Quella rana pazza, talentuosa e mondiale di Benny Hurricane Pilato

Benny è un uragano che non cerca scuse.
Non si lamenta, aggredisce le difficoltà fino a sconfiggerle. Lo fa con un sorriso pieno di energia, con lacrime che vanno a riempire i momenti di gioia. E si stupisce per quello che poi è il risultato finale. Wow, dice. Anche se sapeva l’avrebbe fatto.
Forse non così in fretta, ma l’avrebbe fatto.
Quando Federica Pellegrini è andata a vincere l’argento all’Olimpiade di Atene nel 2004, lei era stata concepita da pochi mesi. Concepita, voglio dire che non era neppure nata e Fede già stupiva il mondo.
Benedetta Hurricane Pilato non si lamenta per una piscina che non c’è, per una qualificazione mancata, per un problema fisico che le impedisce di dare il massimo. Lei sale sui blocchi, si tuffa e lotta. Poi esce dall’acqua e mette in fila i destinatari dei suoi grazie. Mamma Antonella che ha provato a distrarla con la danza, ma alla fine l’ha assecondata nella voglia di nuotare. Papà Salvatore che i sacrifici degli allenamenti li aveva sperimentati sulla sua pelle e non voleva che anche la figlia li subisse, ma poi si è arreso. Il fratello Alessandro, che ha preferito il calcio al nuoto. Il tecnico Vito D’Onghia, detto Uccio, che le sta accanto da sempre al punto che il suo Oh, Oh, Oh, urlato per accompagnare il ritmo di bracciata in allenamento Benedetta lo sente anche mentre dorme. E, finiti gli umani, aggiunge alla lista anche il barboncino Gilda e il pappagallo Pluto, perché altrimenti si offenderebbero.
Record del mondo sui 50 rana a 16 anni.
Non male, eh.
Una predestinata. Con quel dono ci si nasce, ma bisogna coltivarlo.
Lo ripeteva in continuazione Alberto Castagnetti a Domenico Fioravanti, fino a quando il fenomeno ha capito che per raccogliere bisognava soffrire. Non mi va di fare paragoni prematuri, Fiore è uno che ha vinto due ori olimpici. Meglio sottolineare le differenze che partono da un punto in comune.
Entrambi in acqua hanno raccontato e raccontano cosa sono nella vita.
Nella rana di Domenico non c’erano strappi, ma un continuo, dolce scivolare. Un sughero con la bracciata larga che arrivava esattamente al termine della spinta sulle gambe. Un cesellatore.
La nuotata di Benny è un’esplosione di vitalità, l’espressione di una ragazza che non ha paura di affrontare la vita. Lei la aggredisce. Dentro e fuori la piscina.
Non si spaventa quando si tratta di conciliare studio e nuoto. Non l’ha fatto quando a 14 anni vinceva l’argento ai Mondiali di Gwangju e nello stesso tempo marciava al ritmo della media dell’8 al Liceo Scientifico Maria Pia di Taranto. Né lo fa oggi che sogna le gare di Tokyo 2020 e fissa il prossimo obiettivo: vuole iscriversi a Medicina e laurearsi, magari per ritagliarsi una missione all’estero dove aiutare chi ha bisogno.
Non ci sono confini nel mondo della Pilato.
“Sud o Nord, il posto dove nasci non racconta chi sei. Sono italiana e basta”.
Lo diceva anche Albert Einstein.
“Io appartengo all’unica razza che conosco, quella umana”.
Benedetta Hurricane è figlia del suo tempo.
Smanetta sul cellulare, si impegna su Instagram dove fa le pagelle dei suoi compagni di nazionale, si dipinge le unghie di diversi colori, ascolta Fedez e le piace Jovanotti, adora le serie di Netflix.
In una cosa è diversa da molti sedicenni. Il calcio? Quello no. Lo lascia al papà, tifoso della Juventus. O al suo allenatore, che sbaglia ogni pronostico sull’Inter.
Contrariamente ad alcune famose colleghe, leggi Federica Pellegrini e Simona Quadarella, lei del mare non ha paura. Lo ama. Lido Gandoli a Marina di Leporano è il preferito.
Oggi la Pilato ha 16 anni, un record del mondo e un europeo senior nel cassetto.
Ma anche una rivale da curare.
Lilly King appartiene al presente e al prossimo futuro.
Gli Europei di Budapest hanno portato Benny in prima pagina. Ha le spalle larghe, sa sopportare la pressione, è forte in acqua e fuori. Ma per la miseria, ha solo sedici anni. Finiamola con paragoni prematuri, spinte verso il futuro, ori e primati. Lasciatele godere il momento. Lei è una che si commuove ascoltando al telefono il papà che le fa i complimenti, la mamma che l’accarezza con le parole, l’allenatore che le lascia un messaggio di gioia, il barboncino Gilda che compare sul megaschermo della piscina subito dopo l’oro europeo sui 50.
In fondo la rana della Pilato è un po’ pazza. Non è svogliata come quella di Lello Avagnano, o triste e disinvolta come quella di Domenico Fioravanti. Lei ha bisogno di calarsi sino in fondo nella lotta. Il ritmo delle bracciate, la frequenza che impone, è ricchezza di poche. Alla sua età ha tutto il diritto di godersi anche un po’ di follia. E di chiudere la storia con una risata liberatoria, o lacrime di felicità.
Il futuro è suo. Ma non ripetiamolo sino alla nausea, finiremmo per non goderci questo momento pieno di magia.
WOW, ma cosa hai fatto Benedetta Hurricane Pilato?

Un tatuaggio coreano, un tema alle elementari, la pasta alla gricia. Storia del fenomeno Quadarella

Europei di nuoto a Budapest. Una ventiduenne romana si prende il ruolo di protagonista. Oro sugli 800 e 1500 sl.
Questa è la sua storia.

Un tatuaggio racconta momenti felici, perdite inconsolabili.
Quel tatuaggio lì, un numero, parla di un sogno diventato realtà.
Il 23 è impresso per sempre sul polso di Simona Quadarella. È il giorno di luglio dell’anno 2019 in cui ha conquistato il mondo.
È in coreano, 스물셋, perché l’oro lo ha vinto a Gwangju in Corea del Sud. È sul polso destro, perché è stato con il palmo di quella mano che ha toccato la piastra elettronica all’arrivo.
Era un sogno nato quando era ancora bambina.
In un tema, frequentava la quarta elementare, aveva scritto che sarebbe diventata una nuotatrice. Brava come Erica, o forse di più. La sorella maggiore è stata campionessa juniores, poi ha cambiato percorso puntando sullo studio. Simona è andata avanti. Argento mondiale e tre ori (400, 800 e 1500 sl) negli Europei appena conclusi a Budapest.
Vive a Ottavia, zona nord ovest di Roma, da quando doveva ancora nascere. La famiglia si è trasferita lì quando mamma Marzia, professoressa di inglese, era incinta di lei.
Il papà Carlo, impiegato di banca, è stato sempre innamorato dell’acqua. Portava spesso le bambine al mare, sulla barca o sul gommone. Non voleva che corressero pericoli, bisognava che imparassero a nuotare. Simona a tre mesi era in piscina, quella della Polisportiva Delta alla Borgata Ottavia. A otto anni faceva agonismo al Circolo Canottieri Aniene.


A volte una vittoria la commuove fino alle lacrime, più spesso le fa apparire sul viso un sorriso pieno, una pioggia d’estate che tutto travolge. È dirompente. Ma sotto ci vedi una persona decisa, pronta a lottare per conquistare quello che pensa le appartenga. L’ha dipinta bene la mamma: gnappet, quando piccolina si lasciava prendere in giro per una statura meno imponente di tutte le compagne di gioco. Per poi diventare veleno nel momento in cui scattava la competizione. Una sorta di Clark Kent/Superman in versione femminile. Traduco per i meno giovani. Una figliola tranquilla, serena, simpatica in abiti civili. Determinata, al limite della spietatezza quando si tuffa nell’acqua della piscina.


Ha tifosi ovunque, ma è in Borgata che si annidano i fedelissimi. La Curva di Simona. O, meglio, quello che lei chiama il Villaggio. È all’interno di quella zona magica che si nascondono sentimenti e amicizie. Lei tifa Roma, frequentava l’Olimpico quando la pandemia non era ancora arrivata a toglierci la libertà.
Il sogno infranto si chiama Rio de Janeiro. Si sentiva ai Giochi, ha sbagliato la gara decisiva ed è rimasta a casa. Tutte le sere prima di addormentarsi rivedeva lo stesso film. Cosa avrebbe fatto in Brasile, come avrebbe condotto la gara, come avrebbe lottato. Non ha avuto l’occasione per farlo. Ha pianto, si è disperata. Poi ha capito che doveva reagire.
Perché Simona è una che lotta. La tabella di marcia di una nuotatrice non concede grandi libertà. Quella di una fondista ne concede ancora meno. Sveglia alle 5, due sedute in acqua e altrettante in palestra. Dodici chilometri al giorno. Niente distrazioni, pochi svaghi, doveva trovare anche il tempo per studiare. Al Liceo Scientifico Pasteur prima, alla facoltà di Scienza della Comunicazione (Tecnologia innovativa per la comunicazione digitale) poi.
Una passione per i social, 113.000 followers su Instagram, quasi 21.000 su Facebook. Foto, messaggi, scambio di informazioni.
Nel tempo libero, poco, un po’ di televisione. Serie televisive soprattutto. Tra passato recente e presente: Gossip Girl, Peaky Blinders, La Casa di Carta.
Ma fuori dall’acqua, amore a parte, la cosa che la fa davvero impazzire è un’altra. La pasta alla gricia. Rigatoni, guanciale, pecorino, parmigiano, vino bianco, acqua di cottura della pasta, olio. Un misto di sapori e profumi, comunque forti. Come sembra essere Simona Quadarella.


La allena Christian Minotti, fondista azzurro bronzo ai Mondiali in vasca corta, due medaglie agli Europei in lunga. Sempre sui 1500 sl. Detto Lo Scuro, per una abbronzatura sempre presente. Bravo tecnicamente, buon psicologo. Guida sicura. Romano anche lui.
A Tokyo ad aspettare Simona ci sarà una fuoriclasse del nuoto mondiale.
Katie Ledecky, ragazza di Washington che vive nel Maryland. Oro sugli 800 sl a Londra 2012 quando aveva solo quindici anni. Vincitrice nei 200, 400, 800 e 4×200 sl a Rio 2016. Quindici successi iridati. Primatista del mondo nei 400, 800 e 1500 sl. Un fenomeno.
Simona ha davanti agli occhi un’impresa che sembra disperata.
Mai dire mai. C’è una frase a cui ogni persona determinata, che faccia sport, si aggrappa quando tutto sembra impossibile.
È di Nelson Mandela.
“Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso”.
E allora…


Le lacrime di Federica. Anche Castagnetti, coach di ferro, avrebbe pianto per l’impresa…

Federica Pellegrini disputerà la quinta Olimpiade. Un altro capolavoro nella carriera della campionessa, felice fino alle lacrime. Prendo al volo l’occasione e ripropongo un articolo che ho scritto molto tempo fa su un uomo a cui Fede deve tanto. Alberto Castagnetti è stato un grande e Federica Pellegrini gli è sempre stata profondamente legata. Anche lui avrebbe pianto per questa ennesima impresa…

Alberto Castagnetti è morto il 12 ottobre del 2009, sei anni fa, dopo un’operazione al cuore. Ha allenato campioni e speranze. È stato un grande tecnico del nuoto. In Italia è stato il più grande di sempre.
Ricordo con nostalgia quella parlata inconfondibile e il racconto di una vita piena di sentimento che mi aveva fatto un giorno di luglio del 2008 a Rubiera, pochi chilometri da Reggio Emilia, alla vigilia dei Giochi di Pechino.
Mi ero spinto lassù assieme al mio compagno di scorribande Roberto Perrone, grande giornalista e grande amico. Castagnetti si era raccontato come non aveva mai fatto. Avevamo mangiato alla Clinica Gastronomica di Arnaldo. E lì, tra bolliti e pere allo zabaione, aveva messo sul tavolo i suoi segreti. Qualcosa aveva tenuto per sé, qualcos’altro aveva pregato di tenerlo per noi. Ma ce n’era abbastanza per capire chi fosse. Questa è la storia di un vincente che la morte ci ha strappato via troppo presto. Il tempo aveva cambiato l’uomo che negli ultimi anni si commuoveva più facilmente, non aveva cambiato il tecnico che pretendeva sempre il massimo dai suoi. Aveva cominciato l’avventura da ct azzurro nel 1988, era ancora a capo del movimento ventuno anni dopo. Nel suo medagliere quattro ori, due argenti e sette bronzi olimpici. E ancora: tre ori, due argenti  e quattro bronzi Mondiali.
Ci manca. E non solo per questo.

pellecasta-default

Alberto Castagnetti, dove e quando hai scoperto lo sport?
“Nella parrocchia di San Nazzato a Verona. Giocavo a pallone assieme a Pierluigi Cera, il libero del Cagliari e della Nazionale. Poi sono passato allo sci.”
Altri sportivi in casa?
“La mia era una famiglia medio borghese. Papà Mario era dirigente di una casa tedesca di trattori. Siamo diventati benestanti quando mamma Maria ha fatto 12 al Totocalcio. Nessun 13, i quattro 12 presero ciasuno sei milini di lire. Era la fine degli anni Quaranta e quelli erano tanti soldi. E pensare che aveva fatto la schedina facendo ruotare un dado con i tre segni.”
Lo sport quanto è entrato in famiglia?
“Siamo tre fratelli e abbiamo giocato tutti e tre a pallanuoto con la Rari Nantes Bentegodi. Mia sorella Maria Grazia è stata campionessa dei 100 rana. Ma soprattutto abbiamo realizzato i sogni di papà. Amava la lirica e Mario, il più grande, è diventato un cantante. Fa il basso in Francia, si è esibito all’Opera di parigi, ha inciso un disco con Renata Tebaldi. Papà voleva la sicurezza economica e Giannagelo è diventato dirigente di banca. A papà piaceva lo sport e io sono diventato nuotatore prima e allenatore dopo.”

Immagine

La lirica è una delle tue grandi passioni.
“Mi piacciono i cantanti del passato. In casa ho cinquemila dischi in vinile. Jussi Bjoirling è il mio preferito, adoro Hipolito Lazaro che ha fatto la prima incisione nella storia della discografia. Sono cresciuto con i suoni della musica classica come colonna sonora, vado spesso all’opera. E’ vero, è una mia grande passione.”
Ti sarebbe piaciuto cantare?
“Sognavo di fare il tenore, ma con la voce che ho non era proprio possibile.”
Quando hai capito che il nuoto sarebbe stato la tua vita?
“Nei primi anni Sessanta ho visitato le piscine dell’Università della Louisiana, ho visto i corsi per bambini e ho capito che sarebbe potuto diventare il mio lavoro. Ho ripreso a nuotare, poi assieme all’ingegnere Sartorelli ho aperto la prima piscina privata italiana. Ho cominciato da lì.”
Da atleta come te la cavavi?
“Nono, fuori per tre centesimi, dalla finale dell’Olimpiade di Monaco 1972 con la 4×100 sl. Avevo gareggiato con la febbre. Sesto ai Mondiali di Belgrado 1973 con la stessa staffetta.”
E a scuola come andavi?
“Ho preso la maturità scientifica, ho fatto il biennio di ingengeria e mi sono fermato lì.”
Hai detto di avere capito quale sarebbe stato il tuo futuro negli Stati Uniti. Per quale motivi ti trovavi in Louisiana?
“La mia prima moglie, che si chiama Patricia Peyton, viveva a New Orleans dove faceva la ballerina classica. Ero volato lì per stare con lei. Più di trent’anni fa abbiamo divorziato.”
Avete avuto dei figli?
“Due vivono ancora a New Orleans. La più grande si chiama Olivia. L’altra Linda, ma questo l’ho scoperto solo quando aveva 26 anni.”
In che senso?
“Io l’ho sempre chiamata Samantha. Era il nome che assieme alla madre avevamo deciso di darle. Quando è nata io ero in giro per il mondo. Al mio ritorno nessuno mi ha detto che per lei era stato scelto il nome della nonna, la mamma di mia moglie. E così l’ho chiamata Samantha, cosa che del resto faceva anche Patricia. Quando qualche anno fa le ho spedito un assegno intestato a Samantha Castagnetti, mi ha risposto: Grazie, papà. Ma non posso intascarlo, io mi chiamo Linda (questa storia la raccontava spesso, con il tempo ho capito che c’era un fondo di verità, il resto era frutto della sua voglia di prendersi e di prendere in giro il mondo)”

Immagine


Adesso hai un’altra famiglia.
“Ho sposato Isabella Sollazzi, una triestina che ho conosciuto all’Arena di Verona. Faceva la ballerina classica, ha danzato anche alla Scala. Quattro anni fa è andata in pensione, ha preso la maturità scientifica e adesso è iscritta a Letteratura Moderna. Studia di notte. E’ un fenomeno.”
Avete figli?
“Veronica ha 27 anni e fa l’architetto, lavora a Londra. Segue la ristrutturazione delle proprietà della Regina Elisabetta. Vittoria ha 18 anni e poca voglia di studiare. Lei canta. E’ stata nel coro della Tosca all’Arena. Suona. Ha imparato da autodidatta il pianoforte e il flauto traverso. Recita con la scuola. Capisci che per studiare ti tempo ne ha davvero poco.”
Una moglie, due figlie, so che nella casa di Verona hai altri ospiti.
“Due cani lupo e otto gatti. Tutti trovatelli. Li abbiamo accolti in casa con tanto amore.”
Come è nata la tua avventura da allenatore?
“Ho cominciato preparando gli esordiente, poi ho avuto una piccola squadra, quindi ne ho messa su una con la Felotti, Guarducci, Rampazzo, Carey. Pagavo io per mantenere il tutto, le difficoltà economiche non erano poche. Quindi Brescia mi ha offetto di andare lì. Avevo visto Giorgio Lamberti (foto sotto) ai Mondiali di Madrid. Era un fenomeno. Io l’ho fatto andare più forte. Secondo agli Europei dietro Holmets. Male ai Giochi di Seul. Oro e record mondiale a Bonn. Vent’anni fa nuotava i 200 sl in 1:46, senza l’aiuto dei costumi, delle virate e niente altro di particolare. Ho ancora un grande rammarico perché si è fermato troppo presto. Poi sono arrivati Fioravanti, Brembilla e gli altri.”

Immagine


C’è qualcuno dei tuoi ragazzi che ti ha sorpreso?
“Fioravanti a Sydney quando ha vinto l’oro nei 200 rana. E Federica quando ha fatto il mondiale dei 400 sl. In nessuno dei due casi pensavo potessero andare così forte.”
Cosa ti ha meravigliato della prestazione della Pellegrini?
“Sarei stato contento se avesse nuotato in 4:03. Gli allenamenti prima del record non mi avevano entusiasmato. Ma forse il fatto è che non ho termini di paragone, non ho mai avuto una ragazza che andasse così forte.”
Il nuoto non permette a un allenatore di intervenire durante la gara. Come si ovvia a questo problema?
“Gli atleti devono sapere gestire la gara. Non c’è sport più ripetitivo del nuoto. Loro sanno perfettamente quello che stanno facendo, lo sanno in ogni momento. In allenamento devo creare quei meccanismi che poi rendano automatico il rtimo, il gesto, il movimento.”

Immagine


Quale è stato il cambiamento più importante, dal punto di vista tecnico nei tuoi vent’anni nel nuoto come ct?
“La virata. Il modo di farla. E’ quella che ha inciso maggiormente sull’abbassamento dei record.”
Abbiamo parlato di tante cose. Chiudiamo con una domanda che potrebbe sembrare provocatoria, ma che vuole solo definire meglio il tuo personaggio.
“Spara”
Pensi di avere dei nemici?
“Non credo. Diciamo che ci sarà qualcuno che mi invidia. Ma questo è nella norma delle cose. E poi, come spesso dice spesso Barelli, spero scherzando: forse sono solo fortunato.”

L’incredibile storia di Kristof, il 19enne triste che ha strappato il mondiale a Phelps

Un ragazzo di diciannove anni con la faccia triste anche nel momento del trionfo. È questa l’immagine che ho di Kristof Milak. Uno che fatica a gioire. Gli occhi non brillano, l’espressione è costantemente pensierosa, mi sembra che gli manchi l’allegria devastante della giovinezza.

CRONOLOGIA RECENTE DEL RECORD

Aveva tredici mesi quando un fenomeno venuto da Baltimora segnava il suo primo record del mondo. Michael Phelps, 15 anni all’epoca, tirava giù il primato dei 200 farfalla ad Austin sino a portarlo a 1:54.92. Era il 30 marzo 2001.
L’ungherese di Budapest aveva nove anni quando, ai Mondiali di Roma nel 2009, l’americano fissava il record a 1:51.51.

FRAZIONI A CONFRONTO

Kristof aveva visto la gara su un vecchio computer, poi aveva rivisto mille volte quelle immagini sgranate da una tecnologia antica e da uno strumento in cattivo stato. Michael Phelps era diventato il suo idolo di ragazzo.
Il nuoto piaceva al giovane ungherese che preferiva la specialità del dorso, sentiva che quella sarebbe diventata la sua disciplina. Con il tempo ha cambiato idea.
Si allenava al club, ma continuava a farlo anche quando tornava a casa. Nella piscina di famiglia lavorava come se non ci fosse un domani. Una vasca dietro l’altra sino allo sfinimento.
Faticava, un po’ troppo secondo i medici. I recuperi erano più lenti del previsto, meglio approfondire il problema. Esami, visite, consulti. A sedici anni si sottoponeva a un’operazione al cuore.
“Un intervento di routine” diceva lui ai giornali di casa.
Di certo qualcosa lo aveva bloccato per un po’ di tempo.
“Ha l’asma” insinuava qualcuno.
“Invenzioni dei giornalisti” rispondeva lui.
Un’infezione virale lo ha comunque tenuto a letto per tre settimane lo scorso anno.
Sembrava che una maledizione lo seguisse come la nuvola di pioggia seguiva Fantozzi.
Ora è finalmente tornato il tempo bello.

Mercoledì 24 luglio, all’Acquatic Center di Gwangju nella Corea del Sud, ha stupito il mondo, come si usa dire in queste occasioni. Ha vinto i 200 farfalla ai Mondiali e ha portato via il record al suo idolo con il tempo di 1:50.73. Fantastico.
Chiuso in una stanza della sua casa negli States, Michael Phelps ha guardato l’impresa su un computer ultramoderno. E ha esultato.

“Sono triste per il primato che mi è stato tolto, ma sono felice di avere visto la gara in cui qualcuno mi ha superato. I secondi cento di quel ragazzo sono stati fantastici” ha detto al New York Times.
E pensare che Kristof Milak i 200 non voleva proprio farli. Il suo obiettivo erano i cento, per le ultime due vasche pensava di non avere forza a sufficienza…

 

In un mese, dall’argento agli Europei di sincronizzato alla finale di Miss Italia

Un mese fa ha conquistato l’argento nel libero combinato del nuoto sincronizzato agli Europei di Glasgow. Domani comincia la sua avventura nella fase finale del concorso che designerà Miss Italia 2018.

Marta Murru (le foto sono tratte dal suo profilo Instagram), studentessa liceale di 18 anni, gareggia per la Rari Nantes Savona. È nata a Recco e quest’anno è stata nominata Miss Liguria e Miss Sorriso. Spera di salutare i suoi tifosi (lunedì 17 diretta su La7, presentano Francesco Facchinetti e Diletta Leotta) con la fascia di Miss Italia.

Passioni e segreti del Moro, coach di Paltrinieri e zio di Detti

kover

Il Moro è quel signore che avete visto nel riquadro a sinistra sullo schermo del vostro televisore durante la nuotata trionfale sui 1500 sl di Gregorio Paltrinieri ai Mondiali di Budapest . È quel signore che provava a rimanere tranquillo, quello che alla fine ha rotto gli argini e ha esultato come se in acqua ci fosse anche lui. È il tecnico di Paltrinieri. In un’intervista di qualche tempo fa ho cercato di scoprire chi fosse Stefano Morini, nato a Livorno il 17 novembre 1956. Una sorella, Paola: ex campionessa di corsa campestre. Figlio di Sergio, ex proprietario di un’autofficina per le riparazioni delle automobili, e Neda: discendente di una famiglia titolare di numerose sale corse. E per nipote Gabriele Detti, oro anche lui in questi Mondiali sugli 800 sl.

Stefano Morini, in che zona di Livorno è nato?

«Il quartiere si chiama Benci Centro, insomma Ovosodo».

Allora avrà visto il film di Virzì, si riconosce in quei livornesi?

«Diciamo che quelli erano un po’ atipici».

Che zona era Ovosodo?

«Negli anni Cinquanta e Sessanta ci abitava la gente benestante, quella che poi si è trasferita al mare o in collina. In altre parole all’Ardenza o a Monenero. Ora a Ovosodo ci sono i vecchi livornesi».

Il nome da che viene?

«Forse dai colori dello stemma del gonzo con cui il quartiere faceva il palio marinaio, il giallo ed il bianco».

In piscina, come ci è arrivato?

«Ero grandicello. Avevo undici anni. Il dottore diceva che avevo un’asma bronchiale e che il nuoto sarebbe stata una buona cura».

E chi era questo medico che anticipava I tempi?

«Il dottor Marcacci, un amico del papà. Lavorava anche con il Livorno calcio».

68387b9567e83833028259b3261d108571

Suo papà amava il lavoro che faceva?

«Le macchine gli sono sempre piaciute. Ha corso tre volte la Mille Miglia, l’ultima con una Maserati. Eravamo nel 1956, l’anno in cui sono nato. Prima l’aveva fatta con una Topolino. E ha preparato anche alcune auto per la Coppa Liburnia o il rally dell’Elba, tra cui una Renault Alpine del figlio del dottor Marcacci».

E a lei sarebbe piaciuto correre in auto?

«Ho sempre sognato di fare il pilota di rally. Ho un amico, Giorgio Mariotti, che faceva il navigatore ai tempi di Munari. A me sarebbe piaciuto fare il pilota».

E invece?

«In casa mi hanno sempre frenato. Dicevano che dovevo stare attento, che l’asma andava curata, che non dovevo esagerare».

Così, niente sport?

«Quando mai. Ho fatto prima la pallanuoto. Giocavo centroboa con il Circolo Nautico Livorno in serie A. La piscina di casa era all’aperto, ai Bagni Pancaldi. Diciamo che l’ambiene era caldo in tutti i sensi».

Dalla pallanuoto è poi passato al nuoto?

«No. Sono passato al rugby. Giocavo terza centro con il Cus Pisa in serie B».

Un livornese che giocava con una squadra pisana?

«Eravano quasi tutti di Livorno, e poi noi non si badava a queste cose».

E il nuoto?

«E’ stata una scelta d’amore. Nel senso che ero fidanzato con Nerella, un nome particolare che penso abbia ereditato dal soprannome del papà: Nerino. Lei, che di cognome fa Selmi, ha fatto anche i campionati italiani nei 200 delfino. Per starle vicino, ho seguito il sentimento e sono finito ad allenare una squadra di nuoto alla piscina comunale di via dei Pensieri. Prima come vice, poi come tecnico capo. In realtà a casa avevo pensato di farmi lavorare in una sala corse di Rosignano, ma io ho preferito la piscina».

Primo risultato importante?

«Ilaria Tocchini, assieme ci siamo presi tante soddisfazioni. E poi, tanti altri nazionali».

Immagine

Fermiamoci un attimo. Facciamo un passo indietro. Prima di diventare allenatore di nuoto a tempo pieno, il giovane Stefano Morini cosa faceva nella vita di tutti i giorni?

«Mi piaceva divertirmi. Ho sempre amato il mare, la piscina l’ho sempre vista come un lavoro. Ero bravo sul windsurf. Così caricavo la tavola sulla macchina e me ne andavo all’Ardenza. Oppure, assieme agli amici si andava in barca. Lo vuole sapere quale è il mio più grande sogno?»

Me lo dica.

«Fare il giro del mondo su una barca a vela».

Da solo?

«Ma no, con gli amici. Ce ne sono due, Roberto e Marco, che sono dei fenomeni nella pesca subacquea. Con loro dentici e cernie sono assicurate».

Dunque al primo posto nella classifica dei sogni, il giro del mondo sulla barca a vela. E subito dopo?

«Qualcosa che ormai non posso più realizzare. Credo proprio che la cosa che sarei riuscito a fare meglio era quella di giocare a rugby. Lasciarlo mi è pesato. Ma non ho rimpianti, ho una vita felice. Nerina, mia moglie, è una donna fantastica che ha saputo accompagnarmi durante il percorso della vita, aiutarmi, spronarmi. Abbiamo un bel figliolo, Tommaso che ha 24 anni e fa anche lui l’allenatore di nuoto».

Morini, quando è arrivato in nazionale?

«La prima volta mi ha chiamato Bubi Dennerlein nel 1985. Dal 1991 ho lavorato con Alberto (Castagnetti, ndr). Non ci conoscevamo, ma siamo diventati amici».

Quale è la sua dote migliore?

«Penso di dare tranquillità. Da buon livornese, se ho qualcosa dentro non riesco a trattenermi e devo dirla. Per questo in passato ho anche avuto degli scontri violenti. Ma adesso prima di parlare conto fino a cento. Questo non vuol dire che non voglia imporre le mie tesi».

Federica vince l’oro e a me torna in mente Alberto. Quella volta che…

Federica Pellegrini ha conquistato l’oro sui 200 sl ai Mondiali di Budapest. Sono felice perché ho sempre tifato per lei. Sono felice perché ogni volta che lei vince mi torna in mente un grande uomo di sport. Ho già scritto di lui su questo blog, vi ripropongo quell’intervista senza limiti.

Ricordo con nostalgia quella parlata inconfondibile e il racconto di una vita piena di sentimento che mi aveva fatto un giorno di luglio del 2008 a Rubiera, pochi chilometri da Reggio Emilia, alla vigilia dei Giochi di Pechino.

Mi ero spinto lassù assieme al mio compagno di scorribande Roberto Perrone, grande giornalista e grande amico. Lui si era raccontato come non aveva mai fatto. Avevamo mangiato alla Clinica Gastronomica di Arnaldo. E lì, tra bolliti e pere allo zabaione, aveva messo sul tavolo i suoi segreti. Qualcosa aveva tenuto per sé, qualcos’altro aveva pregato di tenerlo per noi. Ma ce n’era abbastanza per capire chi fosse.

Questa è la storia di un vincente che la morte ci ha strappato via troppo presto. Il tempo aveva cambiato l’uomo che negli ultimi anni si commuoveva più facilmente, non aveva cambiato il tecnico che pretendeva sempre il massimo dai suoi. Aveva cominciato l’avventura da ct azzurro nel 1988, era ancora a capo del movimento ventuno anni dopo. Nel suo medagliere quattro ori, due argenti e sette bronzi olimpici. E ancora: tre ori, due argenti  e quattro bronzi Mondiali. Ci manca, e non solo per questo.

Alberto Castagnetti, dove e quando hai scoperto lo sport?

“Nella parrocchia di San Nazzato a Verona. Giocavo a pallone assieme a Pierluigi Cera, il libero del Cagliari e della Nazionale. Poi sono passato allo sci.”

Altri sportivi in casa?

“La mia era una famiglia medio borghese. Papà Mario era dirigente di una casa tedesca di trattori. Siamo diventati benestanti quando mamma Maria ha fatto 12 al Totocalcio. Nessun 13, i quattro 12 presero ciasuno sei milioni di lire. Era la fine degli anni Quaranta e quelli erano tanti soldi. E pensare che aveva fatto la schedina facendo ruotare un dado con i tre segni.”

Lo sport quanto è entrato in famiglia?

“Siamo tre fratelli e abbiamo giocato tutti e tre a pallanuoto con la Rari Nantes Bentegodi. Mia sorella Maria Grazia è stata campionessa dei 100 rana. Ma soprattutto abbiamo realizzato i sogni di papà. Amava la lirica e Mario, il più grande, è diventato un cantante. Fa il basso in Francia, si è esibito all’Opera di Parigi, ha inciso un disco con Renata Tebaldi. Papà voleva la sicurezza economica e Giannagelo è diventato dirigente di banca. A papà piaceva lo sport e io sono diventato nuotatore prima e allenatore dopo.”

Immagine

La lirica è una delle tue grandi passioni.

“Mi piacciono i cantanti del passato. In casa ho cinquemila dischi in vinile. Jussi Bjoirling è il mio preferito, adoro Hipolito Lazaro che ha fatto la prima incisione nella storia della discografia. Sono cresciuto con i suoni della musica classica come colonna sonora, vado spesso all’opera. E’ vero, è una mia grande passione.”

Ti sarebbe piaciuto cantare?

“Sognavo di fare il tenore, ma con la voce che ho non era proprio possibile.”

Quando hai capito che il nuoto sarebbe stato la tua vita?

“Nei primi anni Sessanta ho visitato le piscine dell’Università della Louisiana, ho visto i corsi per bambini e ho capito che sarebbe potuto diventare il mio lavoro. Ho ripreso a nuotare, poi assieme all’ingegnere Sartorelli ho aperto la prima piscina privata italiana. Ho cominciato da lì.”

Da atleta come te la cavavi?

“Nono, fuori per tre centesimi, dalla finale dell’Olimpiade di Monaco 1972 con la 4×100 sl. Avevo gareggiato con la febbre. Sesto ai Mondiali di Belgrado 1973 con la stessa staffetta.”

E a scuola come andavi?

“Ho preso la maturità scientifica, ho fatto il biennio di ingengeria e mi sono fermato lì.”

Hai detto di avere capito quale sarebbe stato il tuo futuro negli Stati Uniti. Per quale motivo ti trovavi in Louisiana?

“La mia prima moglie, che si chiama Patricia Peyton, viveva a New Orleans dove faceva la ballerina classica. Ero volato lì per stare con lei. Più di trent’anni fa abbiamo divorziato.”

Avete avuto dei figli?

“Due, vivono ancora a New Orleans. La più grande si chiama Olivia. L’altra Linda, ma questo l’ho scoperto solo quando aveva 26 anni.”

In che senso?

“Io l’ho sempre chiamata Samantha. Era il nome che assieme alla madre avevamo deciso di darle. Quando è nata io ero in giro per il mondo. Al mio ritorno nessuno mi ha detto che per lei era stato scelto il nome della nonna, la mamma di mia moglie. E così l’ho sempre chiamata Samantha, cosa che del resto faceva anche Patricia. Quando qualche anno fa le ho spedito un assegno intestato a Samantha Castagnetti, mi ha risposto: Grazie papà, ma non posso intascarlo; io mi chiamo Linda.”

Immagine

Adesso hai un’altra famiglia.

“Ho sposato Isabella Sollazzi, una triestina che ho conosciuto all’Arena di Verona. Faceva la ballerina classica, ha danzato anche alla Scala. Quattro anni fa è andata in pensione, ha preso la maturità scientifica e adesso è iscritta a Letteratura Moderna. Studia di notte. E’ un fenomeno.”

Avete figli?

“Veronica ha 27 anni e fa l’architetto, lavora a Londra. Segue la ristrutturazione delle proprietà della Regina Elisabetta. Vittoria ha 18 anni e poca voglia di studiare. Lei canta. E’ stata nel coro della Tosca all’Arena. Suona. Ha imparato da autodidatta il pianoforte e il flauto traverso. Recita con la scuola. Capisci che per studiare ti tempo ne ha davvero poco.”

Una moglie, due figlie, so che nella casa di Verona hai altri ospiti.

“Due cani lupo e otto gatti. Tutti trovatelli. Li abbiamo accolti in casa con tanto amore.”

Come è nata la tua avventura da allenatore?

“Ho cominciato preparando gli esordienti, poi ho avuto una piccola squadra, quindi ne ho messa su una con la Felotti, Guarducci, Rampazzo, Carey. Pagavo io per mantenere il tutto, le difficoltà economiche non erano poche. Quindi Brescia mi ha offetto di andare lì. Avevo visto Giorgio Lamberti (foto sotto) ai Mondiali di Madrid. Era un fenomeno. Io l’ho fatto andare più forte. Secondo agli Europei dietro Holmets. Male ai Giochi di Seul. Oro e record mondiale a Bonn. Vent’anni fa nuotava i 200 sl in 1:46, senza l’aiuto dei costumi, delle virate e niente altro di particolare. Ho ancora un grande rammarico perché si è fermato troppo presto. Poi sono arrivati Fioravanti, Brembilla e gli altri.”

Immagine

C’è qualcuno dei tuoi ragazzi che ti ha sorpreso?

“Fioravanti (foto sotto) a Sydney quando ha vinto l’oro nei 200 rana. E Federica quando ha fatto il mondiale dei 400 sl. In nessuno dei due casi pensavo potessero andare così forte.”

Cosa ti ha meravigliato della prestazione della Pellegrini?

“Sarei stato contento se avesse nuotato in 4:03. Gli allenamenti prima del record non mi avevano entusiasmato. Ma forse il fatto è che non ho termini di paragone, non ho mai avuto una ragazza che andasse così forte.”

Il nuoto non permette a un allenatore di intervenire durante la gara. Come si ovvia a questo problema?

“Gli atleti devono sapere gestire la gara. Non c’è sport più ripetitivo del nostro. Loro sanno perfettamente quello che stanno facendo, lo sanno in ogni momento. In allenamento devo creare quei meccanismi che poi rendano automatico il ritmo, il gesto, il movimento.”

Immagine

Quale è stato il cambiamento più importante, dal punto di vista tecnico nei tuoi vent’anni nel nuoto come ct?

“La virata. Il modo di farla. E’ quella che ha inciso maggiormente sull’abbassamento dei record.”

Abbiamo parlato di tante cose. Chiudiamo con una domanda che potrebbe sembrare provocatoria, ma che vuole solo definire meglio il tuo personaggio.

“Spara”

Pensi di avere dei nemici?

“Non credo. Diciamo che ci sarà qualcuno che mi invidia. Ma questo è nella norma delle cose. E poi, come spesso dice spesso Barelli, spero scherzando: forse sono solo fortunato.”

Alberto Castagnetti è morto il 12 ottobre del 2009 dopo un’operazione al cuore.
È stato il più grande allenatore italiano di sempre.

Non capisco il tifo contro, quello che spinge a insultare Valentino, Mayweather e Conte…

may

“Lei ha sei mesi di vita”, mi disse l’ufficiale medico alla visita di leva.
Anni dopo lo cercai, volevo fargli sapere che ero sopravvissuto, ma era morto lui.
È andata sempre così: mi pronosticavano la fine,
io sopravvivevo, sono morti loro.

(Toni Servillo, Il divo)

 

Non ho mai tifato contro.

Per molti sarà un limite, per altri un merito. Per me è naturale, non riuscirei a fare il contrario.

Sono milanista, ma non odio l’Inter.

Mi piaceva Ali, ma non godevo di una sconfitta di Frazier.

Non sopporto il comportamento fuori dal ring di Floyd Mayweather jr, ma non faccio certo fatica a dire che è un fuoriclasse.

Tenevo per Max Biaggi, ma non ho mai gufato Valentino.

In questi giorni di feste, navigando sui social mi sono accorto che il mio modo di godere lo sport non è condiviso da molti.
Il tifo contro porta a non riconoscere i meriti del nemico.

rossi_valentino_ride_di_gusto_ap

Non capisco come si possa dire che Valentino Rossi non sia un grande pilota.

Nove mondiali, cinque dei quali consecutivi. Unico ad avere conquistato il titolo in tutte e quattro le classi, 114 Gran Premi vinti, 64 giri veloci. Eppure leggo che in fondo, in fondo, non è niente di speciale.

Restando in casa nostra, ricordo i commenti negativi (anche da parte di molti giornalisti) per la carriera di Patrizio Oliva.

Vincere europei juniores, argento ai senior (scippo alla grande di Konakbajev), oro olimpico e miglior pugile dei Giochi di Mosca 1980. Campione italiano, europeo e mondiale da professionista. E dopo il ritiro, rientro e titolo europeo in una categoria diversa. Vincere tutto questo per alcuni non è stato sufficiente per etichettarlo come campione.

Del resto ha avuto detrattori feroci anche Muhammad Ali. In tanti si sono accaniti contro di lui, negandone le qualità assolute.

Heavyweight contender Ali and, 21 (later aka Muhammad Ali), getting his poetic mouth taped by trainer Angelo Dundee during his weigh-in before big fight w. Doug Jones.

E per chiudere con il pugilato, parliamo di Floyd Mayweather jr.
Qualcuno mi ha scritto per email, altri mi hanno contestato commentando sul mio blog, altri ancora mi hanno aggredito verbalmente. Sui Forum sono in molti a non pensarla come me. Rispetto le opinioni altrui, ma vorrei sottolineare alcune contraddizioni.

In corsivo le frasi che ho sentito, quelle che mi sono state scritte o quelle che ho letto in qualche Forum in cui si parla di pugilato.

01-2
Saul Canelo Alvarez è un vero pugile, uno che onora questo sport, non quel buffone!“.
Il 14 settembre 2013 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Canelo: 116-112, 117-111 i cartellini di due giudici, 114-114 il cartellino di C.J. Ross, la signora che per la vergogna ha dovuto lasciare la boxe.
Manny Pacquiao è un combattente,uno che è venuto a fare il match. Lui è il numero 1 pound for pound, non quel corridore“.
Il 2 maggio 2015 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Pacquiao: 116-112, 118-110, 116-112. E sento ancora in giro gente che giura abbia vinto il filippino.
Ti sei scordato di Shane Mosley, di cosa sia stato capace di fargli? Lo ha quasi spedito ko”.
Quasi, appunto. L’1 maggio 2010 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Mosley: 119-109, 118-110, 119-109.
E Marquez, ti sei dimenticato di Marquez?
Il 19 settembre 2009 Floyd Mayweather jr ha sconfitto Marquez: 120-107, 119-108, 118-109.
Miguel Cotto finalmente avrà quello che merita. È lui il numero 1, non quel corridore“.
Il 5 maggio 2012 Floyd Mayweather ha sconfitto Cotto: 118-110 117-111, 117-111.
Arturo Gatti, lui sì che era uno spettacolo. Il migliore di tutti“.
Il 25 giugno 2005 Mayweather batteva Gatti per rtd 6 dopo averlo torturato sino a quel momento. I cartellini erano 60-52, 60-53, 60-52.
E la paura che gli ha fatto prendere Zab Judah dove la mettiamo?
L’8 aprile 2006 Mayweather batteva Judah: 119-109, 116-112, 117-111.
Mayweather ha battuto anche Maidana (due volte), Guerrero, Hatton, De La Hoya, Mitchell, Corley, Castillo, Corrales, Vargas e altri 32 avversari chiudendo la carriera con un non disprezzabile 49-0 e cinque mondiali in cinque differenti categorie di peso.

130712010219-floydmayweather-071213-single-image-cut-640x392

E c’è ancora qualcuno che giura fosse un bluff. Un maestro mi ha detto che se un suo dilettante combattese così lui lo manderebbi via dalla palestra. Ho ricevuto commenti di contestazione sul mio blog per avere scritto che è un fuoriclasse. Gli preferiscono pugili che lui non solo ha sconfitto, ma dominato.
Floyd Mayweather jr è un fenomeno del pugilato mondiale, fatevene una ragione. Non è il numero 1 di sempre nella mia classifica, non è neppure tra i primi cinque. Ma questo non significa che non sia un fuoriclasse assoluto.
E adessi godetevi i suoi successori.
Non mi è mai piaciuto come persona, ma la sua classe era indiscutibile.
Aveva ragione George Foreman: “Boxing is like jazz. The better it is, the less people appreciate it”. La boxe è come il jazz. Più è bello, meno gente lo apprezza.

C’è chi dice e scrive che Federica Pellegrini non sia così forte come altri raccontano. Non bastano un oro e un argento olimpico; quattro ori e undici primati mondiali; sette vittorie agli Europei per classificarla tra le fuoriclasse del nostro sport. No. Perché, dicono, è antipatica; presuntuosa; presenzialista. Ma che c’entra questo con il valore assoluto sul piano sportivo?

pellegriniitaliacorriereit
Da milanista non riuscivo a capire l’accanimento contro Gianni Rivera (e qui ho rivelato la mia non giovane età). Gianni Brera lo faceva per professione, ma i tifosi lo facevano a prescindere. Nel senso che ignoravano le qualità del numero 10, la sua capacità di vedere in anticipo lo svolgimento dell’azione e il movimento dei suoi compagni, il talento naturale, la bravura nello spedire il pallone esattamente dove Pierino Prati aspettava che arrivasse. No, dal momento che Rivera rendeva apparentemente facile ogni giocata per loro era uno da criticare, insultare.

Ecco questa è forse una chiave di lettura per capire il tifo contro.

Non piacciono i talenti naturali, quelli a cui riesce tutto semplice.

Meglio chi si danna l’anima per arrivare a risultati che sono decisamente lontani da quelli degli odiati protagonisti. I tifosi vogliono sangue, sudore e lacrime. Degli altri, ovviamente.

Meglio Canelo di Mayweather, Trapattoni di Rivera, Frazier o Foreman di Ali, chiunque di Valentino Rossi. No, non riesco proprio a seguirvi su questa strada. Anche perché poi arriva Antonio Conte e ogni teorema salta in aria.

g_conte

Conte è un professionista del lavoro ossessivo, sul piano fisico e su quello psicologico. Ha vinto con la Juventus in Italia (e non aveva certo la squadra di Allegri), ha tenuto su la barca della nazionale agli Europei (e non venitemi a dire che aveva dei gioielli tra le mani), ha messo in fila tredici successi consecutivi con il Chelsea in Premier League (e la società non ha fatto spese come altri club britannici hanno fatto). In panchina si agita, urla, incita, soffre. Eppure in tanti non lo sopportano.

Forse, molto spesso, si confonde il ruolo pubblico con quello professionale. Bisogna saper prendere le distanze.
Maradona in campo dispensava magie, fuori era una catastrofe.

I fatti da una parte, l’analisi socio politica da un’altra.

Così mi diceva uno dei miei direttori.

Stessa cosa andrebbe fatta nello sport.
Se nel calcio infatti regge la tesi dei campanili, nel resto del panorama a guidare gli istinti peggiori sono altre cose.

Floyd Mayweather jr è la cartina di tornasole.

Come uomo fa di tutto per essere odiato.

Misogeno, razzista (“Mi dispiace, ma io so io e voi nun sete un cazzo”, citazione da Alberto Sordi nel “Marchese del Grillo”), arrogante e tanto altro ancora.

Ma che c’entra questo con la sua incredibile capacità difensiva, il senso del ritmo, il tempo di entrata e uscita in un’azione d’attacco, la velocità di esecuzione, la padronanza del ring?

Tiro le somme, aggiungo una buona dose di invidia (anche a livello inconscio: lui ha soldi, donne, successo, gloria e noi dobbiamo lottare ogni giorno con la vita) e il gioco è fatto.

striscione-lazio-inter

Lo sport è uno mondo che vive sulle emozioni. Rovinarlo con il tifo contro (lo striscione “Oh Nooo” dei laziali che applaudivano il 2-0 dell’Inter nel maggio 2010, un risultato che sanciva il sorpasso nerazzurro sulla Roma, esemplifica il concetto) non mi sembra la via migliore per gustarselo.

Dei peccati dei protagonisti parlerò un’altra volta.

 

L’incredibile storia del singaporiano che batte Phelps e intasca un milione di dollari!

schooling-phelps-2

Una gara indimenticabile.
I 100 farfalla di Rio hanno scritto la storia.
Mi hanno fatto divertire, e non sono stato il solo a sorridere.Il Comitato Olimpico di Singapore aveva stabilito un premio record per chi avesse conquistato una medaglia d’oro olimpica. Poteva permetterselo, nessuno in quel Paese ne aveva mai vinta una e nulla faceva pensare che la tradizione potesse essere interrotta in Brasile.
E allora, perché non esagerare?
Un milione di dollari in valuta di Singapore, 665.000 dei nostri euro. Una sorta di taglia per chi fosse stato in grado di catturare il nemico pubblico numero 1.
E di questo si trattava lì a Rio.
Joseph Isaac Schooling ha ventuno anni, li ha compiuti due mesi fa. È da sempre un tifoso di Michael Phelps, mostra a tutti con orgoglio una foto che lo ritrae assieme al suo idolo nel 2008. Lui un bambino con gli occhiali, l’altro l’uomo che aveva appena sconvolto il mondo andando a vincere otto ori ai Giochi di Pechino.

michael-phelps-joseph-schooling-reuters
Otto anni dopo si sono ritrovati.
Entrambi sui blocchi di partenza della finale dei 100 farfalla.
Joseph ha toccato per primo in 50:39, nuovo record olimpico.
Phelps per secondo, assieme a Le Clos e Cseh. Tutti con lo stesso tempo: 51:14.
Baci, abbracci, saluti un accenno di pianto da parte di Schooling che quando tornerà a casa intascherà quel milione di dollari che il CNO di Singapore non avrebbe mai pensato di dover pagare…
P.S. Tanto per dare un’idea: gli Stati Uniti, che di ori ne vincono a decine, hanno stabilito un premio di 25.000 dollari per i vincitori. E quei dollari sono anche tassabili…

Nuoto, Europei in corta. Manca il senso della misura…

Pellegrini_Paltrinieri

Campionati europei in vasca corta, cioè da 25 metri.

È come se la nazionale di Conte facesse i mondiali di calcetto.

Pensate che ci sarebbero gli stessi resoconti trionfalistici?

Le gare in corta sono uno sport nobile, da rispettare. Per carità. Ma per quale motivo non si riesce a dargli la giusta dimensione?

Si celebrano i successi italiani come se i nostri avessero vinto l’Olimpiade.

Due pagine e titolone in prima. Lo stesso trattamento ricevuto dalla Pellegrini quando ha vinto i Giochi di Pechino.

Per carità, Paltrinieri e Federica non li scopriamo certo oggi. Ma credete sia giusto esaltarsi per un campionato che nel panorama mondiale conta davvero poco?

Non è un caso che la Coppa del Mondo, nonostante i premi in denaro e la scelta di località affascinanti, abbia registrato un clamoroso flop. Ed è ancora di meno un caso che per cercare di rilanciare l’evento si sia deciso per la prima volta di far disputare da quest’anno le gare in vasca lunga, cioè da 50 metri.

La competizione in corta non ha valore assoluto. Campionato nazionali, continentali, Mondiali e Olimpiadi si disputano in lunga. Significherà pur qualcosa?

È come se i Mondiali di pugilato si disputassero sulle tre anziché sulle dodici riprese, se i Giochi di pallacanestro si facessero solo sulla metà campo, se la pallavolo abbassasse la rete.

La vasca corta è un ottimo modo di sfruttare gli impianti coperti durante la stagione invernale, di tenere gli atleti in tiro, di stimolare la loro competitività. Ma la vedo dura trarre conclusioni definitive da una prestazione in corta.

Detto questo, non vorrei essere frainteso. Sono contento dei successi azzurri, non metto in dubbio il valore assoluto di Paltrinieri e Pellegrini. Ma un minimo di misura da parte dei colleghi e dei loro giornali sarebbe gradito.