Storia di Tania e dei Cagnotto. Acrobati senza paura

kover

Tania ha riportato in Italia un oro mondiale nei tuffi quarant’anni dopo Dibiasi. Qualche tempo fa avevo chiesto al papà Giorgio di parlarmi della sua famiglia. E lui aveva messo assieme la magica storia dei Cagnotto, un gruppo di acrobati senza paura.

Giogio Cagnotto aveva otto anni quando si esibiva a “Le Panteraie” di Montecatini Terme assieme allo zio materno Lino Quattrin. Si tuffavano vestiti da clown, erano i protagonisti di uno spettacolo comico che aveva come colonna sonora la voce roca di Fred Buscaglione.

Diventato grande, Giorgio se ne andava in giro per il Nord Europa.

Poteva anche essere estate, ma da quelle parti faceva comunque freddo. E le gare erano all’aperto. Una volta a Norkoepping, in Svezia, c’erano nove gradi e gli spogliatoi erano lontani più di un chilometro. Avevano rischiato di rimanere congelati.

Un’altra volta a Litvìnov, quando era ancora Cecoslovacchia, la piscina era al centro di un enorme prato. I giudici si erano coperti con gli impermiabili e indossavano quasi tutti i guanti. Loro erano lì in costume a tuffarsi nell’acqua gelida.

Dopo ogni avventura Giorgio guardava l’amico Klaus e gli diceva che dovevano proprio essere un bel branco di matti per mettersi in quelle situazioni.

L’amicizia con Dibiasi era di lunga data. Cagnotto dice, scherzando, che hanno dormito più insieme loro due che con le rispettive mogli.

Erano nemici in gara, grandissimi amici fuori. Mai uno screzio, anche se Giorgio ogni tanto lo prendeva in giro. Perché Klaus era uno a cui sembrava dovesse andare tutto bene. Si tuffava avendo costantemente dei punti di riferimento. In un giorno di cielo sereno se lui si augurava che arrivasse una nuvola per aiutarlo, state certi che quella si presentava puntuale.

klaus

Ci scherzava su Cagnotto, ma ha sempre riconosciuto che Dibiasi era un fenomeno assoluto precisanto che chi non l’avesse ammesso avrebbe sicuramente mentito.

Lo chiamano tutti Giorgio, ma sui documenti è scritto Franco. Lui pensa ci sia stata un’incomprensione tra il padrino e la mamma al momento della registrazione all’anagrafe. Non sa bene cosa sia accaduto, ma sa che quel nome sugli atti ufficiali gli ha creato spesso dei problemi.

Lo sport ai tempi di papà Cagnotto era meno nevrotico di oggi, l’atmosfera era meno stressante. Ma ieri come oggi capitava ai tuffatori di innamorarsi tra loro.

Carment Casteiner stava per festeggiare i suoi 18 anni alla fine di settembre del ‘72.

Era diventata tuffatrice quasi per caso. Carlo Dibiasi, il papà di Klaus, l’aveva vista in piscina e le aveva chiesto di provare a tuffarsi con maggiore impegno. Del resto lo sport era nel sangue dei Casteiner: Otto, il papà di Carmen, era stato il primo campione italiano.

Quel settembre del ‘72 Carmen e Giorgio erano a Monaco per l’Olimpiade. La notte in cui i feddayn di Settembre Nero avevano fatto irruzione negli appartamenti del Villaggio loro erano fuori e la mattina dopo erano già in viaggio di ritorno a casa. Avrebbero avuto paura a posteriori, ma di pericoli non ne avevano corsi.

Si erano messi quasi subito assieme, ma il matrimonio era arrivato solo dodici anni dopo.

Giorgio le aveva promesso che si sarebbero sposati dopo la sua ultima Olimpiade.

Ride ancora quando dice che è per questo che è andato avanti fino a Mosca 1980. Ma la sua è una risata furbetta.

La signora Casteiner ha vinto otto titoli italiani dalla piattaforma, ora gestisce la famiglia dietro le quinte e lega i rapporti dell’intero gruppo.

Giorgio ha conquistato due argenti e due bronzi olimpici, oltre a un bronzo mondiale; un oro, due argenti e due bronzi europei.

L’oro ai Giochi l’ha solo sfiorato.

giorgio

A Monaco 1972 sentiva di avere quella medaglia saldamente in mano. Dopo i sette turni del mattino era chiaramente avanti. Mancava però il doppio e mezzo rovesciato, un tuffo che non riusciva quasi mai a fare come avrebbe voluto. E anche in quell’occasione non era andata come sperava: Vladimir Vasin aveva recuperato fino a chiudere un punto e mezzo davanti lasciando a lui l’argento.

Tania la medaglia olimpica l’ha sfiorata, l’ha mancata per un soffio. Ma la sua carriera è stata comunque esaltante.

Si è tuffata per la prima volta quando aveva appena due anni. Ad essere precisi è caduta nel laghetto dell’Acquacetosa a Roma, dentro l’acqua con i pesciolini rossi. A 4 anni si era già innamorata di questo sport, anche se i genitori avevano provato a deviare i suoi interessi. Prima con lo sci, poi con il tennis. Ma lei aveva deciso.

Unica condizione che l’acqua della piscina fosse tiepida: non sopportava il freddo.

Timida, riservata, si scatena solo tra gli amici. Con gli altri quasi si vergogna a mostrare sentimenti o emozioni.

Prima di ogni tuffo guarda a bordo piscina il papà. E se lui non incrocia lo sguardo, lei si innervosisce. Vuole sempre un segnale di approvazione. Se Giorgio comincia a scuotere la testa, lei proprio non lo sopporta. Ma alla fine sono (quasi) sempre in pieno accordo.

Lei dice che spesso durante una competizione importante ha bisogno di sentire vicino il papà, non il tecnico. Le serve qualcuno con cui parlare di tutto, toccare argomenti più profondi di un triplo salto mortale andato male. E Giorgio è sempre presente.

Ci sono molti aneddoti curiosi nella vita sportiva di Tania, ne voglio ricordare uno in particolare.

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Montreal 2005, campionati del mondo. La Cagnotto era stata la prima nuotatrice italiana a conquistare una medaglia in questa competizione: il bronzo.

Quel giorno i suoi amici Cinzia, che è nata lo stesso giorno di Tania, e Luca erano in vacanza a Sharm El Sheik, sul Mar Rosso. Volevano andare a ballare, ma poi avevano cambiato idea: in tv c’era la finale dei tuffi da Montreal. Così i due erano rimasti in albergo a tifare per lei.

Era stata la scelta che gli aveva salvato la vita.

Quel 22 luglio un attentato terroristico aveva ucciso 90 persone proprio nella discoteca dove i due ragazzi volevano andare.

Anche questo fa parte della storia dei Cagnotto, una famiglia di acrobati senza paura.

E adesso a Kazan è arrivato l’oro mondiale da un metro, davanti a una cinese. La favola continua, prossima puntata i Giochi di Rio de Janeiro 2016. C’è un tabù da sfatare.

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Tuffi imbarazzanti, zero punti e cento sorrisi

fabrigaCampionati SudEst Asiatici a Singapore.

Quarto tuffo nella gara dal trampolino di tre metri.

Prova il filippino John Elmerson Fabriga. Non va, il suo tentativo scivola involontariamente sul comico. La giuria è implacabile: zero punti!

Tocca all’altro filippino John David Pahoyo che fa addirittura peggio del suo connazionale: zero punti anche per lui!

Dice Pahoio: “Non è la prima volta che sbaglio un tuffo e non sono il primo a farlo. Sono ugualmente orgoglioso, perché non è da tutti avere il privilegio di rappresentare il proprio Paese in un evento sportivo come questo. E poi non capisco perché a circolare sul web siano stati solo i nostri tuffi sbagliati, nel sincro siamo andati decisamente meglio“.

pahoyoSettime e ottavi (su otto tuffatori) nella prova individuale, ottavi nel sincro su otto coppie. Non è stata una bella giornata per i tuffatori delle Filippine.

La storia dei Cagnotto, acrobati senza paura

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Tania ha attraversato da protagonista gli Europei di Berlino. Qualche tempo fa avevo chiesto al papà Giorgio di parlarmi della sua famiglia. E lui aveva messo assieme la magica storia dei Cagnotto, un gruppo di acrobati senza paura.

 

GIORGIO CAGNOTTO aveva otto anni quando si esibiva a “Le Panteraie” di Montecatini Terme assieme allo zio materno Lino Quattrin. Si tuffavano vestiti da clown, erano i protagonisti di uno spettacolo comico che aveva come colonna sonora la voce roca di Fred Buscaglione.

Diventato grande, Giorgio se ne andava in giro per il Nord Europa.

Poteva anche essere estate, ma da quelle parti faceva comunque freddo. E le gare erano all’aperto. Una volta a Norkoepping, in Svezia, c’erano nove gradi e gli spogliatoi erano lontani più di un chilometro. Avevano rischiato di rimanere congelati.

Un’altra volta a Litvìnov, quando era ancora Cecoslovacchia, la piscina era al centro di un enorme prato. I giudici si erano coperti con gli impermiabili e indossavano quasi tutti i guanti. Loro erano lì in costume a tuffarsi nell’acqua gelida.

Dopo ogni avventura Giorgio guardava l’amico Klaus e gli diceva che dovevano proprio essere un bel branco di matti per mettersi in quelle situazioni.

L’amicizia con Dibiasi era di lunga data. Cagnotto dice, scherzando, che hanno dormito più insieme loro due che con le rispettive mogli.

Erano nemici in gara, grandissimi amici fuori. Mai uno screzio, anche se Giorgio ogni tanto lo prendeva in giro. Perché Klaus era uno a cui sembrava dovesse andare tutto bene. Si tuffava avendo costantemente dei punti di riferimento. In un giorno di cielo sereno se lui si augurava che arrivasse una nuvola per aiutarlo, state certi che quella si presentava puntuale.

klaus

Ci scherzava su Cagnotto, ma ha sempre riconosciuto che Dibiasi era un fenomeno assoluto precisanto che chi non l’avesse ammesso avrebbe sicuramente mentito.

Lo chiamano tutti Giorgio, ma sui documenti è scritto Franco. Lui pensa ci sia stata un’incomprensione tra il padrino e la mamma al momento della registrazione all’anagrafe. Non sa bene cosa sia accaduto, ma sa che quel nome sugli atti ufficiali gli ha creato spesso dei problemi.

Lo sport ai tempi di papà Cagnotto era meno nevrotico di oggi, l’atmosfera era meno stressante. Ma ieri come oggi capitava ai tuffatori di innamorarsi tra loro.

Carment Casteiner stava per festeggiare i suoi 18 anni alla fine di settembre del ‘72.

Era diventata tuffatrice quasi per caso. Carlo Dibiasi, il papà di Klaus, l’aveva vista in piscina e le aveva chiesto di provare a tuffarsi con maggiore impegno. Del resto lo sport era nel sangue dei Casteiner: Otto, il papà di Carmen, era stato il primo campione italiano.

Quel settembre del ‘72 Carmen e Giorgio erano a Monaco per l’Olimpiade. La notte in cui i feddayn di Settembre Nero avevano fatto irruzione negli appartamenti del Villaggio loro erano fuori e la mattina dopo erano già in viaggio di ritorno a casa. Avrebbero avuto paura a posteriori, ma di pericoli non ne avevano corsi.

Si erano messi quasi subito assieme, ma il matrimonio era arrivato solo dodici anni dopo.

Giorgio le aveva promesso che si sarebbero sposati dopo la sua ultima Olimpiade.

Ride ancora quando dice che è per questo che è andato avanti fino a Mosca 1980. Ma la sua è una risata furbetta.

La signora Casteiner ha vinto otto titoli italiani dalla piattaforma, ora gestisce la famiglia dietro le quinte e lega i rapporti dell’intero gruppo.

Giorgio ha conquistato due argenti e due bronzi olimpici, oltre a un bronzo mondiale; un oro, due argenti e due bronzi europei.

L’oro ai Giochi l’ha solo sfiorato.

giorgio

A Monaco 1972 sentiva di avere quella medaglia saldamente in mano. Dopo i sette turni del mattino era chiaramente avanti. Mancava però il doppio e mezzo rovesciato, un tuffo che non riusciva quasi mai a fare come avrebbe voluto. E anche in quell’occasione non era andata come sperava: Vladimir Vasin aveva recuperato fino a chiudere un punto e mezzo davanti lasciando a lui l’argento.

Tania la medaglia olimpica l’ha sfiorata, l’ha mancata per un soffio. Ma la sua carriera è stata comunque esaltante.

Si è tuffata per la prima volta quando aveva appena due anni. Ad essere precisi è caduta nel laghetto dell’Acquacetosa a Roma, dentro l’acqua con i pesciolini rossi. A 4 anni si era già innamorata di questo sport, anche se i genitori avevano provato a deviare i suoi interessi. Prima con lo sci, poi con il tennis. Ma lei aveva deciso.

Unica condizione che l’acqua della piscina fosse tiepida: non sopportava il freddo.

Timida, riservata, si scatena solo tra gli amici. Con gli altri quasi si vergogna a mostrare sentimenti o emozioni.

Prima di ogni tuffo guarda a bordo piscina il papà. E se lui non incrocia lo sguardo, lei si innervosisce. Vuole sempre un segnale di approvazione. Se Giorgio comincia a scuotere la testa, lei proprio non lo sopporta. Ma alla fine sono (quasi) sempre in pieno accordo.

Lei dice che spesso durante una competizione importante ha bisogno di sentire vicino il papà, non il tecnico. Le serve qualcuno con cui parlare di tutto, toccare argomenti più profondi di un triplo salto mortale andato male. E Giorgio è sempre presente.

Ci sono molti aneddoti curiosi nella vita sportiva di Tania, ne voglio ricordare uno in particolare.

tania-cagnotto-vince-la-gara-da-1-metro-a

Montreal 2005, campionati del mondo. La Cagnotto era stata la prima nuotatrice italiana a conquistare una medaglia in questa competizione: il bronzo.

Quel giorno i suoi amici Cinzia, che è nata lo stesso giorno di Tania, e Luca erano in vacanza a Sharm El Sheik, sul Mar Rosso. Volevano andare a ballare, ma poi avevano cambiato idea: in tv c’era la finale dei tuffi da Montreal. Così i due erano rimasti in albergo a tifare per lei.

Era stata la scelta che gli aveva salvato la vita.

Quel 22 luglio un attentato terroristico aveva ucciso 90 persone proprio nella discoteca dove i due ragazzi volevano andare.

Anche questo fa parte della storia dei Cagnotto, una famiglia di acrobati senza paura.

 

Batki, dalla paura nasce l’argento

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UNA SOLA volta sono salito sulla piattaforma. L’ho fatto, diciamo, per gioco. Ero a Perth per i Mondiali del 1998 e si stava festeggiando l’oro del Setterosa nella pallanuoto. Si andava su e ci si lanciava di piedi. Gli altri. Io ho subito capito che non mi sarei mai potuto tuffare da quell’altezza inquietante. Né di piedi, né calandomi con una corda. Provateci voi. E se non avete una piscina in zona, affacciatevi dal quarto piano di un palazzo e guardate giù. Allora, che mi dite?

Quando sono sceso, molto lentamente, dalle scalette ho pensato che ero un fifone. Poi negli anni a venire ho parlato con chi i tuffi li fa per professione e ho capito che lanciarsi da 10 metri è come scalare la montagna sacra. Incute timore.

Me lo ha detto Tania Cagnotto.

Per tanto tempo non ne volevo sapere. Vedevo tanti amici fasciati, si facevano male in continuazione. Avevo paura. Da lassù tutto è difficile, faticoso, rischioso.”

Me l’ha confermato Noemi Batki.

La piattaforma fa paura. Ne parlo a ragion veduta.

La ragazza ha perso l’orientamento nel 2008 a Roma ed è caduta di schiena. La botta ha toccato i nervi del collo e sono dovuti andare a recuperarla. Non riusciva a muoversi. Ha fatto passare l’intera estate e solo dopo altri tre mesi di allenamento si è convinta a tornare lassù per ripetere il tuffo maledetto.

Un doppio salto mortale e mezzo indietro. Quando so che devo provarlo mi tremano ancora le gambe, la paura è andata via ma non è scomparsa del tutto.”

Ti sei fatta aiutare da uno psicologo?

Uno?

SWIM-EURO-2014-DIVING

Noemi è la ragazza di cui oggi vi voglio parlare.

Una protagonista nel mondo antico dei tuffi, una che ha vinto cinque medaglie europee (l’ultimo argento è arrivato venerdì a Berlino) e raramente è stata illuminata dai riflettori della fama. Nella sua specialità va forte, ma gareggia in una disciplina che concede la ribalta solo se riesci ad essere super: Tania Cagnotto, tanto per capirci.

Noemi è popolare nella nicchia dei tuffatori. Ogni Europeo si ritaglia a suon di medaglie una spazio anche sui media. Stavolta è stata più dura del solito. Due stagioni deludenti, poi la ragazza di Budapest si è ripresa il palcoscenico.

In Ungheria è nata ed ha vissuto sino a tre anni. Figlia di Ibolya Nagy e Sandor Batki. Poi i genitori hanno divorziato e da ventitrè anni il papà di Noemi è Dario Mosena. Vivono a Trieste, dopo un’esperienza a Belluno, dove la mamma l’allena. C’è un rapporto molto intenso tra le due.

Ricordo sempre una frase della signora Nagy.

Stavamo analizzando la gara della figlia a bordo vasca, eravamo a Budapest nel 2010 e lei aveva i lucciconi della felicità per l’argento appena conquistato.

Prima della gara mi ha detto che solo Dio sa quello che io voglio. In realtà eravamo in due a saperlo, assieme a Dio c’ero io.”

Noemi Batki ha vinto la paura.

Si lancia dai dieci metri della piattaforma con il massimo rispetto per quello che fa, la sua non è una sfida ma un atto di coraggio calcolato.

I tuffi sono esercizi che si fanno al 90% con la testa, il rimanente 10% con il corpo. Avere troppi dubbi intacca le tue sicurezze e allora rischi di sbagliare.

Da lassù vedi il mondo più piccolo, proprio come la piscina che è ai tuoi piedi.

batki

Stavolta la ragazza ha voluto addirittura capovolgerlo quel mondo. Una verticale con doppio salto mortale indietro. Ha giocato il jolly nell’ultimo tuffo e ha avuto ragione.

Pensavo fosse ancora in cerca di certezze questo caporale maggiore dell’Esercito che studia Comunicazione e marketing all’Università, legge i gialli del norvegese Jo Nesbo e ha una passione sfrenata per la ginnastica acrobatica. E invece, e per fortuna, l’ho ritrovata ancora una voltà lassù. Al limite della piattaforma in posizione verticale, mentre si reggeva sulle braccia mantenendo teso il resto del corpo, pronta a lanciarsi in una piscina d’argento.

Per vederla dovevi alzare il naso all’insù.

Poi lei si è tuffata e tutti hanno applaudito, ammirati per l’audacia e la precisione del gesto tecnico.

Il tuffo richiede doti di coordinazione neuromuscolare, destrezza, tempismo, coraggio. Qualità che quando ci si lancia dalla piattaforma vengono esaltate al massimo.

Come spesso accade nello sport, le discipline più difficili e rischiose non trovano riscontri mediatici adeguati. Ma nessuna tuffatrice si è mai lamentata, anzi. Tania Cagnotto ha più volte fatto presente quanto sia difficile reggere la pressione che a lei arriva dai successi e da un cognome importante.

Noemi Batki questo problema non ce l’ha. La mamma è la più severa critica che deve convincere. Poi deve convincere anche se stessa, perché si pone ancora troppe domande e si lascia (sempre meno, per fortuna) condizionare da quello che le balla attorno. Un gesto, un applauso, una critica, una colazione andata male, un risveglio troppo brusco. Un po’ tutto insomma.
Cancellata la delusione olimpica e mondiale, la ragazza a Berlino ha ricominciato a volare. Una verticale e un doppio salto mortale indietro l’hanno riportata nell’elite di queso sport dove una col suo talento dovrebbe stare di diritto. Sempre.

Appuntamento al prossimo tuffo.

Lei lassù e io con il naso all’insù a chiedermi come diavolo faccia ad abbinare così bene coraggio e abilità.

 

La Diva non si stanca di tuffarsi nell’oro

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HA LE LABBRA carnose, un corpo flessuoso, lineamenti delicati. L’ho incontrata qualche anno fa. Sarò più preciso: abbiamo frequentato gli stessi dieci metri quadrati dello spazio interviste alla fine dell’ennesimo Mondiale che aveva dominato. Le ho addirittura parlato.

La Diva aveva due orecchini d’oro sul lobo destro. Piccoli ma preziosi. Proprio come lei. La natura aveva distribuito saggiamente i suoi 49 chili lungo 163 centimetri di altezza.

La faccia? Al primo impatto mi aveva dato l’impressione di un’attrice drammatica, ma quando l’avevo guardata meglio per collocarla nel giusto contesto avevo dovuto fare un salto indietro nel tempo. Ero tornato fino ai film di James Bond. Sarebbe stata perfetta per il ruolo di un’intrigante spia orienale.

Me la ricordo ancora a Roma, campionati del 2009. Aveva la febbre, sentiva freddo, aveva mal di gola. Ma le aveva messe tutte in fila, come le era quasi sempre capitato. Fossero Olimpiadi o Mondiali. Quattro ori ai Giochi, dieci titoli mondiali. Non era un caso che fosse una star da due milioni di dollari l’anno.

La Diva si chiama Guo Jingjing e quando si tuffava dai tre metri dovevi solo aspettare che entrasse nell’acqua per applaudirla. Batterla era impossibile.

Ma quello non le bastava. I soldi per lei erano gioia e dannazione.

Dopo gli ori di Atene 2004 erano arrivati gli sponsor americani: McDonald, Coca Cola, Budweiser e una ditta di cosmetici.

Era fidanzata con Liang Tian, tuffatore e vincitore in Grecia anche lui. Marciavano forte. Avevano anche aperto un centro commerciale a Hong Kong e si divertivano. I paparazzi li inseguivano ovunque, i giornali popolari avevano addirittura inventato una sua gravidanza. Li avevano fotografati in un Casinò di Macao e non sapevano di avere scattato l’ultima foto del loro amore. La Federazione non avrebbe mai perdonato quella ricchezza così sfacciatamente esibita.

lei

Guo è nata a Baoding, 140 chilometri a sud di Pechino, il 15 ottobre del 1981.

Avevano scoperto il suo talento quando ancora andava alle elementari. Il primo maestro era stato Lei Fang, morto per colpa di un palo del telefono che gli era caduto addosso. Poi c’era stato Yu Fen, il mentore di Fu Mingxia: la più grande tuffatrice di sempre, prima che arrivasse la Diva.

Guo Jingjing aveva esordito a 13 anni. Quinta ai Giochi di Atlanta 1996. Da quel momento al suo fianco aveva viaggiato una donna: Zhou Gjbong, era lei il nuovo coach. Allenamenti duri, fino a sei ore al giorno. Nessuna concessione al divertimento.

La Diva era dotata di classe luminosa. Elegante, in aria sembrava capace di qualsiasi acrobazia. Ma i tuffi per lei non erano solo uno sport, pensava di poterne trarre una sorta di filosofia.

Guo Jingjing of China competes in the 3-metre springboard diving final at the World Aquatics Championships in Melbourne

– Se dovesse rappresentare un tuffo come una persona, come lo farebbe?

Lei sono io, io sono lei.

– Quale è il momento più bello di un tuffo?

L’inizio e la fine.”

In che senso?

L’inizio è paragonabile al momento in cui un pittore toglie il pennello dal quadro e ammira il suo capolavoro. La fine è magica per la sensazione che provi sott’acqua. È l’intero corpo a dirti se il tuffo è riuscito, a quel punto ogni cosa ti sembra di una dolcezza infinita.
Filosofia. Ma poi c’erano i soldi. La Federazione cinese non era felice per quel “capitale” che non lasciava tracce nelle sue casse e l’aveva squalificata.
Pensa tropo al denaro, frequenta ambienti sbagliati e non fa vita d’atleta.”
Assieme a lei aveva squalificato anche l’ex fidanzato Liang Tiang. Lui aveva rinunciato a tutto e aveva sposato la vincitrice della versione cinese di X-Factor, una che qualche soldo in banca comunque l’aveva.
Lei aveva fatto pubblica ammenda, aveva riconosciuto i peccati promettendo di non ripeterli più.
Non ho operato secondo le istruzioni dei leader. Il mio Paese mi protegge ed io non gli concedo il giusto tempo. Prometto che farò del mio meglio per allenarmi ed essere d’esempio per le atlete più giovani.
Perdonata, era tornata in nazionale.
Troppo popolare per essere messa da parte. Cartelloni con la sua immagine avevano invaso Pechino durante l’Olimpiade del 2008. Vinceva e la gente l’amava.
Si era fidanzata con il playboy Kenneth Fok Kai-kong, il figlio più grande di Timoty: ricco petroliere di Hong Kong con un patrimonio stimato in 21 miliardi di dollari. Aveva vinto altri due ori, ma aveva anche perso la parola.
A Roma rispondeva a monosillabi a ogni domanda. Ogni tanto però tradiva la sua arroganza.
– Quali sono le rivali più forti?
Le cinesi e quella cicciona canadese.”
Blythe Hartley, la canadese che pesava 56 chili e si era meritata l’appellativo di “cicciona”, non si era divertita e ne era venuto fuori un caso internazionale.
La Diva era tornata.

famiglia

La vedevo mentre si lanciava dal trampolino, librarsi nell’aria, per poi entrare con magica precisione nell’acqua. Mi bastava guardarla passare per lasciami catturare dal suo fascino. Trasmetteva sensualità, leggerezza, elenganza. I suoi tuffi erano arte.
Era stato a quel punto che avevo capito che non dovevo giudicarla per il carattere, la voglia sconfinata di ricchezza, il desiderio di diventare sempre più Diva. Doveva bastarmi quello che faceva quando si staccava dal trampolino e volteggiava nell’aria. L’ingresso in acqua era poesia. Inimitabile. E il resto? Non erano certo problemi miei.
Perché si sa, i soldi cambiano l’anima.

Guo Jingjing si è ritirata nel 2011, l’anno dopo ha sposato Kenneth Fok Kai-kong. Nell’estate del 2013 hanno avuto il loro primogenito, Huozhong Xi: Lawrence. La famiglia del marito ha donato al piccolo un assegno mensile di ottomila dollari.

La Diva non si stancherà mai di tuffarsi nell’oro.

Ieri nell’acqua, oggi nella vita.