Canelo e il catchweight, l’ultimo scempio della boxe farà saltare la sfida con Golovkin?

koverUna delle cause principali della decadenza del pugilato (sempre popolare nel mondo, ma certamente non ai livelli di una volta) è l’incapacità di rispettare le regole.

Prendiamo il titolo Wbc dei pesi medi.

Saul Canelo Alvarez (46-1-1, 32 ko) ha sconfitto Miguel Cotto (40-5, 33 ko) ed è diventato il nuovo campione.

Gennady Golovkin detiene il titolo a interim ed è lo sfidante ufficiale. Il presidente Maurizio Sulaiman ha fatto sapere che se il messicano non raggiungerà un accordo con il kazako entro quindici giorni, lo priverà della corona.

Sembrerebbe tutto semplice.

Un campione, uno sfidante, i termini dell’accordo già fissati dall’Ente governante.

Ma nella boxe non c’è nulla di semplice.

Canelo Alvarez in merito alla difesa contro Golovkin (che detiene anche i titoli Wba e Ibf) ha rilasciato questa dichiarazione.

Se volete che che io combatta subito contro di lui, mi metto i guantoni e vado ad affrontarlo immediatamente. Ho rispetto per lui, è un grande campione. Ma sono pronto a mettermi i guantoni e a salire sul ring per batterlo“.

Canelo Alvarez ha già fatto sapere che manterrà la promessa, ma a una condizione: che il match si svolga a 155 libbre.

Peccato che questo sia il peso minimo per entrare nei medi, categoria che prevede la possibilità per un pugile di salire sul ring sino a 160 libbre.

Essendo il campione contro lo sfidante ufficiale, non riesco proprio a capire perché uno dei due debba porre la condizione del catchweight.

caneloÈ questa una pratica che non sopporto.
Qualcuno dovrebbe spiegarmi per quale motivo è possibile che due pugili si accordino al catchweight di 155 libbre, quando il limite della categoria dei medi è di 160.
La cosa non desta scandalo. Il pugilato è diventato una giungla e tutti sono abituati a muoversi in mezzo al caos al punto che qualsiasi orrore assume i contorni della normalità.
Nessuno fa più caso al fatto che le categorie siano passate da otto a diciassette, che ogni singola categoria sia passata da un unico detentore a quattro (calcolando le sigle maggiori) o otto (mettendoci dentro tutto il resto della banda dell’alfabeto), che la Wba si sia inventata la possibilità di dare lo stesso titolo a quattro persone diverse. Tutto normale. E da qualche tempo ecco riuscire fuori il catchweight.
Fate pure un match a un limite di peso concordato tra i due clan, ma per quale stramaledetto motivo deve essere considerato campionato di una categoria che prevede un altro limite?
Come se non bastasse ecco arrivare Oscar De La Hoya.
Chiunque amministri un campione si sente in diritto di gestire la boxe secondo le proprie ambizioni, vendette, risentimenti. Insomma sempre e comunque in chiave soggettiva, ignorando quello che è il regolamento scritto.

Posso prendere una pagina del libro del mio mentore, il signor Bob Arum, e dire: “Beh devi lasciare marinare un po’ la situazione”. O posso dire, sai cosa, andiamo, facciamolo. Fatemi parlare con la mia squadra, fatemi parlare con Canelo, permettetemi di discutere con lui. Ci sono pugili che salgono di categoria, conquistano il titolo e poi tornano giù di peso. Vedremo cosa fare. Affronteremo Golovkin? Certo, assolutamente sì“.
In altre parole, farà quello che riterrà più conveniente per Canelo e la Golden Boy Promotion fregandosene delle regole.

GGGUna volta si diceva che la mafia bloccasse la possibilità di buoni pugili di battersi per il titolo a meno che non venissero a patti con l’organizzazione criminale. Oggi le cose sono solo apparentemente cambiate.

Tutti accettano che a scegliere quando e con chi difendere il mondiale sia il promoter e non l’Ente che gestisce la cintura.

Canelo Alvarez vs Golovkin è un match che tutti vogliamo vedere.

Il Wbc lo ha (al momento) reso obbligatorio.

La mia paura è che sarà rimandato a lungo e Canelo tornerà sul ring (il 5 maggio o il 15 settembre 2016) contro un altro avversario.

La boxe che conoscevo io era un’altra cosa.

Nota di chiusura. Il mio favorito, se il match dovesse farsi, è Gennady Golovkin.

 

 

 

 

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Tifoso inglese chiama il figlio Bermondsey Millwall Den, è il nome della sua squadra e dello stadio…

180040241-b4d92e1f-686e-4ef6-a6b3-c9c58c1c3fb4È accaduto a Londra

Mike Bloomfield l’aveva detto.

Kelly, la moglie, non pensava che l’avrebbe fatto davvero.

E invece lui è andato all’anagrafe e ha chiamato il suo bambino Bermondsey Millwall Den Bloomfield (foto postata su Twitter dal Millwall).

Dove Bermondsey sta per la zona di Londra dove gioca il Millwall, la squadra per cui Mike tifa, e Den è il nome dello stadio.

La signora l’ha presa bene.
Non è poi così male, mi ero spaventata perché pensavo fosse un unico nome“.
Se David Beckham ha chiamato suo figlio Brooklyn, non vedo perché io non posso chiamarlo Bermondsey Millwall Den!”

Ha ragione. Sono molti i bambini nati da genitori famosi che si sono visti affibbiare un cognome strano, tanto per contenere il termine in un eufemismo.

Sono bambini famosi fin dalla nascita, ma devono anche portarsi dietro per tutta la vita il peso di un nome da brivido. Sembra che ai figlioli delle celebrità sia vietato per legge chiamarsi come gran parte dell’umanità. Questa voglia di essere estrosi a ogni costo mi ha fatto sempre sorridere.
Brooklyn è il più grande dei figli di David Beckham e Victoria Adams. I suoi fratelli si chiamano Romeo e Cruz.
Capisco che Carl, Eddie e John potevano sembrare troppo banali, ma perché esagerare con Brooklyn, Romeo e Cruz?
La risposta è semplice: i tre ragazzi sono stati battezzati con il nome delle città in cui sono stati concepiti.
E se avessero fatto l’amore a Bastardo (in Umbria)?
Non è andata meglio alla più piccola, la sorellina che i coniugi Beckham hanno chiamato Harper Seven: antico nome inglese con l’aggiunta del numero della maglia del babbo quando era ancora un calciatore. Una delicatezza che la piccola apprezzerà, ne sono sicuro.

i-beckham-645I pargoli dei Beckham sono in buona compagnia.
Accanto a loro troviamo Christopher Cassano, Chanel Totti, Swami Miccoli. E poi Tobias, Dorotea e Sasha Del Piero. O Louis Thomas e David Lee Buffon. Tanto per rimanere nel mondo del pallone.
Gwynneth Paltrow e Chris Martin (leader dei Coldplay) hanno optato per Apple e Moses. Arriverà presto chi proporrà Nike in caso di un bel maschietto e Adidas per la femminuccia?
Madonna ha scelto Maria Lourdes.
La devozione prima di tutto.
Gery Haliwell, ex Spice Girl come Victoria, ha chiamato la sua piccola Bluebelle: campanula.
Bruce Willis e Demi Moore, all’epoca, hanno chiamato la primogenita Tallulab Belle che vuol dire cascate zampillanti, nella lingua degli indiani d’America. Sembra che la piccolina vada in giro con una targhetta esplicativa. Poi sono passati a Runner Glem e Scout LaRue: giovane eroina di un romanzo che avevano letto prima del concepimento della bambina. Se avessero letto Topolino, l’avrebbero chiamata Nonna Papera?
Il divorzio ci ha privato di altre gustose invenzioni…

figli-famosiFuchsia non è solo un colore, ma anche il nome della figlia di Sting. Era andato giù più duro Frank Zappa: Moon Unit, Dweezil e Diva Muffin.
Yaki Elkann ha chiamato Oceano e Leone i figli avuti da Lavinia Borromeo.
Flavio Briatore ed Elisabetta Gregoraci hanno scelto Nathan Falco.
Chiudo con Steffi Graf e Andre Agassi. I loro due figli si chiamano Jaden e Jaz Elle. Finalmente due nomi semplici…
Non so cosa quali peccati abbiano commesso questi figlioli ancora prima di nascere per meritare condanne del genere.
Modificando una famosa frase del film “Gioventù perduta” mi viene da dire: “Perché non si chiede il parere dei figli prima di introdurli in questo mondo con simili nomi?

 

De Donato, Pintaudi, la Gazzetta dello Sport e il Premio Gentleman Awards 2015

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Ricevo e volentieri pubblico una lettera di Renato De Donato, ex campione italiano superleggeri (16-3, 2 ko)

Milano 20/11/2015

Leggo con piacere sulla Gazzetta dello Sport la mia nomina per il premio “Gentleman Awards 2015”.
Nomina che apprezzo, ma che non posso accettare per via delle motivazioni che mi hanno fatto entrare nella lista dei dieci candidati.
Il quotidiano scrive:
Ha assunto nella sua palestra Heracles Gymnasium, in via Padova a Milano, col ruolo di allenatore e preparatore il pugile welter Riccardo Pintaudi, dopo averlo visto perdere per ko contro Antonio Moscatiello al Teatro Principe di Milano nella stessa serata in cui combatteva anche De Donato.  Pintaudi rimasto senza lavoro, puntava tutto su quella vittoria”.
È mio dovere, da amico di Pintaudi e da persona onesta verso il pubblico che deve votare la nomina, smentire questa notizia che mette in luce sbagliata la posizione di Pintaudi nella mia azienda.
La collaborazione con Pintaudi, sviluppatasi per coincidenza dopo la sconfitta con Moscatiello, inizia nella mia azienda/palestra per la necessità di avere un Aspirante Tecnico FPI con una esperienza Sportiva di altissimo livello.
Pintaudi aveva tutti i requisiti per questo ruolo per questo ho sfruttato la possibilità di avere al mio fianco, oltre ad una figura professionale elevata, un buon amico.
Infatti Pintaudi non ha mai perso il lavoro e non hai mai dovuto chiedere un aiuto al sottoscritto. Casomai sono io che chiedo un aiuto tutti i giorni al mio ex-compagno di scuderia per portare avanti un progetto ambizioso.
La mia palestra vuole diventare un punto di riferimento per la preparazione atletica di ogni sport e un punto di riferimento per il pugilato milanese. Un progetto che richiede grande sforzo, grande presenza e grande personalità. Tutte cose che il mio amico Riccardo mi offre gratuitamente.
Anche lui, come me, crede nel progetto sociale e polivalente che sempre più caratterizza il mio Gymnasium, e ogni giorno lotta con me per l’obiettivo con la stessa tenacia con cui cavalca il ring.
Smentiamo quindi questa notizia che mi fa sembrare un mecenate che accoglie dalla strada un ragazzo finito. Non è così. La nomina andrebbe fatta al massimo a Riccardo che lavora tutto il giorno e la sera viene ad aiutarmi nella palestra.
Vi ringrazio dunque della nomina ma la chiarezza, con il pubblico e con il mio amico, mi è sembrata una cosa più importante di questo prestigioso premio.
Cordiali saluti, con stima sportiva
Renato De Donato

Mayweather regala una Mercedes al figlio per il sedicesimo compleanno. Perché è uno sbaglio…

mercedesFloyd Mayweather jr è un esempio di comportamento, un uomo dotato di fine psicologia giovanile.

Per il quindicesimo compleanno aveva regalato a suo figlio Koraun una Bentley Golf Cart (foto sotto, dal profilo Instagram del pugile). Per il sedicesimo ha pensato bene di alzare il tiro.

Il ragazzo ha trovato davanti casa, infiocchettata con un vistoso nastro argentato e accompagnata da un biglietto (“Buon compleanno @ReKoraun Amir Mayweather. Ti voglio bene, campione”), una Mercedes Classe C coupé.

Valore 43.000 euro (foto sopra, dal profilo Instagram del pugile)

Gli psicologi dicono che è un errore grave fare regali costosi ai figli, soprattutto se servono per compensare il senso di colpa derivato dal non occuparsi costantemente di loro.

Il regalo costoso porta il ragazzo a non capire il reale valore delle cose. E fa anche pensare che quel tipo di offerta faccia parte delle mansioni di un genitore. La cosa può portare alla devastante conseguenza che quello sia il metro da seguire in futuro per segnare tutte le relazioni.

Se mi vuoi bene devi farmi doni sempre più costosi”.

bentleyRicevere in giovanissima età regali che valgono decine di migliaia di euro può portare il ragazzo a entrare nella vita da adulto convinto che anche questa si basi sugli stessi parametri.

Posso avere tutto, basterà pagare il giusto prezzo”.

In questo modo anche le relazioni interpersonali si baseranno sul denaro, dimenticando il lato umano e sentimentale della vita.

Floyd Mayweather jr è convinto di essere al centro del mondo, il suo ego smisurato gli fa credere che a lui tutto sia concesso. Così tratta le donne come oggetti, le esibisce nude e coperte di dollari nei suoi video, e quando lo contraddicono non perde certo tempo a chiacchierare per convincerle.

E se deve riconquistare l’amore del figlio pensa che la strada migliore sia quello di corprirlo di doni sempre più costosi.

Per il diciassettesimo compleanno potrebbe arrivare un aereo.

Poi passerà direttamente a comprare intere città.

I soldi aiutano a vivere meglio, ma se davvero pensi che con quelli puoi comprare tutto sei destinato a una vita infelice. Per te sarà una scelta, ma per quale motivo vuoi fare incamminare tuo figlio sullo stesso percorso?

Falcinelli risponde su professionismo, dilettantismo e scelte dell’Aiba

falcinelli-1Ricevo dal vice presidente dell’AIBA Franco Falcinelli una lettera in risposta al mio articolo https://dartortorromeo.com/2015/11/06/falcinelli-dopo-lolimpiade-ce-il-professionismo-non-siamo-mica-un-paese-dellest-era-il-1988/.
Pubblico volentiero la risposta e mi permetto a chiusura del suo intervento alcune veloci considerazioni.

Caro Torromeo,
mi ero ripromesso di non rispondere alle tue ricorrenti e provocanti documentazioni. Ma questa volta non ho saputo resistere alla opportunità di ristabilire la verità.
Ho letto che mi attribuisci un equivoco comportamento verso il pugilato professionistico. L’atteggiamento attuale, come Vice Presidente AIBA, in contrapposizione a quello che avevo ai tempi di Giovanni Parisi.
Sono pertanto costretto a correggere le tue interpretazioni sulla mia coerente visione del professionismo pugilistico.
Sono stato da sempre a favore del pugilato professionistico !!
Quando la Federazione aveva tanti soldi, subito dopo Los Angeles, proposi al presidente Marchiaro di poter costituire un “Centro Federale FPI” per un adeguato allenamento dei pugili professionisti.
La FPI avrebbe dovuto assicurare il sostegno logistico, l’assistenza sanitaria e terapeutica (dietologo, psicologo, fisiomassoterapista), la preparazione atletica e tecnica per tutti i pugili italiani che erano chiamati a disputare competizioni europee, internazionali e mondiali. I Manager ed i Promoter avrebbero potuto continuare autonomamente a predisporre e condurre la programmazione delle competitizioni e dei grandi eventi pugilistici.
Questo impegno diretto della FPI avrebbe garantito ai nostri migliori atleti la necessaria sicurezza per gareggiare ai massimi livelli anche nel difficile percorso del professionismo.
La mia proposta non ebbe successo per alcuni comprensibili motivi:
1. -il progetto sarebbe costato troppo alle casse federali e la forte componente dilettantistica che in quei tempi poteva contare su abbondanti “contributi a pioggia” avrebbe penalizzato elettoralmente i dirigenti federali
2. -in quel periodo vi erano già in funzione ben tre Centri di allenamento per i professionisti : Bogliasco (Agostino/Fernet Branca)- Milanello poi sotituito con Rimini (Branchini/Totip) – Perugia (Gresta/Spagnoli/Chiabolotti)
3. -la paura di qualche Manager di venire schiacciato da un controllo tecnico federale che avrebbe impedito qualche programmazione improvvisata e talvolta in contrasto con i principi della metodologia e della conduzione etica degli atleti.
E’ pertanto vero che ero assolutamente a favore al passaggio al professionismo, perché allora anche i campioni del ring potevano guadagnare “borse” degne di un professionista dello sport.
Rosi, Oliva, Stecca, Damiani, Parisi tanto per citare i più grandi atleti che ho avuto la fortuna di incontrare durante il mio lungo percorso di Allenatore , hanno avuto ingaggi e ricevuto compensi importanti per le loro prestazioni professionistiche.
Con la fine della carriera di Parisi ed il disimpegno dell’ultimo grande Promoter del pugilato italiano, Andrea Locatelli, il nostro sport a livello professionistico si è lentamente ed inesorabilmente logorato per ragioni interne ed internazionali
La proliferazione delle sigle organizzative, la mancata continuità della RAI e Mediaset di finanziare la boxe professionistica; il deserto creato dalla sponsorizzazione per la perdita di credibilità degli eventi pugilistici e la carenza delle star del ring hanno rallentato sensibilmente l’adesione al professionismo.
La carente attrattiva economica, gli ingaggi inesistenti o camuffati, le inconsistenti borse per i titoli continentali e mondiali hanno consigliato i nostri valorosi azzurri a rimanere dilettanti.
Cammarelle, Russo, Valentino, Picardi, Mangiacapre ed altri hanno preferito un futuro sicuro nella Polizia di Stato, nell’Esercito Italiano, nelle Fiamme Azzurre o nel Corpo Forestale dello Stato, confidando nella certezza dei premi delle medaglie e delle prestazioni Internazionali ed Olimpiche.
Nessuno li ha forzati a rimanere in azzurro. E’ stata una loro libera scelta.
In qualità di Presidente Federale ho condiviso la loro scelta ed insieme al Consiglio Federale abbiamo cercato di agevolare finanziariamente le loro aspettative anche perché hanno regalato al pugilato i migliori anni della loro gioventù ed un enorme prestigio sportivo al nostro Paese.
Ma la prospettiva di poter dare ai nostri migliori atleti un futuro professionistico non mi ha mai abbandonato. Far guadagnare più soldi a chi ha talento; mantenere viva l’impareggiabile spettacolarità del pugilato professionistico; riattivare l’interesse dei media e del mercato sportivo globale sono state le principali motivazioni che hanno indotto l’AIBA a progettare l’APB.
La missione dell’AIBA è migliorare, promuovere e dirigere il pugilato mondiale in tutte le sue forme. Il Presidente Ching Kuo WU ha fatto una scelta coraggiosa e rivoluzionaria, condivisa dalle 197 Federazioni Nazionali affiliate, e ha dato una opportunità a tutti i migliori atleti che militano nel pugilato olimpico e a tutti quei pugili, già professionisti con meno di 20 combattimenti, di potersi misurare in una competizione di 6-8-10 rounds ed al tempo stesso qualificarsi per i prossimi Giochi Olimpici di Rio 2016.
Siamo agli esordi di una storica innovazione. Un bilancio è prematuro, ma l’obiettivo di superare la catastrofica frammentazione delle sigle; la volontà di recuperare l’entusiasmo di milioni di fans e la credibilità nei piccoli e grandi eventi; riconquistare l’interesse dei media e degli sponsor, ritrovare i grandi protagonisti del ring tra gli atleti più remunerati del mondo come avveniva nel passato, rimangono fondamentali obiettivi dell’AIBA e se lo sarà anche per le maggiori Sigle professionistiche mondiali potremo riconsegnare la boxe ad un’unica Federazione Internazionale, come accade per tutti gli sport che possono vantare un solo campione del mondo in ogni specialità.
Franco Falcinelli

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Caro Falcinelli,
da sempre sostengo che vista dalla parte dei pugili  e considerando la situazione finanziaria del settore in questi ultimi anni la scelta fatta di restare dilettante a vita  sia stata saggia. Questo però li rende pugili non completi, perché si sono negati la possibilità di misurarsi con i migliori. Per quanto riguarda l’APB credo che la realtà sia sotto gli occhi di tutti. Il livello medio del torneo, a definirlo con un eufemismo, è medio basso. Ma questo è un discorso soggettivo, quello che è invece certo oggettivamente è l’atteggiamento dell’organizzazione di cui sei vice-presidente. Come puoi giustificare il diktat: o venite in esclusiva con noi o non partecipate alle Olimpiadi? Come puoi giustificare in un mercato del lavoro aperto a tutti la negazione del confronto con pugili professionisti di altre sigle, anzi con atleti impegnati in qualsiasi sport da combattimento? Questo e altro non mi piace della gestione Aiba. Ma mi fermo qui perché rischierei di essere lungo anch’io. Due sole precisazioni. Non ci trovi nulla da ridire sul fatto che l’intera nazionale di pugilato italiana sia composta da atleti dei corpi militari che sono sostenuti da soldi pubblici? E per chiudere, un ricordo. Dopo Los Angeles, prima di scegliere la Federazione, sei stato a lungo tentato di andare a lavorare a Garbagnate con la Totip di Branchini (ricordi?). E a quei tempi i soldi c’erano come tu stesso sottolinei nella tua lettera. Quindi, davanti alla scelta tra l’avventura del professionismo e la certezza federale hai scelto la seconda. Forse tutta questa passione per i pro non l’avevi neppure allora…(d.t.)

UFC, Rousey vs Holm. Sessantamila spettatori, nove milioni di dollari di incasso!

koverCi sono due cose che mi hanno sorpreso sabato nella notte del mondiale UFC dei gallo tra Ronda Rousey e Holly Holm.

Non la vittoria di Holly, che i bookmaker quotavano 14/1, ma il numero di spettatori e l’incasso.

L’Etihad Stadium di Melbourne ha ospitato 56.214 paganti, più o meno sessantamila presenze. Record per la Mixed Martial Arts, battuto di 490 spettatori St-Pierre vs Shieldscon che ne aveva portati 55.724 al Rogers Centre di Toronto.

L’incasso è stato di oltre nove milioni di dollari.

A queste cifre andranno ad aggiungersi i soldi della pay per view. Nei prossimi giorni conosceremo i numeri. L’ultimo incontro di Ronda contro la brasiliana Berthe Correia ha registrato poco meno di novecentomila adesioni. Per questo che era decisamente su un livello superiore potrebbe essere stato superato il milione, il che vorrebbe dire circa cinquanta milioni di dollari di incasso.

usa-today-8927578.0Il totale del movimento ecnomico, tra botteghino, televisioni, sponsor e merchandisign dovrebbe aggirarsi attorno ai settanta milioni di dollari. È un affare enorme per un campionato, l’Ultimate Fighting Championship relativamente giovane.

Ai protagonisti dell’evento va la fetta più piccola della torta.

L’organizzazione ha lavorato più tempo in perdita, ha investito soldi nella creazione dei personaggi e ora raccoglie quasi tutto l’incasso (circa il 75%).

La dimensione di Ronda Rousey è quella di una donna di grande popolarità. Il bronzo olimpico nel judo le ha regalato l’appartenenza alla nobilità dello sport. La sua capacità a reggere la scena, non solo dentro l’ottagono ma anche e soprattutto davanti ai giornalisti, ha aumentato lo spessore del personaggio. La velocità con cui riusciva a vincere le aveva creato attorno il mito di forza e invincibilità. Sono addirittura riusciti a farla passare per un sex symbol.

Ancora oggi, dopo la sconfitta, si parla più di lei che della vincitrice Holly Holm che al momento viene data 3/1 nell’eventuale rivincita dai bookmaker che indicano ancora la Rousey come favorita.

Ma non è di questioni tecniche che voglio parlare. Qui mi interessa capire come sia stato possibile costruire prima un personaggio e poi un evento di queste enormi dimensioni.

Nov 15, 2015; Melbourne, Australia; Ronda Rousey (red gloves) competes against Holly Holm (blue gloves) during UFC 193 at Etihad Stadium. Mandatory Credit: Matt Roberts-USA TODAY Sports ORG XMIT: USATSI-256554 ORIG FILE ID:  20151114_jel_rb8_093.jpg

Dana White è il boss dell’UFC. Ne è diventato presidente nel 2001. È riuscito a farlo diventare uno sport di fascia A. Finora ha messo in banca (fonte Celebrity Net Worth) 300 milioni di dollari di guadagni, con un salario netto annuo di oltre 20 milioni.

Gli atleti viaggiano su cifre decisamente più basse.

Fino all’ultimo incontro Ronda Rousey guadagnava 65.000 dollari per combattere, altri 65.000 in caso di vittoria, le sponsorizzazioni e una percentuale sulla vendita della pay per view. Per il combattimento contro la Correia ha intascato più di un milione di dollari.

Sono guadagni molto legati al movimento di soldi che si è capaci di produrre.

Gli sponsor entrano in campo e in maniera consistente solo accanto ai migliori. I numeri della ppv sono alti solo se sull’ottagono sale una stella internazionale dotata di forte carisma.

Per quelli che combattono nel resto del programma la borsa finale può anche essere di soli quattromila dollari. I migliori arrivano a 250.000 dollari.
I campioni e il resto del gruppo devono pagarsi da soli sia il proprio team che le spese di viaggio e allenamento.

907304-9025a66e-8b5e-11e5-afd7-da31bedfc4ecGli organizzatori sono dei grandi professionisti nella creazione dell’evento. Producono filmati di avvicinamento, come fanno del resto Showtime e HBO per il pugilato; gestiscono le dichiarazioni dei protagonisti, uomini o donne che siano; operano con una promozione curata nei particolari e su larga scala investendo su social network, spazi tradizionali sui giornali, internet e messaggi televisivi anche attraverso dichiarazioni all’interno di spettacoli molto seguiti.

Non è un caso che già dopo pochi match Ronda Rousey fosse diventata un personaggio così popolare da recitare in alcuni film, da generare uno spirito di emulazione tale da far vestire con il suo costume tanti bambini nella notte di Halloween; da sollecitare interessi di sponsor importanti che solo nel periodo giugno 2014/giugno 2015 le hanno versato 3,5 milioni di dollari; da essere ospite ambito nei più importanti talk show americani.

Credo che la gestione della promozione del personaggio e dell’evento così come è fatta nell’UFC dovrebbe diventare materia di studio per chiunque volesse lavorare nel mondo dello spettacolo sportivo.

 

 

Genitori violenti, insulti e razzismo Torino-Juventus under 10 finisce in rissa

pulcini-743x535“Che tu possa incontrare la vittoria e la sconfitta, e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso”(Rudyard Kipling)

Insulti e cori razzisti, è scoppiata anche una rissa. Si giocava a Novara il derby pulcini (bambini di dieci anni) tra Torino e Juventus. I genitori hanno atteso i “nemici” nel parcheggio dello stadio. Dopo le parole sono passati ai fatti. Le società si sono dissociate, la Juventus ha convocato i genitori accusati dell’aggressione. È l’ennesima manifestazione di intolleranza, violenza e razzismo da parte dei genitori di piccoli sportivi. Un fenomeno che non sembra riesca a trovare una soluzione.

StampaUn arbitro di calcio di 17 anni è stato aggredito dal papà di un giocatore. Il genitore ha invaso il campo e ha picchiato il direttore di gara, mandandolo all’ospedale dove è stato medicato e dimesso con una prognosi di tre giorni. E’ accaduto durante una partita del campionato Giovanissimi tra Tricase e Sogliano Cavour tra ragazzini di 15 e 14 anni. A chiedere scusa a tutti, a cominciare dall’arbitro, per il gesto violento dell’uomo è stato il figlio dell’aggressore, in lacrime. È accaduto a fine ottobre 2014. Un episodio di violenza sui campi minori, un genitore che ancora una volta tenta di farsi giustizia davanti alle presunte colpe di un arbitro.

genitori-ultrasResto sempre convinto che il problema nasca da una cultura sportiva praticamente inesistente. Non disconosco le difficoltà legate a un’impiantistica assolutamente carente a livello scolastico, all’impossibilità degli insegnanti di fare il proprio lavoro, all’attenzione pari a zero della politica, agli ostacoli che la stessa scuola pone davanti a chi abbia scelto di fare agonismo. Ma penso che fino a quando, a qualsiasi livello, l’unica cosa importante dello sport giovanile sia il risultato non si faranno passi avanti.
 Fin da piccoli, parlo dai 5/6 anni in su, i bambini vengono sottoposti a uno stress da prestazione che raggiunge il suo apice attorno ai 12/15 anni. Il gioco scompare, la gioia di divertirsi tra coetanei è affogata negli stimoli a fare sempre meglio, sempre di più.
 La generazione dei genitori ultras esiste da tempo. Ora, di pari passo con l’imbarbarimento della società, sta facendo passi all’indietro da gigante. E per i ragazzi il divertimento si trasforma spesso in un incubo.

“C’è anche da dire che è l’unica maniera ormai per diventare campione di qualche sport. Se inizi da ragazzino perché ti va è troppo tardi. I cinesi fanno così, e infatti vincono a mani basse.“ E’ il commento di un lettore all’articolo con cui il Corriere della Sera denunciava un papà condannato a due anni con la condizionale per “ossessiva attività agonistica”. Aveva fatto assumere un eccesso di sostanze e aveva assillato in modo abnorme il 14enne figlio nuotatore.

Ci sono genitori che hanno grandissime aspettative e spingono i figli verso risultati sempre migliori. Cronometrano le prestazioni dei ragazzi, analizzano lo schema tattico in cui sono stati inseriti, elencano gli errori fatti dagli altri.
Il bambino subisce questa mole di critiche e diventa ansioso, insicuro, spesso vittima di complessi di inferiorità. Così tende a rifiutare quello sport che sino a poco tempo prima lo divertiva.

volleyPartita di volley Scanzorosciate contro Aurora Seriate Under 12. I genitori ospiti insultano e minacciano l’arbitro che secondo loro stava favorendo la squadra di casa. La Scanzorosciate abbandona il campo, il giudice sportivo prima dà lo 0-3 a tavolino, poi fa rigiocare la gara a porte chiuse.

Ci sono genitori che in qualsiasi momento della vita voglio avere il totale controllo del figlio. Non importa se ottenuto attraverso punizioni, giudizi severi, comportamenti senza calore umano. Il bambino subisce una fuga dalla realtà, non ha più una sua personalità e l’unica cosa che cresce è il desiderio di scappare lontano cercando conforto, sempre e comunque, in qualche altra persona.
“Molti genitori pensano che per agevolare il figlio siano leciti anche l’astuzia e l’inganno.” Giacomo Bramè, allenatore della squadra esordienti di calcio della Verolanuova di Brescia, che ha dato le dimissioni dopo essere stato minacciato e aggredito dal padre di un bambino che lui aveva spostato dalla formazione titolare alla formazione B. 
Ci sono i genitori che considerano il figlio come un prolungamento di se stessi. Vogliono da lui il raggiungimento di quei risultati che loro non hanno neppure sfiorato. Questo produce dubbi, angosce e paure in un bambino che troverà sempre più difficile crearsi una personalità autonoma.

CorriereSera

“Vergognatevi, dovreste essere voi a dare l’esempio ai vostri figli” Alessandro Birindelli, ex calciatore della Juventus, allenatore degli esordientri del Pisa, che ha ritirato la squadra dopo che in tribuna si era scatenata una violenta rissa verbale tra genitori.

Ci sono infine i genitori portati a perdonare tutto, a ripulire da eventuali ostacoli il cammino che il loro bambino dovrà affrontare. Lo giustificano qualsiasi cosa faccia, sia questa un calcio a un avversario o l’insulto all’allenatore. Ancora una volta, incapace di affrontare e superare da solo ogni problema, il bambino diventerà insicuro e con una debole personalità.
I colpevoli degli insuccessi dei figli sono così stati identificati in ordine decrescente
1. arbitro
2. Allenatore
3. compagni di squadra
4. avversari
5. gioco scorretto
Se solo i genitori potessero far propri due concetti fondamentali, probabilmente vivrebbero meglio loro ed i bambini.
Uno.
Nello sport esiste anche la sconfitta. Non è un’onta incancellabile, ma un’occasione per ripartire più forti dopo avere capito i propri errori.

Gazza
A livello giovanile l’esaperata ricerca del successo provoca traumi che il bambino si porta dietro anche nell’età adulta.
Ma del resto quali sono gli esempi che entrano nelle nostre case? 
Pur di vincere, alcuni tra i campioni più acclamati fanno uso di doping. All’intero di ogni sport c’è spazio per la combine, l’alterazione volontaria del risultato. L’arbitro è il principale colpevole di qualsiasi negatività, raramente si riconosce la superiorità dei rivali. Non si perde mai perché si è in quel momento inferiori, ma perché qualcuno ha aiutato gli altri che sono stati anche fortunati.
Lo sport manca di infrastrutture, non c’è una volontà politica che spinga a creare le condizioni affinchè i bambini possano praticarlo. Ma un altro grande male si annida nelle società moderna. Il genitore ultras.
Viviamo in un Paese che ha dimenticato il concetto di sociale. Quello che è un bene di tutti, diventa quasi sempre un bene di nessuno. Qualcosa che è lecito calpestare, deturpare, distruggere. Gli altri non esistono, ci siamo solo noi. Per arrivare in cima molti sono disposti a tutto, buttando giù dalla torre qualsiasi rivale. Perché lo sport dovrebbe essere diverso?
A Tricase quel giorno è stato un ragazzo a restituire fiducia nel futuro dello sport. Le sue lacrime e le sue scuse hanno regalato dignità a una giornata per ogni altro verso molto triste.
Dopo quello che è accaduto al derby pulcini (giocatori di dieci anni) di Torino, conferma che la strada è ancora molto lunga e lo sport non è altro che un microcosmo della società.

 

Lettera d’amore del figlio per il papà scomparso. In ricordo di Giovanni Vitillo, campione di boxe

Ho ricevuto questa lettera. Mi ha fatto pensare. Non conosco né chi me l’ha inviata, né ho conosciuto
colui che l’ha ispirata. Di morte purtroppo si parla tanto in questi giorni tristi. Troppo spesso ne discutiamo spinti dall’emozione del momento, poi torniamo alle nostre vite e poco a poco dimentichiamo. Non totalmente, l’11 settembre del 2001 è un’altra data che non potremo mai cancellare dalla memoria. Ma quei fatti non hanno più la forza lacerante che avevano in quelle ore. Forse accadrà anche stavolta. Sangue e dolore verranno messi momentaneamente da parte sino a quando un’altra tragedia non tornerà a sconvolgerci. È  la difesa che la nostra anima pretende per continuare a vivere.
Nel Gattopardo il Principe don Fabrizio di Salina, interpretato da Burt Lancaster, rimprovera ai giovani di sentirsi immuni dalle tragedie perché accadono lontano da loro: “Io penso spesso alla morte. Vedi, l’idea non mi spaventa certo. Voi giovani queste cose non le potete capire, perché per voi la morte non esiste, è qualcosa ad uso degli altri”.
Non conosco chi mi ha inviato questa lettera, ma rispetto il suo dolore.
La pubblico perché è un figlio che chiede di onorare il padre. E perché credo chi è stato campione italiano di uno sport duro come il pugilato il giorno in cui se ne va per sempre meriti di essere ricordato da tutti quelli che seguono la boxe per passione.

Ciao Dario,
mi chiamo Mirko Vitillo e oltre ad essere il figlio di un pugile degli anni 70/80 sono anche appassionato di boxe e ti seguo soprattutto su boxeringweb.
Volevo informarti della morte di mio padre Giovanni Vitillo, campione italiano di boxe nel 1981-1982, avvenuta giovedi 12 novembre all’età di 61 anni, portato via da un cancro diagnosticato solo 40 giorni prima. Avendo lui combattuto solo a livello italiano non so se ne hai mai sentito parlare. Mi ha fatto piacere vederlo ricordato dal mondo della boxe locale, ai funerali hanno partecipato il presidente del Comitato FPI Toscana Ghirlanda e molti esponenti della boxe locale tra cui Bruno Simili, amico e compagno di allenamenti del babbo.
Vorrei informare il mondo della boxe di questa mancanza e allora ho deciso di scriverti raccontandoti in grandi linee la sua storia.
Il babbo iniziò con il pugilato nel 1970-1971 all’età di 16 anni esordendo come novizio dopo soli 9 mesi di palestra come peso superpiuma. Nel 1976 fu campione nazionale militare dei pesi leggeri. Nello stesso anno fu scelto per rappresentare la nazionale ai Giochi Olimpici di Montreal, ma non vi poté partecipare a causa dell’epatite C di cui fu vittima. Nel 77 l’esordio al professionismo dove raggiunse il titolo italiano dei leggeri nel 1981. Chiuse la carriera nel maggio 1982 con una vittoria per KO su Sotgia (non come erroneamente riportato da boxrec nel 1984) con un record di 19 vittorie (10 ko) 5 sconfitte tutte ai punti (l’unica sconfitta subita per KO in realtà fu per intervento medico a causa di un taglio subito) zero pareggi. Dopo il ritiro vinse il concorso per operaio comunale. Continuò a insegnare la boxe e a presiedere la pugilistica cascinese (provincia di Pisa) fino ad una decina di anni fa. Lascia la moglie Barbara, me e un nipotino di nome Pietro.
Un saluto
Mirko Vitillo

 

Holly Holm mette ko Ronda Rousey. La boxe mette ko l’UFC

Holly-Holm-and-Ronda-Rousey

Il 22 agosto è stato ufficializzato il match tra Ronda Rousey e Holly Holm. In quell’occasione ho scritto il pezzo che segue. Sabato notte Holly Holm ha sconfitto per ko 2 Ronda Rousey ed è diventata la nuova campionessa del mondo UFC. “Al cuore Ramon, al cuore, altrimenti non riuscirai a fermarmi. Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto. Avevi detto così. Vediamo se è vero” (Sergio Leone, Per un pugno di dollari). Mi hanno chiesto tante volte• “Se un pugile affronta un fighter dell’UFC chi vince?”. Holly Holm ha dato una risposta che potrebbe essere definitiva.

La figlia del predicatore vuole la cintura di Ronda Rousey.
Non curatevi di tutto quello che diranno fino al giorno della sfida, la verità è assai semplice. Holly Holm è la più seria minaccia al titolo di Ronda, una ragazza che in dodici incontri ha conquistato il titolo mondiale e l’universo dei media.
Holly è stata grande nel pugilato. Ha disputato ventidue combattimento con il titolo in palio, vincendone venti. È stata campionessa in tutte le sigle, Wbc e Wba comprese, ha conquistato la corona in due diverse categorie, è stata nominata per due anni (2005e 2008) la migliore pound for pound da The Ring.
Nata ad Albuquerque, è cresciuta a Bosque Farms nel New Mexico.
Reggie, il papà, è un predicatore alla Edgewood Church di Cristo.
Tammy, la mamma, fa massaggi terapeutici.
Nessuno dei due voleva che la figlia salisse su un ring.

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Holly è una bella ragazza che ama cucinare, fare la torte, va in chiesa onorando tutte le feste, ama gli animali (in casa ha due gatti: Buster, come il suo pupazzo di pezza, e Frenchie come una delle Pink Ladies di Grease) e adora cucire i vestiti per i bambini.
È una ragazza competitiva. Ha giocato al calcio, praticato ginnastica, nuoto e tuffi. Ha provato con l’aerobica, è passata alla kick boxing ed è approdata alla boxe.
Una campionessa, una delle migliori in circolazione.
Popolare nella sua zona, ma anche fuori. I 23.700 followers su Twitter lo confermano.
Ha battuto due icone del pugilato femminile, Christy Martin e Mia St John.

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Forte e conosciuta. Ma a caccia di qualcosa di più eccitante. E, possibilmente, più remunerativo.
L’offerta è arrivata dalla MMA e lei ha detto sì.
Ha chiuso con la boxe nel maggio del 2013 e ha deciso di dedicarsi totalmente alle arti marziali.
Nove match, move vittorie, sette per ko.
Ronda Rousey ha annunciato l’incontro venerdì a Good Morning America, una delle trasmissioni di punta della ABC.
Lei è sicuramente la mia sfida più grande fino ad oggi, sono super eccitata
Ne è passato del tempo da quando mamma Tammy chiamava Nay Nay la sua bambina. Qualche giornalista in vena di parole forti le aveva regalato un altro soprannome: “Hottie Holly“. Ma non piaceva a nessuno, così è stato cambiato con quello pià ovvio,  ma almeno più veritiero: la figlia del predicatore.

Tammy ha visto solo il primo match professionistico della figliola pugile, poi è rimasta a casa in attesa di una telefonata che testimoniasse che tutto era andato bene. Reggie le è invece stato vicino, era sempre all’angolo assieme a quelli del clan. Il suo era un compito semplice. Mettere e levare lo sgabello durante gli intervalli. Ma almeno poteva rendersi conto in tempo reale se la vicenda rischiava di prendere una brutta piega.

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Alla mamma non piacciono i microvestiti o addirittura il bikini che Holly indossa alla cerimonia del peso. Sa che fanno parte dello spettacolo, ma proprio non le vanno giù.
Holly Holm è una tranquilla signora di 33 anni. Cucina, aiuta i bambini, partecipa alla vita sociale.
Sul ring si trasforma e diventa una tigre.
Era così nel pugilato (32-2-3, 9 ko il suo record), è così nella MMA.
Ronda Rousey è un idolo delle arti marziali, nell’ultimo anno tra borse e sponsor ha guadagnato 6,5 milioni di dollari. La popolarità ha varcato i confini del suo sport e degli States. È uno dei volti più conosciuti. L’ultima difesa l’ha chiusa in 34 secondi. Stavolta dovrebbe andare più a lungo.
La figlia del predicatore è davvero una minaccia.

Mayweather, un video da vero signore: donne sculettanti e dollari contro la telecamera…

FM2Un uomo di classe.

Floyd Mayweather jr ha postato su Instagram (75.700 Mi Piace, 20.700 commenti) e Twitter un video in cui un gruppo di gentildonne scuoletta senza sosta mentre lui, Pretty Boy, lancia dollari verso la telecamera.

È il 10 novembre.

Un normale party casalingo alle 5:16 del mattino per il Signor La Mia Vita è Una Merda” (Sh*t nell’originale, perché i veri signori non scrivono parolacce).

Questo il testo geniale e arguto del messaggio lanciato online.

Il signorino non è nuovo a imprese del genere, a esibizioni in cui mette a nudo il ruolo che la donna ha nella sua vita.

Esattamente un anno fa aveva postato su Facebook un video molto simile.

E adesso dà anche lezioni di comportamento. Riprende Golovkin, attacca Broner, insulta Berto, si prende gioco di Pacquiao.

Confermo quello che da sempre penso di lui.

Un fuoriclasse sul ring, un uomo decisamente odioso quando ne scende.