Federica e la paure degli uomini

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Estate 2011, riviera adriatica. Un pomeriggio con Federica Pellegrini. Amori, manie, segreti. Il ritratto insolito di una ragazza che aveva fretta di crescere. 

 

FEDERICA ha scacciato gli incubi che turbavano le notti prima della gara. Chiusa in una stanza senza finestre, nè porte, vedeva l’acqua salire su lentamente. Non poteva scappare, non poteva gridare. E solo quando stava per soffocare, si svegliava. Senza fiato, costretta a respiri profondi per uscire dall’apnea in cui era precipitata.

Sognava di venire colta di sorpresa dallo starter e doveva tuffarsi in piscina senza avere il tempo di togliersi l’accappatoio. Nuotava faticosamente sino alla fine, poi usciva dal sonno prigioniera delle lenzuola e con l’ansia che cresceva ogni secondo. Oggi, finalmente, è serena. Niente più vigilie piene di angoscia. Una paura però è rimasta.

La spaventa l’incapacità degli uomini a mostrare i propri sentimenti. Lei è per l’amore romantico. Il cielo stellato, le rose bianche, un viaggio a Capri. Ma, confessa, è difficile vivere una passione così.

Perché gli uomini, se devono dire parole dolci alla fidanzata, si sentono sminuiti. Sono frenati dall’orgoglio e restano muti.

L’uomo, si sa, è pieno di difetti.

Alle donne basta un bacio, gesto di grande sensualità, per capire tutto. A voi, e non si sa perché, serve molto, ma molto di più.

Azzardo.

Perché le donne sono più mature.”

Replica.

Bella scusa.”

E’ seduta accanto a me, sprofondata sul divano, nel caldo umido di una giornata come tante sulla riviera adriatica. Fatica a stendere le lunghe gambe sotto il tavolino. Indossa un paio di short jeans, una maglietta bianca con le bretelline. La gente passa, la riconosce e sorride. Lei, ricambia.

Federica Pellegrini, 23 anni e una gioventù vissuta nuotando.

Sono entrata in acqua a otto mesi e in pratica non ne sono più uscita.”

A 16 anni l’argento ai Giochi di Atene. Poi sono arrivati l’oro olimpico di Pechino e i quattro titoli mondiali, assieme a undici record del mondo. Ha attraversato momenti bui, grandi felicità, mari di amarezza, picchi di gioia. E’ cresciuta in fretta, ma del passato non rinnega nulla.

Io la mia vita ho deciso di viverla come l’ho sognata”, mi dice prendendo in prestito una frase di Sabine Azèma dal film “Una domenica in campagna”.

Poi, aggiunge: “E sono stata fortunata”.

Mi ripete una, due, dieci volte, che non si farà mai condizionare dalla presenza di un fotografo o di una telecamera. Ha deciso di mettere davanti a tutto la voglia di vivere, non permetterà che siano gli altri a decidere per lei. Poi, può capitare che accadano piccole o grandi tragedie. Ma quello fa parte del grande mistero della vita, il resto no.

E così questa storia con Filippo Magnini, cresciuta fino a diventare il gossip dell’estate, la sta vivendo in maniera meno traumatica di quanto possa sembrare. Giura che continua a negare il grande amore, solo perché grande amore non è.

Ci stiamo conoscendo, stiamo scoprendo ogni giorno qualcosa di nuovo. Ci frequentiamo. Può essere l’inizio di qualcosa o anche finire qui. Non mi sono mai posta dei limiti. Ma adesso è troppo presto per dire di più.”

Nella testa ha altre priorità. L’Olimpiade di Londra 2012, ad esempio.

E dopo i Giochi inglesi?

Continuerò a nuotare.”

Ma questo non significa che non pensi a se stessa come donna. Vuole avere due bambini prima dei trent’anni. Ecco un’altra priorità. Me la racconta sorridendo, ma sembra che lo faccia solo per mascherare qualcosa di tremendamente serio.

Spero di trovare un uomo con cui fare questi figli. Sinceramente da sola non me la sentirei, anche se non condanno chi fa questa scelta. Io no, io sono per una visione romantica della vita e dell’amore. E se prendessi quella strada, tradirei me stessa.”

E come dovrebbe essere quest’uomo?

Non dovrà avere paura di mostrare quello che prova. Il resto verrà poi.

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FEDERICA ha la necessità di marcare fisicamente il tempo che passa. Non le basta la memoria. Non si accontenta della tecnologia di un computer. Ecco così aumentare a livelli inquietanti il numero delle fotografie, ma anche quello dei tatuaggi.  Nella casa di Verona in cui ha appena traslocato, ha cinquemila foto, divise in cinquanta album. C’è tutta la sua storia. Da quando era piccolina fino ad oggi.

Mi fanno andare a ritroso con la mente, è un viaggio che mi piace fare, anche se a volte mi mette addosso un po’ di malinconia. E poi ci sono i tre album custoditi nella cameretta di Spinea, nell’abitazione di famiglia. Lì ci sono solo foto top secret, quindi non farmi domande.”

Foto, ma anche tatuaggi. Ne ha sette. Presto arriverà l’ottavo.

Ho bisogno di imprimere sulla pelle ogni momento significativo della mia vita. Dopo un cambiamento totale come l’ultimo, come potevi pensare che non mi facessi un altro tatuaggio?”.

Anche qui inutile fare domande, dove? cosa?, ma una proprio non riesco a tenerla per me. Le ricordo che i tatoo sono per sempre. E rimangono lì anche quando il momento magico è passato. Che ne sarà di quel Balù, l’affettuoso soprannome dell’ex fidanzato Luca Marin, stampato sul piede destro?

Vero, adesso c’entra poco con la mia vita. Ma i tatuaggi si possono sempre coprire. Non so se lo farò, ma se comincerò a starci troppo su col pensiero, se inizierà ad infastidirmi, lo coprirò.”

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HA CAMBIATO casa. Si è portata dietro, oltre alle scarpe che hanno raggiunto il minaccioso numero di 254 paia, le cose a cui tiene di più: le candele che riempiranno ogni ambiente, l’acquario con i pesciolini rossi a doppia coda, la “Dormeuse” di Tamara de Lempicka che le fa da coperta di Linus (guarda il quadro e ritrova la serenità perduta).

Ha abbandonato un ombrello thailandese, le tendine giapponesi, il telo col disegno di un dragone. Le ricordavano l’amore appena finito. Ad ogni oggetto, regala un valore particolare. Le chiedo di mostrarmi l’anello che ha all’anulare della mano sinistra. Se lo gira attorno al dito, poi me lo fa vedere con orgoglio. Glielo ha regalato Cinzia, la mamma, alla vigilia dei Giochi di Atene 2004. Si è rotto prima di Pechino 2008, ma Fede l’ha fatto rimettere a posto. E per ogni evenienza ne ha uno di riserva, donatole sempre dalla mamma. E’ l’anello di Karnak, dicono possa risolvere rapidamente le sofferenze da stress o da somatizzazioni, e abbia il potere di ridurre le negatività. Sul comodino della camera d’albergo, in qualsiasi parte del mondo si trovi, Federica mette da due anni le pietre (una rossa contro le paure, una nera che regala tranquillità) lavorate con lo spirito delle filosofie orientali dalla compagna Laura Letrari, che gliene ha fatto regalo alla vigilia dei Mondiali di Roma 2009.

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LA SMANIA di crescere. Una situazione emotiva che le ha fatto credere di essere diventata donna molto prima di quando in realtà non fosse. Lo diceva già al diciottesimo compleanno, a bordo vasca durante gli Europei di Budapest 2006.

Non sono più una bambina, sono una donna.”

Sentiva che dentro di lei qualcosa stava cambiando e le sembrava che potesse aiutare la crescita con le parole.

E invece donna, mi ci sento solo da qualche mese. Una bella donna.”

Un volto luminoso, solare, incorniciato da una caschetto biondo che regala sensualità a una figura slanciata. E’ bella Federica. Lo sa e non fa niente per nasconderlo. Così, quando le chiedo, a quale personaggio femminile le piacerebbe somigliare, mi regala una risposta che non mi sorprende.

Sono troppo vanitosa per dire che preferisco un’altra. Mi piaccio con tutti i miei difetti.”

Le hanno chiesto di posare per un calendario, ha detto no.

Non sono mai stata pudica, le foto nuda le ho fatte. Però il calendario lo realizzi per venderlo, devi solleticare la curiosità dei compratori. Io le foto nuda le faccio per me stessa, senza volgarità. E basta.

La rottura con Marin, l’inizio di una storia con Magnini. In mezzo la fine del rapporto con il tecnico Morini, il passaggio con Philippe Lucas e il ritorno a casa. A Verona con Federico Bonifacenti e (per brevi periodi) a Roma con Claudio Rossetto, il tecnico di Superpippo. Alias Filippo Magnini. Ancora di corsa. In passato l’affanno l’aveva portata a dividersi tra certezze assolute e insicurezze di fondo.

Adesso non c’è più solo bianco e nero. Sono arrivate anche alcune sfumature, c’è più armonia in me.”

La grande mutazione è nata qualche mese fa a Tenerife, durante un ritiro della nazionale. Veniva da due mesi di clausura parigina (“Sveglie all’alba, allenamenti pesanti, io e Luca, Luca e io”), quando ha incontrato un gruppo di compagne che aveva voglia di divertirsi. Le ragazze l’hanno tirata dentro.

Lì ho capito cosa mi era mancato negli ultimi tempi. Lo stare assieme, il divertirsi, la spensieratezza nell’affrontare le situazioni. Mi ero isolata. Poi c’è stato il clic, la consapevolezza piena di una situazione che stava cambiando. Sono più comunicativa, più di compagnia, so stare di più allo scherzo. Un cambiamento radicale, lo si nota anche negli occhi. Me l’hanno detto mamma e papà che mi hanno visto in televisione dall’altro capo del mondo.”
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TORNANO gli uomini. Federica si allena con loro e quelli non ci stanno a farsi superare. “Sono molto orgogliosi, piuttosto che cedere, prendono una settimana di febbre. E questo a me fa ridere.”

Tento un replica.

Beh, farsi battere da una donna non è bello.”

Lo so. Per voi è così. Ma io godo, come godo. Godo davvero.

Filippo Magnini ha detto: “Federica è una che prende quello che vuole”. Lo ricordo alla ragazza.

E’ vero. Sono una persona molto determinata. Nella vita e nello sport.”

Passiamo ai difetti.

Non sono diplomatica, a volte al primo incontro risulto antipatica o addirittura stronza.”

Tutto qui? Neppure una follia tenuta nascosta?

Le mie follie nascono dalla gelosia. Un esempio? Prendere la macchina all’1 di notte, andare a controllare se il tuo ragazzo è a posto e tornare a casa senza farti vedere. Parlo di due anni fa. Il fatto è che sono un’istintiva, appena mi parte l’embolo devo incatenarmi. In quei dieci minuti devo controllarmi, altrimenti sclero. Potrei fare qualsiasi cosa. Ma non sono gelosa perché lui esce di sera. A mandarmi fuori di testa è una parola strana, un messaggio che non corrisponde. Ma forse sono semplicemente i film che si fanno le donne.”

Allora, qualcosa che non va lo avete anche voi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Zoff, una notte da mago

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Un’impresa esaltante, un momento magico nella vita di un uomo che pensava di non avere più nulla da prendere. E’ la calda estate del ’99. A Le Cannet in Francia, Stefano Zoff vince il mondiale Wba dei leggeri. Paura, gioia, urla, sorrisi. C’è tutto in questa storia che vive i momenti più dolci quando riesco a raccontarla attraverso gli occhi di Veronica. La figlia del Pirata.

VERONICA ha otto anni, riccioli castani, lo sguardo sempre attento. E’ la bambina di Stefano Zoff, diventato campione del mondo dei leggeri a 33 anni. Un’età in cui in molti smettono di combattere.

Sabato notte Veronica è entrata nello spogliatoio, aveva gli occhi rossi di sonno e di pianto, ha tirato su il faccino ed ha detto poche parole.

Papà, ti ha fatto male?

Anche un guerriero sa essere dolce. Zoff ha preso su la figlia e si è fatto il primo regalo da campione.

Un tenero abbraccio.

Veronica il match l’ha visto a tratti. Stefano non avrebbe voluto, ma lei e mamma Deborah non hanno resistito. Hanno guardato le 12 riprese del mondiale pregando che al loro uomo non accadesse niente di brutto. Erano accanto alla porta, su in alto, nelle gradinate di un Palasport pieno di gente. Un round visto per intero, altri due immaginati attraverso gli occhi chiusi. Poi, alla nona ripresa, Veronica ha sentito la mano della mamma che stringeva con più forza la sua.

La bambina l’ha guardata in faccia e le ha detto una frase da grande.

Andiamo via, assieme a te non si può vedere niente.”

Sono rientrate solo al momento del verdetto.

Julien Lorcy aveva gli occhi gonfi, una brutta ferita sotto l’arcata sopraccigliare sinistra, rivoli di sangue disegnavano la sua faccia. Il torello infuriato alla fine aveva incontrato il suo matador.  Lo sfidante aveva preso in mano la partita dopo soli tre minuti, il tempo di una ripresa. Aveva tolto spazio, respiro, possibilità di movimento al campione. Attaccato, soffocato da quel sinistro che non gli concedeva tregua, il francese aveva cercato di abbozzare una reazione. Ma l’altra notte Stefano Zoff apparteneva alla schiera dei grandi del ring, di quelli che sanno regalarti emozioni andandole a pescare nel profondo dell’anima. E così quando anche l’energia stava finendo, è stato il coraggio a fare da terreno fertile, da riserva a cui poter attingere per le ultime decisive risorse.

Quando vado a trovarlo negli spogliatoi, Zoff ha la faccia di uno che ha appena visto passare un marziano, ma non ha avuto il coraggio di chiedergli nulla.

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Non mi sembra vero. Sto pensando che domani, quando tornerò a casa, mi sveglierò e riprenderò a vivere la mia esistenza di sempre. La gente mi darà le solite pacche sulle spalle dicendomi: “Bravo Stefanino, ma non vinci mai niente. Stefanino, hai 33 anni, è ora che tu faccia qualcosa.

E’ difficile spiegare come un bravo pugile di questa età possa essere diventato quel campione che ho visto sul ring l’altra sera. Certo si allena con più metodo. A Ferrara, da Massimiliano Duran si fa sul serio.

Palestra, dieta, a letto presto. Quando avevo 20 anni mettevo il cambio dei vestiti nel bagagliaio della vespa, andavo ad allenarmi, mi cambiavo e via in giro fino alle 3 di notte. Alle 7 ero già in piedi per andare a lavorare (faceva l’imbianchino, ndr). Adesso se provo a farlo una sola volta, mi ricoverano.”

E’ un tipo allegro Stefano. Un tempo si faceva accompagnare anche dalla superstizione, adesso ha capito che può farne a meno. Ma fedele al passato qualcosa si porta ancora dietro: una moneta da mezzo dollaro d’argento regalatagli da Franco, il fratello del manager.

Salvatore Cherchi è l’uomo che ha creduto in Zoff quando a 32 anni è andato a chiedergli un grande finale di carriera. Che questo mondiale si sarebbe fatto, glielo ha detto mentre gli sfilava i guantoni dopo la vittoriosa difesa del titolo italiano contro Perugino. Il pugile ci ha messo qualche giorno a credere che quelle parole avrebbero avuto un seguito.

Sì, mi sono detto, è la solita storia. E invece è arrivata la sfida a Lorcy. In giro non c’era nessuno disposto a scommettere su di me. Non dico 100.000 lire che sono tante, ma neppure 5.000. In allenamento, durante una seduta di guanti con Casamonica, mi sono fatto un taglio sotto l’arcata sopraccigliare destra. Proprio io che in carriera non mi sono mai spaccato. Per fortuna è andata bene, così come è andata bene dopo quella testata del francese nell’ultima ripresa.

Un taglio di due centimetri sotto il sopracciglio sinistro, tre punti di sutura. Ieri mattina era già tutto dimenticato. Michel Acaries mentre prendeva un aperitivo con lui sulla Croisette di Cannes, gli ha lanciato la proposta: 15 novembre a Parigi contro Gabriel Serrano, lo sfidante ufficiale.

Parigi? Serrano? Mi va bene tutto, basta che la borsa sia buona. Io però vorrei togliermi un altro sfizio: combattere a Las Vegas. Cherchi dice che sono matto e che è tempo di bussare a denari, basta inseguire i sogni.”

Campione del mondo. Ieri una favola, oggi una realtà.

Ho pensato mille volte a cosa avrei detto. Ora sono senza parole. Ho solo una piccola cattiveria: spero che i “nemici” sabato notte siano stati davanti alla tv ed abbiano sofferto il giusto.

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Si torna a casa. Adesso Stefano riaprirà Playground, il negozio di abbigliamento in via Rosselli a Monfalcone, poi si farà un nuovo tatuaggio scrivendo World Champ sotto i bicipiti (foto). Andrà a fare compagnia ai tre che già disegnano il suo corpo: un cobra sulla spalla sinistra, un disegno tribale sulla destra, un vichingo e un lupo sulla schiena. La vita continua, adesso però Zoff, che si porta dietro anche il soprannome di Pirata, la attraverserà da campione del mondo. Un titolo vinto all’estero, in un match vero, contro un bravo avversario. Ha ragione Veronica quando gli dice una frase che lo riempie d’amore.

Papà, sei stato davvero bravo.

La strada dei sogni

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Vigilia di Wimbledon, anno 2001. I due campioni in carica partono favoriti. Pete Sampras e Venus Williams sono nati a pochi chilometri di distanza, ma in due mondi diversi. Ecco la storia di una strada che unisce ricchezza e povertà.

A LOS ANGELES c’è una strada, la I-710 North, che collega Rolling Hills ad Atlantic Avenue. Quei 25 chilometri partono tra bougainvillée ed oleandri, poi ci sono le scuderie dei cavalli, gli steccati bianchi che proteggono ville miliardarie. A quel punto si comincia a scendere, fino ad arrivare giù, in quello che gli abitanti di Compton Boulevard chiamano parco, ma a chi viene da fuori sembra solo  una scheggia di verde circondato da muri, sudici negozi, piccole case bianche.

Laggiù vicino all’Oceano, al Jack Kramer Club di Rolling Hills, ha imparato a giocare Pete Sampras (foto). L’uomo che ha vinto sette volte Wimbledon e da oggi insegue il quinto titolo consecutivo, impresa riuscita solo a Bjorn Borg. Lassù, in quello che papà Richard chiama scherzosamente Compton Hills Country Club, è cresciuta Venus Williams che lo scorso anno ha conquistato i Campionati.

Anche se ora abitano entrambi in Florida, è lì che hanno studiato da fenomeni. A Los Angeles, divisi da quella strada lunga 15 miglia che porta dai campi dei ricchi a quelli di chi deve soffrire per riuscire a vedere l’alba del giorno dopo.

Pete Sampras viveva nei condomini di Rancho Palos Verdes, in cima alla collina. A quei tempi era una zona popolata soprattutto da ingegneri aerospaziali. Come lo era Sam, suo padre. Oggi un censimento vedrebbe prevalere la popolazione asiatica, rispetto a quella americana. Ma il livello di vita continua a crescere: una famiglia media che prima guadagnava 160 milioni di lire l’anno, oggi tocca facilmente i 300.

Venus Williams viveva nell’inferno di cemento, dove l’unica musica che si sentiva era quella delle pallottole delle gang in lotta fra loro. Oggi l’indice di criminalità è sceso, si può passeggiare più tranquilli di prima. Ma il reddito medio fatica a salire: da 45 milioni annui si è passati a 50.

Lui giocava al Jack Kramer Club, dove l’iscrizione a fondo perduto costa 22 milioni e le rette mensili sono di 300.000 lire. Lei si impratichiva a East Rancho Dominguez Park, dove le reti erano piene di buchi ed il campo era in asfalto ed aveva crepe da far spavento.

Pete Sampras e Venus Williams sono i campioni uscenti di Wimbledon. In comune hanno il talento, un forte senso della famiglia, il legame con le proprie radici. Tutti finisce qui. Lui appartiene alla borghesia ricca; è schivo, sfuggente, incapace di catturare una platea di ascoltatori. Lei viene dal popolo; è estroversa, spiritosa, in grado di mettere in fila una lunga serie di esagerazioni senza arrossire.

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Sono bravi. Sono diversi. Non hanno giocato molto quest’anno. Lui ha problemi cronici: la schiena lo tormenta, l’età non lo aiuta. Si è arreso al matrimonio d’amore con l’attrice Bridgitte Wilson ed ha scoperto che nella vita c’è qualcosa di meglio del tennis. Ma stesse fermo anche un anno intero e si riprensentasse solo per rigiocare Wimbledon, lo indicheremmo ancora come il favorito. Lei ha avuto guai alle caviglie, alle ginocchia, alle braccia. E’ stata coinvolta in bollenti polemiche, ha risposto duramente. Venus (foto) ha capito da sempre che oltre al tennis la vita regala tante altre belle cose, ma questo non vuole dire che non le piaccia continuare a vincere.

Oggi si comincia. Agassi, Rafter, l’eterna speranza Tim Henman o il grande rivale Lleyton Hewitt. Tutti in seconda fila dietro Sampras che va all’attacco del record assoluto: otto titoli a Wimbledon. Le donne? Hingis in cerca da due anni di una vittoria in un torneo dello Slam, Davenport o le ragazze terribili Cljisters ed Henin, la sorellina Serena. Possono farcela, ma su tutte c’è lei,  Venus Williams.

Quindici miglia di strada separano le origini di Pete e Venus, due mondi distanti anni luce. L’erba magica di Wimbledon li ha riuniti lo scorso anno. E chissà, potrebbe farlo ancora.

Liston, Ali e la mafia

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DI NIENTE è stato mai sicuro Sonny Liston, neppure di quando o dove sia nato. Nessuno conosce il giorno della sua morte. Solo lui e l’uomo che lo ha ammazzato potrebbero darci una risposta certa.

Dicono sia venuto al mondo l’8 maggio 1932. Così giurano i manager. Avrebbe potuto anche essere l’8 gennaio dello stesso anno. Così sembra ricordare la madre. Oppure il 7 febbraio del 1927, come è scritto sulla fedina penale. Anche sul luogo non si hanno certezze. È in una zona dove si coltivava cotone. Pine Bluff o Little Rock in Arkansas? Memphis, nel Tennessee? Forse Sand Slough, all’interno della Morledge Plantation dove lavorava Tobe Liston. Il padre.

Sonny ha una cicatrice sulla guancia, sul torace una linea lunga e sottile marchia il suo corpo. Ma sono quei segni color rame sulla schiena, ricordi di vecchie frustate, a raccontarci chi sia Charles L. Liston. Ha gli occhi grandi, palle che sembrano schizzare via dalle orbite. Trasmettono paura, tristezza, infelicità.

Tobe Liston era un uomo piccolo, pesava 66 chili, era alto appena 165 centrimetri. Sposato con Leona, avevano avuto tredici figli: sette dei quali erano sopravvissuti al parto. Si era poi risposato con Helen Baskin (un donnone: 40 chili più pesante di lui, dieci centimetri più alta). Big Hela, come la chiamavano gli amici. Era giovane, aveva 27 anni meno del marito. Con lei, Tobe avrebbe avuto altri nove figli.

Vivevano con i pochi dollari guadagnati lavorando come mezzadri. Tre quarti del raccolto andavano al padrone del terreno, solo un quarto rimaneva per loro. Erano arrivati in Arkansas nel 1916, venivano dalle terre del Mississippi River. Con loro una folla di figli, un nonno vecchio e malato. Abitavano in un’unica grande stanza, le finestre erano dei buchi nelle pareti. Big Hela doveva coprirle con il cartone per limitare i danni provocati dal vento. Nella baracca c’era il gelo di inverno, un’afa insopportabile d’estate. E c’era il papà che frustava Charles, tutti i giorni.

Il piccolo Liston comincia a lavorare a otto anni. Raccoglie il cotone. Di notte prega che la pioggia non rovini il raccolto. Di giorno suda, mentra la fatica gli spezza la schiena e le gambe. Le mani corrono veloci a strappare le capsule soffici dalle piante, le dita si scorticano, il collo brucia sotto il sole. Molti anni dopo, quelle mani sarebbero diventate enormi. Dure sopra, morbide e bianche nella palma. E avrebbero conquistato il mondo.

Il Paradise Memorial Gardens è un’oasi di verde nel sole accecante di Las Vegas, tra Eastern Avenue e Patrick Lane. Nelle prime file del cimitero c’è una piccola lapide. Il rumore assordante degli aerei in atterraggio sulle piste del McCarran Airport, impedisce di pregare in pace. Su quella lapide (foto sotto) è scritto: «Charles Sonny Liston 1932-1970. Un uomo».

«Vuoi trovare la sua tomba? Facile, cerca quella senza fiori».

Il vecchio custode del cimitero conosce benissimo il tipo che gli sta davanti, ma non ha nessuna voglia di fare eccezioni. Mike Tyson è al Paradise Memorial Gardens per rendere omaggio a uno dei grandi della boxe. Uno come lui. Rispettato come pugile, mai amato come uomo. È lì per capire. E ora sa che Sonny Liston non riposa in pace.

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LA SECONDA Guerra Mondiale è appena finita. La piantagione offre raccolti sempre più scarsi, l’unica cosa a crescere è la fame. Big Hela lascia l’Arkansas e con sei figli si trasferisce al 220 di North Beach Street a St Louis. C’è una fabbrica di scarpe che ha bisogno di operaie. Un lavoro, uno stipendio fisso, una vera casa, una città. Helen Baskin, a 49 anni, sembra finalmente serena. Charles la raggiunge dopo qualche mese. In poco tempo diventa alto e grosso. Il 30 dicembre del 1949 ha (più o meno) 17 anni, pesa novanta chili ed è alto 1.80. Deve essere questo fisico robusto a mettergli strane idee nella testa.

Il posto giusto per lui, pensa, è nella criminalità. Porta la data di quel venerdì dopo Natale, il primo rapporto della polizia su un’attività illecita. Tre uomini rapinano un vecchio commerciante. Il bottino è di 45 dollari. I tre delinquenti (non identificati) sono indicati come: Negro #1, Negro #2, Negro #3. Lui è Negro #1 e ora abita al 1006 di O’Fallon Street, al confine tra la zona dei neri e quella degli italiani. I suoi compagni si chiamano Willie Hordan e William James. Un’altra rapina a mano armata in un supermercato, ancora una in un ristorante, un furto, un’intidimidazione, il pestaggio di un poliziotto e il suo indirizzo diventa “Charles L. Liston, Jefferson City. Penitenziario dello Stato del Missouri.”

Dare e prendere cazzotti è lo cosa che gli riesce meglio. Entra in cella nella primavera del 1950. Il reverendo Edward B. Schlattmann è il cappellano del carcere, l’uomo che cura l’anima e il corpo dei reclusi. È infatti anche il responsabile dell’attività fisica. Due lavori, nessuno stipendio. Cosa Liston sia capace di fare con i pugni, è facile da capire. Padre Schlatmann chiede a un altro prigioniero di dare lezioni di pugilato a quel ragazzo grande e grosso che se ne sta tutto il giorno solo e in silenzio. Non sa né leggere, né scrivere. L’isolamento è totale, la boxe può aiutarlo a uscirne.

Si chiama Sonny l’occasionale allenatore e Sonny diventerà il nuovo nome di Charles L. Liston. Il problema è trovare dei guantoni per quelle mani grosse, enormi. Ha un pugno che misura 35 centimetri, solo giganti come Primo Carnera o Jesse Willard l’avevano più grande di lui. Sale sul ring e stende tutti gli avversari. Padre Schlatmann lascia il penitenziario, lo sostituisce il reverendo Alois Stevens. Ora ad allenare Liston è Sam Eveland, campione dei Golden Gloves per lo Stato del Kansas, in prigione per furto di automobili. Padre Stevens, con l’aiuto di monsignor Jack McGuire e di Bob Burnes, direttore del Globe-Democratic, convince due signori a prendersi cura di Charles fuori dal carcere.

Frank Mitchell è nella boxe da sempre, è stato sparring di Joe Louis, ha insegnato ad Archie Moore uno strano stile difensivo “a tartaruga”. Muncey Mitchell è l’editore del St Louis Argus ed è amico di tutti i potenti della città. Il 30 ottobre del ’52 il futuro campione del mondo dei pesi massimi è libero sulla parola. Entrato nel penitenziario di Jefferson City come Charles L. Liston, delinquente abituale a soli 20 anni, ne esce come Sonny Liston. Pugile.

Pochi mesi prima Jimmy Forrest, un sassofonista che aveva suonato anche nell’orchestra di Duke Ellington, compone “Night Train“, un blues struggente. Sarà la colonna sonora della vita di Liston, l’unica canzone che abbia mai imparato a memoria.

TUTTI NELLA boxe se la cavano bene, tranne il pugile. Lui è l’unico che soffre. È l’unico che finisce sotto i ponti. È l’unico che va via di testa. A volte impazzisce, a volte si dà alla bottiglia, perché la boxe è uno sport molto intenso che ti mette enormemente sotto pressione e un sacco di gente non ce la fa. Sopporti tante cose, poi molli.

A St Louis comandano siriani e siciliani. A guidare gli italiani è John Vitale, a cui è legato Frank Mitchell. Ma Vitale è anche un uomo di Frank Carbo. Il boss della mafia è di New York. Nato come Paul Carbo nel Lower East Side il 10 agosto 1904, cresciuto nel Bronx. A 20 anni commette il primo delitto: un colpo di pistola alla tempia di un tassista. Patteggia la pena e viene condannato per omicidio preterintenzionale. Nel ’28 entra a Sing Sing. Tre anni dopo, mentre è in libertà sulla parola, uccide il miliardario Mickey Duffy. Lo arrestano al Cambridge Hotel sulla 68th, è a letto con una sedicenne che si fa chiamare Vivan Lee e che dichiara di essere un’artista. In realtà il suo nome è Vivian Malifatti e i soldi li fa con la lap dance. Si contorce, praticamente nuda, attorno a un palo o sulle ginocchia dei clienti.

Durante il Proibizionismo, Carbo lavora come killer professionista. Poi diventa un capo e inserisce, dal 1935, la boxe tra i suoi principali interessi. Comanda il pugilato americano e mondiale per oltre vent’anni. Muore, di diabete, nel 1976.

Ha sempre avuto in mano il contratto di Sonny Liston. A lui vanno il 52% delle borse. Il 24% finisce nelle tasche di Joseph “Pep” Barone, il 12% in quelle di Frank “Blinky” Palermo luogotenente di Carbo. Al pugile resta il 12%.

Mi vuoi bene?

E’ la domanda che Sonny continua a fare in giro anche dopo essere diventato campione del mondo. L’unica a regalargli affetto è Geraldine Chambers, operaia in una fabbrica di munizioni a St Louis, madre di Arletha: una bambina di undici anni. Sonny conosce Geraldine in una piovosa serata di marzo del ’56, la sposa nel settembre del ’57. È lei che lo accudisce come un bambino anche quando, già campione, torna a casa ubriaco. Anche quando bussa al 4439 di Fairlin Avenue a St Louis o alla porta della villa di Las Vegas, reduce da una notte di sesso sfrenato con un paio di prostitute, mai meno di due, per il grande, grosso vecchio Orso. È lei a leggergli i giornali che sparano insulti velenosi dopo le sconfitte con Ali. È l’unica ad amarlo. Una dote che non le risparmierà il tradimento.

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Due ganci destri e un sinistro. Sono passati 2’06” dall’inizio del match e Floyd Patterson è già knockout. Sonny Liston è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi. C’è odio, rabbia, frustrazione negli sguardi e nell’anima di molti degli spettatori del Comiskey Park di Chicago la notte del 25 settembre 1962. Hanno tutti tifato per il «negro buono». Sono anni difficili per i neri d’America. Non possono frequentare le università statali, in treno sono costretti a viaggiare in vagoni separati, al ristorante devono mangiare in tavoli separati, hanno anche chiese separate dai bianchi. Fanno lavori inferiori, con una paga inferiore. Nel profondo Sud un bianco può uccidere un nero e sperare, con buone possibilità, di essere assolto.

Martin Luther King ha appena cominciato la battaglia per i diritti civili, nelle strade si canta “We shall overcame” in attesa della grande svolta. Il presidente è John Fitzgerald Kennedy, suo fratello Robert è il Procuratore Generale. Anche loro tifano per il nero integrato, quello che non ti obbliga a pensare, non ti pone dei dubbi, non ti fa paura. L’Orso ha tutti contro.

Floyd Patterson, come dice pubblicamente John Kennedy: “È un esempio per la gioventù”. Il presidente lo convoca alla Casa Bianca, gli ordina: “Devi assolutamente batterlo”. Il campione potrebbe evitare quella sfida, nessuno gliene farebbe una colpa. Ma lui ha paura che la gente, guardandolo in faccia, possa pensare che sia un vigliacco. L’altro ha messo ko Cleveland Williams, Roy Harris, Nino Valdes, Zora Folley. Picchia e sa incassare qualsiasi colpo. Sembra imbattibile. Patterson non può evitarlo.

Floyd si prepara in un ritiro lontano dal mondo, in un posto che somiglia più a un eremo solitario che a un campo di allenamento. Sonny va in un ippodromo abbandonato, sistema la palestra dove una volta c’era il baracchino delle scommesse. Patterson ha la sconfitta nella mente. Ha paura di perdere, un incubo gli fa compagnia.

Noi pugili abbiamo sempre paura. Non abbiamo paura di farci male, ma di perdere. Perdere sul ring è peggio che in qualunque altro posto. Il pugile sconfitto perde qualcosa di più che il suo orgoglio e l’incontro, perde una parte del suo futuro e torna a un passo dal quartiere malfamato da cui proviene.

Finisce tutto in meno di tre minuti. Floyd Patterson scappa dall’Arena da una porta sul retro, ha la barba finta e gli occhiali neri.

Mentre firma per la rivincita, lo sguardo immobile di Sonny fa pensare a un atto dovuto. La mafia sembra avere deciso per una sua sconfitta. Frankie Carbo governa il pugilato attraverso James Norris e l’International Boxing Commission. Il boss, per il secondo match, sceglie Las Vegas e la data del 22 luglio 1963. La città vive di pochi alberghi, ha un piccolo numero di residenti e tutti i Casinò sono gestiti dalla malavita. Liston alloggia e si allena al Thunderbird di Irving “Ash” Resnick. Sangue, sudore e lacrime il Vecchio Orso ne versa assai pochi. Passa più tempo con le signorine messegli a disposizione da Resnick con grande puntualità, che sul campo di allenamento. Basta comunque per liquidare il povero Patterson.

Uppercut alla mandibola (foto, Liston a destra) diretto destro. Ancora un ko al primo round, quattro secondi in più della prima volta: 2’10″. Il tenero Floyd travestito per sfuggire alla folla ma soprattutto a se stesso scappa come un ladro. Il “buono” esce tristemente di scena. Sonny Liston non sorride mai, non lo fa neanche ora che è sul tetto del mondo. È triste come se già conoscesse l’incubo che governerà il suo futuro, purtroppo per lui il pericolo sarà più grande di quanto riesca a immaginare.

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NELLA PRIMA sfida si chiama ancora Cassius Clay, il “nome da schiavo”. Convertitosi all’islamismo, lo cambierà in Muhammad Ali. È un giovane pieno di sogni, ma sa già usare armi finora sconosciute nel pugilato. La psicologia, ad esempio. Sonny spaventa i suoi nemici, incute rispetto, paura. Clay scardina questa sicurezza, toglie certezze dal campo del rivale. Si piazza nel giardino di casa Liston alle 3 del mattino e comincia a insultarlo. Arriva su un vecchio autobus, un Flexible 53, dipinto di rosso e di bianco. Danza sull’erba e grida. Prima di presentarsi, avverte giornali e televisioni. Alle 3 del mattino davanti alla casa di un Liston furioso c’è tutta la stampa americana. Cassius vuole che l’altro lo giudichi un buffone e niente più, che abbassi la tensione, che si convinca della facilità di quel match.

Sonny non è il tipo da incassare un affronto e dimenticarlo. La sua è la legge della strada, dove a una provocazione si risponde con un’aggressione. L’occasione arriva presto. L’Orso sta giocando e perdendo ai dadi, quando Clay entra al Thunderbird Hotel & Casino. Il buffone di Louisville comincia a prenderlo in giro. Liston poggia i dadi sul tappeto verde, si gira, fa qualche passo verso quel ragazzo insolente e gli urla in faccia: “Porta via velocemente da qui quel tuo culo nero”. Poi lo fulmina con uno di quegli sguardi che hanno atterrito chiunque abbia attraversato la sua strada. Clay scappa dall’albergo. Gli servono un paio di giorni per riprendersi. E per tornare a recitare.

Miami Beach, 25 febbraio 1964. Primo match. Liston si danna l’anima nel tentativo di accorciare la distanza, di raggiungere Clay. Quello gli balla davanti, danza e tocca con il jab, lo manda a vuoto e porta una serie.

È il quinto round quando lo sfidante torna all’angolo e strilla in faccia al suo manager. “Non vedo più niente, mi bruciano gli occhi. Ha messo qualcosa sui guantoni, ha sulle spalle un unguento che mi sta facendo diventare cieco. Finiamola qui, torniamocene a casa”. Angelo Dundee lo rimanda al centro del ring. Il bruciore passa, lentamente Clay torna a vedere il nemico. All’inizio della settima ripresa, con il combattimento ancora in equilibrio, è il campione a dire basta, a ritirarsi. “Non riesco a muovere la spalla sinistra”. Tre ore dopo, il dottor Alexander Robbins della Commissione Atletica di Miami Beach diagnostica: “Lesione al tendine del bicipite del braccio sinistro”. Il mondiale dei massimi non appartiene più alla mafia bianca. Il favorito, l’uomo che i bookmaker pagavano un solo dollaro per ogni otto di scommessa, è stato sconfitto. Ora può cominciare a incassare i diritti sui prossimi match di Clay, nel rispetto di un contratto che la Inter-Continental Promotions, di cui è socio, ha firmato con il futuro campione del mondo.

Sono passati sei mesi da quando duecentomila persone sono sfilate a Washington. La Legge dei Diritti Civili ha abolito di fatto la discriminazione razziale. Il potere dei neri sale con la loro consapevolezza di poterlo esercitare attraverso il voto. Si iscrivono nelle liste elettorali e condizionano le carriere politiche. Malcom X, che contesta la via pacifica adottata da Martin Luther King, e i Mussulmani Neri stanno raccogliendo sempre maggiori consensi. Dopo avere battuto Liston anche il giovane campione del mondo dei massimi entra a farne parte. Cassius Clay esce di scena, ora tocca a Muhammad Ali.

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Dura 2’12” la rivincita. Sonny non riesce mai a colpire Ali la notte del 25 maggio 1965. Un round fatto di soli tentativi a vuoto. In platea ci sono appena 2434 spettatori paganti (foto sopra, un biglietto di ingresso), il più piccolo pubblico che un mondiale dei massimi abbia mai avuto. Il match si svolge a Lewiston, nel Maine, nella minuscola St Dominic’s Arena. Una sfida per il titolo, in una città senza tradizioni che la leghino al pugilato.

Le autorità del Massachusets hanno negato l’autorizzazione all’incontro. Dicono: “Dietro agli organizzatori c’è la mafia”. Il 21 febbraio Malcom X viene assassinato, subito dopo la casa di Ali va a fuoco. Tutti sanno che il campione ha preso le distanze da quello che è stato prima suo amico e poi guida religiosa, sanno che è tornato con Elijah Muhammad: il capo spirituale dei Mussulmani Neri. Si teme un attentato, meglio una piccola arena dove si può controllare tutto e tutti.

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AL TERZO destro scagliato da Ali, Liston stramazza al tappeto. È un pugno fantasma a chiudere la sfida. Neppure la moviola televisiva riuscirà a individuarlo. È un colpo invisibile. L’arbitro è Jersey Joe Walcott, vecchio campione del mondo dei pesi massimi. Liston è al tappeto. È scivolato giù lentamente, come un vecchio edificio che si sgretola dopo essere stato colpito dalla palla di acciaio. È lì a terra, steso come se fosse stato appena folgorato. Walcott comincia a contare, perde tempo nel mandare Muhammad all’angolo neutro, si innervosisce, si lascia sfuggire il controllo del match, torna al centro del ring quando i due hanno già ricominciato a boxare. Da bordoring gli urlano di fermarsi, gli gridano che il match è finito. C’è Nat Fleischer in prima fila, è l’editore e il direttore di The Ring: la rivista che viene considerata la bibbia del pugilato.

Fleischer: È finita Joe, ferma l’incontro

Walcott: Perché?

Fleischer: Liston è rimasto giù 14 secondi

Urla anche il cronometrista.

Walcott: Quanto è rimasto a terra Liston?

Cronometrista: Oltre 12 secondi

Jersey Joe Walcott ripercorre, lentamente, all’indietro lo spazio che lo separa dai pugili, ferma la loro azione e alza il braccio di Ali. Il ragazzo di Louisville si è confermato campione. Ha vinto per ko con un pugno che nessuno ha visto.

La gente strilla.

Buffoni, imbroglioni.”

Sono tutti in piedi e gridano.

Truffatori.”

Ali, mentre Liston era al tappeto gli aveva urlato sulla faccia (foto).

Alzati brutto orso, siamo in televisione.”

Adesso cercano di sfuggire alla rabbia della folla. Un deputato chiede al Congresso di abolire la boxe. I giornali parlano di una gigantesca truffa sulle scommesse, della mafia che ha manipolato il risultato, dei Mussulmani Neri che hanno bisogno di un campione del mondo per propagandare la loro dottrina.

Liston ha perso il titolo, ma continua attraverso la Inter-Continental Promotions a prendere la percentuale sulle borse del nuovo campione.

I GIORNALISTI non gli hanno mai perdonato niente. È la parte brutta dell’America, lo chiamano “bad boy”, come se la boxe sia popolata da bravi ragazzi. Liston è tornato a essere solo. Geraldine gli legge i giornali, Sonny non ha mai imparato a farlo, lui dondola sulla sedia mentre dentro al cuore gli cresce la rabbia. Torna sul ring. E vince per quindici volte, perdendo un solo incontro. L’ultimo match lo disputa contro Chuck Wepner. Quell’omone bianco che ha catturato l’immaginazione di Sylvester Stallone per il suo combattimento con Ali, quello che ha regalato all’artista americano l’idea di “Rocky”. Liston lo distrugge. Di quei quindici incontri avrebbe dovuto perderne almeno uno. Così, dicono, era l’accordo con la mafia. Lui continua a correre incontro alla morte, loro non hanno fretta. Sanno aspettare. L’ultima sfida, il 25 giugno 1970. Poi nella sua esistenza rimane solo la casa in Ottawa Drive, a Las Vegas. E la moglie, i vecchi amici, il whiskey. Dei quattro milioni di dollari guadagnati in carriera, resta davvero poco in banca.

Manca un giorno all’ultimo dell’anno, quando lo trovano disteso sul pavimento, nel salotto di casa. L’autopsia rivela tracce di morfina e codeina, prodotte dalla decomposizione dell’eroina nel corpo. Dicono sia morto per overdose. Ma lui aveva il terrore dell’ago, delle punture. Non sopportava l’anestesia dal dentista e la cosa che lo sconfortò di più dopo un incidente d’auto, non furono le ferite, ma l’ago della flebo nel braccio. Dicono che potrebbe essere stata la mafia a fare quell’ultima iniezione. Il 9 gennaio del 1971, il reverendo Edward P. Murphy officia il funerale alla Palm Mortuary Chapel. Quel sabato pomeriggio, Sonny Liston viene sepolto al Paradise Memorial Gardens.

Charles L. Liston muore il 29 o il 30 dicembre 1970. Dicono avesse 38 anni. Pochi giorni prima Herbert Muhammad, manager di Ali, aveva firmato un contratto da cinque milioni di dollari per il match contro Joe Frazier. Da quando era diventato socio della Inter-Continental Promotions, Liston aveva guadagnato solo poche migliaia di dollari sull’attività di Ali che era rimasto a lungo fermo a causa del rifiuto di servire l’esercito americano. Ora che arrivano le grandi borse, lui non può più accampare diritti. Anche nel momento della morte, solo i dubbi rimangono a fare compagnia a Charles Sonny Liston. Il Vecchio Orso riposa in un rumoroso cimitero di Las Vegas, la pace per lui non è mai esistita.

INDICE ARTICOLI (DAL PIU’ RECENTE)

40. Liston, Ali e la mafia (26.1.2014)

39. Voglio uccidere il calcio (24.1.2014)

38. Zanardi, non si vive senza sfide (23.1.2014)

37. Rocky, storia di un invincibile (20.1.2014)

36. Il mondo virtuale dei calciatori (19.1.2014)

35. La ballata triste di Vidoz (18.1.2014)

34. Le indagini di Antonio Casano (17.1.2014)

33. Capirossi a tutto gas (16.1.2014)

32. Ketchel, omicidio a colazione (15.1.2014)

31. In Italia lo sport è solo militare (14.1.2014)

30. JJ, una vita spericolata (13.1.2014)

29. La Ferrari tutta sesso (12.1.2014)

28. Biaggi: Io, il dolore, il perdono (11.1.2014)

27. Valentino: Io, le donne, la moto (10.1.2014)

26. Mondiali di nuoto in Antartide (9.1.2014)

25. Schiavi dell’inglese (8.1.2014)

24. Quando la boxe era proibita (7.1.2014)

23. Tyson e Facebook (3.1.2014)

22. Il caso Loris Stecca (28.12.2013)

21. Biaggi secondo Doohan (17.12.2013)

20. Nella testa di un portiere (13.12.2013)

19. Tiberio Mitri, bello e maledetto (10.12.2013)

18. Mandela e il senso della boxe (6.12.2013)

17. In difesa della boxe (2.12.2013)

16. I libri fantasma (28.11.2013)

15. E’ ora di svegliarsi (27.11.2013)

14. Parisi, l’ultima stella (28.11.2013)

13. Una vita piena di pugni (19.11.2013)

12. L’impiccio spagnolo (19.11.2013)

11. Tyson è in vendita (14.11.2013)

10. Le regole calpestate (12.11.2013)

9. Balotelli, dove è l’errore (8.11.2013)

8. Galliani unico fuoriclasse del Milan (7.11.2013)

7. La tv da testimone a padrona (3.11.2013)

6. La Spagna esce dalla boxe pro’ (28.10.2013)

5. Russo batte il popolo del web (26.10.2013)

4. I dilettanti di Stato (24.10.2013)

3. Il pugile miope e vegano (22.10.2013)

2. Il giornalismo sportivo (20.10.2013)

1. Il silenzio della boxe (15.10.2013)

Voglio uccidere il calcio

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MI SONO stancato di sentire la stessa frase ripetuta sino allo sfinimento.

Non si possono condannare tutti i tifosi per colpa di un gruppo di esaltati.

Il calcio è diventato terreno di lotta. Violenza prima di tutto. Bagni devastati, guerriglia, feriti, incidenti prima e dopo la partita, arresti.

E ogni volta torna lo stesso ritornello.

Per non parlare del razzismo dilagante.

Anche qui la difesa poggia sulla ripetitività degli argomenti a sostegno della buona fede della massa e della delinquenzialità di pochi.

Ho letto un’intervista ad Adriano Galliani sul Corriere della Sera.

Il razzismo è una cosa, la discriminazione territoriale un’altra. E se devo essere sincero sino in fondo, non la capisco. Stiamo parlando di una norma che esiste solo in Italia. Ma lo vogliamo uccidere questo calcio?

Non la capisce?

Proviamo a leggere i comunicati ufficiali della Lega Nazionale professionisti Serie A, organizzazione che Galliani conosce bene dal momento che ne è anche vice-presidente.

Letta la relazione dei collaboratori della Procura federale relativa alla gara soc. Napoli – soc. Internazionale del 15 dicembre 2013 nella quale, tra l’altro, si attesta che “Dal settore ospiti per la durata dell’intera gara si sono levati cori del seguente tenore: Napoli m…(merda, nota esplicativa mia); Napoli colera sei la vergogna dell’Italia intera; puzza di m… (sempre merda) puzza di cani, stanno arrivando i napoletani; …voi non siete esseri umani…” Tutti i detti cori erano percepibili dai due settori confinanti con quello degli ospiti (tribuna e curva); il dirigente O.P. riferisce di analoghi cori che erano stati intonati dai tifosi ospiti appena entrati nello stadio e prima di accedere al proprio settore…

Ecco, questa è “discriminazione territoriale.

Un segnale inquietante di inciviltà, violenza, incapacità a inserirsi in un corretto tessuto sociale, prevaricazione, bullismo e di tante altre brutte cose ancora.

Recentemente il teatrino si è spostato a Bologna.

Mentre i tifosi del Napoli intonavano “Caruso” di Lucio Dalla, prima la Curva e poi l’intero stadio rispondeva con: “O Vesuvio lavali col fuoco.” E per rendere ancora più chiaro il concetto i tifosi esponevano uno striscione: “Sarà un piacere quando il Vesuvio farà il suo dovere.

Davanti alla presa di posizione di Gianni Morandi che si vergognava di quei cori, un lettore scriveva alla Gazzetta dello Sport.

Non venitemi a dire che “Vesuvio lavali col fuoco” sia un insulto razzista. Un conto è insultare per il colore della pelle, un conto è fare i soliti cori di sfottò geografico.

Napoli è la vittima preferita.

Nella partita contro la Juventus del 10 novembre 2013 i cori erano sullo stesso tema.

Lavali, lavali col fuoco, o Vesuvio lavali col fuoco.

Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani.

O colerosi terremotati, voi col sapone non vi siete mai lavati.

Napoli merda.

Napoli colera sei la vergogna dell’Italia intera.

Uccidete questi bastardi.

Ma il Napoli non è certo l’unica vittima.

Durante Milan-Roma del 16 dicembre 2013, i supporter giallorossi in trasferta hanno ripetutamente insultato la squadra rossonera con il coro: “Milan squadra di neri.”. Poi sono passati ai “buuu, buuu, buuu razzisti contro Mario Balotelli”.

Tutte le frasi virgolettate sono frutto di un copia e incolla dai comunicati della Lega. Ma questo non è bastato alla stessa Lega per punire i colpevoli.

La Prima Sezione della Corte di Giustizia Federale aveva punito Inter e Roma con 50.000,00 euro di ammenda e la squalifica dell’Anello Verde del Meazza e della Curva Sud dell’Olimpico.

Sanzioni successivamente sospese per disporre ulteriori approfondimenti da parte della Procura Federale.

Tanto per capire il linguaggio con cui si sostengono tali decisioni, riporto il primo capoverso della motivazione della Corte di Giustizia Federale.

Rilevato che, impregiudicata ogni valutazione in punto di rito e di merito, con riguardo anche alla disposta applicazione della recidiva specifica, occorre disporre un supplemento di indagine circa la percezione reale del fenomeno espressione di discriminazione, dovendosi constatare che nel rapporto dei tre collaboratori federali non vi è cenno circa l’esatta percezione del fenomeno da parte degli stessi per come collocati all’interno dell’impianto, bensì si ha riguardo solo alla “percepibilità” da parte dei due settori confinanti a quello occupato dalla tifoseria ospite…

Colpa mia che sono ignorante, ma mi sembra tanto una scena di “Amici miei”.

Mascetti: Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo?

Vigile: Prego?
Mascetti: No, mi permetta. No, io… scusi, noi siamo in quattro. Come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribài con cofandina? Come antifurto, per esempio.
Vigile: Ma che antifurto, mi faccia il piacere! Questi signori qui stavano sonando loro. ‘Un s’intrometta!
Mascetti: No, aspetti, mi porga l’indice; ecco lo alzi così… guardi, guardi, guardi. Lo vede il dito? Lo vede che stuzzica? Che prematura anche? Ma allora io le potrei dire, anche con il rispetto per l’autorità, che anche soltanto le due cose come vice-sindaco, capisce?
Vigile: Vicesindaco? Basta ‘osì, mi seguano al commissariato, prego!
Perozzi: No, no, no, attenzione! Noo! Pàstene soppaltate secondo l’articolo 12, abbia pazienza, sennò posterdati, per due, anche un pochino antani in prefettura…
Mascetti: …senza contare che la supercazzola prematurata ha perso i contatti col tarapìa tapiòco.

Il calcio cammina in un suo mondo, quello della supercazzola. Non so sei sia prematurata o meno. Di certo andare allo stadio fa paura. E quando hanno provato a portarci 12.000 bambini per riempire quelle curve della Juventus che erano state squalificate per cori discriminatori verso il Napoli, è accaduto il patatrac.

Ogni volta che il portiere dell’Udinese rinviava il pallone le creature urlavano all’unisono la stessa parola.

Non era “Bravo!” Era “Merda!

La scuola, la famiglia, la società hanno trasformato il linguaggio dei giovani. L’altro giorno tornando in treno da Perugia ho ascoltato per trenta minuti i discorsi ad alta voce di alcuni studenti. La parola usata con maggiore frequenza era quella che indica l’organo riproduttivo maschile, ovviamente nella sua veste più volgare. Noi dicevamo coso, loro dicono cazzo.

La povertà di vocabolario porta inevitabilmente ad adoperare sempre e solo le stesse parole. Che sono le più conosciute. Le parolacce. Non c’è discorso che possa farne a meno. E cominciando a rotolare a valle da questo punto di partenza si va giù verso il turpiloquio vero e proprio, la mancanza di rispetto per gli altri, l’incapacità di vivere nella società civile, la violenza, il gesto criminale.

Ma ogni volta dalle bocche degli addetti ai lavori esce lo stesso ritornello.

Non si possono condannare tutti i tifosi per colpa di un gruppo di esaltati.”

Non si sono accorti che nel frattempo quei pochi stanno per diventare la maggioranza nella nostra società. Per rendersene conto basta girare in macchina per una qualsiasi grande città italiana.

Un delirio di aggressività.

Anche il calcio sta per trasformarsi in una sorta di via intasata dal traffico, un luogo di perdizione dove tutti sono pronti ad aggredire tutti.

Ma lo vogliamo uccidere questo calcio?” si chiede e ci chiede Galliani.

Se non si ravvede sì, vorrei ucciderlo. Se non altro, per legittima difesa.

INDICE ARTICOLI (DAL PIU’ RECENTE)

39. Voglio uccidere il calcio (24.1.2014)

38. Zanardi, pernacchia alla morte (23.1.2014)

37. Rocky, storia di un invincibile (20.1.2014)

36. Il mondo virtuale dei calciatori (19.1.2014)

35. La ballata triste di Vidoz (18.1.2014)

34. Le indagini di Antonio Casano (17.1.2014)

33. Capirossi a tutto gas (16.1.2014)

32. Ketchel, omicidio a colazione (15.1.2014)

31. In Italia lo sport è solo militare (14.1.2014)

30. JJ, una vita spericolata (13.1.2014)

29. La Ferrari tutta sesso (12.1.2014)

28. Biaggi: Io, il dolore, il perdono (11.1.2014)

27. Valentino: Io, le donne, la moto (10.1.2014)

26. Mondiali di nuoto in Antartide (9.1.2014)

25. Schiavi dell’inglese (8.1.2014)

24. Quando la boxe era proibita (7.1.2014)

23. Tyson e Facebook (3.1.2014)

22. Il caso Loris Stecca (28.12.2013)

21. Biaggi secondo Doohan (17.12.2013)

20. Nella testa di un portiere (13.12.2013)

19. Tiberio Mitri, bello e maledetto (10.12.2013)

18. Mandela e il senso della boxe (6.12.2013)

17. In difesa della boxe (2.12.2013)

16. I libri fantasma (28.11.2013)

15. E’ ora di svegliarsi (27.11.2013)

14. Parisi, l’ultima stella (28.11.2013)

13. Una vita piena di pugni (19.11.2013)

12. L’impiccio spagnolo (19.11.2013)

11. Tyson è in vendita (14.11.2013)

10. Le regole calpestate (12.11.2013)

9. Balotelli, dove è l’errore (8.11.2013)

8. Galliani unico fuoriclasse del Milan (7.11.2013)

7. La tv da testimone a padrona (3.11.2013)

6. La Spagna esce dalla boxe pro’ (28.10.2013)

5. Russo batte il popolo del web (26.10.2013)

4. I dilettanti di Stato (24.10.2013)

3. Il pugile miope e vegano (22.10.2013)

2. Il giornalismo sportivo (20.10.2013)

1. Il silenzio della boxe (15.10.2013)

Zanardi, non si vive senza sfide

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Alex Zanardi corre, scia, guida auto sportive. Da aprile a novembre tornerà a gareggiare con una BMW Z4 GT3 nella Blancpain GT Series, sette le gare in programma. per il team Roal Motorsport di Roberto Ravaglia. Mi piace ricordare alcuni spezzoni di interviste che gli ho fatto prima e dopo l’incidente. Le risposte del pilota bolognese non sono mai banali.

VIGILIA G.P. SAN MARINO, IMOLA 1 MAGGIO 1999

Alex Zanardi, non hai paura dei rischi che devi affrontare?

“Non devi inseguire l’impossibile. Ma se arrivi a guardare la morte in faccia e riesci a farle una pernacchia e a tornare indietro, beh allora ti senti davvero felice.”

Hai a disposizione tre desideri. Quali vorresti esaudire?

“Per due chiedo tempo, ma il terzo l’ho da sempre fisso nella mente. Vorrei dimenticare tutto quello che ho fatto come pilota e rimettermi in una macchina di Formula 1 cone un uomo qualsiasi. Potrei così godere di quelle sensazioni che solo la velocità sa offrire.”

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LAUSITZRING, 15 SETTEMBRE 2001

Drammatico incidente (foto) durante una gara del campionato Cart. Alex Zanardi rimane a lungo in coma. Si riprende, da allora cammina con due protesi. Il suo amico dottor Carlo Costa dice che Alex ha fatto riscrivere i paramentri della Nasa. Quelli che considerevano morta una persona che aveva subito sette arresti cardiaci.

PRIMA DELLA PROVA DI VALENCIA 2006

Una Bmw Sauber è adattata apposta per lui.

Acceleratore manuale dietro al volante. Nelle curve strette Zanardi non riuscirà a girarlo più di 30°. Dovrà affrontare la manovra rallentando ulteriormente e usando una sola mano.

Il pedale del freno è ribaltato e portato a destra al posto dell’acceleratore. Un sistema di fissaggio gli permette di ancorare il piede (ridotto a un 36 anzichè a un naturale 43) e mantenerlo costantemente attaccato al pedale.

La posizione del sedile in relazione al pedale è calcolata in modo che il ginocchio resti flesso a un determinato angolo e lui, spingendo in basso con l’anca, possa aprire il ginocchio e quindi dare pressione al pedale del freno.

Arrivava al bloccaggio delle ruote esercitando una pressione attorno ai 70 chili.

L’abitacolo è stretto. Questo costringerà Zanardi a usare delle protesi flessibili.

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VALENCIA, 25 NOVEMBRE 2006. POMERIGGIO

Alex Zanardi sale sulla Bmw Sauber (foto) adattata apposta per lui. E’ il primo portatore di handicap a guidare una Formula 1. Corre e tocca i 285 kmh.

Alessandro Zanardi, come riassumeresti la tua esperienza?

“Portare uno senza gambe su una Formula 1 sembrava una vollia, una bestemmia. E invece è solo una cosa molto bella.”

Quale è il ricordo più eccitante che porti a casa da una giornata come questa?

“Il cambiamento di attitudine che ho visto nei componenti della squadra. Quando sono arrivato qui, da bravo rompiscatole quale sono, ho cominciato subito a dire potremmo fare questo, potremmo fare l’altro. E tutte le risposte che ricevevo avevano un comune denominatore: ma devi fare tre giri, non stare a rompere i coglioni con questo e quello. Dopo i primi tre giri erano loro a dirmi: cosa possiamo fare?”

Perché senti il dovere di cominciare una nuova sfida?

“Un uomo senza sfide vive una vita estremamente vuota.”

Cosa ti ha aiutato a vincere questa?

“La flessibilità mentale delle persone che come me nella loro vita devono affrontare in modo continuativo ostacoli che per i normodotati non sono tali, per cui alla fine vai a sviluppare doti che tutti abbiamo ma che restano nascoste perché non ne abbiamo bisogno.”

Se ti chiedessero di riprovare una F.1, lo rifaresti?

“Subito. Quando esci il primo giorno con una ragazza ti devi accontentare di quello, poi magari è la stessa ragazza che porterai all’altare. Per adesso abbiamo cenato insieme, domani vedremo cosa accadrà.”

Non ti sembra di esagerare con il rischio?

“Ci tengo molto alla pellaccia. Credo però che vada modificato il concetto. Ho corso negli ovali a velocità superiori ai 400 kmh, sarei un falso se dicessi che sono gare in cui non rischi la vita. Qui da noi però, soprattutto con auto turismo, ci sono misure di sicurezza notevoli. Ci sono cose che facciamo quotidianamente che sono più rischiose. Ho la mamma a Bologna, abito a Padova. Spesso di inverno mi capita di fare quell’autostrada. La nebbia è costante. Immancabilmente vengo superato dal solito apripista con dieci auto che gli stanno dietro. Ecco, quelle persone stanno correndo dei rischi che sono mille volte superiori a quelli che corro la domenica pomeriggio in pista. Ma non voglio sembrare retorico. Se guido una bellissima Bmw nuova fiammante, la strada è asciutta, non c’è nessuno in giro e vedo fino a cinque chilometri avanti, faccio anche 160 khm. In quel momento non sto correndo alcun rischio in più che se andassi a 130 kmh. Anche perché a 130 kmh mi addormenterei.”

Molti portatori di handicap non riescono a combattere le loro difficoltà. Te la senti di dargli qualche consiglio?

“Capisco chi si chiude in se stesso quando la vita gli presenta un conto molto salato, come un evento traumatico simile al mio. Hanno bisogno di tempi molto lunghi per muoversi lentamente verso quella che era la loro vita di prima. Il consiglio che mi sento di dare è: partite, provate a fare qualcosa. Molti portatori di handicap sono arrabbiati con la vita, ogni tanto si comportano da rompicoglioni, cosa comprensibilissima, e la gente non sa cosa fare. Tocca sempre a noi mettere l’interlocutore a proprio agio, magari scherzandoci sopra. A me che sono conosciuto tutto questo è risparmiato, la gente non abbassa lo sguardo per evitare l’imbarazzo dell’incontro.”

Come ti definiresti?

“Sono un uomo fortunato. Nella mia vita ho avuto molte opportunità, c’è tanta gente per cui l’occasione passa una sola volta.”

Hai ancora qualche desiderio nel cassetto?

“Se seguissi i desideri, mi metterei a sognare. E allora tutto diventerebbe più pericoloso.”

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VALENCIA, 25 NOVEMBRE 2006. SERA

Alex Zanardi (foto) è più rilassato. E’ uno che ama la battuta, ne spara a raffica.

Il pazzo

“Mario Theissen (direttore di Bmw Motorsport) mi ha detto: Complimenti, sei stato il primo portatore di handicap a guidare una F. 1. Gli ho risposto: Complimenti, sei stato il primo sufficientemente pazzo da dare a uno senza gambe una Formula 1 da guidare.”

La foto

“Nel centro di riabilitazione dove vado ho due amici: un toscano e un sardo. Il primo è bilaterale come me. Ci mancano entrambe le gambe. All’altro ne è rimasta una. L’altro giorno ci siamo fatti una foto. Tre uomini e una gamba.”

Il ricambio

“Volevo spostare il pedale, mi hanno detto: E’ un casino, bosogna cambiargli spessore. Gli ho detto: Non c’è problema, accorciate le gambe. Visto che lo spazio era poco ho aggiunto: Posso rimpicciolire anche i piedi, basta cambiarli.”

Indy

“Se oggi dicessi a mia moglie che voglio fare la 500 miglia di Indianapolis mi lancerebbe dietro un coltello e mi direbbe: Sei matto, chiedo il divorzio, blocco il conto in banca, non ti voglio più vedere. E avrebbe ragione.”

Il mago

“Io sono visto dalla gente come un mistro tra Padre Pio e Raffaella Carrà: o sono l’amicone di casa, oppure sono uno con la bacchetta magica che può tutto.”

I tirchi

“Non mi hanno dato gomme nuove. Gliel’ho detto: adesso che le gomme le dovete pagare non siete più tanto splendidi.”

L’e-mail

“All’inizio il team aveva l’aria di dire: se hai qualche problema non toccare niente. Qui è tutto difficile, va a finire che tocchi il pulsante sbagliato e mandi una e-mail a qualcuno.”

Il telefonino

“In alcune curve, guidavo con una mano sola. E’ un po’ come se fosse una Bmw serie 7, braccio di fuori e telefonino.”

INDICE ARTICOLI (DAL PIU’ RECENTE)

38. Zanardi, pernacchia alla morte (23.1.2014)

37. Rocky, storia di un invincibile (20.1.2014)

36. Il mondo virtuale dei calciatori (19.1.2014)

35. La ballata triste di Vidoz (18.1.2014)

34. Le indagini di Antonio Casano (17.1.2014)

33. Capirossi a tutto gas (16.1.2014)

32. Ketchel, omicidio a colazione (15.1.2014)

31. In Italia lo sport è solo militare (14.1.2014)

30. JJ, una vita spericolata (13.1.2014)

29. La Ferrari tutta sesso (12.1.2014)

28. Biaggi: Io, il dolore, il perdono (11.1.2014)

27. Valentino: Io, le donne, la moto (10.1.2014)

26. Mondiali di nuoto in Antartide (9.1.2014)

25. Schiavi dell’inglese (8.1.2014)

24. Quando la boxe era proibita (7.1.2014)

23. Tyson e Facebook (3.1.2014)

22. Il caso Loris Stecca (28.12.2013)

21. Biaggi secondo Doohan (17.12.2013)

20. Nella testa di un portiere (13.12.2013)

19. Tiberio Mitri, bello e maledetto (10.12.2013)

18. Mandela e il senso della boxe (6.12.2013)

17. In difesa della boxe (2.12.2013)

16. I libri fantasma (28.11.2013)

15. E’ ora di svegliarsi (27.11.2013)

14. Parisi, l’ultima stella (28.11.2013)

13. Una vita piena di pugni (19.11.2013)

12. L’impiccio spagnolo (19.11.2013)

11. Tyson è in vendita (14.11.2013)

10. Le regole calpestate (12.11.2013)

9. Balotelli, dove è l’errore (8.11.2013)

8. Galliani unico fuoriclasse del Milan (7.11.2013)

7. La tv da testimone a padrona (3.11.2013)

6. La Spagna esce dalla boxe pro’ (28.10.2013)

5. Russo batte il popolo del web (26.10.2013)

4. I dilettanti di Stato (24.10.2013)

3. Il pugile miope e vegano (22.10.2013)

2. Il giornalismo sportivo (20.10.2013)

1. Il silenzio della boxe (15.10.2013)

Rocky, storia di un invincibile

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PASQUALINA Picciuto è una signora robusta, ha un paio di grossi occhiali da miope, indossa vestiti color pastello e tiene su i capelli con un fermaglio. Ha la faccia piena, le guance rotonde come il resto del corpo in salute. Viene da Benevento. È arrivata all’America nel primo decennio del Novecento. Ha conosciuto Pierino Marchegiano, l’ha sposato e dopo qualche anno è nato Francesco Rocco. Il papà di Pierino si chiama Luigi ed è un piccolo boss del quartiere italiano di Brockton. Gestisce una distilleria clandestina. I Picciuto e i Marchegiano vivono a meno di un miglio dal James Edgar Playground, dove i ragazzi vanno a giocare.

Francesco Rocco diventa Rocky e non gioca più. Fa il pugile professionista. Ogni volta che combatte, Pasqualina sale sulla macchina di Rocco Del Colliano, il medico di famiglia, e si fa portare in giro per il quartiere. Il dottore ha una fermata fissa davanti alla chiesa. Lei entra, prega, accende un paio di ceri.

«Pasqualina, non avete mai visto Rocky combattere?».

«Mai, e mai lo vedrò».

«Rocky è forte, vince. Di che cosa avete paura?».

«Che faccia del male all’altro ragazzo, anche lui ha una mamma che prega».

Torna a casa, la radio è spenta. Aspetta solo che il telefono suoni.

«Mamma, sono Rocky. Ho vinto un’altra volta. Nessuno si è fatto male.»

Anche stanotte, Pasqualina dormirà serena.

PIERINO Marchegiano viene da Ripa Teatina, in Abruzzo. È piccolino, ma è forte. Vive a Brockton, cittadina di sessantamila anime a sud di Boston. Fa il fabbro, come il papà, poi diventa calzolaio. Durante la Prima Guerra Mondiale è con il II Marines. A Chateau Thierry, in Francia, il gas gli entra nei polmoni e mina la sua salute. Quando l’1 settembre del ’23 nasce Francesco Rocco i problemi aumentano.

Lavora duro Pierino. Torna a casa e crolla sulla sedia, non ha neppure la forza di mangiare. Il bambino ha meno di due anni quando rischia la vita per colpa di una broncopolmonite. Pasqualina disperata chiama prima il dottore, poi una guaritrice. La vecchina ha novant’anni e metodi antichi. Fa bere al piccolo qualche bicchiere di acqua calda, lo mette a regime di brodo di gallina. E lui si salva. Ma altri guai sono in arrivo. C’è la crisi del ’29, i soldi non arrivano, il posto di lavoro è a rischio, la malattia di Pierino pesa sulla serenità della casa.

Francesco Rocco cresce, si fa robusto, sogna un futuro da giocatore di baseball. Lascia gli studi e va a lavorare. Lava i piatti in un ristorante, pulisce i giardini, spala la neve davanti alle case. Guadagna qualche centesimo, mette assieme pochi dollari. La lotta quotidiana per sopravvivere sarà un ricordo che non riuscirà mai a cancellare.

Le borse, anche quando diventerà ricco e famoso, se le farà sempre pagare in contanti. I dollari li nasconde a decine di migliaia dentro lo sciaquone del bagno degli alberghi che lo ospitano alla vigilia dei match.

Quando si tratta di tirar su soldi, è capace di tutto. Va in giro a fare esibizioni. Per limitare le spese, si esibisce con il fratello Sonny. Per non fare nascere dubbi si fa chiamare Tony Zullo. Il fratello diventa Pete Fuller. Tutto fila liscio, fino al giorno in cui vanno ad esibirsi a Portland.

A Sonny scappa un destro che centra in pieno Rocco. Vola il paradenti. In un attimo il volto del campione si trasforma in quello di uno spietato killer che ha appena inquadrato la vittima.

Sonny è terrorizzato, urla.

«Ehi Rocco, sono io. Sono tuo fratello, non colpirmi».

Si salva, ma il trucco è scoperto.

Francesco Rocco scopre il pugilato durante il servizio militare a Fort Devens, Virginia. Boxa da dilettante e lavora come operaio dell’Azienda del gas. È in quei giorni che si innamora di Barbara Cousins, la figlia di un agente di polizia irlandese: una brunetta che insegna nuoto. La sposa.

Per colpa di un annunciatore che non riesce a pronunciarne bene il nome, il 13 settembre del ’48 Francesco Rocco Marchegiano diventa Rocky Marciano.

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LA SECONDA Guerra Mondiale è finita da qualche anno, si fa fatica a riprendere la vita per il giusto verso. Joe Louis (a destra nella foto) è amato da tutti. Anche dai bookmaker, che aprono a 3/10 per chiudere a 5/7. Rocky è più giovane, è in ascesa e ha spazzato via come birilli tutti gli avversari. Non basta. Ci sono quasi 18.000 spettatori all’interno del Madison Square Garden, versano nelle casse degli organizzatori 150.000 dollari.

Nell’ottavo round Rocky avanza con il peso del corpo che poggia tutto sulla gamba destra, il tronco va quasi a toccare il fianco, sembra voglia spostarsi di lato per vedere meglio il bersaglio. E proprio da quella posizione parte il sinistro che Louis non vede. È finita. L’angoscia dura qualche secondo e qualche pugno ancora. Il vecchio Joe vola fuori dalle corde, resta indifeso. Umiliato, più che sconfitto.

Non c’è eleganza nella boxe di Marciano. Usa le braccia come clave che si abbattono sul nemico di turno. Picchia anche quando l’altro prova a fermarlo. Picchia, anche quando colpi tremendi del rivale di turno provano a sbarragli la strada.

LA NOTTE che Primo Carnera mette ko Jack Sharkey e diventa campione del mondo dei massimi, Marciano ha nove anni. Fa festa il quartiere italiano di Brockton, fuochi d’artificio illuminano le strade attorno alla casa di Pierino e Pasqualina Marchegiano. Il ragazzino è chiuso in stanza, guarda fuori dalla finestra e sogna.

«Il giorno che diventerò campione, offrirò un grande party a tutto il quartiere».

Vinto il titolo, Carnera va a Brockton per parlare agli italiani nella vecchia Arena di Pleasant Street. Lo zio John Picento porta Rocco a vederlo.

«Papà, ho visto Carnera. L’ho toccato».

«Rocco, quanto è grande?».

«È più alto di questo tetto. E dovresti vedere quanto sono grandi le sue mani».

Il bambino cresce e insegue il sogno.

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IL CAMPIONE è Jersey Joe Walcott (a sinistra nella foto). Anche il suo è un nome d’arte. Si chiama Arnold Raymond Cream, i genitori vengono dalle Barbados. Da lì sono scappati in cerca di fortuna. Dieci fratelli e la fame come compagna di tutta l’infanzia.

Profondamente religioso, padre di sei splendidi bambini, Walcott si è fidato troppo degli uomini. I manager lo hanno privato di parte consistente dei guadagni. Per sette volte ha lasciato la boxe, preferendo lavorare come operaio edile, camionista o spazzino. Poi Felice Bochicchio, l’ultimo manager, l’ha convinto a tornare in palestra.

Philadelphia, Municipal Stadium, 23 settembre 1952. Il popolare radiocronista Don Dunphy parla a venti milioni di americani.

«Le gambe senza età di Walcott lo tengono lontano dai guai. Ma Walcott adesso è alle corde. È colpito da un destro alla mascella. È senza difesa alle corde e ha preso un destro alla mascella. È a terra. Potrebbe essere ko, non credo riuscirà ad alzarsi. Un diretto destro terribile alla mascella e Walcott è fuori combattimento. Abbiamo un nuovo campione del mondo. È Rocky Marciano, ancora imbattuto, da Brockton, Massachusets».

Non è stato facile. Jersey Joe sul ring è come una pantera, danza morbido e fa scattare il sinistro una-due-cento volte. È con un sinistro che manda al tappeto Rocky nel primo round. Una brutta ferita, ci vorranno quattordici punti per suturarla, si apre sull’arcata sopracciliare sinistra dell’italo-americano. C’è aria di disfatta. Le cariche da toro infuriato non portano risultati contro la classe del nemico. Danza Walcott. E colpisce. Ma i pugni di Rocky possono buttare giù i palazzi. Le mani sono come quelle enormi palle di ferro che distruggono anche i grattacieli. Perché mai un uomo dovrebbe restare in piedi?

Va giù Jersey Joe Walcott, va giù al tredicesimo round quando è chiaramente in testa nei cartellini dei giudici. Ma va giù, knockout.

C’è festa attorno al nuovo campione.

Nella rivincita imposta dal contratto, Walcott dura meno di un round. Poi Marciano supera Roland La Starza e due volte Ezzard Charles. Nella seconda sfida il naso di Rocky si spacca a metà, servono 46 punti di sutura per riparare il danno. Infine arriva l’inglese Don Cockell e la promessa fatta a Barbara.

«Un altro match, poi chiudo».

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LA PIU’ grande paura sul ring la vive nel match contro Carmine Vingo (a destra nella foto). Il ragazzo ha vent’anni, origini italiane, i genitori sfidano la povertà nel Bronx. La sera del 30 dicembre 1949 sale sul ring del Madison contro Rocky.

Dopo due minuti è già al tappeto, ha la mascella fratturata, ma si rialza e va avanti. Va ancora giù, ha il volto insanguinato, deformato dai colpi di Marciano. Nella sesta ripresa un sinistro del campione lo rispedisce knockdown. L’arbitro non conta neppure, guarda gli occhi vitrei del ragazzo e chiama il medico. Non c’è un’ambulanza ad aspettare fuori del Garden, non ci sono ambulanze che possono arrivare dal vicino Santa Clara. Il dottor Vincent Nardiello fa trasportare Vingo a piedi, avvolto in coperte che diventano un’improvvisata barella, fino all’ospedale. Il pugile è in coma, gli viene data l’estrema unzione. Rocky è lì accanto, distrutto anche lui.

Ci vogliono venti giorni per i primi miglioramenti, il miracolo di un ritorno alla vita. Dopo due anni Carmine Vingo recupera la completà efficienza fisica. Marciano paga le spese mediche e quando il ragazzo celebra le nozze con la bella Kitty regala agli sposi la stanza da letto. Vingo sarà presente a ogni match importante dell’ex rivale.

Rocky pensa sempre di più agli amici, alla famiglia. E’ con loro che vuole passare le giornate. Non con gli sparring partner e quel torturatore di Al Weill.

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Archie Moore è un mito, un artista, un vecchio marpione che riesce a mandare Rocky per la seconda volta nella carriera al tappeto (foto). Così Moore la racconta a Peter Heller, giornalista e scrittore.

«Ho messo giù Marciano. Ero eccitato, era una sensazione fantastica. Mi sono detto: “Bene, ecco un altro titolo in tasca, me lo prendo e poi spiego a tutti cosa significhi la parola gioventù”. Ma poi, tutto mi è sfuggito di mano per colpa di un arbitro che non aveva la capacità di governare un evento di quelle dimensioni. Harry Kessler è il nome dell’uomo che ha salvato Rocky Marciano. Era troppo eccitato. Non sapeva cosa fare. Ha preso i guantoni di Rocky ed ha cominciato a pulirli ed ha cominciato a contarlo mentre lui era in piedi. A mezzogiorno, alla lettura delle regole, ci avevano spiegato che se uno di noi era in piedi diventava automaticamente un bersaglio. Ma Keller aveva dimenticato tutto e continuava a contare Marciano, a perdere tempo pulendogli i guantoni. E’ così che mi ha portato via il titolo dei massimi. Quella notte è stata commessa un’ingiustizia».

Dopo il knockdown si scatena la furia di Marciano. Il ko avviene per sfinimento. Le mazzate di Rocky sono terribili. È il 21 settembre 1955, Marciano non salirà più su un ring. Non riprenderà a combattere neppure davanti alle offerte di un milione di dollari per sfidare Patterson e di tre milioni per battersi con Liston. La promessa fatta a Barbara è sacra.

Il 31 agosto di quell’anno vola verso l’ennesima conferenza. Prende 1.500 dollari a presenza. Ha guadagnato tre milioni di dollari in carriera, ha conti in banche diverse sotto nomi diversi. Trecentomila dollari non saranno mai trovati, tutti ignoravano sotto quale pseudonimo fosse stato aperto l’ennesimo conto.

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Vola su un Cessna 172 assieme a due amici. Uno è Frank Farrel, giovane assicuratore. Il pilota è Glenn Bells, di professione fa l’imprenditore edile. È miope e come autista ha rimediato quattordici multe per eccesso di velocità. Un violento temporale lo costringe a un atterraggio di fortuna a pochi chilometri dall’aeroporto di Newton, nello Iowa. L’aereo da turismo va a schiantarsi sull’unica quercia della pista (foto). Il pilota e i due passeggeri muoiono sul colpo.

La boxe perde l’unico campione del mondo dei massimi tosto al punto da ritirarsi imbattuto dopo quarantanove match.

Barbara resta vedova, la piccola Mary Ann non vedrà più il papà.

INDICE ARTICOLI (DAL PIU’ RECENTE)

37. Rocky, storia di un invincibile (20.1.2014)

36. Il mondo virtuale dei calciatori (19.1.2014)

35. La ballata triste di Vidoz (18.1.2014)

34. Le indagini di Antonio Casano (17.1.2014)

33. Capirossi a tutto gas (16.1.2014)

32. Ketchel, omicidio a colazione (15.1.2014)

31. In Italia lo sport è solo militare (14.1.2014)

30. JJ, una vita spericolata (13.1.2014)

29. La Ferrari tutta sesso (12.1.2014)

28. Biaggi: Io, il dolore, il perdono (11.1.2014)

27. Valentino: Io, le donne, la moto (10.1.2014)

26. Mondiali di nuoto in Antartide (9.1.2014)

25. Schiavi dell’inglese (8.1.2014)

24. Quando la boxe era proibita (7.1.2014)

23. Tyson e Facebook (3.1.2014)

22. Il caso Loris Stecca (28.12.2013)

21. Biaggi secondo Doohan (17.12.2013)

20. Nella testa di un portiere (13.12.2013)

19. Tiberio Mitri, bello e maledetto (10.12.2013)

18. Mandela e il senso della boxe (6.12.2013)

17. In difesa della boxe (2.12.2013)

16. I libri fantasma (28.11.2013)

15. E’ ora di svegliarsi (27.11.2013)

14. Parisi, l’ultima stella (28.11.2013)

13. Una vita piena di pugni (19.11.2013)

12. L’impiccio spagnolo (19.11.2013)

11. Tyson è in vendita (14.11.2013)

10. Le regole calpestate (12.11.2013)

9. Balotelli, dove è l’errore (8.11.2013)

8. Galliani unico fuoriclasse del Milan (7.11.2013)

7. La tv da testimone a padrona (3.11.2013)

6. La Spagna esce dalla boxe pro’ (28.10.2013)

5. Russo batte il popolo del web (26.10.2013)

4. I dilettanti di Stato (24.10.2013)

3. Il pugile miope e vegano (22.10.2013)

2. Il giornalismo sportivo (20.10.2013)

1. Il silenzio della boxe (15.10.2013)

Il mondo virtuale dei calciatori

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I GIORNALI sportivi sono entrati a piedi pari sulla notizia.

Ormai sulle pagine online dei quotidiani di settore abbondano donne poco vestite. Tutte le scuse sono buone per mostrare un nudo. Dal pronostico di una partita scritto a “tre centimetri tre“ dalla zona dove nascono i bambini, a quello dipinto sui seni scoperti. Dal risultato scritto sul corpo di una conoscente alla lontana, ma molto alla lontana, di un calciatore (la cugina di una zia di un’amica del fratello di uno che una volta ha visto Balotelli giocare al Meazza), a quello disegnato sul corpo di una figliola che ha frequentazioni pseudo sportive (compreso l’ingresso, per bere un cappuccino, al Bar dello Sport).

Figuratevi se il piatto ricco viene servito gratis.

Mauro Icardi, classe 1993, è stato preso dall’Inter alla vigilia di questo campionato. L’hanno pagato più o meno 12 milioni di euro, più bonus a rendimento (almeno su questo il risparmio è assicurato).

Ha giocato in tutto 237’, segnando due gol.

Poi è finito sui giornali per un’operazione e per un ritorno di malattia. Ha una pubalgia (“di natura infiammatoria che interessa le inserzioni dei muscoli adduttori della coscia per sovraccarico funzionale o microtraumi ripetuti.”) che prevede una precisa terapia.

In fase acuta il soggetto deve assolutamente rimanere a riposo da sforzo atletico e sottoporsi a terapia medica a cui segue quella fisioterapica.

Ma è andato in prima pagina anche per avere intrecciato una focosa relazione con Wanda Nara, moglie del suo amico Maxi Lopez.

Figuratevi allora quali possano essere stati i commenti dei tifosi quando hanno scoperto, tramite un attento studio dell’intenso traffico di messaggi che la coppia si scambia su twitter, che i due avrebbero fatto l’amore “15 volte in 28 ore.

Bisogna dire che a questo punto si sono scatenati anche gli statistici di professione.

Come è stato contaggiato il record che, per mancanza di testimoni, non potrà comunque entrare nel Guiness dei Primati? Le 28 ore devono essere di fila, questo è chiaro altrimenti l’eccezionalità del fatto non esisterebbe. Quindi, se per esempio sono partiti nell’operazione alle 9 del mattino, sono andati avanti fino alle 13 del giorno dopo? Neppure un attimo dedicato al sonno. Perché la media è di quasi una volta e qualcosa (diciamo i preliminari) ogni due ore. Se si fossero fermati per dormire, l’intensità delle prestazioni sarebbe dovuta aumentare. E poi, si sono fermati perché avevano fame o per manifesta incapacità a proseguire? Dicendola in termini pugilistici: è kot o abbandono?

Per non perdere tempo a parlare quando sono assieme, il tempo nel loro caso non è evidentemente denaro ma sesso, i due comunicano ormai solo tramite telefono. Si dice che si chiedano che ora è usando twitter, che si domandino che tempo fa con lo stesso sistema. Guardare l’orologio o affacciarsi alla finestra no, eh?

L’Inter ha detto al giovanotto che sarebbe meglio la finisse di twittare con la signora. Dal momento che è stato più fuori dal campo che in partita, farebbe meglio a concentrarsi su qualcosa di diverso.

Lui ha giurato che avrebbe rispettato il consiglio. E infatti ha smesso. Per un quarto d’ora. Poi, ha ripreso.

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La sua bocca è così sensuale, mi affascina e mi emoziona, non mi stanco mai di baciare…la sua lingua è la mia debolezza.

Tanto per gettare acqua sul fuoco.

Devono avere sempre lo stesso pensiero nella testa i ragazzi. Altrimenti perché parcheggiare la Lamborghini in via Montenapoleone? Inevitabile la multa per divieto di sosta. Ma cosa volete che sia per uno che guadagna come Maurito?

Molti calciatori faticano a restare attaccati alla realtà. Si muovono in una dimensione parallela. Non conoscono la vita di tutti i giorni, pensano che il mondo sia chiuso nei confini delle loro frequentazioni. Pieni di soldi, magari anche belli, senza avere in molti casi una preparazione alle spalle che possa aiutarli a reggere il “peso” di ricchezza e popolarità.

Hanno poca voglia di lottare, perché hanno già tutto.

E così seguono il pifferaio che per primo comincia a suonare. Le creste sui capelli sono un esempio di stravaganza, ma dal momento che hanno tutti lo stesso taglio sono diventate espressione di conformismo. Non se ne accorgono, sembra non riescano proprio a fare un distinguo.

I tatuaggi sono il secondo segnale di appartenenza alla razza pedatoria, il legame con una moda che disegna i confini di un universo di previlegiati. Se il tatuaggio una volta, ma spesso anche oggi, segnava l’appartenenza a una zona maledetta della vita (vedi i membri della yakuza come segnale estremo) o un modo forte per ricordare, per molti calciatori è solo un disegno sulla pelle e niente più. Un marchio che gli permette di essere accettati nel gruppo, un po’ come accade alle matricole dei college che vogliono entrare nelle confraternite delle universita americane.

In molti casi anche le compagne hanno la stessa identità fisica. Sono disegnate dallo stesso pittore che non riasparmia sui colori e sulla quantità. Sono, per alcuni di loro, donne da esibire più che da amare. I sentimenti restano spesso fuori dall’universo pallonaro.

Con i giornalisti il rapporto è contorto. Negano di leggere le pagelle, ma accade che qualcuno ti chiami a un’ora dall’uscita del giornale per chiederti che voto gli hai messo. Evitano anche le interviste, o meglio: accettano solo quelle che non contengano domande imbarazzanti. Le difficoltà devono rimanere lontane dalla loro esistenza. Dicono di non leggere i giornali e poi ti insultano per una riga di critica in un pezzo lungo mezza pagina, aprendo la conversazione sempre allo stesso modo: “Io non ho letto l’articolo, ma un amico mi ha detto che…

Anche con i colleghi non sono poi così generosi. In campo preferiscono la bugia, sia essa l’esaltazione di un fallo subìto che più di una volta non c’è neppure stato o la negazione di un’entrata assassina che è stata vista anche centinaia di chilometri di distanza. Si picchiano e un centesimo di secondo dopo alzano le braccia per negare quello che è realtà per il resto del mondo.

Con i tifosi, nella maggior parte dei casi, hanno un rapporto distaccato. A tenerli lontani dalla gente ci pensano la società, il manager, gli amici che sono riusciti a intrufolarsi per primi in casa loro. Poi quando scoprono, per l’intervento di un magistrato, che quegli amici poi tali non erano, dicono che non li conoscevano, che stringono migliaia di mani, che si fanno fotografare con centinaia di persone.

Sembra quasi che la vita reale gli faccia paura, che la ignorino per non esserne contaminati. Ci sono calciatori che vivono per anni in una città non avendola mai vista. Altri che vorrebbero vederla, ma non possono.

Qualche anno fa mi ha fatto uno strano effetto sentire in televisione Francesco Totti: “Il mio sogno? Prendere un caffè a Piazza di Spagna.” Non può farlo, verrebbe travolto da migliaia di romani che lo amano alla follia. E troppo amore a volte può farti male, fino a negarti la libertà.

Mauro Icardi e Wanda Nara vivono come se fossero all’interno di una striscia di fumetti e non in una Milano che lavora, ama, soffre e si difende.

E adesso è in arrivo Zaira, 25 anni e fisico da sballo. E’ la sorellina minore di Wanda. Aiuto…

La ballata triste di Vidoz

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Paolo Vidoz, giovanottone goriziano classe 1970, è stato bronzo nei supermassimi ai Mondiali ‘99 e all’Olimpiade di Sydney 2000. Da professionista ha conquistato l’Europeo e l’ha difeso due volte. Ottimo pugile, tecnico e con buon pugno, ha chiuso male la carriera. Ecco le ultime interviste che gli ho fatto. C’è amarezza nelle sue parole. Ma compare, solo a tratti, anche quell’ironia che ha contribuito a farlo diventare un protagonista del panorama pugilistico.

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 18 dicembre 2010. Vigilia del match con Kubret Pulev (sconfitta in otto round)

Paolo Vidoz, con che spirito affronterai Pulev (a sinistra nella foto)?

“Vado ad arricchire il record di un altro rivale che punta al titolo. Parto venerdì, sabato il match, domenica a casa. Sono un pugile last minute.”

Perché a 40 anni combatti ancora?

“Per mangiare e bere. Perché è il mio lavoro, perché ho una famiglia da mantenere.”

Rimpianti?

“Dopo l’Europeo a Milano non ho più recuperato sul piano psicologico. Non ho più, come dice Rocky, gli occhi della tigre. Sono troppo prudente e nella boxe vince chi osa.”

Ottimi risultati da dilettante, buon record da professionista. Il momento più bello?

“Quando ho vinto l’europeo dei massimi contro Timo Hoffmann nel 2005, un match fatto con soli quattro giorni di preavviso. E’ stato l’apice della mia carriera.”

Come ti definiresti oggi?

“Un pugile sul viale del tramonto”

E’ triste.

“Quando avevo la speranza di andare sempre meglio, i pugili che venivano ad arricchire il mio record li guardavo dall’alto in basso. Ora sono uno di loro, anche se in fondo all’anima non mi sento così.”

Cosa hai ancora da chiedere alla boxe?

“Di finire i match senza farmi male, di scendere dal ring a testa alta, di guadagnare qualcosa per il mio futuro da coltivatore diretto.”

Del Vidoz burlone mi sembra sia rimasto poco.

“Non è del tutto svanito. Salirò sul ring facendomi accompagnare dalla musica di Heidi, è in onore dell’amico sponsor che mi regala cinque litri di latte a settimana per i miei tre bambini.”

Loro resteranno lontani dalla boxe?

“I due maschietti sì, hanno scelto il calcio. Ma la piccolina no. Le ho detto: ora fai ginnastica e ti alleni, poi farai pugilato. Avrai il permesso di picchiare tutti, compresi i fratelli.”

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 15 dicembre 2012, vigilia della difesa tricolore contro Matteo Modugno

Paolo Vidoz, quello contro Matteo Modugno (a sinistra nella foto) sarà davvero l’ultimo match della carriera?

“In realtà ho già finito di boxare. Ho finito a Milano, contro Skelton, nel dicembre del 2008. Da quel momento in poi non sono stato più io. Non avrei mai pensato di perdere un match per abbandono. Più volte durante quell’incontro ho pregato perché mi mettesse ko.”

C’è un pugno subìto che non potrai mai dimenticare?

“Quello con cui il cubano Rubalcaba mi ha messo ko ai Giochi di Atlanta 1996. Anche se il dolore che ti resta non è quello fisico. Quello, dopo dieci minuti passa. E’ il peso che ti porti dentro a livello morale che richiede un recupero molto più lungo.”

E’ quello che ti è accaduto dopo Skelton?

“Quella sera, all’improvviso, è finita la mia voglia di rischiare. Non sono più stato un pugile.”

Lasci la boxe con tristezza?

“Lascio ringraziando il pugilato, mi ha permesso di vivere vent’anni facendo lo sport che amo e che mi diverte.”

Come procede il progetto dell’agriturismo?

“Bene. Forse ce la faremo. Ho impedito al mio geometra di andare in giro a bere e l’ho costretto a tirare giù la piantina del locale. Mi sto specializzando sempre di più nell’arte del cucinare. Ho partecipato a MasterChef, sono arrivato in finale. Nei primi tempi sarò io a preparare i piatti base e lo farò con grande passione.”

Cosa ti ha dato l’esperienza americana?

“Ho imparato cosa volesse dire fare il pugile professionista. Ho conosciuto i tempi d’azione, il modo di portare il jab, il lavoro al corpo. Che poi non sia stato capace di mettere in atto quelle lezioni, è un altro discorso.”

Finalmente una battuta. Mi sembri invecchiato di trent’anni. Cosa è successo al Vidoz che conoscevo?

“Sono arrivato a un punto della mia vita in cui tutto diventa difficile. Cambiare lavoro a 41 anni non è semplice. Da adesso in poi dovrò vivere facendo il contadino. In confronto la boxe è acqua di rose. Devi spezzarti la schiena per tirare su verdura o patate e mettere assieme dieci euro. Altro che ganci e montanti.”

Come mai nessuna difesa del titolo italiano dei massimi a nove anni dalla conquista?

“Perché in giro mi ero fatto la nomea di quello forte. Devono averci creduto.”

Ultimo match contro Matteo Modugno, due metri per 120 chili. E anche di 17 anni più giovane. Che mi dici di lui?

“Che è bravo, grosso, veloce, giovane e pesante.”

E’ il tuo erede?

“No, il mio erede si chiama Hripsime. E’ mia figlia, ha dieci anni. Per ora fa atletica, ma il suo futuro è nel pugilato. Quando mi spara un pugno nello stomaco tiro fuori un sorriso amaro per non piangere dal dolore. E’ l’unico pugile della famiglia.“

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17 dicembre 2012, dopo la sconfitta tricolore con Modugno (in dieci round)

Sei salito sul ring a 130 chili, non ti sembra di avere commesso un grande errore?
“La dieta di queste parti non si cambia. Da sempre mangiamo salsicce, salame e roba così. Siamo un popolo contadino che consuma energie stando sui campi da mattina a sera. A me è mancata questa seconda parte, ecco perché pesavo così tanto.”

Ma non ti sei vergognato?
“Diciamo che vedendo le foto del match mi sono fatto autoschifo. Il profilo è quello di un vecchio con il pancione.”

Non è che già rimpiangi la boxe?
“Sono disgustato da allenamenti, diete, privazioni, match. Altrimenti sarei andato avanti. Ma la palestra mi faceva sentire giovane. Spero che anche il nuovo lavoro, il cuoco, mi dia gli stessi stimoli. Anche se potrebbe essere un’attività pericolosa vista la mia predisposizione a mangiare di tutto.”

Ma un cuoco cucina, non mangia quello che dovrebbe cucinare.

“Un cuoco deve assaggiare tutto e poi un cuoco magro non mi dà fiducia.”

Quanto ti sei allenato?
“Due settimane, ma intense.”

Uno schifo, non trovi?
“Non potevo pretendere di più da me. Non sopportavo più gli allenamenti.”

Ci sono dei momenti in cui parli come uno che non ne possa più del pugilato, ce ne sono altri in cui sembra che la boxe già ti manchi. Quale è la verità?
“Vado in giro a ripetere a tutti che sono un ex pugile. Forse lo faccio per autoconvincermi. Il fatto è che, anche se non combattevo tanto, sapevo di essere un pugile, di essere campione italiano. Diventare un ex è comunque triste. Smettere è un dolore forte.”

Stai attento Paolo, la vita da ex è dura.
“Tranquillo, ho messo in camera il santino di Monzon…” (ride)

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35. La ballata triste di Vidoz (18.1.2014)

34. Le indagini di Antonio Casano (17.1.2014)

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18. Mandela e il senso della boxe (6.12.2013)

17. In difesa della boxe (2.12.2013)

16. I libri fantasma (28.11.2013)

15. E’ ora di svegliarsi (27.11.2013)

14. Parisi, l’ultima stella (28.11.2013)

13. Una vita piena di pugni (19.11.2013)

12. L’impiccio spagnolo (19.11.2013)

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10. Le regole calpestate (12.11.2013)

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8. Galliani unico fuoriclasse del Milan (7.11.2013)

7. La tv da testimone a padrona (3.11.2013)

6. La Spagna esce dalla boxe pro’ (28.10.2013)

5. Russo batte il popolo del web (26.10.2013)

4. I dilettanti di Stato (24.10.2013)

3. Il pugile miope e vegano (22.10.2013)

2. Il giornalismo sportivo (20.10.2013)

1. Il silenzio della boxe (15.10.2013)

Le indagini di Antonio Casano

Oggi voglio andare fuori tema. Vi propongo un racconto giallo

che contiene una piccola dose di ironia. Spero vi piaccia.

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LUNE sule fu ggiùste e fu mise n-gròsce

Il capitano Antonio Casano aveva lanciato la quotidiana pillola di saggezza. Si poteva cominciare a lavorare. E come spesso accadeva, il lavoro sporco toccava al maresciallo Massimo Calucchia, che in quel momento stava succhiando una mentina.

Al maresciallo piaceva mangiare e, appena poteva, masticava qualsiasi cosa fosse commestibile. Panini, cornetti, cioccolate, tramezzini, caramelle. Tutto. Viveva con la moglie al terzo piano di una vecchia palazzina al Tuscolano. Tre grandi camere, soffitti alti, poca luce.

“Capitano, in venti anni che sono nei Carabinieri, questo è il più brutale omicidio che abbia mai visto”

“Te lo ripeto in italiano, Calucchia. “Uno solo fu giusto e fu messo in croce”. Il mondo è popolato da farabutti. Noi possiamo prenderli e metterli dentro. Ma non possiamo certo eliminarli tutti”

Un bambino piangeva disperato nella stanza accanto, vanamente consolato da una voce amica.

“Chi è?”

“Sandrino, due anni, il figlio della vittima”

La camera da letto della vecchia casa romana, nel quartiere Coppedè, era devastata. Mobili rotti, cuscini sventrati, macchie di sangue sulle pareti. E lei stesa sul pavimento, nuda. Leggermente piegata sul lato destro. Un sacchetto nero di plastica sulla testa, le mani legate dietro la schiena con un nastro isolante grigio.

“Calucchia, chi è la vittima?”

“Anita De Salvi, 36 anni. Abitava in questa casa con il marito, Cesare Pregossi.”

“Il tipografo?”

“Lo conosce?”

“Giochiamo a calcetto ogni sabato mattina. Da due anni. Non ho mai incontrato lei, né ero mai stato qui. Ma lui lo conosco bene. Dove è ora?”

“Lo stiamo cercando.”

“Chi ha trovato il corpo?”

“La portiera. Ha le chiavi dell’appartamento, ogni mattina viene a fare le pulizie e non vuole svegliare il signor Pregossi che la notte rientra tardi dal lavoro.”

“Che ora era quando ha scoperto l’omicidio?”

“Le 9 di questa mattina.”

“Testimonianze? Avete ascoltato i vicini? Nessuno ha sentito niente? Sollecita anche la Scientifica, mi servono al più presto i risultati degli esami.”

“Ora mi attivo, capitano.”

“Viàte a cchèdda case addò stà na chièreca rase.”

“Uè, Cassano. Non perdi occasione per tirare fuori il tuo dialetto barese.”

“Dottor Bremonti, glielo ripeto per la centesima volta. Mi chiamo Casano,  con una sola esse. E ho solo detto “Beata quella famiglia della quale fa parte un prete”. Sarebbe utile, soprattutto in momenti come questo. Lei piuttosto, mi dica qualcosa di più sulla morta”

“E’ stata colpita con un coltello molto affilato. Ha cercato di difendersi, presenta numerosi tagli su entrambe le mani. Poi è stata soffocata. Ha la bocca piena di fazzoletti di carta, il sacco in testa ne ha accellerato la morte. Solo dopo che era stata uccisa, è stata stuprata”

“Ora del decesso?”

“Tra le 5 e le 8 di questa mattina.”

“Mi faccia avere al più presto il referto dell’autopsia.”

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IL CAMPO di calcetto era in periferia, sulla via Ostiense in direzione Ostia Lido. Un terreno sintetico che ogni sabato mattina vedeva gli stessi dieci uomini impegnati per un’ora a correre, spesso senza un criterio preciso. Non si può dire che fossero amici, né che si frequentassero fuori dal campo di calcio. Ma di certo si conoscevano bene.

La squadra di Antonio Casano, capitano dei carabinieri di professione e centrocampista per hobby, schierava la stessa formazione da sempre. Cesare “lo studente” Pregossi in porta. Cosimo “solo andata” Antonori centrale. Adriano “l’infame” Pellini in attacco.

Roberto “il viscido” Micaroni e il capitano dei carabinieri erano impiegati come esterni. Il problema era che quei quattro, in perfetta buona fede, spesso pensavano che l’uomo dell’Arma fosse davvero Cassano, quello con la doppia esse. E prentendevano da lui le stesse giocate del funambolo barese.

Ma le partite di calcetto erano anche una sorta di seduta pubblica di psicoanalisi. Ognuno tirava fuori il peggio di sé.

Il Viscido era un trentacinquenne piccolino, sempre sporco, con i vestiti vecchi e logori. L’unica cosa importante che aveva era il naso. Enorme. “A ogni bel portone ce sta bene un bel patocco” rispondeva a tutti quelli che si prendevano gioco di lui. Ma per il resto, ad ogni insulto replicava con un complimento. Adulare era il verbo che coniugava meglio. E questo faceva ogni volta che, negli spogliatoi, parlava con “Sola Andata” un attimo prima di entrare in campo.

“Cosimo, sei stato grande.”

“A Viscido, granne è stato er botto che ho fatto sur tappeto.”

“Ma che dici, è stata la sfortuna a punirti.”

“Veramente a punimme è stato er gancio sinistro de Barletta. Me fa ancora male ‘a mascella”

“Vedrai, ti rifarai.”

“No. Spero proprio de nun rifacce co’ quello. Quello mena.”

Cosimo era un pugile. Arrivava al Palazzetto dello Sport con il motorino, se ne andava sull’ambulanza. Per questo lo chiamavano “Sola Andata”.

Lo Studente era alto e magro. Pensava sempre di laurearsi, ma era fuori corso da dieci anni. Aveva una teoria. Diceva che per i bambini di due anni le parole erano poco più che un suono, l’importante era la musicalità della frase, non il significato. Così al posto di Cappuccetto Rosso, Cenerentola o Biancaneve, al piccolo Sandro raccontava ogni sera la cronaca di un delitto che aveva appena impaginato al Messaggero, dove lavorava come tipografo. Diceva che quando sarebbe cresciuto, Sandrino avrebbe conservato nell’inconscio soltanto una grande verità.

“Qualsiasi crimine tu commetta, sarai sempre preso e punito.”

L’Infame aveva 39 anni e lavorava da quando ne aveva 18. Non arrivava a 1.65, ma aveva piedi enormi. Fisico robusto, braccia muscolose e viso dalla mascella importante. Era il titolare della macelleria “Non solo carne”, nella zona vecchia di Testaccio. Da dietro il bancone osservava il mondo delle popolane che cercavano di risparmiare pochi euro dalla spesa quotidiana. Il quartiere stava cambiando. Ora c’era anche gente coi soldi, attori o imprenditori, a riempire quelle che una volta erano case popolari. Le avevano comprate, ristrutturate, arredate con mobili costosi e adesso se le godevano. L’Infame li vedeva entrare in macelleria e poi guardarsi attorno come se fossero in un luogo misterioso. Non gli piacevano. Quei palazzi dovevano restare a chi lì era nato, a chi lì aveva vissuto respirando ogni cambiamento il tempo avesse portato. Rideva raramente e solo la Roma calcio sembrava riuscisse ad agitare in lui una passione vera.

IL CAPITANO era andato a trovare Pregossi nell’albergo dove si era rifugiato assieme a Sandrino dopo essere stato informato del delitto. Casano si era recato lì più per cortesia che per interrogarlo. Per questo non si era fatto accompagnare da Calucchia.

“Cesare, mi dispiace. Potrai rientrare in casa solo quando non sarà più considerata il luogo di un crimine. Questo non è il momento migliore, ma dovrei farti alcune domande.”

“Fai pure, Antonio.”

“Tua moglie Anita aveva nemici?”

“Da un mese riceveva ogni lunedì una lettera anonima con minacce di morte. Quattro in tutto.”

“Posso vederle?”

“Certo.”

“Perché non avete denunciato il fatto?”

“Non avevamo considerato la cosa importante.”

Cesare aveva aperto la ventiquattore e aveva tirato fuori una busta marrone, dentro c’erano le lettere. Tutte uguali, tutte con l’identico testo.

<Puttana, prima o poi pagherai con la morte quello che hai fatto!>

Erano scritte al computer. Antonio l’aveva riconosciuto subito. Un Mac, il carattere usato era un Apple Chancery.

“Hai dei sospetti su chi potrebbe averle scritte?”

“No.”

“Qualche vicino, magari sposato, le aveva fatto delle proposte sconvenienti?”

“Perché me lo chiedi?”

“Le statistiche dicono che il 70% delle mogli tradiscono con uomini che abitano nel raggio di un chilometro.”

“Per questo ho cambiato casa.”

“Ciao Cesare, la batosta ha lasciato il segno.”

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COME sempre faceva quando il caso si presentava particolarmente cruento e la soluzione complicata, il capitano Casano era andato a passeggiare al cimitero. Quello inglese vicino alla Piramide Cestia. Era entrato dalla parte di via Ostiense ed aveva attraversato l’intera necropoli, per arrivare davanti alla tomba di Antonio Gramsci nella Zona Terza. Aveva guardato la terra dove era sepolto il fondatore del Partito Comunista Italiano, poi si era appoggiato a un albero e aveva cominciato a fare scorrere nella mente il film delle ultime vicende.

(devo stare attento. rischio di influenzare l’indagine se mi lascio coinvolgere emotivamente. perché cesare, tra le poche cose che ha portato via da casa, aveva quelle quattro lettere? se pensava non fossero importanti, perché le ha conservate e perché le ha prese con sé? e poi nella camera da letto della vittima ho visto qualcosa di strano. ho come l’impressione che ci fosse un elemento stonato, ma non ancora so cosa fosse. devo tornare lì)

ERA TORNATO nella casa del delitto e aveva trovato quello che cercava. Aveva fatto la strada di corsa e poi aveva suonato al citofono di un palazzo vicino, meno di cento metri dall’appartamento dei Pregossi. Adriano Pellini aveva aperto alla terza scampanellata.

“Ciao Antonio, come mai qui?”

“Ciao Adriano, volevo farti qualche domanda. Posso entrare?”

“Certo. Sei qui come amico o come carabiniere?”

“Diciamo che per ora sono qui come un carabiniere amico.”

“Vieni. Mettiamoci nel saloncino.”

Una voce era arrivata dalla cucina.

“Adriano, chi è?”

“Elisa, amore, è Antonio. Siamo nel saloncino. Dimmi Antonio.”

“Conoscevi Anita De Salvi?”

“Certo, è la moglie di Cesare.”

“In che rapporti eravate?”

“Che intendi? E poi, perché dici eravate?”

“Anita è stata uccisa. E nella sua stanza da letto c’era la tua collanina. Come mai?”

“La mia collanina?”

“Per favore, non rispondere sempre a una domanda con un’altra domanda. La tua collanina, quella di cuoio che reggeva un anello in oro, quella che ti togli sempre per ultima nello spogliatoio di calcetto, e riponi con cura in una scatolina che affidi al custode del campo, neppure sia un gioiello prezioso. Come mai era sul comò della moglie di Cesare?”

“Ho capito. Tu sei qui come carabiniere, dell’amico non hai niente. Ne parliamo assieme al mio avvocato.”

“Ne parliamo con chi vuoi. Domani alle 11, in caserma”

La chessciènze iè ccome a la calzzètte, mo iè llarghe e mmò iè strètte

Antonio Casano era convinto che i proverbi fossero davvero saggezza popolare. “La coscienza è come una calza: ora è larga, ora è stretta”. Ma non poteva essere così per lui, non poteva essere così per un carabiniere.

Aveva convocato anche gli altri due compagni di calcetto in caserma. Voleva sapere se almeno loro fossero a conoscenza di qualcosa in più su quelli che finora erano stati i protagonisti della brutta storia. Alle 9 era arrivato Roberto Micaroni, professione meccanico. Naso grosso e adunco. Due occhi a palla da miope precoce, un ciuffo di capelli sparati in avanti a dispetto di qualsiasi regola della fisica. Come se non bastasse, aveva le gambe corte e le cosce grosse. Il torace era stato perdonato dalla natura e non dava (per ora) segnali di cedimento.

“Roberto, hai saputo di Anita, la moglie di Cesare?”

“Ho letto l’articolo sull’omicidio stamattina sul Messaggero. Spero che almeno questa storia Cesare non la racconti a Sandrino”

“Come andava la relazione tra i due?”

“Bene, comunque meglio di come va quella tra Adriano ed Elisa.”

“Perché, cosa c’è che non va tra loro?”

“Non possono avere figli e questo ha creato grossi problemi. Litigi continui, anche violenti.”

“Chi è che non può averli, lei o lui?”

“Non ne sono sicuro, ma una volta Adriano si è lasciato scappare che forse la sua infertilità è colpa dell’inquinamento. Ma non ha chiarito come sia arrivato a quelle conclusioni.”

“Che tu sappia, hanno provato qualche cura particolare?”

“Lui ripete che i medici non ci hanno capito niente e che avrebbe trovato lui un rimedio. Ma non mi ha mai spiegato quale.”

Alle 10 era arrivato Cosimo Antonori, ragazzo dal fisico tarchiato. Piccolo, ma tosto. Un capoccione che poggiava su due spalle robuste, torace ampio. Gambe corte e storte. Faceva il pugile, o almeno così diceva lui. Si allenava nella palestra vicino agli ex Mercati Generali.

“Cosimo sai anche tu dei problemi che hanno Adriano ed Elisa?”

“Una sera in pizzeria, Adriano mi ha detto di avere trovato la soluzione per tutti i suoi guai. Ha detto che è una cosa che lo ripugna, ma che l’avrebbe comunque fatto.”

“E non ha aggiunto altro?”

“Ha detto: “E’ un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo”

“Assieme alla pizza avevate anche bevuto molto?”

Quando alle 11 Adriano Pellini e l’avvocato avevano fatto il loro ingresso nell’ufficio di Casano, il capitano aveva un’idea più precisa della situazione.

“Signor Pellini, come vanno le cose tra lei e sua moglie?”

“Siamo arrivati a questo punto. Adesso mi dai del lei?”

“Sei tu ad essere venuto qui con l’avvocato, io mi adeguo.”

“Vai avanti. Prima finisce questa storia, meglio è.”

“Rispondi alla mia domanda: come vanno le cose tra te e Elisa?”

“Bene, perché?”

“A me invece risulta che litighiate spesso a causa di un figlio che non arriva e che la colpa sia della tua sterilità.”

“Non vedo cosa c’entri questo con l’omicidio di Anita”

“Primo, non mi hai detto la verità. Secondo, potresti avere cercato consolazione altrove, magari da Anita”

“Tu vaneggi. Io me ne vado. Non puoi trattenermi.”

“Adriano, penso che per te sarebbe meglio collaborare e dirmi tutto quello che sai.”

“Ti saluto.”

IL CAPITANO Casano stavolta si era fermato davanti alla tomba del poeta inglese John Keats. C’era il sole, ma l’aria era ancora fresca. L’ombra degli alberi all’interno del cimitero inglese regalava un senso di pace, di tranquillità. Il carabiniere aveva scelto come punto di appoggio il muro di cinta.

Antonio Casano, da Modugno in provincia di Bari aveva  trentotto anni, ma gli sarebbe ancora piaciuto portare i capelli lunghi come molti di quegli studenti a cui aveva insegnato dieci anni prima.  Aveva un fisico atletico, era alto 1.80 e non superava mai i 75 chili. Aveva insegnato chimica, ma anche filosofia. Non nel senso di Socrate e Aristotele, ma in quello di offrire una visione disincantata della vita e di cercare le strade migliori per percorrerla. I ragazzi gli volevano bene. In un periodo di contestazione dura, lo stavano ad ascoltare. Amava la musica e le avventure. Sognava di fare il giro del mondo, magari in moto. Poi gli era venuta quella che lui chiamava “la vocazione”, ed era entrato nell’Arma. E adesso, che a ricordargli il passato era rimasta solo la Ducati, se ne stava davanti a una tomba a parlare con uno che non gli avrebbe mai potuto rispondere.

(perché mi sto intestardendo su questa storia della sterilità? forse mi sto lasciando condizionare dal rapporto di amicizia con testimoni e sospetti, altrimenti non avrei fatto quelle domande ad adriano. ma sento che c’è qualcosa che lega il delitto con la storia della sterilità. niente più che un’intuizione, ma in mancanza d’altro devo accontentarmi)

ELISA Cacchi, la moglie di Adriano, aveva un paio di jeans così attillati che faticavi a capire come fosse riuscita a indossarli. La T-shirt bianca era invece almeno una misura più grande della sua taglia. I capelli, lunghi e biondi, ondeggiavano ad ogni passo. Era come la ragazza della pubblicità dello shampo, quella che l’Infame aveva visto mille volte in televisione. Solo che Elisa era un po’ sopra misura, robusta insomma. Ma non ne aveva mai fatto un problema. Sono cose che contano poco quando si hanno abbastanza soldi per riderci su. Adriano e Elisa appartenevano a due mondi diversi. Da ragazza lei viveva in una villa sull’Appia Antica. Era la figlia di Elisabetta Finzetti Contini Cacchi, una a cui il popolo faceva schifo e proprio non riusciva a capire come la figlia riuscisse a mischiarsi alla marmaglia senza sentirsi nauseata da quell’odore di povertà che emanava. Gli amici di Elisa si chiamavano Gigio, Giampi, Dodo, Ciuffo, Spino.

Il papà di Adriano si chiamava Francesco, detto Checco, e lavorava ai Mercati Generali di via Ostiense. Faceva il facchino. Tempo per ridere ne aveva poco. Al massimo qualche accenno di sorriso la notte del Cottio, quando i grossisti offrivano il pesce, fritto in un padellone gigante dalle donne del quartiere. Quando Adriano era piccolo lui lavorava fino alle prime luci dell’alba, il giorno dormiva. Ma quando era sveglio parlava tanto con quel figliolo a cui voleva regalare la fortuna di fare quello che lui aveva sognato da ragazzo. Avere un negozio tutto suo.  Checco sapeva godere di quel poco che la vita offriva a gente come loro. In camera da letto conservava, come una reliquia, una foto con Amedeo Nazzari in visita ai Mercati. Aveva sempre faticato, ma non si era mai lamentato. Neppure quando era rimasto solo a portare avanti la famiglia. Aveva sposato Maria dopo uno di quei fidanzamenti che sembravano essere senza fine. Si erano conosciuti poco più che bambini, avevano vissuto di sogni per dieci anni, poi era finalmente arrivato il matrimonio. Sei anni dopo, Maria era morta lasciando soli Checco ed il loro bambino.

Elisa guardava il marito e non parlava. Erano dieci minuti che la scena non cambiava. Se ne stavano in cucina, appoggiati al tavolo in marmo, uno da una parte, lei dall’altra. Muti.

“Adriano, cosa voleva Antonio?”

“Il capitano Casano mi ha chiesto come vanno le cose tra noi due.”

“E questo cosa c’entra con l’omicidio di Anita?”

“E quello che gli ho detto.”

“E lui?”

“Ha continuato a interrogarmi sul tema.”

“Gli hai detto la verità?”

“E quale sarebbe la verità?”

“Che quasi non ci parliamo più. Che per salvare il nostro matrimonio mi hai costretta a fare una cosa di cui mi vergognerò per tutta la vita. Che presto non potremo neppure guardarci in faccia.”

“Stai zitta. Se gli avessi detto queste cose, magari sarei già in carcere. E poi non mi è sembrato che tu abbia fatto un gran sacrificio.”

“Adesso offendi pure! Comunque tu non puoi averla uccisa. Ieri mattina eri in casa. Credo…”

“Che vuol dire “credo?””

“Io ieri mattina dormivo”

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U pan mocc a ci non ten l’dind”.

Nella testa del capitano Casano cominciava a farsi strada una strana idea. “Chi ha il pane non ha i denti”. Il percorso per arrivare a dama sarebbe stato lungo e complicato, ma era anche l’unico che gli sembrava al momento percorribile.

“Calucchia, abbiamo il referto della Scientifica?”

Il maresciallo aveva messo via il supplì che stava mangiando di nascosto, si era messo quasi sull’attenti e aveva risposto.

“Eccolo capitano, è appena arrivato.”

“Che dice?”

“Sul luogo del delitto è stato trovato il coltello usato dall’assassino. E’ un modello in acciaio inox, usato generalmente per arrosti e salumi. Garantisce un taglio preciso, l’impugnatura ha una presa sicura. Le tracce di sangue rinvenute sulla lama appartengono solo alla vittima. L’assassino deve essere stato attento a non ferirsi. Sono stati rinvenuti anche alcuni capelli che non sono della morta. Inoltre c’è un bicchiere che potrebbe essere stato usato dal killer. Conteneva un liquore, quasi sicuramente rum, e dalla saliva sul bordo si potrebbe capire chi altro fosse nella stanza quella mattina. Magari incrociando gli esami del Dna tra capelli, rum e sospetti.”

“E bravo Calucchia, adesso sei pronto per il RIS!”

“Capitano, volevo solo…..”

“Scherzavo. Mi piace chi è propositivo. Adesso però penso che ci servirebbe un aiuto. Chiamami Anselmo Scagliarini”

“Il profiler del Reparto Analisi Criminologiche?”

“Lui. Gli avevo chiesto un parere sul caso, dovrebbe essere pronto.”

Il capitano aveva appena aperto il succo di frutta, quando il telefono aveva preso a squillare.

“Antonio?”

“Ciao Anselmo, hai novità per me?”

“L’assassino è un uomo tra i 35 e i 40 anni. Conosceva molto bene la vittima, la scatenante è stata la passione. Presumibilmente la gelosia, la paura di non avere più potere sul partner. Marito o amante? Questo non lo so. Ha infierito sul corpo, le ha coperto gli occhi affinchè non lo vedesse nel momento in cui la stava uccidendo. E l’ha stuprata solo dopo morta, recuperando così, nella sua mente malata, il potere perso.”

“Grazie, mi sei stato di grande aiuto.”

Finalmente era arrivato anche il rapporto sull’autopsia. Il dottor Bremonti era stato veloce, come richiesto.

“Anita De Salvi è morta da costrizione esterna del collo determinata da un laccio e da una busta che ne hanno limitato la capacità di assumere ossigeno. In altre parole, è stata soffocata dal sacchetto della spazzatura e dal laccio che le è stato stretto attorno al collo. Sulle mani della vittima si contano quindici tagli provocati da una lama lunga almeno venti centimetri, la De Salvi ha cercato di difendersi. Confermo la prima ipotesi fatta sul luogo del delitto. La signora è stata stuprata solo dopo morta. L’assassino dovrebbe avere usato un profilattico, non ci sono infatti tracce di sperma nè sulla vittima, nè vicino a lei.”

STAVOLTA nell’ufficio del capitano Casano c’era Cesare Pregossi.

“Dove eri la mattina dell’omicidio tra le 6 e le 8?”

“La sera prima avevo fatto la notte al giornale, poi ero andato a cena con alcuni colleghi. Avevamo bevuto troppo, si erano fatte le 4 e non potevo guidare la macchina in quelle condizioni. Ho tirato giù il sedile e mi sono addormentato. Quando mi sono svegliato ho guardato l’orologio. Erano le 8.30. Sono arrivato a casa verso le 9.15 e ho trovato i carabinieri.”

“Chi può confermare questa storia?”

“I miei colleghi, almeno fino alle 4. Dopo devo affidarmi alla fortuna, e sperare che qualche sconosciuto passante abbia lanciato un’occhiata nella macchina.”

“Perché non hai chiamato tua moglie per dirle cosa era accaduto?”

“Alle 4 l’avrei svegliata, poi ho dormito. La mattina ho pensato che avrei fatto prima a tornare a casa, piuttosto che incominciare un’altra discussione per telefono.”

“Discutevate spesso?”

“Lei pensava che la tradissi.”

“E aveva ragione?”

“Non nel senso stretto del termine.”

“Spiegati meglio.”

“Andavo a letto con Elisa, la moglie di Adriano. Ma non è come pensi tu.”

“Perché, come ci andavi? In sogno?”

“Adriano ed Elisa volevano dei bambini, ma dopo cinque anni di matrimonio ancora non erano riusciti ad averne. Lui si era fatto il test ed era risultato sterile. Mi aveva chiamato. Loro due erano d’accordo. Mille euro a settimana ed avrei provato io a inseminare Elisa.”

“Un gesto di amicizia.”

“Non puoi capire.”

“Hai ucciso tu Anita?”

“Ma sei pazzo? Io l’amavo”

“Acconsenti a darmi spontaneamente alcuni capelli per un riscontro del Dna?”

“Certo, non ho nulla da nascondere”

“Sei nel libro degli indagati, non lasciare la città, renditi sempre reperibile.”

ANTONIO Casano era in piedi, davanti al monumento funebre dedicato a Rosa Bathurst nel cimitero inglese all’Ostiense. Quella ragazza inglese era morta nella primavera del 1824, precipitata nel Tevere mentre passeggiava a cavallo lungo le sponde fiume. Era giovane, bella, allegra. Aveva solo sedici anni. La tomba era vicina alle Mura Aureliane. Il capitano se ne stava lì a pensare a quell’esistenza troncata così presto, a riflettere su come nel mondo ci fosse sempre stata una dose eccessiva di crudeltà.

“Cuggie l’acque kuann chiov’”, cogli l’acqua quando piove. Versione barese del Carpe diem, cogli l’attimo. Difficilmente la vita concede una seconda occasione.

(cesare non mi convince. e perché adriano non mi ha detto niente di questa storia? perché la collanina di adriano era sul comò di anita? l’alibi di cesare, regge davvero? ho sempre di più la sensazione che questo sia un delitto di gelosia. ma se cesare andava con elisa, addirittura pagato da adriano che è il marito, chi potrebbe avere ucciso anita per gelosia?)

ADRIANO Pellini era visibilmente nervoso. La nuova convocazione in caserma lo aveva scosso. Le parole di Elisa, l’invito a dire tutta la verità gli avevano regalato altra agitazione. Antonio Casano per lui ormai era solo un capitano dei carabinieri, l’amico era rimasto sul campo di calcetto. E non sarebbe più tornato.

“Adriano, vuoi raccontarmi questa storia tra te, Elisa e Cesare?”

“Quale storia?”

“Cesare mi ha detto tutto.”

“E allora, cosa vuoi sapere da me?”

“La verità.”

“Non potevamo più sopportare l’idea di non avere un figlio. Non ci piaceva neppure la prospettiva della fecondazione artificiale, o meglio: non piaceva alla famiglia di lei. Non volevano un nipote da una persona che neppure conoscevamo. E così ci siamo rivolti a Cesare. La cosa sarebbe rimasta tra amici.”

“Avete strane idee su cosa sia l’amicizia.”

“Era un’operazione asettica. Un semplice atto di riproduzione, non c’era coinvolgimento emotivo. Un accoppiamento meccanico. Niente amore. Purtroppo non ha funzionato.”

“In che senso?”

“Ci hanno provato per due mesi, quattro volte a settimana. Ma niente. Così abbiamo rinunciato.”

“Cosa c’era che non andava?”

“Dopo un fallimento così ripetuto, Cesare ha avuto dei dubbi. Elisa le analisi le aveva già fatte, tutto a posto. La colpa, chiamiamola così, era mia. Ero sterile. Lo stesso destino di Cesare.”

“In che senso?”

“E’ sterile anche lui. Le analisi e le visite lo hanno confermato.”

“Toglimi una curiosità. Perché abbiamo trovato la tua collanina sul comò di Anita?”

“Cesare diceva che con quella addosso si sarebbe sentito più a suo agio con Elisa. Era come se avesse ricevuto un’approvazione più forte da parte mia. Ma quella mattina, per distrazione, deve averla dimenticata lì, in casa.”

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ADESSO tutto tornava. La cosa più difficile sarebbe stata quella di non aggravare la situazione con Sandrino. Il capitano Casano era andato a prendere Cesare Pregossi assieme al maresciallo Calucchia, che in dieci minuti di macchina aveva sgranocchiato almeno venti noci. Con loro c’era la dottoressa Simona Cavicchi, psicologa dell’infanzia e assistente sociale. Cesare aveva aperto al primo suono del campanello, sembrava li stesse aspettando. Aveva la faccia stravolta, non dormiva da quattro giorni.

“Allora, vuoi dirmi finalmente la verità?”

“Sono stato io.”

“Questo lo sapevo, il tuo DNA è stato trovato sul corpo della vittima. Sudore, roba recente. Per fortuna la portiera ha scoperto Anita poco dopo che tu l’avevi uccisa. Ha salvato le prove.”

“Ho la mente confusa.”

“Succede quando la testa non funziona come dovrebbe. C’è altro?”

“Mi sono inventato la storia delle lettere anonime, quelle le ho scritte io.”

“Dimmi qualcosa che non so.”

“Quando ho scoperto di essere sterile, mi è crollato il mondo addosso. L’ho affrontata e le ho chiesto chi fosse il padre di Sandrino, volevo sapere con chi mi aveva tradito. Ma lei ha fatto l’offesa, ha detto che era il mio. Le ho sbattuto in faccia il referto del laboratorio e il certificato di sterilità. Si è messa a ridere. Come? Ma se sei il macho del quartiere! Non sei neppure in grado di fare un bambino! Mi sbatteva in faccia quelle parole come se non contassi nulla, non potevo sopportarlo. Sono andato in cucina, ho preso il coltello con cui tagliavamo l’arrosto e un sacco dell’immondizia. Sono tornato in camera da letto, ho buttato giù un bicchiere di rum e le sono saltato addosso. Ha provato a difendersi la poverina, ma è stato inutile. Le ho legato le mani con il nastro isolante. Le ho messo in testa il sacchetto e glielo stretto con un laccio alla gola. Quando ha smesso di agitarsi, l’ho spogliata e poi ho fatto l’amore un’ultima volta con lei. Io volevo bene ad Anita e lei mi ha tradito.”

Antonio Casano era sconvolto. Mentre il maresciallo Calucchia portava via Cesare Pregossi, lui aveva cominciato a piangere. Era triste per Sandrino, a due anni aveva appena perso la mamma e ora avrebbe affrontato una lunga parte della vita senza avere accanto neppure il papà. Ma alla fine forse il bambino avrebbe capito, glielo aveva ripetuto tante volte il papà in quelle strane favole che gli raccontava la sera.

“Qualsiasi crimine tu commetta, sarai sempre preso e punito.”

A ccì crète, Ddì prévete

E lui ci credeva, Dio avrebbe provveduto. Antonio Casano da Modugno era certo che a dividerlo da quello con le due esse, non fosse solo una consonante. Era entrato nei Carabinieri convinto dalle parole di un maresciallo. “Il mondo è popolato da farabutti. Noi possiamo prenderli e metterli dentro. Ma non possiamo certo eliminarli tutti”. L’importante era non arrendersi mai.

Passeggiava lentamente sotto il sole caldo di Roma. Il cimitero inglese era silenzioso. Stavolta non aveva una meta. Quel posto gli regalava serenità, lo faceva riflettere. Pensava all’amico perso, al bambino che era rimasto solo, al dispiacere di non avere capito subito cosa turbasse la mente di un uomo che conosceva da due anni. Il suo dovere l’aveva fatto. Un altro colpevole era in galera.

Preso in quei pensieri si era accorto solo all’ultimo istante di una presenza improvvisa. Il maresciallo Calucchia era lì, davanti a lui, masticava una mela e sorrideva.

“Capitano, allora la faccio questa domanda per entrare nel RIS?”