Passioni e segreti del Moro, coach di Paltrinieri e zio di Detti

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Il Moro è quel signore che avete visto nel riquadro a sinistra sullo schermo del vostro televisore durante la nuotata trionfale sui 1500 sl di Gregorio Paltrinieri ai Mondiali di Budapest . È quel signore che provava a rimanere tranquillo, quello che alla fine ha rotto gli argini e ha esultato come se in acqua ci fosse anche lui. È il tecnico di Paltrinieri. In un’intervista di qualche tempo fa ho cercato di scoprire chi fosse Stefano Morini, nato a Livorno il 17 novembre 1956. Una sorella, Paola: ex campionessa di corsa campestre. Figlio di Sergio, ex proprietario di un’autofficina per le riparazioni delle automobili, e Neda: discendente di una famiglia titolare di numerose sale corse. E per nipote Gabriele Detti, oro anche lui in questi Mondiali sugli 800 sl.

Stefano Morini, in che zona di Livorno è nato?

«Il quartiere si chiama Benci Centro, insomma Ovosodo».

Allora avrà visto il film di Virzì, si riconosce in quei livornesi?

«Diciamo che quelli erano un po’ atipici».

Che zona era Ovosodo?

«Negli anni Cinquanta e Sessanta ci abitava la gente benestante, quella che poi si è trasferita al mare o in collina. In altre parole all’Ardenza o a Monenero. Ora a Ovosodo ci sono i vecchi livornesi».

Il nome da che viene?

«Forse dai colori dello stemma del gonzo con cui il quartiere faceva il palio marinaio, il giallo ed il bianco».

In piscina, come ci è arrivato?

«Ero grandicello. Avevo undici anni. Il dottore diceva che avevo un’asma bronchiale e che il nuoto sarebbe stata una buona cura».

E chi era questo medico che anticipava I tempi?

«Il dottor Marcacci, un amico del papà. Lavorava anche con il Livorno calcio».

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Suo papà amava il lavoro che faceva?

«Le macchine gli sono sempre piaciute. Ha corso tre volte la Mille Miglia, l’ultima con una Maserati. Eravamo nel 1956, l’anno in cui sono nato. Prima l’aveva fatta con una Topolino. E ha preparato anche alcune auto per la Coppa Liburnia o il rally dell’Elba, tra cui una Renault Alpine del figlio del dottor Marcacci».

E a lei sarebbe piaciuto correre in auto?

«Ho sempre sognato di fare il pilota di rally. Ho un amico, Giorgio Mariotti, che faceva il navigatore ai tempi di Munari. A me sarebbe piaciuto fare il pilota».

E invece?

«In casa mi hanno sempre frenato. Dicevano che dovevo stare attento, che l’asma andava curata, che non dovevo esagerare».

Così, niente sport?

«Quando mai. Ho fatto prima la pallanuoto. Giocavo centroboa con il Circolo Nautico Livorno in serie A. La piscina di casa era all’aperto, ai Bagni Pancaldi. Diciamo che l’ambiene era caldo in tutti i sensi».

Dalla pallanuoto è poi passato al nuoto?

«No. Sono passato al rugby. Giocavo terza centro con il Cus Pisa in serie B».

Un livornese che giocava con una squadra pisana?

«Eravano quasi tutti di Livorno, e poi noi non si badava a queste cose».

E il nuoto?

«E’ stata una scelta d’amore. Nel senso che ero fidanzato con Nerella, un nome particolare che penso abbia ereditato dal soprannome del papà: Nerino. Lei, che di cognome fa Selmi, ha fatto anche i campionati italiani nei 200 delfino. Per starle vicino, ho seguito il sentimento e sono finito ad allenare una squadra di nuoto alla piscina comunale di via dei Pensieri. Prima come vice, poi come tecnico capo. In realtà a casa avevo pensato di farmi lavorare in una sala corse di Rosignano, ma io ho preferito la piscina».

Primo risultato importante?

«Ilaria Tocchini, assieme ci siamo presi tante soddisfazioni. E poi, tanti altri nazionali».

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Fermiamoci un attimo. Facciamo un passo indietro. Prima di diventare allenatore di nuoto a tempo pieno, il giovane Stefano Morini cosa faceva nella vita di tutti i giorni?

«Mi piaceva divertirmi. Ho sempre amato il mare, la piscina l’ho sempre vista come un lavoro. Ero bravo sul windsurf. Così caricavo la tavola sulla macchina e me ne andavo all’Ardenza. Oppure, assieme agli amici si andava in barca. Lo vuole sapere quale è il mio più grande sogno?»

Me lo dica.

«Fare il giro del mondo su una barca a vela».

Da solo?

«Ma no, con gli amici. Ce ne sono due, Roberto e Marco, che sono dei fenomeni nella pesca subacquea. Con loro dentici e cernie sono assicurate».

Dunque al primo posto nella classifica dei sogni, il giro del mondo sulla barca a vela. E subito dopo?

«Qualcosa che ormai non posso più realizzare. Credo proprio che la cosa che sarei riuscito a fare meglio era quella di giocare a rugby. Lasciarlo mi è pesato. Ma non ho rimpianti, ho una vita felice. Nerina, mia moglie, è una donna fantastica che ha saputo accompagnarmi durante il percorso della vita, aiutarmi, spronarmi. Abbiamo un bel figliolo, Tommaso che ha 24 anni e fa anche lui l’allenatore di nuoto».

Morini, quando è arrivato in nazionale?

«La prima volta mi ha chiamato Bubi Dennerlein nel 1985. Dal 1991 ho lavorato con Alberto (Castagnetti, ndr). Non ci conoscevamo, ma siamo diventati amici».

Quale è la sua dote migliore?

«Penso di dare tranquillità. Da buon livornese, se ho qualcosa dentro non riesco a trattenermi e devo dirla. Per questo in passato ho anche avuto degli scontri violenti. Ma adesso prima di parlare conto fino a cento. Questo non vuol dire che non voglia imporre le mie tesi».

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Federica vince l’oro e a me torna in mente Alberto. Quella volta che…

Federica Pellegrini ha conquistato l’oro sui 200 sl ai Mondiali di Budapest. Sono felice perché ho sempre tifato per lei. Sono felice perché ogni volta che lei vince mi torna in mente un grande uomo di sport. Ho già scritto di lui su questo blog, vi ripropongo quell’intervista senza limiti.

Ricordo con nostalgia quella parlata inconfondibile e il racconto di una vita piena di sentimento che mi aveva fatto un giorno di luglio del 2008 a Rubiera, pochi chilometri da Reggio Emilia, alla vigilia dei Giochi di Pechino.

Mi ero spinto lassù assieme al mio compagno di scorribande Roberto Perrone, grande giornalista e grande amico. Lui si era raccontato come non aveva mai fatto. Avevamo mangiato alla Clinica Gastronomica di Arnaldo. E lì, tra bolliti e pere allo zabaione, aveva messo sul tavolo i suoi segreti. Qualcosa aveva tenuto per sé, qualcos’altro aveva pregato di tenerlo per noi. Ma ce n’era abbastanza per capire chi fosse.

Questa è la storia di un vincente che la morte ci ha strappato via troppo presto. Il tempo aveva cambiato l’uomo che negli ultimi anni si commuoveva più facilmente, non aveva cambiato il tecnico che pretendeva sempre il massimo dai suoi. Aveva cominciato l’avventura da ct azzurro nel 1988, era ancora a capo del movimento ventuno anni dopo. Nel suo medagliere quattro ori, due argenti e sette bronzi olimpici. E ancora: tre ori, due argenti  e quattro bronzi Mondiali. Ci manca, e non solo per questo.

Alberto Castagnetti, dove e quando hai scoperto lo sport?

“Nella parrocchia di San Nazzato a Verona. Giocavo a pallone assieme a Pierluigi Cera, il libero del Cagliari e della Nazionale. Poi sono passato allo sci.”

Altri sportivi in casa?

“La mia era una famiglia medio borghese. Papà Mario era dirigente di una casa tedesca di trattori. Siamo diventati benestanti quando mamma Maria ha fatto 12 al Totocalcio. Nessun 13, i quattro 12 presero ciasuno sei milioni di lire. Era la fine degli anni Quaranta e quelli erano tanti soldi. E pensare che aveva fatto la schedina facendo ruotare un dado con i tre segni.”

Lo sport quanto è entrato in famiglia?

“Siamo tre fratelli e abbiamo giocato tutti e tre a pallanuoto con la Rari Nantes Bentegodi. Mia sorella Maria Grazia è stata campionessa dei 100 rana. Ma soprattutto abbiamo realizzato i sogni di papà. Amava la lirica e Mario, il più grande, è diventato un cantante. Fa il basso in Francia, si è esibito all’Opera di Parigi, ha inciso un disco con Renata Tebaldi. Papà voleva la sicurezza economica e Giannagelo è diventato dirigente di banca. A papà piaceva lo sport e io sono diventato nuotatore prima e allenatore dopo.”

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La lirica è una delle tue grandi passioni.

“Mi piacciono i cantanti del passato. In casa ho cinquemila dischi in vinile. Jussi Bjoirling è il mio preferito, adoro Hipolito Lazaro che ha fatto la prima incisione nella storia della discografia. Sono cresciuto con i suoni della musica classica come colonna sonora, vado spesso all’opera. E’ vero, è una mia grande passione.”

Ti sarebbe piaciuto cantare?

“Sognavo di fare il tenore, ma con la voce che ho non era proprio possibile.”

Quando hai capito che il nuoto sarebbe stato la tua vita?

“Nei primi anni Sessanta ho visitato le piscine dell’Università della Louisiana, ho visto i corsi per bambini e ho capito che sarebbe potuto diventare il mio lavoro. Ho ripreso a nuotare, poi assieme all’ingegnere Sartorelli ho aperto la prima piscina privata italiana. Ho cominciato da lì.”

Da atleta come te la cavavi?

“Nono, fuori per tre centesimi, dalla finale dell’Olimpiade di Monaco 1972 con la 4×100 sl. Avevo gareggiato con la febbre. Sesto ai Mondiali di Belgrado 1973 con la stessa staffetta.”

E a scuola come andavi?

“Ho preso la maturità scientifica, ho fatto il biennio di ingengeria e mi sono fermato lì.”

Hai detto di avere capito quale sarebbe stato il tuo futuro negli Stati Uniti. Per quale motivo ti trovavi in Louisiana?

“La mia prima moglie, che si chiama Patricia Peyton, viveva a New Orleans dove faceva la ballerina classica. Ero volato lì per stare con lei. Più di trent’anni fa abbiamo divorziato.”

Avete avuto dei figli?

“Due, vivono ancora a New Orleans. La più grande si chiama Olivia. L’altra Linda, ma questo l’ho scoperto solo quando aveva 26 anni.”

In che senso?

“Io l’ho sempre chiamata Samantha. Era il nome che assieme alla madre avevamo deciso di darle. Quando è nata io ero in giro per il mondo. Al mio ritorno nessuno mi ha detto che per lei era stato scelto il nome della nonna, la mamma di mia moglie. E così l’ho sempre chiamata Samantha, cosa che del resto faceva anche Patricia. Quando qualche anno fa le ho spedito un assegno intestato a Samantha Castagnetti, mi ha risposto: Grazie papà, ma non posso intascarlo; io mi chiamo Linda.”

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Adesso hai un’altra famiglia.

“Ho sposato Isabella Sollazzi, una triestina che ho conosciuto all’Arena di Verona. Faceva la ballerina classica, ha danzato anche alla Scala. Quattro anni fa è andata in pensione, ha preso la maturità scientifica e adesso è iscritta a Letteratura Moderna. Studia di notte. E’ un fenomeno.”

Avete figli?

“Veronica ha 27 anni e fa l’architetto, lavora a Londra. Segue la ristrutturazione delle proprietà della Regina Elisabetta. Vittoria ha 18 anni e poca voglia di studiare. Lei canta. E’ stata nel coro della Tosca all’Arena. Suona. Ha imparato da autodidatta il pianoforte e il flauto traverso. Recita con la scuola. Capisci che per studiare ti tempo ne ha davvero poco.”

Una moglie, due figlie, so che nella casa di Verona hai altri ospiti.

“Due cani lupo e otto gatti. Tutti trovatelli. Li abbiamo accolti in casa con tanto amore.”

Come è nata la tua avventura da allenatore?

“Ho cominciato preparando gli esordienti, poi ho avuto una piccola squadra, quindi ne ho messa su una con la Felotti, Guarducci, Rampazzo, Carey. Pagavo io per mantenere il tutto, le difficoltà economiche non erano poche. Quindi Brescia mi ha offetto di andare lì. Avevo visto Giorgio Lamberti (foto sotto) ai Mondiali di Madrid. Era un fenomeno. Io l’ho fatto andare più forte. Secondo agli Europei dietro Holmets. Male ai Giochi di Seul. Oro e record mondiale a Bonn. Vent’anni fa nuotava i 200 sl in 1:46, senza l’aiuto dei costumi, delle virate e niente altro di particolare. Ho ancora un grande rammarico perché si è fermato troppo presto. Poi sono arrivati Fioravanti, Brembilla e gli altri.”

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C’è qualcuno dei tuoi ragazzi che ti ha sorpreso?

“Fioravanti (foto sotto) a Sydney quando ha vinto l’oro nei 200 rana. E Federica quando ha fatto il mondiale dei 400 sl. In nessuno dei due casi pensavo potessero andare così forte.”

Cosa ti ha meravigliato della prestazione della Pellegrini?

“Sarei stato contento se avesse nuotato in 4:03. Gli allenamenti prima del record non mi avevano entusiasmato. Ma forse il fatto è che non ho termini di paragone, non ho mai avuto una ragazza che andasse così forte.”

Il nuoto non permette a un allenatore di intervenire durante la gara. Come si ovvia a questo problema?

“Gli atleti devono sapere gestire la gara. Non c’è sport più ripetitivo del nostro. Loro sanno perfettamente quello che stanno facendo, lo sanno in ogni momento. In allenamento devo creare quei meccanismi che poi rendano automatico il ritmo, il gesto, il movimento.”

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Quale è stato il cambiamento più importante, dal punto di vista tecnico nei tuoi vent’anni nel nuoto come ct?

“La virata. Il modo di farla. E’ quella che ha inciso maggiormente sull’abbassamento dei record.”

Abbiamo parlato di tante cose. Chiudiamo con una domanda che potrebbe sembrare provocatoria, ma che vuole solo definire meglio il tuo personaggio.

“Spara”

Pensi di avere dei nemici?

“Non credo. Diciamo che ci sarà qualcuno che mi invidia. Ma questo è nella norma delle cose. E poi, come spesso dice spesso Barelli, spero scherzando: forse sono solo fortunato.”

Alberto Castagnetti è morto il 12 ottobre del 2009 dopo un’operazione al cuore.
È stato il più grande allenatore italiano di sempre.

Non capisco il tifo contro, quello che spinge a insultare Valentino, Mayweather e Conte…

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“Lei ha sei mesi di vita”, mi disse l’ufficiale medico alla visita di leva.
Anni dopo lo cercai, volevo fargli sapere che ero sopravvissuto, ma era morto lui.
È andata sempre così: mi pronosticavano la fine,
io sopravvivevo, sono morti loro.

(Toni Servillo, Il divo)

 

Non ho mai tifato contro.

Per molti sarà un limite, per altri un merito. Per me è naturale, non riuscirei a fare il contrario.

Sono milanista, ma non odio l’Inter.

Mi piaceva Ali, ma non godevo di una sconfitta di Frazier.

Non sopporto il comportamento fuori dal ring di Floyd Mayweather jr, ma non faccio certo fatica a dire che è un fuoriclasse.

Tenevo per Max Biaggi, ma non ho mai gufato Valentino.

In questi giorni di feste, navigando sui social mi sono accorto che il mio modo di godere lo sport non è condiviso da molti.
Il tifo contro porta a non riconoscere i meriti del nemico.

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Non capisco come si possa dire che Valentino Rossi non sia un grande pilota.

Nove mondiali, cinque dei quali consecutivi. Unico ad avere conquistato il titolo in tutte e quattro le classi, 114 Gran Premi vinti, 64 giri veloci. Eppure leggo che in fondo, in fondo, non è niente di speciale.

Restando in casa nostra, ricordo i commenti negativi (anche da parte di molti giornalisti) per la carriera di Patrizio Oliva.

Vincere europei juniores, argento ai senior (scippo alla grande di Konakbajev), oro olimpico e miglior pugile dei Giochi di Mosca 1980. Campione italiano, europeo e mondiale da professionista. E dopo il ritiro, rientro e titolo europeo in una categoria diversa. Vincere tutto questo per alcuni non è stato sufficiente per etichettarlo come campione.

Del resto ha avuto detrattori feroci anche Muhammad Ali. In tanti si sono accaniti contro di lui, negandone le qualità assolute.

Heavyweight contender Ali and, 21 (later aka Muhammad Ali), getting his poetic mouth taped by trainer Angelo Dundee during his weigh-in before big fight w. Doug Jones.

E per chiudere con il pugilato, parliamo di Floyd Mayweather jr.
Qualcuno mi ha scritto per email, altri mi hanno contestato commentando sul mio blog, altri ancora mi hanno aggredito verbalmente. Sui Forum sono in molti a non pensarla come me. Rispetto le opinioni altrui, ma vorrei sottolineare alcune contraddizioni.

In corsivo le frasi che ho sentito, quelle che mi sono state scritte o quelle che ho letto in qualche Forum in cui si parla di pugilato.

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Saul Canelo Alvarez è un vero pugile, uno che onora questo sport, non quel buffone!“.
Il 14 settembre 2013 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Canelo: 116-112, 117-111 i cartellini di due giudici, 114-114 il cartellino di C.J. Ross, la signora che per la vergogna ha dovuto lasciare la boxe.
Manny Pacquiao è un combattente,uno che è venuto a fare il match. Lui è il numero 1 pound for pound, non quel corridore“.
Il 2 maggio 2015 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Pacquiao: 116-112, 118-110, 116-112. E sento ancora in giro gente che giura abbia vinto il filippino.
Ti sei scordato di Shane Mosley, di cosa sia stato capace di fargli? Lo ha quasi spedito ko”.
Quasi, appunto. L’1 maggio 2010 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Mosley: 119-109, 118-110, 119-109.
E Marquez, ti sei dimenticato di Marquez?
Il 19 settembre 2009 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Marquez: 120-107, 119-108, 118-109.
Miguel Cotto finalmente avrà quello che merita. È lui il numero 1, non quel corridore“.
Il 5 maggio 2012 Floyd Mayweather ha sconfitto Cotto: 118-110 117-111, 117-111.
Arturo Gatti, lui sì che era uno spettacolo. Il migliore di tutti“.
Il 25 giugno 2005 Mayweather batteva Gatti per rtd 6 dopo averlo torturato sino a quel momento. I cartellini erano 60-52, 60-53, 60-52.
E la paura che gli ha fatto prendere Zab Judah dove la mettiamo?
L’8 aprile 2006 Mayweather batteva Judah: 119-109, 116-112, 117-111.
Mayweather ha battuto anche Maidana (due volte), Guerrero, Hatton, De La Hoya, Mitchell, Corley, Castillo, Corrales, Vargas e altri 32 avversari chiudendo la carriera con un non disprezzabile 49-0 e cinque mondiali in cinque differenti categorie di peso.

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E c’è ancora qualcuno che giura fosse un bluff. Un maestro mi ha detto che se un suo dilettante combattese così lui lo manderebbi via dalla palestra. Ho ricevuto commenti di contestazione sul mio blog per avere scritto che è un fuoriclasse. Gli preferiscono pugili che lui non solo ha sconfitto, ma dominato.
Floyd Mayweather jr è un fenomeno del pugilato mondiale, fatevene una ragione. Non è il numero 1 di sempre nella mia classifica, non è neppure tra i primi cinque. Ma questo non significa che non sia un fuoriclasse assoluto.
E adessi godetevi i suoi successori.
Non mi è mai piaciuto come persona, ma la sua classe era indiscutibile.
Aveva ragione George Foreman: “Boxing is like jazz. The better it is, the less people appreciate it”. La boxe è come il jazz. Più è bello, meno gente lo apprezza.

C’è chi dice e scrive che Federica Pellegrini non sia così forte come altri raccontano. Non bastano un oro e un argento olimpico; quattro ori e undici primati mondiali; sette vittorie agli Europei per classificarla tra le fuoriclasse del nostro sport. No. Perché, dicono, è antipatica; presuntuosa; presenzialista. Ma che c’entra questo con il valore assoluto sul piano sportivo?

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Da milanista non riuscivo a capire l’accanimento contro Gianni Rivera (e qui ho rivelato la mia non giovane età). Gianni Brera lo faceva per professione, ma i tifosi lo facevano a prescindere. Nel senso che ignoravano le qualità del numero 10, la sua capacità di vedere in anticipo lo svolgimento dell’azione e il movimento dei suoi compagni, il talento naturale, la bravura nello spedire il pallone esattamente dove Pierino Prati aspettava che arrivasse. No, dal momento che Rivera rendeva apparentemente facile ogni giocata per loro era uno da criticare, insultare.

Ecco questa è forse una chiave di lettura per capire il tifo contro.

Non piacciono i talenti naturali, quelli a cui riesce tutto semplice.

Meglio chi si danna l’anima per arrivare a risultati che sono decisamente lontani da quelli degli odiati protagonisti. I tifosi vogliono sangue, sudore e lacrime. Degli altri, ovviamente.

Meglio Canelo di Mayweather, Trapattoni di Rivera, Frazier o Foreman di Ali, chiunque di Valentino Rossi. No, non riesco proprio a seguirvi su questa strada. Anche perché poi arriva Antonio Conte e ogni teorema salta in aria.

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Conte è un professionista del lavoro ossessivo, sul piano fisico e su quello psicologico. Ha vinto con la Juventus in Italia (e non aveva certo la squadra di Allegri), ha tenuto su la barca della nazionale agli Europei (e non venitemi a dire che aveva dei gioielli tra le mani), ha messo in fila tredici successi consecutivi con il Chelsea in Premier League (e la società non ha fatto spese come altri club britannici hanno fatto). In panchina si agita, urla, incita, soffre. Eppure in tanti non lo sopportano.

Forse, molto spesso, si confonde il ruolo pubblico con quello professionale. Bisogna saper prendere le distanze.
Maradona in campo dispensava magie, fuori era una catastrofe.

I fatti da una parte, l’analisi socio politica da un’altra.

Così mi diceva uno dei miei direttori.

Stessa cosa andrebbe fatta nello sport.
Se nel calcio infatti regge la tesi dei campanili, nel resto del panorama a guidare gli istinti peggiori sono altre cose.

Floyd Mayweather jr è la cartina di tornasole.

Come uomo fa di tutto per essere odiato.

Misogeno, razzista (“Mi dispiace, ma io so io e voi nun sete un cazzo”, citazione da Alberto Sordi nel “Marchese del Grillo”), arrogante e tanto altro ancora.

Ma che c’entra questo con la sua incredibile capacità difensiva, il senso del ritmo, il tempo di entrata e uscita in un’azione d’attacco, la velocità di esecuzione, la padronanza del ring?

Tiro le somme, aggiungo una buona dose di invidia (anche a livello inconscio: lui ha soldi, donne, successo, gloria e noi dobbiamo lottare ogni giorno con la vita) e il gioco è fatto.

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Lo sport è uno mondo che vive sulle emozioni. Rovinarlo con il tifo contro (lo striscione “Oh Nooo” dei laziali che applaudivano il 2-0 dell’Inter nel maggio 2010, un risultato che sanciva il sorpasso nerazzurro sulla Roma, esemplifica il concetto) non mi sembra la via migliore per gustarselo.

Dei peccati dei protagonisti parlerò un’altra volta.

 

L’incredibile storia del singaporiano che batte Phelps e intasca un milione di dollari!

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Una gara indimenticabile.
I 100 farfalla di Rio hanno scritto la storia.
Mi hanno fatto divertire, e non sono stato il solo a sorridere.Il Comitato Olimpico di Singapore aveva stabilito un premio record per chi avesse conquistato una medaglia d’oro olimpica. Poteva permetterselo, nessuno in quel Paese ne aveva mai vinta una e nulla faceva pensare che la tradizione potesse essere interrotta in Brasile.
E allora, perché non esagerare?
Un milione di dollari in valuta di Singapore, 665.000 dei nostri euro. Una sorta di taglia per chi fosse stato in grado di catturare il nemico pubblico numero 1.
E di questo si trattava lì a Rio.
Joseph Isaac Schooling ha ventuno anni, li ha compiuti due mesi fa. È da sempre un tifoso di Michael Phelps, mostra a tutti con orgoglio una foto che lo ritrae assieme al suo idolo nel 2008. Lui un bambino con gli occhiali, l’altro l’uomo che aveva appena sconvolto il mondo andando a vincere otto ori ai Giochi di Pechino.

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Otto anni dopo si sono ritrovati.
Entrambi sui blocchi di partenza della finale dei 100 farfalla.
Joseph ha toccato per primo in 50:39, nuovo record olimpico.
Phelps per secondo, assieme a Le Clos e Cseh. Tutti con lo stesso tempo: 51:14.
Baci, abbracci, saluti un accenno di pianto da parte di Schooling che quando tornerà a casa intascherà quel milione di dollari che il CNO di Singapore non avrebbe mai pensato di dover pagare…
P.S. Tanto per dare un’idea: gli Stati Uniti, che di ori ne vincono a decine, hanno stabilito un premio di 25.000 dollari per i vincitori. E quei dollari sono anche tassabili…

Nuoto, Europei in corta. Manca il senso della misura…

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Campionati europei in vasca corta, cioè da 25 metri.

È come se la nazionale di Conte facesse i mondiali di calcetto.

Pensate che ci sarebbero gli stessi resoconti trionfalistici?

Le gare in corta sono uno sport nobile, da rispettare. Per carità. Ma per quale motivo non si riesce a dargli la giusta dimensione?

Si celebrano i successi italiani come se i nostri avessero vinto l’Olimpiade.

Due pagine e titolone in prima. Lo stesso trattamento ricevuto dalla Pellegrini quando ha vinto i Giochi di Pechino.

Per carità, Paltrinieri e Federica non li scopriamo certo oggi. Ma credete sia giusto esaltarsi per un campionato che nel panorama mondiale conta davvero poco?

Non è un caso che la Coppa del Mondo, nonostante i premi in denaro e la scelta di località affascinanti, abbia registrato un clamoroso flop. Ed è ancora di meno un caso che per cercare di rilanciare l’evento si sia deciso per la prima volta di far disputare da quest’anno le gare in vasca lunga, cioè da 50 metri.

La competizione in corta non ha valore assoluto. Campionato nazionali, continentali, Mondiali e Olimpiadi si disputano in lunga. Significherà pur qualcosa?

È come se i Mondiali di pugilato si disputassero sulle tre anziché sulle dodici riprese, se i Giochi di pallacanestro si facessero solo sulla metà campo, se la pallavolo abbassasse la rete.

La vasca corta è un ottimo modo di sfruttare gli impianti coperti durante la stagione invernale, di tenere gli atleti in tiro, di stimolare la loro competitività. Ma la vedo dura trarre conclusioni definitive da una prestazione in corta.

Detto questo, non vorrei essere frainteso. Sono contento dei successi azzurri, non metto in dubbio il valore assoluto di Paltrinieri e Pellegrini. Ma un minimo di misura da parte dei colleghi e dei loro giornali sarebbe gradito.

Sei anni fa ci lasciava coach Castagnetti, il più grande di tutti

koverAlberto Castagnetti è morto il 12 ottobre del 2009, sei anni fa, dopo un’operazione al cuore. Ha allenato campioni e speranze. È stato un grande tecnico del nuoto. In Italia è stato il più grande di sempre.

Ricordo con nostalgia quella parlata inconfondibile e il racconto di una vita piena di sentimento che mi aveva fatto un giorno di luglio del 2008 a Rubiera, pochi chilometri da Reggio Emilia, alla vigilia dei Giochi di Pechino.

Mi ero spinto lassù assieme al mio compagno di scorribande Roberto Perrone, grande giornalista e grande amico. Castagnetti si era raccontato come non aveva mai fatto. Avevamo mangiato alla Clinica Gastronomica di Arnaldo. E lì, tra bolliti e pere allo zabaione, aveva messo sul tavolo i suoi segreti. Qualcosa aveva tenuto per sé, qualcos’altro aveva pregato di tenerlo per noi. Ma ce n’era abbastanza per capire chi fosse. Questa è la storia di un vincente che la morte ci ha strappato via troppo presto. Il tempo aveva cambiato l’uomo che negli ultimi anni si commuoveva più facilmente, non aveva cambiato il tecnico che pretendeva sempre il massimo dai suoi. Aveva cominciato l’avventura da ct azzurro nel 1988, era ancora a capo del movimento ventuno anni dopo. Nel suo medagliere quattro ori, due argenti e sette bronzi olimpici. E ancora: tre ori, due argenti  e quattro bronzi Mondiali.

pellecasta-defaultCi manca, e non solo per questo.

Alberto Castagnetti, dove e quando hai scoperto lo sport?

“Nella parrocchia di San Nazzato a Verona. Giocavo a pallone assieme a Pierluigi Cera, il libero del Cagliari e della Nazionale. Poi sono passato allo sci.”

Altri sportivi in casa?

“La mia era una famiglia medio borghese. Papà Mario era dirigente di una casa tedesca di trattori. Siamo diventati benestanti quando mamma Maria ha fatto 12 al Totocalcio. Nessun 13, i quattro 12 presero ciasuno sei milini di lire. Era la fine degli anni Quaranta e quelli erano tanti soldi. E pensare che aveva fatto la schedina facendo ruotare un dado con i tre segni.”

Lo sport quanto è entrato in famiglia?

“Siamo tre fratelli e abbiamo giocato tutti e tre a pallanuoto con la Rari Nantes Bentegodi. Mia sorella Maria Grazia è stata campionessa dei 100 rana. Ma soprattutto abbiamo realizzato i sogni di papà. Amava la lirica e Mario, il più grande, è diventato un cantante. Fa il basso in Francia, si è esibito all’Opera di parigi, ha inciso un disco con Renata Tebaldi. Papà voleva la sicurezza economica e Giannagelo è diventato dirigente di banca. A papà piaceva lo sport e io sono diventato nuotatore prima e allenatore dopo.”

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La lirica è una delle tue grandi passioni.

“Mi piacciono i cantanti del passato. In casa ho cinquemila dischi in vinile. Jussi Bjoirling è il mio preferito, adoro Hipolito Lazaro che ha fatto la prima incisione nella storia della discografia. Sono cresciuto con i suoni della musica classica come colonna sonora, vado spesso all’opera. E’ vero, è una mia grande passione.”

Ti sarebbe piaciuto cantare?

“Sognavo di fare il tenore, ma con la voce che ho non era proprio possibile.”

Quando hai capito che il nuoto sarebbe stato la tua vita?

“Nei primi anni Sessanta ho visitato le piscine dell’Università della Louisiana, ho visto i corsi per bambini e ho capito che sarebbe potuto diventare il mio lavoro. Ho ripreso a nuotare, poi assieme all’ingegnere Sartorelli ho aperto la prima piscina privata italiana. Ho cominciato da lì.”

Da atleta come te la cavavi?

“Nono, fuori per tre centesimi, dalla finale dell’Olimpiade di Monaco 1972 con la 4×100 sl. Avevo gareggiato con la febbre. Sesto ai Mondiali di Belgrado 1973 con la stessa staffetta.”

E a scuola come andavi?

“Ho preso la maturità scientifica, ho fatto il biennio di ingengeria e mi sono fermato lì.”

Hai detto di avere capito quale sarebbe stato il tuo futuro negli Stati Uniti. Per quale motivi ti trovavi in Louisiana?

“La mia prima moglie, che si chiama Patricia Peyton, viveva a New Orleans dove faceva la ballerina classica. Ero volato lì per stare con lei. Più di trent’anni fa abbiamo divorziato.”

Avete avuto dei figli?

“Due vivono ancora a New Orleans. La più grande si chiama Olivia. L’altra Linda, ma questo l’ho scoperto solo quando aveva 26 anni.”

In che senso?

“Io l’ho sempre chiamata Samantha. Era il nome che assieme alla madre avevamo deciso di darle. Quando è nata io ero in giro per il mondo. Al mio ritorno nessuno mi ha detto che per lei era stato scelto il nome della nonna, la mamma di mia moglie. E così l’ho chiamata Samantha, cosa che del resto faceva anche Patricia. Quando qualche anno fa le ho spedito un assegno intestato a Samantha Castagnetti, mi ha risposto: Grazie, papà. Ma non posso intascarlo, io mi chiamo Linda”

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Adesso hai un’altra famiglia.

“Ho sposato Isabella Sollazzi, una triestina che ho conosciuto all’Arena di Verona. Faceva la ballerina classica, ha danzato anche alla Scala. Quattro anni fa è andata in pensione, ha preso la maturità scientifica e adesso è iscritta a Letteratura Moderna. Studia di notte. E’ un fenomeno.”

Avete figli?

“Veronica ha 27 anni e fa l’architetto, lavora a Londra. Segue la ristrutturazione delle proprietà della Regina Elisabetta. Vittoria ha 18 anni e poca voglia di studiare. Lei canta. E’ stata nel coro della Tosca all’Arena. Suona. Ha imparato da autodidatta il pianoforte e il flauto traverso. Recita con la scuola. Capisci che per studiare ti tempo ne ha davvero poco.”

Una moglie, due figlie, so che nella casa di Verona hai altri ospiti.

“Due cani luo e otto gatti. Tutti trovatelli. Li abbiamo accolti in casa con tanto amore.”

Come è nata la tua avventura da allenatore?

“Ho cominciato preparando gli esordiente, poi ho avuto una piccola squadra, quindi ne ho messa su una con la Felotti, Guarducci, Rampazzo, Carey. Pagavo io per mantenere il tutto, le difficoltà economiche non erano poche. Quindi Brescia mi ha offetto di andare lì. Avevo visto Giorgio Lamberti (foto sotto) ai Mondiali di Madrid. Era un fenomeno. Io l’ho fatto andare più forte. Secondo agli Europei dietro Holmets. Male ai Giochi di Seul. Oro e record mondiale a Bonn. Vent’anni fa nuotava i 200 sl in 1:46, senza l’aiuto dei costumi, delle virate e niente altro di particolare. Ho ancora un grande rammarico perché si è fermato troppo presto. Poi sono arrivati Fioravanti, Brembilla e gli altri.”

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C’è qualcuno dei tuoi ragazzi che ti ha sorpreso?

“Fioravanti (foto sotto) a Sydney quando ha vinto l’oro nei 200 rana. E Federica quando ha fatto il mondiale dei 400 sl. In nessuno dei due casi pensavo potessero andare così forte.”

Cosa ti ha meravigliato della prestazione della Pellegrini?

“Sarei stato contento se avesse nuotato in 4:03. Gli allenamenti prima del record non mi avevano entusiasmato. Ma forse il fatto è che non ho termini di paragone, non ho mai avuto una ragazza che andasse così forte.”

Il nuoto non permette a un allenatore di intervenire durante la gara. Come si ovvia a questo problema?

“Gli atleti devono sapere gestire la gara. Non c’è sport più ripetitivo del nuoto. Loro sanno perfettamente quello che stanno facendo, lo sanno in ogni momento. In allenamento devo creare quei meccanismi che poi rendano automatico il rtimo, il gesto, il movimento.”

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Quale è stato il cambiamento più importante, dal punto di vista tecnico nei tuoi vent’anni nel nuoto come ct?

“La virata. Il modo di farla. E’ quella che ha inciso maggiormente sull’abbassamento dei record.”

Abbiamo parlato di tante cose. Chiudiamo con una domanda che potrebbe sembrare provocatoria, ma che vuole solo definire meglio il tuo personaggio.

“Spara”

Pensi di avere dei nemici?

“Non credo. Diciamo che ci sarà qualcuno che mi invidia. Ma questo è nella norma delle cose. E poi, come spesso dice spesso Barelli, spero scherzando: forse sono solo fortunato.”

 

Viene da Ovosodo e ha scelto il nuoto per amore. È Morini, il coach del fenomeno Paltrinieri

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Ai Mondiali di Kazan ha vissuto un grande momento grazie a Gregorio Paltrinieri. In un’intervista di qualche tempo fa ho cercato di scoprire chi è Stefano Morini, nato a Livorno il 17 novembre 1956. Una sorella, Paola: ex campionessa di corsa campestre. Figlio di Sergio, ex proprietario di un’autofficina per le riparazioni delle automobili, e Neda: discendente di una famiglia titolare di numerose sale corse.

Stefano Morini, in che zona di Livorno è nato?

«Il quartiere si chiama Benci Centro, insomma Ovosodo».

Allora avrà visto il film di Virzì, si riconosce in quei livornesi?

«Diciamo che quelli erano un po’ atipici».

Che zona era Ovosodo?

«Negli anni Cinquanta e Sessanta ci abitava la gente benestante, quella che poi si è trasferita al mare o in collina. In altre parole all’Ardenza o a Monenero. Ora a Ovosodo ci sono i vecchi livornesi».

Il nome da che viene?

«Forse dai colori dello stemma del gonzo con cui il quartiere faceva il palio marinaio, il giallo ed il bianco».

In piscina, come ci è arrivato?

«Ero grandicello. Avevo undici anni. Il dottore diceva che avevo un’asma bronchiale e che il nuoto sarebbe stata una buona cura».

E chi era questo medico che anticipava I tempi?

«Il dottor Marcacci, un amico del papà. Lavorava anche con il Livorno calcio».

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Suo papà amava il lavoro che faceva?

«Le macchine gli sono sempre piaciute. Ha coso tre volte la Mille Miglia, l’ultima con una Maserati. Eravamo nel 1956, l’anno in cui sono nato. Prima l’aveva fatta con una Topolino. E ha preparato anche alcune auto per la Coppa Liburnia o il rally dell’Elba, tra cui una Renault Alpine del figlio del dottor Marcacci».

E a lei sarebbe piaciuto correre in auto?

«Ho sempre sognato di fare il pilota di rally. Ho un amico, Giorgio Mariotti, che faceva il navigatore ai tempi di Munari. A me sarebbe piaciuto fare il pilota».

E invece?

«In casa mi hanno sempre frenato. Dicevano che dovevo stare attento, che l’asma andava curata, che non dovevo esagerare».

Così, niente sport?

«Quando mai. Ho fatto prima la pallanuoto. Giocavo centroboa con il Circolo Nautico Livorno in serie A. La piscina di casa era all’aperto, ai Bagni Pancaldi. Diciamo che l’ambiene era caldo in tutti i sensi».

Dalla pallanuoto è poi passato al nuoto?

«No. Sono passato al rugby. Giocavo terza centro con il Cus Pisa in serie B».

Un livornese che giocava con una squadra pisana?

«Eravano quasi tutti di Livorno, e poi noi non si badava a queste cose».

E il nuoto?

«E’ stata una scelta d’amore. Nel senso che ero fidanzato con Nerella, un nome particolare che penso abbia ereditato dal soprannome del papà: Nerino. Lei, che di cognome fa Selmi, ha fatto anche i campionati italiani nei 200 delfino. Per starle vicino, ho seguito il sentimento e sono finito ad allenare una squadra di nuoto alla piscina comunale di via dei Pensieri. Prima come vice, poi come tecnico capo. In realtà a casa avevo pensato di farmi lavorare in una sala corse di Rosignano, ma io ho preferito la piscina».

Primo risultato importante?

«Ilaria Tocchini, assieme ci siamo presi tante soddisfazioni. E poi, tanti altri nazionali».

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Fermiamoci un attimo. Facciamo un passo indietro. Prima di diventare allenatore di nuoto a tempo pieno, il giovane Stefano Morini cosa faceva nella vita di tutti i giorni?

«Mi piaceva divertirmi. Ho sempre amato il mare, la piscina l’ho sempre vista come un lavoro. Ero bravo sul windsurf. Così caricavo la tavola sulla macchina e me ne andavo all’Ardenza. Oppure, assieme agli amici si andava in barca. Lo vuole sapere quale è il mio più grande sogno?»

Me lo dica.

«Fare il giro del mondo su una barca a vela».

Da solo?

«Ma no, con gli amici. Ce ne sono due, Roberto e Marco, che sono dei fenomeni nella pesca subacquea. Con loro dentici e cernie sono assicurate».

Dunque al primo posto nella classifica dei sogni, il giro del mondo sulla barca a vela. E subito dopo?

«Qualcosa che ormai non posso più realizzare. Credo proprio che la cosa che sarei riuscito a fare meglio era quella di giocare a rugby. Lasciarlo mi è pesato. Ma non ho rimpianti, ho una vita felice. Nerina, mia moglie, è una donna fantastica che ha saputo accompagnarmi durante il percorso della vita, aiutarmi, spronarmi. Abbiamo un bel figliolo, Tommaso che ha 24 anni e fa anche lui l’allenatore di nuoto».

Morini, quando è arrivato in nazionale?

«La prima volta mi ha chiamato Bubi Dennerlein nel 1985. Dal 1991 ho lavorato con Alberto (Castagnetti, ndr). Non ci conoscevamo, ma siamo diventati amici».

Quale è la sua dote migliore?

«Penso di dare tranquillità. Da buon livornese, se ho qualcosa dentro non riesco a trattenermi e devo dirla. Per questo in passato ho anche avuto degli scontri violenti. Ma adesso prima di parlare conto fino a cento. Questo non vuol dire che non voglia imporre le mie tesi».

Tre ragazze d’argento e una Pellegrini da sballo realizzano un sogno

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La forza dello sport è nelle emozioni che riesce a trasmettere.

Sono andato a cercare nel mio archivio qualche aggancio con la passione che ho provato guardando in tv la finale della 4×200 sl femminile ai Mondiali di Kazan. Cercavo uno spunto, un nome, un episodio da associare alla scarica di adrenalina che ho provato guardando quattro ragazze sfidare il mondo e centrare l’argento.

Alice Mizzau, Erica Musso e Chiara Masini Luccetti erano state brave, tenaci, coraggiose. Avevano assolto al compito che era stato loro affidato. Poi è entrava in vasca lei.

Sfogliando nell’album dei ricordi, ho trovato quello che cercavo. Il racconto della finale europea di Berlino nell’agosto di un anno fa. Mi sembra che, con qualche piccolo ritocco, calzi alla perfezione.
La grandezza di Federica Pellegrini non sta nel fatto di avere toccato per seconda la piastra nell’ultima frazione della 4×200 sl, ma nell’aver pensato di poterlo fare. Se non si capisce la differenza non possiamo comunicare. Parliamo due linguaggi differenti.

L’idea era ambiziosa, un tantino folle. Per quanto potessero andare lente la svedese, la cinese e la britannica, recuperare su tre rivali sembrava davvero dura. E invece lei ha inseguito un sogno, ha capito che c’erano le condizioni per scardinare la serratura. E ci ha provato.
Percezione, intuito, capacità di esecuzione.
Eccola qui la spiegazione del perché questa impresa abbia esaltato me e tante altre persone. Al di là dei riscontri conometrici, del calo delle altre. È la magia dell’atleta che segue l’istinto e riesce a trasformare un’idea in realtà.

epa04873054 Federica Pellegrini of Italy celebrates after the Women's 200m Freestyle final during the FINA Swimming World Championships at Kazan arena in Kazan, Russia, 5 August 2015.  EPA/VALDRIN XHEMAJ

Lo sport è fatto di momenti magici. Ne abbiamo vissuto uno tutti assieme.
Federica Pellegrini è sempre più unica. È la più grande nuotatrice italiana di tutti i tempi (uomini e donne). Ha realizzato cose che nessuno ha saputo fare. Troppo breve il regno di Domenico Fioravanti e dei suoi due ori nella stessa Olimpiade, meno esaltante a livello di mondiali e record quello di Massimiliano Rosolino.
Tutto il resto viene dopo di lei. E forse sarebbe il caso di ampliare il discorso all’intero sport italiano, senza confinarlo nel recinto del nuoto.
Non è “un personaggio”. È una fuoriclasse assoluta, una rarità nel mondo del nostro sport. E non solo. Dura da undici anni e ha vinto tutto: italiani, europei, mondiali, Olimpiade. In vasca corta e lunga. Ha realizzato primati del mondo.
L’unica colpa che ha, mi si perdoni il paradosso, è quella di avere una personalità spiccata, di godere la vita come ogni giovane della sua età, di non nascondersi né agli obiettivi nè tantomeno ai giornalisti. Meno male, datecene altre tre e il nuoto italiano entrerà nel sangue di tutti.

Ultima nota. La finale della staffetta mondiale potrebbe e forse sarà analizzata cronometro in mano. La mia chiave di lettura è diversa.

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Tre anni fa ho visto a Parigi giocare in doppio John McEnroe e Adriano Panatta. Quando l’americano caricava come una molla il servizio mi emozionavo. Quando vedevo Adriano fare punto con un paio di veroniche mi emozionavo. Eppure era solo una partita di vecchie glorie al Roland Garros, il gesto atletico era praticato a velocità ridotta. Ma era la magia di quei colpi, le immagini fantasiose che evocavano, la gioia del gioco fine a se stesso che mi emozionavano.
Sono infatti convinto che la spinta che rende lo sport universalmente popolare nasca dalla passione.
Non vergognatevi di un’emozione.
Tutto il resto è noia.

 

Luca Sacchi, il principe dei commentatori tecnici della Tv

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Un fuoriclasse.

Luca Sacchi mi è sempre stato simpatico. Quando scrivevamo per lo stesso giornale ci divertivamo un mondo a lavorare. Ricordo una memorabile edizione degli Europei di nuoto a Istanbul nel ‘99. Abbiamo picchiato duro sulla concorrenza, ma non ci siamo mai sentiti stanchi. Detto questo per onestà, mi sembrava giusto avvertire chi legge, voglio fargli i complimenti.

Diciamo la verità, il panorama dei commentatori televisivi non offre fuoriclasse. Soprattutto nel calcio dove si tende a nascondere, a non sbilanciarsi, a non inimicarsi, piuttosto che a entrare nel cuore dell’evento.

Il nuoto e la Rai hanno la fortuna di avere un ex grande atleta (bronzo olimpico a Barcellona 1992 nei 400 misti, quando una medaglia per l’Italia era una rarità assoluta) nel proprio organico.

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Luca Sacchi ha la capacità di spiegare il nuoto a chi non lo conosce. E ne capisce come pochi. La finale della 4×200 sl femminile ai Mondiali di Kazan ne è la riprova evidente. Quando il 90% di chi era davanti alla tv non pensava neppure lontanamente a una medaglia, lui ha letto analiticamente i tempi delle prime tre frazioniste, ha calcolato cosa fosse potenzialmente nelle braccia e nelle gambe di Federica Pellegrini e ha detto che sul podio ci saremmo seduti. Poi è andato oltre e ha assicurato l’argento azzurro.

Non è uno che gioca a fare il mago. È quello che dovrebbe essere ogni commentatore tecnico. Competente e senza paura di lanciarsi in pronostici, soprattutto quando sono difficili.

Ha un ritmo di telecronaca che ti tiene incollato al teleschermo, fornisce spunti tecnici interessanti e a volte ci regala qualche gustoso aneddoto.

Mi sono spesso lamentato, anche su questo blog, dei telecronisti sportivi. Ho dichiarato la mia avversione all’enfasi usata nel calcio, all’incompetenza di qualcuno nel pugilato, mi sono addirittura sbilanciato su alcune parole fuori posto nel pattinaggio artistico.

Non posso tirarmi indietro adesso che è venuto il momento di parlare bene di qualcuno.

Luca Sacchi è una rarità in una televisione che fa dell’improvvisazione la sua regola numero 1.

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Pellegrini, un’altra magia. Come lei non c’è nessuna…

Frederica Pellegrini from Italia reacts after winning the 100m freestyle women final of the Open de France swimming competition in Bellerive-sur-Allier, central France, on July 5, 2015.   AFP PHOTO / THIERRY ZOCCOLAN        (Photo credit should read THIERRY ZOCCOLAN/AFP/Getty Images)

Per uno strano scherzo del destino ho visto da Montreal la sesta medaglia mondiale di Federica Pellegrini sui 200 sl. Proprio qui in Quebec aveva conquistato la prima, in un’edizione in cui Filippo Magnini centrava l’oro. Dieci anni tra le migliori del mondo, nel nuoto non è solo una rarità. È una cosa unica. È andata a prendere la medaglia nella gara che considera sua, in quella distanza sulle quattro vasche che ha trasformato nella sua casa. Come Wimbledon per Federer, come il Roland Garros per Nadal.

Giù dal podio dopo le prime tre vasche, poi eccola lì. Argento! Dietro la Ledecki, davanti alla Franklin. Presente, come da due lustri a questa parte. Appartiene alla storia. Come vi appartengono le sue lacrime, i dubbi, le polemiche.

Ero a Montreal nel 2005 e l’ho vista piangere di rabbia, quelle di Kazan erano lacrime di gioia pura.

Le sembra sempre di dovere lottare contro il mondo. Non tutti la amano, molti non la sopportano. Come accade a Floyd Mayweather jr. Un grandissimo, ma con un popolo di denigratori degno di miglior causa.

Federica va come un treno, le mette tutte in fila da dieci anni. Ogni volta la inquadrano come una signora sul viale del tramonto. In molti lo fanno, non tutti. Novella Calligaris è una che le è stata sempre vicina nello spirito. Altri avrebbero avuto un filo di invidia, Novellina le ha sempre regalato affetto. Grande anche lei.

Su Fede ho scritto centinaia di articoli. Ripropongono uno di quelli che mi è piaciuto di più. L’ho messo su qualche tempo fa, racconta l’anima della donna e della campionessa.

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Federica ha scacciato gli incubi che turbavano le notti prima della gara. Chiusa in una stanza senza finestre, nè porte, vedeva l’acqua salire su lentamente. Non poteva scappare, non poteva gridare. E solo quando stava per soffocare, si svegliava. Senza fiato, costretta a respiri profondi per uscire dall’apnea in cui era precipitata. O quando veniva colta di sorpresa dallo starter e doveva tuffarsi in piscina con addosso ancora l’accappatoio. Nuotava faticosamente sino alla fine, poi usciva dal sonno prigioniera delle lenzuola e con l’ansia che cresceva ogni secondo. Oggi, finalmente, è serena. Niente più vigilie piene di angoscia. Una paura però è rimasta.

La spaventa l’incapacità degli uomini a mostrare i propri sentimenti. Lei è per l’amore romantico. Il cielo stellato, le rose bianche, un viaggio a Capri. Ma, confessa, è difficile vivere una passione così. “Perché gli uomini, se devono dire parole dolci alla fidanzata, si sentono sminuiti. Sono frenati dall’orgoglio e restano muti”.

L’uomo, si sa, è pieno di difetti.

“Alle donne basta un bacio, gesto di grande sensualità, per capire tutto. A voi, e non si sa perché, serve molto, ma molto di più”.

Azzardo. “Perché le donne sono più mature”

Replica. “Bella scusa”.

E’ seduta accanto a me, sprofondata sul divano, nel caldo umido di una giornata come tante sulla riviera adriatica. Fatica a stendere le lunghe gambe sotto il tavolino. Indossa un paio di short jeans, una maglietta bianca con le bretelline. La gente passa, la riconosce e sorride. Lei, ricambia.

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Federica Pellegrini, una gioventù vissuta di corsa. “Sono entrata in acqua a otto mesi e in pratica non ne sono più uscita”. A 16 anni l’argento ai Giochi di Atene. Poi sono arrivati l’oro olimpico di Pechino e i quattro titoli mondiali, assieme a undici record del mondo. Ha attraversato momenti bui, grandi felicità, mari di amarezza, picchi di gioia. E’ cresciuta in fretta, ma del passato non rinnega nulla. “Io la mia vita ho deciso di viverla come l’ho sognata”, mi dice prendendo in prestito una frase di Sabine Azèma dal film “Una domenica in campagna”. Poi, aggiunge: “E sono stata fortunata”.

Mi ripete una, due, dieci volte, che non si farà mai condizionare dalla presenza di un fotografo o di una telecamera. Ha deciso di mettere davanti a tutto la voglia di vivere, non permetterà che siano gli altri a decidere per lei. Poi, può capitare che accadano piccole o grandi tragedie. Ma quello fa parte del grande mistero della vita, il resto no. E così la storia con Filippo Magnini, cresciuta fino a diventare il gossip di qualche estate fa, la sta vivendo in maniera serena. Giura che continua a negare il grande amore, solo perché grande amore non è. “Ci stiamo conoscendo, stiamo scoprendo ogni giorno qualcosa di nuovo. Ci frequentiamo. Può essere l’inizio di qualcosa o anche finire qui. Non mi sono mai posta dei limiti. Ma adesso è troppo presto per dire di più”.

Nella testa ha altre priorità. Il nuoto prima di tutto. Ma questo non significa che non pensi a se stessa come donna. Vuole avere due bambini prima dei trent’anni, sarà dura a meno di un parto gemellare. Ecco un’altra priorità. Me la racconta sorridendo, ma sembra che lo faccia solo per mascherare qualcosa di tremendamente serio: “Spero di trovare un uomo con cui fare questi figli. Sinceramente da sola non me la sentirei, anche se non condanno chi fa questa scelta. Io no, io sono per una visione romantica della vita e dell’amore. E se prendessi quella strada, tradirei me stessa”.

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E come dovrebbe essere quest’uomo?

“Non dovrà avere paura di mostrare quello che prova. Il resto verrà poi”.

Federica ha la necessità di marcare fisicamente il tempo che passa. Non le basta la memoria. Non si accontenta della tecnologia di un computer. Ecco così aumentare a livelli inquietanti il numero delle fotografie, ma anche quello dei tatuaggi. Nella casa di Verona ha cinquemila foto divise in cinquanta album. C’è tutta la sua storia. Da quando era piccolina fino ad oggi. “Mi fanno andare a ritroso con la mente, è un viaggio che mi piace fare, anche se a volte mi mette addosso un po’ di malinconia. E poi ci sono i tre album custoditi nella cameretta di Spinea, nell’abitazione di famiglia. Lì ci sono solo foto top secret, quindi non farmi domande”.

Foto, ma anche tatuaggi. “Ho bisogno di imprimere sulla pelle ogni momento significativo della mia vita. Dopo un cambiamento totale come l’ultimo, come potevi pensare che non mi facessi un altro tatuaggio?”. Anche qui inutile fare domande, dove? cosa?, ma una proprio non riesco a tenerla per me. Le ricordo che i tatoo sono per sempre. E rimangono lì anche quando il momento magico è passato. Che ne sarà di quel Balù, l’affettuoso soprannome dell’ex fidanzato Luca Marin, stampato sul piede destro? “Vero, adesso c’entra poco con la mia vita. Ma i tatuaggi si possono sempre coprire. Non so se lo farò, ma se comincerò a starci troppo su col pensiero, se inizierà ad infastidirmi, lo coprirò”.

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Ha cambiato casa. Si è portata dietro, oltre alle scarpe che hanno raggiunto il minaccioso numero di 254 paia, le cose a cui tiene di più: le candele che riempiranno ogni ambiente, l’acquario con i pesciolini rossi a doppia coda, la “Dormeuse” di Tamara de Lempicka che le fa da coperta di Linus (guarda il quadro e ritrova la serenità perduta). Ha abbandonato un ombrello thailandese, le tendine giapponesi, il telo col disegno di un dragone. Le ricordavano un amore finito. Ad ogni oggetto, regala un valore particolare. Le chiedo di mostrarmi l’anello che ha all’anulare della mano sinistra. Se lo gira attorno al dito, poi me lo fa vedere con orgoglio. Glielo ha regalato Cinzia, la mamma, alla vigilia dei Giochi di Atene 2004. Si è rotto prima di Pechino 2008, ma Fede l’ha fatto rimettere a posto. E per ogni evenienza ne ha uno di riserva, donatole sempre dalla mamma. E’ l’anello di Karnak, dicono possa risolvere rapidamente le sofferenze da stress o da somatizzazioni, e abbia il potere di ridurre le negatività. Sul comodino della camera d’albergo, in qualsiasi parte del mondo si trovi, Federica mette da due anni le pietre (una rossa contro le paure, una nera che regala tranquillità) lavorate con lo spirito delle filosofie orientali dalla compagna Laura Letrari, che gliene ha fatto regalo alla vigilia dei Mondiali di Roma 2009.

La smania di crescere. Una situazione emotiva che le ha fatto credere di essere diventata donna molto prima di quando in realtà non fosse. Lo diceva già al diciottesimo compleanno, a bordo vasca durante gli Europei di Budapest 2006. “Non sono più una bambina, sono una donna”. Sentiva che dentro di lei qualcosa stava cambiando e le sembrava che potesse aiutare la crescita con le parole. “E invece donna, mi ci sento solo da qualche mese. Una bella donna”. Un volto luminoso, solare, incorniciato da un biondo che regala sensualità a una figura slanciata. Lei lo sa. E non fa niente per nasconderlo. Così, quando le chiedo, a quale personaggio femminile le piacerebbe somigliare, mi regala una risposta che non mi sorprende: “Sono troppo vanitosa per dire che preferisco un’altra. Mi piaccio con tutti i miei difetti”. Le hanno chiesto di posare per un calendario, ha detto no. “Non sono mai stata pudica, le foto nuda le ho fatte. Però il calendario lo realizzi per venderlo, devi solleticare la curiosità dei compratori. Io le foto nuda le faccio per me stessa, senza volgarità. E basta”.

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Sempre di corsa. In passato l’affanno l’aveva portata a dividersi tra certezze assolute e insicurezze di fondo. “Adesso non c’è più solo bianco e nero. Sono rimaste solo alcune sfumature, c’è più armonia in me”. La grande mutazione è nata qualche anno fa a Tenerife, durante un ritiro della nazionale. Veniva da due mesi di clausura parigina (“Sveglie all’alba, allenamenti pesanti, io e Luca, Luca e io”), quando ha incontrato un gruppo di compagne che aveva voglia di divertirsi. Le ragazze l’hanno tirata dentro. “Lì ho capito cosa mi era mancato negli ultimi tempi. Lo stare assieme, il divertirsi, la spensieratezza nell’affrontare le situazioni. Mi ero isolata. Poi c’è stato il clic, la consapevolezza piena di una situazione che stava cambiando. Sono più comunicativa, più di compagnia, so stare di più allo scherzo. Un cambiamento radicale, lo si nota anche negli occhi”.

Tornano gli uomini. Federica si allena con loro e quelli non ci stanno a farsi superare. “Sono molto orgogliosi, piuttosto che cedere, prendono una settimana di febbre. E questo a me fa ridere”

Tento un replica. “Beh, farsi battere da una donna non è bello”.

“Lo so. Per voi è così. Ma io godo, come godo. Godo davvero”.

Filippo Magnini ha detto: “Federica è una che prende quello che vuole”. Lo ricordo alla ragazza, che mi fa: “E’ vero. Sono una persona molto determinata. Nella vita e nello sport”. Passiamo ai difetti. “Non sono diplomatica, a volte al primo incontro risulto antipatica o addirittura stronza”. Tutto qui? Neppure una follia tenuta nascosta? Dice: “Le mie follie nascono dalla gelosia. Un esempio? Prendere la macchina all’1 di notte, andare a controllare se il tuo ragazzo è a posto e tornare a casa senza farti vedere. Parlo di qualche anno fa. Il fatto è che sono un’istintiva, appena mi parte l’embolo devo incatenarmi. In quei dieci minuti devo controllarmi, altrimenti sclero. Potrei fare qualsiasi cosa. Ma non sono gelosa perché lui esce di sera. A mandarmi fuori di testa è una parola strana, un messaggio che non corrisponde. Ma forse sono semplicemente i film che si fanno le donne”.

Allora, qualcosa che non va lo avete anche voi.