collina dove tutti adoravano l’idolo di casa.

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Si chiamava Fabrice Benichou ed era francese, solo per caso era nato a Madrid.

Il papà di professione faceva il fachiro. Si bucava le braccia con gli aghi, si faceva seppellire vivo per ore, si sottoponeva a crocefissione, una volta si era addirittura fatto investire da una macchina. Superava il dolore grazie a una profonda conoscenza di una particolare tecnica yoga.

Qualche volta esagerava. Sembra che avesse fracassato dei mattoni messi sul ventre della moglie sdraiata su una tavola piena di chiodi. Lei era incinta di Fabrice, che era nato tre mesi prima del previsto. Appena un chilo e trecento grammi sulla bilancia. L’ospedale americano di Madrid lo aveva tenuto nell’incubatrice e lo aveva miracolosamente salvato. Era il 1965.

Era cresciuto lottando. Contro chi lo prendeva in giro per una deformazione al palato, contro chi lo sfotteva per quel suo essere eterno girovago di natura. La famiglia viaggiava in continuazione in cerca di nuove piazze, dicono che avessero visitato almeno quaranta diversi Paesi.

Un piccolo guerriero fragile. Abbastanza tosto però per vincere prima l’europeo e poi due volte il mondiale. Aveva da poco perso per il titolo Wbc dei piuma contro Paul Hodkinson. Il suo record era di 33-12, a 27 anni aveva tutto il tempo per ricominciare. E il nuovo inizio sarebbe stato quel 18 dicembre del ’92 contro Maurizio Stecca. Nessuno in Francia pensava potesse finire diversamente, pochi lo ritenevano possibile anche in Italia.

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L’avvio del combattimento aveva confermato i pronostici.

Icio era andato al tappeto nel primo round.
Da quel momento la sfida era entrata in una dimensione inaspettata.

Stecca era un gioiellino, un capolavoro di perfezione meccanica. Piacevole da vedersi, portava i colpi con precisione da maestro, li piazzava esattamente come andavano piazzati. Ma dava l’idea di una fragilità fisica e anche sul piano della tenuta mentale non tutti avrebbero puntato la casa su di lui.

Si sbagliavano, eccome se si sbagliavano.

Maurizio Stecca da Sant’Arcangelo di Romagna, per gli amici Icio, si era trasformato in una furia. Incalzava, attaccava, piazzava i colpi incurante di quali potessero essere le reazioni dell’altro. Benichou ci provava, ma Icio era un maestro della nobile arte, era un combattente senza paura. Picchiava e schivava, colpiva e rientrava. Mobile quando c’era da evitare l’attacco di Benichou, ben fermo sulle gambe quando toccava a lui mettere la botta giusta.

Era una lotta selvaggia, il sangue usciva dalle ferite dei duellanti e andava a coprire i pantaloncini che diventavano di un rosso intenso, inquietante.

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Fabrice l’ispano-francese sembrava un vecchio samurai. I lunghi capelli appiccicati al volto, il codino che ormai si era perso lungo il cammino della lotta, il profilo scolpito con tratti duri senza concessione alla dolcezza. Attaccava, cercava la corta distanza, l’unica da cui poteva sperare di ottenere un risultato.

Icio lo soggiogava, lo surclassava in classe e personalità.

Alla fine il capolavoro era sancito da una meritata vittoria ai punti in terra di Francia, dalla riconquista dell’europeo dei piuma e dalla gioia di avere rispedito in campagna tutti quelli che erano pronti a cantare il de prufundis.

Sì, penso sia stato proprio quello il miglior match da professionista di Maurizio.

Stecca sarebbe rimasto sul ring altri tre anni. Perdendo, riconquistando e riperdendo la cintura continentale. Poi avrebbe chiuso con il titolo italiano.

Oggi fa l’allenatore in nazionale, vive sereno con la moglie Roberta. È papà di Morena e Marvin. Lotta ancora, ma stavolta il nemico si chiama Epn, una malattia che aggredisce le cellule base del midollo osseo e attacca indifferentemente i globuli rossi, quelli bianchi e le piastrine. Non muori, ma stai male e devi sottoporti a controlli continui.

Icio è un combattente, continua a lavorare anche se ogni tanto qualcosa gli fa pensare che sarebbe meglio tenere la guardia più alta.

libro

Benichou è andato avanti per altri 14 anni e quando ha smesso ha sofferto in maniera tremenda quella che il giornalista Jean-Pierre Delacroix di Libération ha definito “vita post sportem”. Ha cominciato a bere fino a non poterne più fare a meno. Quando la seconda moglie lo ha abbandonato ha pensato che non valeva più la pena di vivere. Per tre volte ha tentato il suicidio, l’ultima lo hanno salvato i parenti spaventati da alcuni messaggi che aveva postato su Facebook.

Ce l’ha fatta, si è disintossicato, ha scritto la storia della sua tormentata esistenza in una biografia (“Putain de vie!”, editore Plon). Sembra sia riuscito a uscire dal tunnel.

Quando qualche tempo fa un giornalista di Le Monde è andato a trovarlo, ha risposto alla prima domanda con un mezzo sorriso triste.

“Come stai?”

“Sono ancora vivo”…

La strana storia di Mike Tyson, il peso massimo che perdeva sempre…

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Erano i magici anni Ottanta.
La boxe viveva un’epoca di grandi protagonisti.
Mike Tyson era un peso massimo e aveva un fisico compatto.
Non altissimo, assai vicino ai cento chili di peso. Qualcuno lo chiamava The Destroyer, il distruttore.
Saliva sul ring pieno di certezze e quando scendeva il risultato del suo match era sempre lo stesso.
Una sconfitta dietro l’altra.
Jerry Halstead, Lione Washington, Andre Smith, Kimmuel Odum e Dick Ryan lo avevano messo knock out. Chuck Gardner e Bobby Hitz l’avevano battuto solo ai punti.
Aveva un record di cui vergognarsi: 0-7-0.
Eppure Mike Tyson continuava a girare per gli Stati Uniti raccontando di essere il migliore.
“Stavolta sarà l’occasione buona?”
Ye-a-a-ah“.
Strascinava le parole e per ogni domanda sembrava avere un’unica risposta.
Ye-a-a-ah“.
Era Mike Tyson.
La verità è che tutti lo chiamavano OT, l’altro Tyson (other Tyson).
Perché quello vero era anche lui un peso massimo, ma della categoria era il campione del mondo.
Ed era imbattuto.
Il nostro OT era nato nel 1960 a Oxford nel Mississippi, a 18 anni se ne era andato a Davenport nell’Iowa. Aveva lavorato in una fabbrica che produceva ketchup e poi aveva fatta l’autista di camion. Si era allenato prima con Bob Kramer, poi con Bill Bender a Los Angeles. Era rimasto nel professionismo dal 1986 al 1989, gli di massimo splendore di Iron Mike.
Gli unici match che OT aveva vinto erano stati quelli nei “toughman contest“. Uomini senza alcuna esperienza di boxe che si mettevano i guantoni e salivano sul ring. Per due volte era stato finalista del torneo e aveva portato a casa mille dollari.
La sua borsa media si aggirava sui 1.200 dollari, mentre il Tyson vero inatascava milioni a ogni combattimento.
L’unico momento in cui le due vite avevano rischiato di incrociarsi era stato quello in cui la polizia aveva bussato alla porta di OT in un vecchio hotel della California e gli aveva scaricato addosso una denuncia per avere picchiato un parcheggiatore. Lui aveva impiegato qualche ora per chiarire l’equivoco e quelli erano andati da Iron Mike.
Non ho mai avuto i manager giusti, avrebbe saputo trovarmi l’opportunità per far vedere il mio valore“.
E se ti avessero proposto un match con il campione che cosa avresti risposto?
Ye-a-a-ah“.
Pensavi di poterlo battere?
Ye-a-a-ah“.
Questa è la storia di OT, l’altro Tyson.
Se ti chiami così, hai deciso di fare il pugile e sei un peso massimo, per la miseria proprio nell’epoca del vero Mike Tyson dovevi capitare?
Ye-a-a-ah…

Ronda, la sfida più dificile. Portare 65.000 spettatori allo stadio di Melbourne…

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Una doppia sfida, la più difficile della carriera.

Ronda Rousey affronta l’avversaria più pericolosa e insegue il record di presenze per un evento MMA.

Ronda Rousey vs Holly Holm è stato infatti spostato dal 2 gennaio a Las Vegas al 15 novembre all’Etihad Stadium di Melbourne, Australia, un impianto che ha una capienza di 65.000 posti (54.000 sugli spalti, più il parterre).
Il record di spettatori è stato realizzato nell’aprile 2011 per il match St-Pierre vs Shieldscon con 55.724 presenze al Rogers Centre di Toronto.
Negli ultimi quattro match Ronda ha vinto sempre prima del limite: Sara McMann 66 secondi, Alecis Davis 16, Cat Zingano 14, Berthe Correia 34.

Dec. 2, 2011, Albuquerque, N.M.:  Establishing herself as the pound-for-pound queen of women’s boxing and the top welterweight in the world, Anne Sophie Mathis (26-1, 22 KOs, of France, scored the upset of the year in female fighting by knocking out Albuquerque’s Holly Holm (30-2-3, 9 KOs), tonight at Route 66 Casino, west of Albuquerque, N.M. at 1:38 of the seventh.

Con Holly Holm dovrebbe andare diversamente. È la più forte avversaria della carrieta, ex campionessa del mondo e migliore pound for round nel pugilato secondo la rivista The Ring.

Il match sarà trasmesso negli Stati Uniti in pay per view. L’ultimo match della Rousey, contro la brasiliana Correia, ha registrato più di novecentomila case collegate per vedere l’incontro.

La sfida è grande, l’MMA vuole entrare in una nuova dimensione e ci prova con una donna.

Ronda Rousey, una potenza mediatica eccezionale.
Il programma completo della serata comprenderà:
•    Campionessa Ronda Rousey vs. Holly Holm (donne, pesi gallo)
•    Mark Hunt vs. Antonio Silva
•    Michael Bisping vs. Robert Whittaker
•    Jared Rosholt vs. Stefan Struve
•    Akbarh Arreola vs. Jake Matthews
•    Kyle Noke vs. Peter Sobotta
•    Anthony Perosh vs. Gian Villante
•    Ricardo Abreu vs. Daniel Kelly
•    Steven Kennedy vs. Richard Walsh
•    Brendan O’Reilly vs. William Macario

Azione da sballo dei ragazzini dell’Ipswich Town, su YouTube l’hanno vista 1,5 milioni di persone

L’acquisto del quindicenne Harry Clarke da parte dell’Arsenal (fonte The Sun) ha riportato alla ribalta un episodio da cineteca dello scorso anno.
Fantastico.
Un gol nato da un’azione che dovrebbe servire come materiale didattico per qualsiasi scuola calcio. Ma anche, e soprattutto, per molte squadre della nostra Serie A.
L’Ipswich Town Under 14 ha realizzato il capolavoro contro i coetanei del Millwall.
Tre passaggi in fase difensiva per conservare il possesso palla. Sette passaggi di prima in fase offensiva, più un assist al millimetro e la conclusione con un colpo sotto da parte di Clarke.
Non conosco il nome dell’allenatore, ma voglio fargli un lungo prolungato applauso.
Su YouTube il video è stato visto da 1,5 milioni di persone. Buon segno, il piacere per il bel calcio rimane nonostante molti spettacoli deprimenti che siamo costretti settimanalmente a vedere…

Gol dopo una furbata da calcio d’angolo. L’arbitro non vede la clamorosa irregolarità…

È il 4′ del secondo tempo, campionato MLS, stadio di Chicago.
Lloyd Sam mette il pallone sulla lunetta del calcio d’angolo. Poi lo tocca con il piede permettendo al compagno che andrà a calciare di essere già in gioco. Il centrocampista dei New York Bull è felice della sua furbata. Quando Sacha Kijestan lo sostituisce vicino al pallone, lui va a posizionarsi al centro dell’area. Kijestan può avanzare e crossare indisturbato sorprendendo gli avversari che si aspettano un corner regolare.
Quelli dei Chicago Fire rimangono fermi e si fanno sorprendere da Ronald Zubar che realizza il gol portando la sua squadra sul 2-2.
Per fortuna alla fine i Chicago Fire riescono a imporsi per 3-2.
In realtà ci sono almeno due punti che non mi convincono.
1. Lloyd Sam ha toccato due volte la palla sulla lunetta. Non si può fare.
2. L’arbitro fischia la ripresa del gioco con l’esecuzione del corner, ma l’attaccante dei New York prende il pallone e se ne va verso l’area.
L’azione era irregolare, il gol andava annullato.
Provaci ancora Sam, ma stavolta fallo meglio…

Tyson: Ali al suo massimo? Quello contro Cleveland Williams

Molti considerano questo combattimento come il migliore di Muhammad Ali.
Howard Cossell, il famoso telecronista americano della ABC: “Il migliore Ali di sempre è stato quello contro Williams. Quella notte è stato il più devastante pugile che sia mai esistito“.
Mike Tyson: “Quello è stato Ali al suo massimo“.
Sports Illustrated titolava il resoconto del match: The Massacre.
Ali aveva 24 anni e un record di 26-0. Era alla sesta difesa del mondiale massimi.
Cleveland “Big Cat” Williams era al quinto match del ’66, due anni prima era stato colpito all’addome da un proiettile sparato da una .357 magnum di un poliziotto. Era sopravvissuto dopo quattro rischiose e complicate operazioni.
Williams si presentava sul ring con un record di 65-5-1.
Il match si svolgeva all’interno del’Astrodome di Houston in Texas: 35.460 spettatori paganti per un incasso di 461.290 dollari (sto parlando di cinquant’anni fa).
L’incontro era teletrasmesso in diretta da 46 Paesi.
La conclusione arrivava dopo 1:08 del terzo round, quando l’arbitro Harry Kessler dichiarava Cleveland Williams kot.
Era il 14 novembre 1966, Muhammad Ali aveva appena aggiunto un’altra magia alla storia.

 

Storia (un po’ malinconica) di quando il birro e Rimini facevano sognare le svedesi


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Dedico questa storia a chi ama le città di provincia, i film di Pupi Avati, il Fellini dei Vitelloni, l’atmosfera magica delle città di mare quando l’estate vola via. È un racconto che mi porto dietro da tempo, è la mia coperta di Linus. Ogni volta che sono triste, lo rileggo. Parla della Rimini di una volta. Ha una vena malinconica, ma fa bene al cuore.

Il birro viveva di notte. Alle cinque del mattino scendeva dalla collina del “Paradiso”. Usciva in compagnia di una donna dal dancing che allora era di Ivo Del Bianco, quello che aveva girato “Il principe fusto” con Maurizio Arena, ed oggi appartiene a Gianni Fabbri. Quello che ha il fratello che fa il semiologo a Parigi.

Scendendo a valle il birro incrociava i contadini che portavano la verdura al mercato. Cominciava all’alba la loro giornata di lavoro.

La città dormiva. Rimini conservava ancora quel sapore aristocratico che le permetteva di rivaleggiare con la Versilia dove “La Bussola” di Sergio Bernardini dettava legge, In Romagna faceva tappa quella che allora chiamavano “cafe society”. Nobili, politici, cinematografari, starlette e aspiranti attori si davano appuntamento qui. Al “Paradiso” incontravi i reduci di Cortina, In pedana c’erano i complessi di don Pedro Urbina o di Romano Mussolini. Se eri fortunato incappavi in un concerto di Chet Baker, il re del jazz moderno.

Sulla pista da ballo spargevano borotalco per scivolare meglio. Erano i tempi del mambo, del cha-cha-cha. Twist e hully gully sarebbero arrivati dopo. A ballare ci si andava con un unico scopo. Imbarcare una bella donna.

Chi aveva pochi soldi in tasca puntava su divertimenti meno impegnativi. I più giovani si tassavano e d’inverno affittavano il salone di un albergo chiuso per ferie. Se c’erano ancora soldi prendevano il juke-box. Altrimenti si dovevano accontentare del grammofono. I dischi erano quelli di Natalino Otto, Claudio Villa, Nilla Pizzi. L’Orchestra Casadei era già famosa negli anni Quaranta, le “criminal song” di Fred Buscaglione avevano conquistato tutti.

Al dancing, con il biglietto di ingresso avevi diritto a una consumazione. Le finanze e lo spirito del giovanotto dettevano la scelta della seconda bibita. Dalla Cedrata Tassoni al vermut con ghiaccio, sempre più su sino alla vetta del desiderio. Un whisky.

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Andava forte l’orchestra di Riccardo Rauchi con cui raccoglieva applausi il “cantante pazzo”, un tenebroso signore che faceva rock and roll. Si chiamava Sergio Endrigo e il suo successo era “Non occupatemi il telefono”. Rideva. “Io che amo solo te”, “Viva Maddalena”,  i singhiozzi. Tutta roba che sarebbe venuta solo qualche anno dopo.

Un ragazzo con la chitarra e l’aria triste, giacche pesanti anche in estate, cominciava a farsi conoscere. Il suo nome era Domenico Modugno. Si esibiva in canzoni dialettali. Van Wood cantava “Butta la chiave”, Umberto Bindi era di casa al “Kansas City” dove abitualmente suonava Luciano Fineschi. Il talent scout era Marcello Minerbi che assieme a Tullio Romano e Carlò Timò avrebbe creato Los Marcellos Ferial. Un trio di goliardi e amici nato come parodia dei Los Hermanos Rigual. Per nascondere le loro origini italiane giravano su una Chevrolet decappottabile con targa venezuelana. Il successo sarebbe arrivato con “Sei diventata nera” e “Angelita di Anzio”,

In molti si erano presi una cotta per il jazz. Nel dopoguerra gli americani avevano portato i V-disc, 78 giri “king size” di musica classica e moderna. Avevano fatto conoscere Glenn Miller, Benny Goodman, Duke Ellington. E la gente se ne era innamorata.

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I punti di ritrovo erano il Saviolino, l’Embassy, Villa Alta e il Paradiso. La mondanità era quella che, cambiando città, avremmo rivisto nella “Dolce vita” di Federico Fellini.

L’Embassy era il dancing numero uno. C’era Fred Buscaglione. Si passavano interi pomeriggi a chiacchierare. Al centro dei discorsi c’era spesso il barman, mitico personaggio a cui Fred aveva dedicato anche il verso di una canzone: “Elio il barista è un ragazzo molto in vista”. Al Sombrero si dava da fare uno che avrebbe fatto strada. Silvio Berlusconi si esibiva assieme all’ex compagno di banco Fedele Confalonieri che l’accompagnava al pianoforte. Intrattenevano il pubblico. Berlusconi raccontava barzellette e cantava rifacendosi ai francesi Gilbert Becaud e Yves Montand. Suonava anche chitarra e contrabasso. Avrebbe smesso nei primi anni Sessanta.

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Valerio Zurlini girava “Un’estate violenta” e “La ragazza con la valigia”, Jacqueline Sassard recitava in “Non siamo angeli”. Il Teatro Novelli era il regno dell’operetta. “La vedova allegra”, “Il paese dei campanelli” erano entrati nella vita di molti riminesi.

Sui muri della città c’erano grandi manifesti color giallo paglierino. Le scritte più piccole erano in nero. In rosso, tutto maiuscolo, il nome di una delle più note compagnie del momento: DE ZAN. Il papà Enrico era un cantante affermato, un tenore. Artista anche la moglie Maria Mascagno. Il figliolo, un giovane Adriano, si muoveva dietro le quinte. Presto sarebbe diventato la voce televisiva del ciclismo.

Due giornali scandivano i tempi della mondanità. “Lo Specchio” di Roma e “Le Ore” di Milano. Olghina de Robilant era la cronista più nota. Il settimanale romano si occupava di aristocrazia, nobiltà e alta finanza. Quello milanese raccoglieva le vicende dei neo ricchi, le storie dei “cummenda” e delle loro segretarie, le scappatelle, gli amori di un fine settimana.

I jeans li avevano in pochi. Quelli che pensavano di conoscere la moda se ne andavano in giro con i pantaloni bianchi larghi in fondo e una camicia nera. La macchina era la “500” o la “Topolino”. Con una “110 Fiat” decappottabile già potevi parlare di lusso. La passione dei più esuberanti era il Galletto, lo scooter con le ruote alte della Moto Guzzi.

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Non erano molti quelli che avevano la possibilità di andare fuori a cena. La gente provava un po’ di invidia per chi poteva permettersi di sedersi a un tavolo a mangiare mentre l’orchestra suonava dal vivo. E così ci si radunava fuori dai ristoranti. Il più noto era “Notte e dì”. Si ascoltava la musica e si guardavano i ricchi come se fossero animali dietro la vetrina.

Il gioco dei poveri era il “cirol”. Picchiavi con il bastone un pezzetto di legno e cercavi di lanciarlo il più lontano possibile. Il calcio era di moda, ma marciava forte anche il pugilato. Al bar si parlava delle imprese di Aldo Montanari, Duilio Bianchini o Alfredo Neri detto “il green”. Le palestre erano quelle della Libertas e del Dopolavoro Ferrovieri. Pugili ce n’erano tanti. Rimini poteva permettersi di sfidare con una squadra al completo Bologna, Forlì, Pesaro o Ferrara. Le sale erano piene, frequentate anche dalla nobiltà. Come il conte Perticani che a Savignano aveva proprietà in tutta la zona.

I ragazzi che nel ’46, dopo una guerra che aveva devastato la città, vendevano ferro e pulivano mattoni per racimolare qualche lira, avevano un sogno nel cuore. Diventare un birro.

L’esame lo tenevano al Bar Kansas City. Il premio era la patente di birro e la possibilità di sedersi in uno dei tavoli con una posizione strategica per imbarcare le svedesi. Le domande erano assurde e per essere promossi non serviva dare risposte esatte. Si era accettati solo in base all’umore degli anziani.

Il birro scandiva la giornata secondo ritmi precisi. Non si alzava mai prima delle quattro del pomeriggio. Non andava a letto mai prima delle sei del mattino. Sempre pallido, mai un filo di abbronzatura andava a involgarire il corpo. Quando faceva straordinarie apparizioni in spiaggia, spinto sempre dallo stesso richiamo “Mamma vuole conoscerti”, sembrava un alieno appena approdato sulla Terra.

Si faceva vedere al bar attorno alle sette del pomeriggio. Il primo giro era nei piccoli dancing. Se imbarcava, bene. Altrimenti andava al “Paradiso”. Viveva di notte e l’unica occupazione era la caccia alla straniera. La via migliore del successo era quella di “fare i treni”. Il birro sapeva tutto sugli orari di arrivo dalla Francia, Inghilterra e Svizzera. Etichettava le conquiste secondo una precisa graduatoria.

Alla stazione di Rimini c’era una sala d’aspetto di prima classe frequentata solo da questi giovanotti. Calzavano mocassini sui piedi nudi, segno di libertà e spregiudicatezza. Fino a qualche tempo prima il massimo era rappresentato dai calzini rossi sui jean con risvolto alto. Giocavano a carte, si raccontavano le loro avventure.

Quando il treno arrivava e la straniera scendeva, il birro scattava. Le prendeva la valigia, si offriva di accompagnarla. Quando ne valeva la pena scomodava perfino Martel, un vetturino alto due metri e con due mani gigantesche. La carrozzella portava la signorina, lentamente, fino alla pensione.

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La spiaggia era il luogo sacro dell’avventura. Un punto di ritrovo. A tutte le ore, ma soprattutto di notte. Si parlava, si giocava, ci si appartava. Le cabine erano in legno e molti erano quelli che le bucavano per spiare le signore arrivate al mare senza i mariti. C’erano le tende, non gli ombrelloni. Si giovana a paletta con racchette di legno e pallina da tennis, a pallavolo. Si ascoltava musica.

Il bagno di mezzanotte era un passo avanti nella conquista. Voleva dire che c’era amore.

Quando l’estate finiva i birri si radunavano al bar e raccontavano le loro conquiste. Qualcuno partiva per raggiungere la tedeschina in Germania o la biondina dell’ultima settimana in Svezia. I birri erano cinici, maschilisti, ma anche sentimentali.

Quelle estati riminesi erano abitate da strani personaggi.

Lelo si presentava come editore di una catena di giornali. Era il proprietario dell’edicola principale di Rimini. Shantung grigio, camicia bianca, sempre elegante.

Nerone era il latin lover del momento. Girava con un abito nero, gessato. Era alto, moro di carnagione, capelli scuri da cui nasceva il soprannome. Raccontava mille storie e tutti stavano ad ascoltarlo, anche se sapevano che molte di quelle avventure esistevano solo nella sua mente.

Poi c’era Silvio detto “Bigulin”. Scendava in strada con smoking e farfallina nera. Sempre profumato e ben pettinato. Declamava poesie d’amore. Batteva forte tre volte il piede in terra e annunciava: “Dove passa Silvio, passa l’amore”.

Il Carlini di professione faceva il commerciante. Vendeva cravatte. La sua vera passione era raccontare barzellette e lanciare “sordini”, pernacchie insomma, che si potevano ascoltare in tutta la città.

La cocaina circolava negli ambienti più eleganti. La gente meno pretenziosa si divertiva con roba assai meno pericolosa. Si andava al cinema. All’Arena delle stelle o all’Embassy. Due biglietti in galleria ti permettevano di vedere un bel film e ti garantivano l’intimità per pomiciare.

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Il sogno americano era la moda. Juke-box, jazz e cinema avevano portato la cultura d’Oltreoceano in Romagna. Nel dopoguerra erano arrivati i pacchi dell’ERP, il programma di sviluppo americano, i V-disc, il pane bianco, la cioccolata e tutta quella musica piena di ritmo che veniva fuori dagli altoparlanti e dalle radio. Come non farsi contagiare?

Sulle spiagge erano tornati i tedeschi. Qualcuno aveva una gamba in meno, lasciata in una guerra maledetta magari proprio sulla linea gotica. Portavano con loro figli e moglie. Li portavano a vedere dove avevano combattuto, sofferto e dove adesso avrebbero potuto tornare a essere felici.

La fine di quella Rimini romantica è cominciata a metà degli anni Sessanta. Le prime megadiscoteche, “La locanda del lupo” o “La baia degli angeli”, hanno annunciato l’arrivo di un nuovo mondo. I Beatles comandavano le classifiche con “Please please me” e “Love me do”, Elvis Presley era ancora sulla cresta dell’onda e la “gioventù bruciata” si apprestava a celebrare il decimo anniversario della morte di James Dean. Il professor Eugenio Pagnini era soprannominato “Olimpic Gen”. Insegnava al Liceo Classico Giulio Cesare, quello in cui aveva studiato Federico Fellini, e aveva fatto conoscere ai riminesi quello strano sport chiamato baseball. I figli della guerra avevano attorno ai vent’anni. Le svedesi erano sempre numerose. I birri, quelli veri con la patente, cominciavano invece a scarseggiare.

Oggi i birri non scendono a valle dalla collina del “Paradiso”. Di contandini lungo le strade non ce ne sono più. Adesso si corre contromano in autostrada, possibilmente a fari spenti. Si bucano gli stop di notte, droga e alcool sono spesso la compagnia più desiderata.

Divertirsi è una fatica mortale.

Chissà cosa direbbe Martel.

A 103 anni muore per tre minuti, pochi giorni dopo lancia la prima palla per i Texas Rangers…

Lei si chiama Lucille Fleming.
Ha lanciato la prima palla per i Texas Rangers davanti a migliaia di spettatori.
Lucille Fleming ha 103 anni ed ha avuto l’opportunità della vita proprio ieri.
I Rangers sono la sua squadra preferita da sempre.
La signora era reduce di una drammatica permanenza in ospedale dove era stata dichiarata morta per tre minuti.
L’ha raccontata più o meno così quando è stata intervistata da FoxSport.
Ero in ospedale, mi avevano dimessa. Stavo uscendo quando mi sono sentita molto male, sono crollata. L’infermiera ha cominciato a rianimarmi, ha cominciato a pompare sul mio petto e a dirmi: Dai riprendit! Quando sono rinvenuta le ho detto: Tirami su, voglio vivere. Voglio vedere la partita dei Rangers