Parisi, sette anni fa si spegneva l’ultima stella

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Giovanni Parisi, l’ultima stella del pugilato italiano.
Dopo di lui ci sono stati altri campioni, grandi pugili. Ma lui era diverso.
Per vocazione ribelle, amava sentirsi alla guida del movimento. Ha guadagnato come pochi nella storia della nostra boxe. I pugili prendono pugni, non si può salire sul ring per due soldi. Lo ri­peteva in continuazione. Combatteva la sua battaglia e gli piaceva trascinare an­che gli altri nella guerra. La boxe è sem­pre stata la sua vita. L’esistenza, fuori dal ring, l’ha dedicata soprattutto alla mam­ma, Carmela. Al ricordo delle lotte che quella donna ha fatto per garantire un fu­turo ai suoi figli. Non ho conosciuto Parisi nel pro­fondo dell’anima, pochi ci sono riusciti, di lui fighter però penso di sapere quasi tutto.
Era una rarità per la boxe italiana. Aveva il pugno da knock out, merce rara dalle nostre parti. E così aveva vinto un’Olimpiade, quella di Seul 1988, mettendo giù quasi tutti i suoi riva­li. Li aveva stesi, ridotti alla resa, come aveva fatto con la bilancia. Arrivato in Corea per una serie di fortunate coinci­denze (la Federazione non aveva previsto la sua parte­cipazione, poi un altro az­zurro si era fatto male e lui l’aveva sostituito), aveva combattuto da peso piuma.
Impresa impossibile, pen­savano gli altri. Vinco l’oro, pensava lui. Una dieta pazzesca, una serie di match entusiasmanti ed era arrivato dove vole­va.

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Aveva pugno Giovanni, ma aveva an­che la testa. È stato uno dei pochi italiani ad affidarsi a un professionista che ne curava immagine e pubbliche relazioni, Sabatino Durante.

Il mestiere di pugile non era da affrontare a cuor leggero. E così lui ave­va fatto. Prima con Silverio Gresta, poi con Elio Ghelfi e nella storia dei trionfi finali con Salvatore Cherchi.
Ed era arri­vato due volte al mondiale. Prima nei leg­geri, poi nei superleggeri. Un’unica mac­chia, il match contro Julio Cesar Chavez. Era la sfida che avrebbe potuto cambiare il volto del pugilato italiano. Ma Giovan­ni non era riuscito a combatterla al me­glio. Una serie infinita di rinvii e lo stress che cresceva avevano generato l’incontro meno cruento della sua car­riera sul ring di Las Vegas.
Lui, campione che dava un segno speciale ad ogni match, usciva da quel mon­diale senza segni e con po­ca gloria.
Ma Giovanni non è stato certo solo quella notte nel deserto del Neva­da. É stato un grande, un campione che ha segnato la sua epoca e portato la boxe italiana in prima pagina.

Ha combattuto tante guerre e le ha vinte. Ha battuto Altamirano, Pendleton, Rivera, Fuentes. É andato anche a caccia di quel terzo mondiale che nessuno nella storia italiana aveva mai conquistato. Ma non ce l’ha fatta.
Uscito dalla boxe, Giovanni non è pe­rò riuscito a staccarsene. Nonostante la travolgenge passione che provava per Sil­via Hrubinova, la splendida modella slovacca che aveva sposato. Nonostante l’amore per i suoi tre figli: Giovanni Carlos, Angel Sofia e Isabel Carmela.

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Il pugilato era sempre in cima ai suoi pensieri. Si era così lascia­to coinvolgere nell’organizzazione, nella creazione di una società, nell’ennesimo progetto di rilancio della boxe italiana.
Lo ricorderò sempre con quel sorri­so sornione. Ti guardava e ti giudicava, Giovanni. Sembrava facile entrare nel suo mondo, era invece difficilissimo. É stato il campione della gente per tutta la sua carriera, durata 18 anni, dall’oro olimpico all’ultima sfida sul ring del Pa­lalido contro Frederic Klose nel 2006.
Un picchiatore che affascinava le folle. É stato l’ultimo eroe di una boxe che va lentamente sparendo. Quell’impatto fron­tale sulla tangenziale di Voghera ha chiuso la storia di un uomo che non ha regalato solo un oro olimpico e due mondiali professionisti all’Italia della boxe.
Le ha anche dato dignità, quella che lui invocava per chiunque salisse su un ring. E per questo si è battuto sino a quando un tragico incidente ce l’ha portato via.

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GIOVANNI PARISI era nato a Vibo Valentia il 2 dicembre 1967. E’ stato campione olimpico nei piuma ai Giochi di Seul 1988. E’ stato campione del mondo Wbo dei professionisti nei leggeri (1992/1993) e superleggeri (1996/1998). Ha disputato 47 match: 41 vittorie (29 per ko), 5 sconfitte, 1 pari. E’ morto alle 20:40 del 25 marzo 2009 in uno scontro frontale sulla tangeziale di Voghera.

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Salvatore Cherchi: “Nella festa dei 100 anni, la Fpi si è spesso dimenticata del professionismo”

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Ho ricevuto questa lettera da parte di Salvatore Cherchi, promoter e presidente della Opi2000

Scrivo per sottoporvi alcune mie osservazioni in margine alla festa per i 100 anni della Federazione Pugilistica Italiana celebrata a Roma.

Gente elegante, locale assai bello, buona cena, numerosi discorsi e tante premiazioni. C’era di che essere felici, io invece sono tornato a casa deluso.

Sarò il solito bastian contrario, ma mi sono chiesto perché, se aveva intenzione di celebrare davvero la sua storia, la Fpi non abbia concepito la serata conferendo gli spazi giusti alle sue due anime. Il dilettantismo ha recitato un ruolo da protagonista, il professionismo ha quasi sempre fatto da spalla. Nei tempi, nei numeri, nell’enfasi.

Mancavano alcuni nomi che hanno contribuito in maniera straordinaria alle fortune della boxe di casa nostra.

La famiglia Sabbatini, ad esempio.

Mi risulta che non sia neppure stato invitato Roberto. Ne aveva totale diritto. Non solo perché figlio del grande Rodolfo, uomo a cui la Fpi deve moltissimo. Ma anche per i suoi meriti da organizzatore con tanti mondiali all’attivo.

Non c’era nessuno della dinastia Branchini. Non scopro nulla se dico che Umberto è stato una colonna del pugilato italiano e internazionale. Magari si poteva far venire uno dei figli, magari lo si poteva celebrare con un filmato o qualche foto in più.

Stesso discorso per due colonne del nostro pugilato come Rocco Agostino e Renzo Spagnoli. Meritavano citazioni al pari di altri che hanno avuto un ruolo decisamente meno rilevante.

Nessun ringraziamento, né premio per Andrea Locatelli. Negli ultimi quindici anni è stato l’uomo che ha tenuto in piedi l’intero professionismo, rimettendoci di suo. E, se proprio non si può fare a meno di parlare di dilettanti, qualcuno ha forse dimenticato quale parte abbia avuto nei Mondiali 2009 di Milano e nella nascita delle World Series of Boxing?

La figura di Giovanni Parisi è stata solo sfiorata. È stato il pugile più popolare degli ultimi trent’anni, ha affrontato campioni veri e li ha sconfitti. Non ha goduto dell’omaggio che avrebbe meritato.

E per ultimo, si sono dimenticati anche di me che sono il promoter che ha conquistato più campionati del mondo con pugili iataliani sia in casa che all’estero. È un risultato che meritava altra attenzione. Se ne sono accorti all’estero dove ho ricevuto riconoscimenti da parte dell’European Boxing Union, World Boxing Organizzation e World Boxing Council. Se ne sono dimenticati in Italia.

Troppe pecche nella programmazione serata, altre mancanze le ho notate in fase di allestimento. Errori grossolani nelle didascalie, fotografie sbagliate, qualche assenza di troppo e qualche presenza eccessivamente ripetitiva nelle immagini e dal vivo.

È vero, la Fpi non ha più i professionisti al suo interno. Ma l’altra sera si parlava di storia, non di cronaca. Il pugile (giustamente) più celebrato è stato Nino Benvenuti. Qualcuno dei federali si è chiesto se la gente lo ricordi di più come campione olimpico o come il vincitore di Emile Griffith?

Cento anni erano un’occasione unica, a mio modesto parere fallita per avere inseguito la stessa strada di sempre con quegli stessi personaggi che da tempo sembrano (nella testa della Fpi) rappresentare l’Italia di ieri, di oggi e di domani. Ogni tanto qualche dubbio potrebbero farselo venire.

Non ho visto né Patrizio Oliva, né Bruno Arcari. Due colonne del nostro sport. C’è un motivo per questa doppia assenza?

Chiudo con un’ultima domanda.

Ma Franco Falcinelli non riesce a contenere i suoi interventi entro limiti di tempo accettabili? Anche stavolta hanno dovuto fermarlo, altrimenti starebbe ancora parlando. Prenda esempio dal presidente Brasca…

 

Salvatore Cherchi

Willard, Moran, Jack Johnson. Una storia di cento anni fa…

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Sono passati cento anni.

Eppure quel match evoca ancora tanti ricordi.

È il 25 marzo del 1916, Jeff Willard difende il titolo dei massimi al Madison Square Garden di New York contro Frank Moran, venti centimetri più basso di lui. Incontro previsto sulle dieci riprese, senza decisione. Lo Stato di New York vieta la boxe professionistica, accetta però che due uomini si battano su un ring a patto che alla fine non sia dichiarato un vincitore. Saranno i giornali, la mattina dopo, a indicare il pugile vittorioso.

L’organizzatore della sfida è Tex Richard, lo stesso che metterà in piedi tre anni dopo il combatimento più importante di Willard.

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Il campione viene da una famiglia di poveri contadini. È alto e grosso, pesa 28 chili più di Jack Dempsey. È diventato re dei massimi battendo Jack Johnson in un match disputato all’Avana, un incontro che molti hanno definito truccato.
Il 4 luglio del 1919 affronta Dempsey a Toledo, Ohio. Lo organizza George Lewis Tex Rickard, giocatore d’azzardo, geniale promoter. La boxe è ancora illegale a New York, lo resterà fino al 1920. Rickard noleggia un traghetto e ordina al capitano di dirigersi verso Weehowken, nel New Jersey. A bordo ci sono i giornalisti di boxe più importanti d’America. Quando il traghetto lascia le acque dello stato di New York, Dempsey può finalmente firmare il contratto del suo primo campionato del mondo.

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Willard è alto poco meno di due metri e pesa 111 chili. Nell’ultimo match ha affrontato John Bull Young, il figlio di un ricco proprietario terriero del Wyoming. Con un terribile montante destro gli ha spezzato le ossa del viso, lo ha ucciso. Teme che la tragedia possa ripetersi anche contro quel piccoletto di Dempsey.

“Voglio l’immunità nel caso lui muoia” confessa prima di firmare il contratto.
Qualcuno corre a riferirlo a Jack, che è in pieno allenamento. The Manassa Mauler mette ko i quattro sparring e scappa via. A essere certo della sua sconfitta è Hyrum, che scommette su Willard.
Quando anche tuo padre ti punta contro, vuole dire che qualcosa non va.
Il New York World fa un annuncio ai propri lettori.
Il 5 luglio troverete su questo giornale le foto dell’incontro”.
Per garantirsi l’esclusiva, noleggia un biplano italiano S.V.A. e ingaggia un pilota militare: il luogotenente Raymond B. Quick. Ci sono 521 miglia da Toledo a New York, per arrivare in tempo per l’ultima edizione bisogna coprirle in 4 ore e 15’. Il 3 luglio il volo di prova. L’aereo si schianta al decollo. Il pilota si salva, l’edizione straordinaria no.

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L’incasso del match è di 452.224 dollari, Tex Rickard è felice.
La campana non funziona, viene sostituita da un fischietto militare. Si perdono dieci secondi che il cronometrista ufficiale Warren Barbour si dimenticherà di recuperare. Il primo gancio sinistro di Dempsey frattura in tredici punti la mascella di Willard, il secondo gli fa saltare cinque denti. Per sei volte Jack spedisce il campione al tappeto. Non esiste ancora la regola dell’angolo neutro in occasione dei knock down. Il pugile finito a terra deve rialzarsi sotto la minaccia immediata di un altro pugno del rivale. Un incubo con conseguenze devastanti.
Al settimo knock down, l’arbitro Ollie Pecord dichiara Willard fuori combattimento.
Jack Doc Kearns esulta. E’ il manager di Dempsey e ha puntato 10.000 dollari su una vittoria per ko al primo round del ragazzo. Corrono tutti negli spogliatoi per festeggiare.
Contrordine: il cronometrista, continuando a ignorare il tempo perso nel tentativo di riparare la campana, ha decretato la fine della ripresa con dieci secondi di anticipo. Nessuno però ha sentito il suono del fischietto. Il ko non è regolare, il nuovo campione rischia di perdere il titolo appena vinto.
Kearns recupera miracolosamente il suo pugile.

1919 --- Jack Dempsey fights Jess Willard to eventually win the heavyweight title. --- Image by © Bettmann/CORBIS

Willard si rialza e attende che Dempsey torni. Si ricomincia. Altri due terribili round per il boscaiolo del Kansas che rimedia un occhio nero, una ferita alla bocca e altre sulla faccia prima che Pecord dichiari finalmente chiusa la sfida.

Quella volta gli andrà male, un esito diverso ha invece la storia che ha ispirito questo articolo.

Il 24 marzo del ’16 le gazzette indicano Jess come vincitore della sfida. Trentuno giornalisti sono in suo favore, uno solo è per Moran. Quell’eccezione è rappresentata dall’ex campione del mondo dei massimi John L. Sullivan, che scrive per l’International New Service.
Il match avrebbe dovuto svolgersi a New Orleans, problemi organizzativi lo hanno spostato a New York.

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Frank Moran fa parte di quel gruppo di speranze bianche a cui il popolo d’America si affida nel tentativo di detronizzare Jack Johnson.

Frank voleva fare il dentista. Ha studiato odontoiatria per tre anni all’Università di Pittsburg dove si è dedicato con successo anche al Football Americano. Poi, improvvisamente, ha scelto la boxe. Ha una discreta potenza nei colpi, soprattutto nel destro che lui scherzosamente chiama Mary Ann. Ha imparato l’arte del pugilato durante il periodo di leva in Marina, tornato in abiti civili ha continuato. E il 27 giugno 1914 ha affrontato proprio Jack Johnson per il titolo. Per incontrarlo è dovuto volare fino a Parigi dove il gigante di Galveston è in esilio a causa dei problemi con la giustizia americana.

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Venti round tirati, venti riprese in cui a molti è sembrato che il giovanotto della Pennsylvania sia riuscito a farcela. Ma l’arbitro e giudice unico non è di quell’idea. Alza il braccio del campione tra la disapprovazione di molti. A prendersi la responsabilità di emettere quel verdetto è George Carpentier, anche lui, un tempo, nelle file delle speranze bianche.
La battaglia contro Willard va sino in fondo alla distanza delle dieci riprese. Jess vince e intasca 47.500 dollari di borsa, a Moran ne vanno 23.750. Tex Richard sorride e conta l’incasso: 151.254 dollari.

Altri tempi, erano gli anni in cui la boxe non era ancora legalizzata ma era già ricca.

Qualcuno accusa Willard di non essersi impegnato a fondo, lui si difende dicendo di avere avuto tutte le ossa della mano destra rotte fin dal terzo round. Il dottor Lewis Morris lo visita e smentisce quella dichiarazione. Ha solo una leggera frattura all’indice della mano destra. Il gigante sorride e si apparta con un uomo d’affari. Poco dopo firma un accordo per esibirsi in un circo. Incasserà 150.000 dollari.

Tutto questo accadeva cento anni fa.

(fonte: “I pugni degli eroi” di Franco Esposito e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

Frank Bruno, vent’anni fa l’ultima sfida. Poi sono arrivati i colpi maligni della vita

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Da professionista a Frank Bruno era bastato un pugno, un solo colpo, per entrare nel cuore della gente. Aveva lasciato il ring come se fosse stato lui il vincitore, anche se alla fine di quel match era uscito sconfitto per kot al quinto round. Era accaduto all’Hilton Hotel di Las Vegas il 25 febbraio del 1989, nell’incontro con il fenomeno Mike Tyson.

I tifosi inglesi avevano invaso la città del gioco, in settemila erano volati in Nevada solo per lui. Anche i giornalisti britannici erano calati in massa, il tabloid The Sun aveva inviato sette persone, fra cui tre fotografi.

Quando mancavano quarantanove secondi alla fine della prima ripresa, un perfetto gancio sinistro di Bruno aveva fatto traballare Tyson. Non era mai accaduto nei trentacinque match disputati da Iron Mike sino a quel momento. Di solito era lui a far volare gli avversari fuori dal ring. Ne aveva affrontati 35 e solo in quattro erano riusciti a sentire il gong dell’ultimo round. Quel colpo aveva fatto impazzire la Gran Bretagna. Bruno aveva perso ancora una volta, ma era rimasto nell’immaginario collettivo come l’uomo che per la prima volta aveva scosso Mike Tyson.

Era la consacrazione a eroe popolare per questo gigante nato nell’ospedale di Hammersmith, a Londra, nel novembre del 1961. I suoi genitori venivano dai Caraibi, ma lui era inglese al cento per cento. Era il figlio più piccolo di una famiglia numerosa: Michael, Eddie, Faye, Joanne, Angelo e poi lui. Il papà, Roberto, veniva dalla Repubblica Dominicana. La mamma, infermiera e predicatrice laica pentecostale, era giamaicana.

Frank Bruno aveva un fisico scultoreo, 1,89 per 110 chili, una voce baritonale e una risata che faceva tremare le pareti. Attorno aveva un fantastico gruppo Made in Britain: i promoter Mickey Duff o Frank Warren, il manager Terry Lawless, il maestro George Francis e il cut man Dennie Mancini. Lui, un nero, aveva sposato nel 1990 una donna bianca del West End. Un matrimonio con la chiesa stracolma di invitati e la gente assiepata dietro ai nastri gialli tesi dalla polizia a protezione della coppia. Con Laura Mooney, da cui avrebbe divorziato nel 2001, aveva avuto tre figli: Rachel, Nicola e Franklyn jr.

La gente gli voleva bene.

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C’erano ventisettemila spettatori allo stadio di Wembley il 2 settembre 1995. La notte magica di un campione sfortunato. L’avversario era Oliver McCall, soprannominato “Atomic Bull”, il toro atomico. L’uomo che, sorprendendo il mondo intero, aveva sconfitto per knock out proprio Lennox Lewis, togliendogli così il titolo. E adesso era venuto a difendere la corona del Wbc contro il grande nemico.

Un’atmosfera da favola per bambini. Musica, luci, fuochi d’artificio, un lungo incedere dei duellanti fino ad approdare al luogo dove tutto si sarebbe svolto. Poi lo spettacolo si era improvvisamente tramutato in una recita per animi forti. Sul ring, per dodici riprese, Bruno aveva dominato la sfida e finalmente aveva sentito l’annunciatore pronunciare le parole per così tanto tempo sognate.

«The winner and new…»

«Il vincitore e nuovo…»

Il titolo del World Boxing Council era finalmente nelle sue mani. Piangeva di felicità come un bambino davanti ai giocattoli nuovi. Non riusciva a trattenersi. Era diventato campione del mondo dei pesi massimi. Il pubblico era in delirio, il suo cognome veniva urlato da una folla impazzita che lo ripeteva ritmicamente sino all’esasperazione. Ci sarebbero state ventimila persone per le strade della sua città ad applaudirlo mentre passava in parata, su un’auto scoperta, accanto a Laura.

«Bruuunoo, Bruuunoo, Bruuunoo»

Erano i giorni della gloria e della felicità. Ma non preoccupatevi, presto sarebbero arrivati anche quelli della disperazione.

Il 16 marzo del 1996, vent’anni fa, affrontava nuovamente Tyson. E perdeva. Gli lasciava il titolo e portava a casa sei milioni di dollari. Non c’era storia in quel match. Iron Mike dominava e Mills Lane interrompeva la sfida quando Bruno si fermava alle corde, incapace di difendersi. Era il suo ultimo match. Carriera chiusa, stop, le luci si spegnevano sul gigante amato dalla folla.

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Quella sconfitta, il divorzio dalla moglie, ma soprattutto l’addio al pugilato provocavano sconquassi. Frank era stato sempre affascinato dalla boxe. Tenersi in forma, rispettare le regole, misurare gli sforzi, inseguire precisi obiettivi. Ecco il programma che lo appagava, lo faceva sentire sereno. Non era uno schiavo dello sport, ma lo sport lo teneva in ostaggio: aveva creato in lui una sorta di dipendenza da cui gli sarebbe stato impossibile uscire. Senza l’obbligo di rispettare quei ritmi, si sentiva senza aria, privo di un obiettivo, prigioniero di una libertà che non sapeva gestire. E, oramai senza freni, andava incontro al fantasma più nero.

Nel 2003 aveva smesso definitivamente di allenarsi, lì era cominciata la sua discesa. Segnali importanti erano apparsi molto tempo prima, ma erano stati visibili solo alla ristretta cerchia di familiari e amici che, per malintesa pietà, non si erano mossi. Lui aveva cercato di combattere il male andandosene in giro per il Paese.

Faceva qualche apparizione in night club e discoteche. Lavorava come DJ, cantava. Nei tempi d’oro la sua versione di “Eyes of the Tiger” (tratta dalla colonna sonora di Rocky III) era arrivata fino al ventottesimo posto della Hit Parade britannica. Ma tuffarsi nella notte inseguendo le note di una canzone era una cura che non poteva guarirlo.

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Il 22 settembre del 2003 qualcuno aveva bussato alla porta della sua casa a Standon Massey, nel Brentonwood Borrough Council. Quando Frank aveva aperto, si era trovato in giardino un’ambulanza, quattro infermieri, un dottore, una squadra di poliziotti e decine di giornalisti. Era accusato di essere vittima di disordini mentali. C’erano volute sei ore per convincerlo a salire sull’ambulanza. La mamma aveva saputo dalla tv la notizia e aveva pianto. Lui si era sottoposto a test psicologici e psichiatrici. Le visite avevano dato ragione a chi si preoccupava per la sua salute. Soffriva di depressione da mesi. Gli era stato diagnosticato un disordine bipolare e una sindrome maniaco depressiva. Era rimasto in clinica per più di un mese.

I giornali, anche quelli che gli erano stati particolarmente vicini nei giorni dei trionfi, non avevano avuto pietà.

“Bruno tutto matto, rinchiuso in ospedale”, aveva titolato il Sun.

In seconda edizione avrebbe modificato le parole. Nei giorni successivi si sarebbe scusato e avrebbe fondato un’associazione per le vittime di malattie mentali. Ma il danno ormai era fatto.

Lui non se l’era presa.

«Hanno contribuito a farmi diventare un grande personaggio, scrivano pure quello che vogliono».

Sembrava sereno, ma dentro aveva un buco nero che lo stava divorando. Nel 1990 la Regina Elisabetta II gli aveva conferito l’MBE (Membro dell’Impero Britannico), un’onorificenza che l’aveva inorgoglito. E ora quattro infermieri avevano bussato alla sua casa per portarlo in una clinica psichiatrica.

Il 9 ottobre del 2005 Bruno ammetteva di avere fatto uso di cocaina dal 2000 in poi. Due mesi dopo annunciava di aspettare il quarto figlio da Yvonne Clydesdale, diventata nel frattempo la sua compagna. Il 10 maggio dell’anno successivo nasceva Freya.

Frank Bruno si è continuato a muovere tra l’incubo della tragedia e il sogno di una redenzione che sembrava più volte raggiunta per poi sfuggirgli di nuovo tra le mani.

A fine 2012 è incappato in una ricaduta. Un ricovero forzato in ospedale dove ha rischiato di essere ucciso da un altro paziente che l’ha inseguito minacciandolo con un coltello.

I giornali sono tornati a picchiare duro. Hanno scritto che l’ex campione aveva anche tentato il suicidio, Frank ha smentito alla sua maniera.

«Sono poco coraggioso e poco furbo per farlo».

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Sembrava che l’opinione pubblica gli avesse ormai girato le spalle. Ma era, ancora una volta, un’impressione sbagliata.

Frank ha continuato a fare serate. Un discorso a una cena di gala, un’apparizione pubblica, un’apparizione come ospite d’onore. Basta uno spettacolo in televisione o anche una passeggiata per strada per capire quanto sia errata l’idea che la gente l’abbia dimenticato.

Franklyn Roy Bruno vive in un villaggio alla periferia di Leighton Buzzard nel Bedfordshire e gestisce un’Accademia Pugilistica a Orpington nel Kent, un’ora e mezzo di macchina a sud.

Ogni tanto puoi trovarlo sugli spalti in legno del campo dove gioca la squadra giovanile di rugby dei Brentonwood. Tra quei ragazzi c’è Franklyn jr., suo figlio.

«Ha scelto uno sport duro», dice Bruno. E poi spara una di quelle fragorose risate che l’avevano reso famoso.

L’Inghilterra ha amato, ama e amerà sempre Frank Bruno. Un eroe popolare, anche se sul ring e nella vita ha conosciuto molte amare sconfitte.

(estratto da “I pugni degli eroi” di Franco Esposito e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

Diffusione quotidiani sportivi, Gazzetta e Corriere ancora in calo. Tuttosport in controtendenza (+4,9)

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Trent’anni fa Hagler batteva Mugabi con un finale Meraviglioso

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John Mugabi aveva bisogno di soldi. La borsa sarebbe stata di oltre 800.000 dollari, ad Hagler sarebbero andati tre milioni. Quanti di quei soldi sarebbero finiti nelle tasche dell’ugandese, era cosa assai più difficile da sapere. Il ragazzo aveva una vita relativamente tranquilla. Gli bastava un bicchiere di birra, qualche video musicale, un film di kung fu e un poì di amici per sentirsi felice.

«He eats and sleeps boxing», dicevano quelli del suo clan, per poi aggiungere che la sua unica espressione di esagerazione era la carta di credito.

Spendeva.

«È cintura nera nello shopping», raccontava Mickey Duff, il manager.

Camicie, cappelli, videocassette, strumenti musicali, gioielli. Ne comprava in quantità industriale. Indossava così tante catene d’oro, da sembrare il lampadario di uno dei saloni dell’albergo di Las Vegas in cui alloggiava.

Gli amici. Pagava loro da mangiare, li vestiva, li ospitava in casa. Quando l’allenatore George Francis glielo aveva fatto notare, lui aveva sorriso.

«Nel mio Paese si fa così. Se hai cibo lo dividi con chi non ce l’ha, se hai un tetto ospiti chi non ne possiede uno. Adesso accade che sia io quello che ha i soldi. E devo dividerli con i miei amici. Tutto qui».

Marvin Hagler aveva una testa che funzionava perfettamente, era la sua chiave di lettura della boxe ad essere diversa da quella di ogni altro pugile. Nessuno amava essere colpito, a lui sembrava invece che i colpi facessero piacere. Durante il combattimento il Meraviglioso si esaltava, il suo credo “demolire e distruggere” diventava un dogma a cui non poteva sfuggire. Se lo ferivi, lui reagiva come una belva e ti colpiva più forte. Sempre più forte sino a quando non ti arrendevi. Il pericolo lo eccitava, lo rendeva più potente.

The zone.

Era in quel momento magico dell’incontro che il Meraviglioso trovava se stesso.

Attaccare, demolire distruggere. John Mugabi avrebbe capito troppo tardi chi era realmente l’uomo che aveva voluto sfidare.

Marvin Hagler middle weight boxer, right, in action versus John "the Beast" Mugabe on March 10, 1986. Hagler won the bout with an 11th round knockout.  (AP Photo)

L’ugandese aveva il volto senza un segno, sembrava che gli scontri dei precedenti combattimenti non avessero lasciato tracce nel suo sguardo fiero. Una barba appena pronunciata ne incorniciava il viso. Occhi attenti, muscoli compatti, bicipiti esplosivi. Ecco lo sfidante, la Bestia.

Per cinque round avevo assistito a un match intenso, duro, spietato. Picchiavano come pesi massimi, ma avevano la velocità dei welter. Fisici perfetti, entrambi.

Un lampo nella quarta ripresa, quando il montante destro di Mugabi, a venti secondi dalla fine del round, aveva centrato Hagler al mento. Un pugno che avrebbe messo giù chiunque, un colpo che avrebbe folgorato un bue. Ma il bostoniano era più duro di una roccia. Era andato avanti come se l’altro gli avesse dato un buffetto, uno schiaffetto, come si usa fare con i bambini quando si vuole scherzare.

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Cinque riprese di un livello assurdo, spettacolo esaltante. Perché quei due non si picchiavano come chi scatena una rissa in strada. No, ogni traiettoria dei colpi seguiva linee precise. Niente volgarità tecniche nei gesti. Solo arte, nobile e feroce.

Poi avevo assistito a qualcosa che non avrei più dimenticato.

Il sesto round.

Il diretto sinistro di Hagler aveva centrato Mugabi.

Era l’inizio di un’azione che sembrava non dovesse mai avere fine. Un minuto di attacchi, di colpi mai interrotti.

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E’ lungo un minuto sul ring, picchiare per così tanto tempo ti prosciuga le energie, ti succhia l’anima, ti espone alla reazione dell’altro. Sempre che l’altro abbia la forza di restare in piedi. L’ugandese c’era riuscito e negli ultimi trenta secondi era stato lui a trasformarsi in attaccante. E aveva picchiato. Mazzate che si erano abbattute sul fisico carico di lavoro del campione. Prima l’uno, poi l’altro erano sembrati sul punto di crollare, vicini al baratro del knock out. Ma erano rimasti in piedi. Stavo assistendo a una guerra feroce, selvaggia.

«Mi piace la boxe, mi piace come quando ero ragazzo. Amo l’odore della boxe».

Era fatto così il Meraviglioso.

E l’altro aveva osato sfidarlo sul suo stesso piano. Picchiando, incassando, amando quello che stava facendo. Era stato una sorpresa John Mugabi. Non gli avevano concesso grande credito alla vigilia, ma lui quel credito se l’era preso da solo nel momento più importante. Quello della battaglia.

Colpi dritti, ganci, montanti. Colpi portati con un ampio compasso di gambe. Ben piantato sul ring, deciso a fare male. Ma Hagler aveva incassato qualsiasi cosa. E aveva restituito con gli interessi. Settima e ottava ripresa erano state sue. Poi, l’intervallo.

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Mickey Duff all’angolo, metteva la faccia a dieci centimetri da quella di Mugabi. Parlava lentamente con quell’accento inglese acquisito, una voce soffocata come se le parole volessero rientrare da dove erano appena uscite.

Parlava lentamente affinché ogni termine entrasse nella testa del pugile.

«Devi alzare il ritmo. John, non puoi più aspettare. Devi farlo per te. Colpiscilo in qualsiasi parte del corpo e lui andrà giù. Devi farlo per te John, non per me. Ascolta il padre».

A quelle parole, ero saltato sulla sedia. Cosa stava dicendo Duff?

Ascolta il padre?”.

Il papà di Mugabi era morto da sette anni.

Il riferimento era per il quarto uomo d’angolo. Assieme a George Francis, Mickey Duff e Jimmy Wiiamsadre c’era infatti padre Anthony Clark, il sacerdote che poco meno di un mese prima aveva battezzato il pugile secondo il rito di Santa Romana Chiesa con il nome di John Paul Mugabi. L’aveva battezzato nella chiesa del Sacro Cuore di Nogales, in Arizona. Sedici miglia dal confine messicano. Fahter Tony era anche il proprietario del Nogales Boxing Club, nella contea di Santa Cruz. Si prendeva cura dei ragazzi difficili al di là e al di qua del confine. Era stato pugile, un peso welter. Usava lo sport come molti altri avevano fatto prima di lui. Cercava di togliere i ragazzi dalla strada, di insegnare loro che c’erano altre vie per seguire il cammino della vita.

«Fallo per te John, non per noi. Per te, per il futuro».

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Neppure le parole del sacerdote erano però riuscite a salvarlo dal suo destino.

«Congratulazioni John, sei rientrato nel match. Ora la sfida è in parità. Mi hai capito? Siete pari».

Mentiva sapendo di mentire Mickey Duff. Hagler aveva l’occhio destro quasi chiuso. Era stanco. Ma era in chiaro vantaggio, io avevo tre punti per lui alla fine della decima ripresa. Proprio come Jerry Roth e Dalby Shirley (97-94), mentre il terzo giudice Dave Moretti era stato più severo con il Meraviglioso (96-95).

«Puoi farcela John, sei fantastico».

Duff le stava provando tutte. Eppure aveva visto benissimo che gli ultimi trenta secondi del decimo round erano stati di autentica sofferenza per il suo pugile. Il campione lo aveva portato sul ciglio del burrone, un’altra piccola spinta e sarebbe finito giù. Incapace di rialzarsi, knock out.

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Undicesima ripresa. Passava un minuto e diciannove secondi prima che il campione cominciasse l’attacco decisivo. Tre destri consecutivi, un sinistro, ancora due destri. Lo sfidante pedalava all’indietro, veniva sballottato come un fuscello, cercava appoggio alle corde, scivolava giù. Seduto sul tappeto, John guardava l’arbitro.

Mills Lane sapeva bene cosa aveva davanti agli occhi.

Lo sguardo di Mugabi era perso nel vuoto. John era incapace di rialzarsi, di parlare, di difendersi. Lane aveva incrociato tre volte le braccia, poi aveva alzato in altro il destro. Era finita.

A 1’29” di quell’undicesimo round la Bestia aveva concluso la sua guerra.

E l’aveva persa.

Era il 10 marzo del 1986. Trent’anni fa.

(estratto da “Meraviglioso, Marvin Hagler e i favolosi anni Ottanta” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

Bugie, illusioni, passi falsi e salti all’indietro. È la boxe secondo l’Aiba

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Leggo l’intervista rilasciata dal presidente Wu Ching Kuo a Gianni Merlo della Gazzetta dello Sport e mi chiedo fino a quando il Cio accetterà il comportamento del boss dell’Aiba.

Questo signore ha inferto duri colpi al pugilato dilettantisco.

Ma a lui non basta.

Ha creato le World Boxing Series, un fallimento rispetto al progetto iniziale.

Ha inventato l’APB, un tracollo tecnico totale.

E adesso ha deciso di annunciare l’ingresso dei professionisti nel torneo olimpico a partire da Rio de Janeiro. Cioè dal 5 al 21 agosto, tra cinque mesi.

Prima di analizzare la follia dell’iniziativa dal punto di vista normativo, mi pongo qualche domanda.

Ma il professionismo vero, quello puro, incontaminato, il miglior professionismo di sempre non era già all’interno dell’Aiba?

Questo almeno è quanto il signor Wu ci ha raccontato negli ultimi anni.

E adesso fa marcia indietro.

Ha fabbricato un regolamento che vietava qualsiasi contaminazione con il mondo infetto del professionismo reale e adesso, mentre sta in chiara difficoltà sul piano pratico e su quello dell’immagine dello sport che rappresenta, vuole che siano proprio quei professionisti a salvarlo.

Non è stato lui che h sbandierato ai quattro venti il ritorno al professionismo di Cuba?

Ora si è accorto, meglio tardi che mai, che il pugilato professionistico vero è quello di Mayweather, Pacquiao, Kovalev, Bradley, Rigondeaux, Golovkin e altri tipi come loro. Non certo quello spettacolo spesso desolante che si vede nel torneo APB.

Ci troviamo davanti a un bel passo indietro che il signor Wu, con un triplo salto mortale, tenta di spacciare come un salto nel futuro.

È l’ammissione del totale fallimento filosofico e pratico del progetto Aiba.

E veniamo all’aspetto normativo.

Come si può pensare che pugili abituati a battersi sulle 10/12 riprese (cioè i migliori del mondo) decidano di affrontare sfide di tre round stravolgendo preparazione, strategia tattica del match, ritmi e interpretazione dell’incontro con un preavviso di soli quattro mesi?

E, soprattutto, per quali compensi e con quali risultati?

Ma a lui tutto questo non basta.

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Dice che i professionisti debbono qualificarsi e per farlo devono rivolgersi alle rispettive federazioni e rispettarne il regolamento. Cioè tutto come prima, come è da almeno due anni. Non è cambiato niente. E in questi due anni non c’è stato un professionista di livello (neppure uno!) che sia voluto emigrare all’interno dell’Aiba.

Ma a lui tutto questo non basta.

Dice che i pro’ avranno a disposizione due tornei per qualificarsi e che non saranno ammesse wild card. Ma poi aggiunge che i 63 posti (su un totale di 250) a disposizione dei professionisti sono già occupati da quelli delle Wsb e dell’Apb.

E allora?

Bisognerà che qualcuno tra i fedelissimi, cioè tra quelli che hanno sposato in pieno la fede del signore di Taiwan, si faccia da parte per dare un po’ di pubblicità a Wu e dare spazio agli ipotetici ingressi dei veri professionisti.

Ma a lui tutto questo non basta.

A leggere le sue parole sembra che stia recitando a memoria gli articoli dello Statuto. Errore. In realtà lo Statuto deve essere ancora modificato al fine di legittimare le presunte novità. A giugno a Losanna in un Congresso Straordinario, l’Aiba dovrebbe apportare le modifiche. A quel punto ai Giochi di Rio mancheranno solo due mesi. Ma cosa importa? L’importante è che se ne parli dando l’illusione di una vitalità del movimento che in realtà non esiste.

Ma a lui tutto questo non basta.

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Fino a quando il Cio permetterà un atteggiamento come quello di Wu che è a capo di uno sport che da sempre rappresenta uno dei cardini del movimento olimpico?

E, scendendo di livello, cosa dicono tutti quelli che fino a oggi hanno appoggiato acriticamente la posizione del signore di Taiwan insultando o accusando di essere miscredenti tutti coloro che ponevano dei dubbi basati sull’analisi oggettiva della realtà e non sull’interpretazione soggettiva e di comodo dei fatti?

La boxe ci ha svelato da tempo la sua vena masochistica, ma stavolta sta esagerando. Avrebbe bisogno che qualcuno molto in alto nel sistema dirigenziale sportivo, magari il capo del movimento olimpico, fermasse la corsa verso l’autodistruzione.

Non credo che il presidente del Cio deciderà di intervenire.

E allora, continuiamo così. Facciamoci del male.