Parisi, sette anni fa si spegneva l’ultima stella

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Giovanni Parisi, l’ultima stella del pugilato italiano.
Dopo di lui ci sono stati altri campioni, grandi pugili. Ma lui era diverso.
Per vocazione ribelle, amava sentirsi alla guida del movimento. Ha guadagnato come pochi nella storia della nostra boxe. I pugili prendono pugni, non si può salire sul ring per due soldi. Lo ri­peteva in continuazione. Combatteva la sua battaglia e gli piaceva trascinare an­che gli altri nella guerra. La boxe è sem­pre stata la sua vita. L’esistenza, fuori dal ring, l’ha dedicata soprattutto alla mam­ma, Carmela. Al ricordo delle lotte che quella donna ha fatto per garantire un fu­turo ai suoi figli. Non ho conosciuto Parisi nel pro­fondo dell’anima, pochi ci sono riusciti, di lui fighter però penso di sapere quasi tutto.
Era una rarità per la boxe italiana. Aveva il pugno da knock out, merce rara dalle nostre parti. E così aveva vinto un’Olimpiade, quella di Seul 1988, mettendo giù quasi tutti i suoi riva­li. Li aveva stesi, ridotti alla resa, come aveva fatto con la bilancia. Arrivato in Corea per una serie di fortunate coinci­denze (la Federazione non aveva previsto la sua parte­cipazione, poi un altro az­zurro si era fatto male e lui l’aveva sostituito), aveva combattuto da peso piuma.
Impresa impossibile, pen­savano gli altri. Vinco l’oro, pensava lui. Una dieta pazzesca, una serie di match entusiasmanti ed era arrivato dove vole­va.

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Aveva pugno Giovanni, ma aveva an­che la testa. È stato uno dei pochi italiani ad affidarsi a un professionista che ne curava immagine e pubbliche relazioni, Sabatino Durante.

Il mestiere di pugile non era da affrontare a cuor leggero. E così lui ave­va fatto. Prima con Silverio Gresta, poi con Elio Ghelfi e nella storia dei trionfi finali con Salvatore Cherchi.
Ed era arri­vato due volte al mondiale. Prima nei leg­geri, poi nei superleggeri. Un’unica mac­chia, il match contro Julio Cesar Chavez. Era la sfida che avrebbe potuto cambiare il volto del pugilato italiano. Ma Giovan­ni non era riuscito a combatterla al me­glio. Una serie infinita di rinvii e lo stress che cresceva avevano generato l’incontro meno cruento della sua car­riera sul ring di Las Vegas.
Lui, campione che dava un segno speciale ad ogni match, usciva da quel mon­diale senza segni e con po­ca gloria.
Ma Giovanni non è stato certo solo quella notte nel deserto del Neva­da. É stato un grande, un campione che ha segnato la sua epoca e portato la boxe italiana in prima pagina.

Ha combattuto tante guerre e le ha vinte. Ha battuto Altamirano, Pendleton, Rivera, Fuentes. É andato anche a caccia di quel terzo mondiale che nessuno nella storia italiana aveva mai conquistato. Ma non ce l’ha fatta.
Uscito dalla boxe, Giovanni non è pe­rò riuscito a staccarsene. Nonostante la travolgenge passione che provava per Sil­via Hrubinova, la splendida modella slovacca che aveva sposato. Nonostante l’amore per i suoi tre figli: Giovanni Carlos, Angel Sofia e Isabel Carmela.

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Il pugilato era sempre in cima ai suoi pensieri. Si era così lascia­to coinvolgere nell’organizzazione, nella creazione di una società, nell’ennesimo progetto di rilancio della boxe italiana.
Lo ricorderò sempre con quel sorri­so sornione. Ti guardava e ti giudicava, Giovanni. Sembrava facile entrare nel suo mondo, era invece difficilissimo. É stato il campione della gente per tutta la sua carriera, durata 18 anni, dall’oro olimpico all’ultima sfida sul ring del Pa­lalido contro Frederic Klose nel 2006.
Un picchiatore che affascinava le folle. É stato l’ultimo eroe di una boxe che va lentamente sparendo. Quell’impatto fron­tale sulla tangenziale di Voghera ha chiuso la storia di un uomo che non ha regalato solo un oro olimpico e due mondiali professionisti all’Italia della boxe.
Le ha anche dato dignità, quella che lui invocava per chiunque salisse su un ring. E per questo si è battuto sino a quando un tragico incidente ce l’ha portato via.

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GIOVANNI PARISI era nato a Vibo Valentia il 2 dicembre 1967. E’ stato campione olimpico nei piuma ai Giochi di Seul 1988. E’ stato campione del mondo Wbo dei professionisti nei leggeri (1992/1993) e superleggeri (1996/1998). Ha disputato 47 match: 41 vittorie (29 per ko), 5 sconfitte, 1 pari. E’ morto alle 20:40 del 25 marzo 2009 in uno scontro frontale sulla tangeziale di Voghera.

Salvatore Cherchi: “Nella festa dei 100 anni, la Fpi si è spesso dimenticata del professionismo”

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Ho ricevuto questa lettera da parte di Salvatore Cherchi, promoter e presidente della Opi2000

Scrivo per sottoporvi alcune mie osservazioni in margine alla festa per i 100 anni della Federazione Pugilistica Italiana celebrata a Roma.

Gente elegante, locale assai bello, buona cena, numerosi discorsi e tante premiazioni. C’era di che essere felici, io invece sono tornato a casa deluso.

Sarò il solito bastian contrario, ma mi sono chiesto perché, se aveva intenzione di celebrare davvero la sua storia, la Fpi non abbia concepito la serata conferendo gli spazi giusti alle sue due anime. Il dilettantismo ha recitato un ruolo da protagonista, il professionismo ha quasi sempre fatto da spalla. Nei tempi, nei numeri, nell’enfasi.

Mancavano alcuni nomi che hanno contribuito in maniera straordinaria alle fortune della boxe di casa nostra.

La famiglia Sabbatini, ad esempio.

Mi risulta che non sia neppure stato invitato Roberto. Ne aveva totale diritto. Non solo perché figlio del grande Rodolfo, uomo a cui la Fpi deve moltissimo. Ma anche per i suoi meriti da organizzatore con tanti mondiali all’attivo.

Non c’era nessuno della dinastia Branchini. Non scopro nulla se dico che Umberto è stato una colonna del pugilato italiano e internazionale. Magari si poteva far venire uno dei figli, magari lo si poteva celebrare con un filmato o qualche foto in più.

Stesso discorso per due colonne del nostro pugilato come Rocco Agostino e Renzo Spagnoli. Meritavano citazioni al pari di altri che hanno avuto un ruolo decisamente meno rilevante.

Nessun ringraziamento, né premio per Andrea Locatelli. Negli ultimi quindici anni è stato l’uomo che ha tenuto in piedi l’intero professionismo, rimettendoci di suo. E, se proprio non si può fare a meno di parlare di dilettanti, qualcuno ha forse dimenticato quale parte abbia avuto nei Mondiali 2009 di Milano e nella nascita delle World Series of Boxing?

La figura di Giovanni Parisi è stata solo sfiorata. È stato il pugile più popolare degli ultimi trent’anni, ha affrontato campioni veri e li ha sconfitti. Non ha goduto dell’omaggio che avrebbe meritato.

E per ultimo, si sono dimenticati anche di me che sono il promoter che ha conquistato più campionati del mondo con pugili iataliani sia in casa che all’estero. È un risultato che meritava altra attenzione. Se ne sono accorti all’estero dove ho ricevuto riconoscimenti da parte dell’European Boxing Union, World Boxing Organizzation e World Boxing Council. Se ne sono dimenticati in Italia.

Troppe pecche nella programmazione serata, altre mancanze le ho notate in fase di allestimento. Errori grossolani nelle didascalie, fotografie sbagliate, qualche assenza di troppo e qualche presenza eccessivamente ripetitiva nelle immagini e dal vivo.

È vero, la Fpi non ha più i professionisti al suo interno. Ma l’altra sera si parlava di storia, non di cronaca. Il pugile (giustamente) più celebrato è stato Nino Benvenuti. Qualcuno dei federali si è chiesto se la gente lo ricordi di più come campione olimpico o come il vincitore di Emile Griffith?

Cento anni erano un’occasione unica, a mio modesto parere fallita per avere inseguito la stessa strada di sempre con quegli stessi personaggi che da tempo sembrano (nella testa della Fpi) rappresentare l’Italia di ieri, di oggi e di domani. Ogni tanto qualche dubbio potrebbero farselo venire.

Non ho visto né Patrizio Oliva, né Bruno Arcari. Due colonne del nostro sport. C’è un motivo per questa doppia assenza?

Chiudo con un’ultima domanda.

Ma Franco Falcinelli non riesce a contenere i suoi interventi entro limiti di tempo accettabili? Anche stavolta hanno dovuto fermarlo, altrimenti starebbe ancora parlando. Prenda esempio dal presidente Brasca…

 

Salvatore Cherchi

Frank Bruno, vent’anni fa l’ultima sfida. Poi sono arrivati i colpi maligni della vita

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Da professionista a Frank Bruno era bastato un pugno, un solo colpo, per entrare nel cuore della gente. Aveva lasciato il ring come se fosse stato lui il vincitore, anche se alla fine di quel match era uscito sconfitto per kot al quinto round. Era accaduto all’Hilton Hotel di Las Vegas il 25 febbraio del 1989, nell’incontro con il fenomeno Mike Tyson.

I tifosi inglesi avevano invaso la città del gioco, in settemila erano volati in Nevada solo per lui. Anche i giornalisti britannici erano calati in massa, il tabloid The Sun aveva inviato sette persone, fra cui tre fotografi.

Quando mancavano quarantanove secondi alla fine della prima ripresa, un perfetto gancio sinistro di Bruno aveva fatto traballare Tyson. Non era mai accaduto nei trentacinque match disputati da Iron Mike sino a quel momento. Di solito era lui a far volare gli avversari fuori dal ring. Ne aveva affrontati 35 e solo in quattro erano riusciti a sentire il gong dell’ultimo round. Quel colpo aveva fatto impazzire la Gran Bretagna. Bruno aveva perso ancora una volta, ma era rimasto nell’immaginario collettivo come l’uomo che per la prima volta aveva scosso Mike Tyson.

Era la consacrazione a eroe popolare per questo gigante nato nell’ospedale di Hammersmith, a Londra, nel novembre del 1961. I suoi genitori venivano dai Caraibi, ma lui era inglese al cento per cento. Era il figlio più piccolo di una famiglia numerosa: Michael, Eddie, Faye, Joanne, Angelo e poi lui. Il papà, Roberto, veniva dalla Repubblica Dominicana. La mamma, infermiera e predicatrice laica pentecostale, era giamaicana.

Frank Bruno aveva un fisico scultoreo, 1,89 per 110 chili, una voce baritonale e una risata che faceva tremare le pareti. Attorno aveva un fantastico gruppo Made in Britain: i promoter Mickey Duff o Frank Warren, il manager Terry Lawless, il maestro George Francis e il cut man Dennie Mancini. Lui, un nero, aveva sposato nel 1990 una donna bianca del West End. Un matrimonio con la chiesa stracolma di invitati e la gente assiepata dietro ai nastri gialli tesi dalla polizia a protezione della coppia. Con Laura Mooney, da cui avrebbe divorziato nel 2001, aveva avuto tre figli: Rachel, Nicola e Franklyn jr.

La gente gli voleva bene.

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C’erano ventisettemila spettatori allo stadio di Wembley il 2 settembre 1995. La notte magica di un campione sfortunato. L’avversario era Oliver McCall, soprannominato “Atomic Bull”, il toro atomico. L’uomo che, sorprendendo il mondo intero, aveva sconfitto per knock out proprio Lennox Lewis, togliendogli così il titolo. E adesso era venuto a difendere la corona del Wbc contro il grande nemico.

Un’atmosfera da favola per bambini. Musica, luci, fuochi d’artificio, un lungo incedere dei duellanti fino ad approdare al luogo dove tutto si sarebbe svolto. Poi lo spettacolo si era improvvisamente tramutato in una recita per animi forti. Sul ring, per dodici riprese, Bruno aveva dominato la sfida e finalmente aveva sentito l’annunciatore pronunciare le parole per così tanto tempo sognate.

«The winner and new…»

«Il vincitore e nuovo…»

Il titolo del World Boxing Council era finalmente nelle sue mani. Piangeva di felicità come un bambino davanti ai giocattoli nuovi. Non riusciva a trattenersi. Era diventato campione del mondo dei pesi massimi. Il pubblico era in delirio, il suo cognome veniva urlato da una folla impazzita che lo ripeteva ritmicamente sino all’esasperazione. Ci sarebbero state ventimila persone per le strade della sua città ad applaudirlo mentre passava in parata, su un’auto scoperta, accanto a Laura.

«Bruuunoo, Bruuunoo, Bruuunoo»

Erano i giorni della gloria e della felicità. Ma non preoccupatevi, presto sarebbero arrivati anche quelli della disperazione.

Il 16 marzo del 1996, vent’anni fa, affrontava nuovamente Tyson. E perdeva. Gli lasciava il titolo e portava a casa sei milioni di dollari. Non c’era storia in quel match. Iron Mike dominava e Mills Lane interrompeva la sfida quando Bruno si fermava alle corde, incapace di difendersi. Era il suo ultimo match. Carriera chiusa, stop, le luci si spegnevano sul gigante amato dalla folla.

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Quella sconfitta, il divorzio dalla moglie, ma soprattutto l’addio al pugilato provocavano sconquassi. Frank era stato sempre affascinato dalla boxe. Tenersi in forma, rispettare le regole, misurare gli sforzi, inseguire precisi obiettivi. Ecco il programma che lo appagava, lo faceva sentire sereno. Non era uno schiavo dello sport, ma lo sport lo teneva in ostaggio: aveva creato in lui una sorta di dipendenza da cui gli sarebbe stato impossibile uscire. Senza l’obbligo di rispettare quei ritmi, si sentiva senza aria, privo di un obiettivo, prigioniero di una libertà che non sapeva gestire. E, oramai senza freni, andava incontro al fantasma più nero.

Nel 2003 aveva smesso definitivamente di allenarsi, lì era cominciata la sua discesa. Segnali importanti erano apparsi molto tempo prima, ma erano stati visibili solo alla ristretta cerchia di familiari e amici che, per malintesa pietà, non si erano mossi. Lui aveva cercato di combattere il male andandosene in giro per il Paese.

Faceva qualche apparizione in night club e discoteche. Lavorava come DJ, cantava. Nei tempi d’oro la sua versione di “Eyes of the Tiger” (tratta dalla colonna sonora di Rocky III) era arrivata fino al ventottesimo posto della Hit Parade britannica. Ma tuffarsi nella notte inseguendo le note di una canzone era una cura che non poteva guarirlo.

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Il 22 settembre del 2003 qualcuno aveva bussato alla porta della sua casa a Standon Massey, nel Brentonwood Borrough Council. Quando Frank aveva aperto, si era trovato in giardino un’ambulanza, quattro infermieri, un dottore, una squadra di poliziotti e decine di giornalisti. Era accusato di essere vittima di disordini mentali. C’erano volute sei ore per convincerlo a salire sull’ambulanza. La mamma aveva saputo dalla tv la notizia e aveva pianto. Lui si era sottoposto a test psicologici e psichiatrici. Le visite avevano dato ragione a chi si preoccupava per la sua salute. Soffriva di depressione da mesi. Gli era stato diagnosticato un disordine bipolare e una sindrome maniaco depressiva. Era rimasto in clinica per più di un mese.

I giornali, anche quelli che gli erano stati particolarmente vicini nei giorni dei trionfi, non avevano avuto pietà.

“Bruno tutto matto, rinchiuso in ospedale”, aveva titolato il Sun.

In seconda edizione avrebbe modificato le parole. Nei giorni successivi si sarebbe scusato e avrebbe fondato un’associazione per le vittime di malattie mentali. Ma il danno ormai era fatto.

Lui non se l’era presa.

«Hanno contribuito a farmi diventare un grande personaggio, scrivano pure quello che vogliono».

Sembrava sereno, ma dentro aveva un buco nero che lo stava divorando. Nel 1990 la Regina Elisabetta II gli aveva conferito l’MBE (Membro dell’Impero Britannico), un’onorificenza che l’aveva inorgoglito. E ora quattro infermieri avevano bussato alla sua casa per portarlo in una clinica psichiatrica.

Il 9 ottobre del 2005 Bruno ammetteva di avere fatto uso di cocaina dal 2000 in poi. Due mesi dopo annunciava di aspettare il quarto figlio da Yvonne Clydesdale, diventata nel frattempo la sua compagna. Il 10 maggio dell’anno successivo nasceva Freya.

Frank Bruno si è continuato a muovere tra l’incubo della tragedia e il sogno di una redenzione che sembrava più volte raggiunta per poi sfuggirgli di nuovo tra le mani.

A fine 2012 è incappato in una ricaduta. Un ricovero forzato in ospedale dove ha rischiato di essere ucciso da un altro paziente che l’ha inseguito minacciandolo con un coltello.

I giornali sono tornati a picchiare duro. Hanno scritto che l’ex campione aveva anche tentato il suicidio, Frank ha smentito alla sua maniera.

«Sono poco coraggioso e poco furbo per farlo».

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Sembrava che l’opinione pubblica gli avesse ormai girato le spalle. Ma era, ancora una volta, un’impressione sbagliata.

Frank ha continuato a fare serate. Un discorso a una cena di gala, un’apparizione pubblica, un’apparizione come ospite d’onore. Basta uno spettacolo in televisione o anche una passeggiata per strada per capire quanto sia errata l’idea che la gente l’abbia dimenticato.

Franklyn Roy Bruno vive in un villaggio alla periferia di Leighton Buzzard nel Bedfordshire e gestisce un’Accademia Pugilistica a Orpington nel Kent, un’ora e mezzo di macchina a sud.

Ogni tanto puoi trovarlo sugli spalti in legno del campo dove gioca la squadra giovanile di rugby dei Brentonwood. Tra quei ragazzi c’è Franklyn jr., suo figlio.

«Ha scelto uno sport duro», dice Bruno. E poi spara una di quelle fragorose risate che l’avevano reso famoso.

L’Inghilterra ha amato, ama e amerà sempre Frank Bruno. Un eroe popolare, anche se sul ring e nella vita ha conosciuto molte amare sconfitte.

(estratto da “I pugni degli eroi” di Franco Esposito e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

Diffusione quotidiani sportivi, Gazzetta e Corriere ancora in calo. Tuttosport in controtendenza (+4,9)

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Pubblicati anche i dati sulla diffusione copie sempre relativi a gennaio 2016 (fonte Ads).

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Bugie, illusioni, passi falsi e salti all’indietro. È la boxe secondo l’Aiba

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Leggo l’intervista rilasciata dal presidente Wu Ching Kuo a Gianni Merlo della Gazzetta dello Sport e mi chiedo fino a quando il Cio accetterà il comportamento del boss dell’Aiba.

Questo signore ha inferto duri colpi al pugilato dilettantisco.

Ma a lui non basta.

Ha creato le World Boxing Series, un fallimento rispetto al progetto iniziale.

Ha inventato l’APB, un tracollo tecnico totale.

E adesso ha deciso di annunciare l’ingresso dei professionisti nel torneo olimpico a partire da Rio de Janeiro. Cioè dal 5 al 21 agosto, tra cinque mesi.

Prima di analizzare la follia dell’iniziativa dal punto di vista normativo, mi pongo qualche domanda.

Ma il professionismo vero, quello puro, incontaminato, il miglior professionismo di sempre non era già all’interno dell’Aiba?

Questo almeno è quanto il signor Wu ci ha raccontato negli ultimi anni.

E adesso fa marcia indietro.

Ha fabbricato un regolamento che vietava qualsiasi contaminazione con il mondo infetto del professionismo reale e adesso, mentre sta in chiara difficoltà sul piano pratico e su quello dell’immagine dello sport che rappresenta, vuole che siano proprio quei professionisti a salvarlo.

Non è stato lui che h sbandierato ai quattro venti il ritorno al professionismo di Cuba?

Ora si è accorto, meglio tardi che mai, che il pugilato professionistico vero è quello di Mayweather, Pacquiao, Kovalev, Bradley, Rigondeaux, Golovkin e altri tipi come loro. Non certo quello spettacolo spesso desolante che si vede nel torneo APB.

Ci troviamo davanti a un bel passo indietro che il signor Wu, con un triplo salto mortale, tenta di spacciare come un salto nel futuro.

È l’ammissione del totale fallimento filosofico e pratico del progetto Aiba.

E veniamo all’aspetto normativo.

Come si può pensare che pugili abituati a battersi sulle 10/12 riprese (cioè i migliori del mondo) decidano di affrontare sfide di tre round stravolgendo preparazione, strategia tattica del match, ritmi e interpretazione dell’incontro con un preavviso di soli quattro mesi?

E, soprattutto, per quali compensi e con quali risultati?

Ma a lui tutto questo non basta.

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Dice che i professionisti debbono qualificarsi e per farlo devono rivolgersi alle rispettive federazioni e rispettarne il regolamento. Cioè tutto come prima, come è da almeno due anni. Non è cambiato niente. E in questi due anni non c’è stato un professionista di livello (neppure uno!) che sia voluto emigrare all’interno dell’Aiba.

Ma a lui tutto questo non basta.

Dice che i pro’ avranno a disposizione due tornei per qualificarsi e che non saranno ammesse wild card. Ma poi aggiunge che i 63 posti (su un totale di 250) a disposizione dei professionisti sono già occupati da quelli delle Wsb e dell’Apb.

E allora?

Bisognerà che qualcuno tra i fedelissimi, cioè tra quelli che hanno sposato in pieno la fede del signore di Taiwan, si faccia da parte per dare un po’ di pubblicità a Wu e dare spazio agli ipotetici ingressi dei veri professionisti.

Ma a lui tutto questo non basta.

A leggere le sue parole sembra che stia recitando a memoria gli articoli dello Statuto. Errore. In realtà lo Statuto deve essere ancora modificato al fine di legittimare le presunte novità. A giugno a Losanna in un Congresso Straordinario, l’Aiba dovrebbe apportare le modifiche. A quel punto ai Giochi di Rio mancheranno solo due mesi. Ma cosa importa? L’importante è che se ne parli dando l’illusione di una vitalità del movimento che in realtà non esiste.

Ma a lui tutto questo non basta.

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Fino a quando il Cio permetterà un atteggiamento come quello di Wu che è a capo di uno sport che da sempre rappresenta uno dei cardini del movimento olimpico?

E, scendendo di livello, cosa dicono tutti quelli che fino a oggi hanno appoggiato acriticamente la posizione del signore di Taiwan insultando o accusando di essere miscredenti tutti coloro che ponevano dei dubbi basati sull’analisi oggettiva della realtà e non sull’interpretazione soggettiva e di comodo dei fatti?

La boxe ci ha svelato da tempo la sua vena masochistica, ma stavolta sta esagerando. Avrebbe bisogno che qualcuno molto in alto nel sistema dirigenziale sportivo, magari il capo del movimento olimpico, fermasse la corsa verso l’autodistruzione.

Non credo che il presidente del Cio deciderà di intervenire.

E allora, continuiamo così. Facciamoci del male.